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Centomila Fiori

8/16/2009 06:25:06

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Autore:IlPontefice Shion
Genere:Romantico
Personaggi Principali:Andromeda Shun, Cygnus Hyoga
Rating: PG14
Avvertimenti: OneShot, Yaoi
In proposito:Unpozzo gelido, un cappotto pesante, una scelta da fare. E centomilafiori, da donare a chi vuoi.
Disclaimer: Hyoga eShun sono di Masami Kurumada. Ma il resto è tutto nostro.
Cose:
sonoin vena di esperimenti, perciò eccomi qui, a confrontarmicon il mostrosacro della mia infanzia, l’anime che più diqualsiasi altro mi ha appassionatae che ancora mi emoziona moltissimo. E questi due personaggi hannosempre avutoun sapore eterno che ho amato visceralmente.

Hyoga del Cigno ammirava l’orizzonte monocromo con gli occhi di chi vede sempre la stessa, meravigliosa fotografia di tutta una vita. La sua terra, sua per forza e per vocazione, sempre uguale a se stessa, sempre immobile e brillante, gli restituiva miriadi di immagini riflesse, moltiplicando il suo sguardo e i bagliori del sole fra i suoi capelli fra le mille facce di diamante dei suoi ghiacci senza tempo.
C’era un bel sole terso e chiarissimo nel cielo, e un vento sostenuto, né troppo intenso e né debole, che spazzava le dune di neve e le onde del mare con la sua eleganza algida. Hyoga accarezzò lo stelo del fiore che aveva colto solo pochi minuti prima, lo stesso, semplice, sacro fiore di sempre.
Era da lì che si tuffava, da quella riva ghiacciata e anonima. La nave che faceva da scrigno al bellissimo corpo di sua madre si trovava esattamente sotto di lui, a portata delle sue braccia, e a lui non restava che concentrarsi un momento, raccogliere tutta l’energia che aveva, e riempire il petto dell’aria ghiacciata di quella terra bianca, e poi avrebbe potuto rivederla, salutarla, farle compagnia nel suo silenzio acquatico e pacifico, una volta ancora, una volta di più.
Espirò completamente, e chiuse gli occhi.
- Hyoga. –
Hyoga si voltò di scatto, trasalendo per lo spavento. Non era da lui non accorgersi che qualcuno si avvicinava, anche in un frangente simile. Sentì un cosmo familiare urtarlo delicatamente, e un momento dopo lui apparve, chiuso in un cappotto pesante che lo rendeva goffo e impacciato.
- Stavi per tuffarti? -
Hyoga non amava le domande ovvie, non le aveva mai amate. Ma a voler ben guardare, la sua non lo era poi così tanto.
- Quell’acqua dev’essere molto fredda. –
- Shun. –
Shun di Andromeda osservò con attenzione la pozza gelata che si distendeva davanti a loro, innaturalmente immobile se non per le carezze irregolari del vento, che di tanto in tanto glissavano la sua superficie.
- Che cosa ci fai tu qui? –
Shun accennò ad un sorriso assorto, e si chinò sul bordo della lastra di ghiaccio che sorreggeva entrambi, sporcandosi le ginocchia di neve.
- La tua mamma è là sotto, vero? –
Hyoga si irrigidì suo malgrado. Sentire nominare la propria madre da una bocca che non fosse la sua gli aveva sempre fatto un effetto strano e pungente. Qualcosa che si poteva chiamare gelosia, forse, gelosia per un ricordo prezioso, per un simulacro da difendere persino dalle parole.
- Non mi hai risposto. –
- E tu non hai risposto a me. –
Hyoga arricciò il naso, un po’ stizzito. – Sono stato io a farti la domanda per primo. –
- Non è vero. Tu non mi hai ancora detto se intendi tuffarti. –
Hyoga guardò Shun negli occhi, guardò il fiore che teneva nella mano sinistra, guardò di nuovo Shun.
- Naturalmente. –
- Non dovresti. –
- Che cosa? –
- Hyoga, c’è troppo gelo laggiù. Troppo gelo. –
Hyoga strinse il pugno destro fino a farlo tremare. Quello sinistro, no, mai. Reggeva il fiore per sua madre, il delicatissimo fiore per colei che lo legava al ricordo più bello e disperato che aveva.
- Hyoga, non buttarti in acqua. –
- Che ne vuoi sapere, tu? –
- Ti prego. –
Hyoga aprì la bocca, fece per rispondere qualcosa di duro, qualcosa che voleva ferirlo, e lo vide.
Nel senso più vero e pregnante, lo vide per ciò che era realmente davanti ai suoi occhi.
Shun tremava, aveva le labbra screpolate dal vento gelido, le guance arrossate e bruciate dal sole, e lo stava pregando, in piedi davanti a lui, con le mani nascoste per proteggerle dalla temperatura insopportabile.
Con quei suoi occhi chiari, lucidi, così sinceri da sembrare nudi.
- Shun. –
Hyoga non aveva molte altre parole da aggiungere. Shun lo stava costringendo ad una scelta tanto precisa quanto terribile e definitiva, ma il suo sguardo era quello di chi sta provando con tutte le sue forze a salvare qualcuno, e Hyoga si sentiva travolto dalla forza impressionante del suo amore per la vita.
- Non dovresti preoccuparti per me. Sono abituato ad immergermi a queste temperature, non mi succederà niente. –
- Non è vero. Sei tu che sbagli, perché io non mi preoccupo per il tuo corpo, ma per il tuo cuore. –
Di nuovo. Hyoga lo vide di nuovo per ciò che era, ragazzino tanto fragile quanto forte, e anche qualcosa di più.
Vivo. Vivo e tangibile più di un corpo protetto dal ghiaccio. La pelle di porcellana di sua madre, l’aveva toccata molte volte, e nel suo amare innocente non si era mai reso conto di quanto fosse fredda. Era normale, per lui, che la sua mamma sembrasse al tatto una lastra di vetro gelido, perfetta e morta.
Non aveva mai pensato che un corpo avesse il diritto di essere caldo.
- Forse non accadrà niente alle tue braccia, o alle tue gambe, ma ogni volta che scendi là sotto il tuo cuore si gela un po’ di più. Io non voglio che diventi di ghiaccio. Non voglio. –
Hyoga guardò Shun negli occhi, guardò il fiore che teneva nella mano sinistra, guardò di nuovo Shun.
E arretrò verso di lui di un passo.
- Non andare, Hyoga. Lascia che lei riposi in pace. –
Ogni sua parola era un po’ come una freccia nel petto, era vero, ma per dio, quando la punta gli si conficcava nel sangue lo faceva scorrere, lo scaldava, e gli apriva gli occhi inesorabilmente, delicatamente.
- Che cosa sei venuto a fare, qui, Shun? –
- Io volevo soltanto vedere come stavi. Solo questo. È molto tempo che non scrivi nemmeno una lettera. –
- Sei venuto fin qui solo per me? –
Shun fece un sorriso semplice, uno dei suoi. – Non avrei saputo trovare un motivo più valido. –
Gli occhi di Hyoga si riempirono di lacrime, e fu strano, molto, perché nonostante l’aria gelida, nonostante la neve e il ghiaccio, erano calde, abbastanza da sembrare una carezza.
- Non andare là sotto, rimani qui con me, Hyoga. Per favore. –
Hyoga tirò su con il naso e si strofinò energicamente la faccia, sentendosi un po’ stupido, ed allo stesso tempo immensamente sollevato, e libero.
Lo specchio d’acqua ghiacciato lo chiamava alla morte, Shun lo chiamava alla vita, e ora i suoi occhi erano abbastanza aperti da capire che cosa fosse davvero quella nave ferma sul fondo del mare, che ogni giorno lo aspettava, lo accoglieva e lo ospitava.
- Sì, rimango qui. Tu stai gelando. –
Shun mostrò la punta della lingua e ridacchiò. –  Non sono abituato a questo freddo tremendo, nemmeno sull’isola di Andromeda si stava così male! –
Nient’altro che una bellissima tomba sommersa.
- Vuoi che ti accenda un fuoco? Ti sentirai meglio. –
- Lascia stare, so accenderlo da me, ma non mi serve. Sono un Saint anche io! –
Vedeva anche il sorriso di Shun per ciò che era. Un cosmo, un cosmo magnifico e dolce, che si schiudeva per lui in mille stelle, e gli tendeva la sua mano, promettendogli una pace nemmeno mai sognata.
- Sciocco, guarda che lo vedo che stai tremando. Dai, vieni qui, prima di trasformarti in un ghiacciolo. –
Shun si lasciò abbracciare sospirando di sollievo, e affondò il viso quanto più potè nell’incavo della spalla di Hyoga.
- Sei buffo con questo cappotto enorme addosso. Ti impaccia e non ti scalda nemmeno un po’. –
- Hai ragione. Sei più caldo tu. –
Hyoga si ritrovò ad affrontare un’inedita sensazione di calore alle guance, un calore endogeno, rilassante e spaventoso allo stesso tempo.
- Ti batte forte il cuore. – mormorò Shun.
- Già. E non riesco a controllarlo. –
- Ed è piacevole? –
- Non lo so. Credo di sì. –
Hyoga si assicurò che la testa di Shun non potesse sollevarsi dalla sua spalla per nessun motivo al mondo. La mano sinistra si alzò fino a raggiungere l’altezza dei suoi occhi, mostrando con orgoglio quasi trepidante il suo preziosissimo tesoro.
- Sai, ogni volta che mi immergo, le porto un fiore come questo. Nella stanza dove giace ce ne saranno centomila, ormai. –
Hyoga si rigirò lo stelo delicato fra le dita. E lo porse un poco, esitando, verso Shun.
- Non si regalano fiori ad un ragazzo, non lo sai? – sorrise mitemente lui.
- Lo so. Ma sarei felice se tu lo accettassi. –
Shun piegò la testa vero l’alto per poterlo guardare, e gli fece un sorriso che valeva un universo intero.
- E’ la prima volta che regali un fiore ad una persona viva, non è così? –
- E’ vero, è il primo fiore. Ma chissà, se te ne regalerò uno al giorno, prima o poi riuscirò a donare centomila fiori anche a te. –

- Sarebbe come pareggiare i conti. –

-Sì. Sarebbe il mio… -
Hyoga reclinò il volto verso la sua spalla, e con la mano libera dal fiore scostò una ciocca di capelli dalla guancia di Shun.
- … Il mio riscatto. –
Si dice sempre che non ci si rende conto di ciò che si ha finché non lo si perde. Hyoga invece capì soltanto in quel momento, baciando per la prima volta Shun, di quanto avesse da sempre avuto bisogno di quel contatto, del calore morbido di una bocca che rispondeva al suo bacio, di un respiro che si infrange sulla guancia facendolo rabbrividire. Quantificò tutto ciò che aveva perduto fino a quel momento, in nome di niente, di un legame sacro ma infantile, che a lungo andare era diventato una gabbia, una via di fuga spiraliforme e cieca.
Shun, invece, Shun era solido, era materia morbida che scorreva fra le sue dita, e per una volta tanto il suo sapore era diverso da quello del mare, era dolce e sensibile, era come il profumo di quei fiori, che nelle acque andava perduto, sprecato, buttato via.
- Dimmi una cosa, Hyoga. Tu lo hai mai sentito il rumore di una stella che si schianta? –
- No, mai. Ma dimmi che non lo hai mai sentito nemmeno tu. Dimmi che lo cercheremo insieme. –
- Allora tornerai in Giappone con me? –
- E’ una promessa. –
Shun annuì appena, chiuse gli occhi e si zittì, assaporando la pace di quei ghiacci solenni, e il contrasto con l’emozione di vivere un abbraccio che sapeva tanto di casa.
In quel momento, erano perfetti. Erano vivi, erano abbracciati, erano insieme.
- Hyoga? –
- Cosa? –
- Ti ringrazio per il fiore. È bellissimo. –



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