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Radio Sanctuary - Gold Insanity
LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Shun diAndromeda / Hades Sama
Genere: Introspettivo
Personaggi Principali:Pisces Aphrodite
Rating: G
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
In proposito: 
Seiil più bello.E’ un dato di fatto, una realtà oggettiva,qualcosa che trascende le leggi della Fisica e del Cosmo.Sei il più bello.
Disclaimer: Aphroditeè di Masami Kurumada
Cose: Regalo dicompleanno per Aphrodite ( 10 marzo)

Roses can't cry
(But they can hurt)
 

Sei il più bello.

E’ un dato di fatto, una realtà oggettiva, qualcosa che trascende le leggi della Fisica e del Cosmo.
Sei il più bello.
Ed essendo tale, ti circondi di bellezza, di magnificenza, di sensuale perfezione.
Bellezza in battaglia, perché le tue Rose sono le più meravigliose tra le Ambasciatrici della Morte.
Magnificenza d’Oro, perché le tue regali vestigia le hai conquistate per ottenere potere e nobiltà. Sei un Gold Saint. Un Santo malizioso coronato di alloro, morte e sensualità.
Perfezione, perché ogni tuo gesto trabocca tale qualità. La qualità che solo un Dio può avere –e il tuo nome è il nome di una Divinità.

Tu sei il più bello.
Hai cercato per tutto il mondo qualcosa di simile a te, senza trovarlo: ovvio, d’altronde… chi potrebbe mai paragonarsi a te?
(Non ti senti solo, però? Non è vero che urli la notte soffocando il viso nel cuscino perché è maledettamente frustrante ed infelice la tua vita di bambola guerriera, bellissima e triste?)
Hai dimostrato di essere forte, uno dei dodici uomini più forti del mondo.
I migliori.
E tu, tra loro, sei l’Ultimo Baluardo, la Difesa Finale per la Tredicesima, per il Gran Sacerdote, per Athena.

(Ultimo, isolato. Che senso ha essere bellissimo se poi nessuno ti guarda? Che senso ha essere perfetto se poi nessuno ti tocca?)
Athena, che è la Dea Guerriera, bellissima e temibile. Perfetta, anche lei. Non potresti seguire nessun’altro.
Niente e nessuno potrà mai dominarti.
(E allora perché sei infelice?
Forse perché vuoi qualcuno che ti domini?)
I tuoi compagni sono poco meno che insulsi.
Sì, forse in fatto di forza qualcuno di loro potrebbe superarti, ma sono così noiosi, banali, o addirittura rozzi e volgari…
Come lui.
Il Cancro.
Che disgustoso essere, sempre con quel ghigno, sempre maleducato e poco elegante.
(Ma maledettamente attraente, vero?)
Cerca sempre di essere il migliore, anzi si crede il migliore! Che assurdità. Lui e le sue maledette Maschere Mortuarie.
(Ma tu vuoi essere suo, vero?)
Lui, così fastidioso, così… imperfetto.
(Non è vero. Secondo i suoi principi, lui è la macchina perfetta. Il perfetto Mietitore.
Ma proprio perché la sua perfezione strina con la tua lo vuoi, vero?)
Lui, che ti deride, che osa addirittura toccarti! Se ne fossi capace, piangeresti per la stizza.
(Tu vuoi essere toccato. Vuoi essere reso imperfetto.
Ma non te lo devo dire, perché lo sai, vero?)
Mai si avvicinerà a te. Mai.

Smettila di ingannarti.
Tu vuoi essere toccato da lui.

Vuoi stare con lui.
Vuoi che distrugga la tua perfezione e faccia cadere le tue barriere.
Vuoi che la tua vita abbia un brivido, quel freddo brivido che solo lui e le sue Maschere potrebbero darti.
Vuoi riuscire a piangere, dopo tanto tempo.
Ma non dovresti.
Le Rose non piangono… invero, sanno fare male.
Ma
non piangono.
Allora perché stai piangendo, Aphrodite?
Non sei contento? Ti sta prendendo.

E’ dentro di te, ora. Ti possiede.
E tu possiedi lui, in un certo senso.
Non ti piace che il sangue ribollisca nelle tue vene?
Non ti piace che i tuoi capelli siano scarmigliati, la tua voce alterata?
Non ti piace Death Mask?

Sì che ti piace. Lo sai bene.
Arrenditi e dominalo, permettendogli di dominarti.
Diventa perfetto rovinando la tua perfezione.

Ucciditi, per rinascere a nuova vita, con spine più aguzze, con petali più succosi, dai colori più invitanti.
Questa è l’ultima ordalia, per diventare la più splendida delle Rose.

Perché tu sei il più bello.

Wok

9/4/2009

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Autore:IlPontefice Shion
Genere:Commedia,. Romantico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito:Shionimpara a sue spese che cosa succede a mangiare cibo non cucinato daDoko. Con la sua wok.
Disclaimer: Sempredi Kuru, sempre di Kuru.
Cose: 
Awn,le wok.
Seriamente, mi ero ripromessa di scrivere qualche cosa dimeno angst su questi due, viste le mie più recentiproduzioni. Come si siapassati da questo buon intento al fluff più pasticcioso, nonè lecito sapere,ma la wok mi sembrava un ottimo punto di partenza, per la trattazionedell’argomento.
Troppo spesso la gente tende a dimenticare che Doko èCINESE.



Doko di Libra ne aveva visti di combattimenti, in vita sua. Aveva visto corpi schiacciati contro soffitti e colonne, corpi volare come se non avessero peso, corpi esplodere, corpi consumati dal Cosmo,  corpi oscurati in mondi di luce.
Ma non aveva mai creduto che un corpo potesse rotolare.
Non nel senso letterale del termine. Semmai, precipitare in un dirupo, o finire sbalzato giù da una scala, o trascinato da un’onda d’urto. Ma rotolare, rotolare come un involtino nell’olio di cottura, questo no.

 Finché non l’aveva visto fare al suo amico di un tempo, amante, e diretto superiore.

Essere l’amante del capo aveva i suoi pro. Uno era l’innegabile avvenenza del capo, appunto. Un altro era la sua sapienza nell’arte di deliziarlo. Un altro era il suo fondoschiena. All’anima.

Ma c’era anche aspetto negativo.
Ed il più rilevante riguardava i momenti di debolezza di Sion, quando si barricava in sé stesso e nessuno, nessuno al mondo poteva avvicinarlo – tranne Dokoyo.
E conseguentemente, nessuno doveva sopportarlo – tranne Dokoyo.
Lo rinvenne sul suo letto completamente stravolto che non si dava pace, e passava continuamente da un fianco all’altro, come se fosse stato in balia del mare. La servitù era tanto preoccupata per lo stato del Pontefice, tanto che non una, ma addirittura quattro fanciulle erano scese in gran fretta a chiamare Libra il Temperante, affinché potesse aiutare il loro povero signore.
Ma Doko era talmente sereno che si era persino concesso un sorriso, per l’abbigliamento sgargiante delle giovinette, opera di Sion senza alcun dubbio.

- Oh Dokoyo. Dokoyo, perché mi hai abbandonato. – stava rantolando, aggrappato al suo guanciale preferito, e con ogni probabilità deciso a portarselo fin nell’oltretomba.
La stanza profumava di pulito e di aria fresca, segno che Sion aveva intenzione di lasciare questo mondo in maniera decorosa, stavolta che era stato graziato di un discreto preavviso. Doko, però, non aveva troppa voglia di assecondarlo, e glielo fece sapere andando ad aprire nuovamente le ampie finestre che già dovevano essere state spalancate fino a poco prima. Il calore del pieno pomeriggio gli bagnò la faccia, mentre un gemito da levare l’anima lo raggiunse da sotto un cuscino premuto con forza sui capelli.
- Sion. – lo richiamò, vagamente severo. – Sono qui. Adesso calmati. –
- Calmarmi? Ma non vedi? Non vedi che muoio? –
- Non che non muori. È una brutta indigestione, la supererai come hai superato mille battaglie. –

Eh, il vecchio Doko lo sapeva bene. Le mille battaglie erano sempre una buona carta da giocare, con Aries. Lo vide fare capolino prudentemente, i capelli scomposti che grondavano fin sugli occhi.
Stava prendendo le misure. Stava valutando fin dove poteva spingersi nel pungolare il suo senso di pietà, onde evitare di essere messo con le spalle al muro dalle sue stesse armi.
Era un gioco che a Libra piaceva ancora, perché sapeva di anni trascorsi e di infinita conoscenza. Come erano uniti e telepatici, così erano anche bravi a valutarsi come avversari. E se si eccettuava un’occasione, una sola, in cui Doko aveva trovato quel gioco tutt’altro che divertente, per il resto era sempre stato tremendamente spassoso.

- Non sono mai stato così male in vita mia. – brontolò alla fine Sion, guardandolo da sotto in su affinché lui potesse vedere le occhiaie rimarcate dall’ombra. – Mai, mai, mai stato così male. –
- Nemmeno quando la mano nemica ti feriva? –
- Nemmeno. –
- Nemmeno quando l’ira di un dio si è abbattuta su di te? –
- Nemmeno. Erano carezze, quelle, a confronto! –
Doko alzò gli occhi al soffitto, divertito. – Nemmeno… - insinuò, accucciandosi accanto al letto con le braccia incrociate, il viso di Sion ad un niente dal suo. – Nemmeno quando ti ho fatto mio per la prima volta? –

Il gioco, il gioco, sì. Per quanto Sion avesse calcolato attentamente le sue mosse, il turno se l’era aggiudicato lui, senza ombra di dubbio.
– Doko! – lo riprese, oltraggiato.

Scostò una ciocca di capelli dalla fronte aggrottata fermamente, mentre Doko gli si sedeva accanto. Con l’indice e il medio, lo analizzò passeggiando lentamente lungo tutto il suo corpo, fino al busto protetto da un’ampia veste da notte di morbidissima mussola di seta, proprio il genere di vezzo che Sion concedeva volentieri alla sua pelle.
Sgambettò sulle sue spalle, stando in equilibrio sulle clavicole. E rallentò l’andatura sul viso, quando si trovò a passeggiare sul suo mento, a scalare la punta del suo nasino, a tuffarsi fra gli occhi, e poi ad arco fino alle guance.
Era palliduccio e piuttosto freddo. In alcuni anfratti del collo, e sulla fronte, Doko colse alcune gocce di sudore freddo che subito scacciò via, via da quella tenera pelle d’alabastro.
- E’ solo un mal di pancia. – lo rassicurò. – Te ne ricorderai, la prossima volta che ti verrà voglia di mangiare dei gamberetti crudi. –
Non era stata sua intenzione lasciar trapelare da quell’amorevole rimbrotto l’asprezza del tradimento. Ma, ugualmente, Sion, che lo conosceva spaventosamente bene, la colse. E per un momento, tacque, i suoi occhi si fecero grandi, e si colmarono di pentimento sincero.
- … Non erano crudi! Erano marinati! – cercò di difendersi.
Ma Doko era cinese, allenato fra i fitti bambù delle coste sud orientali, e rimasto legato per secoli ad un monte cinese, ad una cascata cinese, ad un cielo cinese.
Un uomo di Qin, che aveva ereditato l’arte culinaria di Qin.
- Bah. Crudi, ti dico, crudi. –
- Doko, io… -
- Taci. Ho fritto gamberi per te per anni ed anni, e ti è mai venuto un mal di pancia? Mh? – addolcì un po’ le sue parole, mentre gli tendeva una mano compassionevole ed affettuosa per accarezzargli i capelli pasticciati dal sudore e dal troppo stare sul cuscino. – Dimmi, cuor mio, ti ho mai fatto star male? –
- No. – gemette Sion, con gli occhi umidi.
- E perché allora hai voluto provare queste nuove mode? Questi esotismi pericolosi, che attentano alla tua salute. –
- Mi sembravano innocui. –
- Come possono esserlo, è cibo crudo. –
- Oh, via, ora esageri. Il fatto che tu frigga sempre tutto quanto non significa che non esistano altri modi per-  –
- Sion. –

Il timbro della voce di Doko, solenne, vibrò come un gong, e per la seconda volta in pochi minuti, Sion tacque. Doko scrutò con aria grave le sue dita, riunite mollemente in grembo. Dita che tante volte l’avevano stretto, e che un giorno, persino, avevano accolto l’ultimo barlume della sua vita che si disperdeva. Ora non stringevano niente, ma si serrarono ugualmente con determinazione.

- Sion, ascoltami. – parlò l’uomo di Qin. – Ascolta chi ti ha amato senza riserve per tutta l’immensità del tempo, ascolta chi non ha altro pensiero al mondo che la tua felicità, la tua salute e il tuo benessere. –

E Sion, innamorato, ascoltò.
- Queste sono falsità. Falsità, bugie infami, diffuse per scopi ignobili da qualcuno che vorrebbe avvelenarti. –
- Via, sono certo che Death Mask non intendesse… -
- A-a-a. Il riso, come te lo cucino? –
- Bollito. –
- Proprio così. E ti ha mai fatto male? –
- No, mai. –
- E dimmi, il pesce invece, come te lo cucino, con tutto l’amore di cui sono capace? –
- … Nella wok. –
- E la carne? –
- Nella wok. –
- E gli involtini? E i ravioli ripieni che ti piacciono tanto? –
- Nella wok. –
- E i dolci? Quelli che ti preparo per strapparti i sorrisi più belli? –
- Nella wok! –
- Esatto. –
Sion si tirò il lenzuolo color crema fin quasi al mento. – Mi dispiace tanto! –

Fu il momento di sciogliersi in sorrisi riconcilianti. Lo stomaco di Sion mandò un gorgoglio straziante, che lo costrinse a rimettersi giù buono, vittima di altre scariche di sudore freddo. Doko decise che il fato lo aveva punito abbastanza.
- Vado a farti un buon tè verde caldo fumante. – promise, schioccandogli un bacio proprio in mezzo alla fronte. – E ci metterò un pizzico di zenzero fresco. Ti farà bene. –
- Ti ringrazio. –
- Di nulla, mio Aries avventato. –
Sparì con naturalezza nella cucina degli appartamenti privati di Sion, lasciandolo solo con il suo malessere, la sua nausea, i suoi crampi e i suoi sensi di colpa.
Pochi minuti ancora, e sarebbe tornato con la tisana miracolosa. Pochissimi minuti di fiduciosa attesa a cui Sion si abbandonò con tale languore da addormentarsi senza nemmeno accorgersene.
Libra lo avrebbe trovato accoccolato lì dove l’aveva lasciato, e ne avrebbe sorriso pieno di tenerezza.
Non c’era alcuna fretta: lo zenzero aveva già dato tutti i suoi succhi nell’infusione, e in cucina c’era ancora una wok piena di acqua bollente, pronta a tenere la tazza in caldo. 
 
Autore:IlPontefice Shion
Genere:Drammatico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Saga
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot
In proposito:Saganon pensava a sé stesso come ad un’eclissi. Questogenere dimetafore da pochi spiccioli non lo interessavano. Non gli interessavanole metafore in genere, lui che era già abbastanza lontano dasé stessoda non aver bisogno di ulteriori, pericolose sublimazioni.
Disclaimer: Sempredi Kuru, sempre di Kuru.
Cose: 
Vincitricedel concorso "Dark versus Light" indetto da Writer's Dream - SezioneFanfiction.


Ai miei Goldies
Grazie <3




Orgè

Ci sono modi divedere il mondo, di viverlo e di giudicarlo, che sono diversi come laluna dalsole, e si scontrano, si insultano, si mordono l’unl’altro perché le lorotonalità non si confondano, anzi rimangano separate dallalinea netta di unorizzonte sempre un po’ nero. Non riescono a convivere fraloro, se non sulfilo di spada, nonostante il tempo che passa ed i tentativi di mediare,chesomigliano man mano sempre di più ad una redenzione maivoluta. Esistono personeche sono morte per un ideale, ed altre che per un ideale hanno ucciso.
E poi, c’è chiriesce ad essere sia luna che sole. Chi riesce ad uccidere e a morirecome sein fondo fosse la stessa cosa. Chi si ammala di libertà alpunto di spaccare ilimiti dell’unità e della coerenza. Fino atrascendere.
E ciò è male.

Saga non pensava asé stesso come ad un’eclissi. Questo genere dimetafore da pochi spiccioli nonlo interessavano. Non gli interessavano le metafore in genere, lui cheera giàabbastanza lontano da sé stesso da non aver bisogno diulteriori, pericolosesublimazioni.
Quando il mondo loaveva chiamato a farsi concreto, aveva risposto sfoderando una mascheraillegittima. Di questo era ben consapevole, per quanto la suasituazionegrottesca gli permettesse di esserlo. Le macchie oscure sulla sua vesteavevanosempre un colore, ma mai un’origine.
Il perché, quellanotte, si sentisse così solo, non lo conosceva, ma gli erabastato avvertire ilsoffio tenue della coscienza spirare fra i lunghi capelli, ed averriaperto gliocchi limpidi sul mondo, dopo tanto dormire, che i suoi piedi si eranomossi dasoli, leggeri e veloci, sicuri della via.
Igradini da percorrere erano innumerevoli

Subito fuori, loaccolse un profumo infido, di cielo e di fiori mediterranei. Privo diquellamaschera abbagliante, lo sentiva con forza, come una conseguenzainevitabiledel respirare. La maschera, per ironia, irretiva anche lasensibilità dellapelle del suo volto, la capacità di percepire il calore diun fiotto di sole, oil tocco pungente del vento. Era come essere vittimadell’angosciosa privazionedei sensi, fobia di ogni Cavaliere d’Athena, ma avendolorichiesto.
Eppure non era unaprigione, oh no, e perché mai: era il simbolo del suopotere. Un talismano minatodalle premesse e dalle conseguenze, che si offriva esso stesso acontrappassoper la sua condotta.

Egiunse alla Dodicesima Casa

L’odore leggiadrodelle rose si era fatto fastidioso. Non se ne stupì perniente, era come seriuscisse a penetrare attraverso la pelle, a propagarsi sul palatodiffondendoper tutta la bocca un sapore amaro.
L’aria eradiventata umida, Saga fu tentato di spogliarsi della sua tunica, primadiproseguire la sua corsa. Era notte fonda, e nessuno lo avrebbe sorpresonellasua nudità. Ed anche fosse stato…
Saga amava dormirenudo, perché il suo corpo era dolce alla vista, e piacevoleal tatto. E nonmutava colore, no. Per questo lo amava, come fosse stato cosa sua edaltruiallo stesso tempo, come se fosse stato promesso, consacrato. Ne avevacura,affinché custodisse il suo spirito per molto altro tempoancora; e poiché glispiriti erano due, ne aveva cura doppia, secondo una proporzione che,era suaidea, potesse essere proficua.
Così bello, Saga diGrecia, oh. Così tanto bello.

 Egiunse all’Undicesima Casa

La luna, a farglicompagnia, la luna ed il freddo. Che non fluttuavanell’atmosfera, ma sisprigionava con forza dalla sua stessa pelle, che solo fino ad unattimo primaaveva voluto liberarsi dall’ingombro della stoffa leggera, eadessorabbrividiva. La luce sarebbe gradualmente venuta a mancare, scendendo.Nientedi più ragionevole, pensò. Niente dipiù appropriato.
E mentre correvasenza troppa fretta all’ombra di quelle colonne, ebbe lasensazione che la suausurpazione avesse un significato ancora più profondo delpotere e dei suoiingranaggi più oscuri, come se tutto improvvisamente avesseguadagnato unaterza, sconosciuta dimensione. Ebbe la sensazione di aver stracciato ecalpestato qualcosa di molto prezioso e legittimo. Ne rimase spiazzato,tantoche quasi si fermò. Ma appena fece per rallentare, le suebraccia scoperterabbrividirono di nuovo, con forza ancora maggiore. Evidentemente,dunque, nonera il momento.

 Egiunse alla Decima Casa

Serrò i pugni,costringendosi ad ascoltare il suo respiro profondo e regolare.
Nessun altro suonoanimava quella notte troppo silenziosa, nemmeno un fiato di vento chefacesseda contrattema al suo. Non un verso di nottola, o di qualche bestianotturnache si aggirasse per fame o per noia nella notte. Magari predando. Eraunsilenzio attonito e concentrato, come quello di chi tenta di darsi unaspiegazione, di sciogliere un enigma con le proprie sole forze.
E c’era qualcosa dimistico, in tutto ciò. Poteva ingannarsi, ma addirittura difanatico.
Dopotutto, erastrano, per lui che era abituato al frastuono di voci che sialternavano,quando non si sovrapponevano, incessantemente, rumoreggiando nella suatestaesausta. È la norma, per chi convive con séstesso sul filo di spada.

 Egiunse alla Nona Casa

Stava per metterpiede nell’antro sacro, quando un cappio invisibile gli sistrinse attorno allagola fino a farlo boccheggiare. Saga formò un sorrisettoamaro, tastandoquell’inesistente strumento di tortura: l’avevaprevisto. Superò mura e colonnerese polverose dall’incuria e da ordini tassativi di cui nonaveva ricordi, masolo sentori.
Il silenzio divenneun mare furibondo, tramortito dai venti di burrasca, che si abbattesempre sulmedesimo scoglio, spossandolo.
Saga sapeva moltobene di essere una stessa cosa che, semplicemente, si era spaccata ametà. Erapreparato, non a gestirla, ma a sopportarne la vergogna. E tutte leripercussioni.
Aveva ucciso ed eramorto, una seconda volta.
Era stata una danzadel sangue e della vittoria, non sul cadavere del tuo nemico, ma dellapersonache più era cara al tuo cuore. Ad uno dei due cuori.
Lì, tutto eratranquillo e malinconico.
E se solo, se sololui fosse riuscito a smettere di tremare.

Egiunseall’Ottava Casa

La luna tornò prepotentea risplendere nel suo campo visivo, abbagliandolo con la sua lucesfuggente,come se per un attimo avesse scordato il suo ruolo e si fosse credutaun sole.Rovesciando intendimenti, accordi, consapevolezze. Si erasopravvalutata,forse.
Saga ne ebbe un po’pietà, perché la vide, ora, vergognosa,rifugiarsi dietro i frontoni delloScorpione. Pentita e frustrata.
L’atmosfera, per ilresto, era fresca e ridente, molto meno pesante di come la ricordavapochigradini più su. Si disse che commettere errori nel valutarele correntiventose, o la direzione delle nuvole, è quanto dipiù facile possa accadere.Sono elementi poco inclini alla regolarità.
La stessa cosa sipuò dire per una persona, soprattutto quando si tratta disé stessi. Che sia ilsemplice sopravvalutare la propria potenza rispetto a quelladell’avversario,oppure peccare di eccessiva fiducia, Saga conosceva bene questo generedisbagli, perché ne portava vivo il ricordo in sé.Laggiù, nell’angolo remoto delmostro.

E giunse allaSettima Casa

Si levò un’ariaumida e vagamente stagnante, nonostante la brezza tirasse vivace eportasse ivapori della notte qua e là, senza lasciarli sostare.
Era aria diabbandono, di un luogo che scontava una sorta di vedovanza troppobenevola perintaccare la serenità di chi vi passava attraverso. Come sesi limitasse adichiarare, con sobrio distacco, il proprio penoso stato, senzapretendereaiuto, ma esigendo il più profondo rispetto. Saga,nonostante la tenuità diquelle impressioni, ne fu toccato. La sua intelligenza finissima ed unpo’autocompiaciuta lo avvertì di una qualche sensazione strana,che minacciava didivenire pesante persino per spalle come le sue.
Ricordò.
Di quando avevaucciso ed era morto, una prima volta.
Ed era stato comefuggire.
Via, sulle ali diun demone del sonno.

 Egiunse allaSesta Casa

La fiducia, sì.
Ci stavariflettendo su fino a poco prima, ed ora che quell’auralattiginosa che loaveva stordito se n’era rimasta ad aleggiare un po’più indietro, recuperò lalucidità.
Amica di una vitafelice, per quanto ne sapeva. Quel che onestamente ignorava, era sefosse ilculmine della saggezza, o l’abisso dellastupidità. Perché lui aveva godutodella fiducia di stupidi e di saggi, pressoché senzadifferenze. Dei piùstupidi e dei più saggi, a ben vedere.
Era stata questafiducia, prima di ogni altra sua azione, ad elevarlo lì doveora si trovava,sull’orlo della vertigine. Una fiducia mesta, che raccontavadi quanto impegno,e quanta dedizione, avesse infuso lui ai suoi giorni di sole, perconquistarla;per poi doverla donare in sacrificio, stracciarla e ridurlaall’agonia con ditanon più sue.

Egiunse allaQuinta Casa

Cominciava ad avereil fiato corto. Ma non poteva fermarsi, non all’antivigiliadella sua meta.Giunti a quel punto, sarebbe stata mancanza di coraggio,perciò no, non sarebbebastato un miracolo a farlo tornare indietro. Oltrepassò conuna risolutezzache forse un po’ ostentava quelle colonne che parevanoguardarlo.
Non fu difficile,Saga era avvezzo ad essere guardato. Con ammirazione, solitamente; contimore esospetto da parte di pochissimi, sconsiderati occhi; con deferenza esottomissione, per la maggior parte del tempo, ma quello non contava,ché inquelle ore, lui, dormiva. Che le colonne del Leone lo guardassero,dunque, selo desideravano: non sarebbe stato così vigliacco dasottrarsi. Il coraggio,quello, non gli era mai mancato.

 Egiunse allaQuarta Casa

Vi giunse pensandoa cose terribili. Gli capitava, talvolta, di pensare cose inenarrabilidi séstesso. Che era un debole, un maledetto, uno spudorato. Se nedispiaceva, poi,perché non ne aveva colpa. Si infiammava di sdegno per ildestino che lo avevaavvinto in una tela di dolore e nebbie, ma poi passava anche questo.
Saga era fatto ditante scintille.
Giungeva un momentodi desolazione profonda, e poi arrivava la speranza, flebile come unafragranzadolcissima, che risvegliava i suoi sensi e li sollevava dalla pressionedell’inerzia.
Saga si eraabituato a vivere il più velocemente possibile.

 Egiunse alla Terza Casa. E lì si fermò.

Toccòdistrattamente la prima colonna del pronao della sua antica dimora,mentre vientrava, come fosse stata una carezza dovuta ad un buon animaledomestico che,durante la sua assenza, era caparbiamente stato a guardia di quellemura.
Non era vero,naturalmente: la Casa di Gemini doveva provare un disgustopiù che legittimoverso il suo inquilino.
Era affaticato epreda dell’emozione, Saga. Evidentemente, non erapiù nemmeno capace di gestireil suo corpo affinché assecondasse la sua non certo ferreavolontà. I muscolisi tendevano anche senza che ce ne fosse necessità, riottosi.
Sollevò gli occhial cielo, frugando fra le masse di stelle per trovare la sua.
Ma i Dioscuri suoialleati ricambiarono con bagliori malevoli dei loro occhi astrali.Mortificato,comprese le loro motivazioni. Loro, loro in vita si erano amati molto.Il piùforte fra loro aveva a cuore la sorte del più fragile, necondivideva levittorie e si angustiava per i suoi dolori, senza ambiguitàalcuna. Le grottenascoste e preda dei flutti di marea erano lontane dalle loro menti.
Saga, invece, eraper sé stesso un conflitto: era vivo, ma da tutti credutomorto, tanto percominciare.
Ma era venuto finlì anche per questo, per scusarsi con le stelle gemelle, eprovare a vedere segli riuscisse ancora di parlare con loro, di accettare i loro preziosiconsiglie di farsi guidare dalla loro luce, che era anche la loro voce.
Incrociò le bracciaal petto, solennemente. Dal cielo, un barlume lo avvertìche, forse, sarebbestato ascoltato.
Ed allora luipregò.
Supplicò ad occhichiusi che nulla di tutto ciò fosse vero. Anche a costo dirinunciare allacarica di Cavaliere d’Oro, e diventare l’ultimo deimozzi al servizio diAthena.
Anche se, con ogniprobabilità, non ci sarebbe comunque stato più unposto per lui.
Traditore, Saga,traditore dei Gemelli. Traditore della Dea.
Oh, quantanostalgia. Gli parve per la prima volta in vita sua di poterne morire.Quantatriste, disperata volontà di tornare ai suoi giorni di sole,a quei giorni disole, dove un solo sorriso valeva le ore passate a tirar pugni allecolonne dimarmo, nel rigore dell’inverno.

Chiuse gli occhi,provato dalle preghiere e vinto dal sonno. La mattina dopo, per certo,sisarebbe destato con ancora addosso le sensazioni elettriche di uncerchio allatesta per il troppo vino, con i muscoli pesanti e gli occhi unpo’ segnati.
Ma non era ilmomento di pensarci, quello; ché la mattina dopo,chissà quando sarebbe giunta.




NOTA:

 

Orgè significa rabbia, ira. L’ira è il sentimento portante di questa in questa lenta discesa. C’è l’ira di Saga verso sé stesso e verso le circostanze, l’ira di Gemini che ripudia sdegnosamente il suo Custode, l’ira di quanti hanno subìto e sono rimasti schiacciati da Saga stesso. Mi piacerebbe che si avvertisse, infatti, anche l’ira di Taurus,  e di Aries, le due Case che non vengono toccate qui per evidenti motivi, ma che ospitano l’uno un fuggiasco orfano del suo maestro, e l’altro un animo sensibile e vittima della sua bonaria fiducia.

Sono felicissima che questa fic si sia aggiudicata il concorso di Writer’s Dream, soprattutto perché mi rendo conto che non è un testo facilissimo, che presuppone una conoscenza davvero approfondita del fandom, ed una discreta predisposizione spirituale alle fisime mentali di chi scrive. Vi linko la pagina di annuncio, da cui potrete anche accedere alle altre preziose sezioni del forum. Dateci un’occhiata!
http://writersdream.forumfree.net/?t=39912403
 
Autore:IlPontefice Shion
Genere:Drammatico, Introspettivo,Romantico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot, Yaoi
In proposito:L'albaè un inseguirsi di notte e di giorno, dove i traditoridiventano eroi, dove un addio vale poco più di unarrivederci.
- Saraba. Tomoyo. –

Disclaimer: Sempredi Kuru, sempre di Kuru.
Cose
:
PREMESSA:Sionè così Roccocò. E questa robaè angst. Non che angst eroccocò siano due cose direttamentecollegate, per quanto ne so.In buona partePoV di Doko, perché mettersi nei panni altruiè importante. “Conosciil tuo seme” insegna il carlino di chi scrive, cheè un filosofo mica da poco.
Dedichine,dedichine!

A Doko.Con tanto amore çOç. Anche se sento chedovròpreparare un sacco di tè verde, poi.
Alle Nespole,che dovranno cimentarsi nel nuovo giocodell’estate: “Scova la Nespolata”.Perché sì, fra queste lacrimevoli pagine siannida una nespolata terrificante.
Ad Aphrodite,che ha scagliato oggetti contundenticontro chi scrive, ed è la fonte d’ispirazionedella nespolata di cui sopra. Prestoorganizzeremo la Resistenza assieme agli altri sopravvissuti, nontemere.Appuntamento a mezzanotte in Piazzetta. 
A DeathMask, che quasi certamente dopo questa robasi trasformerà in Lavi e frignerà le lacrimedell’inferno, salvo poi finireaffettato. Che triste destino.
Ad HadesSama, che non sa nulla di questa cosa, e chesi renderà conto dell’angst solo quandosarà troppo tardi. Ma non temere,supereremo anche questa nel nome del sakè. E comunque, lasua Surplice mi stad’incanto. <3


~The Everwaiting ~

 

 

 

But touch my tears
with your lips.

 

 
E così, era giunta.
Dopo tantoaspettare, la battaglia.
Sospirata e temutacome un sogno premonitore.
Era notte piena, ilmomento più inaspettato per cominciare a combattere: lanotte, solitamente,significa fine, quanto la mattina significa inizio.
Doko avanzò di unpasso nell’aria salina che risvegliava il suo corpointorpidito e un po’ loinzaccherava. L’armatura di Libra abbracciava le sue membraritrovate come unavecchia, paziente amica.
Un altro vecchio,paziente amico, lo fronteggiava, fiammeggiando il suo cosmoinconfondibile,sventolandolo come una bandiera di rivincita, e Doko ebbel’istinto di tendere lemani e lasciarsele scottare.

- Dokoyo. - 
Era una domanda, acui Libra rispose di sì con enorme sollievo.
Sion alzò allora gliocchi al cielo, interrogando le stelle. Gli venne cosìnaturale farlo, ancheloro vecchie amiche, e poi sorelle per un certo tempo. Leguardò come se fossestato in procinto di tendersi verso di loro e raggiungerle, tanto cheDokodisse – No! –
Sion disse solo: –Grazie. – a fior di labbra.
- Sion, amico caroal mio cuore. Ti credevo perduto. –
- Non lo sono.Combattiamo, ora, Doko. –
- Sei un’illusione?Un trucco del nostro nemico? –
- Non lo sono.Combattiamo, ora, Doko. –

Sì.
Dopotutto, la battaglianon andava dimenticata.
Dimenticare loscopo per cui si era vissuti più di duecento anni solo acausa di due occhi unpo’ troppo grandi e pericolosi sarebbe stato disonorevole.
Libra non ci avevamai creduto davvero. Che la notte fosse una fine, e la mattina uninizio. Luisi era lasciato Atene alle spalle che il sole ancora faticava a levareil capooltre l’orizzonte, e non aveva mai considerato quel momentocome un nuovoinizio. Piuttosto, come un lungo, lunghissimo intervallo.
Che lo aveva condotto…
… A questo.
Perché non riuscivaa stupirsene quanto sarebbe stato giusto?

Cominciò a spirareun vento un po’ più fresco e un po’più secco, che scompigliò i suoi capelligià in disordine, mentre quelli di Sion, lunghissimi,ondeggiavano come ulterioristrati del suo Cosmo. E la Via Lattea non avrebbe illuminato i marmivenerandidella casa di Aries con più intensità nemmeno sefosse stata cosparsa didozzine di lune piene.
Due guerrieri chenon erano mai stati tanto soli come in quel momento, con le loromemorietradite e le loro speranze infrante soltanto in apparenza.
Aries che erasempre stato dorato, e invece che cos’eraquell’armatura atroce, disegnata inpunta di coltello e brillante di una luce che si inghiottiva ogni altrocolore?L’oro a bagnargli la fronte purissima, l’oro sullasua pelle, l’oro fra icapelli, l’oro ad incorniciargli gli occhi.
Oro della notte.Oro della morte.
Segretamente, Dokolo trovava bellissimo.

- Combattiamo. –
Ma lo disse controppo amore nella voce. Sion, finalmente, si aprì in unsorriso soffice esvuotato da ogni malizia complottistica. Taceva perché lasua voce si stavaammorbidendo pian piano nella sua gola, lo sapeva.
E comunque Doko nonci aveva mai creduto davvero. Che la notte fosse una fine, ma anche cheSionfosse un traditore. Aveva baciato le sue labbra innumerevoli volte, enon eranoquelle di un traditore. Le aveva trovate fresche e dolci come pescheappenaraccolte, altre volte calde come la luce del fuoco, altre voltesanguigne, epoi chissà quante altre cose ancora, ma mai amare, mai.
- Combattiamo, sì.–
Aveva una vogliaincontenibile di toccarlo. Quando il vortice di cosmo che li avvolgevacominciòa sciogliersi, poté farlo. Le sue mani irruvidite e umide disudore corsero alvolto bello di Sion, catturandolo. Lui, Aries, formò unsorriso pieno dicondivisione che lo fece sentire stupido, ma incredibilmente capito.
- Anche tu, Sion,cuor mio. – rispose a parole ad un abbraccio che voleva dire“Mi sei mancato”.

La casa di Ariesera vuota del suo coraggioso custode, e chiamava con dignitosanostalgia il suoantico signore. Sion prese Doko per mano, gli prese entrambe le mani, efece ilprimo passo indietro, guardandolo con gli occhi di chi invita adentrare nonper la prima volta, ma per la seconda, e già ben sa che cosadovrà accadere dilì a poco.
Libra se le portòalle labbra e le baciò punto per punto.
- Spegni. –pronunciò Sion, scosso. – Il tuo Cosmo. Che ilmondo si dimentichi di noi perqualche tempo. –

Alcune colonneerano abbattute, altre semidistrutte, ed era il sipario perfetto perloro dueche erano così vivi, oh, così vivi, mentrecamminavano in fretta e senza maislacciare le loro dita.
Sì, la casa diAries si ricordava bene anche di Doko, ospite gentile di tante notti.La portasi chiuse in magico silenzio alle loro spalle, senza che nessuno deiduel’avesse sfiorata.
Temuta e sospirata,la battaglia era cominciata.

 

This world has only one sweet moment 
Set aside for us

E così eragiunta.
Dopo la battaglia,l’alba.
Che non era affattoun inizio, tanto quanto la notte appena trascorsa non era stata unafine.
Circondò con unbraccio le spalle solide di Sion, che era rapitonell’ascoltare il suo cuore palpitareenergicamente nel petto. Per alcuni istanti fu come se, semplicemente,il tempofosse tornato indietro ad un’epoca remota, ma ammantata dialtrettanta gloria.La disperazione del loro stringersi era addolcita, però,dagli anni.
E dallaconsapevolezza di essersi già perduti. Faceva meno male diquanto Doko avessemai potuto pensare. Faceva male in modo diverso, non un macigno che tistritolail petto, ma uno stiletto che dilaniando la carne irradia vertigini elanguore.Chiuse gli occhi, pensando che morire con le dita di Sion affondate nelcuore sarebbestata la benedizione da chiedere ad Athena come ricompensa per tantidevotiservigi.
Morire, dopotutto,è il solo riposo per un Cavaliere di Athena.
- Vorrei che ilMaestro fosse qui. – disse Sion con un filo di voce. Come sei suoidiciott’anni fossero davvero diciotto.
- Sarebbeorgoglioso di te. –
- Non posso faraltro che pregare che Saga e gli altri riescano a compiere la loromissione. –
- Lo sai. Ilcompito più gravoso di un capo è quello dimandare i suoi uomini a morire. –
- Vorrei gridare atutti loro la verità, come l’ho bisbigliata a te.–
- Verrà il momento.–
Le carezze devotefra i lunghi capelli sciolti acquietarono Sion, che smise la sua ariagrave perriprendere i morbidi assalti al suo petto. Lo carezzava audacemente,abbandonatogiocherellò un po’ con il suo capezzolo, sorrisesottilmente quando lo videinturgidirsi, e lo mordicchiò. Doko lo lasciòfare, ridacchiando tenue, di gola.Era così appagato dalla presenza di Sion chelasciò che il soffio regolare deiloro respiri coprisse ogni altra percezione e gli riempisse tutti isensi.
Perciò sobbalzòquando, all’improvviso, Sion trattenne il respiro, e sitirò su a sedere.
- Athena. -
Anche Doko l’avevasentito. Forte e chiaro, come se invece di spegnersi il cosmo divinofossesorto.
- Dobbiamo andare.–
- Sì. Sbrighiamoci.–
La luna era rossacome la guerra. Non come il sangue, come la guerra. E facevaimpressione perquanto era grande. A Doko fece venire in mente certi colossalimedaglioni postia sacra guardia dei più antichi templi, in Cina. Da bambinone aveva visti adecine, nelle località più disperse, incastratefra le colline e i fiumi. Nongli era più capitato di rivederli, dopo il periodo diaddestramento: dal GoroHo non si vedeva alcun tempio. Quella luna, ora, sembrava pronta arovesciarsisulle loro spalle con il suo peso immane, ma allo stesso tempo eraanche unaguida. Il cono di luce spettrale che proiettava a terra tracciava unsentieronetto, l’unico su cui ci si potesse fidare a mettere i piedi.
Sion era lacerato.
La parte piùrazionale di lui esultava, ma il suo cuore sanguinava.
Doko ne conoscevabene il motivo, gliel’aveva spiegato parlando fitto fitto perun minuto intero,prima di lasciarsi interrompere dall’amore che pian piano liaveva sommersi comeun’onda potente e placida. Ma non poteva condividerel’orrore con lui, quelloche Sion aveva deliberatamente trattenuto fra i denti parlando, e chelui avevasolo intravisto baluginare come una pozione tossica.
Cercò di nonpensarci troppo, mentre correva al suo fianco, con la codadell’occhio su dilui per cercare di saziarsi del suo profilo.
La notte insegue ilgiorno, e il giorno insegue la notte. E Sion non era un traditore, maun eroe.
- Che cosa accadrà,adesso? – domandò di getto, continuando a correre.Ora che il cosmo sovrumanodi Athena si era estinto per insinuarsi in un mondo non loro– non suo, avrebbedovuto pensare, ma preferì non farlo – nonricordava nemmeno dove stesseroandando.
- Doko. Perché melo chiedi. Non hai paura di saperlo? –
- Ho paura, certo.Te ne andrai, non è vero? -
Sion allungò ilpasso. Falcate eleganti che tagliavano la via tutta in salita. Dokocorreva conle gambe ancora molli di languore, e si stupiva di come Sion potesserestarecosì superbamente ritto dopo aver patito per ore gli assaltidi un guerriero diAthena che aveva bramato di riaverlo fra le braccia per piùdi due secoli.
Rise, e si disseche le sue capacità amatorie dovevano essersi unpo’ appannate per via dellalunga astinenza forzata.
Rise, e si disseche avrebbe recuperato in fretta, in un modo o nell’altro.
Dopotutto, ora chelo aveva rivisto sapeva che era solo questione di tempo. Eravicinissimo, erasempre stato vicinissimo, anche quando era salito fra le stelle, abrillare intensamentesu nella Bilancia per vegliare su di lui.

- Te ne andrai dinuovo. –
- Dokoyo. –
- No, ti prego.Sion, tu sai che non poteva bastarmi. Non poteva bastarmi laconsolazione chetu, forse, da qualche parte, chissà come, eri ancora con me.–
- Sì. Però battevonel tuo cuore. –
- Il mio cuore nonpotevo abbracciarlo. Avrei prima dovuto strapparlo dal petto.–
- Dammi la tuamano. Corriamo insieme ancora. –
Doko afferrò alvolo il palmo di Sion, guantato nella Surplice dai riflessi sinistriche eraprova del suo eroismo. Per quella stessa armatura, avrebbe perduto dinuovo lavita dopo appena una notte di tregua.
Che poi, era statauna tregua di schiaffi, che lui aveva incassato con ammirevolerisolutezza,negandosi persino l’onore del martirio per metter su unafaccia cattiva che gliriusciva magnificamente. Erano bastate poche parole, a lui, per capirechel’aveva ritrovato soltanto per perderlo di nuovo.
Ma le loro speranzeerano state infrante soltanto in apparenza, perché,segretamente, Doko lo trovavabellissimo.

- E’ l’alba. –
- Sì. È già l’alba.–
- Oh, l’alba. –
Gli occhi di Sionbrillavano come splendide Afroditi, e Doko capì come sisentisse a vedere ilsole sorgere dopo tredici anni di buio, lo capì dal fremitoelettrico delle suedita, che strinse ancora più forte.
All’improvviso, losentì rallentare. Sion ansimava, come se d’untratto le forze gli fosserovenute a mancare, e Libra non poté far altro che guardarloterrorizzato eimplorare “no, no!”, con lo stomaco squassato dauna nausea violenta e icapelli soffici della nuca rizzati come aghi.
Non c’era davveropiù tempo. Nemmeno una briciola.

 

Who dares to loveforever

 Dopol’alba, piùniente.
Non sarebbe giuntopiù niente.
Doko guardava lafigura imponente di Sion, stagliata nel rovinoso panorama delSantuario, contutto l’amore con cui non aveva potuto guardarla per tantotempo.
Sion che gli avevafatto il dono, o la cattiveria, di non andarsene subito.

- Sarà fra le miebraccia, stavolta. – disse ad alta voce, fiero, come adimostrare che avevadeciso lui per l’altro.
Sion fece qualchepassetto dall’aria tremendamente instabile.
- Dokoyo. –sussurrò, straziandolo.
Doko quasi loincenerì con i suoi occhi verdi come il coraggio e bagnatidi disperazione.
- Quanto vorreirestare qui a parlare ancora con te. –
“Ma che cosa dici.Tu te ne stai andando, Sion, non io. Tu”.
E si odiò, peraverlo pensato. Al punto da non avere più la forza perguardarlo. Sion non lorimproverò.
“Resta.”
E invece disse: -Aspettami. –
Sarebbe stato piùsemplice.
Sion rispose chel’avrebbe aspettato, ma questo non servì a placarelo strazio, non servì aniente. Cominciò a tremare senza poterci fare niente,miserevole di ognimiseria, ferito, ma non abbastanza a fondo perché potessefarla finita lì contutto quel dolore.
E siccome, quellavolta di tredici anni prima, aveva visto tutto, con gli occhi dellamente,stavolta si risparmiò almeno quel dolore. Ma non perse nulladel suoincantevole svanire, perché lasciò svegli i suoisensi tesi dall’angoscia:doveva essere una prova di fuoco e di sangue per lui, un viaggioattraverso ildolore, come unica via per uscirne.

- Saraba. Tomoyo. –

“Addio. Addio,Sion, Sion mio.”
Quanto avevasperato di potergli almeno dire addio.
E mentre glielo diceva,qualcosa si allentò nel suo petto, come benedetto dalla manodi Sion che losalutava con grazia. Respirò aria l’aria fresca el’umidore delle proprielacrime come se fosse reduce da un’apnea lunga tredici anni.Riemerse sotto unacascata di stelle, che erano Sion stesso che gli si dedicava con amorenellesue ultime ore di vita – e di solitudine.

Non fu fra le suebraccia, ma fu davanti ai suoi occhi.
Vide l’ororiaffiorare dai riflessi bluastri dell’armatura spettrale, ecapì dov’erarimasto nascosto: non negli occhi, non fra i capelli, no.
Nel sangue.
Sion della neve,Sion fatto di sabbia, Sion della materia dei sogni. Pregò dipoter baciare ilsuo ultimo respiro, per poter raccogliere la sua anima e darle pacenelleprofondità della sua.
C’era sempre statospazio per lui.
Quanto erano statisfortunati, loro due, amanti caparbi, splendidi innamorati. Siongliel’avevanoportato via crudelmente, e lui non era stato lì con lui, nongli aveva chiusoamorevolmente gli occhi, nutrendo la sua anima delle lacrime che lespettavano.
Lontani per tuttala vita, e lontani persino nella morte. La salvazione, dunque, potevagiungeresoltanto con un addio.
Dopo tantoaspettare, la battaglia, e dopo la battaglia, l’alba.
E dopo l’alba, unanuova battaglia.
Ché non esistonoveri inizi e vere fini.
Non esistono nottiné albe. Soltanto una lunga vita.
- E’ tempo diandare. – disse alzandosi. Il fatto che Kanon dei Gemellifosse lì adascoltarlo era probabilmente del tutto secondario.
Aveva le gambepesanti di muscoli e di anni, ma qualche passo ancora, si disse, potevafarlo.
Presto,prestissimo, l’alba sarebbe scomparsa dietro lapiù grande delle notti, eallora, forse, avrebbe avuto riposo, il vero riposo di un Cavaliere diAthena.
Ne valeva la pena.
Chissà perché,immaginava che Sion lo aspettasse dietro ad un immenso portale dipietra. 

Who waits forever anyway

Nota:
Everwaiting” è una parola che non esiste. Ma credo che il suo significato sia abbastanza lampante. Qualcosa come “la semprattesa”. Che sembra un incantesimo di Harry Potter, ecco.

Gli stralci di canzone sono tratti dalla celeberrima “Who wants to live forever”, dei Queen. Perché è struggente, ma soprattutto perché Gucci pensa che Freddie abbia le gambe più belle del mondo. Questo non è vero, dato che le gambe più belle del mondo sono senza alcun dubbio le mie.

 

Silk

8/16/2009

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Autore:IlPontefice Shion
Genere: Introspettivo,Romantico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: NC17
Avvertimenti: OneShot, Yaoi
In proposito:Sione le lenzuola. Un rapporto più difficile di quanto si pensi.Ma forse...
Disclaimer: MaledettoMasami!
Cose:Silk si èclassificata secondaal contest “Leap through Time” indetto daFanfiction Contest.Sono davvero soddisfatta delrisultato, e ringrazio di cuore la giuria, soprattutto per il bannerinospettacolare che mi hanno fatto, e che oh mio dio che bellezza,chebbellezza,chebbellbannerinoh! *O* Ho riportato di seguito ilcommento di giudizio!Chu di cuore atutti quantihanno sopportato lo sviluppo di questa shot. Perché perqueste 650 miserrimeparole ho frignottato troppo, ma nessuno ha avuto il coraggio dimandarmi aldiavolo.


La prima volta che ho rivisto – non toccato, rivisto – un lenzuolo, ho avuto un brivido talmente violento che ho temuto di vomitare. Il mondo intero aveva preso a girare disperatamente attorno a quel gigantesco straccio che copriva il mio talamo.

A quel gigantesco sudario.

Non credevo che i morti potessero ricordare, ma i morti ricordano, ed io mi ricordo bene del lenzuolo con cui il mio corpo fu frettolosamente coperto, per poi essere abbandonato alla pietà delle stelle, che di pietà ne ebbero davvero poca. Non fu un gesto di rispetto: il mio scomodo cadavere doveva essere celato perché il tradimento risultasse un’impressione vaga, un’allucinazione. Il freddo ed il caldo, la grandine e la pioggia uggiosa, il vento e l’afa, le gelate, la neve, le primavere di tredici anni impregnarono me e quello straccio penoso di ogni miseria.

 

Amante come sono delle tenerezze della seta, mi sono rifiutato di giacere in altro luogo che non fosse un giaciglio fatto di giunchi e di qualche tappeto duro e lanoso, che pizzicasse forte la mia pelle e la tenesse viva.

Perché avevo paura.

Di quei lenzuoli stesi ordinatamente, profumati di fresco, lenzuoli di seta che, se avessero coperto il mio corpo, mi dicevo, pensavo, lo avrebbero ingoiato una volta ancora. Athena ci ha chiamati a nuova vita – sia lode alla nostra dea gloriosa – ma solo chi è stato tutt’uno con un lenzuolo può dirlo, l’angoscia non se ne va, muore dopo della morte stessa.

 

Doko, però, mi ha raggiunto presto.

Su nei miei appartamenti privati, è entrato bussando, ma solo per farmi sorridere. Stupenda creatura, che mi sorprende con memorie antiche e dolcissime che ha serbato nel suo grande cuore nonostante tutto. L’ho visto con i miei stessi occhi guardare il mio letto e poi me, con le iridi luminose di una qualche intuizione.

Verdi, enigmatiche, caparbie. Mi sono detto che quelli erano gli occhi dell’uomo per cui mi ero perduto, ed ho provato orgoglio.

L’ho visto sorridere di nostalgia alle braccia che gli tendevo affinché mi offrisse le sue. Doveva aver capito tutto fin da subito, e io davvero non sapevo come impedirgli, almeno per orgoglio, di salvarmi dalla sciocca battaglia che mi ero deciso ad intraprendere.

L’ho visto mettere un passo davanti all’altro, venire verso di me, tigre nella penombra. Mi ha steso su quelle lenzuola in silenzio. Di schiena, con ogni delicatezza possibile. Con ogni delicatezza possibile mi ha sciolto i vestiti e mi ha regalato il primo sospiro.

“Oh, Sion, credimi”, mi ha detto. “Io ho più paura di te.”

E poi mi ha fatto l’amore, ed io sono riuscito a sentire di nuovo le lenzuola che prendevano fuoco sotto di noi, ad artigliarle come se fossero state  la mia sola salvezza, fidandomi di loro. Dopotutto, l’oblio che esse paventavano era ben poca cosa, rispetto a quello in cui rischiavo di precipitare con lui. Così, il suo respiro tiepido ed affannato mi ha restituito sensazioni che ho aspettato a lungo, ma mi ha fatto scordare molte altre cose, in pegno.

Lo scricchiolio del letto è diventato una dolce melodia di bentornato, su cui lui cantava i suoi ansiti scossi, ed io i miei. La nausea era intensa, ma per ben altre ragioni, ché avevo la sensazione di avere lo stomaco pieno d’acqua, e sì, credo fossero le mie lacrime, quelle, lacrime di gioia e di paura, esorcismi del silenzio che finalmente cedeva il posto ad un dolce invasore.

Riconoscevo il frusciare della seta ad ogni scatto delle sue ginocchia per spingersi in me; avvertivo distintamente le pieghe che i miei movimenti sinuosi disegnavano sulle lenzuola, scombinandole e addirittura sradicandole dal letto, quando la necessità di strattonarle diventava urgente. Le ho amate di nuovo, ho amato Libra e le mie lenzuola come se fossero il rovescio della medaglia di uno stesso connubio, ed ho capito che la seta è per davvero il mio elemento d’elezione.

Senza ombra di dubbio.

NOTA: 650 parole era il limite. E 650 parole sono. Aggiungo soltanto, onde evitare spiacevoli fraintendimenti, che tutte le particolarità linguistiche di questa fic sono volute. So che “mi ha fatto l’amore” è una forzatura, e come questa ce ne sono altre in giro. Giudicatele come più vi pare, ma giudicatele con il presupposto che no, non sono errori sintattici, grazie ad Athena.

COMMENTO AL CONTEST "Lip Though Time" indetto da Fanfiction Contest:

Silk, di Stateira.
1.Trama, IC e aderenza al fandom : 9
Ho trovato i Sion perfettamente IC, Doko anche, seppur non sempre. Ho apprezzato moltissimo l’introspezione di Sion, approfondita e ben sviluppata, il Sacerdote ha maturato una fobia più che normale per qualcuno che è morto ed è stato avvolto in un sudario così a lungo. Inoltre ho trovato che la flash si protraesse in modo perfettamente lineare con la trama originale. Dopo essere rimasta senza cavalieri Atena di fa resuscitare e questo ci spiega anche perché sia Doko che Sion siano vivi.
2. Lessico; grammatica: a) correttezza verbale – b) punteggiatura : 9

Non vi sono né errori, di grammatica, né di sintassi. Hai usato un lessico adeguato al personaggi, ricercato in taluni punti, più semplice in altri, ti sei presa delle liberta stilistiche adattissime a Sion, che avendo molti anni parla in modo essenzialmente diverso dagli altri cavalieri, si trascina dietro duecento cinquanta anni di evoluzione linguistica.
3. Aderenza ai warning: 10
Perfetta. Sion è indubbiamente il personaggio principale, un uomo che è mutato profondamente, ha vissuto ed è morto, ed ora che è nuovamente in vita ha, come è ovvio, delle fobie che la gente comune troverebbe assurde. L’oggetto è utilizzato in modo originale e duplice il che ti rende ancora più onore, prima ci parli del lenzuolo come una delle paure di Sion, quindi il lenzuolo diventa un semplice lenzuolo, qualcosa che ricorda il fare l’amore. Un’ottima introspezione, utilizzo e sviluppo dei warnings.


Bannerino del concorso:
 
Autore:IlPontefice Shion
Genere:Romantico
Personaggi Principali:Andromeda Shun, Cygnus Hyoga
Rating: PG14
Avvertimenti: OneShot, Yaoi
In proposito:Unpozzo gelido, un cappotto pesante, una scelta da fare. E centomilafiori, da donare a chi vuoi.
Disclaimer: Hyoga eShun sono di Masami Kurumada. Ma il resto è tutto nostro.
Cose:
sonoin vena di esperimenti, perciò eccomi qui, a confrontarmicon il mostrosacro della mia infanzia, l’anime che più diqualsiasi altro mi ha appassionatae che ancora mi emoziona moltissimo. E questi due personaggi hannosempre avutoun sapore eterno che ho amato visceralmente.

Hyoga del Cigno ammirava l’orizzonte monocromo con gli occhi di chi vede sempre la stessa, meravigliosa fotografia di tutta una vita. La sua terra, sua per forza e per vocazione, sempre uguale a se stessa, sempre immobile e brillante, gli restituiva miriadi di immagini riflesse, moltiplicando il suo sguardo e i bagliori del sole fra i suoi capelli fra le mille facce di diamante dei suoi ghiacci senza tempo.
C’era un bel sole terso e chiarissimo nel cielo, e un vento sostenuto, né troppo intenso e né debole, che spazzava le dune di neve e le onde del mare con la sua eleganza algida. Hyoga accarezzò lo stelo del fiore che aveva colto solo pochi minuti prima, lo stesso, semplice, sacro fiore di sempre.
Era da lì che si tuffava, da quella riva ghiacciata e anonima. La nave che faceva da scrigno al bellissimo corpo di sua madre si trovava esattamente sotto di lui, a portata delle sue braccia, e a lui non restava che concentrarsi un momento, raccogliere tutta l’energia che aveva, e riempire il petto dell’aria ghiacciata di quella terra bianca, e poi avrebbe potuto rivederla, salutarla, farle compagnia nel suo silenzio acquatico e pacifico, una volta ancora, una volta di più.
Espirò completamente, e chiuse gli occhi.
- Hyoga. –
Hyoga si voltò di scatto, trasalendo per lo spavento. Non era da lui non accorgersi che qualcuno si avvicinava, anche in un frangente simile. Sentì un cosmo familiare urtarlo delicatamente, e un momento dopo lui apparve, chiuso in un cappotto pesante che lo rendeva goffo e impacciato.
- Stavi per tuffarti? -
Hyoga non amava le domande ovvie, non le aveva mai amate. Ma a voler ben guardare, la sua non lo era poi così tanto.
- Quell’acqua dev’essere molto fredda. –
- Shun. –
Shun di Andromeda osservò con attenzione la pozza gelata che si distendeva davanti a loro, innaturalmente immobile se non per le carezze irregolari del vento, che di tanto in tanto glissavano la sua superficie.
- Che cosa ci fai tu qui? –
Shun accennò ad un sorriso assorto, e si chinò sul bordo della lastra di ghiaccio che sorreggeva entrambi, sporcandosi le ginocchia di neve.
- La tua mamma è là sotto, vero? –
Hyoga si irrigidì suo malgrado. Sentire nominare la propria madre da una bocca che non fosse la sua gli aveva sempre fatto un effetto strano e pungente. Qualcosa che si poteva chiamare gelosia, forse, gelosia per un ricordo prezioso, per un simulacro da difendere persino dalle parole.
- Non mi hai risposto. –
- E tu non hai risposto a me. –
Hyoga arricciò il naso, un po’ stizzito. – Sono stato io a farti la domanda per primo. –
- Non è vero. Tu non mi hai ancora detto se intendi tuffarti. –
Hyoga guardò Shun negli occhi, guardò il fiore che teneva nella mano sinistra, guardò di nuovo Shun.
- Naturalmente. –
- Non dovresti. –
- Che cosa? –
- Hyoga, c’è troppo gelo laggiù. Troppo gelo. –
Hyoga strinse il pugno destro fino a farlo tremare. Quello sinistro, no, mai. Reggeva il fiore per sua madre, il delicatissimo fiore per colei che lo legava al ricordo più bello e disperato che aveva.
- Hyoga, non buttarti in acqua. –
- Che ne vuoi sapere, tu? –
- Ti prego. –
Hyoga aprì la bocca, fece per rispondere qualcosa di duro, qualcosa che voleva ferirlo, e lo vide.
Nel senso più vero e pregnante, lo vide per ciò che era realmente davanti ai suoi occhi.
Shun tremava, aveva le labbra screpolate dal vento gelido, le guance arrossate e bruciate dal sole, e lo stava pregando, in piedi davanti a lui, con le mani nascoste per proteggerle dalla temperatura insopportabile.
Con quei suoi occhi chiari, lucidi, così sinceri da sembrare nudi.
- Shun. –
Hyoga non aveva molte altre parole da aggiungere. Shun lo stava costringendo ad una scelta tanto precisa quanto terribile e definitiva, ma il suo sguardo era quello di chi sta provando con tutte le sue forze a salvare qualcuno, e Hyoga si sentiva travolto dalla forza impressionante del suo amore per la vita.
- Non dovresti preoccuparti per me. Sono abituato ad immergermi a queste temperature, non mi succederà niente. –
- Non è vero. Sei tu che sbagli, perché io non mi preoccupo per il tuo corpo, ma per il tuo cuore. –
Di nuovo. Hyoga lo vide di nuovo per ciò che era, ragazzino tanto fragile quanto forte, e anche qualcosa di più.
Vivo. Vivo e tangibile più di un corpo protetto dal ghiaccio. La pelle di porcellana di sua madre, l’aveva toccata molte volte, e nel suo amare innocente non si era mai reso conto di quanto fosse fredda. Era normale, per lui, che la sua mamma sembrasse al tatto una lastra di vetro gelido, perfetta e morta.
Non aveva mai pensato che un corpo avesse il diritto di essere caldo.
- Forse non accadrà niente alle tue braccia, o alle tue gambe, ma ogni volta che scendi là sotto il tuo cuore si gela un po’ di più. Io non voglio che diventi di ghiaccio. Non voglio. –
Hyoga guardò Shun negli occhi, guardò il fiore che teneva nella mano sinistra, guardò di nuovo Shun.
E arretrò verso di lui di un passo.
- Non andare, Hyoga. Lascia che lei riposi in pace. –
Ogni sua parola era un po’ come una freccia nel petto, era vero, ma per dio, quando la punta gli si conficcava nel sangue lo faceva scorrere, lo scaldava, e gli apriva gli occhi inesorabilmente, delicatamente.
- Che cosa sei venuto a fare, qui, Shun? –
- Io volevo soltanto vedere come stavi. Solo questo. È molto tempo che non scrivi nemmeno una lettera. –
- Sei venuto fin qui solo per me? –
Shun fece un sorriso semplice, uno dei suoi. – Non avrei saputo trovare un motivo più valido. –
Gli occhi di Hyoga si riempirono di lacrime, e fu strano, molto, perché nonostante l’aria gelida, nonostante la neve e il ghiaccio, erano calde, abbastanza da sembrare una carezza.
- Non andare là sotto, rimani qui con me, Hyoga. Per favore. –
Hyoga tirò su con il naso e si strofinò energicamente la faccia, sentendosi un po’ stupido, ed allo stesso tempo immensamente sollevato, e libero.
Lo specchio d’acqua ghiacciato lo chiamava alla morte, Shun lo chiamava alla vita, e ora i suoi occhi erano abbastanza aperti da capire che cosa fosse davvero quella nave ferma sul fondo del mare, che ogni giorno lo aspettava, lo accoglieva e lo ospitava.
- Sì, rimango qui. Tu stai gelando. –
Shun mostrò la punta della lingua e ridacchiò. –  Non sono abituato a questo freddo tremendo, nemmeno sull’isola di Andromeda si stava così male! –
Nient’altro che una bellissima tomba sommersa.
- Vuoi che ti accenda un fuoco? Ti sentirai meglio. –
- Lascia stare, so accenderlo da me, ma non mi serve. Sono un Saint anche io! –
Vedeva anche il sorriso di Shun per ciò che era. Un cosmo, un cosmo magnifico e dolce, che si schiudeva per lui in mille stelle, e gli tendeva la sua mano, promettendogli una pace nemmeno mai sognata.
- Sciocco, guarda che lo vedo che stai tremando. Dai, vieni qui, prima di trasformarti in un ghiacciolo. –
Shun si lasciò abbracciare sospirando di sollievo, e affondò il viso quanto più potè nell’incavo della spalla di Hyoga.
- Sei buffo con questo cappotto enorme addosso. Ti impaccia e non ti scalda nemmeno un po’. –
- Hai ragione. Sei più caldo tu. –
Hyoga si ritrovò ad affrontare un’inedita sensazione di calore alle guance, un calore endogeno, rilassante e spaventoso allo stesso tempo.
- Ti batte forte il cuore. – mormorò Shun.
- Già. E non riesco a controllarlo. –
- Ed è piacevole? –
- Non lo so. Credo di sì. –
Hyoga si assicurò che la testa di Shun non potesse sollevarsi dalla sua spalla per nessun motivo al mondo. La mano sinistra si alzò fino a raggiungere l’altezza dei suoi occhi, mostrando con orgoglio quasi trepidante il suo preziosissimo tesoro.
- Sai, ogni volta che mi immergo, le porto un fiore come questo. Nella stanza dove giace ce ne saranno centomila, ormai. –
Hyoga si rigirò lo stelo delicato fra le dita. E lo porse un poco, esitando, verso Shun.
- Non si regalano fiori ad un ragazzo, non lo sai? – sorrise mitemente lui.
- Lo so. Ma sarei felice se tu lo accettassi. –
Shun piegò la testa vero l’alto per poterlo guardare, e gli fece un sorriso che valeva un universo intero.
- E’ la prima volta che regali un fiore ad una persona viva, non è così? –
- E’ vero, è il primo fiore. Ma chissà, se te ne regalerò uno al giorno, prima o poi riuscirò a donare centomila fiori anche a te. –

- Sarebbe come pareggiare i conti. –

-Sì. Sarebbe il mio… -
Hyoga reclinò il volto verso la sua spalla, e con la mano libera dal fiore scostò una ciocca di capelli dalla guancia di Shun.
- … Il mio riscatto. –
Si dice sempre che non ci si rende conto di ciò che si ha finché non lo si perde. Hyoga invece capì soltanto in quel momento, baciando per la prima volta Shun, di quanto avesse da sempre avuto bisogno di quel contatto, del calore morbido di una bocca che rispondeva al suo bacio, di un respiro che si infrange sulla guancia facendolo rabbrividire. Quantificò tutto ciò che aveva perduto fino a quel momento, in nome di niente, di un legame sacro ma infantile, che a lungo andare era diventato una gabbia, una via di fuga spiraliforme e cieca.
Shun, invece, Shun era solido, era materia morbida che scorreva fra le sue dita, e per una volta tanto il suo sapore era diverso da quello del mare, era dolce e sensibile, era come il profumo di quei fiori, che nelle acque andava perduto, sprecato, buttato via.
- Dimmi una cosa, Hyoga. Tu lo hai mai sentito il rumore di una stella che si schianta? –
- No, mai. Ma dimmi che non lo hai mai sentito nemmeno tu. Dimmi che lo cercheremo insieme. –
- Allora tornerai in Giappone con me? –
- E’ una promessa. –
Shun annuì appena, chiuse gli occhi e si zittì, assaporando la pace di quei ghiacci solenni, e il contrasto con l’emozione di vivere un abbraccio che sapeva tanto di casa.
In quel momento, erano perfetti. Erano vivi, erano abbracciati, erano insieme.
- Hyoga? –
- Cosa? –
- Ti ringrazio per il fiore. È bellissimo. –
 
Autore:Kanon di Gemini
Genere: Introspettivo
PersonaggiPrincipali: Gemini Kanon, Gemini Saga
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
Inproposito: Kanone Saga, Castore e Polluce. Mai paragone fu più calzante.
Disclaimer:  I personaggi non miappartengono e sono di Masami Kurumada. E uno di loro sono io.
Cose: Allora.La colpa è non è mia. Davvero. Io non scrivevofanfiction da quando avevo sedici anni. È colpa di un saccodi Gold Saints, che mi hanno detto cose (tra cui Milo di Scorpio, ilmio amico delle nespole, a cui ho rubato questo schemino). E di uno (uno)Specter, Rhadamantis della Viverna, che mi ha aiutato nellaricorrezione rompendo un sacco le palle sullo stile, cambiandosostantivi con altri sostantivi solo per accorgersi piùtardi di essere tornato al sostantivo iniziale e a cui èdedicata questa breve storia.

Ricordi quando da bambini osservavamo Gemini, fratello mio?
Le due stelle osservavamo, le due più luminose.
Ci avevano detto che un giorno ci saremmo contesi un'altra Gemini, stavolta più vicina a noi, ma non per questo meno brillante.
Eravamo esaltati da quel tacito, implicito scontro che in ogni azione si rivelava nel suo essere: una lotta per non soccombere.
Ci amavamo come solo due veri santi sanno fare; ci sostentavamo come solo due identiche anime sanno fare.
Due anime identiche...
«Chi è Polluce?»
Inizialmente rimasi basito da questa tua domanda: già così tante volte ci avevano raccontato tale leggenda che ormai avremmo saputo citare ogni minima fonte di ognuna delle tante versioni del mito.
Non mi diedi cura di risponderti; soltanto più tardi capii cosa intendevi.

Ricordi quando da bambini osservavamo Gemini, fratello mio?
Anche se le dicevano identiche, noi riuscivamo a vedere che una delle due brillava di più.
Non ci era neppure permesso d'osservarlo, questo cloth splendente.
Il giorno della contesa ci separammo all'alba.
Giunsi per primo al luogo d'incontro: il sole a picco sopra la mia testa batteva con un calore che mai prima d'allora credevo di aver sentito.
Attendevo, inquieto. Osservavo l'arena attorno a me ed il Pontefice, giudice della battaglia, che sedeva come se già sapesse quel che sarebbe accaduto - come se non lo riguardasse.
Credo sia stato in quel momento che cominciai ad odiarlo.
Guardavo la polvere posarsi sul suo volto di ferro; il mantello troppo pesante per una giornata tanto calda; la straordinaria impassibilità della sua immobilità.
Desiderai combattere contro di lui invece che contro di te, fratello.
Avvertì il mio impulso, ne sono certo, e ciononostante non ne parve turbato.
Cercai d'ingannare i miei occhi tentando di strappare anche un solo misero movimento a quella suprema maschera d'indifferenza vacuamente celata da una maschera di metallo.
Soffocai il mio istinto e dopo pochi minuti - minuti come eoni - ti vidi stagliato contro l’ingresso dell'arena - aureo fratello – intere galassie nella tua figura, Saga – si frantumavano sotto i raggi d’un sole troppo a lungo sottomesso al firmamento.
E all’improvviso compresi.
Il distacco del Pontefice, l’inutilità della battaglia, il senso e la risposta alla tua domanda.
Vidi il Diòscuro, l’unico, che si rifletteva in te.
In quel singolo istante rivisitai e rividi la mia intera esistenza e seppi che non avrei vinto il mio destino.
Mi ritirai.

Ricordi quando da bambini osservavamo Gemini, fratello mio?
Riconoscevamo le due stelle così come ci riconoscevamo l’un l’altro.
Da quel giorno mi persi in un terribile abisso: mi guardavo allo specchio e mi vedevo deformato dall’odio; ti guardavo e ti vedevo rilucere nella gloria.
Ancora non ti conoscevi.
Ancora non avevi avuto una chiara e terribile visione come a me era successo.
Eppure, in tutto quell’oro, io percepivo il nero filo di tenbra che univa il tuo cuore al mio.
Amavo quel filo che una volta credevo di luce. Mi ci avvolsi con tutta la voluttà di cui ero capace per non lasciarlo allontanare – per non lasciarti allontanare.
Fu allora che ti feci la proposta. Invereconda, forse, ma necessaria. Indispensabile perché anche tu avessi la mia stessa epifania. Perché anche tu vedessi la gloria e l’immortalità riflessa nei miei occhi.
Capisco bene il terribile stravolgimento che colpì la tua anima e che tu tentasti di scacciare, ma non potevi mentire. Non a me.
L'angelo sul volto ed il demone nel cuore.
L’avevo visto: lo stesso demone che ci divorava entrambi; lo stesso male che io accettavo; lo stesso male che tu rifuggivi.
La stessa tenebra in cui io mi avvolgevo e che tu tentavi invano di recidere.
Tu mi picchiasti ma io sogghignavo. Sapevo che per te uccidermi avrebbe significato uccidere il tuo spirito.

Ricordi quando da bambini osservavamo Gemini, fratello mio?
Fantasticavamo sulle stelle ed il loro splendore. E ci chiedevamo se da qualche parte non ci fosse per caso un’Elena che si sarebbe rivelata sorella.
Certo, avrei dovuto essere più accorto. L’improvviso baluginio di gloria mi aveva improvvisamente accecato, come da tempo faceva con te ad un piano più profondo.
La mia cecità era però meno lucida.
Avevo il mio disegno, e ormai sapevo di avere anche te, fratello amato.
Eravamo due crisalidi dentro il medesimo bozzolo oscuro: avevamo trovato la nostra Elena.
Avevamo toccato entrambi la luce ed entrambi eravamo caduti in un abisso profondo, avvolgente, terribile e attraente quale neppure l’Ade conosce.
Avevo di nuovo te, fratello mio, ed era di nuovo, il nostro, un tacito, implicito scontro.
Col più meschino degli inganni riuscisti a rinchiudermi ed allora, nel momento della mia peggiore sconfitta, seppi di aver vinto.
Perché sapevo che senza di me non saresti più riuscito a fingere la luce.
Perché vedesti la gloria, la nuova gloria che io avevo creato, scivolarti tra le dita.
Perché ammettesti il tuo desiderio di fronte al tuo cuore.
E perché finalmente vidi, nella tua figura che si allontanava stagliata contro il tramonto, il riflesso mortale di Castore Tindaride.
 
Autore:Kanon di Gemini
Genere: Introspettivo
PersonaggiPrincipali: Gemini Kanon, Wyvern Rhadamantis
Rating: G
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Dueuomini, due esseri umani uniti da un singolo filo del Fato.
Disclaimer:  I personaggi non miappartengono e sono di Masami Kurumada. Ma se ho fregato glidèi posso fregare anche lui.
Cose:  Sì. Ecco. Non hointenzione di direalcunché. Voglio solo informare per chi fosse interessatoche questanon è una storia slash, anche se negli avvertimenti hannoscritto di sì. Quindi se non vi interessa piùpassate oltre,nessun rancore e amici come prima. Per il resto dedico tuttociò ai Gold Saints che mi ha contagiato col morbo SaintSeiya e in particolarealla Rhadamantis della  Viverna.

Lui era l’uomo che aveva ingannato gli dèi - che aveva ingannato una dèa. Lui era stato motore e principio delle sciagure a venire, pedina d’una futura e maestosa partita a scacchi.
Osservava l’orizzonte tra le sbarre che gli facevano da prigione. Aveva provato a spezzarle, quelle sbarre, già talmente tante volte che ormai gli dolevano le mani al solo pensiero.
Era stato privato di tutto, e benché quasi felice del risultato ottenuto, dell’aver osservato il volto del fratello traslato in quel demone che era ormai affiorato in superficie, si sentiva troppo distrutto nel corpo per riuscire a provare ancora qualcosa che andasse oltre un vago piacere, distante nel suo esistere: aveva fame, ora, di cibo vero. Quanti giorni erano passati dentro a quella prigione di roccia eterna? Troppi.

Egli era l’uomo che aveva servito gli dèi - che aveva servito un solo dio. Egli si stava preparando e addestrando, pedina per una futura e maestosa partita a scacchi.
Apprezzava il lusso e non disdegnava le comodità, se c’erano. Ma soprattutto amava le cose belle.
Era consapevole di possedere tutto, e nonostante questa sua condizione si era sentito insoddisfatto, da bambino, infelice nel ritrovarsi con un potere di cui non conosceva l’origine: aveva avuto fame, allora, ed era stato saziato. Quanti giorni erano passati da quando gli era stata rivelata la sua alata malvagità a cui si era presto e felicemente arreso? Mai abbastanza.

*

Aveva ingannato gli dèi – due volte.
Ed era così stato sconfitto; negli abissi marini la disfatta lo consumava.

Aveva servito gli dèi – un solo dio.
Ed aveva sconfitto così la morte; negli abissi degl’inferi l’oscurità lo temprava.

*

Aveva ingannato gli dèi – una dèa l’aveva salvato.
Aveva servito gli dèi – un dio l’aveva salvato.

Lui li aveva ingannati e combattuti.
Egli li aveva serviti e aiutati.

Lui era ora il bene.
Da sempre egli era il male.

Uno era ora giustizia.
Da sempre l’altro era dolore.

Due pedine d’una maestosa partita a scacchi.

*

Si erano incontrati, finalmente.
L’uno aveva ingannato gli dèi – due volte; fratello rinnegato, Generale Marino, ormai Santo d’Oro.

L’altro aveva servito gli dèi – un solo dio; bambino infelice, Spettro, adesso Gigante Infernale.
Finalmente si erano incontrati.

*

Infine avvenne lo scontro.

Quando si tese, dipanato da una tela sconosciuta, il doppio filo del Fato tessitore, fulgore e tenebra si levarono assieme ed assieme si spensero.


Allora, per un istante,
più le stelle non risplendettero
e l'inferno non fu più così oscuro.
*

S’estinsero quindi in infante vagito di due stelle neonate.
S’estinsero quindi in terribile pianto d’una morte abissale.
S’estinsero quindi per la gloria di dèi due uomini, umani, che dal Fato eran stretti.

E guardavano il Cielo quei Santi che Giustizia innalzava;
e pensavano all’Ade gli Spettri che la Morte serbava.

*

Aveva ingannato gli dèi – una dèa l’aveva salvato.
Aveva servito gli dèi – un dio l’aveva salvato.

Lui s’era sacrificato per la dèa ingannata
Egli s’era sacrificato per il dio servito.

Due pedine, riverse, d’una maestosa partita.

Aveva ingannato gli dèi – due volte.
E tutto era finito.


Aveva servito gli dèi – un solo dio.
E tutto era finito.

*

Essi erano gli uomini che avevano ingannato e servito gli dèi.
Dolorosi deliri una volta sprezzati riportavano ora ad uno spegnersi fulgido in una fede riavuta. Era stato privato di tutto e nel nulla era stato salvato.
Certezze radicate nel profondo nell’essere lo avevano portato a morire in un buio turbinio di fede gloriosa. Sapeva di aver posseduto tutto ed era stato salvato nel nulla.
Nell’ultimo istante di vita i due uomini osservarono il volto del nemico, e negli occhi dell’altro videro non già la sua, ma l’anima propria.
E compresero, intravidero quel filo che mani immutabili avevano teso e che stava venendo alla fine tagliato.
Il doppio filo d’un Fato tessitore.
 
Autore:Shun di Andromeda / Hades Sama
Genere: Introspettivo
Personaggi Principali: Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite
Rating: G
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito: Una coppia. 50 frasi.Così tante cose da dire, e così poco tempo per farlo...!
Disclaimer: Aphrodite e DeathMask sono di Kurumada. L'idea della struttura è della writing community 1 frase
Cose: Ci sono cascato ancora. Le writing community mi hanno rubato l’anima. Gh. Vabeh, me le sono tolte in fretta, alla fin fine… Ebbene sì, lo scopo di 1frase è di scrivere una frase (duh!) per prompt, partendo da una coppia di riferimento. Per chi crede sia difficile fare bene una drabble, provi a fare QUESTO. Dai, coraggio.
Le frasi solo scollegate traloro, tranne nella coppia 27-39: solo lì non ho rispettato l’ordine per farvele apprezzare meglio in relazione una con l’altra.Ultima cosina, per la numero 30 vi rimando a wikipedia:apritelo solo dopo averla letta, nel caso non capiste il riferimento, se no che gusto c’è!? Dedicato ad Aphrodite di Pisces che se le è beccate a spizzichi e bocconi per un bel po’. E poi, è un Aphrodite bellissimo.

[01. A n g e l o]

Noi non siamo angeli, Aphrodite, niente stronzate del genere; ma neanche demoni, come i “grandi eroi” del Santuario credono; siamo solo noi stessi, staminchia.
[02. S o r r i s o]

Aphrodite sorrideva, promettendo bellezza e letalità; sorrideva, ostentando superiorità e sicurezza: bugiardo, sorriso bugiardo.

[03. F e l i c i t à]

”La felicità è qualcosa di profondamente relativo, non credi?” -disse Aphrodite- “Certo che lo è, tu ti diverti ad annaffiare erbacce, io sono felice con una pizza dopo aver decapitato qualche sfigato” –rispose quel maniaco di DeathMask.

[04. P e r i c o l o]


Il pericolo maggiore, per Aphrodite, era di dimenticarsi dove finisse lui e dove iniziasse l’altro; dove iniziassero loro, e dove finisse il resto del mondo.

[05. C o n f u s i o n e]

Aphrodite era confuso: era solito stare da solo, irridendo delle altrui debolezze; eppure, non riusciva a comprendere DeathMask, che pareva ridere ancora più di lui.

[06. M o n d o]

DeathMask vide Aphrodite comparire per la prima volta in un tripudio di petali, letali e meravigliosi: egli percepì i confini del suo mondo racchiudersi intorno a lui –intorno a un profumo che sapeva apprezzare, perché sapeva di guerra.

[07. F i n e s t r a]

DeathMask e Aphrodite erano finestre su due mondi diversi, affacciati nella medesima direzione.

[08. S p a z i o]

Vedi lo spazio tra me e te, Cancer? Ecco, deve rimanere tale: sparisci.” Un ghigno, in risposta: “Sarai tu a implorarmi di colmarlo, principessina.”

[09. V i s t a]

“Più ti guardo e più vorrei ucciderti.”
“Più mi guardi e più vorresti che io ti scopassi, vorrai dire.”

[10. P a c e]


In Saga il traditore DeathMask e Aphrodite avevano visto la pace, vestita per la Guerra, quindi decisero di seguirlo: fu l’inizio della fine.

[11. S b a g l i o]

Entrambi avevano commesso molti sbagli eppure, davanti al Muro del Pianto, essi svanirono; rimase solo uno scintillio di anime dorate.

[12. O c c h i o]

Quando DeathMask incontrò Shiryu il Dragone, imparò un nuovo significato del detto: “occhio non vede, cuore non duole.”

[13. M a r e]

Lo sguardo di Aphrodite era profondo, profondo come il mare; era lo specchio della bruttura del Mondo, che lui cercava di purificare con il suo profumo –che cercava di dimenticare, sulle labbra di DeathMask.

[14. F o l l a]

“Potrà non piacerti la folla, Death, ma non puoi mica disincarnare mezzo centro commerciale ogni volta che andiamo a fare compere, santo cielo.”

[15. G a b b i a n o]

L’uccello del mare volava, fiero e veloce, come immagine di purezza e libertà: “Uccello di merda.” pensò DeathMask, guardandolo.

[16. S o g n o]

Sogno di nulla, fiori, morte, ombre scarlatte e rosate e purpuree; sogno di due amanti, e di Eroi mancati che forgiarono il loro onore: sogno di due vite, di un unico destino.

[17. L i b e r t à]

Aphrodite e DeathMask pensavano di avere la libertà di essere ciò che erano: non sapevano che quella era la loro maledizione.

[18. G e l a t o]

“Maledizione, i miei cespugli di rose sono di nuovo coperti di brina! Ma è possibile che Athena abbia collocato il Saint delle rose di fianco a quello dei ghiacci?!”

[19. C o n t r o l l o]

DeathMask voleva il controllo assoluto sulla sua vita, sulla sua forza, sul suo destino; voleva essere padrone e sanguinario eroe dominatore: poi, giunse Aphrodite.

[20. P e s c e]

Staminchia” ringhiò DeathMask “solo perché tu sei il Saint di Pisces io non dovrei mangiarmi una triglia? Animalista del cazzo.”

[21. S o l e]

Il potere dei Santi d’Oro deriva dalla possanza del Sole, eppure Cancer era oscuro e privo di colore; solo il ricordo di un pallido sentimento rimandava al calore dell’Astro della Vita.

[22. B r e z z a]

Il respiro di DeathMask sulla pelle era come brezza di mare: intenso, dal sapore salino; il corpo di Aphrodite lo reclamava, ancora una volta.

[23. C o s t a]

Sia il Saint di Pisces che quello di Cancer si erano allenati su una costa: costa di gelo per uno, costa di Sole per l’altro.

[24. C i t t à]

La città era una ambiente estraneo, per loro che vivevano in un mondo arcaico: eppure, sapeva dare soddisfazioni anch’essa… “Noi non entreremo in quel cazzo di Gay Bar, Aphrodite. Scordatelo.“

[25. C a s a]

Nessuno di loro aveva mai avuto una vera casa, a parte ciò che custodivano: insospettabilmente, la trovarono l’uno nel respiro dell’altro

[26. B u g i a]

Dire che ti amo è una bugia; sarebbe meglio dire che ti voglio.”

[27. T e l e f o n o]

“…Aphro, vuoi spiegarmi perché cazzo ti sei comprato un cellulare, se possiamo usare il Cosmo per comunicare?!” –un sospiro di sufficienza, dall’altra parte: “È proprio vero che sei un barbaro, Cancer.”

[39. M o t o r e]

“…Cioè, mi hai rotto le scatole per il cellulare e tu ti compri un’automobile, DeathMask?!?” –lui sghignazzò impunemente di rimando: “È proprio vero che sei una checca, Pisces.”

[28. O r i z z o n t e]

Quando Aphrodite e DeathMask guardavano l’orizzonte, vedevano solo una linea inutile: altri erano i veri confini, altre le divisioni tra ciò che è e ciò che è invisibile agli occhi.

[29. S t i l e]

“Diamine, ma è così ovvio, Cancer. La forza di un Saint non si determina dal vigore fisico, dall’allenamento mentale e neanche troppo dal Cosmo: risiede tutta nello stile; io ce l’ho, e tu no.”

[30. M a l i n c o n i a]

Una porta si apre di scatto, alla Quarta Casa: “Ah, ti ho beccato, Cancer! Allora è vero che guardi Suzumiya Haruhi no Yuutsu!”

[31. B a c i o]

I suoi baci odoravano di sangue; colore che aveva ucciso, DeathMask li portava addosso –sotto la pelle: Aphrodite pensò che non avrebbe mai baciato nessun altro.

[32. M a n o]

Le mani di DeathMask erano in grado di uccidere, questo lo sapeva chiunque; Aphrodite, però, si era sorpreso nel valutarne la capacità di creare, usando il suo corpo come morbida argilla.

[33. C a d u t a]

Cadevano insieme, verso le profondità dell’Ade, dopo il colpo inferto loro da Rhadamanthys; senza speranza, senza futuro, ma insieme… fino alla fine.

[34. V o l o]

Petali in volo, nell’aria satura di guerra; veleggiano, leggiadri e mortiferi, verso il petto di un eroe bambino; volo di petali, nel sangue e nell’aria, per la Giustizia mal riposta.

[35. F e l i n o]

“Il tuo gatto, Cancer, ha distrutto un cespuglio delle mie rose. Come credi di rimediare?”
Boh, qualche geranio qua e là e non te ne accorgerai, isterico…!”

[36. G r a v i t à]

Per gli uomini comuni la gravità era un vincolo: per DeathMask e Aphrodite, una delle tante leggi da infrangere.

[37. F a n t a s m a]

DeathMask era il signore dei fantasmi; gli spiriti aleggiavano su di lui –dentro di lui- dandogli forza ed orgoglio e paura… senza tregua.

[38. L o t t a]

Non ha senso lottare, se non hai una bandiera da seguire”: questo dicevano loro; eppure, i due Santi Decaduti tornarono nell’auge dell’Oro, seguendo la bandiera del loro animo.

[40. T o r n a d o]

Aphrodite sentiva DeathMask muoversi dentro di lui, con forza ed arroganza: aveva su di lui l’effetto devastante di un tornado.

[41. V e c c h i a i a]

”Perché ti preoccupi di invecchiare? In fondo hai già i capelli bianchi.”

[42. D o m a n i]

Aphrodite, giungendo nell’Ade, trovò DeathMask alquanto furibondo; lui, che aveva classe da vendere, disse: “Coraggio, Death: domani è un altro giorno.
“…crepa in silenzio, Ciuriddu.”

[43. S a n g u e]

Bruciava, sul Gold Cloth, tutto quel sangue; bruciava di sale e di colpa e di lussuria: quel giorno Colui che non aveva un Nome divenne DeathMask.

[44. P a r a d i s o]

Siamo Gold Saints, guerrieri della Giustizia capaci di distruggere l’infinito; dovremmo meritarci il Paradiso… eppure non ci giungeremo, DeathMask: il Paradiso non è per noi.

[45. V o l o n t à]

Uccidere il nemico è una questione di volontà; amarti è una questione di necessità.

[46. R e a l e]

Solo il calore del suo corpo, e i suoi gemiti sommessi, potevano suggerirgli che quello che stava vivendo fosse reale: gli sembrava di affogare in un sogno perverso, sulle labbra di Aphrodite.

[47. R o s a]

L’essenza di Aphrodite risiedeva nelle sue armi, nei suoi tesori, nella sua maledizione: il Santo dei Pesci era una splendida rosa sull’orlo di un precipizio.

[48. V o c e]

Il suono delle parole –al momento giusto, nel modo giusto- può ammaliare, distruggere; Aphrodite lo sapeva bene: per questo dalle sue soffici labbra usciva veleno, tessuto di leggiadria.

[49. S o l i t u d i n e]

DeathMask era sempre stato solo, immerso nel suo mondo di morte; Aphrodite era sempre stato isolato, troppo bello per essere avvicinato: insieme scoprirono che due solitudini possono crearne una più grande.

[50. C e c i t à]

”Quel tipo sarà stato anche una ‘biscia orba’, ma a quanto pare è riuscito comunque a prenderti a calci, Cancer.” … “Vaffanculo, Ciuriddu.”

Onde

7/28/2009

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Autore:Shun di Andromeda / Hades Sama
Genere:Song Fic, Drammatico, Introspettivo
PersonaggiPrincipali: Gemini Kanon, Gemini Saga
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
Inproposito: Kanondormiva. E sognava.
Sognava distese senza fine. Lontane e vicine.
Blu.
E profonde.
Kanon, quando sognava, sognava il mare.

(Come un'onda che impazzisce eschiuma su uno scoglio
Tu mi sommergerai.)

Disclaimer:Kurumada non lo saprà mai. Mai.
Cose: …Diamine,che botta. Davvero gente, questa mi ha preso aschiaffi sul viso, mentre la scrivevo. Alle orepiccole, tra l’altro, quindi con tutte le difese abbassate.
Spero che abbia schiaffeggiato unpo’anche voi. *luv*
Canzone: Penelope - Linea 77



{O n d e}


E dormiamo sonni
Pieni di timorosi agguati
Fragili come la superficie del mare
Come un gigante nudo che

Usa il vento per farsi
Accarezzare

Kanon dormiva. E sognava.
Sognava distese senza fine. Lontane e vicine.
Blu.
E profonde.

Kanon, quando sognava, sognava il mare.
Erano mesi che sognava il mare; non riusciva a capire perché: era sempre stato lì, vicino a lui, eppure da qualche tempo iniziava a sussurrargli strane cose.
Parole grandi e paurose. Tremende.
Parole di un gigante che usa il vento per farsi accarezzare.
Kanon non le capiva, all’inizio; poi aveva sentito la voce dell’invidia, dentro di sé. L’aveva sentita guardando suo fratello, grande, bello e perfetto, e il suo migliore amico altrettanto bello, e grande, e perfetto.
Sole e cielo che si mescolavano, ecco cos’erano Saga e Aiolos.
Kanon era un’onda, che correva e passava sotto la superficie dell’esistenza.
Blu.
E profonda.

“Saint di Gemini” dicevano. “Uno di voi due sarà il Santo d’Oro dei Gemelli, di Castore e Polluce avrete la forza. Possiederete le vestigia di chi sa infrangere le galassie.
Uno di voi. L’altro, dimenticato.
Nel buio.
Profondo.

E quando il buio arriva e scioglie i nostri lacci
Tu diventi un'onda che le mie braccia non possono afferrare

E come d'incanto sei arrivata con i tuoi sonagli
Riprendi i tuoi vestiti
Ed esci

Dai miei sogni

Kanon, dentro di sé, sapeva già che sarebbe stato dimenticato nelle ombre. Lo sentiva.
Il mare glielo sussurrava, spaventoso e suadente. Come un gigante.
Non voleva rimanere nel buio di un singhiozzo soffocato. Voleva correre e vivere e trionfare: le sue braccia frantumavano le stelle quanto quelle di Saga, giusto? Perché avrebbe dovuto rinunciarvi?

“Non devi.” sussurrava il mare.
“Non devi rinunciare.”

E tesseva il suo incantesimo, il mare incantatore come una strega adorna di sonagli.
Tesseva e cantava e sussurrava, e Kanon gli apparteneva. Era già suo.

Kanon amava suo fratello; lo amava solo come un egocentrico può amare una parte di sé. Lo amava come la sua metà –due, opposti e uguali, simmetrici e complementari. Questo erano, e questo dovevano restare.
Forse provava più odio per le stelle che li volevano separare, che invidia verso il fratello prescelto.
Odio e invidia gli minavano l’animo, gli oscuravano gli occhi chiari.
Scuri erano i suoi pensieri, nell’oscurità di un manto tessuto dalla strega del mare.

“Non devi rinunciare.”
Erano passati mesi, e Kanon continuava a sognare il mare. Non ne aveva mai parlato con nessuno, ché quei sogni sono da tenere nelle pieghe dell’animo, non sono da rivelare.
Saga, qualche tempo prima, se ne sarebbe accorto, di un segreto del genere.
Ora non più.
Era troppo preso dal sorriso di sole di un suo compagno d’addestramento.
(Occhi troppo verdi, per le onde di Kanon.
Occhi mai abbastanza verdi, per il cielo di Saga.)

Il giovane soffriva, messo da parte.
Ignorato da tutti, tranne che dal mare.
Blu.
E profondo.

È già sera
E non posso più nascondermi
Come un'onda che impazzisce e schiuma su uno scoglio
Tu mi sommergerai.
E noi qui ad illuderci di sedurre il tempo ma
come un'onda che impazzisce e schiuma su uno scoglio
Tu ti dileguerai.

Kanon dei Gemelli sapeva che prima o poi la consapevolezza l’avrebbe travolto. Tirava le redini del tempo, cercando di trattenerlo; ma scivolava via tra le dita, come acqua di mare, rendendo più brucianti le ferite, più assetate le gole.

“Il tempo è quasi giunto, fratello. Presto verrà scelto il possessore dell’armatura d’oro. Sei pronto?”
Sì, sì, sono pronto fratello mio, mio tutto, fratello mio che possiedi ogni libbra di me tranne quel sogno di mare che ho tenuto nascosto al mondo. Sì, sono pronto fratello mio. Sono pronto a perdere.
E ad essere del tutto dimenticato.
E svanirai, fratello mio, nella luce delle galassie che si infrangono; sei troppo cielo per le mie onde.

Poi un pensiero lo colpì. Un giorno qualunque, ad una qualunque ora del giorno.
Il frinire delle cicale, il soffio del vento -il rumore del mare. In lontananza.
Tutto questo sentì, insieme alla voce di un pensiero.
E se potessi avere entrambe le cose?
E se potessi avere di più?

Il mare gridò di gioia, perché l’aveva piegato, l’aveva piegato finalmente, ancora un poco e sarebbe arrivato da lui, bastava attendere. Era suo. Era suo. Era suo.

....e m'incanto a guardare la mia carne che tu sai tessere,
sai disfare.

E così glielo chiese, al fratello. Con occhi troppo velati di buio per essere veri.
Scuri.
E profondi.

Occhi contaminati da un amore corrotto. Ma, gloriosa Athena, se era amore.
Solo che nessuno lo vide.

Saga del cielo si indignò. Saga del cielo lo accusò di infamia, di eresia, di malvagità.

Malvagio, lui?

Solo perché voleva la felicità? È quello che tutti cercano.
Era ambizioso, e quindi?
Voleva il cielo di Saga e le stelle dell’armatura.
Voleva oro e gemme, voleva il potere.
Gliel’aveva fatto capire il mare, che cosa desiderava: cosa c’era di male nel condividerlo con l’altra metà di sé?
Era considerato sbagliato dai più? Poco importava. C’era lui, c’era il fratello, chi erano gli altri in confronto?
(Gocce.
Nel mare.)

Ma il gemello predestinato non capiva: i suoi occhi erano troppo chiari per vedere la tela di acqua salmastra che il fratello aveva tessuto con il suo cuore.
Trama dura da lavorare, tessuto bagnato dalle onde.
Tessuto dal colore scuro.
E profondo.

Perché non capiva? Perché? Era sicuro di aver visto la sua stessa luce opaca, nel viso di Saga. Lo sapeva, ché lui non aveva mai smesso di guardarlo, il fratello, mai, e sapeva riconoscerlo ancora.
Perché allora Saga non ascoltava la voce del mare?
Kanon non riusciva a capacitarsene.

Allora, fu proprio il mare a suggerirgli nuovamente cosa fare, sussurrando come una strega piena di sonagli. Come un gigante, che si fa accarezzare dal vento.
“Allora, prenditi tutto. Non vuole condividere il cielo e la terra con te? Meglio, ne avrai di più. Sarà tutto tuo. Tutto per te.”
E Kanon pensò che il mare avesse ragione; provò a prenderselo, il potere.
E fu lotta tra i due che dovevano essere uniti. Fu scontro e perdita.
Fu essere trascinati
(luci di Cosmo e armatura perduta)
lungo una scarpata, buttato tra acqua amara e scogli.
Fu essere chiuso in una prigione e ora il mare era lì, ce l’aveva tutto intorno e non sussurrava più, ora urlava, e urlava di trionfo
(perché finalmente sei qui, sei mio, ora sarai mio per sempre)
e Saga se ne andava dandogli le spalle e Kanon non capiva i suoi occhi di cielo, e pieno di rabbia lo malediceva, maledetto, mille volte maledetto sarai, mille volte quello che mi stai facendo passare proverai, tu, maledetto uomo delle stelle, tu sentirai la voce di colui che è più profondo anche del mare!

Vai giù! Nell'abisso!
Poi su! E capisco che tra un respiro e l'altro esiste il luogo dell'assenza

tra un respiro e l'altro esiste il luogo dell'assenza
Vai giù! Nell'abisso!
Poi su! E capisco che tra un respiro e l'altro esiste il luogo dell'assenza

tra un respiro e l'altro esiste il luogo dell'assenza!

E così Kanon si perse.
Si perse nella voce del mare, che rimbombava nel suo cuore, come un insetto si agita all’interno di un barattolo.

Kanon dei Gemelli si perse, attendendo con rabbia amara, come l’acqua salmastra, la rivincita che avrebbe portato pace ai suoi sogni.
Blu.
E profondi.
“Chi sei tu?”
Chiese una voce profonda come il mare.
Il ragazzo rispose:
“Sono Sea Dragon.”

È già sera
E non posso più nascondermi
Come un'onda che impazzisce e schiuma su uno scoglio
Tu mi sommergerai.
E noi qui ad illuderci di sedurre il tempo ma
come un'onda che impazzisce e schiuma su uno scoglio
Tu ti dileguerai.

Tu ti dileguerai.


 

 

 

Linea 77 – Penelope