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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:IlPontefice Shion
Genere:Commedia,. Romantico
Personaggi Principali:Andromeda Shun, Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo
Rating: PG
Avvertimenti: Yaoi
In proposito:Unavisita inaspettata costringe Camus ad un'imbarazzante resa deiconti. Se poi ci si mette di mezzo Milo, con i suoi ghigni sardonici ele sue canotte inguardabili...
Disclaimer: Noi cistiamo organizzando per rubare i personaggi, ma per ora sono diKurumada.
Cose: Allafine, quella che dovevaessere la shot allegra che vi promisi qualche tempo fa si ètrasformata in unamini fic di tre capitoli.
Eddai,che un po’ di vitalitàin questo fandom ci voleva proprio.
Mabando alle ciance, chequi il tempo stringe e io devo sincronizzare la libreria del mio nuovoiPodFUCSIA. Oddioh quanto lo amoh!
Ungrazie e un bacio con lalingua vanno al mio Seme, che ha letto e in qualche strano modoapprezzatoquesta fic, nonostante la sua ben nota gelosia ossessivo-compulsiva neiriguardi degli altri Seme. Nonché dianimali/alberi/automobili e quant’altro.
Lo saiche amoh solo teh!*nasconde i poster diRenji/Zoro/Shura/Katou/Grimmjow/Itachi/Kurogane/RoyMustang…*
Enjoy!
CAPITOLO: 3di 3


Quando
peripezie, giochi e scorpioni


Capitolo 3
Quando tutto si conclude in meglio (ma i pains au chocolat...)


Sollevò le palpebre impastate di sonno sul morbido corpo che giaceva fra le sue braccia.
Non era Camus
Era il suo cuscino.
Di Camus, nemmeno l’ombra.
Arrancò fino a mettere le mani su un orologio che, inappellabile, segnava le dieci del mattino passate.
A quell’ora, Camus sarebbe potuto essere ovunque, e fra poco, fra poco…
- GROAN-
Gemendo per la propria disonorevole sconfitta, Milo si trascinò fino in cucina vestito dei suoi soli boxer e di una canottiera a motivo di tanti piccoli scorpioni rosso corallo, che aveva pescato per scherzo in una bancarella di infima categoria non più di un mese prima, giù al porto o da qualche parte nelle vicinanze, e che aveva finito con il comprare davvero. Se il Cavaliere dell’Acquario non fosse stato lì – e figurarsi se c’era – sarebbe per lo meno riuscito a compiere lo sforzo di formulare qualche ipotesi sulla sua attuale posizione, non appena qualche buon biscotto fosse scivolato giù nel suo stomaco.
Individuò e rapì tre pains au chocolat freschi che Camus custodiva nella sua credenza privata. Quella a cui, in teoria, lui non avrebbe dovuto avere accesso. Ma gli inservienti erano tutti altrove, impegnati a far spese o a rassettare, perciò tanto valeva che si accomodasse. Si procurò anche del succo di arancia ed una mela, depositò il tutto in allegro disordine su un vassoio che non era sicuro di poter usare e si incamminò verso l’esterno. La Casa di Aquarius godeva di un orientamento particolarmente fortunato, con l’ingresso ad est e una piccola veranda a sud, un gioiellino a strapiombo dove si fa colazione con l’alba e si cena con il tramonto che si scioglie nel mare aperto come burro, i frutteti a scorciare opportunamente i fumi e il chiasso del porto.
Il vento, quella tarda mattina, era talmente caldo ed impregnato del profumo delle resine della macchia che pareva fosse il sole in persona a soffiarti sulla faccia. Milo stiracchiò con forza entrambe le braccia ben tornite, deliziato, e ci mancò poco che non rovinasse all’indietro, raggelato dall’ombra di Camus, materializzatosi davanti a lui all’improvviso.
Sorpresa.
Non tornava da solo.
- Buongiorno. – mormorò Milo, mitemente, ad uno Hyoga e ad uno Shun che non sembravano avere un’idea troppo precisa del perché si trovassero lì.
Camus mise su un’espressione truce, come se fosse stato appena interrotto nel bel mezzo di un importante discorso. Ma Milo era arcisicuro che non fosse stato intento a pontificare proprio un bel niente.
Ad un tratto, si ritrovò con un pollice puntato contro. Scocciato, e anche un po’ rigido.
- Lui è Milo. – scandì Camus, pieno di senno.
E sui quattro calò un silenzio degno del giudizio divino.
Persino l’ossessivo frinire delle cicale era bruscamente calato di volume, come se gli insetti non volessero perdersi una virgola delle peripezie mattutine di quattro cavalieri di Athena e di un pollice.
Shun fu il primo a muoversi. Osò voltare la testa verso Hyoga, interrogandolo con malcelata perplessità. Nemmeno si sognò, naturalmente, di incrociare gli occhi di Camus. Seppur involontariamente, gli fece coraggio. Il Cigno reclinò la testa da un lato, raccolse le idee, cercò di esprimerle meglio che potè.
- Maestro, conosco già il nobile Milo di Scorpio. Non ricordate? Fu lui che mi lasciò… A-altrochè se lo conosco. –

Camus arricciò il naso.

Milo era tutto intento ad avere ragione di un sorso di succo penosamente andatogli di traverso, ma trovò lo stesso lo spirito per osservare che Camus non sembrasse mai così francese come quand’era contrariato. Li sentiva, riusciva a distinguere perfettamente i suoi pensieri infastiditi, formulati in quell’idioma che pur lui non conosceva. Si stava chiedendo come fosse possibile che il suo allievo, sciocco e stupido, non capisse ciò che lui aveva espresso in modo tanto chiaro. Ritirò il pollice, e del tutto indifferente alle vicissitudini di Milo e del suo succo, gli agguantò con decisione una mano, cercando di esibirla per bene.
- Lui è Milo. – scandì, pari a prima. – Solo Milo. Non “Milo di Scorpio”. Milo. –

L’allievo sciocco e stupido afferrò. Almeno in apparenza. Di sicuro, afferrò una delle mani di Shun, che nel frattempo si era fatto bruscamente rosso in viso.
Assunse un’aria soddisfatta, il bel Camus di Aquarius. Doveva aver deciso che, a modo suo, aveva saldato i conti. Per i suoi modo spicci, quella presentazione incarnava un’investitura ufficiale, un segno di fiducia nei confronti del ragazzo e la benedizione del suo amore il per il Bronze Saint fragilino.
Milo decretò che, oramai, si sarebbero anche potuti mettere a sedere.
Da quel momento in poi sarebbero fluttuate a mezz’aria non poche parole di circostanza, che avrebbero finito con il mettere Camus a disagio. Eppure, il Cavaliere dell’Acquario sembrava in qualche misura lieto, o per lo meno ben disposto a fare lo sforzo. Come se gli stesse a cuore fare una buona impressione.
Peccato per i pains au chocolat, che erano appena tre.
Milo se ne avvide e se ne allarmò quando oramai era troppo tardi. Camus lo avrebbe sicuramente rimproverato, non appena fossero rimasti soli. Al momento, però, era impegnato nello scambio di qualche battuta a proposito di certe vicende siberiane. Fece per alzarsi di soppiatto, quand’ecco che una pedata precisa e potente sciolse le energie delle sue ginocchia.
Eccoli.
Riusciva a sentirli di nuovo, nitidamente, i pensieri francesi di Camus. Sbraitava qualcosa a proposito di soffrire le pene dell’Ade nel caso in cui lo avesse lasciato lì da solo con quei due, e qualcos’altro circa la sua canotta decorata a scorpioni.
Si rassegnò, nemmeno troppo suo malgrado, alle regole del bel gioco a cui aveva finito con il partecipare per davvero.
 
Autore:Il Pontefice Shion
Genere:Commedia,. Romantico
Personaggi Principali:Andromeda Shun, Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo
Rating: PG
Avvertimenti: Yaoi
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Disclaimer: Noi cistiamo organizzando per rubare i personaggi, ma per ora sono diKurumada.
Cose: Allafine, quella che dovevaessere la shot allegra che vi promisi qualche tempo fa si ètrasformata in unamini fic di tre capitoli.
Eddai,che un po’ di vitalitàin questo fandom ci voleva proprio.
Mabando alle ciance, chequi il tempo stringe e io devo sincronizzare la libreria del mio nuovoiPodFUCSIA. Oddioh quanto lo amoh!
Ungrazie e un bacio con lalingua vanno al mio Seme, che ha letto e in qualche strano modoapprezzatoquesta fic, nonostante la sua ben nota gelosia ossessivo-compulsiva neiriguardi degli altri Seme. Nonché dianimali/alberi/automobili e quant’altro.
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CAPITOLO: 2 di 3


Quando
Peripezie, giochi e scorpioni


Capitolo 2
Quando... non c'è trippa per gatti


Quella sera, Milo consumò la cena con l’Armatura d’Oro indosso.
Lo fece per fare il verso a Camus, anche lui armato di tutto punto. I poveri inservienti di servizio all’Undicesima Casa dovevano aver equivocato il loro comportamento per l’imminenza di una spaventosa battaglia, e con gran compiacimento di Milo si indaffaravano ad arricchire il già lodevole banchetto che avrebbe garantito ai loro salvatori tutta l’energia necessaria. Milo ci mise l’anima sua ad intrattenere con Camus quel genere di conversazioni frivole e infarcite di battute stupidotte che avevano il potere di farlo uscire dai gangheri in un battibaleno. Pieni di ammirazione, i paggi interpretarono il loro secco batti e ribatti come il turbamento di un’anima nobile che si prepara alla guerra, e il tentativo commovente, da parte del venerabile ospite, di mantenere un coraggioso sorriso.
Ma Camus era addentro ben altro genere di pensieri. Non si era davvero aspettato la collaborazione di Milo, non una volta che questi aveva avuto modo di rendersi conto del proprio vantaggio. E non avrebbe chiesto il suo aiuto, mai. Intendeva arrivare in fondo alla faccenda da solo. Dopotutto, non si trattava di un qualche gioco politico losco attraverso cui non riuscisse a scrutare. Era più, per così dire, un problema di ordine tecnico, di linguaggio.
Non era uno stolto, Camus di Aquarius.
Il suo allievo si era presentato, quel pomeriggio, per mostrargli il ragazzo con cui aveva intrapreso una relazione sentimentale. L’aveva capito, questo. Anche un cieco lo avrebbe capito. Dal punto di vista formale, non c’era spazio alcuno per malintesi.
Ma a lui, che cosa sarebbe dovuto importare? Hyoga era un giovanotto, oramai. Un adulto, un uomo libero da obblighi, in special modo nei suoi riguardi. Poteva scegliere chi più gli piaceva, da tenere al suo fianco. Lui l’aveva già fatto, e senza renderne conto a chicchessia.
Lo urtava, questo coinvolgimento, e che Hyoga avesse affrontato un viaggio lunghissimo soltanto per venire a comunicargli quella notizia di nessuna, nessuna importanza.
- Camus. –
Ne aveva già abbastanza di essere circondato, suo malgrado, da compagni con cui doveva pur intrattenere un minimo di civile convivenza, e da uno in particolare, che traboccava di entusiasmo quando si trattava di mettere sul piatto comune non solo pensieri e parole, ma tutta una serie di gesti, di simboli più o meno concreti, e, per la miseria, di vestiti.
- Camus. Vieni a letto. –
Ecco.
Milo lo aveva detto con tutta la sua quieta carica sessuale che ronfava fra una consonante e l’altra di quel sussurro così quotidiano.
Non gliela nascondeva mai, la sua dolce voglia di farlo suo. Ma Camus non ci pensava punto, quella notte. Permise a Milo di avvolgerlo fra le braccia e di infilarsi fra le sue gambe restando ostinatamente morbido sotto ai calzoni di seta blu.
- Ancora ci pensi? – si sentì prendere in giro, come l’abbraccio si serrava. – Mio Camus. Sei un po’ ottuso, qualche volta. –
Camus spalancò gli occhi acuti, piccato nella sua orgogliosa certezza di essere nient’affatto ottuso. Milo scivolò pigramente all’indietro, scavalcando il suo ginocchio, mentre puntava le mani ai suoi fianchi per sovrastarlo. Fece frusciare il tessuto del pigiama in modo delizioso, però no, niente da fare.
- Ma credo che tu lo abbia reso ugualmente felice, sai? Hyoga. –
Era stato astuto. Aveva superato la barriera di solito invalicabile del suo viso serioso, per andare a parlare direttamente al suo orecchio. Milo conosceva l’ascendente della propria voce. Sapeva quanto potesse suonare calda in quel piccolo padiglione auricolare tondo e perfetto.
- Ha voluto che tu conoscessi il suo compagno. – proseguì, carezzando dolcemente la conchiglia con le labbra, in occasione delle consonanti più marcate. – Te ne stupisci? –
- Non me ne stupisco. Non è questo. Non sono affari miei. –
- Lui vorrebbe che lo fossero. –
- Mi ha messo a disagio. –
- Non intendeva farlo. Hyoga ha percorso miglia e miglia con il solo scopo di far incontrare le due persone più importanti che ha al mondo. Credo proprio che cercasse la tua approvazione, quando ti ha presentato quel ragazzo, sai? Proprio come si cerca quella di un padre. –
- La mia approvazione non ha significato, nella sua vita privata. E non sono suo padre, Milo. –
- Non ha significato? Eppure, Camus, una volta tu il suo cuore lo hai giudicato. Piuttosto duramente, direi. –
- Necessario. Quella volta si era reso necessario. –
- E non potrebbe esserlo anche stavolta? Anche se si tratta di una bella notizia? Non sarai suo padre, ma sei ciò che più gli si avvicina. Almeno questo lo ammetterai. Avanti, fai uno sforzo, sii gentile con quell’efebino che si è scelto. Lo so, che sei felice per lui. Dopotutto, esserlo non ti costa nulla. Dovresti essere felice anche per te. Perché non fingi per un momento di essere un padre a cui viene presentato un fidanzato? È un bel gioco da fare. –
- Per te è tutto un bel gioco. Sciocco. –
- Parteciperò, se lo vorrai. – ridacchiò Milo, spingendo clandestinamente in avanti i lombi per un azzardato affondo. Le natiche di Camus si contrassero per il disappunto, rispondendo con un veloce colpo d’anche all’indietro.
Milo incassò con una piccola smorfia.
- Che poco riguardo. – protestò, riconquistando la posizione di abbraccio, stavolta lasciando deliberatamente che Camus intuisse su di sé la dolce pressione della sua erezione. – Parlare con te è una missione. Ti sei offeso? Mi odi, adesso? –
- Non mi sono offeso. – sbuffò Camus, ostentando un sonno che non aveva.
- Non volevo turbarti. –
- Per così poco, lo trovo difficile. –
- Oh, Camus, non ho sonno ed è ancora presto! Lasciami dare una … -
Camus rispose all’assalto con le maniere forti.
Inarcò al massimo la schiena, in modo da offrire il duro osso coccigeo all’ennesimo affondo di Milo.
Un guaito sconfortato si levò dalle coltri accuratamente avvolte attorno ai due corpi.
Camus sbuffò qualcosa in francese stretto, e un secondo dopo la luce della sua abat-jour era svanita senza appello.
Ora sì, che era offeso.
Sconfitto, con il bassoventre dolorante e senza ombra di sonno, Milo impiegò parecchio tempo ad addormentarsi.
E ancora di più ne impiegò il giorno dopo per ridestarsi.
 
Autore:Il Pontefice Shion
Genere:Commedia,. Romantico
Personaggi Principali:Andromeda Shun, Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo
Rating: PG
Avvertimenti: Yaoi
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CAPITOLO: 1 di 3


Quando
Peripezie, giochi e scorpioni


Capitolo 1
Quando... Milo prende in mano la situazione


- Aspetta, aspetta a girare! – implorò Milo, cercando di ficcare il dito indice fra una pagina e l’altra del quotidiano.
Camus si irrigidì. Scrutò con malcelato fastidio il profilo netto dell’uomo che aveva insistito a morte per poterlo tenere sulle proprie ginocchia. Lo aveva sospettato, fin dall’inizio, che altro non fosse che una sciocca scusa, la sua. Milo non si era mai appassionato granché ai giornali: se ne apriva uno, era per spulciare fra le curiosità, più che per dar retta alle notizie propriamente dette; ma era animato dalla curiosità tipica dei cuccioli, perciò qualsiasi cosa Camus prendesse fra le mani calamitava istantaneamente il suo interesse.
- O bevi o leggi. – lo redarguì, facendo sventolicchiare l’orecchio del giornale sopra al grande bicchiere da cocktail ricolmo di succo d’ananas che Milo si era portato appresso.
- Posso fare benissimo entrambe le cose! – protestò Scorpio, attaccandosi orgogliosamente all’orlo della sua bibita come se d’improvviso tutta la sete del mondo fosse esplosa nella sua gola, e meno male che si era premunito per tempo. Camus decise che non sarebbe stato al gioco, che le notizie sul recente uragano che aveva investito alcune isole a largo delle coste indiane lo interessavano mille volte più delle moine del suo amante, per pur singolari e, dovette ammettere, affascinanti fossero da ascoltare quelle moine che Milo pronunciava con la sua voce riscaldata e resa ancora più roca dal suo bell’accento.
Non aveva di che ribattere, però.
Stizzito, stava per voltare la pagina e proseguire con la sua lettura, quando lo sentì.
Netto, e al contempo oscuro, come una voce che con il suo richiamo ti strappa via al dormiveglia. Rimase con il pollice e l’indice chiusi a pinza sul foglio del giornale. Milo si affacciò oltre la sua spalla, perplesso.
- Questo cosmo… – azzardò. Anche se non c’erano dubbi.
- E’ Hyoga. È appena giunto qui. –
- Cosa è venuto a fare fin qui al Santuario? Eh Camus? –
Milo formò una piccola “o” arricciando le sue labbra sottili fino a ridurle ad una specie di coroncina regolare. Camus avrebbe tanto voluto cancellargli dal viso quella stupida domanda a cui non sapeva assolutamente rispondere.
- Dovrò avvertire gli altri. – asserì, mentre Milo spalancava pigramente i palmi delle mani attorno ai suoi fianchi, lasciando che si alzasse. Si ritrovò il giornale frettolosamente ripiegato sul grembo, ormai spogliato della sua importanza. – Che lo lascino passare. Vorrà dirmi qualche cosa. –
- Sì. –

Il cavaliere di Scorpio sbuffò, prendendosi il tempo di seguire con lo sguardo l’armatura di Camus che raggiungeva il suo signore alle spalle, vestendolo docilmente fintanto che egli era intento a richiamare a sé l’attenzione dei loro compagni. Operazione sgradita per lui, a giudicare dalla sua espressione forzata.
Milo sollevò un sopracciglio. Il suo Cloth, naturalmente, riposava all’interno dell’Ottava Casa, protetto dall’oro incorruttibile della sua custodia. Detestava l’idea di doverlo indossare fra le mura della casa di Aquarius come se fosse stato un torto fatto a sé stesso. Ma presentarsi in abiti civili all’ospite che giungeva, specie trovandosi ad affiancare Camus, sarebbe stato piuttosto imbarazzante.
- A proposito, Camus. – mormorò facendo forza con le braccia sulla sedia sdraio. – Non pare anche a te che…? –

Hyoga non si voltò indietro.
Giunse all’ultimo gradino giusto in tempo per scorgere una figura insieme tenue e maestosa che si distaccava dalla fila di colonne del tempio. Camus di Aquarius, il suo venerando maestro, dava l’impressione di essere stato cesellato nella sua interezza, dalle mani affusolate alle lunghe ciglia, in quelle stesse pietre opache. E l’oro della sua armatura era ghiaccio, una glassatura spessa, di quelle che solitamente rende di burro le tenere carni delle figure femminili nei gruppi scultorei che adornano le fontane. Alle sue spalle comparve anche Milo di Scorpio. Era in qualche modo più imponente, rispetto al suo maestro. Conservava l’espressione severa e beffarda che ricordava, eppure il suo volto era increspato da una meraviglia del tutto malcelata.
Per alcuni istanti fu un gioco silenzioso di sguardi fra i quattro cavalieri.
Subito dietro Hyoga, infatti, una mano sulla sua spalla per riguadagnare fiato dopo la lunga corsa, stava Shun di Andromeda, gli occhi color verde bosco spalancati su quei due signori del Santuario.
- Hyoga. – scandì Camus, permanendo immobile. – Che cosa ti porta qui. –
- Maestro Camus. – replicò lui, cercando di conservare un tono di voce altrettanto fermo. – Sono venuto fin qui per parlarvi di una cosa importante. –
- Ti ascolto. –
- Grazie, maestro. –
Hyoga e Shun vennero avanti assieme attraverso l’ampio pronao, incontro ai due Cavalieri d’Oro.
Milo si portò il dito indice al sopracciglio sinistro, grattandolo rapidamente. Era il segno inequivocabile, per chi lo conoscesse, di quanto poco ci vedesse chiaro in ciò che stava succedendo; ma anche di quanto fosse rilassato. Parlava un linguaggio gestuale, lui, che poteva essere benissimo legato all’infanzia, o ai tempi del mito, se mai esiste una separazione schietta fra queste due età. Attese le parole del Cavaliere del Cigno, che tardavano ad arrivare, con cipiglio niente più e niente meno che curioso.
Finalmente, Hyoga parlò. Con voce tenue, schiacciata dall’importanza che, forse un po’ ingenuamente, andava attribuendo alle proprie parole.
- Maestro, vorrei presentarvi Shun, cavaliere di bronzo della costellazione di Andromeda. –
Camus sbatté le ciglia. Poi sbuffò. Si concesse appena un paio di secondi per studiare quel viso bello e fragilino, senza per altro alcun interesse.
- Ebbene? –
- E… Ebbene, maestro, io… io gli sono molto legato. Gli ho chiesto di restare al mio fianco, e lui ha accettato, dandomi una grande gioia. Ecco, ho voluto che voi, che siete il mio amato maestro, lo conosceste, e che Shun conoscesse voi. –

Milo fece scattare verso l’alto le sopracciglia. Camus ebbe di che sentirsene tradito. Gli avrebbe volentieri chiesto che cosa pensava di farsene di quell’espressione da illuminato così orgogliosamente stampata sulla faccia. Ma ammettere la sconfitta in quel modo non era cosa da Camus di Aquarius.
A quel punto, quello Shun tese una mano verso di lui. Camus notò che osava a malapena guardarlo in volto. Non gli piaceva, quell’eccesso di deferenza da parte sua, pur dovendo ammettere di apprezzare chi sa come stare davanti all’autorità.
Gli strinse la mano, a mò di riluttante contentino per il suo essergli del tutto indifferente. Ignorò l’occhiataccia cagnesca di Milo. In un simile frangente non ne comprendeva proprio il motivo d’essere.
- E’ tutto qui? – domandò. Ebbe modo di testare di sfuggita, fra l’altro, quanto il suo tono di voce risultasse gelido anche quando non gli interessava  esserlo.
- Maestro… –
- E’ soltanto per questo che sei venuto? Per presentarmi questo ragazzo? –
L’espressione costernata di Hyoga servì da risposta. Sotto lo sguardo inorridito di Shun, Camus se ne tornò con tutta calma da dov’era venuto, fra le ombre innaturalmente fresche e nette del suo colonnato.
Nel silenzio delle circostanze, sul volto di Milo esplose, a tradimento, il sorriso asciutto e solare delle sue terre.
- Camus. – mormorò, scrollando brevemente le spalle. – Oh Camus. Voialtri due, sentite: alloggerete qui, stanotte? –
Hyoga provò per un attimo, ma fu un attimo soltanto, un moto di ammirazione e fastidio nei riguardi di quell’uomo, che gli aveva rivolto la parola senza nemmeno guardarlo in faccia, a braccia conserte, come si fa con le reclute. Aveva un’aria da ragazzino esaltato, che per puro capriccio decide di assumere sulle proprie spalle i problemi altrui, ed intende risolverli a modo suo. Ma dopotutto, stava soltanto chiedendo loro di aspettare l’arco di una notte.

Wok

9/4/2009

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Autore:IlPontefice Shion
Genere:Commedia,. Romantico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito:Shionimpara a sue spese che cosa succede a mangiare cibo non cucinato daDoko. Con la sua wok.
Disclaimer: Sempredi Kuru, sempre di Kuru.
Cose: 
Awn,le wok.
Seriamente, mi ero ripromessa di scrivere qualche cosa dimeno angst su questi due, viste le mie più recentiproduzioni. Come si siapassati da questo buon intento al fluff più pasticcioso, nonè lecito sapere,ma la wok mi sembrava un ottimo punto di partenza, per la trattazionedell’argomento.
Troppo spesso la gente tende a dimenticare che Doko èCINESE.



Doko di Libra ne aveva visti di combattimenti, in vita sua. Aveva visto corpi schiacciati contro soffitti e colonne, corpi volare come se non avessero peso, corpi esplodere, corpi consumati dal Cosmo,  corpi oscurati in mondi di luce.
Ma non aveva mai creduto che un corpo potesse rotolare.
Non nel senso letterale del termine. Semmai, precipitare in un dirupo, o finire sbalzato giù da una scala, o trascinato da un’onda d’urto. Ma rotolare, rotolare come un involtino nell’olio di cottura, questo no.

 Finché non l’aveva visto fare al suo amico di un tempo, amante, e diretto superiore.

Essere l’amante del capo aveva i suoi pro. Uno era l’innegabile avvenenza del capo, appunto. Un altro era la sua sapienza nell’arte di deliziarlo. Un altro era il suo fondoschiena. All’anima.

Ma c’era anche aspetto negativo.
Ed il più rilevante riguardava i momenti di debolezza di Sion, quando si barricava in sé stesso e nessuno, nessuno al mondo poteva avvicinarlo – tranne Dokoyo.
E conseguentemente, nessuno doveva sopportarlo – tranne Dokoyo.
Lo rinvenne sul suo letto completamente stravolto che non si dava pace, e passava continuamente da un fianco all’altro, come se fosse stato in balia del mare. La servitù era tanto preoccupata per lo stato del Pontefice, tanto che non una, ma addirittura quattro fanciulle erano scese in gran fretta a chiamare Libra il Temperante, affinché potesse aiutare il loro povero signore.
Ma Doko era talmente sereno che si era persino concesso un sorriso, per l’abbigliamento sgargiante delle giovinette, opera di Sion senza alcun dubbio.

- Oh Dokoyo. Dokoyo, perché mi hai abbandonato. – stava rantolando, aggrappato al suo guanciale preferito, e con ogni probabilità deciso a portarselo fin nell’oltretomba.
La stanza profumava di pulito e di aria fresca, segno che Sion aveva intenzione di lasciare questo mondo in maniera decorosa, stavolta che era stato graziato di un discreto preavviso. Doko, però, non aveva troppa voglia di assecondarlo, e glielo fece sapere andando ad aprire nuovamente le ampie finestre che già dovevano essere state spalancate fino a poco prima. Il calore del pieno pomeriggio gli bagnò la faccia, mentre un gemito da levare l’anima lo raggiunse da sotto un cuscino premuto con forza sui capelli.
- Sion. – lo richiamò, vagamente severo. – Sono qui. Adesso calmati. –
- Calmarmi? Ma non vedi? Non vedi che muoio? –
- Non che non muori. È una brutta indigestione, la supererai come hai superato mille battaglie. –

Eh, il vecchio Doko lo sapeva bene. Le mille battaglie erano sempre una buona carta da giocare, con Aries. Lo vide fare capolino prudentemente, i capelli scomposti che grondavano fin sugli occhi.
Stava prendendo le misure. Stava valutando fin dove poteva spingersi nel pungolare il suo senso di pietà, onde evitare di essere messo con le spalle al muro dalle sue stesse armi.
Era un gioco che a Libra piaceva ancora, perché sapeva di anni trascorsi e di infinita conoscenza. Come erano uniti e telepatici, così erano anche bravi a valutarsi come avversari. E se si eccettuava un’occasione, una sola, in cui Doko aveva trovato quel gioco tutt’altro che divertente, per il resto era sempre stato tremendamente spassoso.

- Non sono mai stato così male in vita mia. – brontolò alla fine Sion, guardandolo da sotto in su affinché lui potesse vedere le occhiaie rimarcate dall’ombra. – Mai, mai, mai stato così male. –
- Nemmeno quando la mano nemica ti feriva? –
- Nemmeno. –
- Nemmeno quando l’ira di un dio si è abbattuta su di te? –
- Nemmeno. Erano carezze, quelle, a confronto! –
Doko alzò gli occhi al soffitto, divertito. – Nemmeno… - insinuò, accucciandosi accanto al letto con le braccia incrociate, il viso di Sion ad un niente dal suo. – Nemmeno quando ti ho fatto mio per la prima volta? –

Il gioco, il gioco, sì. Per quanto Sion avesse calcolato attentamente le sue mosse, il turno se l’era aggiudicato lui, senza ombra di dubbio.
– Doko! – lo riprese, oltraggiato.

Scostò una ciocca di capelli dalla fronte aggrottata fermamente, mentre Doko gli si sedeva accanto. Con l’indice e il medio, lo analizzò passeggiando lentamente lungo tutto il suo corpo, fino al busto protetto da un’ampia veste da notte di morbidissima mussola di seta, proprio il genere di vezzo che Sion concedeva volentieri alla sua pelle.
Sgambettò sulle sue spalle, stando in equilibrio sulle clavicole. E rallentò l’andatura sul viso, quando si trovò a passeggiare sul suo mento, a scalare la punta del suo nasino, a tuffarsi fra gli occhi, e poi ad arco fino alle guance.
Era palliduccio e piuttosto freddo. In alcuni anfratti del collo, e sulla fronte, Doko colse alcune gocce di sudore freddo che subito scacciò via, via da quella tenera pelle d’alabastro.
- E’ solo un mal di pancia. – lo rassicurò. – Te ne ricorderai, la prossima volta che ti verrà voglia di mangiare dei gamberetti crudi. –
Non era stata sua intenzione lasciar trapelare da quell’amorevole rimbrotto l’asprezza del tradimento. Ma, ugualmente, Sion, che lo conosceva spaventosamente bene, la colse. E per un momento, tacque, i suoi occhi si fecero grandi, e si colmarono di pentimento sincero.
- … Non erano crudi! Erano marinati! – cercò di difendersi.
Ma Doko era cinese, allenato fra i fitti bambù delle coste sud orientali, e rimasto legato per secoli ad un monte cinese, ad una cascata cinese, ad un cielo cinese.
Un uomo di Qin, che aveva ereditato l’arte culinaria di Qin.
- Bah. Crudi, ti dico, crudi. –
- Doko, io… -
- Taci. Ho fritto gamberi per te per anni ed anni, e ti è mai venuto un mal di pancia? Mh? – addolcì un po’ le sue parole, mentre gli tendeva una mano compassionevole ed affettuosa per accarezzargli i capelli pasticciati dal sudore e dal troppo stare sul cuscino. – Dimmi, cuor mio, ti ho mai fatto star male? –
- No. – gemette Sion, con gli occhi umidi.
- E perché allora hai voluto provare queste nuove mode? Questi esotismi pericolosi, che attentano alla tua salute. –
- Mi sembravano innocui. –
- Come possono esserlo, è cibo crudo. –
- Oh, via, ora esageri. Il fatto che tu frigga sempre tutto quanto non significa che non esistano altri modi per-  –
- Sion. –

Il timbro della voce di Doko, solenne, vibrò come un gong, e per la seconda volta in pochi minuti, Sion tacque. Doko scrutò con aria grave le sue dita, riunite mollemente in grembo. Dita che tante volte l’avevano stretto, e che un giorno, persino, avevano accolto l’ultimo barlume della sua vita che si disperdeva. Ora non stringevano niente, ma si serrarono ugualmente con determinazione.

- Sion, ascoltami. – parlò l’uomo di Qin. – Ascolta chi ti ha amato senza riserve per tutta l’immensità del tempo, ascolta chi non ha altro pensiero al mondo che la tua felicità, la tua salute e il tuo benessere. –

E Sion, innamorato, ascoltò.
- Queste sono falsità. Falsità, bugie infami, diffuse per scopi ignobili da qualcuno che vorrebbe avvelenarti. –
- Via, sono certo che Death Mask non intendesse… -
- A-a-a. Il riso, come te lo cucino? –
- Bollito. –
- Proprio così. E ti ha mai fatto male? –
- No, mai. –
- E dimmi, il pesce invece, come te lo cucino, con tutto l’amore di cui sono capace? –
- … Nella wok. –
- E la carne? –
- Nella wok. –
- E gli involtini? E i ravioli ripieni che ti piacciono tanto? –
- Nella wok. –
- E i dolci? Quelli che ti preparo per strapparti i sorrisi più belli? –
- Nella wok! –
- Esatto. –
Sion si tirò il lenzuolo color crema fin quasi al mento. – Mi dispiace tanto! –

Fu il momento di sciogliersi in sorrisi riconcilianti. Lo stomaco di Sion mandò un gorgoglio straziante, che lo costrinse a rimettersi giù buono, vittima di altre scariche di sudore freddo. Doko decise che il fato lo aveva punito abbastanza.
- Vado a farti un buon tè verde caldo fumante. – promise, schioccandogli un bacio proprio in mezzo alla fronte. – E ci metterò un pizzico di zenzero fresco. Ti farà bene. –
- Ti ringrazio. –
- Di nulla, mio Aries avventato. –
Sparì con naturalezza nella cucina degli appartamenti privati di Sion, lasciandolo solo con il suo malessere, la sua nausea, i suoi crampi e i suoi sensi di colpa.
Pochi minuti ancora, e sarebbe tornato con la tisana miracolosa. Pochissimi minuti di fiduciosa attesa a cui Sion si abbandonò con tale languore da addormentarsi senza nemmeno accorgersene.
Libra lo avrebbe trovato accoccolato lì dove l’aveva lasciato, e ne avrebbe sorriso pieno di tenerezza.
Non c’era alcuna fretta: lo zenzero aveva già dato tutti i suoi succhi nell’infusione, e in cucina c’era ancora una wok piena di acqua bollente, pronta a tenere la tazza in caldo.