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Radio Sanctuary - Gold Insanity
LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Il Pontefice Shion
Genere:Angst, Drammatico,Introspettivo
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Scorpion Milo, Virgo Shaka
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito:Unaconversazione irreale, dolorosa, decisiva. Milo lo sapeva, che sarebbedovuto andare da Mur
Disclaimer: E'tutto di Masami Kurumada. Davvero.

“Vai a parlare con Mur.”

Trotterellò giù per gli scalini in fretta, Milo della costellazione dello Scorpione. Incurante di saltarne qualcuno, incurante di mettere il piede in fallo e rischiare di cadere giù ruzzolando come un marmocchio ancora instabile sui piedi.
“Vai a parlare con Mur”, si ripeté, ruminando con i denti ad imitazione dei suoi pensieri.
Tirò su con il naso e strofinò con rabbia un braccio sugli occhi umidi.
“Mur è perfetto. Mur sa sempre cosa fare. Mur ha sempre qualcosa di carino da dire, che ti fa stare meglio, che ti fa passare una notte tranquilla. Mur è perfetto, sì.”
Superò la Settima Casa, avvolta nel suo raccolto e venerabile silenzio. Non se ne sentì partecipe per niente, anzi. Il rispetto che nutriva per quel luogo, anzi di più, per il Santuario intero, non era che un relitto amarognolo che a malapena raggiungeva la sua razionalità, come un’eco smorta del sogno infantile nel quale si era creduto con più intensità, in un tempo ormai lontano, lontanissimo.
Corse strusciando disattentamente la spalla contro quelle mura polverose che non avevano fatto niente, niente, per opporsi alla guerra.
Abbatterle.
Tutte quante, fino all’ultimo capitello.
Oh, quello sì che sarebbe stato infantile.

Shaka di Virgo se ne stava seduto fuori dalla Sesta Casa, in contemplazione.
Milo gli rifilò uno sguardo di sbieco, e nulla più, passando. Rallentò un poco, giusto per questione di fredda cortesia nei confronti di un quasi estraneo. Con quell’uomo, dopotutto, non aveva mai avuto nulla da spartire. Nonostante la vicinanza delle loro Case – con la Settima a fare da innocuo fantasma fra le rispettive porzioni di scale – l’attenzione di Milo era sempre stata rivolta qualche tempio più in alto, piuttosto che a valle.
- Scendi? –
Ecco, grandioso. Figurarsi se Shaka non doveva cominciare proprio quella sera, a porre domande ovvie.
- Sto andando da Mur. –
- Mur riposa. –
- Non me ne importa niente. Lo sveglierò, ho delle cose importanti da dirgli. –
- Importanti? È forse successo qualcosa? –
- Nulla che interessi a te, o nobile Shaka. Vuoi lasciarmi proseguire in pace, ora? –
- Ti invito a rivedere i termini che impieghi. Le sole cose che un Cavaliere possa reputare importanti sono quelle che riguardano il Santuario, Athena, e il benessere dell’umanità. In qual caso, informare non solo Mur, ma tutti i compagni, è un preciso dovere. –
Il volto di Milo si incendiò per lo sdegno. Il fatto che Shaka avesse spezzato il ritmo incalzante del suo passo per una sciocca puntualizzazione travestita da domanda passava del tutto in secondo piano, alla prospettiva che, ora, lo stesse addirittura prendendo in giro.
- Ti chiuderei quella bocca insolente, Shaka… - ringhiò a mò di monito.
Shaka lasciò cadere la provocazione in un pigro nulla di fatto.
- Mur riposa. – ribadì. – Se hai bisogno di lui, aspetta domattina. –
Milo scese giù.
Tanto, ne aveva piene le tasche di stare a sentire quella specie di santone da strapazzo. Riprese a sgroppare per le scale, maledicendo Mur, per la sua abitudine di andare a letto presto, e Shaka, che sa sempre tutto. Adesso, gli sarebbe toccato bussare, rassicurare gli inservienti sul fatto che no, nessun pericolo per il mondo, soltanto uno stolto depresso che passava di lì; aspettare che qualcuno di loro andasse a svegliare il suo padrone, scusarsi più e più volte per l’imperdonabile invadenza e poi, forse, a quel punto, spiccicare due parole, quando ormai non avrebbe avuto nemmeno più senso. Quando oramai sarebbe stato del tutto inutile cercare di ingoiare l’amarezza per non essere nemmeno capace di curarsele da sé, le sue ferite. Mur avrebbe tirato l’alba senza protestare, per offrirgli il suo conforto. Era fatto così. Il risultato sarebbe stato che due paia di occhi non avrebbero riposato, ed inutilmente, per giunta.
Milo tornò su.
- Maledizione. – disse a denti stretti, scalpicciando rumorosamente sulle scale davanti alla Casa di Virgo. – Vuoi farmi sentire in colpa o cos’altro? Ti avverto, Shaka, non sono dell’umore adatto. –
- Lo so bene, questo. La guancia. –

Il Cavaliere dello Scorpione spalancò per un istante gli occhi.
- Pulisciti la guancia. – precisò allora Shaka. – E’ bagnata di lacrime. –
Alla perplessità di poco prima subentrò una fiammata di disagio.
- Come mai così ansioso di vedere Mur? –
Milo colse un tocco di malizia del tutto artificioso e voluto, in quella domanda. Come se Shaka stesse deliberatamente fingendo di non capire niente; anzi peggio, di capir male.
- Se stai cercando di insinuare che… - si inferocì, ma una mano di Shaka lo mise a tacere con un gesto lento, scocciato.
- Non insinuo proprio nulla. – ribatté, ed era il ritratto della calma. – Ti ho solo fatto una domanda. –
- Vado da Mur perché mi va. Perché con lui riesco a parlare. –
- Come non riesci a parlare con nessun altro? –
Gli occhi gli sfuggirono verso il basso prima che lui riuscisse ad imporre loro di restare fermi dov’erano. Ma non poteva chinare la testa così.
- Esatto. – lo sfidò. Perse.
- Strano. – dichiarò Shaka. Si mosse, finalmente, facendo qualche passo verso di lui. – I sentimenti di cui sei preda si leggono sul tuo viso come si leggerebbe una pergamena vergata di fresco, Milo di Scorpio. Non comprendo come possa riuscirti difficile esternarli anche con altri. Forse che un particolare affetto ti lega al Cavaliere dell’Ariete? –
- Nessun affetto mi lega. Nessuno! Mur riesce a consolare il mio cuore senza giudicarmi, ti pare così deplorevole? –
- Ah. Dunque, lui ti consola. – concluse Shaka. Milo poteva giurarlo, di aver sentito il timbro della sua voce brillare per la soddisfazione. – Parla al tuo animo dolorante, allevia la morsa di angoscia che ti stritola, scioglie un po’ del ghiaccio che ti si è conficcato in corpo. –
- E’ così. È così, ti disturba forse? –
Shaka gli offriva le spalle con un ché di maestoso. E di tremendamente indisponente. – Non ti serve qualcuno che ti consoli, Scorpione. Né qualcuno che ti parli. – sentenziò, osservandolo da sotto in su con il sopracciglio inarcato. – Ti serve qualcuno che ti ascolti. Che ti faccia rigettare il veleno che ti ostini a covare nello stomaco. –
- Che veleno vuoi che covi, accidenti a te! – abbaiò Milo, suo malgrado vinto da un pruriginoso senso inadeguatezza. – Credi di poter giudicare sempre tutto, ma ti sbagli, ti sbagli di grosso, le cose non stanno affatto come sembra. E io non ho bisogno del tuo aiuto! –
- Sei tu che sbagli. In effetti, la maggior parte delle volte le cose sono esattamente come appaiono. Ad esempio, in questo momento tu mi sembri piuttosto arrabbiato. Sei per caso arrabbiato, Milo? –
- E’ naturale che sono arrabbiato! Tu… Tu! –
- Io? Non ho fatto proprio niente che possa provocare il tuo furore. –
- Mi hai fermato! –
- Ti ho solo suggerito di fermarti. Il resto lo hai fatto tu, da solo. –
- Ora non parlare come se io non rispondessi delle mie azioni. So molto bene cos’ho fatto, so cos’ho detto, so anche cos’ho pensato! –
E sarebbe andato avanti ad oltranza, il Cavaliere dello Scorpione, a difendere la propria lucidità, vera o presunta che fosse, incrinata, questo almeno doveva concederselo.
Shaka scostò un lungo, sottilissimo ciuffo di capelli dorati che lambivano il suo mento affusolato. – Ne morirai, Milo. – dichiarò soavemente. – Parola mia. Prima di quanto credi. –
Milo si acquietò. Non seppe dire se perché Shaka avesse scelto di pronunciare la parola “morte” in modo così improvviso, e deliberato, questo per certo. Ma c’era qualcosa di difficile da spiegare, annidato in quell’avvertimento. Qualcosa di buono.
Vinto da una pesantezza alle gambe di cui non aveva avuto sospetto fino a quel momento, si accucciò sul gradino stilobate, rannicchiando le ginocchia al petto come fa un bambino prima di cominciare a giocare con i sassolini e la legna sparsi a terra.
- Vuoi proprio aver ragione tu, eh? – borbottò. Era meno duro, il suo tono di voce. – Sentiamo, allora. –
- Sentiamo? – replicò Shaka, per nulla impressionato. Andò a sedersi proprio lì accanto a lui, ma raccolse le gambe signorilmente piegate sotto al busto, al modo giapponese. Milo, al vederlo così, dondolò.
- Ti si sono asciugati gli occhi. Si direbbe che la rabbia abbia spazzato via la tristezza. –
Milo formò una piegolina amara con le labbra, che tirava verso destra. – Forse sì. Per un momento, almeno. –
- E dopo? Dopo quel momento? –
- Ritorna. Com’è normale che sia. –
- E tu? –
- Io? L’accetto. Che altro dovrei fare. –
- L’accetti. –
Shaka fece oscillare lentamente la testa, per due volte, in avanti.

 Il silenzio del Santuario non era mai davvero tale. Che fosse estate e frinissero i grilli, o inverno, con i venti forti che dal mare mugghiano nelle fessure dei faraglioni, non si poteva parlare di autentico silenzio. Ed era molto meglio così, visto che Milo aveva avuto il piacere di scoprire sulla propria stessa pelle contratta da brividi violentissimi quanto poco gli andasse a genio il silenzio. Quello assoluto, quello serio. Quello che riesci a sentire soltanto quando ti trovi davanti ad un corpo morto, e che da esso si trasmette a te, insinuandosi nelle tue narici per poi entrarti nel sangue.
E da lì, non se ne va più. Non se ne va mai.
- Camus. – si decise, finalmente, a fare quel nome. – Camus… è morto. Vero? –
- Perché mi fai domande stupide? –
Milo chiuse di scatto le palpebre e contò fino a dieci. Non era possibile, non era fisiologicamente possibile che Shaka fosse a tal punto privo di tatto.
– Certo, che era una domanda stupida, certo! – sbraitò fin quasi a sentire la gola grattare. – Mai sentito parlare di retorica? Di retorica, eh Shaka? Lo so benissimo da me che Camus è morto, che cosa credi? Chi pensi che ci fosse, a raccogliere il suo corpo esanime, su all’Undicesima Casa? –
- Non saprei. – rispose Shaka, vago. – Ho l’impressione che Milo di Scorpio fosse assente, in quel momento. Ma chi, esattamente, ci fosse, non so dirlo. –
- Mi prendi in giro? –
- Per nulla. Tu sai per caso chi si trovasse lassù? –
- Chi è che fa domande stupide adesso, eh? Io, io, c’ero! –
- Ah. Tu. E quindi, che sensazioni hai avuto? Com’è stato? –
- Com’è stato, mi chiedi? –
Milo strinse le dita di entrambe le mani finché le nocche non furono completamente bianche, quando non addirittura segnate dai rigagnoli bluastri delle vene più superficiali. Lo avrebbe colpito con tutta la sua forza, anzi di più, con il suo cosmo. Sì, quell’arrogante bambola di Shaka, lo avrebbe distrutto, ne avrebbe fatto un mucchietto di cenere da spargere al vento.
Ma tutto ciò fu prima di rendersi conto di non saper dare una risposta alla sua domanda.
- E’ stato… io… - la frangia folta si scompaginò in mille ciuffi fra le sue dita nervose.
E dire che era certo di averci pensato e rimuginato così tanto, su ciò che aveva passato in quei momenti. Non poteva credere di essere senza parole.
- Che cos’è accaduto? – lo imbeccò Shaka. Nonostante l’imprevedibile piega presa dagli eventi, conservava un autocontrollo assoluto, ai limiti dell’imbarazzante.
- Sono corso da lui. – ansimò Milo, accorato. Gli era presa un’ansia, a quel punto, un’ansia mostruosa di non essere all’altezza dell’interrogazione. – L’ho trovato riverso, seduto, non lo so. L’ho preso fra le braccia, così, l’ho stretto. L’ho stretto forte. –
Cullò l’aria tiepida fra i muscoli possenti delle sue braccia, il Cavaliere dello Scorpione. Non ci pensava nemmeno, di risultare patetico; Shaka doveva vedere, doveva capire, sapere che cosa esattamente avesse provato. E poi, con un po’ di fortuna, Camus, il suo Camus bellissimo, sarebbe riapparso proprio lì, nell’incavo dei suoi gomiti, avvolto da un tenero cristallo di neve che glielo avrebbe depositato in grembo, restituendolo con tante scuse al suo legittimo talamo.
- Lui non respirava. – aggiunse penosamente. – Non un battito, non un segno. –
- Che cos’hai provato, in quel momento? –
- Niente. – ammise a mezza voce. – Il mio cuore era vuoto e buio. Un cielo spento. –
- Un cielo soffocato dalle nubi. Che cosa pensi che avresti fatto, se fossi stato nella condizione di dare libero sfogo a quello che celavi in te? –
- Non ne ho davvero idea. Forse avrei divelto tutto, ogni cosa davanti a me. Oppure sarei morto, accasciandomi lì su quel corpo appena tiepido. – sorrise, nell’ammetterlo, come si fa confessando sottovoce il primo bacio rubato. – Per un momento, devo averci pensato. Avere il suo corpo appoggiato a me a quel modo, senza alcuna resistenza, mi faceva sentire così tremendamente prigioniero della mia stessa vita. Camus era volato via chissà dove, mentre io ancora respiravo, e non c’era modo di fermarmi. Vedevo, toccavo, avvertivo distintamente nell’aria l’odore di ghiaccio e di sangue. Non riuscivo a smettere di vivere, ed era così ingiusto, così ingiusto. –
Le nocche della sua mano sbiancarono di nuovo, ma questa volta Shaka era al sicuro. Milo se ne rimase lì, a fissare tremando i poveri cocci che aveva ritrovato di sé, molto più malconci del previsto.
- Perciò, hai spento ogni luce in te, in modo da poterti fingere morto, almeno con te stesso. –
- Ho dovuto farlo. Riesci a capirmi, Shaka? –
- E che ne è stato del resto? La rabbia, la paura, la desolazione. Te l’hanno portato via, dopotutto, no? –
- Che cosa avrei dovuto fare? Cercare il suo assassino, per libare il suo sangue alla memoria di Camus? –
- Non chiederlo a me. Io non lo so. –
- Era un suo allievo! Camus non avrebbe mai voluto, mai! Avevo il dovere di rispettare la sua volontà, anche se l’odio mi ha stritolato la milza fino a farmi urlare. –
- L’odio nei confronti di chi? –
- Di chi? –
- Del ragazzo, o di Camus? –
Shaka arricciò le belle labbra sottili, simulando un interesse che non nutriva. Tese pigramente una mano in avanti, facendo vibrare le dita al vento come se fosse intento a far di conto fra sé e sé.
- Perché il Cavaliere di Bronzo lo ha ucciso solo perché Camus lo ha lasciato fare. O mi sbaglio? –
Milo, stavolta, inarcò entrambe le sopracciglia. Decisamente, faticava a capire. – Camus era forte. – borbottò, chiudendosi prudentemente in difesa.
- Perciò, odi il Cigno assassino, o Camus che ti ha tradito immolandosi senza dirti niente? –
- Il Cigno ha potuto incontrare il suo maestro perché io gli ho permesso di farlo! Ma non avrei mai pensato che… -
- Ah, è questo, allora. Se Camus si fosse difeso, sarebbe andato tutto bene. –
- Ovviamente. –
- Ma lui non si è difeso. E così, il ragazzo che tu hai lasciato passare lo ha privato della vita. E l’assassino diventi tu. –
- Assassino, io! – strillò Milo, balzando in piedi come si sarebbe addetto ad un leone, più che ad uno scorpione. – Come osi, tu, tu, maledetto… -

Colpevole.
La sentenza rintoccò nelle sue orecchie prima che avesse il tempo di tapparle.
Milo cominciò a piangere sommessamente, in aspro contrasto con i singulti che gli squassavano il petto dando l’idea di volerglielo sfondare. Aveva ancora la maledizione di Shaka a fior di labbra, ma oramai era tutta una gran confusione, un susseguirsi di irragionevoli dubbi e di domande bacate che pretendevano da lui ascolto e comprensione.
- Non sarebbe dovuto succedere. –
- La rabbia ti ha fatto da buon scudo, fino ad ora. –
- Aiutami, Shaka. –
Lo disse con le ultime lacrime che gli si spegnevano sul naso come mozziconi di sigaretta, facendoglielo arricciare per riflesso. Si sarebbe aggrappato a quel suo mantello candido, se solo anche l’ultima foglia secca di quello che credeva essere il florido albero del suo orgoglio si fosse distaccata.
- Provi dolore, ora? –
- Come se il mio stesso sangue fosse il veleno di un aspide. –

Quando si rimise in piedi, Shaka sembrò, per un istante, molto vecchio. Antico. C’era da supporre che fosse normale, viste le sue influenze trascendenti. Ma Milo ne ebbe improvvisamente un gran rispetto. A quel punto, non era più solo per il suo mantello.
- Ebbene, questa è la via. La morte provoca dolore, Cavaliere dello Scorpione. –
E con quest’ultimo boccone amaro di ovvietà, Milo se ne tornò alla sua Casa, con la coda fra le gambe. Coricatosi a letto, e presa subito coscienza del fatto che non si sarebbe mai e poi mai addormentato fra quelle coltri rigide, valutò che non potesse poi fargli così male passare una notte insonne.
Il giorno dopo, sarebbe andato da Mur, senz’altro. Perché Mur avrebbe certamente avuto qualcosa di carino da dire per aiutarlo, ma per quella notte, almeno per quella notte, basta, basta così.

ù__ù *soffre dignitosamente*

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