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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Heramachia
Prologo06


Quando rinvenne, nella stanza sacra c’era silenzio. Milo fece un paio di respiri profondi, per impadronirsi di quanto più ossigeno possibile, in tutto quel fumo dolciastro e argenteo.
Calcolò che dovessero essere trascorsi solo una manciata di istanti e sbatté le palpebre, come per snebbiare la mente.
Hera sedeva ancora sul suo seggio, gli occhi verdi tradivano tranquilla soddisfazione e lo guardava da lontano quasi con dolcezza, come una madre che si assicura di non essere stata troppo severa.
Menelao l’aveva raggiunta e, piegato davanti a lei, spingeva l’anello al dito della dea.
Il gioiello baluginò per un attimo.
La fanciulla, Tifi, gli appoggiò una mano sulla spalla, leggera.
Milo si rannicchiò, come per sfuggire al suo tocco, singhiozzò di rabbia e frustrazione, guardandoli tutti e tre, pieno d’odio.
“E’ tutto finito” diceva la fanciulla con dolcezza, cantilenando la voce “E’ tutto a posto. Tutto a posto”. Milo sentì le dita fresche di lei sciogliere con delicatezza i legami stretti e dolorosi di edera ai polsi e alle caviglie. Seppe di essere libero.
Si tirò su di scatto, deciso a balzare addosso a quella traditrice, Tifi della Bussola o chi accidenti fosse, ma venne raggelato dal grido basso e potente di un guerriero.
“Madre Hera! Sommo Menelao!”
“Argo!” nella voce di Menelao, girato verso l’Argonauta che adesso entrava con trafelata urgenza, si avvertì una nota di cortese disappunto, per la maleducazione che il giovane stava dimostrando, con quell’ingresso poco formale al cospetto della sua dea.
“Sommo Menelao!” berciò l’altro, in risposta, indicando freneticamente più o meno in direzione dell’ingresso “Alle porte del Tempio! Sono arrivati due Gold Saint!”
“Come?!”
Anche Tifi si irrigidì, le sopracciglia sottili adombrarono il suo sguardo, preoccupato.
“Alle porte! Si avvicinano e sono due! Medea li ha avvistati dalla sua postazione!” Argo era corso appena l’aveva saputo.
“Due?” Menelao si fece avanti.
“In armatura!” assicurò Argo “entrambi giovani, ma grandi abbastanza per sostenere un combattimento. Uno dei due ha le ali”.  Sollevando le sopracciglia, mimò le ali sulle spalle, con le mani, come se ai suoi occhi quella fosse una decorazione assolutamente inutile e veniale.
Milo sentì il cuore gonfiarsi di gioia e vergogna.
Il suo primo pensiero fu: Aioros e Saga! Aioros e Saga sono venuti qui a prenderci, ma seguì subito dopo il disagio di farsi trovare prigioniero e inerme tra quei guerrieri ostili, farsi trovare così proprio da loro, da Gemini e Sagitter di cui bramava l’ammirazione.
Fremette, a metà tra il sollievo e l’imbarazzo, guardandosi intorno.
Serrò le labbra, raggelato, quando alle spalle di Argo comparve quella figura. Alto e longilineo, sotto la tunica presentava una muscolatura elastica e ben definita. A vederlo, sembrava un giovane uomo, come poteva esserlo Saga, ma il bambino notò la curva leggera dei seni, sotto la stoffa, il collo elegante. Innaturale, con la pelle troppo bianca per i raggi del sole di Grecia, con quei lineamenti da statua levigata, era attraente e spaventoso.
Argo sobbalzò, quando si accorse del suo ingresso.
Milo non si sentì di dargli torto, ma rimase coraggiosamente dov’era, anche quando gli occhi appannati di cecità dello sconosciuto di posarono su di lui, come se potessero vederlo comunque.
“Era previsto” li placò Hera, serena, che fino a quel momento non aveva detto nemmeno una parola “Vengono a riprendere i loro compagni. Non è così, Tiresia?”
Egli non si inchinò né si mosse dal fondo della stanza e quando parlò lo fece con voce maschile.
“E’ come dite, Madre Hera. Tra le onde dell’Egeo ho seguito il loro viaggio dal Santuario di Atene fino a qui. Vengono alla ricerca dei bambini e di spiegazioni”.
Hera sorrise appena. Non sapeva perché l’indovino fosse venuto, quando già Argo aveva annunciato l’arrivo dei giovani di Athena, ma conosceva la vista interiore sul futuro e il passato del giovane Argonauta Tiresia: se era lì, era lì per agire.
Non chiese spiegazioni e si apprestò a governare, caricando la bella voce dell’antico tono del comando.
“Che la sala sia predisposta per accogliere i messaggeri del Santuario di Atene. Fate alzare il fanciullo e conducete l’altro, affinché possano essere riconsegnati agli emissari di Athena che vengono a reclamarli”.
“Sì, Madre”. Menelao si inchinò e prese una mano di Tifi. “Riponi gli oggetti, cara”, le disse sottovoce “E tu, Argo. Conduci l’altro giovane Cavaliere qui”.
Argo si battè il petto con una mano, in un nervoso saluto militare, poi uscì, di nuovo, borbottando.
Milo percepì l’atmosfera distendersi, osservò i volti sereni dei suoi rapitori, tesi fino ad un attimo prima.
Decise che non c’era più tempo da perdere. Libero dalla sua prigione d’edera, balzò già dall’altare.

Argo borbottò stizzosamente fino al corridoio affrescato.
“Giasone!” berciò, spingendosi all’indietro i riccioli scuri “Giasone, esci col moccioso! Madre Hera lo vuole al suo cospetto, sta succedendo qualcosa”.
La porta di legno si spalancò con forza e il sollievo di Giasone fu paragonabile a quello di Milo, quando poté uscire, cercando di trattenere il piccolo prigioniero.
“Ti ho detto molla”. Ringhiò Aphrodite, conficcandogli per l’ennesima volta il gomito appuntito nello stomaco. Poi fronteggiò Argo “Allora?! Dov’è Milo?”
Aveva avvertito anche lui i cosmi in avvicinamento, in lontananza, familiari.
Aveva riconosciuto quello sontuoso di Aioros e quello avvolgente di Saga. Stavano venendo lì e Aphrodite aveva tutta l’aria di qualcuno che voleva vedere piegati nel fango i seguaci di Hera per mano di Gemini e Sagitter.
D’altro canto aveva avvertito l’esplosione del Cosmo di Milo, il potere pesante e denso che poi l’aveva avvolto, nascondendolo ai suoi sensi.
“Ho chiesto dov’è!”
“Buono, buono, ragazzino!” Argo provò l’impulso di prenderlo per un orecchio, ma si trattenne. “Adesso ti ci porto. Cammina”. E lo spinse in avanti, con una manata, verso le stanze sacre della Madre.

Milo era balzato giù dall’altare così rapidamente da non essere intercettabile.
“Nonno!” aveva strillato Tifi, più lontana, e Menelao – anziano ma atletico – si era slanciato per prenderlo, piegandosi lui stesso sull’ara. Aveva sfiorato i capelli di Milo in corsa, ma quando aveva chiuso le dita il bambino era già lontano.
“Fermatelo!” esclamò roco, lo stomaco premuto sul marmo. Non era esattamente civile riconsegnare un ragazzino ai suoi pari grado se questi saltellava per tutta la stanza come un grillo, pensava il Pontefice di Hera. “Per la bellezza degli occhi verdi della Madre, riportatelo qui!”
Milo evitò Tifi, scartando di lato, poi corse verso il vestibolo, con tutte le sue forze. Lo separavano dall’uscita sul corridoio solo pochi metri.
Tiresia non cercò di afferrarlo, e forse fu questo a trarre in inganno la percezione di Milo. Se percepì l’avvicinarsi del piccolo Saint di Scorpio o se già sapeva dove sarebbe esattamente passato, non fu chiaro nemmeno ad Hera, che appoggiò tranquilla la schiena al suo trono, in fondo alla stanza.
Semplicemente vide il proprio Argonauta stendere appena il braccio, morbidamente, afferrando le tempie di Milo con una mano grande e pallida.
Il ragazzino frenò sorpreso, aggrappandosi con le mani al suo polso, per non franare a terra. Tiresia aveva piegato la testa in avanti, come se lo stesse guardando con quei suoi occhi ciechi. Non cambiò espressione. Sembrava quasi che non respirasse.
Dal suo palmo aperto, però, sprigiona un lieve bagliore perlaceo.
Tiresia schiuse le labbra bianche gli occhi morti fissi in quelli di Milo. Il bambino non emise un gemito, ma gli conficcò le unghie nei polsi, per reazione.
Nel bianco perlaceo che effondevano quella mano e quegli occhi, qualcosa nella mente di Milo cambiò. Cose di poco conto, non strutture precise.
Solo piccoli particolari che il bianco di Tiresia soffocò e inghiottì.
Qualcosa di piccolo come un anello che incide le carni, un’esplosione di Cosmo non comandata, corde d’edera flessuosa e resistente strette ai polsi e alle caviglie. Cambiarono le sensazioni di prigionia e quelle di costrizioni, il ricordo di marmo gelido sotto la schiena e quello di mani ruvide strette ai polsi. Dappertutto, a colmare, c’erano solo gli occhi verdi e caldi di una madre.
Milo avvertì alla bocca dello stomaco un vago senso di nausea ed ebbe un capogiro. Si aggrappò ancora, questa volta per non perdere l’equilibrio.
Quando il malessere si placò, aveva scordato qualcosa che non avrebbe dovuto dimenticare.
Tiresia ritirò il braccio, i lineamenti perfetti senz’ombra di tensione.

Aphrodite si divincolò di nuovo, ormai trascinato verso la stanza del rituale.
“Lasciami, ho detto! Ti sto seguendo!”
Insensibile se non alla volontà di Hera, Argo lo strattonò ancora fino alla soglia, affiancato da Giasone.
Imbecille decerebrato!, sillabò mentalmente il giovane Pisces. Poi smise di seguire i due carcerieri e si slanciò in avanti, verso Milo.
“Stai bene?” Lo afferrò per un braccio, ruvido, ma ad assicurarsi che fosse tutto intero “Cosa ti hanno fatto?”
Milo lo guardò e parve confuso.
“Ecco qui anche l’altro, Sommo Menelao”, Argo gonfiò il petto, affiancando Tiresia insieme a Giasone, sul fondo della sala.
“Bene”. Il sommo Pontefice si era ricomposto e adesso rimaneva in piedi, insieme alla piccola Tifi, accanto al seggio della sua dèa. “Tra breve saranno qui”.
“Allora?” Aphrodite scosse l’amico e avvicinò il viso al suo, incoraggiandolo a dire qualcosa, qualsiasi cosa.
“Phro…” cominciò Milo, per poi tacere di nuovo. Aveva la sensazione di dovergli assolutamente dire qualcosa. Invece aveva la mente fastidiosamente vuota, da mezz’ora a quella parte. “Mi hanno portato qui… e….”
“E?”
“…beh!” Non si ricordava! Milo sbuffò di fastidio, pestando i piedini. “…non lo so più!”
“…non lo sai più.” Ripeté l’altro, seccato.
“No!”
“Come fai a non saperlo più?!”
Milo stava per ribattere, ma venne interrotto dall’annuncio ufficiale dell’arrivo dei messaggeri di Atene.
Il Cosmo caldo e familiare di due Cavalieri d’Oro precedette i loro passi oltre la soglia della stanza, accarezzando familiare i due bambini Gold Saint scomparsi da Atene.





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