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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Heramachia
Prologo03


La prima cosa che vide Aphrodite, schiacciato a terra dalla mano grande e forte di Argo, che non ammetteva repliche, furono gli ampi, larghi gradoni di marmo bianco. Candidi, come puri e senza colpa. E del fumo dell’incenso che si innalzava pesante e denso.
Giasone scaraventò Milo a terra di fianco a lui, senza troppe cerimonie, e rimase a grattarsi il collo, lo sguardo basso che saettava di lato a cercare l’assenso di Argo.
Al termine della scala di marmo, che dava su una piattaforma semplice, decorata con bassorilievi raffinati, si stagliava il seggio regale. Grande, troppo grande per una donna sola.
Eppure colei che sedeva sul trono appariva imponente e fiera, nel suo abito di stoffe cangianti, nei gioielli ricchi. Come se tutta quella magnificenza d’architettura e di sfoggio di potere potesse essere ammansita con uno sguardo soltanto.
Milo gemette e imprecò qualcosa d’infantile ma di ugualmente offensivo, fortunatamente a voce troppo bassa perché Giasone potesse sentirlo. Poi seguì la scalinata fin su, sollevando gli occhi in quelli della dea.
Che era una dea si capiva subito dalla quantità di cosmo potente che emanava, in onde profuse senza sforzo. Milo osservò il viso largo e solare, come di madre, gli zigomi alti, gli occhi allungati, verdi, squisitamente dipinti con terre colorate.
La sua espressione severa era mitigata dalla piega delle labbra belle e morbide, i lineamenti addolciti dalla cascata delle onde nere dei capelli sulle spalle, accuratamente acconciate.
“Madre Hera”
Argo e Giasone appoggiarono entrambi il ginocchio a terra per un istante, la mano destra sul cuore, poi si rialzarono. La fanciulla seduta ai piedi del trono non si mosse se non quando il piccolo Aphrodite sollevò lo sguardo  verso la Madre, con espressione di sfida. Allora assottigliò appena gli occhi e nulla più.
Da parte sua, Hera ebbe un cenno del capo di ringraziamento per i suoi guerrieri, che avevano portato la missione a termine, poi si concentrò sulle due prede.
Li studiò a lungo, Pisces e Scorpio, giovani Cavalieri di Athena, prima uno poi l’altro, in perfetto silenzio come se potesse toccarli anche solo con il potere dei suoi occhi.

“Ma dov’è finito? Guarda che non ci si può proprio fidare!” Aioria calciò con stizza un dente di leone, sul prato, e le spore bianche salirono verso il cielo di Atene con leggerezza, trasportati dal vento. Camus ne seguì la traiettoria, seduto nell’erba, le ginocchia strette al petto.
Sembrava neve, a guardarla. Però andava in alto. E non era fredda.
“E’ in ritardo!” sbottò il piccolo Leo e si lasciò ricadere sull’erba vicino a Camus, esasperato.
“Aspettiamo” Camus distolse lo sguardo dalle spore del fiore, ormai scomparsi alla vista.
“Ma sono ore che aspettiamo!”
“Esagerato”.
“Perché, non è vero?”
Camus girò il viso verso l’amico, senza dire niente, la bocca chiusa in una linea che esprimeva preoccupazione a chi sapeva leggere bene la sua espressività sempre controllata.
Pur avendo solo sette anni Camus pensava sempre prima di parlare e soppesava ogni parola prima di dirla. Era posato e calmo, spesso taciturno e non troppo amante della compagnia. Anteponeva il dovere al piacere ed era strano che i suoi due migliori amici fossero proprio Milo e Aioria che invece erano agitati e scalmanati, spesso chiassosi e così pieni di energia da camminare sui muri, quasi. Più di una volta avevano rischiato di rompersi l’osso del collo sfidandosi a camminare sulle  rovine dei templi più antichi, in alto, sui timpani. Un piede davanti all’altro, attenti a non cadere, le braccia aperte come fossero due piccoli aeroplani. Camus li guardava da sotto e scuoteva la testa.
Non temeva per loro: due Gold Saints non si lasciano sconfiggere dalla gravità né dal pericolo. Però disapprovava il fatto che dovessero perdersi in divertimenti così futili.
Questo per i primi dieci minuti.
Poi, esasperato dalle risate e dalle sciocchezze, saliva a sua volta per mostrare loro come riusciva a passare da una colonna corinzia all’altra, solo con un balzo.
In effetti era strano che proprio Milo e Aioria fossero i suoi migliori amici. Così com’era strano che quel giorno si fosse lasciato convincere da entrambi a tentare una fuga dal campo di addestramento.
Se fossero riusciti ad evitare lo sguardo dei soldati alle porte del Santuario e ad infilarsi oltre la grande siepe di biancospino avrebbero potuto correre giù ad Atene e ritornare prima di sera senza essere scoperti. Camus non aveva idea di come si era fatto convincere – il più delle volte non lo sapeva mai – ma  era esattamente il piano che avevano intenzione di attuare nel pomeriggio. Ma andava messo in pratica subito dopo pranzo, mentre il Santuario era occupato in altre cose e non avrebbe badato a loro.
Però Milo non si faceva vedere.
Era per questo che Aioria era tanto arrabbiato e prendeva a calci i denti di leoni sul prato, con le loro spore che si liberavano nel vento come neve leggera.
Leo strappò un ciuffo d’erba.
“Me la pagherai, Scorpio!”
“Aspettiamo ancora un po’” lo placò Camus, con un sospiro superiore e laconico “Poi andiamo a cercarlo”.

“Bambini, Cavalieri di Athena”. Esordì la dea assisa e la sua voce era dolce come il miele, ma risoluta e forte. La voce di una madre.
Milo saettò uno sguardo in direzione di Aphrodite.
“Siete stati fortunati ad imbattervi nei miei guerrieri. Molto fortunati.”
“Che intendete dire?” Aphrodite suonò tagliente, invece, e si guadagnò uno scappellotto.
“Argo!” Hera lo redarguì. Poi sorrise ai bambini. “Avreste potuto restare uccisi”.
“Le intenzioni sembravano quelle”. Borbottò Pisces.
Il sorriso di Hera si allargò, accondiscendente. Ma una delle sue mani curate salì a massaggiare delicatamente la tempia, come se stesse cominciando ad accusare un leggero mal di testa. Milo la guardò interessato, sgranando gli occhi: Athena era nata da un’emicrania di Zeus, dopotutto. Forse avrebbero assistito ad uno spettacolo notevole, di lì a poco.
Invece, con somma delusione del giovane Scorpio, la dea si abbandonò contro lo schienale del trono ed esalò soltanto un: “Tifi, mia cara...”
La ragazza seduta sui gradini volse il viso verso di lei e annuì. Si alzò, silenziosa e flessuosa e a lei si affiancò, sulla piattaforma.
“Argo della Vela e Giasone del Vello d’Oro sono stati mandati in ronda nei territori di Hera” iniziò a spiegare la fanciulla “Come avviene regolarmente. E sono stati sorpresi nel trovare due giovani Cavalieri devoti ad un’altra divinità.”
“Ma…” tentò Milo. Non erano affatto su territorio estraneo, per come se la ricordava lui.
“Per vostra fortuna,” la fanciulla lo zittì con un gesto dolce, ma proseguì imperterrita “la vergine Athena è in buoni rapporti da sempre con la Madre Hera, ed ella, nella sua lungimiranza, non vi ha giudicati invasori. Siete stati portati al Tempio di Samo, sotto la nostra custodia, fino a che non sarete ricondotti ad Atene. Non temete, dunque”.
“A Samo?” si stupì Aphrodite “Siamo a Samo?”
“All’Heraion, per la precisione” sorrise Tifi.
Aphrodite spalancò gli occhi. Samo era un isola. Decisamente lontana da Atene e dal Santuario.
“Come avremmo fatto io e Milo a raggiungere questo luogo?” il tono acido non sfuggì ad Hera che irrigidì la bella bocca dipinta. Argo non mosse un muscolo, ma scoprì i denti in una smorfia, sentendo il marmocchio rivolgersi così alla sua dea.
Fu Hera stessa a rispondere.
“Sono stati Argo e Giasone a portarvi qui. I territori che stavano pattugliando si trovavano in Attica, poco lontano dal Santuario di Atene. I templi e le regioni consacrate a me nell’antichità sono molti e sono vasti, Giovani Saints.”
Milo si imbronciò. Si ricordava del passaggio strano aperto dall’Energumeno della Vela, che probabilmente li aveva teletrasportati altrove, come sapeva fare anche Mu, ma era sicuro che lui e Aphrodite fossero ancora all’interno della regione conosciuta, quando si erano imbattuti nei due bestioni. O no, forse? Dove portava quel bosco? Era confuso. Il fatto era che le carte dei territori le facevano tenere solo ad Aioros e Saga che erano i più grandi, e lui non aveva idea di dove fossero davvero i confini.
Aphrodite, da parte sua si stava domandando più o meno le stesse cose. Lui le mappe le aveva viste eccome, considerato che DeathMask era solito procurarsele con qualche gioco di mano e pochi scrupoli, e la spiegazione impartita gli sembrava fin troppo stiracchiata.
Di fatto, erano stati aggrediti e legati. Semplice precauzione? E quell’orribile mostro vegetale era solo una cautela per tenere lontani gli intrusi? Qualcuno, poi, non aveva parlato di cavie ed esperimenti? In quel momento prese nota dell’incenso accanto al trono che bruciava instancabile. Annebbiava la mente e seccava la gola. I confini sulle mappe diventavano fiochi e le parole di una dea e dei suoi soldati si confondevano le une con le altre.
Aphrodite si sentì fremere di rabbia, ma la versione della giovane portavoce di Hera, suo malgrado, non gli sembrò adesso troppo irrealistica.
Hera fece un gesto con la mano e Giasone si riscosse dai suoi pensieri.
“Portateli nelle stanze dove possano prendere riposo,” imperò con voce carezzevole la dea “Non vorremo restituirli al Sacerdote di Athena così malconci, vero?”
Nonostante gli sforzi di Aphrodite di leggere minaccia in quell’affermazione, le parole della Dea furono ferme, ma dolci. Materne.
“E slegateli, nel nome di Zeus!” di nuovo una mano alla tempia, in un massaggio leggero e mirato.
La giovane Tifi aveva sceso le scale, fino a Milo. Con un sorriso dolce aveva controllato le sbucciature alle ginocchia e la ferita riportata nel combattimento nel bosco. Gli aveva preso la mano. “Vieni?”
Milo l’aveva guardata dubbioso. Non si fidava per niente, anche se lei era carina, molto carina.
Intanto però Argo teneva fermo Aphrodite, una mano sulla spalla e Giasone lo slegava, attento a mantenersi a distanza: Aphrodite sembrava piuttosto agguerrito.
Anche il giovane Gold Saint dei Pesci alla fine fu condotto oltre il vestibolo, scortato dai due guerrieri, e Milo diede la mano a Tifi, seguendolo. Se tanto dava loro tanto, era meglio stare insieme.
Hera li guardò scomparire tra le colonne dipinte, il volto imperturbabile.
Allungò un piede, in un gesto aggraziato e spense l’incenso nel piccolo braciere, sotto il sandalo.

“’staminchia. Non è da lui.”
Shura annuì serio, all’affermazione dell’amico. Non disse niente perché era su per giù la terza volta che lo ripeteva. ‘staminchia, non è da lui.
Non lo era infatti.
Lo scomparire così, senza lasciare traccia non era da Aphrodite nemmeno un po’ tanto che il giovane Capricorn era preoccupato.
Il cielo ormai imbruniva. La mattina e il pomeriggio erano trascorsi senza che Aphrodite li raggiungesse, né sul campo, né agli alloggi.
Osservò il suolo roccioso e i marmi curati, dalla finestra della Quarta Casa, e la sera che calava.
“Io vado a cercarlo”, disse.
DeathMask si girò verso di lui di scatto, un’espressione particolarmente adulta sul volto infantile.
“Tu non muovi un muscolo senza di me, ciuro.” Gli si fece sotto e parve più imponente nonostante i due bambini fossero alti uguali. “Se andiamo facciamo in silenzio. Non voglio scocciatori intorno”.
Un paio di minuti dopo, nel buio, risalivano insieme il pendio erboso, cercando tracce di Aphrodite.


9/15/2010 18:35:13

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