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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:IlPontefice Shion
Genere:Drammatico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Saga
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot
In proposito:Saganon pensava a sé stesso come ad un’eclissi. Questogenere dimetafore da pochi spiccioli non lo interessavano. Non gli interessavanole metafore in genere, lui che era già abbastanza lontano dasé stessoda non aver bisogno di ulteriori, pericolose sublimazioni.
Disclaimer: Sempredi Kuru, sempre di Kuru.
Cose: 
Vincitricedel concorso "Dark versus Light" indetto da Writer's Dream - SezioneFanfiction.


Ai miei Goldies
Grazie <3




Orgè

Ci sono modi divedere il mondo, di viverlo e di giudicarlo, che sono diversi come laluna dalsole, e si scontrano, si insultano, si mordono l’unl’altro perché le lorotonalità non si confondano, anzi rimangano separate dallalinea netta di unorizzonte sempre un po’ nero. Non riescono a convivere fraloro, se non sulfilo di spada, nonostante il tempo che passa ed i tentativi di mediare,chesomigliano man mano sempre di più ad una redenzione maivoluta. Esistono personeche sono morte per un ideale, ed altre che per un ideale hanno ucciso.
E poi, c’è chiriesce ad essere sia luna che sole. Chi riesce ad uccidere e a morirecome sein fondo fosse la stessa cosa. Chi si ammala di libertà alpunto di spaccare ilimiti dell’unità e della coerenza. Fino atrascendere.
E ciò è male.

Saga non pensava asé stesso come ad un’eclissi. Questo genere dimetafore da pochi spiccioli nonlo interessavano. Non gli interessavano le metafore in genere, lui cheera giàabbastanza lontano da sé stesso da non aver bisogno diulteriori, pericolosesublimazioni.
Quando il mondo loaveva chiamato a farsi concreto, aveva risposto sfoderando una mascheraillegittima. Di questo era ben consapevole, per quanto la suasituazionegrottesca gli permettesse di esserlo. Le macchie oscure sulla sua vesteavevanosempre un colore, ma mai un’origine.
Il perché, quellanotte, si sentisse così solo, non lo conosceva, ma gli erabastato avvertire ilsoffio tenue della coscienza spirare fra i lunghi capelli, ed averriaperto gliocchi limpidi sul mondo, dopo tanto dormire, che i suoi piedi si eranomossi dasoli, leggeri e veloci, sicuri della via.
Igradini da percorrere erano innumerevoli

Subito fuori, loaccolse un profumo infido, di cielo e di fiori mediterranei. Privo diquellamaschera abbagliante, lo sentiva con forza, come una conseguenzainevitabiledel respirare. La maschera, per ironia, irretiva anche lasensibilità dellapelle del suo volto, la capacità di percepire il calore diun fiotto di sole, oil tocco pungente del vento. Era come essere vittimadell’angosciosa privazionedei sensi, fobia di ogni Cavaliere d’Athena, ma avendolorichiesto.
Eppure non era unaprigione, oh no, e perché mai: era il simbolo del suopotere. Un talismano minatodalle premesse e dalle conseguenze, che si offriva esso stesso acontrappassoper la sua condotta.

Egiunse alla Dodicesima Casa

L’odore leggiadrodelle rose si era fatto fastidioso. Non se ne stupì perniente, era come seriuscisse a penetrare attraverso la pelle, a propagarsi sul palatodiffondendoper tutta la bocca un sapore amaro.
L’aria eradiventata umida, Saga fu tentato di spogliarsi della sua tunica, primadiproseguire la sua corsa. Era notte fonda, e nessuno lo avrebbe sorpresonellasua nudità. Ed anche fosse stato…
Saga amava dormirenudo, perché il suo corpo era dolce alla vista, e piacevoleal tatto. E nonmutava colore, no. Per questo lo amava, come fosse stato cosa sua edaltruiallo stesso tempo, come se fosse stato promesso, consacrato. Ne avevacura,affinché custodisse il suo spirito per molto altro tempoancora; e poiché glispiriti erano due, ne aveva cura doppia, secondo una proporzione che,era suaidea, potesse essere proficua.
Così bello, Saga diGrecia, oh. Così tanto bello.

 Egiunse all’Undicesima Casa

La luna, a farglicompagnia, la luna ed il freddo. Che non fluttuavanell’atmosfera, ma sisprigionava con forza dalla sua stessa pelle, che solo fino ad unattimo primaaveva voluto liberarsi dall’ingombro della stoffa leggera, eadessorabbrividiva. La luce sarebbe gradualmente venuta a mancare, scendendo.Nientedi più ragionevole, pensò. Niente dipiù appropriato.
E mentre correvasenza troppa fretta all’ombra di quelle colonne, ebbe lasensazione che la suausurpazione avesse un significato ancora più profondo delpotere e dei suoiingranaggi più oscuri, come se tutto improvvisamente avesseguadagnato unaterza, sconosciuta dimensione. Ebbe la sensazione di aver stracciato ecalpestato qualcosa di molto prezioso e legittimo. Ne rimase spiazzato,tantoche quasi si fermò. Ma appena fece per rallentare, le suebraccia scoperterabbrividirono di nuovo, con forza ancora maggiore. Evidentemente,dunque, nonera il momento.

 Egiunse alla Decima Casa

Serrò i pugni,costringendosi ad ascoltare il suo respiro profondo e regolare.
Nessun altro suonoanimava quella notte troppo silenziosa, nemmeno un fiato di vento chefacesseda contrattema al suo. Non un verso di nottola, o di qualche bestianotturnache si aggirasse per fame o per noia nella notte. Magari predando. Eraunsilenzio attonito e concentrato, come quello di chi tenta di darsi unaspiegazione, di sciogliere un enigma con le proprie sole forze.
E c’era qualcosa dimistico, in tutto ciò. Poteva ingannarsi, ma addirittura difanatico.
Dopotutto, erastrano, per lui che era abituato al frastuono di voci che sialternavano,quando non si sovrapponevano, incessantemente, rumoreggiando nella suatestaesausta. È la norma, per chi convive con séstesso sul filo di spada.

 Egiunse alla Nona Casa

Stava per metterpiede nell’antro sacro, quando un cappio invisibile gli sistrinse attorno allagola fino a farlo boccheggiare. Saga formò un sorrisettoamaro, tastandoquell’inesistente strumento di tortura: l’avevaprevisto. Superò mura e colonnerese polverose dall’incuria e da ordini tassativi di cui nonaveva ricordi, masolo sentori.
Il silenzio divenneun mare furibondo, tramortito dai venti di burrasca, che si abbattesempre sulmedesimo scoglio, spossandolo.
Saga sapeva moltobene di essere una stessa cosa che, semplicemente, si era spaccata ametà. Erapreparato, non a gestirla, ma a sopportarne la vergogna. E tutte leripercussioni.
Aveva ucciso ed eramorto, una seconda volta.
Era stata una danzadel sangue e della vittoria, non sul cadavere del tuo nemico, ma dellapersonache più era cara al tuo cuore. Ad uno dei due cuori.
Lì, tutto eratranquillo e malinconico.
E se solo, se sololui fosse riuscito a smettere di tremare.

Egiunseall’Ottava Casa

La luna tornò prepotentea risplendere nel suo campo visivo, abbagliandolo con la sua lucesfuggente,come se per un attimo avesse scordato il suo ruolo e si fosse credutaun sole.Rovesciando intendimenti, accordi, consapevolezze. Si erasopravvalutata,forse.
Saga ne ebbe un po’pietà, perché la vide, ora, vergognosa,rifugiarsi dietro i frontoni delloScorpione. Pentita e frustrata.
L’atmosfera, per ilresto, era fresca e ridente, molto meno pesante di come la ricordavapochigradini più su. Si disse che commettere errori nel valutarele correntiventose, o la direzione delle nuvole, è quanto dipiù facile possa accadere.Sono elementi poco inclini alla regolarità.
La stessa cosa sipuò dire per una persona, soprattutto quando si tratta disé stessi. Che sia ilsemplice sopravvalutare la propria potenza rispetto a quelladell’avversario,oppure peccare di eccessiva fiducia, Saga conosceva bene questo generedisbagli, perché ne portava vivo il ricordo in sé.Laggiù, nell’angolo remoto delmostro.

E giunse allaSettima Casa

Si levò un’ariaumida e vagamente stagnante, nonostante la brezza tirasse vivace eportasse ivapori della notte qua e là, senza lasciarli sostare.
Era aria diabbandono, di un luogo che scontava una sorta di vedovanza troppobenevola perintaccare la serenità di chi vi passava attraverso. Come sesi limitasse adichiarare, con sobrio distacco, il proprio penoso stato, senzapretendereaiuto, ma esigendo il più profondo rispetto. Saga,nonostante la tenuità diquelle impressioni, ne fu toccato. La sua intelligenza finissima ed unpo’autocompiaciuta lo avvertì di una qualche sensazione strana,che minacciava didivenire pesante persino per spalle come le sue.
Ricordò.
Di quando avevaucciso ed era morto, una prima volta.
Ed era stato comefuggire.
Via, sulle ali diun demone del sonno.

 Egiunse allaSesta Casa

La fiducia, sì.
Ci stavariflettendo su fino a poco prima, ed ora che quell’auralattiginosa che loaveva stordito se n’era rimasta ad aleggiare un po’più indietro, recuperò lalucidità.
Amica di una vitafelice, per quanto ne sapeva. Quel che onestamente ignorava, era sefosse ilculmine della saggezza, o l’abisso dellastupidità. Perché lui aveva godutodella fiducia di stupidi e di saggi, pressoché senzadifferenze. Dei piùstupidi e dei più saggi, a ben vedere.
Era stata questafiducia, prima di ogni altra sua azione, ad elevarlo lì doveora si trovava,sull’orlo della vertigine. Una fiducia mesta, che raccontavadi quanto impegno,e quanta dedizione, avesse infuso lui ai suoi giorni di sole, perconquistarla;per poi doverla donare in sacrificio, stracciarla e ridurlaall’agonia con ditanon più sue.

Egiunse allaQuinta Casa

Cominciava ad avereil fiato corto. Ma non poteva fermarsi, non all’antivigiliadella sua meta.Giunti a quel punto, sarebbe stata mancanza di coraggio,perciò no, non sarebbebastato un miracolo a farlo tornare indietro. Oltrepassò conuna risolutezzache forse un po’ ostentava quelle colonne che parevanoguardarlo.
Non fu difficile,Saga era avvezzo ad essere guardato. Con ammirazione, solitamente; contimore esospetto da parte di pochissimi, sconsiderati occhi; con deferenza esottomissione, per la maggior parte del tempo, ma quello non contava,ché inquelle ore, lui, dormiva. Che le colonne del Leone lo guardassero,dunque, selo desideravano: non sarebbe stato così vigliacco dasottrarsi. Il coraggio,quello, non gli era mai mancato.

 Egiunse allaQuarta Casa

Vi giunse pensandoa cose terribili. Gli capitava, talvolta, di pensare cose inenarrabilidi séstesso. Che era un debole, un maledetto, uno spudorato. Se nedispiaceva, poi,perché non ne aveva colpa. Si infiammava di sdegno per ildestino che lo avevaavvinto in una tela di dolore e nebbie, ma poi passava anche questo.
Saga era fatto ditante scintille.
Giungeva un momentodi desolazione profonda, e poi arrivava la speranza, flebile come unafragranzadolcissima, che risvegliava i suoi sensi e li sollevava dalla pressionedell’inerzia.
Saga si eraabituato a vivere il più velocemente possibile.

 Egiunse alla Terza Casa. E lì si fermò.

Toccòdistrattamente la prima colonna del pronao della sua antica dimora,mentre vientrava, come fosse stata una carezza dovuta ad un buon animaledomestico che,durante la sua assenza, era caparbiamente stato a guardia di quellemura.
Non era vero,naturalmente: la Casa di Gemini doveva provare un disgustopiù che legittimoverso il suo inquilino.
Era affaticato epreda dell’emozione, Saga. Evidentemente, non erapiù nemmeno capace di gestireil suo corpo affinché assecondasse la sua non certo ferreavolontà. I muscolisi tendevano anche senza che ce ne fosse necessità, riottosi.
Sollevò gli occhial cielo, frugando fra le masse di stelle per trovare la sua.
Ma i Dioscuri suoialleati ricambiarono con bagliori malevoli dei loro occhi astrali.Mortificato,comprese le loro motivazioni. Loro, loro in vita si erano amati molto.Il piùforte fra loro aveva a cuore la sorte del più fragile, necondivideva levittorie e si angustiava per i suoi dolori, senza ambiguitàalcuna. Le grottenascoste e preda dei flutti di marea erano lontane dalle loro menti.
Saga, invece, eraper sé stesso un conflitto: era vivo, ma da tutti credutomorto, tanto percominciare.
Ma era venuto finlì anche per questo, per scusarsi con le stelle gemelle, eprovare a vedere segli riuscisse ancora di parlare con loro, di accettare i loro preziosiconsiglie di farsi guidare dalla loro luce, che era anche la loro voce.
Incrociò le bracciaal petto, solennemente. Dal cielo, un barlume lo avvertìche, forse, sarebbestato ascoltato.
Ed allora luipregò.
Supplicò ad occhichiusi che nulla di tutto ciò fosse vero. Anche a costo dirinunciare allacarica di Cavaliere d’Oro, e diventare l’ultimo deimozzi al servizio diAthena.
Anche se, con ogniprobabilità, non ci sarebbe comunque stato più unposto per lui.
Traditore, Saga,traditore dei Gemelli. Traditore della Dea.
Oh, quantanostalgia. Gli parve per la prima volta in vita sua di poterne morire.Quantatriste, disperata volontà di tornare ai suoi giorni di sole,a quei giorni disole, dove un solo sorriso valeva le ore passate a tirar pugni allecolonne dimarmo, nel rigore dell’inverno.

Chiuse gli occhi,provato dalle preghiere e vinto dal sonno. La mattina dopo, per certo,sisarebbe destato con ancora addosso le sensazioni elettriche di uncerchio allatesta per il troppo vino, con i muscoli pesanti e gli occhi unpo’ segnati.
Ma non era ilmomento di pensarci, quello; ché la mattina dopo,chissà quando sarebbe giunta.




NOTA:

 

Orgè significa rabbia, ira. L’ira è il sentimento portante di questa in questa lenta discesa. C’è l’ira di Saga verso sé stesso e verso le circostanze, l’ira di Gemini che ripudia sdegnosamente il suo Custode, l’ira di quanti hanno subìto e sono rimasti schiacciati da Saga stesso. Mi piacerebbe che si avvertisse, infatti, anche l’ira di Taurus,  e di Aries, le due Case che non vengono toccate qui per evidenti motivi, ma che ospitano l’uno un fuggiasco orfano del suo maestro, e l’altro un animo sensibile e vittima della sua bonaria fiducia.

Sono felicissima che questa fic si sia aggiudicata il concorso di Writer’s Dream, soprattutto perché mi rendo conto che non è un testo facilissimo, che presuppone una conoscenza davvero approfondita del fandom, ed una discreta predisposizione spirituale alle fisime mentali di chi scrive. Vi linko la pagina di annuncio, da cui potrete anche accedere alle altre preziose sezioni del forum. Dateci un’occhiata!
http://writersdream.forumfree.net/?t=39912403
 
Autore:IlPontefice Shion
Genere:Drammatico, Introspettivo,Romantico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot, Yaoi
In proposito:L'albaè un inseguirsi di notte e di giorno, dove i traditoridiventano eroi, dove un addio vale poco più di unarrivederci.
- Saraba. Tomoyo. –

Disclaimer: Sempredi Kuru, sempre di Kuru.
Cose
:
PREMESSA:Sionè così Roccocò. E questa robaè angst. Non che angst eroccocò siano due cose direttamentecollegate, per quanto ne so.In buona partePoV di Doko, perché mettersi nei panni altruiè importante. “Conosciil tuo seme” insegna il carlino di chi scrive, cheè un filosofo mica da poco.
Dedichine,dedichine!

A Doko.Con tanto amore çOç. Anche se sento chedovròpreparare un sacco di tè verde, poi.
Alle Nespole,che dovranno cimentarsi nel nuovo giocodell’estate: “Scova la Nespolata”.Perché sì, fra queste lacrimevoli pagine siannida una nespolata terrificante.
Ad Aphrodite,che ha scagliato oggetti contundenticontro chi scrive, ed è la fonte d’ispirazionedella nespolata di cui sopra. Prestoorganizzeremo la Resistenza assieme agli altri sopravvissuti, nontemere.Appuntamento a mezzanotte in Piazzetta. 
A DeathMask, che quasi certamente dopo questa robasi trasformerà in Lavi e frignerà le lacrimedell’inferno, salvo poi finireaffettato. Che triste destino.
Ad HadesSama, che non sa nulla di questa cosa, e chesi renderà conto dell’angst solo quandosarà troppo tardi. Ma non temere,supereremo anche questa nel nome del sakè. E comunque, lasua Surplice mi stad’incanto. <3


~The Everwaiting ~

 

 

 

But touch my tears
with your lips.

 

 
E così, era giunta.
Dopo tantoaspettare, la battaglia.
Sospirata e temutacome un sogno premonitore.
Era notte piena, ilmomento più inaspettato per cominciare a combattere: lanotte, solitamente,significa fine, quanto la mattina significa inizio.
Doko avanzò di unpasso nell’aria salina che risvegliava il suo corpointorpidito e un po’ loinzaccherava. L’armatura di Libra abbracciava le sue membraritrovate come unavecchia, paziente amica.
Un altro vecchio,paziente amico, lo fronteggiava, fiammeggiando il suo cosmoinconfondibile,sventolandolo come una bandiera di rivincita, e Doko ebbel’istinto di tendere lemani e lasciarsele scottare.

- Dokoyo. - 
Era una domanda, acui Libra rispose di sì con enorme sollievo.
Sion alzò allora gliocchi al cielo, interrogando le stelle. Gli venne cosìnaturale farlo, ancheloro vecchie amiche, e poi sorelle per un certo tempo. Leguardò come se fossestato in procinto di tendersi verso di loro e raggiungerle, tanto cheDokodisse – No! –
Sion disse solo: –Grazie. – a fior di labbra.
- Sion, amico caroal mio cuore. Ti credevo perduto. –
- Non lo sono.Combattiamo, ora, Doko. –
- Sei un’illusione?Un trucco del nostro nemico? –
- Non lo sono.Combattiamo, ora, Doko. –

Sì.
Dopotutto, la battaglianon andava dimenticata.
Dimenticare loscopo per cui si era vissuti più di duecento anni solo acausa di due occhi unpo’ troppo grandi e pericolosi sarebbe stato disonorevole.
Libra non ci avevamai creduto davvero. Che la notte fosse una fine, e la mattina uninizio. Luisi era lasciato Atene alle spalle che il sole ancora faticava a levareil capooltre l’orizzonte, e non aveva mai considerato quel momentocome un nuovoinizio. Piuttosto, come un lungo, lunghissimo intervallo.
Che lo aveva condotto…
… A questo.
Perché non riuscivaa stupirsene quanto sarebbe stato giusto?

Cominciò a spirareun vento un po’ più fresco e un po’più secco, che scompigliò i suoi capelligià in disordine, mentre quelli di Sion, lunghissimi,ondeggiavano come ulterioristrati del suo Cosmo. E la Via Lattea non avrebbe illuminato i marmivenerandidella casa di Aries con più intensità nemmeno sefosse stata cosparsa didozzine di lune piene.
Due guerrieri chenon erano mai stati tanto soli come in quel momento, con le loromemorietradite e le loro speranze infrante soltanto in apparenza.
Aries che erasempre stato dorato, e invece che cos’eraquell’armatura atroce, disegnata inpunta di coltello e brillante di una luce che si inghiottiva ogni altrocolore?L’oro a bagnargli la fronte purissima, l’oro sullasua pelle, l’oro fra icapelli, l’oro ad incorniciargli gli occhi.
Oro della notte.Oro della morte.
Segretamente, Dokolo trovava bellissimo.

- Combattiamo. –
Ma lo disse controppo amore nella voce. Sion, finalmente, si aprì in unsorriso soffice esvuotato da ogni malizia complottistica. Taceva perché lasua voce si stavaammorbidendo pian piano nella sua gola, lo sapeva.
E comunque Doko nonci aveva mai creduto davvero. Che la notte fosse una fine, ma anche cheSionfosse un traditore. Aveva baciato le sue labbra innumerevoli volte, enon eranoquelle di un traditore. Le aveva trovate fresche e dolci come pescheappenaraccolte, altre volte calde come la luce del fuoco, altre voltesanguigne, epoi chissà quante altre cose ancora, ma mai amare, mai.
- Combattiamo, sì.–
Aveva una vogliaincontenibile di toccarlo. Quando il vortice di cosmo che li avvolgevacominciòa sciogliersi, poté farlo. Le sue mani irruvidite e umide disudore corsero alvolto bello di Sion, catturandolo. Lui, Aries, formò unsorriso pieno dicondivisione che lo fece sentire stupido, ma incredibilmente capito.
- Anche tu, Sion,cuor mio. – rispose a parole ad un abbraccio che voleva dire“Mi sei mancato”.

La casa di Ariesera vuota del suo coraggioso custode, e chiamava con dignitosanostalgia il suoantico signore. Sion prese Doko per mano, gli prese entrambe le mani, efece ilprimo passo indietro, guardandolo con gli occhi di chi invita adentrare nonper la prima volta, ma per la seconda, e già ben sa che cosadovrà accadere dilì a poco.
Libra se le portòalle labbra e le baciò punto per punto.
- Spegni. –pronunciò Sion, scosso. – Il tuo Cosmo. Che ilmondo si dimentichi di noi perqualche tempo. –

Alcune colonneerano abbattute, altre semidistrutte, ed era il sipario perfetto perloro dueche erano così vivi, oh, così vivi, mentrecamminavano in fretta e senza maislacciare le loro dita.
Sì, la casa diAries si ricordava bene anche di Doko, ospite gentile di tante notti.La portasi chiuse in magico silenzio alle loro spalle, senza che nessuno deiduel’avesse sfiorata.
Temuta e sospirata,la battaglia era cominciata.

 

This world has only one sweet moment 
Set aside for us

E così eragiunta.
Dopo la battaglia,l’alba.
Che non era affattoun inizio, tanto quanto la notte appena trascorsa non era stata unafine.
Circondò con unbraccio le spalle solide di Sion, che era rapitonell’ascoltare il suo cuore palpitareenergicamente nel petto. Per alcuni istanti fu come se, semplicemente,il tempofosse tornato indietro ad un’epoca remota, ma ammantata dialtrettanta gloria.La disperazione del loro stringersi era addolcita, però,dagli anni.
E dallaconsapevolezza di essersi già perduti. Faceva meno male diquanto Doko avessemai potuto pensare. Faceva male in modo diverso, non un macigno che tistritolail petto, ma uno stiletto che dilaniando la carne irradia vertigini elanguore.Chiuse gli occhi, pensando che morire con le dita di Sion affondate nelcuore sarebbestata la benedizione da chiedere ad Athena come ricompensa per tantidevotiservigi.
Morire, dopotutto,è il solo riposo per un Cavaliere di Athena.
- Vorrei che ilMaestro fosse qui. – disse Sion con un filo di voce. Come sei suoidiciott’anni fossero davvero diciotto.
- Sarebbeorgoglioso di te. –
- Non posso faraltro che pregare che Saga e gli altri riescano a compiere la loromissione. –
- Lo sai. Ilcompito più gravoso di un capo è quello dimandare i suoi uomini a morire. –
- Vorrei gridare atutti loro la verità, come l’ho bisbigliata a te.–
- Verrà il momento.–
Le carezze devotefra i lunghi capelli sciolti acquietarono Sion, che smise la sua ariagrave perriprendere i morbidi assalti al suo petto. Lo carezzava audacemente,abbandonatogiocherellò un po’ con il suo capezzolo, sorrisesottilmente quando lo videinturgidirsi, e lo mordicchiò. Doko lo lasciòfare, ridacchiando tenue, di gola.Era così appagato dalla presenza di Sion chelasciò che il soffio regolare deiloro respiri coprisse ogni altra percezione e gli riempisse tutti isensi.
Perciò sobbalzòquando, all’improvviso, Sion trattenne il respiro, e sitirò su a sedere.
- Athena. -
Anche Doko l’avevasentito. Forte e chiaro, come se invece di spegnersi il cosmo divinofossesorto.
- Dobbiamo andare.–
- Sì. Sbrighiamoci.–
La luna era rossacome la guerra. Non come il sangue, come la guerra. E facevaimpressione perquanto era grande. A Doko fece venire in mente certi colossalimedaglioni postia sacra guardia dei più antichi templi, in Cina. Da bambinone aveva visti adecine, nelle località più disperse, incastratefra le colline e i fiumi. Nongli era più capitato di rivederli, dopo il periodo diaddestramento: dal GoroHo non si vedeva alcun tempio. Quella luna, ora, sembrava pronta arovesciarsisulle loro spalle con il suo peso immane, ma allo stesso tempo eraanche unaguida. Il cono di luce spettrale che proiettava a terra tracciava unsentieronetto, l’unico su cui ci si potesse fidare a mettere i piedi.
Sion era lacerato.
La parte piùrazionale di lui esultava, ma il suo cuore sanguinava.
Doko ne conoscevabene il motivo, gliel’aveva spiegato parlando fitto fitto perun minuto intero,prima di lasciarsi interrompere dall’amore che pian piano liaveva sommersi comeun’onda potente e placida. Ma non poteva condividerel’orrore con lui, quelloche Sion aveva deliberatamente trattenuto fra i denti parlando, e chelui avevasolo intravisto baluginare come una pozione tossica.
Cercò di nonpensarci troppo, mentre correva al suo fianco, con la codadell’occhio su dilui per cercare di saziarsi del suo profilo.
La notte insegue ilgiorno, e il giorno insegue la notte. E Sion non era un traditore, maun eroe.
- Che cosa accadrà,adesso? – domandò di getto, continuando a correre.Ora che il cosmo sovrumanodi Athena si era estinto per insinuarsi in un mondo non loro– non suo, avrebbedovuto pensare, ma preferì non farlo – nonricordava nemmeno dove stesseroandando.
- Doko. Perché melo chiedi. Non hai paura di saperlo? –
- Ho paura, certo.Te ne andrai, non è vero? -
Sion allungò ilpasso. Falcate eleganti che tagliavano la via tutta in salita. Dokocorreva conle gambe ancora molli di languore, e si stupiva di come Sion potesserestarecosì superbamente ritto dopo aver patito per ore gli assaltidi un guerriero diAthena che aveva bramato di riaverlo fra le braccia per piùdi due secoli.
Rise, e si disseche le sue capacità amatorie dovevano essersi unpo’ appannate per via dellalunga astinenza forzata.
Rise, e si disseche avrebbe recuperato in fretta, in un modo o nell’altro.
Dopotutto, ora chelo aveva rivisto sapeva che era solo questione di tempo. Eravicinissimo, erasempre stato vicinissimo, anche quando era salito fra le stelle, abrillare intensamentesu nella Bilancia per vegliare su di lui.

- Te ne andrai dinuovo. –
- Dokoyo. –
- No, ti prego.Sion, tu sai che non poteva bastarmi. Non poteva bastarmi laconsolazione chetu, forse, da qualche parte, chissà come, eri ancora con me.–
- Sì. Però battevonel tuo cuore. –
- Il mio cuore nonpotevo abbracciarlo. Avrei prima dovuto strapparlo dal petto.–
- Dammi la tuamano. Corriamo insieme ancora. –
Doko afferrò alvolo il palmo di Sion, guantato nella Surplice dai riflessi sinistriche eraprova del suo eroismo. Per quella stessa armatura, avrebbe perduto dinuovo lavita dopo appena una notte di tregua.
Che poi, era statauna tregua di schiaffi, che lui aveva incassato con ammirevolerisolutezza,negandosi persino l’onore del martirio per metter su unafaccia cattiva che gliriusciva magnificamente. Erano bastate poche parole, a lui, per capirechel’aveva ritrovato soltanto per perderlo di nuovo.
Ma le loro speranzeerano state infrante soltanto in apparenza, perché,segretamente, Doko lo trovavabellissimo.

- E’ l’alba. –
- Sì. È già l’alba.–
- Oh, l’alba. –
Gli occhi di Sionbrillavano come splendide Afroditi, e Doko capì come sisentisse a vedere ilsole sorgere dopo tredici anni di buio, lo capì dal fremitoelettrico delle suedita, che strinse ancora più forte.
All’improvviso, losentì rallentare. Sion ansimava, come se d’untratto le forze gli fosserovenute a mancare, e Libra non poté far altro che guardarloterrorizzato eimplorare “no, no!”, con lo stomaco squassato dauna nausea violenta e icapelli soffici della nuca rizzati come aghi.
Non c’era davveropiù tempo. Nemmeno una briciola.

 

Who dares to loveforever

 Dopol’alba, piùniente.
Non sarebbe giuntopiù niente.
Doko guardava lafigura imponente di Sion, stagliata nel rovinoso panorama delSantuario, contutto l’amore con cui non aveva potuto guardarla per tantotempo.
Sion che gli avevafatto il dono, o la cattiveria, di non andarsene subito.

- Sarà fra le miebraccia, stavolta. – disse ad alta voce, fiero, come adimostrare che avevadeciso lui per l’altro.
Sion fece qualchepassetto dall’aria tremendamente instabile.
- Dokoyo. –sussurrò, straziandolo.
Doko quasi loincenerì con i suoi occhi verdi come il coraggio e bagnatidi disperazione.
- Quanto vorreirestare qui a parlare ancora con te. –
“Ma che cosa dici.Tu te ne stai andando, Sion, non io. Tu”.
E si odiò, peraverlo pensato. Al punto da non avere più la forza perguardarlo. Sion non lorimproverò.
“Resta.”
E invece disse: -Aspettami. –
Sarebbe stato piùsemplice.
Sion rispose chel’avrebbe aspettato, ma questo non servì a placarelo strazio, non servì aniente. Cominciò a tremare senza poterci fare niente,miserevole di ognimiseria, ferito, ma non abbastanza a fondo perché potessefarla finita lì contutto quel dolore.
E siccome, quellavolta di tredici anni prima, aveva visto tutto, con gli occhi dellamente,stavolta si risparmiò almeno quel dolore. Ma non perse nulladel suoincantevole svanire, perché lasciò svegli i suoisensi tesi dall’angoscia:doveva essere una prova di fuoco e di sangue per lui, un viaggioattraverso ildolore, come unica via per uscirne.

- Saraba. Tomoyo. –

“Addio. Addio,Sion, Sion mio.”
Quanto avevasperato di potergli almeno dire addio.
E mentre glielo diceva,qualcosa si allentò nel suo petto, come benedetto dalla manodi Sion che losalutava con grazia. Respirò aria l’aria fresca el’umidore delle proprielacrime come se fosse reduce da un’apnea lunga tredici anni.Riemerse sotto unacascata di stelle, che erano Sion stesso che gli si dedicava con amorenellesue ultime ore di vita – e di solitudine.

Non fu fra le suebraccia, ma fu davanti ai suoi occhi.
Vide l’ororiaffiorare dai riflessi bluastri dell’armatura spettrale, ecapì dov’erarimasto nascosto: non negli occhi, non fra i capelli, no.
Nel sangue.
Sion della neve,Sion fatto di sabbia, Sion della materia dei sogni. Pregò dipoter baciare ilsuo ultimo respiro, per poter raccogliere la sua anima e darle pacenelleprofondità della sua.
C’era sempre statospazio per lui.
Quanto erano statisfortunati, loro due, amanti caparbi, splendidi innamorati. Siongliel’avevanoportato via crudelmente, e lui non era stato lì con lui, nongli aveva chiusoamorevolmente gli occhi, nutrendo la sua anima delle lacrime che lespettavano.
Lontani per tuttala vita, e lontani persino nella morte. La salvazione, dunque, potevagiungeresoltanto con un addio.
Dopo tantoaspettare, la battaglia, e dopo la battaglia, l’alba.
E dopo l’alba, unanuova battaglia.
Ché non esistonoveri inizi e vere fini.
Non esistono nottiné albe. Soltanto una lunga vita.
- E’ tempo diandare. – disse alzandosi. Il fatto che Kanon dei Gemellifosse lì adascoltarlo era probabilmente del tutto secondario.
Aveva le gambepesanti di muscoli e di anni, ma qualche passo ancora, si disse, potevafarlo.
Presto,prestissimo, l’alba sarebbe scomparsa dietro lapiù grande delle notti, eallora, forse, avrebbe avuto riposo, il vero riposo di un Cavaliere diAthena.
Ne valeva la pena.
Chissà perché,immaginava che Sion lo aspettasse dietro ad un immenso portale dipietra. 

Who waits forever anyway

Nota:
Everwaiting” è una parola che non esiste. Ma credo che il suo significato sia abbastanza lampante. Qualcosa come “la semprattesa”. Che sembra un incantesimo di Harry Potter, ecco.

Gli stralci di canzone sono tratti dalla celeberrima “Who wants to live forever”, dei Queen. Perché è struggente, ma soprattutto perché Gucci pensa che Freddie abbia le gambe più belle del mondo. Questo non è vero, dato che le gambe più belle del mondo sono senza alcun dubbio le mie.

 

Onde

7/28/2009

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Autore:Shun di Andromeda / Hades Sama
Genere:Song Fic, Drammatico, Introspettivo
PersonaggiPrincipali: Gemini Kanon, Gemini Saga
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
Inproposito: Kanondormiva. E sognava.
Sognava distese senza fine. Lontane e vicine.
Blu.
E profonde.
Kanon, quando sognava, sognava il mare.

(Come un'onda che impazzisce eschiuma su uno scoglio
Tu mi sommergerai.)

Disclaimer:Kurumada non lo saprà mai. Mai.
Cose: …Diamine,che botta. Davvero gente, questa mi ha preso aschiaffi sul viso, mentre la scrivevo. Alle orepiccole, tra l’altro, quindi con tutte le difese abbassate.
Spero che abbia schiaffeggiato unpo’anche voi. *luv*
Canzone: Penelope - Linea 77



{O n d e}


E dormiamo sonni
Pieni di timorosi agguati
Fragili come la superficie del mare
Come un gigante nudo che

Usa il vento per farsi
Accarezzare

Kanon dormiva. E sognava.
Sognava distese senza fine. Lontane e vicine.
Blu.
E profonde.

Kanon, quando sognava, sognava il mare.
Erano mesi che sognava il mare; non riusciva a capire perché: era sempre stato lì, vicino a lui, eppure da qualche tempo iniziava a sussurrargli strane cose.
Parole grandi e paurose. Tremende.
Parole di un gigante che usa il vento per farsi accarezzare.
Kanon non le capiva, all’inizio; poi aveva sentito la voce dell’invidia, dentro di sé. L’aveva sentita guardando suo fratello, grande, bello e perfetto, e il suo migliore amico altrettanto bello, e grande, e perfetto.
Sole e cielo che si mescolavano, ecco cos’erano Saga e Aiolos.
Kanon era un’onda, che correva e passava sotto la superficie dell’esistenza.
Blu.
E profonda.

“Saint di Gemini” dicevano. “Uno di voi due sarà il Santo d’Oro dei Gemelli, di Castore e Polluce avrete la forza. Possiederete le vestigia di chi sa infrangere le galassie.
Uno di voi. L’altro, dimenticato.
Nel buio.
Profondo.

E quando il buio arriva e scioglie i nostri lacci
Tu diventi un'onda che le mie braccia non possono afferrare

E come d'incanto sei arrivata con i tuoi sonagli
Riprendi i tuoi vestiti
Ed esci

Dai miei sogni

Kanon, dentro di sé, sapeva già che sarebbe stato dimenticato nelle ombre. Lo sentiva.
Il mare glielo sussurrava, spaventoso e suadente. Come un gigante.
Non voleva rimanere nel buio di un singhiozzo soffocato. Voleva correre e vivere e trionfare: le sue braccia frantumavano le stelle quanto quelle di Saga, giusto? Perché avrebbe dovuto rinunciarvi?

“Non devi.” sussurrava il mare.
“Non devi rinunciare.”

E tesseva il suo incantesimo, il mare incantatore come una strega adorna di sonagli.
Tesseva e cantava e sussurrava, e Kanon gli apparteneva. Era già suo.

Kanon amava suo fratello; lo amava solo come un egocentrico può amare una parte di sé. Lo amava come la sua metà –due, opposti e uguali, simmetrici e complementari. Questo erano, e questo dovevano restare.
Forse provava più odio per le stelle che li volevano separare, che invidia verso il fratello prescelto.
Odio e invidia gli minavano l’animo, gli oscuravano gli occhi chiari.
Scuri erano i suoi pensieri, nell’oscurità di un manto tessuto dalla strega del mare.

“Non devi rinunciare.”
Erano passati mesi, e Kanon continuava a sognare il mare. Non ne aveva mai parlato con nessuno, ché quei sogni sono da tenere nelle pieghe dell’animo, non sono da rivelare.
Saga, qualche tempo prima, se ne sarebbe accorto, di un segreto del genere.
Ora non più.
Era troppo preso dal sorriso di sole di un suo compagno d’addestramento.
(Occhi troppo verdi, per le onde di Kanon.
Occhi mai abbastanza verdi, per il cielo di Saga.)

Il giovane soffriva, messo da parte.
Ignorato da tutti, tranne che dal mare.
Blu.
E profondo.

È già sera
E non posso più nascondermi
Come un'onda che impazzisce e schiuma su uno scoglio
Tu mi sommergerai.
E noi qui ad illuderci di sedurre il tempo ma
come un'onda che impazzisce e schiuma su uno scoglio
Tu ti dileguerai.

Kanon dei Gemelli sapeva che prima o poi la consapevolezza l’avrebbe travolto. Tirava le redini del tempo, cercando di trattenerlo; ma scivolava via tra le dita, come acqua di mare, rendendo più brucianti le ferite, più assetate le gole.

“Il tempo è quasi giunto, fratello. Presto verrà scelto il possessore dell’armatura d’oro. Sei pronto?”
Sì, sì, sono pronto fratello mio, mio tutto, fratello mio che possiedi ogni libbra di me tranne quel sogno di mare che ho tenuto nascosto al mondo. Sì, sono pronto fratello mio. Sono pronto a perdere.
E ad essere del tutto dimenticato.
E svanirai, fratello mio, nella luce delle galassie che si infrangono; sei troppo cielo per le mie onde.

Poi un pensiero lo colpì. Un giorno qualunque, ad una qualunque ora del giorno.
Il frinire delle cicale, il soffio del vento -il rumore del mare. In lontananza.
Tutto questo sentì, insieme alla voce di un pensiero.
E se potessi avere entrambe le cose?
E se potessi avere di più?

Il mare gridò di gioia, perché l’aveva piegato, l’aveva piegato finalmente, ancora un poco e sarebbe arrivato da lui, bastava attendere. Era suo. Era suo. Era suo.

....e m'incanto a guardare la mia carne che tu sai tessere,
sai disfare.

E così glielo chiese, al fratello. Con occhi troppo velati di buio per essere veri.
Scuri.
E profondi.

Occhi contaminati da un amore corrotto. Ma, gloriosa Athena, se era amore.
Solo che nessuno lo vide.

Saga del cielo si indignò. Saga del cielo lo accusò di infamia, di eresia, di malvagità.

Malvagio, lui?

Solo perché voleva la felicità? È quello che tutti cercano.
Era ambizioso, e quindi?
Voleva il cielo di Saga e le stelle dell’armatura.
Voleva oro e gemme, voleva il potere.
Gliel’aveva fatto capire il mare, che cosa desiderava: cosa c’era di male nel condividerlo con l’altra metà di sé?
Era considerato sbagliato dai più? Poco importava. C’era lui, c’era il fratello, chi erano gli altri in confronto?
(Gocce.
Nel mare.)

Ma il gemello predestinato non capiva: i suoi occhi erano troppo chiari per vedere la tela di acqua salmastra che il fratello aveva tessuto con il suo cuore.
Trama dura da lavorare, tessuto bagnato dalle onde.
Tessuto dal colore scuro.
E profondo.

Perché non capiva? Perché? Era sicuro di aver visto la sua stessa luce opaca, nel viso di Saga. Lo sapeva, ché lui non aveva mai smesso di guardarlo, il fratello, mai, e sapeva riconoscerlo ancora.
Perché allora Saga non ascoltava la voce del mare?
Kanon non riusciva a capacitarsene.

Allora, fu proprio il mare a suggerirgli nuovamente cosa fare, sussurrando come una strega piena di sonagli. Come un gigante, che si fa accarezzare dal vento.
“Allora, prenditi tutto. Non vuole condividere il cielo e la terra con te? Meglio, ne avrai di più. Sarà tutto tuo. Tutto per te.”
E Kanon pensò che il mare avesse ragione; provò a prenderselo, il potere.
E fu lotta tra i due che dovevano essere uniti. Fu scontro e perdita.
Fu essere trascinati
(luci di Cosmo e armatura perduta)
lungo una scarpata, buttato tra acqua amara e scogli.
Fu essere chiuso in una prigione e ora il mare era lì, ce l’aveva tutto intorno e non sussurrava più, ora urlava, e urlava di trionfo
(perché finalmente sei qui, sei mio, ora sarai mio per sempre)
e Saga se ne andava dandogli le spalle e Kanon non capiva i suoi occhi di cielo, e pieno di rabbia lo malediceva, maledetto, mille volte maledetto sarai, mille volte quello che mi stai facendo passare proverai, tu, maledetto uomo delle stelle, tu sentirai la voce di colui che è più profondo anche del mare!

Vai giù! Nell'abisso!
Poi su! E capisco che tra un respiro e l'altro esiste il luogo dell'assenza

tra un respiro e l'altro esiste il luogo dell'assenza
Vai giù! Nell'abisso!
Poi su! E capisco che tra un respiro e l'altro esiste il luogo dell'assenza

tra un respiro e l'altro esiste il luogo dell'assenza!

E così Kanon si perse.
Si perse nella voce del mare, che rimbombava nel suo cuore, come un insetto si agita all’interno di un barattolo.

Kanon dei Gemelli si perse, attendendo con rabbia amara, come l’acqua salmastra, la rivincita che avrebbe portato pace ai suoi sogni.
Blu.
E profondi.
“Chi sei tu?”
Chiese una voce profonda come il mare.
Il ragazzo rispose:
“Sono Sea Dragon.”

È già sera
E non posso più nascondermi
Come un'onda che impazzisce e schiuma su uno scoglio
Tu mi sommergerai.
E noi qui ad illuderci di sedurre il tempo ma
come un'onda che impazzisce e schiuma su uno scoglio
Tu ti dileguerai.

Tu ti dileguerai.


 

 

 

Linea 77 – Penelope
 
Autore:Shura di Capricorn
Genere:Angst, Drammatico, Introspettivo
PersonaggiPrincipali: Capricorn Shura
Rating:PG
Avvertimenti: OneShot
Inproposito: Sifermava sempre lì, quando arrivava a Barcellona.All’inizio dellaRambla. Si sedeva sulla terza panchina, fuori dall’uscitadellametropolitana, poco distante dal mimo. Sempre lo stesso, anche lui. Lafaccia colorata di bianco, gli occhi contornati di nero, una lacrimadisegnata sulla guancia destra. E l’espressione triste,malinconica.
Disclaimer:Shura è di Masami Kurumada. Purtroppo.
Cose: Vitavissuta! ...beh, non tutta tutta, per fortuna.


Todas las rosas son blancas,
tan blancas como mi pena…

También sobre el alma nieva.
La nieve del alma tiene
copos de besos y escenas
que se hundieron en la sombra
o en la luz del que las piensa. 
 

Federico García Lorca



La Rambla era piena di gente che camminava frenetica, passandosi accanto, sfiorandosi, guardandosi di sfuggita negli occhi, per poi perdersi.
Si fermava sempre lì, quando arrivava a Barcellona. All’inizio della Rambla. Si sedeva sulla terza panchina, fuori dall’uscita della metropolitana, poco distante dal mimo. Sempre lo stesso, anche lui. La faccia colorata di bianco, gli occhi contornati di nero, una lacrima disegnata sulla guancia destra. E l’espressione triste, malinconica.
Quel giorno l’aria era calda, benché la primavera non fosse ancora arrivata. Il cielo era terso, azzurro, come solo in Spagna poteva essere. Lui lo sapeva bene che solo lì il cielo aveva quel colore così turchese, così limpido.
Shura scambiò uno sguardo veloce col mimo, che riconobbe nei suoi occhi neri la stessa espressione triste, velata. Diede un’occhiata rapida alla piazza, al Corte Inglés che si stagliava dietro la fontana, ai bambini che davano la caccia ai piccioni, e infine all’orologio della Rambla.
Le lancette nere e slanciate segnavano mezzogiorno. Il treno per i Pirenei sarebbe partito alle due.
 

La neve cade forte, spruzzata dal vento tagliente. E’ così forte che fa male. Shura sente la pelle pizzicare e istintivamente si passa una mano sulla guancia. Poi riporta lo sguardo teso, concentrato, nello sguardo nero del suo maestro.

-Atacame.-
E’ un ordine, e Shura lo sa. Si lancia verso il maestro, brandendo la spada, la solleva, ed è uno sforzo immane.
La spada pesa. Pesa tantissimo. Eppure la solleva, mordendosi il labbro per concentrare lo sforzo, e urlando la cala ferocemente verso il maestro.
-Y con esto quieres obtener tu armadura?- Il maestro para il fendente, disarmandolo. Shura sente il tacco dello stivale dritto nello stomaco, e affonda nella neve. Non riesce a respirare, il diaframma trema sotto il colpo violento.
-Eres un débil.-
Sei un debole. Quelle parole fanno più male del calcio.
Il maestro se ne va, perdendosi nella neve. Lui rimane lì, fermo. La mano sullo stomaco, gli occhi stretti, a fissare la spada.
-Shura!-
La sua voce arriva cristallina, da dietro.
-Shura, estas bien?- Ha gli occhi verdi, adombrati dalla preoccupazione. Ha visto da lontano la scena, e corre verso di lui.
-Dejame en paz!-
Lasciami in pace. La  voce di Shura risuona arrabbiata, piena di veleno.
 

Il treno per i Pirenei sarebbe partito alle due, ma lui non l’avrebbe preso nemmeno quella volta. Come ogni volta.
Tornava spesso in Spagna. Death Mask e Aphrodite lo prendevano bonariamente in giro.
-Mancanza di casa, eh?-
-Cosa avranno di bello questi Pirenei?- domandava seccato Aphrodite.
-Shura, torna sui monti!- diceva ridendo Death Mask. Non potevano sapere che all’aeroporto di Barcellona lui prendeva un taxi per la Rambla. Non potevano sapere che si fermava sulla terza panchina, di fronte al mimo. Che aspettava l’arrivo delle due. E che non prendeva mai quel treno.  

-Dejame en paz!- Shura guarda Nieves con rabbia, come se la colpa fosse sua. La bambina si china su di lui, gli bacia la guancia.
-La proxima vez irà mejor- sorride. Ma Shura stringe gli occhi e i pugni. La prossima volta non andrà affatto meglio, lo sa.
-Dejame en paz!- urla di nuovo.
Si alza di scatto, e la spinge via, facendola cadere nella neve. Le ha detto mille volte di non andare alla cascina quando si sta allenando. Ha bisogno di concentrazione, non ha tempo per giocare. Nieves lo guarda smarrita, sente di aver sbagliato qualcosa.
Una lacrima sta per sgorgare, cerca di trattenerla. Ma non ce la fa. Scivola da sola, disobbedendole, e solca la guancia. Shura sente una morsa allo stomaco, ma le volta le spalle e va via. Meglio così, non andrà più a disturbarlo durante gli allenamenti e lui potrà concentrarsi sul suo dovere.
 

Shura poggiò la schiena alla panchina. Sollevò il viso, lasciandosi accarezzare dal tepore del sole. Il cuore batteva regolarmente. Così regolarmente che quasi gli sembrava di poter affrontare i suoi incubi, questa volta.
Quasi gli sembrava di poter prendere quel treno…
 

Shura corre a valle, al paese. Il cuore batte all’impazzata. Deve chiedere scusa a Nieves, non voleva trattarla così. Non voleva scaricare su di lei la sua rabbia. Su di lei, che è la sua unica amica. Su di lei, che gli sorride sempre.
 Entra in casa. La madre della bambina è alla finestra. Ha lo sguardo preoccupato, contorce nervosamente le mani.

-Shura… Niev
es no es con tigo?-
-No…-

-Me ha dicho que iba a coger una flor en los montes, para excusarse con tigo…-

Shura sente il cuore accelerare di colpo. Porta lo sguardo alla montagna. Le nubi sono nere e minacciose, e lì sopra la neve sta avvolgendo ogni cosa nel suo freddo abbraccio.

-Nieves…-
Shura si fionda fuori casa. Stupida, stupida Nieves. E’ andata sui monti per prendere una stella bianca, per chiedergli scusa. Lui le prende sempre una stella bianca, quando litigano.
Shura corre verso i monti, i piedi affondano nella neve, lungo le rocce scoscese. Sale lungo il sentiero e la neve comincia a cadere sempre più forte.

-Nieves!-
La sua voce si perde nella bufera che lo acceca, gli toglie il respiro. Ma lui continua ad andare avanti, urla il suo nome, si arrampica lungo il sentiero. Scivola. Le mani sono violacee. Non riesce più a muoverle.-
Nieves!-
Arriva allo sperone delle stelle dei Pirenei. E lei è lì. Bianca. Come la neve. E’ a terra, addormentata  come un angelo. Tra le mani stringe una stella bianca. Shura piange. Piange come non ha mai fatto. La neve continua a cadere, ora silenziosa e morbida, e ricopre il suo corpo, riverso su quello di lei.
 

Una lacrima sgorgò dalle ciglia nere e folte e gli solcò il viso, lentamente. Il mimo di fronte a lui chinò appena il capo, ma non gli disse nulla.

Shura si sollevò e diede un ultimo sguardo alla Rambla e all’infinità di persone che si perdevano tra le bancarelle di fiori. Buttò nel cappello del mimo un soldo, che tintinnò perdendosi tra le altre monete. Poi fermò un taxi, lo sguardo ancora perso in quel cielo terso, come solo in Spagna poteva essere.

-Para donde, señor?-

-Para el aeropuerto, por favor.- 


También sobre el alma nieva.


 
Autore:Il Pontefice Shion
Genere:Angst, Drammatico,Introspettivo
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Scorpion Milo, Virgo Shaka
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito:Unaconversazione irreale, dolorosa, decisiva. Milo lo sapeva, che sarebbedovuto andare da Mur
Disclaimer: E'tutto di Masami Kurumada. Davvero.

“Vai a parlare con Mur.”

Trotterellò giù per gli scalini in fretta, Milo della costellazione dello Scorpione. Incurante di saltarne qualcuno, incurante di mettere il piede in fallo e rischiare di cadere giù ruzzolando come un marmocchio ancora instabile sui piedi.
“Vai a parlare con Mur”, si ripeté, ruminando con i denti ad imitazione dei suoi pensieri.
Tirò su con il naso e strofinò con rabbia un braccio sugli occhi umidi.
“Mur è perfetto. Mur sa sempre cosa fare. Mur ha sempre qualcosa di carino da dire, che ti fa stare meglio, che ti fa passare una notte tranquilla. Mur è perfetto, sì.”
Superò la Settima Casa, avvolta nel suo raccolto e venerabile silenzio. Non se ne sentì partecipe per niente, anzi. Il rispetto che nutriva per quel luogo, anzi di più, per il Santuario intero, non era che un relitto amarognolo che a malapena raggiungeva la sua razionalità, come un’eco smorta del sogno infantile nel quale si era creduto con più intensità, in un tempo ormai lontano, lontanissimo.
Corse strusciando disattentamente la spalla contro quelle mura polverose che non avevano fatto niente, niente, per opporsi alla guerra.
Abbatterle.
Tutte quante, fino all’ultimo capitello.
Oh, quello sì che sarebbe stato infantile.

Shaka di Virgo se ne stava seduto fuori dalla Sesta Casa, in contemplazione.
Milo gli rifilò uno sguardo di sbieco, e nulla più, passando. Rallentò un poco, giusto per questione di fredda cortesia nei confronti di un quasi estraneo. Con quell’uomo, dopotutto, non aveva mai avuto nulla da spartire. Nonostante la vicinanza delle loro Case – con la Settima a fare da innocuo fantasma fra le rispettive porzioni di scale – l’attenzione di Milo era sempre stata rivolta qualche tempio più in alto, piuttosto che a valle.
- Scendi? –
Ecco, grandioso. Figurarsi se Shaka non doveva cominciare proprio quella sera, a porre domande ovvie.
- Sto andando da Mur. –
- Mur riposa. –
- Non me ne importa niente. Lo sveglierò, ho delle cose importanti da dirgli. –
- Importanti? È forse successo qualcosa? –
- Nulla che interessi a te, o nobile Shaka. Vuoi lasciarmi proseguire in pace, ora? –
- Ti invito a rivedere i termini che impieghi. Le sole cose che un Cavaliere possa reputare importanti sono quelle che riguardano il Santuario, Athena, e il benessere dell’umanità. In qual caso, informare non solo Mur, ma tutti i compagni, è un preciso dovere. –
Il volto di Milo si incendiò per lo sdegno. Il fatto che Shaka avesse spezzato il ritmo incalzante del suo passo per una sciocca puntualizzazione travestita da domanda passava del tutto in secondo piano, alla prospettiva che, ora, lo stesse addirittura prendendo in giro.
- Ti chiuderei quella bocca insolente, Shaka… - ringhiò a mò di monito.
Shaka lasciò cadere la provocazione in un pigro nulla di fatto.
- Mur riposa. – ribadì. – Se hai bisogno di lui, aspetta domattina. –
Milo scese giù.
Tanto, ne aveva piene le tasche di stare a sentire quella specie di santone da strapazzo. Riprese a sgroppare per le scale, maledicendo Mur, per la sua abitudine di andare a letto presto, e Shaka, che sa sempre tutto. Adesso, gli sarebbe toccato bussare, rassicurare gli inservienti sul fatto che no, nessun pericolo per il mondo, soltanto uno stolto depresso che passava di lì; aspettare che qualcuno di loro andasse a svegliare il suo padrone, scusarsi più e più volte per l’imperdonabile invadenza e poi, forse, a quel punto, spiccicare due parole, quando ormai non avrebbe avuto nemmeno più senso. Quando oramai sarebbe stato del tutto inutile cercare di ingoiare l’amarezza per non essere nemmeno capace di curarsele da sé, le sue ferite. Mur avrebbe tirato l’alba senza protestare, per offrirgli il suo conforto. Era fatto così. Il risultato sarebbe stato che due paia di occhi non avrebbero riposato, ed inutilmente, per giunta.
Milo tornò su.
- Maledizione. – disse a denti stretti, scalpicciando rumorosamente sulle scale davanti alla Casa di Virgo. – Vuoi farmi sentire in colpa o cos’altro? Ti avverto, Shaka, non sono dell’umore adatto. –
- Lo so bene, questo. La guancia. –

Il Cavaliere dello Scorpione spalancò per un istante gli occhi.
- Pulisciti la guancia. – precisò allora Shaka. – E’ bagnata di lacrime. –
Alla perplessità di poco prima subentrò una fiammata di disagio.
- Come mai così ansioso di vedere Mur? –
Milo colse un tocco di malizia del tutto artificioso e voluto, in quella domanda. Come se Shaka stesse deliberatamente fingendo di non capire niente; anzi peggio, di capir male.
- Se stai cercando di insinuare che… - si inferocì, ma una mano di Shaka lo mise a tacere con un gesto lento, scocciato.
- Non insinuo proprio nulla. – ribatté, ed era il ritratto della calma. – Ti ho solo fatto una domanda. –
- Vado da Mur perché mi va. Perché con lui riesco a parlare. –
- Come non riesci a parlare con nessun altro? –
Gli occhi gli sfuggirono verso il basso prima che lui riuscisse ad imporre loro di restare fermi dov’erano. Ma non poteva chinare la testa così.
- Esatto. – lo sfidò. Perse.
- Strano. – dichiarò Shaka. Si mosse, finalmente, facendo qualche passo verso di lui. – I sentimenti di cui sei preda si leggono sul tuo viso come si leggerebbe una pergamena vergata di fresco, Milo di Scorpio. Non comprendo come possa riuscirti difficile esternarli anche con altri. Forse che un particolare affetto ti lega al Cavaliere dell’Ariete? –
- Nessun affetto mi lega. Nessuno! Mur riesce a consolare il mio cuore senza giudicarmi, ti pare così deplorevole? –
- Ah. Dunque, lui ti consola. – concluse Shaka. Milo poteva giurarlo, di aver sentito il timbro della sua voce brillare per la soddisfazione. – Parla al tuo animo dolorante, allevia la morsa di angoscia che ti stritola, scioglie un po’ del ghiaccio che ti si è conficcato in corpo. –
- E’ così. È così, ti disturba forse? –
Shaka gli offriva le spalle con un ché di maestoso. E di tremendamente indisponente. – Non ti serve qualcuno che ti consoli, Scorpione. Né qualcuno che ti parli. – sentenziò, osservandolo da sotto in su con il sopracciglio inarcato. – Ti serve qualcuno che ti ascolti. Che ti faccia rigettare il veleno che ti ostini a covare nello stomaco. –
- Che veleno vuoi che covi, accidenti a te! – abbaiò Milo, suo malgrado vinto da un pruriginoso senso inadeguatezza. – Credi di poter giudicare sempre tutto, ma ti sbagli, ti sbagli di grosso, le cose non stanno affatto come sembra. E io non ho bisogno del tuo aiuto! –
- Sei tu che sbagli. In effetti, la maggior parte delle volte le cose sono esattamente come appaiono. Ad esempio, in questo momento tu mi sembri piuttosto arrabbiato. Sei per caso arrabbiato, Milo? –
- E’ naturale che sono arrabbiato! Tu… Tu! –
- Io? Non ho fatto proprio niente che possa provocare il tuo furore. –
- Mi hai fermato! –
- Ti ho solo suggerito di fermarti. Il resto lo hai fatto tu, da solo. –
- Ora non parlare come se io non rispondessi delle mie azioni. So molto bene cos’ho fatto, so cos’ho detto, so anche cos’ho pensato! –
E sarebbe andato avanti ad oltranza, il Cavaliere dello Scorpione, a difendere la propria lucidità, vera o presunta che fosse, incrinata, questo almeno doveva concederselo.
Shaka scostò un lungo, sottilissimo ciuffo di capelli dorati che lambivano il suo mento affusolato. – Ne morirai, Milo. – dichiarò soavemente. – Parola mia. Prima di quanto credi. –
Milo si acquietò. Non seppe dire se perché Shaka avesse scelto di pronunciare la parola “morte” in modo così improvviso, e deliberato, questo per certo. Ma c’era qualcosa di difficile da spiegare, annidato in quell’avvertimento. Qualcosa di buono.
Vinto da una pesantezza alle gambe di cui non aveva avuto sospetto fino a quel momento, si accucciò sul gradino stilobate, rannicchiando le ginocchia al petto come fa un bambino prima di cominciare a giocare con i sassolini e la legna sparsi a terra.
- Vuoi proprio aver ragione tu, eh? – borbottò. Era meno duro, il suo tono di voce. – Sentiamo, allora. –
- Sentiamo? – replicò Shaka, per nulla impressionato. Andò a sedersi proprio lì accanto a lui, ma raccolse le gambe signorilmente piegate sotto al busto, al modo giapponese. Milo, al vederlo così, dondolò.
- Ti si sono asciugati gli occhi. Si direbbe che la rabbia abbia spazzato via la tristezza. –
Milo formò una piegolina amara con le labbra, che tirava verso destra. – Forse sì. Per un momento, almeno. –
- E dopo? Dopo quel momento? –
- Ritorna. Com’è normale che sia. –
- E tu? –
- Io? L’accetto. Che altro dovrei fare. –
- L’accetti. –
Shaka fece oscillare lentamente la testa, per due volte, in avanti.

 Il silenzio del Santuario non era mai davvero tale. Che fosse estate e frinissero i grilli, o inverno, con i venti forti che dal mare mugghiano nelle fessure dei faraglioni, non si poteva parlare di autentico silenzio. Ed era molto meglio così, visto che Milo aveva avuto il piacere di scoprire sulla propria stessa pelle contratta da brividi violentissimi quanto poco gli andasse a genio il silenzio. Quello assoluto, quello serio. Quello che riesci a sentire soltanto quando ti trovi davanti ad un corpo morto, e che da esso si trasmette a te, insinuandosi nelle tue narici per poi entrarti nel sangue.
E da lì, non se ne va più. Non se ne va mai.
- Camus. – si decise, finalmente, a fare quel nome. – Camus… è morto. Vero? –
- Perché mi fai domande stupide? –
Milo chiuse di scatto le palpebre e contò fino a dieci. Non era possibile, non era fisiologicamente possibile che Shaka fosse a tal punto privo di tatto.
– Certo, che era una domanda stupida, certo! – sbraitò fin quasi a sentire la gola grattare. – Mai sentito parlare di retorica? Di retorica, eh Shaka? Lo so benissimo da me che Camus è morto, che cosa credi? Chi pensi che ci fosse, a raccogliere il suo corpo esanime, su all’Undicesima Casa? –
- Non saprei. – rispose Shaka, vago. – Ho l’impressione che Milo di Scorpio fosse assente, in quel momento. Ma chi, esattamente, ci fosse, non so dirlo. –
- Mi prendi in giro? –
- Per nulla. Tu sai per caso chi si trovasse lassù? –
- Chi è che fa domande stupide adesso, eh? Io, io, c’ero! –
- Ah. Tu. E quindi, che sensazioni hai avuto? Com’è stato? –
- Com’è stato, mi chiedi? –
Milo strinse le dita di entrambe le mani finché le nocche non furono completamente bianche, quando non addirittura segnate dai rigagnoli bluastri delle vene più superficiali. Lo avrebbe colpito con tutta la sua forza, anzi di più, con il suo cosmo. Sì, quell’arrogante bambola di Shaka, lo avrebbe distrutto, ne avrebbe fatto un mucchietto di cenere da spargere al vento.
Ma tutto ciò fu prima di rendersi conto di non saper dare una risposta alla sua domanda.
- E’ stato… io… - la frangia folta si scompaginò in mille ciuffi fra le sue dita nervose.
E dire che era certo di averci pensato e rimuginato così tanto, su ciò che aveva passato in quei momenti. Non poteva credere di essere senza parole.
- Che cos’è accaduto? – lo imbeccò Shaka. Nonostante l’imprevedibile piega presa dagli eventi, conservava un autocontrollo assoluto, ai limiti dell’imbarazzante.
- Sono corso da lui. – ansimò Milo, accorato. Gli era presa un’ansia, a quel punto, un’ansia mostruosa di non essere all’altezza dell’interrogazione. – L’ho trovato riverso, seduto, non lo so. L’ho preso fra le braccia, così, l’ho stretto. L’ho stretto forte. –
Cullò l’aria tiepida fra i muscoli possenti delle sue braccia, il Cavaliere dello Scorpione. Non ci pensava nemmeno, di risultare patetico; Shaka doveva vedere, doveva capire, sapere che cosa esattamente avesse provato. E poi, con un po’ di fortuna, Camus, il suo Camus bellissimo, sarebbe riapparso proprio lì, nell’incavo dei suoi gomiti, avvolto da un tenero cristallo di neve che glielo avrebbe depositato in grembo, restituendolo con tante scuse al suo legittimo talamo.
- Lui non respirava. – aggiunse penosamente. – Non un battito, non un segno. –
- Che cos’hai provato, in quel momento? –
- Niente. – ammise a mezza voce. – Il mio cuore era vuoto e buio. Un cielo spento. –
- Un cielo soffocato dalle nubi. Che cosa pensi che avresti fatto, se fossi stato nella condizione di dare libero sfogo a quello che celavi in te? –
- Non ne ho davvero idea. Forse avrei divelto tutto, ogni cosa davanti a me. Oppure sarei morto, accasciandomi lì su quel corpo appena tiepido. – sorrise, nell’ammetterlo, come si fa confessando sottovoce il primo bacio rubato. – Per un momento, devo averci pensato. Avere il suo corpo appoggiato a me a quel modo, senza alcuna resistenza, mi faceva sentire così tremendamente prigioniero della mia stessa vita. Camus era volato via chissà dove, mentre io ancora respiravo, e non c’era modo di fermarmi. Vedevo, toccavo, avvertivo distintamente nell’aria l’odore di ghiaccio e di sangue. Non riuscivo a smettere di vivere, ed era così ingiusto, così ingiusto. –
Le nocche della sua mano sbiancarono di nuovo, ma questa volta Shaka era al sicuro. Milo se ne rimase lì, a fissare tremando i poveri cocci che aveva ritrovato di sé, molto più malconci del previsto.
- Perciò, hai spento ogni luce in te, in modo da poterti fingere morto, almeno con te stesso. –
- Ho dovuto farlo. Riesci a capirmi, Shaka? –
- E che ne è stato del resto? La rabbia, la paura, la desolazione. Te l’hanno portato via, dopotutto, no? –
- Che cosa avrei dovuto fare? Cercare il suo assassino, per libare il suo sangue alla memoria di Camus? –
- Non chiederlo a me. Io non lo so. –
- Era un suo allievo! Camus non avrebbe mai voluto, mai! Avevo il dovere di rispettare la sua volontà, anche se l’odio mi ha stritolato la milza fino a farmi urlare. –
- L’odio nei confronti di chi? –
- Di chi? –
- Del ragazzo, o di Camus? –
Shaka arricciò le belle labbra sottili, simulando un interesse che non nutriva. Tese pigramente una mano in avanti, facendo vibrare le dita al vento come se fosse intento a far di conto fra sé e sé.
- Perché il Cavaliere di Bronzo lo ha ucciso solo perché Camus lo ha lasciato fare. O mi sbaglio? –
Milo, stavolta, inarcò entrambe le sopracciglia. Decisamente, faticava a capire. – Camus era forte. – borbottò, chiudendosi prudentemente in difesa.
- Perciò, odi il Cigno assassino, o Camus che ti ha tradito immolandosi senza dirti niente? –
- Il Cigno ha potuto incontrare il suo maestro perché io gli ho permesso di farlo! Ma non avrei mai pensato che… -
- Ah, è questo, allora. Se Camus si fosse difeso, sarebbe andato tutto bene. –
- Ovviamente. –
- Ma lui non si è difeso. E così, il ragazzo che tu hai lasciato passare lo ha privato della vita. E l’assassino diventi tu. –
- Assassino, io! – strillò Milo, balzando in piedi come si sarebbe addetto ad un leone, più che ad uno scorpione. – Come osi, tu, tu, maledetto… -

Colpevole.
La sentenza rintoccò nelle sue orecchie prima che avesse il tempo di tapparle.
Milo cominciò a piangere sommessamente, in aspro contrasto con i singulti che gli squassavano il petto dando l’idea di volerglielo sfondare. Aveva ancora la maledizione di Shaka a fior di labbra, ma oramai era tutta una gran confusione, un susseguirsi di irragionevoli dubbi e di domande bacate che pretendevano da lui ascolto e comprensione.
- Non sarebbe dovuto succedere. –
- La rabbia ti ha fatto da buon scudo, fino ad ora. –
- Aiutami, Shaka. –
Lo disse con le ultime lacrime che gli si spegnevano sul naso come mozziconi di sigaretta, facendoglielo arricciare per riflesso. Si sarebbe aggrappato a quel suo mantello candido, se solo anche l’ultima foglia secca di quello che credeva essere il florido albero del suo orgoglio si fosse distaccata.
- Provi dolore, ora? –
- Come se il mio stesso sangue fosse il veleno di un aspide. –

Quando si rimise in piedi, Shaka sembrò, per un istante, molto vecchio. Antico. C’era da supporre che fosse normale, viste le sue influenze trascendenti. Ma Milo ne ebbe improvvisamente un gran rispetto. A quel punto, non era più solo per il suo mantello.
- Ebbene, questa è la via. La morte provoca dolore, Cavaliere dello Scorpione. –
E con quest’ultimo boccone amaro di ovvietà, Milo se ne tornò alla sua Casa, con la coda fra le gambe. Coricatosi a letto, e presa subito coscienza del fatto che non si sarebbe mai e poi mai addormentato fra quelle coltri rigide, valutò che non potesse poi fargli così male passare una notte insonne.
Il giorno dopo, sarebbe andato da Mur, senz’altro. Perché Mur avrebbe certamente avuto qualcosa di carino da dire per aiutarlo, ma per quella notte, almeno per quella notte, basta, basta così.