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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Heramachia
Prologo 04


Milo e Aphrodite non trascorsero la notte insieme e, se non si poteva dire che fossero liberi, a conti fatti non potevano nemmeno affermare in tutta sicurezza di essere trattati come prigionieri.
Come per precauzione i bambini erano stati sistemati in due stanze adiacenti, nella parte più nascosta del tempio di Samo. Due stanze piccole, ma non oppressive, tutte affrescate con gigli e pavoni. Milo, scacciando la noia, aveva seguito i contorni colorati delle figure con la mano, per tutto il perimetro della stanza, sotto gli occhi attenti della giovane Tifi.
La stanza di Aphrodite era scarsamente illuminata: la piccola finestra quadrata era stata sprangata malamente e la luce filtrava come un alone bianco, indistinto, racchiudendo la cella in penombra.
Il bambino osservava il pulviscolo nell’aria, sul fascio di luce che entrava di taglio. Le labbra tese, di tanto in tanto lanciava qualche sguardo rabbioso alla porta chiusa.
Sapeva che i due energumeni erano lì fuori, di guardia.
Aveva tentato di espandere il proprio Cosmo per raggiungere il Santuario, ma era stato compresso in fretta da quei due bastardi di Hera che lo tenevano sotto controllo. Non era riuscito nemmeno a raggiungere quello di Milo, prigioniero da qualche parte non troppo lontano.
Aphrodite sussultò, suo malgrado, quando sentì rimbombare la porta della propria cella.
Poi strinse malevolo gli occhi azzurri, perché quel rumore l’aveva colto impreparato.
“Ma con tutte le cose che ci sono da fare dobbiamo fare da balie?” ringhiò da fuori Argo della Vela, Argonauta di Hera, che aveva appena dato al portone una gomitata niente male “E’ intollerabile!”
“Intollerabile, già!” gli rispose il compagno, più ovattato.
Il piccolo Aphrodite serrò le labbra e respinse le lacrime di frustrazione.
Per la terza volta in un minuto portò lo sguardo sulla finestra. Se fosse riuscito a rompere quelle assi, avrebbe potuto scappare: per fortuna era un bambino esile.
Si alzò dal pavimento e valutò la situazione.
Il punto non era rompere le assi: un giochetto, per un Gold Saint, perfino per un bambino come lui. Il punto era non far sì che gli imbecilli di Hera se ne accorgessero.
Rifletté un attimo, lo sguardo sulla porta, mentre si masticava nervosamente l’interno della guancia in quel gesto che ripeteva sempre, quand’era concentrato e che non lo avrebbe abbandonato nell’età adulta. Alla fine decise che valeva la pena tentare.
Si alzò sulle punte fino a toccare con i palmi le assi e bruciò il cosmo, il più scrupolosamente possibile.
Aveva appena fatto scintillare il nucleo più caldo e distruttivo, che la porta della cella si aprì.
“Che accidenti credi di fare, ragazzino?” Argo si era buttato dentro come una furia, i capelli scuri sugli occhi e la barba appena sfatta: quel turno di guardia lo stava provando davvero. “Vieni via da quella finestra o ti rompo l’osso del collo!”
Aphrodite scese, serrando la mascella.
“Che stavi facendo, moccioso?” Giasone era entrato dietro il compagno a dargli man forte. Il Gold Saint di Pisces fece molta fatica per non ringhiare ed ebbe per entrambi un’occhiata di puro disprezzo. Appoggiò le spalle al muro tenendo il mento alto: che venissero avanti.
Fu Argo a ringhiare: “Anche se tu riuscissi a defilarti da quella finestra e scorrazzare per la campagna non servirebbe a niente. Avanti. Rendi questo strazio più leggero. E’ difficile per te quanto per noi.” Balie ad un moccioso! Balie, Madre Hera! “Avanti, muoviti.”
Cercò di prenderlo per il braccio e portarlo al centro della stanza, ma Aphrodite schiaffeggiò quella mano grande.
“Allontanati da me.”
Giasone seguì la scena preoccupato, spostando lo sguardo dall’uno all’altro. Ci mancava solo che il ragazzino facesse saltare i nervi di Argo.
“Come osi usare quel tono?” Incombette infatti l’altro e Aphrodite ringraziò il muro alle spalle che non gli permise di indietreggiare.
“Che tono dovrei usare per parlare con un verme?” gli sputò addosso. Pisces ci avrebbe messo qualche anno per imparare la diplomazia.
“Ahia,” pensò Giasone. E non l’aveva nemmeno pensato tutto che Argo afferrò il ragazzino per il collo e Aphrodite si trovò ad un buon metro da terra, senza ossigeno nei polmoni e con il muro di pietra premuto contro la nuca. Anche Argo aveva qualche problema con le finezze diplomatiche.
“Di’ addio al mondo, marmocchio”.

Il duello in cui era impegnato Milo, invece, era più calmo, ma aveva risvolti più raffinati e insidiosi. Il suo avversario era una ragazza. Una bella ragazza.
“Lo so che è una situazione un po’ strana,” aveva detto la bella ragazza, “ma vi libereremo presto.”
Milo era sensibile alle belle ragazze, ma non si lasciò fregare e la guardò sospettoso: “Perché non subito?”
Lei si era seduta con la schiena contro la porta, le ginocchia al petto nascoste dal bell’abito bianco e i riccioli scuri sulle spalle. Aveva sorriso ed era stata gentile. Ma si era anche messa tra lui e l’uscita lasciando intendere con il proprio potere spirituale che no, non si sarebbe spostata se lui gliel’avesse chiesto.
“Perché Hera ha ordinato così.” Rispose infatti, garbata, ma lapidaria. “Un ordine della dea è un ordine della dea. E’ ciò che ella reputava più giusto per questa situazione. Siete soliti discutere gli ordini della vostra dea, voi Saint di Athena?”
“No, mai”. Rispose Milo, dopo averci pensato su per un po’. Il fatto era che non si faceva altro che parlarne, di Athena, che presto sarebbe nata e sarebbe stata tra loro al Santuario, ma di fatto lui non l’aveva proprio mai vista la Pallade dea. “Ma il Sommo Shion ci dice sempre il perché si fanno le cose. Anche Aioros, ce lo dice. E Saga dice sempre che bisogna usare la propria testa e non quella degli altri”.
La buttò lì, a vedere come le prendevano, quelli di Hera, le cose che insegnavano ai Saint di Athena.

“ARGO!” Giasone latrò qualcos’altro di poco comprensibile, poi riuscì a frapporre le proprie mani a quelle del compagno. “Argo non credo che Hera sarebbe contenta se tu ammazzassi quel marmocchio!”
“Ah no?!” Argo non sembrava esattamente propenso a mollare la presa.
ARGO!”
“Bah!” l’Argonauta alla fine lasciò la presa, rigido e schiumante di rabbia. Serrò le labbra in un ringhio e Aphrodite franò per terra, lungo il muro. Respirò febbrilmente e si portò una mano al collo fissando Argo con furia omicida.
Lo ammazzo. Se mi ha lasciato il segno lo ammazzo. Anzi, lo ammazzo lo stesso.
“Tienilo a bada, Giasone. Tienilo a bada perché io la piallo, questa pulce.”
“Hai sentito, moscerino?” Giasone si piegò su di lui, rabbioso e frustrato, sentendo il compagno muoversi alle spalle come una tigre in gabbia. “Stai zitto! FERMO E ZITTO!”
Aphrodite rimase fermo. Ma tra i denti sibilò qualcosa che somigliava molto a “due vermi”.

“Non intendo costituire una minaccia reale per i Saint di Athena, mio Menelao. …pensala come una polizza d’assicurazione. I fanciulli saranno al Santuario di Atene domani sera al più tardi, sani e salvi.” La dea accavallò le gambe sotto la seta verde e prese un sorso di tè. “Se al momento della mia richiesta la dolce figlia di Zeus…” pronunciò quel nome come se avesse un limone tra i denti “appoggerà i miei piani allora la faccenda si risolverà in una bolla di sapone. Altrimenti…”
Menelao la osservò serio mentre la dea appoggiava la tazza e sfiorava con le dita i gioielli d’argento e smeraldi sul damasco. Sapeva a cosa servivano. Il primo dei tre, il medaglione, l’aveva usato lui stesso per risvegliare la sua dea e il potere antico dell’isola di Samo. In esso, il gioiello che si portava sul cuore, la dea si era calata millenni prima e aveva riposato.
Il diadema era il contatto con la mente e il mondo degli dei: Hera l’avrebbe potuto utilizzare per fare ritorno quando l’avrebbe desiderato.
E l’anello che inibiva, lo stesso che avrebbe dovuto usare sui bambini durante il rito. 
I gioielli di cui Efesto aveva fatto dono alla madre e in cui aveva racchiuso il potere divino.
“Siete sicura dell’esito dell’incanto, Madre Hera?”
Gli olii bruciavano ancora, ma questa volta il fumo non proveniva dagli incensieri posti a perimetro del nahos, bensì dall’altare già pronto, come una culla di marmo in fondo al tempio.
Non ebbe timore nel porgere il suo dubbio: Hera era una dea amorevole e accoglieva le incertezze dei suoi devoti.
“L’anello e il rito che effettuerai attraverso il mio potere, prode Menelao, imporranno un sigillo sul Cosmo dei giovani guerrieri. Esso lo frenerà in battaglia e lo addormenterà del tutto poi.”
“Ma Madre… in questo modo li condannate, se si troveranno a combattere in altre Guerre Sacre, non potranno disporre del loro…”
“Oh, Menelao!” la dea dischiuse le belle labbra in un’espressione di disappunto e sbatté le palpebre finemente truccate “Non crederai che io sia capace di questo! Il sigillo verrà posto adesso, ma sarò io e io soltanto a decidere se e quando attivarlo. Inoltre, se la piccola Athena sarà ragionevole, basterà un rito del mio Sacerdote con lo stesso gioiello” e gli sorrise, dolce “a togliere ogni segno che oggi incideremo”.
L’uomo si rasserenò. Era stato uno sciocco a dubitare di lei.
“Bene, Madre Hera. Sono pronto ad esservi strumento” Chinò il capo davanti a lei, piegandosi sul ginocchio nei paramenti sacerdotali.
“Lo vedo e te ne sono grata, mio Menelao. Presto la luna si alzerà e sarà tempo: fai portare subito il più giovane dei due.”

“Ma noi non abbiamo fatto niente” spiegò di nuovo Milo con pazienza. Se ci fosse stato qualcun altro lì, uno di quei bestioni che l’avevano trascinato in quel postaccio, per esempio, non avrebbe perso tanto tempo a parlare. Avrebbe fatto del suo meglio con lo scarlet needle, finché non l’avesse visto implorare. E allora sì che l’avrebbe costretto a scegliere tra la pazzia o la morte.
Altro che parlare.
Però non c’era uno di quegli energumeni. C’era quella ragazza, che era proprio carina, con quegli enormi occhi castani.
Quindi Milo si stava sforzando di usare le parole e non il veleno per convincerla dell’innocenza sua e di Aphrodite.
“Non abbiamo fatto niente. …siamo stati attaccati da una pianta gigante, sai?” le fece vedere al meglio delle sue possibilità, allargando le braccia, quanto quel vegetale fosse grande “E l’abbiamo uccisa! Era enorme e viola!” Pronunciò l’ultima frase con un connubio incredibile di entusiasmo e disgusto.
La giovane produsse un sorriso tirato al pensiero della sua pianta gigante di edera, messa sulla strada dei bambini di Athena per volere divino.
“…una pianta gigante… ma davvero…” fece del suo meglio per allargare un po’ il sorriso. Tanto valeva, si disse, indagare sulle abilità del nemico “E dimmi, come avete fatto?”
Milo la fissò.
Penava che fosse stupido? Lo sapeva perfino un soldato semplice che non si rivelavano a nessuno i segreti della battaglia.
Lei gli sorrise, incoraggiante.
Lui fece altrettanto, deciso a cambiare discorso: “Lo sai che sei bellissima?”
“E tu lo sai che sei furbo?” rise lei, di cuore.
“Quando sarò grande ti inviterò fuori”, assicurò. C’erano già tante ragazze che cercavano di uscire con Aioros e Saga.
“Vedrò di tenermi libera, allora”.
Il bambino le fece il più accattivante dei sorrisi. “Come ti chiami? Io Milo. Milo di Scorpio” aggiunse, come se si trattasse di un cognome.
“Io sono Tifi della Rosa dei Venti”.
Milo ridacchio. “Tifi della Bussola”.
“Molto divertente, Milo di Scorpio, molto divertente”.
“Sei un Cavaliere di Hera?”
Quando la giovane rispose affermativamente, Milo abbandonò definitivamente l’idea di aggirarla per aprire la porta alle sue spalle.

Argo sbatté la porta, quando i servitori passarono a distribuire il rancio e tornò da Giasone con tre razioni. Gli porse la sua e sbatté quella per Aphrodite davanti al moccioso, lanciandogli uno sguardo di traverso.
“Mangia ”, brontolò.
Giasone annusò nell’aria l’aroma delizioso delle dolmadakias. Il sapore speziato del riso e delle foglie di vite si sposava bene con i suvlaki di carne. Gli venne l’acquolina in bocca.
Per contro, Aphrodite allontanò il piatto col piede, disgustato.
“Beh?” lo guardò Argo, contrito.
“Volete anche avvelenarci, adesso?” sibilò il ragazzino.
Argo respirò profondamente e si impose di contare fino a dieci per non perdere la calma. Una volta arrivato a dieci preferì arrivare a venti.
“Ti assicuro, pulce, che se volessimo uccidervi non passeremo per il veleno”. Fece scrocchiare le nocche, a dimostrazione.
“Meglio così, Argo. Ce ne è di più per noi”.
“Già.” La manciata di minuti seguente vide Aphrodite puntare ostinatamente lo sguardo al muro e Argo masticargli con soddisfazione davanti.
“…allora ne vuoi?” berciò quest’ultimo, con la bocca piena.
“No”
“Ma mangi?” Giasone si interessò “Così gracilino non durerai molto come guerriero, sai?”
“Eh, lo butterà giù un soffio di vento…”
“Fatevi gli affari vostri!” trillò Aphrodite “Non avete nemmeno idea del livello di un Saint di Athena!”
“Eh.” Sospirò Argo “Una scuola materna”. Sospirò e gli avvicinò un paio di dolmadakias particolarmente invitanti.
“Mphf!” Aphrodite le accettò, riluttante, ricambiando con uno sguardo algido.

“Ma Hera è cattiva?”
Tifi spalancò gli occhioni scuri, scandalizzata: “Oh, no! E’ la madre di tutti gli dèi, bambino, come puoi pensare una cosa del genere?”
Milo la guardò dubbioso. Era un bambino resistente e sopportava tutto, anche gli allenamenti nelle peggiori condizioni. Mica come Aioria del Leone che era scoppiato a piangere quella volta che era caduto sulle rocce. Ma se lo si teneva chiuso in una stanza per più di due ore, cominciava a soffrire. Se era tanto buona, perché Hera gli faceva una cosa simile?
Aprì la bocca per condividere le sue riflessioni quando bussarono alla porta dietro le spalle di Tifi.
“Fatti indietro, portano la cena”, spiegò alzandosi. Rassettò il vestito e aprì la porta.
l soldato sulla porta  non recava il pasto. Aveva alle spalle altre due guardie e dietro di loro aspettava Menelao.
“E’ il momento, Tifi, mia cara”, annuì il Sacerdote. “Fai uscire il bambino”.
“Così presto?”
“E’ anche troppo tardi.”
Tifi spinse Milo in avanti con un certo rammarico e Menelao lo afferrò per le spalle.





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