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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Heramachia
Prologo08


L’Undicesima Casa dello Zodiaco era pulita, ma non si poteva dire che  brillasse. I servitori addetti alle pulizie avrebbero dovuto tenerla bene in ordine e linda, per la sacralità del luogo e in onore del custode che l’abitava, il Gold Saint di Aquarius. Solo che a capo della servitù, lì, non c’era un servitore: c’era un guerriero.
Argo berciò qualcosa a bassa voce e infilò altri due panni da lavare nella cesta della biancheria. Assolutamente inammissibile che lui, un Argonauta, uno dei più valenti guerrieri della più elevata casta della Madre Hera fosse costretto a fare il lavapavimenti, lo sguattero, il servitore di un maledetto moccioso del Tempio di Athena!
Eppure così aveva voluto la divina Hera, madre degli dèi e del suo destino. Li aveva dati al Santuario di Atene come dono, pegno per un incidente diplomatico.
Quanti anni erano passati, da allora? Dodici? Tredici?
Quegli ultimi tempi non erano stati felici per il Santuario di Atene: molti avvenimenti lugubri e cupi si erano susseguiti e regnava, sotto l’apparente tranquillità mediterranea, sotto i colori brillanti della vita di Grecia, un’oscurità densa e pregnante che soffocava i cuori.
Il Sacerdote della Pallade Athena suscitava ancora obbedienza, ma Argo aveva visto che era più attraverso la paura che esercitava il comando, piuttosto che con il rispetto. Di certo un’ottima notizia da portare alla Madre.
Argo ricordava il suo primo ingresso all’Undicesima Casa: era entrato, smargiasso, deciso a non farsi mettere i piedi in testa, e quello che si era trovato davanti era uno scricciolo dai capelli rossi e le guance paffute, la frangia tagliata di fresco sulle sopracciglia severe.
Il suo primo pensiero era stato, inconsapevolmente, lo stesso aveva avuto Milo di Scorpio, Cavaliere di Athena dell’Ottava Casa: Va là. E’ un pinguino.
Il pinguino si era fatto avanti, gli occhioni assottigliati nell’espressione di chi è uno dei Dodici Mocciosi più forti del pianeta e l’aveva fronteggiato.
“E tu che diavolo vuoi?”
“Sono Camus di Aquarius. Cavaliere di Athena e custode del Tempio della Giara Sacra” aveva mormorato sotto la frangia di capelli rossi. “Chi sei tu?”
Nonostante gli arrivasse poco più su del ginocchio, non sembrava particolarmente intimorito.
“Tsk. Io sono Argo”. Argo della Vela, era stato lì lì per aggiungere, ma si era trattenuto in tempo. “E adesso levati di mezzo: devo fare le pulizie”.
“Falle con criterio” puntualizzò il Pinguino, e prima che Argo avesse avuto il tempo di azzopparlo, squartarlo, appenderlo per i piedi o fare qualcosa di molto crudele, il moccioso era già trotterellato via, sereno e rapido, senza muovere un muscolo del cipiglio sul faccino.
“Bah!” aveva sbottato Argo della Vela, ed era rientrato per spazzare il nahos.
Anche in quel momento, mentre portava fuori il bucato da fare, pensava alla Madre Hera che intesseva i suoi piani a Samo, al destino crudele che aveva avuto in serbo per lui, Giasone e Tifi: servitori al Tempio della Pallade. Era solo una copertura, certo, lo sapeva, per permettere alla divina Madre di avere i suoi occhi all’interno delle mura di Atene, ma che prezzo! Gli vennero i brividi: quante volte si era trovato uno dei mocciosi d’oro così vicino e indifeso da poterlo uccidere solo allungando una mano? Quante volte, nella notte, avrebbe potuto incendiare il Santuario e prenderlo dall’interno, come gli Achei avevano preso Ilio, un tempo? Eh? Quante volte…?
“Ehi, Argo!” Giasone lo raggiunse, distraendolo dalle sue elucubrazioni sanguinose. “Aspettami, vengo anch’io”.
Aveva una cesta piena di panni, a sua volta che gli copriva quasi tutta la faccia. Aveva un aspetto smunto.
“Mh” grugnì Argo in risposta, studiandolo. E’ colpa di Quellogrande! Lo stressa a morte con la pulizia della casa, dei vestiti, della cucina, delle colonne…!
Se ad Argo era andata tutto sommato bene, finendo a capo della servitù dell’Undicesima Casa (che Camus dell’Acquario era stato un bambino riservato e crescendo era diventato un giovane altrettanto discreto) a Giasone era andata peggio: servitore alla Dodicesima Casa, era una spina nel fianco di Aphrodite dei Pesci quanto Aphrodite dei Pesci lo era nel suo.
Uno detestava l’altro in un silenzio rassegnato, perché gli ordini – che venissero da Hera o dalle disposizioni pontificie – non si potevano discutere e l’uno era stato assegnato all’altro.
Il Grande Sacerdote Shion, quando i tre Argonauti erano giunti al Tempio, aveva deciso che gli ostaggi di Hera rimanessero come servitori alle Case dello Zodiaco: avrebbero potuto essere più controllati che a gomito a gomito con dei Cavalieri d’Oro?
Era stata un’ottima pensata.
Tranne, naturalmente, che per Aphrodite dei Pesci e per Giasone del Vello d’Oro.
“Tutti” borbottava intanto Argo, scendendo con il compagno lungo le scalinate scavate nella roccia “Li ammazzerò tutti. Appena Hera ci darà l’ordine, questi marmocchi li ammazzo tutti di persona, parola mia! Dovessi aspettare altri dodici anni…”
Giasone sospirò sollevando gli occhi al cielo. Era abituato a sentire Argo proferire sanguinosissime minacce ai danni dei Gold Saint che aveva visto crescere. Illustrava scenari apocalittici, di come li avrebbe uccisi per Hera e ballato sulle loro spoglie… salvo poi, specie negli anni dell’infanzia dei Cavalieri d’Oro, correre come una chioccia protettiva e preoccupata a rialzare il ragazzino che era caduto a terra, che aveva sbattuto contro una colonna, che si era rotto due o tre falangi all’arena.
Argo, quando minacciava i Saint di Athena, era credibile quanto Giasone che cercava di frullare le verdure per i capricci alimentari di Aphrodite dei Pesci.
Argo, per intenderci, era anche quello che c’era rimasto peggio di tutti, tra lui, Giasone e Tifi, quando era morto Aioros di Sagitter.
Che fosse traditore o no, era solo un ragazzo, aveva detto a Giasone. Una notte era successo il finimondo, la dea appena nata che veniva rapita, veniva sgozzata – tra la servitù per un paio d’ore si era vociferato che la neonata avesse ammazzato il Sacerdote, ma fortunatamente era stata messa a tacere in fretta – o spariva nel nulla. Poi si era venuto a sapere che era stato Aioros di Sagitter a rapirla, ma che era stato ammazzato in fretta e senza troppo spargimento di sangue e che la bambina era tornata al sicuro al Tredicesimo Tempio.
Giasone aveva seguito la faccenda con timido distacco, in tutto quel fragore. Tifi aveva avuto il suo da fare, giovane custode del piccolo Custode dell’Ottava Casa, che dalla morte di Aioros di Sagitter aveva avuto il cuore spezzato. Ma Argo era stato devastato.
Ad Argo della Vela Aioros era piaciuto – alla maniera in cui un Saint d’Athena può piacere a un Argonauta di Hera, certo – da subito, come il suo compagno quando insieme erano giunti a Samo per riprendersi Quellogrande e Quellopiccolo.
Sembrava un bravo ragazzo, no? Aveva detto a Tifi e lei gli aveva accarezzato la guancia, stanca. Chi l’avrebbe detto che sotto un aspetto così puro, si nascondesse tanto marciume?
Quella notte, Aioros di Sagitter era morto e Saga di Gemini scomparso.
Argo, per tutta la mattina seguente, era rimasto quasi atterrito a fissare gli occhi atterriti del bambino dell’Acquario, smarrito più di lui, senza che nessuno dei due sapesse cosa fare: quegli avvenimenti erano come un terribile auspicio.
“Li ammazzo uno per uno!”
“Sì, Argo. Ma aspetta che sia la divina Hera a darci gli ordini” sospirò Giasone.
Scesero ancora e fu DeathMask di Cancer a incrociarli sulle scale. Stava salendo verso la Dodicesima.
“Ehi” sibilò Argo “Dove va quello?”
“Da Aphrodite dei Pesci, immagino”. Nemmeno Giasone si era rassegnato al fatto che Cancer e Pisces trascorressero il più della giornata insieme: non trovava che la compagnia del Cavaliere della Quarta Casa fosse adatto al Custode della Dodicesima.
“Ancora? Cosa aspetta Quellogrande a liberarsene?” sbottò Argo.
DeathMask passò tra di loro, come se nemmeno li vedesse. All’ultimo momento, però, saettò uno sguardo rosso e malevolo a Giasone, fece un ghignaccio e lo spintonò più in là.
“Ehi!” gli ringhiò dietro Argo, ma già il Saint di Cancer, ventitre anni compiuti da poco, scompariva dietro la curva della scala.
“Ah, fa niente” Giasone fece un gesto: conosceva abbastanza gli amici di Aphrodite per sapere che, in un modo tutto suo, Cancer l’aveva appena salutato. “Andiamo, che si fa tardi”.

Pochi minuti dopo oltrepassavano l’arena e gli alloggi dei soldati, diretti alle lavanderie. Sulla soglia dell’edificio antico in muratura nuda, Tifi li stava aspettando all’ombra, appoggiata alla parete, una gamba ripiegata morbidamente.
Parlava con un uomo alto, abbronzato e muscoloso, che sebbene la sovrastasse per mole e altezza, sembrava pendere dalle sue labbra, il viso addolcito mentre la guardava: era stato un guerriero una volta. In lizza, da fanciullo, per l’Armatura d’Oro del Sagittario, scomparsa ormai dal Santuario da tredici anni – da quando Aioros era fuggito e morto nel tentativo di rapire la dea fanciulla. Il corpo di Sagitter non era più stato ritrovato. Neppure l’armatura.
Galan, antico compagno d’arme di Aioros, era caduto in disgrazia – si diceva, al Tempio – dopo avere tentato di rubare l’ichor di Athena, come un volgare ladro, il peggiore dei traditori. Era stato perdonato dopo avere pagato le sue colpe in uno scontro che l’aveva visto contrapporsi proprio all’amico Aioros. Era stato uno scontro durissimo: Galan aveva chinato il capo e si era pentito; era stato destituito dall’onore di poter un giorno combattere per la Sacra Armatura. Era stato radiato, destinato a prestare servizio l’ordine che aveva violato come  servitore nelle Case dello Zodiaco. Aveva perso un occhio e un braccio, in quella battaglia.
Ciononostante, o forse proprio per quella ragione, sembrava avere un successo notevole con le donne. Soprattutto con Tifi.
Che diavolo vuole quello? Pensò Argo tra sé: era molto protettivo nei confronti dell’amica.
Anche Giasone stava dando segni di impazienza, nel vederli: “Ancora lui. Sempre in mezzo ai piedi!”
“Già” annuì Argo, cupo. L’uomo che sorrideva a Tifi di un sorriso bianco e perfetto – il sorriso dell’eroe – era il servitore adibito alla cura della Quinta Casa e del Gold Saint di Leo: dopo la morte di Sagitter, Galan era stato uno dei pochi a professare l’innocenza del vecchio amico ed era rimasto al fianco del giovane cavaliere d’Oro di Leo, fratello minore di Aioros.
Tifi aveva avuto modo di conoscerlo bene, data l’amicizia di Aioria di Leo e di Milo di Scorpio. Negli anni dell’infanzia dei Cavalieri d’Oro spesso si era ritrovata il giovane Leo scorrazzare per l’Ottavo Tempio o aveva dovuto impedire a Milo di mandare all’aria i lavori di riordino del collega.
Anche Argo lo conosceva: il Pinguino era amico di Aioria di Leo e di Quellopiccolo tanto da offrire la loro compagnia ad Argo della Vela più di quanto l’Argonauta avesse ritenuto necessario.
“Ora è meglio che vada” stava dicendo a Tifi l’omaccione. “Il mio signore Aioria è tornato da Tokyo da poco e non è più lo stesso. Temo, dolce Tifi, che sia successo qualcosa quando si è recato a vistare il Pontefice nelle sue stanze: gli resterò vicino per portargli aiuto, in caso lo necessiti”.
“Sì, Galan. Spero di rivederti, questa sera”. Lo salutò lei ed ebbe per l’interlocutore un sorriso dolcissimo che portò Argo a pensare che se suo nonno, il Sacerdote Menelao, avesse visto come civettava con un nemico, gli sarebbe preso un infarto secco a quella povera anima!
Poi Galan della Quinta Casa fece una cosa che per poco non fece prendere un infarto secco ad Argo e Giasone: si chinò sulla piccola Tifi, le prese una guancia nella mano e appoggiò le labbra sulle sue.
Maledetto monco! Berciò Argo, tra sé. Ma l’espressione di Tifi era così felice, così deliziata, che non ebbe il coraggio di tradurre in parole i suoi pensieri. Del resto tra quei due andava avanti da abbastanza tempo per essersene fatti una ragione. Turbato come se Tifi fosse stata la sua stessa sorella, Argo si voltò dall’altra parte, cupo.
Giasone, più accomodante, invece si era fatto avanti in tempo per salutare cordialmente Galan e prendere posto accanto a Tifi, nell’ombra della vigna che scendeva fresca dal tetto della lavanderia.
Lei salutò l’amico strizzando l’occhio e si sporse per vedere se stesse arrivando anche Argo.
L’Argonauta della Vela si fece avanti solo qualche istante dopo, fingendo di avere perso un importantissimo panno di Aquarius e poi di averlo ritrovato sul fondo della cesta.
“Sei arrivata prima” cominciò Giasone, tanto per attaccare bottone.
Lei sorrise.
“Milo ha rotto la tunica in allenamento, stamattina. Volevo che la riavesse pronta per il pomeriggio”. Inventò. La verità era che Camus era sceso dall’Undicesima qualche ora prima per andare a trovare Scorpio e lei era scivolata silenziosamente fuori per lasciare soli di due Gold Saint e per vedere Galan.
Quello evitò di dirlo agli amici, però. Si illudeva ancora di passare inosservata.
“Bah!” berciò Argo, buttando i panni nel bacile di pietra “Quellopiccolo deve darsi una regolata! Non è che può far fuori una tunica al giorno!”
“Beh, devono pur allenarsi” tentò Giasone “Sono guerrieri. Siamo noi che siamo giù d’allenamento da tredici anni!”
“Ssssh!” Tifi si guardò alle spalle, cauta. Non c’era nessuno.
“Tsk!” sibilò Argo e proseguì sottovoce “Nn possiamo mica allenarci ed esplodere il Cosmo sotto gli occhi di tutti! Ci scoprirebbero!”
Giasone borbottò qualcosa di affermativo e Tifi tacque, il pensiero rotto tra il nonno e i compagni, da una parte, e Galan e Milo dall’altra.
“Ma quando Hera ci chiamerà…!” terminò trionfante Argo della Vela “Quando Hera ci chiamerà farò una strage! Basterà un mio pugno per sbarazzarmi di tutti questi marmocchi e si dovranno preoccupare del loro faccino, altro che delle tunichette! Li sradico da terra! Li faccio a pezzi! Ah, vedrete! Quando Hera ci chiamerà…”

Hera li chiamò.
Solo, li chiamò quando ormai tutto era perduto.
Tredici anni dopo la morte di Sagitter, una ragazzina era giunta da Tokyo asserendo di essere Athena, con un manipolo di Bronze Saint al suo seguito.
Il Santuario li chiamò traditori, tutti, ma come guidati da mano divina i cinque giovani Bronze salirono le scalinate di marmo Tempio dopo Tempio, sconfiggendo e uccidendone i custodi.
Argo e Milo sprofondarono nel lutto, quando persero Aquarius per mano dello stesso allievo che Camus aveva cresciuto. Tifi non poté che partecipare al loro dolore, ma fu toccata anche dalla gioia di Galan, nel vedere la figura di Aioros, l’amico defunto, tornare alla luce, brillante e splendente com’era stato in vita: eroe senza macchia finalmente riabilitato al cielo di Grecia, lui che aveva salvato Athena, non rapita.
Giasone tacque per giorni. Aphrodite era morto e a lui era sempre parso immortale, nell’algida noncuranza che aveva sempre distinto il suo protetto agli occhi di Giasone. Con lui era morto DeathMask di Cancer, il Saint dagli occhi rossi e crudeli che lo salutava sulle scale del Tempio a forza di spallate. E Shura di Capricorn, amico degli altri due tanto da soggiornare alla Dodicesima quanto Aphrodite.
Giasone tacque per giorni e quando ricominciò a parlare lo fece con più riserbo e attenzione e se raramente nominò i Gold Saint defunti, da quel momento, mai lo fece accostando la parola morte nella stessa frase.
Poi venne Hades a distruggere le pietre antiche del Santuario, ad uccidere i Saint che erano sopravvissuti.
Quando Hera richiamò a sé gli Argonauti che aveva lasciato alle costole di Athena come spie, il Grande Tempio era distrutto, le rovine quasi deserte e i suoi tre guerrieri portavano macerie pesanti e polverose sui loro cuori.
Però obbedirono e una notte scomparvero, tornando a Samo.






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