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Radio Sanctuary - Gold Insanity
LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Heramachia
Prologo01


Aphrodite – giovane cavaliere dei Pesci - s’inoltrò nel prato, spostando l’erba alta e stiracchiando le braccia in un gesto aggraziato nella tunica d’allenamento. Spinse lo sguardo verso i rilievi montuosi, all’area boschiva dell’entroterra. Desiderava un luogo silenzioso dove potersi dedicare indisturbato al proprio addestramento e…
“Phro!”
Oh, no.
“Phro, aspetta!”
Ma perché?
Milo ci mise solo qualche istante per raggiungerlo, saltando nell’erba svettante quasi essa potesse inghiottirlo: “Phro, dove vai?”
“La pianti di fare tutto questo baccano?”
Aphrodite alzò gli occhi al cielo, seccato. Non c’era niente di peggio che un moccioso tra i piedi, in un pomeriggio come quello. E il giovane Scorpio era uno dei mocciosi più rumorosi sulla piazza. Possibile che non avesse trovato niente di meglio da fare che seguirlo? Si girò febbrilmente verso l’arena e gli alloggi. Dove cavolo era Shura?! Perché non veniva a levarglielo di mezzo?
”Dove vai? Perché non ti alleni con noi?”
“Perché siete dei mocciosi del cavolo” spiegò Pisces con relativa pazienza, spingendosi una ciocca dietro le orecchie. Shura. Dove sei finito?
“Se lo sono io lo sei anche tu, un moccioso del cavolo!” il piccolo Milo, sette anni compiuti il Novembre trascorso, alzò il mento e gonfiò il petto. Che Aphrodite fosse più grande di lui di un paio d’anni non lo metteva in soggezione nemmeno un po’. Figurarsi.
“Allenati con me, Phro”.
“Scordatelo”. Aphrodite scrollò le spalle e si spinse in vanti, verso il bosco. Di Shura nessuna traccia. Beh, meglio così: un allenamento solitario era il meglio che si potesse desiderare, nell’afa di quella giornata.
Milo rimase a guardarlo, mentre si allontanava, mettendo il broncio. Giù all’arena si stavano allenando i soldati, a quell’ora, e al bambino non andava di assistere. In quanto a Camus e ad Aioria, aveva in programma di incontrarli solo quel pomeriggio.
Sospirò. Il resto della mattinata si prospettava tragicamente noioso.

Si morse l’interno della guancia, chiaro segno di una preoccupazione crescente che cercava di arginare. Il bosco era sereno e ombroso, perfetto in un mattino caldo come quello, e Aphrodite si era congratulato con se stesso per l’idea.
Ombra e silenzio, sotto le foglie che lasciavano passare i raggi del sole quel tanto che bastava: un rifugio verde. Eppure era bastato inoltrarvisi per sentire che qualcosa non andava.
L’atmosfera intorno si era fatta pesante. E la luce grigia, pur non mutando di intensità, come se fosse improvvisamente calata la sera, nonostante la quantità del sole filtrato dalle foglie fosse sempre la stessa.
Un Gold Saint non era avvezzo temere nulla, quindi Aphrodite rimase immobile, gli occhi celesti puntati avanti a sé, il cipiglio guerriero sul bel visetto delicato.
Si mise in ascolto. Fu con orrore che scoprì di non sentire assolutamente niente: i rumori del bosco si erano chetati, come se anche il vento si fosse messo a riposare tra le foglie, immobile.
Nessun fruscio. Nessun canto di uccelli tra le fronde. Il silenzio era così innaturale che rabbrividì. Si accorse di avere fatto un passo indietro quando un ramo spezzato produsse un suono secco. Quello e solo quello nel silenzio totale, un suono secco che parve cadere pesante e poi venne inghiottito dalla terra. Spalancò gli occhi e strinse i pugni. Indietreggiò ancora di un passo, e andò a sbattere.
Sussultò e si girò di scatto, nel divampare del cosmo giovane, inesperto ma forte, in sé – la guardia alta e le belle labbra tirate in una smorfia concentrata.
Poi si rilassò con uno sbuffo.
“Milo!” esalò, esasperato “Ma sei tu!”
Milo sorrise, imbarazzato e si strinse nelle spalle. Già. Era lui.
“Moccioso del cavolo”. Aphro infierì, ma senza troppa intenzione, a bassa voce. Detestava il fatto, semplicemente, che il moccioso in questione l’avesse visto tanto inquietato. Si strofinò le braccia, a cancellare il ricordo di un brivido, e scrollò le spalle. “Si può sapere perch…”
Quando si era nuovamente girato verso Milo, non l’aveva trovato più.
Febbrilmente, con la sensazione sgradevole di qualcosa messo per il verso sbagliato, si girò a cercarlo. Lo vide poco lontano, trotterellare verso un cespuglio di mirto. Sospirò con qualcosa di simile al sollievo.
“Phro, sai che non ero  mai stato qui? Ma tu lo sai fin dove arriva questo bosco?” Milo lasciò perdere il cespuglio e si affidò a quello che, con un po’ di fantasia, poteva essere considerato un sentiero tra gli alberi.
“No, non lo so. Alle montagne, penso. Adesso stai fermo”.
“Aioros e Saga non ci fanno andare mai oltre gli uliveti. Vedrai quando lo dico ad Aioria!”
Perché siete dei mocciosi del cavolo, confermò Aphrodite mentalmente. Lui, DeathMask e Shura andavano sempre dove volevano.
“Adesso vuoi tornare indietro?” gli intimò. Cominciava a seccarsi.
Ma nemmeno Saga di Gemini riusciva a intimare niente a Milo di Scorpio, che ignorò l’amico e proseguì tra gli alberi. Aphrodite sibilò un’imprecazione a bassa voce.
Si fermò a guardarsi intorno un momento, ad analizzare il bosco: sembrava essere tornato tutto normale. La luce giocava con i riflessi tra le foglie, il vento le faceva stormire piano e i suoni avevano ripreso ad essere naturali.
“Almeno va’ piano!” si portò una ciocca leggera dietro le orecchie con stizza e seguì il compagno “Guarda che rimani qui da solo!”
Milo si fermò di colpo, appena dopo un albero dal tronco umido e ricurvo, e per poco Aphrodite non andò a sbattergli contro per la seconda  volta. Lo spinse, allungandogli uno scappellotto, accigliato.
“Ahia”, protestò Scorpio imbronciando le labbra.
“Perché ti sei fermato all’improvviso?”
Aphrodite non ebbe bisogno di finire la frase per comprendere. Di nuovo, attorno a loro, il bosco si era fermato.
“Cosa succede? Perché fa così?” la domanda del piccolo Milo non era rivolta all’amico e Aphrodite non rispose. Si limitò a saettare intorno un’occhiata guardinga. Fece un passo avanti rispetto a Milo e al suo passaggio l’erba frusciò ancora in quel modo malato, come se il suono sordo fosse inghiottito di colpo dalla terra. Scacciò il disagio ed espanse il Cosmo dorato.
Milo, invece, guardò dietro di sé e spalancò gli occhi azzurri.
Se anche lui aveva avuto l’impressione che qualcosa si stesse mettendo per il verso storto, adesso ne aveva la conferma. Il panorama dietro alle loro spalle si era fatto spettrale, come se l’intensità cromatica si fosse di colpo ingrigita. Ma non era solo quello: il fatto era che tutto era cambiato. A partire dalla disposizione degli alberi e della macchia boschiva. Era come se, di punto in bianco, si fossero trovati in un punto diverso.
“Phro…” Milo afferrò la tunica del Gold Saint dei Pesci e la strattonò appena. Era sicuramente una cosa degna di nota, dal suo punto di vista. Da parte sua, Aphrodite sentiva il nervosismo crescere e la sensazione gli piaceva pochissimo.
“Che vuoi?”
Milo stava per aprire la bocca e dirglielo, quando qualcosa davanti a sé attirò irresistibilmente la sua attenzione. “Che cos’è quello?”
Aphrodite seguì con lo sguardo Milo che avanzò, arrampicandosi su sassi e radici, e si chinò a terra, le manine appoggiate sull’orlo di un crepaccio innaturale nella terra di quel bosco di Grecia.
Si sporse appena, con una cautela che Aphrodite giudicò insolita, in Milo, e guardò dentro.
“E’ profondo?” gli domandò l’altro a disagio, senza avvicinarsi.
Milo annuì, lo sguardo perso nell’oscurità del crepaccio. “E’ buio, però. Non vedo il fondo.”.
Si sporse ancora un po’, incosciente, e Pisces sentì un brivido d’allarme.
A parte il contesto inquietante, c’era qualcosa che lo turbava negli angusti spazi bui. Qualcosa che si portava dietro dal suo addestramento in Groenlandia e non aveva mai confessato a nessuno.
Qualcosa cui tornava con la memoria poco volentieri.
Si guardò intorno, teso.
“Vieni via, Milo. Dobbiamo andarcene”.
Dal crepaccio salì l’eco di un suono gracchiante, che si arrampicò sulle pareti terrose. Un ringhio.
“…io mi toglierei da lì” Brusco, Aphrodite. Non ebbe bisogno di ripeterlo.
Di colpo Milo fu al suo fianco, fissando l’apertura del crepaccio. Sollevò lo sguardo sull’amico più grande, come se Aphrodite avesse le risposte ai suoi interrogativi, ma, naturalmente, il giovane Cavaliere dei Pesci non ne aveva.
Il ringhio si ripeté. E poco a poco si fece assordante.
Aphrodite non perse tempo e fece esplodere il cosmo: qualunque cosa fosse si stava avvicinando ed era piuttosto arrabbiata.

L’esplosione del Cosmo di Aphrodite sarebbe potuta passare inosservata ai più, al Santuario, come il semplice, solitario allenamento di un giovane Gold Saint che esplorava il proprio potere.
Qualcuno che non apparteneva al Grande Tempio di Athene, però, qualcuno che stava aspettando nel bosco proprio un segno come quello, non fraintese affatto.
Argo, devoto a Hera, si alzò in piedi in tutta la sua prestanza, lo sguardo predatore fissato in un punto davanti a sé. Teneva d’occhio i due bambini da quando si erano inoltrati nell’area boschiva e non aveva nessuna intenzione di farseli scappare.
“Sono finalmente caduti nella trappola tesa da Tifi” lanciò uno sguardo all’indietro, sopra la spalla “Sono piccoli, ma sono Gold Saints di Athena. In piedi, Giasone. Non abbiamo molto tempo”.
Giasone si tirò su dal masso prescelto come comodo sedile per tutto l’agguato e stiracchiò le membra, svogliato: dei bambini. Adesso Menelao lo mandava a rapire bambini. “Andiamo”, disse.
I due si misero in cammino nell’esatto istante in cui una grossa pianta gonfia e violacea, un enorme ramo d’edera mostruosa, fuoriusciva dal crepaccio schiantando terra e radici con un fragore tremendo e si abbatteva sulle sue piccole prede.

 Milo si rannicchiò su se stesso e bruciò il Cosmo a sua volta, l’espressione determinata sul faccino, pronto a scattare. Il ramo si abbatté tra lui e Aphrodite, violento ed entrambi saltarono fuori dalla portata dell’attacco.
RESTRICCIO!” esclamò Milo, inferocito, rivoltando contro alla pianta tutto il Cosmo a disposizione, riversandolo nelle onde elettromagnetiche di Scorpio.
C’è da dire che quello non era esattamente il nome del colpo che aveva imparato all’isola di Milo, ma Restriction, che era la pronuncia corretta, il bambino sarebbe riuscito ad usarlo solo crescendo, negli anni successivi. Adesso, con la pronuncia greca che si fondeva a quello strano inglese, con i denti da latte che lasciavano posto a quelli più forti, riusciva a pronunciare solo un provato Restriccio. Non che il colpo non fosse ugualmente efficace, ovviamente. Era quello che Milo preferiva, dopotutto.
L’enorme ramo risentì delle onde elettromagnetiche solo per qualche secondo, poi si abbatté nuovamente di lato, cercando di afferrare la pulce che l’aveva affrontato.
“Di nuovo!” gridò Aphrodite, acquattato dietro ad una radice, alzandosi di scatto, “di nuovo, Milo!”
Restricciooh!”
Aphrodite scattò, approfittando di quei nuovi, pochi istanti di immobilità della pianta maligna.
Piranha Rose!” sibilò a denti stretti e all’attacco di Milo fece seguire il proprio, conficcando nella polpa dell’edera una rosa nera dopo l’altra.
L’edera parve fermarsi, perplessa.
Aphrodite sogghignò e afferrò Milo per la collottola, portandolo al proprio fianco. Era andata?
Così parve, almeno finchè il ramo si arrotolò su se stesso e assorbì le rose nelle proprie spire.
Divorandole con gusto.
“Ma cosa diavolo…?!” Aphrodite serrò i denti, sconvolto.
Milo parve affascinato: “Woah! Vediamo cosa fa con questo! Scarle Nidel!” trillò, di nuovo in barba all’inglese.
“Non è un gioco, moccioso del cavolo!” ringhiò Aphrodite, seguendo la traiettoria delle cuspidi lanciate da Milo, in rapida successione.
Il moccioso del cavolo andò a segno, ottenendo solo un ringhio rabbioso da parte della pianta mostruosa: con una velocità innaturale e spaventosa, il ramo frustò l’aria verso di loro, colpendoli entrambi con violenza, sbattendoli a terra.
Milo rotolò nell’erba, più volte, ad attutire il colpo. Aphrodite finì dolorosamente con la schiena contro a un albero tirando un’imprecazione sbalorditiva.
Aphrodite aveva solo nove anni, ma a frequentare DeathMask imprecava già come uno di undici, creando un divertente contrasto con il suo aspetto delicato. Snocciolò la parolaccia con astio, diretto all’orrido vegetale, tirandosi su da terra.
Anche Milo si stava alzando, lì vicino, le ginocchia sbucciate. Maledetta erbaccia! Sentì la sconcezza di Aphrodite e lo guardò con ammirazione. Più grande. Sapeva le parolacce dei più grandi. La distrazione quasi gli costò la vita, quando il ramo, così simile ad un tentacolo, lo afferrò alla vita, stritolandolo. Fu una lezione che Milo non dimenticò più negli anni a venire.
L’edera cresceva sempre di più e del crepaccio da cui era uscita ormai non c’era più traccia. Eppure, allungandosi, scopriva la parte più tenera del ramo, alla propria base, la parte più nuova che cresceva, la più indifesa..
Milo gemette, spingendo le braccia fuori dalla pressione delle spire e singhiozzò quando la presa venne stretta al suo petto.
Puntò l’indice là, dove aveva visto la fibra vegetale più tenera e lasciò partire un’altra cuspide.
Anche Aphrodite stava colpendo lì, nello stesso momento, con una scarica di rose, più di quante ne avesse mai lanciate.
Di nuovo quel suono, quel ringhio, questa volta più straziante.
Il mostro vegetale non aveva gradito tutto quel veleno.
La stretta si allentò e Milo ricadde sul terreno, con un tonfo, e fu rapido a tirarsi in piedi e ad allontanarsi, tossendo.
Lanciò una volta ancora il suo colpo velenoso e poi corse dall’altra parte, rispetto ad Aphrodite, in modo da accerchiare l’avversario.
“Attento!” gli gridò dietro Aphrodite, ma poi la sua attenzione fu catalizzata dall’edera che si stava arrotolando su se stessa, riducendosi.
”Che fa adesso?” sibilò il fanciullo, tenendo d’occhio il più piccolo dall’altra parte, pronto a tutto.
Ci fu calma terribile e fu quella che sempre precede la tempesta: il mostro si riaprì, rombando di un ruggito spaventoso, restituendo in una pioggia crudele le rose nere lanciate da Aphrodite.
Il bambino imprecò di nuovo, facendosi indietro. Un’imprecazione da adolescente che Milo annotò mentalmente e ripeté, sfuggendo alle spine velenose che cadevano dall’alto.
Riuscì ad evitarle tutte, a parte una che lo sfiorò al braccio, graffiandolo.
La reazione fu immediata: Milo scoppiò in lacrime.
Non per il dolore, quanto per lo sdegno, perché dopo il singhiozzo che gli ruppe il respiro reagì dando aria ai polmoni in modo direttamente proporzionale al divampare del suo Cosmo.
ANTARES!”
Il colpo di Scorpio più potente – quello più difficile – sfolgorò da Milo fino alla base dell’edera, ancora inarcata e vulnerabile, sfaldando le fibre vegetali proprio nel mezzo del tronco.
Bloody Rose!” fece seguire immediatamente, Aphrodite, e l’edera guizzò in spasmi pericolosi, contorcendosi. Il suo colore mutò, nel silenzio innaturale del bosco.
Sussultò e cercò un appoggio che non aveva più, dato il busto ferito, e ricadde a terra, tra gli alberi, floscia. Si contorse un’ultima volta, come un grosso serpente in agonia e poi non si mosse più, priva di vita.
Antares! Antaresantaresantares!” Milo continuò a bucherellarla furiosamente, gli occhi ancora arrossati e il petto scosso dai singhiozzi umilianti. E chi se ne frega se Antares è l’ultima, pensò. “Antares…!”
Aphrodite ansimò, il visetto contratto dalla tensione e dalla fatica, le mani sulle ginocchia a sorreggere il busto. Stava bene, a parte un graffio superficiale alla gamba.
“Smettila di prendertela con quell’affare. E’ finita”. Si avvicinò a Milo.
Il piccolo stava osservando il mostro sconfitto con evidente disappunto. Il graffio al braccio era irritante, ma le ginocchia sbucciate al momento bruciavano di più. Tirando su col naso, trotterellò da Aphrodite, il faccino umido illuminato da un bel sorriso. Avevano vinto.
”Da’ qua!” Aphrodite gli afferrò il braccio bruscamente, per esaminare la ferita prodotta dalle sue rose. Milo lo lasciò fare tranquillo, pur passando nervosamente il peso da una gamba all’altra: faceva male.  
“C’è rimasta la spina”. Aphrodite fece una smorfia e si sedette sul prato con lui, concentrato. Serrò le dita con più forza sul braccio, per estrarla. “Sta fermo”.
“Non mi muovo”. Si morse il labbro, però, stoico.
A tentativi, Aphrodite riuscì a toglierla dalla ferita. “Ci sarà rimasto del veleno”. Era una vera fortuna che le spine avessero perso gran parte della loro efficacia, dopo essere state piantate nell’avversario.
“Ah, quello non importa”. Milo ci sapeva fare, con il veleno. “Grazie”.
“Mi sembra il minimo”. Aphrodite fece una smorfia poco convinta, piegando la testa sulla spalla, graziosamente. “Per colpa della tua idiozia potevamo venire feriti pesantemente entrambi!”.
Gli mollò il braccio e osservò torvo Milo, che lo ricambiò con curiosità. Chissà se avrebbe detto un’altra parolaccia da grande?
“Perché devo farti io da babysitter?” sbuffò, esasperato. Si rialzò, spazzolandosi i vestiti, guardandosi intorno. Non riconosceva il posto. Si erano allontanati tanto?
Milo gattonò sul prato verso l’edera, immobile come un grosso rettile.
“E’ morto, secondo te?”
“Non lo so. E non ho intenzione di indagare. Dobbiamo tornare al Santuario a riferire quello che abbiamo visto. Se non vuoi venire, ti lascio qui”.
Fu in quel momento che due grosse ombre, d’improvviso, coprirono da dietro quelle dei due bambini.
“Voi non andate da nessuna parte”, berciò una voce, raggelandoli sul posto.

 





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