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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Kanon di Gemini
Genere: Introspettivo
PersonaggiPrincipali: Gemini Kanon, Gemini Saga
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
Inproposito: Kanone Saga, Castore e Polluce. Mai paragone fu più calzante.
Disclaimer:  I personaggi non miappartengono e sono di Masami Kurumada. E uno di loro sono io.
Cose: Allora.La colpa è non è mia. Davvero. Io non scrivevofanfiction da quando avevo sedici anni. È colpa di un saccodi Gold Saints, che mi hanno detto cose (tra cui Milo di Scorpio, ilmio amico delle nespole, a cui ho rubato questo schemino). E di uno (uno)Specter, Rhadamantis della Viverna, che mi ha aiutato nellaricorrezione rompendo un sacco le palle sullo stile, cambiandosostantivi con altri sostantivi solo per accorgersi piùtardi di essere tornato al sostantivo iniziale e a cui èdedicata questa breve storia.

Ricordi quando da bambini osservavamo Gemini, fratello mio?
Le due stelle osservavamo, le due più luminose.
Ci avevano detto che un giorno ci saremmo contesi un'altra Gemini, stavolta più vicina a noi, ma non per questo meno brillante.
Eravamo esaltati da quel tacito, implicito scontro che in ogni azione si rivelava nel suo essere: una lotta per non soccombere.
Ci amavamo come solo due veri santi sanno fare; ci sostentavamo come solo due identiche anime sanno fare.
Due anime identiche...
«Chi è Polluce?»
Inizialmente rimasi basito da questa tua domanda: già così tante volte ci avevano raccontato tale leggenda che ormai avremmo saputo citare ogni minima fonte di ognuna delle tante versioni del mito.
Non mi diedi cura di risponderti; soltanto più tardi capii cosa intendevi.

Ricordi quando da bambini osservavamo Gemini, fratello mio?
Anche se le dicevano identiche, noi riuscivamo a vedere che una delle due brillava di più.
Non ci era neppure permesso d'osservarlo, questo cloth splendente.
Il giorno della contesa ci separammo all'alba.
Giunsi per primo al luogo d'incontro: il sole a picco sopra la mia testa batteva con un calore che mai prima d'allora credevo di aver sentito.
Attendevo, inquieto. Osservavo l'arena attorno a me ed il Pontefice, giudice della battaglia, che sedeva come se già sapesse quel che sarebbe accaduto - come se non lo riguardasse.
Credo sia stato in quel momento che cominciai ad odiarlo.
Guardavo la polvere posarsi sul suo volto di ferro; il mantello troppo pesante per una giornata tanto calda; la straordinaria impassibilità della sua immobilità.
Desiderai combattere contro di lui invece che contro di te, fratello.
Avvertì il mio impulso, ne sono certo, e ciononostante non ne parve turbato.
Cercai d'ingannare i miei occhi tentando di strappare anche un solo misero movimento a quella suprema maschera d'indifferenza vacuamente celata da una maschera di metallo.
Soffocai il mio istinto e dopo pochi minuti - minuti come eoni - ti vidi stagliato contro l’ingresso dell'arena - aureo fratello – intere galassie nella tua figura, Saga – si frantumavano sotto i raggi d’un sole troppo a lungo sottomesso al firmamento.
E all’improvviso compresi.
Il distacco del Pontefice, l’inutilità della battaglia, il senso e la risposta alla tua domanda.
Vidi il Diòscuro, l’unico, che si rifletteva in te.
In quel singolo istante rivisitai e rividi la mia intera esistenza e seppi che non avrei vinto il mio destino.
Mi ritirai.

Ricordi quando da bambini osservavamo Gemini, fratello mio?
Riconoscevamo le due stelle così come ci riconoscevamo l’un l’altro.
Da quel giorno mi persi in un terribile abisso: mi guardavo allo specchio e mi vedevo deformato dall’odio; ti guardavo e ti vedevo rilucere nella gloria.
Ancora non ti conoscevi.
Ancora non avevi avuto una chiara e terribile visione come a me era successo.
Eppure, in tutto quell’oro, io percepivo il nero filo di tenbra che univa il tuo cuore al mio.
Amavo quel filo che una volta credevo di luce. Mi ci avvolsi con tutta la voluttà di cui ero capace per non lasciarlo allontanare – per non lasciarti allontanare.
Fu allora che ti feci la proposta. Invereconda, forse, ma necessaria. Indispensabile perché anche tu avessi la mia stessa epifania. Perché anche tu vedessi la gloria e l’immortalità riflessa nei miei occhi.
Capisco bene il terribile stravolgimento che colpì la tua anima e che tu tentasti di scacciare, ma non potevi mentire. Non a me.
L'angelo sul volto ed il demone nel cuore.
L’avevo visto: lo stesso demone che ci divorava entrambi; lo stesso male che io accettavo; lo stesso male che tu rifuggivi.
La stessa tenebra in cui io mi avvolgevo e che tu tentavi invano di recidere.
Tu mi picchiasti ma io sogghignavo. Sapevo che per te uccidermi avrebbe significato uccidere il tuo spirito.

Ricordi quando da bambini osservavamo Gemini, fratello mio?
Fantasticavamo sulle stelle ed il loro splendore. E ci chiedevamo se da qualche parte non ci fosse per caso un’Elena che si sarebbe rivelata sorella.
Certo, avrei dovuto essere più accorto. L’improvviso baluginio di gloria mi aveva improvvisamente accecato, come da tempo faceva con te ad un piano più profondo.
La mia cecità era però meno lucida.
Avevo il mio disegno, e ormai sapevo di avere anche te, fratello amato.
Eravamo due crisalidi dentro il medesimo bozzolo oscuro: avevamo trovato la nostra Elena.
Avevamo toccato entrambi la luce ed entrambi eravamo caduti in un abisso profondo, avvolgente, terribile e attraente quale neppure l’Ade conosce.
Avevo di nuovo te, fratello mio, ed era di nuovo, il nostro, un tacito, implicito scontro.
Col più meschino degli inganni riuscisti a rinchiudermi ed allora, nel momento della mia peggiore sconfitta, seppi di aver vinto.
Perché sapevo che senza di me non saresti più riuscito a fingere la luce.
Perché vedesti la gloria, la nuova gloria che io avevo creato, scivolarti tra le dita.
Perché ammettesti il tuo desiderio di fronte al tuo cuore.
E perché finalmente vidi, nella tua figura che si allontanava stagliata contro il tramonto, il riflesso mortale di Castore Tindaride.



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