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Radio Sanctuary - Gold Insanity
LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Heramachia
Prologo02


“Voi non andate da nessuna parte”.
“Ma guarda chi abbiamo qui.” Argo fece seguire una gomitata al socio, mentre Aphrodite scattava in piedi e Milo osservava con distacco i due nuovi venuti: uomini alti e muscolosi, come i Saint di grado inferiore che giravano al Grande Tempio. Avevano armature cesellate e ritorte, che li rendevano più minacciosi. Ad occhio e croce, non sembravano particolarmente sensibili ai diritti dell’infanzia.
Giasone incassò la gomitata di Argo e si fece di lato, a circondare i due Gold Saints.
“Bambini, bambini… la vostra dea non vi ha mai detto che non si gira nel bosco da soli?”
Milo si alzò lentamente, tenendo d’occhio quello che gli si avvicinava, e Aphrodite fronteggiò l’altro, ostentando sicurezza. Gettò all’indietro i capelli, con affascinante noncuranza: “Diteci chi siete e che cosa volete, senza troppe storie. Avanti”.
Argo sprofondò in un inchino grottesco, davanti a lui, falsamente carezzevole: “Argo della Vela, Argonauta di Hera.” Salutò, avanzando verso Aphrodite, rapido “E voi due siete nei guai”.
Giasone invece avanzò e basta, senza dire niente, e subito dovette schivare con la faccia il sasso piatto e consistente che Milo gli aveva tirato addosso come un frisbee, del tutto inaspettatamente.
”Maldett…”
“Acciuffalo in fretta” intervenne Argo, piegandosi sulle ginocchia per cogliere l’attimo in cui balzare addosso ad Aphrodite, concentrato: non aveva intenzione di sottovalutare dei Gold Saints di Atena, nemmeno se erano degli scriccioli come quelli che aveva davanti. “Dobbiamo portarli subito da Hera”.
“Lo so,” ringhiò l’altro in risposta. Per poco il sasso non lo prendeva sui denti. “Lo so”.
“Che cosa vuole Hera da noi?” Aphrodite cercava di prendere tempo, indietreggiando di un passo per ogni falcata di Argo. Non aveva idea di quanto fossero forti, ma erano adulti e non promettevano nulla di buono.
“Non siamo qui per dare spiegazioni ad un moccioso. Avanti, vieni qui”. Lo afferrò per i capelli, Argo della Vela, strattonandolo, nell’istante esatto in cui Milo, poco lontano, dava fondo al Cosmo minacciosamente. Aphrodite non fu da meno e fece esplodere il proprio, con un urlo rabbioso:
Mai. Toccargli. I. Capelli. Che diamine.
L’urto fece fare ad Argo un balzo indietro. Rimase a guardare Aphrodite sbalordito, un momento, poi scoppiò a ridere. Lo riafferrò per le spalle, dandogli una scrollata sonora: “Cosa credi di fare, ragazzino?”
Per tutta risposta il ragazzino gli affondò le unghie nei polsi.
“Merda!” sibilò Argo e fu costretto ad allentare la presa, più per lo sbalordimento che per il dolore: fu abbastanza per permettere ad Aphrodite di saltare all’indietro, fuori dalla sua portata, affibbiandogli una ginocchiata al mento.
Argo sentì i propri denti sbattere tra loro e stridere. La propria mano salire e detergere il sangue colato sul mento. Lo aveva sottovalutato, il ragazzino dall’aria delicata che si trovava davanti. Lui che aveva affrontato prove tremende e combattuto e vinto uomini di stazza ben superiore alla sua, le stava prendendo da un moccioso. Doveva smettere di fare il sentimentale e trattarlo da nemico, avesse nove o novant’anni non doveva avere nessuna importanza.
”Lasciami! Lasciami!” ordinava intanto Milo, oltraggiato: al Santuario nessuno aveva mai ignorato un suo ordine perentorio: gli ordini dei Cavalieri d’Oro sono ordini da Cavalieri d’Oro. Giasone ne sembrava all’oscuro, perché lo aveva afferrato per i polsi tenendoselo davanti, sollevato da terra di un buon mezzo metro. La sua aria annoiata si dissolse come neve al sole quando il moccioso di Scorpio, scalciando, arrivò con una tallonata bene assestata proprio tra le sue gambe, al di sotto del cinturone.
Milo venne sbattuto a terra.
“Adesso ti ammazzo”. Giasone aveva perso la pazienza.
Argo doveva stare pensando per lo più le stesse cose, evidentemente. Giasone sdraiò Milo a pancia in giù, incurante del suo dimenarsi e gli piegò le braccia dietro la schiena. Quando si girò a guardare nella direzione degli altri due, il piccolo Pisces stava piantando i denti nella mano del compagno.
“Lurido moccioso!” Argo lasciò partire un manrovescio che mandò Aphrodite lungo disteso. Si fermò, spiazzato: non aveva mai colpito un bambino. E’ che la situazione stava prendendo più tempo del previsto, aveva pensato che sarebbe stato più facile.
E poi gli ordini erano ordini. Sì, ma non aveva mai colpito un bambino, prima.
Balzò su di lui, prima che Aphrodite avesse il tempo di rialzarsi e lo immobilizzò.
“Giasone, datti una mossa”. Berciò, di pessimo umore.
“Ho fatto, ho fatto”.
Giasone del Vello d’Oro aveva fatto: Milo era impacchettato mani e piedi e trattenuto per le spalle, in piedi davanti a lui. Per quanti tentativi facesse per liberarsi dalla corda che lo legava, non riusciva né ad allentarla né a spezzarla.
Era un manufatto artigianale, una corda intrecciata minutamente e straordinariamente resistente, imbevuta di Cosmo divino. Milo non aveva mai visto niente del genere.
“Bene”. Anche Argo aveva legato Aphrodite allo stesso modo e lo trascinò in piedi, girandosi verso il compagno. “Ci siamo”.
Restriccio! RESTRICCIO!” Pur legato, Milo cercava ancora di dare filo da torcere, spargendo onde immobilizzanti dove poteva. Giasone inarcò un sopracciglio, tenendo il piccolo bene davanti a sé, come si tiene lontano un cucciolo bagnato.
“Questi bambini sono pieni di energia, eh?”
“RE-STRI-CCCIOH!”
“Guarda che sei dalla parte opposta”. Giasone da dietro gli tirò uno scappellotto. Milo incassò, ma non si diede per vinto, concentrandosi su Argo, allora.
Restriccio, restriccio!”
Il colpo andò a segno: Aphrodite, che Argo aveva accuratamente messo tra sé e il marmocchietto agitato, subì le onde, immobilizzandosi in uno spasmo di muscoli tesi. Il Restriction gli impedì di parlare, ma le imprecazioni che gli attraversarono la mente avrebbero fatto fischiare DeathMask con ammirazione.
Milo gemette, frustrato, quando Giasone se lo caricò su una spalla e Argo sogghignò, perfettamente padrone delle proprie facoltà motorie.
“…’triccio”. Mormorò un’ultima volta, amareggiato, senza nemmeno darsi la pena di far scintillare in sé il Cosmo.

Hera sollevò lo sguardo dalle proprie mani, eleganti, dalle unghie lunghe e curate. Le mani mortali del corpo che aveva prescelto. Era soddisfatta.
Accavallò le gambe sul suo seggio di pietra, senza ostentare potere.
Una donna, non una fanciulla, dall’aria sicura, le labbra piene e lo sguardo penetrante.
“Tifi”, chiamò. Era vellutata, ma le inflessioni del timbro lasciavano intendere che quella voce era abituata al comando e non avrebbe ammesso repliche.
Tifi, seduta ai piedi del seggio di pietra, sollevò il viso verso di lei, facendo ondeggiare i lunghissimi riccioli scuri: “Mia signora”.
“Dove sono? Avrebbero dovuto essere già qui.”
“Lo saranno a breve, ne sono certa”. La ragazza aveva avvertito molto chiaramente il proprio Cosmo ritornare con violenza quando la sua creatura di edera era stata abbattuta ed era caduta al suolo. A quel punto Argo e Giasone erano di certo intervenuti.
Era passato più tempo del previsto, da quel momento. Tifi intrecciò le mani alle ginocchia, in attesa.
Fu proprio in quel momento che avvertirono entrambe distintamente il Cosmo di Argo che si annunciava, in un lampo, alle porte dell’Heraion di Samo.

Dimensional Sailin’!” aveva esclamato Argo, baritonale e spiccio. Desiderava portare a termine quella missione il prima possibile. Il suo potere aveva sfavillato e il bosco si era di nuovo fatto silenzioso e innaturale, diverso da sé stesso. Aphrodite aveva riconosciuto la sensazione di vuota estraneità già sperimentata e si era morso l’interno della guancia, senza riuscire a muoversi nella stretta delle corde e del braccio possente del guerriero che lo tratteneva.
Negli istanti seguenti un lampo d’energia aveva spezzato l’aria a metà davanti a loro, come se d’improvviso il bosco si fosse strappato in due su un universo di luce.
“Forza”. Argo aveva strattonato Aphrodite, dirigendosi verso la breccia.
Milo si era dimenato sulla spalla di Giasone. Non aveva intenzione di andare da nessuna parte. In primo luogo perché doveva vedersi con Camus e Aioria, quel pomeriggio, in secondo per la ragione – indiscutibile – che Hera appariva come la dea più severa e intransigente del pantheon e Milo aveva la spiacevole sensazione che avrebbe trattato lui e Aphrodite esattamente come aveva approcciato Dioniso, Ercole e altri ragazzini che aveva incontrato sulla sua strada ai tempi del Mito.
Milo era piccolo, ma le leggende di Grecia le conosceva tutte, il suo maestro gliele raccontava la sera, dopo l’addestramento, e adesso se le faceva raccontare da Saga e Aioros, quando riusciva a piantare capricci abbastanza consistenti. Per farla breve, non aveva nessuna intenzione di incontrare Hera prima di avere conosciuto Athena.
“Sì, andiamo”. Giasone lo aveva seguito, una mano grande e forte premuta sulla schiena di Milo, appeso alla sua spalla come un sacco di patate.
Milo si era agitato. “Dove andiamo? Come ti chiami? Perché la tua armatura è brutta?”
“…Argo, vuoi mica fare cambio?”
Ma Argo era già scomparso nella breccia di luce e Giasone dovette tenersi Milo. Che si mise buono, mentre passava a sua volta nel varco: se non altro ne avrebbero avute di cose da raccontare, una volta tornati a casa. Il piccolo Scorpio non venne mai neppure lontanamente sfiorato dal dubbio che avrebbe potuto anche non ritornarci affatto.

La luce si affievolì poco a poco.
Una volta riabituati, gli occhi dei bambini si spalancarono sulle stanze ampie e fresche di un’enorme tempio ionico, dalle colonne eleganti e gli affreschi colorati.
L’attenzione di Milo ne fu subito assorbita, attratta dagli uccelli verdi e blu dalle lunghe code dipinti su tutto il perimetro.
Argo sistemò a terra Aphrodite e fissò lo sguardo in quello di Giasone. Bene. Missione compiuta.
“Chiedo udienza. Tu tienili a bada”. Senza attendere oltre, si girò e scomparve oltre il colonnato.
Giasone sospirò e si tolse dalle spalle Milo, per lasciarlo ricadere vicino ad Aphrodite.
“Non una parola voi due. Non una parola”. Si sgranchì il collo.
Milo si appoggiò schiena contro schiena ad Aphrodite, sollevando il faccino a guardarlo, con aria angelica.
“Bah!” sbottò Giasone, che non si fidava affatto, poi si mise ad osservare gli affreschi, il naso in aria. Però, bel posto aveva tirato su la sua dea, in quattro e quattr’otto.
Aphrodite lanciò uno sguardo a Milo, da sopra la spalla.
Milo lo lanciò a Giasone. Dentro di sé, il bambino sorrise.
C’era un gioco che aveva iniziato a fare da qualche tempo, al Santuario. Lo faceva sotto agli occhi di Camus, per lo più, anche se il piccolo Aquarius tendeva a dargli poca corda, quando si accorgeva di cosa Milo aveva in mente o lo rimproverava piano, cercando di nascondere una risatina disdicevole. Era un gioco che Milo faceva con tanta maestria da non farsi scoprire, mai.
Il fatto è che era terribilmente eccitante e terribilmente divertente slacciare i calzari di Saga e annodarli a quelli di Aioros quando i due Gold Saints più grandi sedevano insieme tra loro, intenti ad accattivarsi le attenzioni dei più piccoli con il racconto delle gesta degli eroi o con insegnamenti che a loro volta erano stati impartiti da poco.
Milo adorava quei momenti. E il fatto di annodare i calzari di Aioros e Saga sottolineava, a suo parere, il grande amore nei loro riguardi.
Quando si girò un po’ di lato per armeggiare faticosamente sui calzari di Giasone con le manine legate, però, Milo non aveva intenzioni propriamente amorose.
Afferrò tra le dita il primo cordone, non osando spiare il guerriero sopra di lui. Poiché nessuno gli sferrò un calcio alla base della schiena, credette di poter continuare.
Sfilò il laccio, con un movimento lento e questa volta sollevò lo sguardo, certo di essere stato scoperto.
Giasone invece continuava a guardare le pareti, interessato. L’arte classica gli era sempre piaciuta molto. Aphrodite trattenne il respiro, seguendo l’operazione. Incitò l’amico più giovane con un cenno impercettibile del mento.
Milo si morse il labbro inferiore e ripeté l’operazione sull’altro calzare. Fu più difficile perché da quella parte il calzare trovava meno gioco, al di sotto dello stinchiere dell’armatura e più di una volta Giasone spostò il piede, distratto dalla sua contemplazione, facendo rompere il fiato nel petto al piccolo Aphrodite. Ma nemmeno una volta guardò giù in direzione dei bambini legati.
Milo non perse la calma e alla fine riuscì ad annodare i due estremi, strettamente.
“Vieni qui!” Sibilò Aphrodite, tornando a far aderire la schiena a quella di Milo.
Giasone questa volta saettò loro uno sguardo severo. Non aveva detto ‘nemmeno una parola’?
Aphrodite tacque e Milo sorrise, incapace di trattenere l’ilarità al pensiero del guerriero di Hera che franava al suolo con un tonfo. Di solito Saga finiva addosso ad Aioros sul prato di fronte all’Arena. Giasone sarebbe finito con la faccia sul marmo. Oh, beh.
Il guerriero tornò ai suoi affreschi: ce ne era uno che ritraeva la missione degli Argonauti, missione caldeggiata proprio dalla sua dea, che lo entusiasmava particolarmente.
Aphrodite si spinse meglio contro Milo e il piccolo Scorpio raggiunse le corde che legavano l’amico allo stesso modo in cui aveva attaccato i calzari del guardiano.
“Cerca di usare l’unghia” bisbigliò Aphrodite, impercettibile.
“Cosa credi che stia facendo?!” di rimando, Milo, che aveva estroflesso l’unghietta scarlatta della cuspide e ci stava graffiando la corda. Cosmo per Cosmo, forse sarebbe riuscito ad intaccarla.
Le corde resistevano. Un Cavaliere di Athena, anche così giovane, avrebbe avuto ragione di corde normali, anche se robuste, semplicemente mettendo forza nello strattonarle. Il manufatto con il quale erano stati legati, invece, non sembrava arrendersi.
Milo soffocò un gemito, mettendo più impeto nel proprio lavoro. Il fatto di essere quasi completamente immobilizzato non lo aiutava. Tentò ancora, piegandosi leggermente di lato, mentre Aphrodite si piegava dall’altro, ad osservare Giasone.
Seccato, Scorpio convogliò nell’unghia il Cosmo necessario, bruciandolo in una vampata. La corda cedette. Non del tutto, ma abbastanza  per permettere ad Aphrodite di allentare la stretta ai polsi, torcendoli da una parte e dall’altra.
“Cosa succede qui?” ringhiò Giasone, incombendo su di loro, messo sul chi vive dal potere espresso da Milo. Minaccioso, fece bruciare il proprio Cosmo a sua volta, per poi placarlo, osservandoli.
Sembravano sempre inermi e legati. Liquidò la faccenda pensando all’episodio come ad uno sbotto di rabbia mal repressa del più piccolo dei due e, accigliato, tornò a girarsi verso le statue cui ancora non aveva rivolto attenzione. Detestava fare da balia almeno quanto lo detestava Aphrodite.
Il Gold Saint dei Pesci, da parte sua, finì di liberarsi con uno strattone.
“Sta’  fermo, adesso”. Bisbigliò a Milo, allungando le mani verso i nodi che lo stringevano.
“VOI DUE! FATE SILENZIO!”
“Sì,” miagolò Milo. Giasone serrò le labbra, soddisfatto, ignaro del fatto che Milo stesse rispondendo all’amico.
“Argo”. Sollevato dal ritorno del compagno, che in quel momento giungeva dal corridoio, Giasone si rilassò.
“Hera è pronta riceverci. Andiamo”.
Pisces si immobilizzò, senza poter finire il lavoro.
“Ti sei addormentato, Giasone? Avanti, prendine uno”. Argo afferrò Aphrodite, rudemente mentre l’altro tirava su Milo per la collottola. “No, no, ci sono”.
Argo sbottò: “Quando ti sei liberato, insetto?”
“Mh?”
“Giasone, questo marmocchio si è liberato dalle corde!”
“Questo no.” Giasone controllò Milo, rapidamente, che affondò i denti nella mano del rapitore.
“Ma sei un Cavaliere o un animale?” Esasperato lasciò partire una ginocchiata nello stomaco di Milo, forte. “Ma è indemoniato? Argo, siamo sicuri di avere rapito Cavalieri di Athena e non Specters?”
Il piccolo Scorpio gemette, sofferente, e si sarebbe accasciato contro Giasone, non fosse per il fatto che era bastato al guerriero quel movimento della gamba per far scattare il semplice, diabolico trucco dei calzari. In un attimo caracollò per terra, spalmando Milo sotto di sé, sotto lo sguardo atterrito di Argo.
Seguirono istanti di inquietante silenzio.
Poi Giasone si sollevò, lentamente.
“Questa volta, ragazzino, ti ammazzo davvero” sillabò all’orecchio di Milo, roco.
“Non credo sia proficuo eliminare le cavie prima dell’esperimento, Argonauta Giasone.” La voce di Hera li raggiunse, melodiosa e forte, dal nahos. “Portateli a me, adesso”.





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