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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Heramachia
Prologo05


“Lasciami! Lasciami!”
La guardia non lo lasciò affatto, ovviamente, e strinse la presa sulle spalle di Milo, che si dimenò con tutta la violenza concessa. Sgambettò. Andò a pestarlo proprio sull’alluce scoperto dal sandalo, ma non ottenne niente, se non un deciso strattone.
“Lascia fare a me. Lo tengo io” sospirò Tifi. Abbandonò la cella, ora, visto che non c’era più alcun bisogno di restare, e decise partecipe di seguire il gruppo. Prese la mano di Milo e lo trasse a sé.
“Come desiderate, Argonauta della Rosa dei Venti”.
La guardia si fece rispettosamente da parte e Milo si trovò più in trappola di prima: la stretta di Tifi era gentile, ma incredibilmente forte.
Menelao gli accarezzò i capelli: “Fai il bravo bambino. Questo è un momento importante. Andiamo, adesso”.

“Cosa succede?”
Aphrodite alzò gli occhi dalla terrina. Oltre le mura gli erano arrivate le grida ovattate e le onde del Cosmo di Milo.
“Niente,” berciò Argo, laconico, versandosi un bicchiere d’acqua “Niente, marmocchio.”

"Adesso entrerai in un posto importante. Devi stare fermo e non ti succederà niente di grave. Hai capito?”
Erano fermi nel nahos che Milo aveva già visto, quando era stato condotto ai piedi della dea insieme ad Aphrodite. Davanti a loro si apriva una camera nascosta, più interna, celata da tendaggi drappeggiati. Prima non l’aveva notata: quanto era grande davvero quel tempio?
Tifi tratteneva il piccolo Scorpio e cercava di tranquillizzarlo, china su di lui. Le guardie si disposero ai lati della porta e Menelao entrò prima di lei e del bambino, portandosi al centro della camera cerimoniale.
“Non avere paura, Milo di Scorpio.”
“Non ho paura di niente, Tifi della Bussola!”
“Madre Hera ci aspetta”. Menelao espanse il Cosmo. Non risultò aggressivo, ma fu come un tappeto denso di energia sul pavimento di marmo e sulle pareti affrescate, a foderare la stanza.
Hera, seduta sul seggio di fronte a lui, sollevò impercettibilmente gli angoli delle labbra, a ricompensare il suo Sacerdote con un sorriso. Era bellissima e imponente.
Restava eretta e immobile seduta sul seggio, i capelli morbidi e fluenti, finemente acconciati sulla nuca, le ricadevano sulle vesti di bisso pregiato. Teneva le mani appoggiate al trono, Hera dalle candide braccia, e il suo sguardo bistrato era un abisso senza fine.
Milo tacque, impressionato, ma cercò ancora di liberarsi dalla presa della ragazza mentre veniva spinto dentro.
“Buono” bisbigliò lei spingendolo appena.
La stanza era piccola e di forma circolare, dava la sensazione di intimità, come se nulla avesse potuto penetrare quel luogo se non con il consenso della dea. Alle pareti i motivi di gigli e pavoni, sbiaditi sulle mura fredde, amplificavano il senso di antichità.
Menelao fece alcuni passi verso il seggio e piegò il ginocchio, le mani a coppa tese in avanti alla dea potente. Lei si sporse appena, elegante, e fece ricadere nei palmi del Sacerdote un anello d’oro, pregno d’energia.
Un gioiello semplice, una lamina d’oro sottile, decorata con intarsi a bassorilievo, minuscoli, realizzati da un vero maestro: Efesto doveva essersi impegnato molto. Sulla sommità il sigillo recante il simbolo della dea, leggermente sporgente, quasi appuntito. Ed era lì che il potere divino stava raccogliendosi.
Quando Menelao chiuse il pugno su di esso, l’anello crepitò.
Al centro della camera faceva mostra di sé un altare di pietra, coperto da un panno. A circondarlo, sul pavimento, qualcuno aveva tracciato ricchi simboli concentrici dalle linee morbide. Milo seguì i tratti con lo sguardo e sentì un principio di nausea.
Pensò fossero quei segni, poi si rese conto che erano gli incensieri sul perimetro, con i loro fumi e quegli aromi dolci che aveva già sentito all’arrivo. L’odore pesante e mellifluo si insinuava e andava ad addormentargli gli occhi e i muscoli.
“Dov’è Phro?”
si guardò intorno, a cercarlo magari oltre la porta, ma il piccolo Aphrodite dei Pesci non c’era. Sbatté le palpebre, assonnato e tentò di nascondere il viso ai fumi soporiferi, nel vestito di Tifi, mentre Menelao oltrepassava l’altare per inginocchiarsi ai piedi della sua dea.
“Grande Madre. Hera, signora degli dei.”
La signora degli dei fissò il proprio sguardo verde negli occhi di Menelao e il Cosmo che serpeggiava alle pareti si intensificò. Milo rabbrividì e la paura lottò contro la stanchezza che gli invadeva le membra. Tifi lo sospinse piano in avanti, affiancando il Pontefice di Hera, che allargò le braccia, in un gesto cerimoniale, proprio davanti a lui.
Presentava l’offerta alla dea.
Scorpio avvertì un senso di allarme crescente. E poiché la ragazza della Rosa dei Venti lo teneva salda per le spalle e le braccia, si sporse in avanti, facendo scintillare il Cosmo: per tutta risposta all’offensiva  degli Argonauti, affibbiò un piccolo, doloroso morso al braccio di Menelao.

Mentre Menelao preparava un rito, qualcuno ne officiava un altro, sulla stessa Samo.
Tiresia non era andato a dormire quella notte. Era rimasto seduto su uno scoglio sul mare, sotto la luna, come se potesse guardarne il riflesso sull’acqua con i suoi pallidi occhi ciechi.
Quando l’astro argentato si era alzato – Tiresia non aveva potuto vederlo, ma la marea gli aveva lambito i piedi delicati – era tornato indietro sulla scogliera, una figura flessuosa nella notte, e aveva raggiunto la riva sassosa del mare.
Si era inginocchiato e aveva raccolto in sé il potere della chiaroveggenza. Con gli occhi della mente vedeva benissimo, Tiresia, Argonauta del Giglio.

“Milo!” sibilò Tifi, impallidendo. Preservare il Sacerdote di Hera dai morsi di un Cavaliere di Athena era una delle incombenze ancora non richieste ad un’Argonauta. Lo strattonò all’indietro, un colpetto di rimprovero sulla nuca.
“Tifi, per la carità della dea!” Menelao si scrollò di dosso il bambino, oltraggiato. Non sembrava irato, quanto offeso per l’affronto in sé, e si ricompose in fretta sotto lo sguardo perplesso di Hera che aveva dischiuso le labbra per impartire un ordine, ma era rimasta in silenzio con il rapido concludersi del piccolo incidente. “Tifi, per carità della dea, tienilo a bada! Un simile comportamento non è affatto conveniente. Legalo, se necessario, per il suo bene e per il nostro”, concluse, rassettando la veste sacerdotale.
Un Saint che teneva un simile comportamento! Scandaloso. In un’altra situazione sarebbe andato di filato a informare il Grande Sacerdote di Atene, poco ma sicuro.
Hera sospirò, eretta ed elegante, sul suo seggio. Probabilmente pensava la stessa cosa: i bambini hanno bisogno di essere educati.
“Tifi, mia cara, legalo”. Insisté Menelao, per prudenza.
“Sia come dici” sussurrò lei.
Dispiaciuta per la rudezza, bloccò le braccia del bambino e con il calore dei propri palmi creò fusti d’edera violacea, pronta ad avvolgersi con le sue spire sui polsi sottili, per stringere in una morsa decisa.
Brutta robaccia viola!
Gemette il piccolo tra sé, riconoscendo con allarme l’edera mostruosa in cui lui e Aphrodite si erano imbattuti. Il Cosmo di Milo scintillò ancora, bruciò, con tutta l’indignazione concessa dai sette anni del Cavaliere di Scorpio e questa volta Menelao allargò il proprio, a sovrastarlo.
Il potere emanato dalla figura del Sacerdote era incommensurabile: a guardarne il volto tranquillo non si sarebbe detto, invece gravò pesante su Milo. Non un cosmo aggressivo, ma severo ed enorme: un potere bianco, quasi accecante che ammonì il fanciullo sovrastandolo, colpendolo intimamente come una mano stretta a pugno.
Il bambino vacillò e la grande mano forte di Menelao si chiuse attorno alla sua nuca, guidandolo verso l’altare personalmente.
Milo oppose una resistenza vana: il potere tremendo di Menelao continuava a gravare su di lui come una nebbia bianca, come se potesse, dalle sue dita, insinuarsi nella sua mente, offuscandola
Complici gli incensieri e i loro fumi, Milo dovette lottare per tenere gli occhi aperti e fissò la propria attenzione sul volto di Hera, che un Saint non si arrende.
La dea, dal suo canto, nel cono di luce delle candele contraccambiò lo sguardo con curiosità: era contenta della scelta. Quel bambino così combattivo la cavia perfetta per l’esperimento.
Menelao le si inchinò brevemente, senza una sola parola, poi si girò verso l’altare per preparare il rito. Si tirò dietro il bambino senza lasciare la presa, sottraendolo agli occhi della dea, che non osasse sfidarla ancora.
Fece cenno a Tifi di aiutarlo e la ragazza si mosse in avanti, silenziosa, chiudendo le edere attorno alle caviglie del bambino quando Menelao lo sollevò tra le braccia.
Stanco, Milo si mosse ancora, sforzando le membra intorpidite, gorgogliando una protesta. Menelao non parve oltremodo impressionato e lo distese sull’altare, con cura, una mano sul petto del piccolo, una sulla sua fronte.
“Non ti ho invitato, Hera, a benedire la mia vita”
Cantilenò intanto Menelao, intonando i versi a bassa voce. Con gesti misurati e precisi, lasciò il bambino per accendere fiammelle sui bordi dell’altare “Non ho riconosciuto la bellezza
nella magica luminescenza del pavone,la tenacia nella greve fissità dell’animale,
il candore nella perlacea luce del giglio.”

Salmodiò così, e la nenia raccolse il potere attorno all’altare, nel cerchio delimitato dal fuoco. Milo tentò di alzarsi, ma si accorse di non riuscire a muoversi.
Il cosmo di Hera, ampio, si era unito a quello di Menelao, premendolo all’ara. La dea alzava alla luce dorata delle candele il viso luminoso, le belle palpebre dipinte erano chiuse, come se godesse del calore dolce sulla pelle.
Menelao compì il giro attorno all’altare e si fermò di fianco a Milo, di fronte alla sua dea.
Lei aprì gli occhi verdi e il suo sacerdote la guardò con solenne devozione.
“Ho già scontato, Hera, la collera feroce che colpisce
chi non calpesta i tuoi cortili
chi diserta i tuoi altari.”

Poi, li abbassò sul bambino disteso.

Le onde calme producevano un mormorio dolce, portando con loro i ciottoli levigati. Gli lambivano le ginocchia. Tiresia allungò le mani affusolate nell’acqua, bianche come la luna, e attorno ad esse il mare si increspò.
Se Giasone del Vello d’Oro avesse passeggiato quella notte sulla scogliera, com’era solito fare, talvolta, e avesse incontrato il compagno d’arme, avrebbe con ogni probabilità invertito il proprio cammino: era una figura inquietante, Tiresia, e inquietante era il sorriso che gli tirava adesso le belle labbra, mentre fissava senza vederlo il mare tra le sue mani, come fosse un piccolo specchio circolare.
Seduto sui propri talloni e ammantato nel chitone bianco, così alto da rimanere sempre a spalle un po’ chine, era splendente quanto la luna stessa. I capelli biondi, chiarissimi, tagliati corti, lasciavano scoperto il suo viso delicato e talmente perfetto da risultare impersonale. Sembrava uno spirito in quella notte serena.
Aveva sentito il Cosmo dell’amata Hera sciogliersi quando il rito al Tempio aveva avuto inizio e, da lontano, aveva vegliato insieme a lei.
Con quello specchio d’acqua tra le mani, Tiresia spalancò gli occhi della propria mente su Atene. Madre Hera attendeva le mosse del Santuario della piccola figlia di Zeus ed era certa che nuove sarebbero giunte.
Così Tiresia si abbassò, il vento caldo della sera gli accarezzò le braccia scoperte e i seni virginali nella scollatura del chitone. Rabbrividì e guardò.

Shion, Pontefice di Athena, scese i gradini misurando i movimenti. La guardia inginocchiata poco avanti a lui non poteva immaginare quanto si sentisse stanco e quanto fosse davvero vecchio, quell’uomo ancora così imponente nei paramenti sacerdotali, il volto nascosto dalla maschera intagliata. Con quei capelli fluenti, lunghi e sottili, era l’immagine stessa della serenità e della stabilità.
“In piedi, soldato”.
La guadia si alzò, ma non osò levare lo sguardo. La notte era calda e serena. Shion aveva ascoltato i consigli di un amico lontano, sulle montagne della Cina, attraverso il vibrare del Cosmo, ma l’inquietudine non l’aveva lasciato del tutto.
“Ebbene?”
La guardia si riscosse. “Sono stati trovati, sommo Pontefice. Quando il drappello li ha incontrati stavano già tornando agli alloggi da soli”.
“Chi?” domandò Shion. Nonostante conoscesse già la risposta, domandò comunque. “Anche Pisces e Scorpio?”
“No, mio signore” la guardia chinò il capo “No. Cancer e Capricorn, che avevano lasciato gli alloggi questo pomeriggio. Di Pisces e Scorpio non c’è traccia. I nobili Gold Saints hanno detto di essere andati a cercarli, ma senza alcun successo”.
Shion annuì e congedò il soldato.
Aquarius e Leo avevano sollevato per primi la questione della scomparsa di alcuni Cavalieri d’Oro. Almeno due di essi erano stati ritrovati. Ma Pisces e Scorpio erano ancora lontani dal Tempio.
Si era consigliato con Doko per ore ed entrambi avevano localizzato attività di Cosmo presso Samo. Ma come potevano trovarsi là due fanciulli scomparsi tra un allenamento e l’altro?
Dati i fatti, non restava che andare a controllare.
Si tolse la maschera e bevve un sorso d’acqua, dalla brocca accanto al proprio seggio. Si umettò le labbra e si coprì di nuovo il viso, non senza fretta.
Shion non amava la propria vecchiaia, che non gli consentiva di recarsi di persona sull’isola di Samo, territorio di Hera. Dunque chiamò a sé chi reputava idoneo per la missione, i due giovani tra i quali avrebbe dovuto scegliere il proprio successore.


Tiresia si levò in piedi, silenzioso, la mente piena di immagini dorate: grandi ali protettive e mani in grado di  frantumare le stelle.
Il mare ondeggiò calmo e il vento accarezzò le acerbe forme femminee attraverso la stoffa, quando, come uno spettro, si mosse verso il Tempio e verso la propria dea.

“L’incompiutezza è imperdonabile?
Che sia tu ad invitarmi adesso.”

Menelao si girò l’anello tra le dita, percependone il potere familiare e il calore, poi lo sollevò bene in alto, e la fiamma della candela brillò sinistra sugli intagli.
Hera scoprì i denti in un sorriso, sentendo il proprio Cosmo divino fluire dentro e fuori da lei, catalizzarsi nei centri nevralgici delle proprie spoglie mortali e in quel minuscolo, prezioso oggetto nelle mani del proprio sacerdote.
Il dono di un figlio a sua madre.
E come una madre abbassò a sua volta lo sguardo sull’altare.
Milo aveva rovesciato la testa di lato, sul marmo, sovrastato dal potere di quei Cosmi tremendi e dalla sonnolenza. Attraverso le palpebre socchiuse vedeva il riflesso iridescente della tunica del Sacerdote e lo sentiva salmodiare sommesso.
“Ti porto in dono ora la trama dei fragili giorni
in tua assenza consumati.
L’incompiutezza è imperdonabile
Che sia tu ad invitarmi adesso…”

La cantilena si arrestò, immobile come il vento sul mare d’estate, e Menelao afferrò i polsi fragili del bambino.
“…che le ombre si fan lunghe…”

Tifi guardava immobile e attenta, in piedi appena fuori il cerchio tracciato.
Milo tentò ancora un debole scintillare del proprio Cosmo, dorato ma inesperto, che si perse in quello più ampio che permeava la stanza. Menelao gli girò i polsi verso l’alto, scoprendone uno sotto le edere resistenti, che si  ritrassero al suo tocco leggero. Raccolse in sé tutto il potere e con l’altra mano, ancora levata verso l’alto e ad Hera, calò l’anello imprimendo con incredibile forza il sigillo nella carne del bambino.
“…al fedele mistero che ci unisce
”.
Milo gridò sorpreso e inferocito, strappando il tessuto di potere e sonnolenza che lo avvolgeva e Tifi sussultò involontariamente quando il cosmo del piccolo divampò con ferocia, sull’altare di pietra, vibrando con la potenza di tutta la sua costellazione. Esplose in tutto il suo potere.
Milo spalancò gli occhi, spaventato, perché bruciarlo non era stata sua intenzione. Con orrore si rese conto di non avere il controllo del proprio potere. Si agitò sotto le mani di Menelao, per recuperarlo, ma non servì a nulla. Subito dopo gli parve di soffocare e la propria luce dorata, quella che era un frammento di sole, collassò su se stessa, come divorata dall’energia circostante.
Fu un solo istante, poi Menelao sfilò l’anello dalla sua carne e tutto tornò alla normalità.
Il segno era nettissimo, un arabesco minuscolo sulle vene del suo polso. Milo recuperò il respiro e sbattè le palpebre osservarlo.
Ebbe il tempo di vederlo solo per un momento, un incisione nella sua pelle, come un minuscolo morso.
Poi scomparve, come se non ci fosse mai stato, e  il bambino perse i sensi.





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