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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Milo di Scorpio
Genere:Romantico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot, Yaoi
In proposito: “Fermo dove sei. Noi due abbiamo un vecchio conto da regolare, vecchio di almeno duecentoquarantatre anni.” Abbassò il tono di voce “Ed è il momento di saldarlo”.Shion si arrestò, per guardarlo da sopra la spalla. “E’ proprio questo ciò che desideri?”“Senza alcun dubbio”.Doko e Shion, un vecchio gioco.
Disclaimer: I personaggi sono di Kurumada e miei. Ormai ho il contratto. Mi dispiace.
Cose: : Dedicata al mio Camus, che ama i protagonisti. E, del resto la caratterizzazione di Shion gli deve molto. <3 Va alla grande con gli uke. E al Dolce Mu, che mi ha chiesto questa fanfiction con tutto il lilla del suo Cosmo e pagandomi con dei biscotti.

Il vento batteva il pavimento di marmo con ferocia quasi crudele, indifferente all’incontro che aveva fatto tremare Doko, vecchio e minuto, sotto la camicia leggera.
I capelli lunghi di Shion, inguainato nella surplice di Hades, vennero sollevati e lui incurvò le labbra in un mezzo sorriso, di quelli strafottenti e di superiorità innegabile. Attese che il vento si placasse, perché voleva che ogni parola arrivasse al  vecchio.
“Hai capito bene, Doko: ho giurato eterna fedeltà ad Hades.” – mentì, ma questo era un dettaglio, al momento – “E lui in cambio mi ha concesso vigore e giovinezza.” Allargò le braccia, che Doko potesse vederlo bene. “Ho tutto ciò che potevo desiderare, i muscoli di un ragazzo di diciotto anni, la sua forza, la sua freschezza… la sua avvenenza.”
Sogghignò, soddisfatto. E continuò. “Tu invece sei… “ chiuse gli occhi, come ad allontanare da sé quella parola:  “Decrepito”.
“E’ un’illusione.” Sussurrò Doko, in risposta, sotto il largo cappello cinese che sembrava schiacciarlo a terra “C’è un motivo per cui ho fatto accendere i fuochi sulla torre della meridiana. La vostra vita non durerà più a lungo di quei fuochi”.
Shion socchiuse gli occhi rosa, con l’aria di un gatto appena privato del gomitolo preferito. Fece alcuni passi verso la scalinata, dandogli le spalle, ma Doko sollevò il bastione, puntandoglielo contro.
“Fermo dove sei. Noi due abbiamo un vecchio conto da regolare, vecchio di almeno duecentoquarantatre anni.” Abbassò il tono di voce “Ed è il momento di saldarlo”.
Shion si arrestò, per guardarlo da sopra la spalla. “E’ proprio questo ciò che desideri?”
“Senza alcun dubbio”.

Più di duecento anni prima, si sfilò la casacca verde, buttandola nell’erba con il largo cappello cinese, e si mise in posizione di guardia. Poi fece saettare qualche calcio, uno dopo l’altro e atterrando basso, sulle ginocchia, vibrò un destro ben piazzato davanti a sé. Alle sue spalle, la cascata si infrangeva nel fiume in tutto il suo fragore.
“Ma che bravo” qualcuno lo applaudì.
Doko si girò in direzione della voce e sorrise, intrecciando le mani dietro la nuca, tra i capelli castani, spettinati.
“Sì, miglioro a vista d’occhio” sogghignò. Poi invitò Shion a fronteggiarlo, con un gesto della mano. Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte.
Lo raggiunse con andatura morbida, elegante, fermandosi davanti a lui. Shion era molto alto, dotato di una muscolatura potente ed elastica, che lo rendeva flessuoso ed imponente, insieme. Guardò il compagno dall’alto in basso, con un sorrisetto che voleva essere sprezzante e invece lasciò trasparire tutto il suo affetto. Doko gli sorrise di rimando: decisamente più piccolo d’altezza e più compatto, aveva l’agilità della tigre che il Maestro gli aveva tatuato sulla schiena, e lo stesso brillio negli occhi grandi, allungati.
“Sei pronto, Shion?” beffardo e adorabile in egual misura.
Shion non fece altro che affilare lo sguardo sotto le ciglia lunghe, di quel viso seducente e ingannevole. In combattimento, Shion era un autentico bastardo, Doko lo sapeva e la prospettiva del gioco lo stimolò.
Scattò in avanti.
Shion all’indietro. E ad ogni colpo dell’uno, l’altro parava, i corpi elastici flessi nelle figure dell’arte marziale, come in una danza.
Capitava spesso che Hakurei, che del giovane Shion era il venerato Maestro, mandasse il ragazzo in Cina, dove un amico fidato stava allenando un altro aspirante Cavaliere di Athena. Doko e Shion si erano conosciuti così, ancora bambini, trovandosi con una naturalezza e una familiarità che avrebbe loro permesso di sopravvivere ad una sanguinosa Guerra Santa e a ben due secoli di vita.
Erano cresciuti praticamente insieme, e quando Hakurei mandava a chimare Shion, reclmando l’allievo nel Pamir, Doko attendeva paziente che la stagione fredda finisse e iniziasse l’estate, con il ritorno dell’amico. A volte erano estati soleggiate, a volte estati con la neve.
Ma era sempre estate quando tornava Shion.
Quella in particolare era stata un’estate molto lunga e piena e sembrava ancora non voler giungere a termine. Mancava ancora qualche anno al completamento dell’addestramento di entrambi e i due ragazzi, poco più che bambini, crescevano in forza e potere in quella culla verde che erano i monti Goro-Ho.
Si allenavano i muscoli delle braccia e delle gambe, nuotando nel fiume. Si saltava e si correva nel vento. Poi ognuno si dedicava alle proprie tecniche, diverse per l’uno e per l’altro. Spesso Shion, elegante e bastardo – non solo in combattimento – creava dalle proprie mani un muro di cristallo, senza sforzo apparente, e sogghignava con superiorità e affetto alla vista di Doko che prendeva a calci la cascata per farla andare all’insù. Era lì che lo  guardava il giorno in cui finalmente ci riuscì e ne fu orgoglioso. La sera si dormiva vicini, sui letti imbottiti di paglia di riso, nella capanna, con il Mastro di Doko seduto sulla soglia, alla luce della lampada a olio, a fumare erbe mediche nella pipa di legno.
“Ti arrendi?” domandò Shion, spingendo lontano Doko, dopo una serie di attacchi.
Doko atterrò in piedi, silenzioso, sull’erba. Lo guardò.
“Arrendermi io? Davanti a te?”
“Perché no?” l’altro sbatté le palpebre e incurvò le labbra in un sorriso bastardo. Un sorriso bastardissimo. Doko adorava i sorrisi bastardi di Shion. Gli facevano venire voglia di scoppiare a ridere e abbracciarlo, come quando si rotolava sull’erba se il combattimento si trasformava in una rissa. A volte capitava.
“Perché no?” ripeté Shion, alzando il mento, lanciandogli uno sguardo obliquo. “Faresti un favore a te stesso, vaso ming.”
Doko cercò di guardarlo con rabbia, ma sentì il sorriso schiudergliele senza pietà.
Quel maledetto bastardo.
“Vaso ming?” ripeté, sillabando, fingendosi indignato.
“Vaso ming. Sei piccolo così.” Mormorò l’altro con finta innocenza, piegandosi per tracciare nell’aria una tacca immaginaria a mezzo metro d’altezza dal terreno, a far  vedere a Doko quanto fosse alto, proprio come un vaso della dinastia Ming. Erano anni che lo prendeva in giro: tre per la precisione, da quando Shion l’aveva superato in altezza e aveva continuato a crescere più di lui.
Doko, che era vero che non era tanto alto per essere un guerriero, ma non era nemmeno un vaso ming, incassò e guardò l’amico dritto negli occhi, fingendosi mortalmente offeso.
“Quando la finirai?”
“Dai, non prendertela…” l’altro strascicò la voce.
“Laverai con il sangue quest’onta, Shion!” si mise in guardia.
“…anche così piccolo sei carino”. Ghignò. “Un piccolo vaso ming”.
Così dicendo, Shion si gettò dietro la spalla i capelli lunghi e setosi, si girò e si allontanò con lentezza, perché Doko lo trattenesse.
Faceva parte del gioco.
“Fermo dove sei. Noi due abbiamo un vecchio conto da regolare, vecchio di almeno tre anni.” Abbassò il tono di voce “Ed è il momento di saldarlo”.
Shion si arrestò, per guardarlo da sopra la spalla. “E’ proprio questo ciò che desideri?”
“Senza alcun dubbio”.

“Le tue parole sono sagge. Così come lo sono le parole degli anziani”. Shion sogghignò – bastardo – e disse anziano così come avrebbe detto vaso ming. “Ma non ho nessuna intenzione di ascoltarle”.
Preparò il suo colpo, diretto contro Doko, vecchio e fragile, alto davvero come un vaso di ceramica.
Aveva subito e contrastato lo Shoryu Ha, e adesso si raddrizzava elegantemente, il cuore che batteva implacabile sotto la surplice.
Levati dalle scatole, Shiryu, pensò, quando l’allievo di Doko affiancò il Maestro.
Invece disse: “Il tuo Cosmo avverte il peso degli anni ben più del tuo indomito spirito, amico di un tempo”. Shion si guardò distrattamente la mano, bianca, forte e giovane, con cui aveva appena contrastato il colpo di Doko, “Due secoli fa mi avresti sopraffatto ad occhi chiusi” alzò lo sguardo per spiare la reazione del vecchio e fece un altro bastardissimo sogghignetto. “Ma ora…?”
Beh… fu allora che Doko espanse il Cosmo in quella maniera strana. Che mutò forma sotto i suoi occhi nella luce di Athena e tornò giovane quanto Shion, quanto lo erano entrambi davanti ad una cascata in Cina e al suo fragore.
Shion spalancò gli occhi per la sorpresa, nell’ammirare la Tigre che ricordava. C’erano state tante cose, in mezzo: una Guerra Santa, ancor prima di quella, che aveva visto sopravvivere solo loro due; un pontificato al Grande Tempio; il ritorno di Doko in Cina, da solo.
La sua morte, di Shion, per mano di Saga. Eppure, non aveva dimenticato Doko la Tigre.
Il suo sorriso si allargò. “Misopethamenos”.
“Sì, miglioro a vista d’occhio” sogghignò Doko. Poi invitò Shion a fronteggiarlo, con un gesto della mano. Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte.

“Allora ti conviene scappare, Shion!” Doko si preparò allo scatto, pronto ad aggredirlo.
“Non ho paura, Doko!”
“Dovresti”.
Shion rise, gli occhi brillanti per il divertimento, e si preparò all’impatto, vendendo la Tigre balzare su di lui.
Un attimo dopo rotolavano insieme nell’erba alta, bagnata dagli spruzzi della cascata.
Uno scatto di reni e Shion fece finire Doko sotto di sé, accomodandosi saldo sopra di lui. Lo guardò sornione come una volpe, incrociando le braccia, soddisfatto.
“Cosa credi di avere fatto, mh?”
“Ti ho atterrato”.
“Ah, davvero?” Doko sorrise caldo, tanto da essere rassicurante. Solo, mentre lo diceva, girava il corpo di lato, sul fianco.
“Doko…”
Lento, ma inesorabile.
Shion cercò di tenerlo giù, le spalle nell’erba. Doko sorrise. Sorrise. Sorrise.
E lo sbilanciò di sotto.
“DOKO!” si aggrappò con le unghie alle sue spalle, ma ormai era troppo tardi. Era stato sopraffatto ad occhi chiusi.
“Ma guarda chi abbiamo catturato”.
“Mh...!” Shion si dimenò un po’, ma nemmeno tanto. La verità era che stava bene lì. “Lasciami!”, aggiunse, comunque.
Al contrario, Doko lo premette meglio sul prato, divertito, i fili d’erba alta che accarezzavano il volto di entrambi. Lo guardò e trattenne a stento una risata. Anche quello era un gioco vecchio.
Era da un po’ di tempo, a dire il vero, che si lanciavano sguardi facilmente traducibili, che correvano carezze più o meno casuali. Così Shion rimase lì, sicuro, a fargli sentire il proprio corpo premuto sotto il suo e girò il viso di lato, mentre Doko gli sfiorava il collo e la mascella, leggero come l’erba.
Shion tornò a guardarlo in viso, riappropriandosi di quell’inequivocabile aria sorniona.
Gli fece scorrere un dito sul nasino all’insù e, di punto in bianco, lo baciò.
Lo baciò.
In quel gioco familiare, quella era una svolta decisamente nuova.
Doko non se l’aspettava, spalancò gli occhi nell’espressione sconvolta che avrebbe avuto due secoli dopo, quando gli specter sarebbero evasi dal sigillo di Athena e lui avrebbe rivisto davanti a sé l’amico di un tempo vestito di una surplice scura.
Shion ridacchiò, approfittandosene per scappargli da sotto, rialzandosi con qualche pacchettina alla tunica. Lo guardò dall’alto, Doko che era arrossito con il respiro trattenuto – così rosso da contrastare con il verde dei suoi abiti.
 Shion assunse un’aria saccentella.
“Beh, ti muovi? Dobbiamo allenarci, te lo sei dimenticato?”

Doko allontanò Shiryu con un gesto e un’occhiata. Avrebbe voluto che rimanesse in Cina, al sicuro – allievo amato come un figlio – almeno per quella battaglia che riguardava lui, Doko di Libra, che aveva visto spezzarsi un sigillo nascosto in una cascata. Poiché il destino aveva voluto diversamente, però, lo spinse con il suo Cosmo verso le stanze di Athena. Che andasse a proteggerla in prima persona e lo lasciasse lì, a fronteggiare il passato che era tornato, con le sue ombre e i suoi sorrisi.
Shion attese, poi assunse un’aria saccentella: “Amico di un tempo, siamo qui per combattere. Te lo sei dimenticato?”
Rivolsero i loro colpi l’uno contro l’altro, le stelle di Shion e i draghi di Doko inondarono il cielo di Atene con uno splendore crudele.
Doko scattò in avanti, avvicinandosi alla velocità della luce. Per la prima volta dopo secoli, furono così vicini… Shion tornò a guardarlo in viso, riappropriandosi di quell’inequivocabile aria sorniona, appena sfumata in una nostalgia gelida.
Nonostante l’odio che nutriva per Hades, il dio a cui stava giocando un gran brutto tiro, si ritrovò a ringraziarlo sommessamente. Si maledì, quando se ne rese conto. Ma quando aveva visto Doko così vecchio, poco prima, gli si era stretto il cuore. Mai avrebbe voluto farsi vedere da Libra fragile e secco com’era diventato negli anni, quando l’uno era seduto su una cascata a Goro Ho e l’altro su un trono alla Tredicesima Casa.  Mai.
“Sei ancora alto come un vaso ming”, lo prese in giro scacciando il pensiero, giovane e bellissimo davanti a lui.
Con il coraggio e la paura dei guerrieri che sanno che non resterà loro più tempo di quanto dureranno i fuochi su una meridiana, spensero i loro Cosmi in un combattimento che si trasformava in una rissa. A volte capitava.
Doko lo afferrò, per regolare un conto antico sui vasi, e lo baciò, con ferocia.
Shion si aggrappò alle sue spalle e lo attirò contro di sé.




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