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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Milo di Scorpio
Genere:Drammatico, Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali:Taurus Aldebaran
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
In proposito: Lui che non indietreggiava mai, che si metteva a gambe larghe e a braccia incrociate sulla strada di qualunque avversario, davanti a un fiore si irrigidì.Le stelle non raccontano come si fronteggiano i boccioli.Davanti, lei gli disse: “Tieni, è per te”. E arrossì, con quel fiore in mano, arrossì in quel modo così dolce che Aldebaran di Taurus fu spacciato.
Disclaimer: I personaggi naturalmente non mi appartengono e sono di Masami Kurumada. Ma ancora per poco.
Cose: Mamaloa è il termine tipico della religione Cadomblè brasiliana. Per comodità l'ho abbinato al voodoo haitano anche se non sono la stessa cosa, ma nell'immaginario comune il voodoo è più conosciuto. Il Cadomblè è una religione legata agli spiriti divini, gli orisha, che i popoli africani hanno portato nell'america latina dall'Africa, quando vi vennero condotti in schiavitù. Per poterla continuare a praticare, nonostante il veto cristiano, nascosero ogni orisha sotto un santo cattolico. Ad ogni santo corrisponde un orisha, tanto che con il passare del tempo le caratteristiche dell'uno e dell'altro si sono sovrapposte irrimediabilmente.Exu è l'orisha più conosciuto e tirato in mezzo quando si pratica. Potrebbe essere definito come un incrocio tra il diavolo cristiano e il protettore dei viaggiatori e delle comunicazioni. In italia, quindi, potrebbe essere sovrapponibile alla Telecom.

Lui che non indietreggiava mai, che si metteva a gambe larghe e a braccia incrociate sulla strada di qualunque avversario, davanti a un fiore si irrigidì.
Le stelle non raccontano come si fronteggiano i boccioli.
“Sei scemo? Vai avanti, bestione!” sibilò qualcuno alle sue spalle e lui ci mise un po’, nella confusione, a riconoscere la voce di Aioria, la sua mano sulla schiena che lo spingeva. Mu non rise con le labbra, ma con il Cosmo, e il gorgoglio leggero di energia lo colse alla sprovvista.
Davanti, lei gli disse: “Tieni, è per te”. E arrossì, con quel fiore in mano, arrossì in quel modo così dolce che Aldebaran di Taurus fu spacciato.
Era stato un attacco incrociato.

Le stelle non raccontano di come si fronteggiano i boccioli.
Nelle strade polverose di São Paulo dove l’estrema povertà si affacciava sull’estrema ricchezza, si alzavano gli occhi al cielo e tutto – a parte i fiori – veniva raccontato lassù. La volta celeste era scura di notte, come il fondo dell’inferno, si diceva, come gli occhi di Exu che presiede ai crocicchi. Ma sul nero gli astri rilucevano con una ferocia che faceva male agli occhi e li faceva lacrimare per la bellezza. Tutto veniva raccontato lassù: le storie di miti antichi, il passato e il futuro degli individui, le scelte che sarebbero state fatte o non fatte, se si fosse scelta una stella in favore di un’altra. Tutto, ma non i fiori.
“Tu quale stella hai scelto?”
“Mamaloa! Mamaloa! Fanno il carnevale a Rio!”
“Lo fanno tutti gli anni. Tu quale stella hai scelto?”
“Mamaloa, lo fanno tutti gli anni, ma noi non ci andiamo mai!”
Mamaloa, sacerdotessa di voodoo e candomblé, lo faceva sedere, nella stessa stanza piena di fumo in cui teneva le galline nelle gabbie e l’odore era acre più che in tutta São Paulo, in mezzo ai sassi e alle candele. Sulla stufa nell’angolo c’era sempre una pentola di fagioli e manioca, più profumata di tutte le pentole di São Paulo. Mamaloa lo faceva sedere sui tappeti intrecciati e gli prendeva le mani. Erano grandi le mani che Mamaloa prendeva, ma lui era sempre stato un bambino grande per la sua età. Per questo gli altri ragazzi della sua strada gli volevano così bene, quando lui si metteva tra loro ed altri, in cerca di grane. O se sollevava le lamiere dei tetti delle baracche, quando il calore eccessivo scollava le giunture, con la forza inimmaginabile delle sue braccia infantili.
Quando gli chiedevano perché fosse così gentile, rispondeva che lui doveva proteggere un bene superiore, che nelle sue mani risiedeva la giustizia, che Mamaloa gli aveva sempre detto così.
Gli aveva detto di mettersi a gambe larghe e incrociare le braccia sul petto, per raccogliere il potere.
Mamaloa si sedeva con lui e sembrava tanto più piccola, così vecchia, magra e sottile, con la pelle scura, e invocava Exu dei crocicchi.
“Si invoca sempre Exu, quando si inizia e quando si finisce” gli spiegava, gli occhi ingialliti dagli anni e dal fumo “perché è lui che trasmette alle divinità i desideri, buoni o cattivi. Gli si dà onore, così non interferisce con quello che viene celebrato. Quando abbiamo finito, prendi questo èbò,” e gli dava l’obolo del sacrificio in bastoncini, sassi e paglia legati insieme, “e vallo a mettere dove le strade si incrociano, che è il posto che Exu preferisce”.
Poi Mamaloa gettava le conchiglie sul panno rosso e sulla polvere che entrava dalla strada, scrutava l’ordine e invocava gli orisha, tutti, anche Exu.
Spesso non riusciva a finire quello che iniziava, perché venivano a chiamarla.
“Mamaloa!” entravano di corsa, affannati, spostando le cortine di plastica sulla porta, mossa dal vento caldo. “Mamaloa c’è bisogno di voi! Mamaloa, ci hanno fatto una maledizione! Gli orisha sono arrabbiati!”
C’era chi la chiamava per scagliare maledizioni nel sangue e chi per scioglierle e lei andava sempre. Portava il ragazzo con sé, affinché imparasse la cattiveria umana come la bontà, la sofferenza e la pietà, perché il ragazzo sarebbe stato Cavaliere della Vergine de la Mercedes, un giorno. Cavaliere d’Oro.
Nelle notti entravano insieme nelle favelas, le case dei più poveri di lamiera, e nella sola stanza di calore e polvere Mamaloametteva le mani su fronti surriscaldate o ventri gravidi, cantava sommessamente e sgozzava polli dalle piume scure, il petto ricoperto da fiori scarlatti e profumatissimi.
E si portava dietro il bambino, anche se qualcuno scuoteva la testa, che il voodoo non era roba per i piccoli, anche se quello era grande per la sua età.
Mamaloa guardava quei sacrileghi con occhi roventi e faceva cantare anche il ragazzino, che aveva un potere grande nelle mani e nel petto.
Insozzava di sangue gli abiti di entrambi, rovesciava gli occhi all’indietro offrendo il proprio corpo alle divinità, e gli orisha penetravano in lei, squassandogli voce e membra, mentre lui guardava e la guidava come poteva con il potere che aveva nelle mani e che aveva nel petto.
Si muoveva in una danza forsennata e non pareva più Mamaloa. Fuori accendevano i falò per le strade, inondandole di luce fiammeggiante. Tutti cantavano a voce alta per placare gli orisha e i loro poteri divini, suonavano i tamburi di pelle facendo tanto rumore da sembrare che il divino Exu camminasse per São Paulo su suole di ferro.


Conosceva le leggende del toro celeste e ne conosceva più versioni. Tutte lo affascinavano. Delle avventure e dei castighi degli eroi di un paese lontano che Mamaloa chiamava Grecia, di dèi lontani che somigliavano agli orisha, ma non era così sicuro che fossero la stessa cosa.
Sapeva che gli orisha, in Brasile, si nascondevano dietro i nomi dei Santi del Cristo, per non essere scoperti. Ma gli dèi greci di chiamavano Zeus, Apollo e Hera e nessuno somigliava a Sant’Antonio, che nascondeva Exu, né a nessun altro.
Una volta Mamaloa gli aveva detto che lui apparteneva, per volere delle stelle, all’orisha Obatalà, nascosto dietro la Vergine de la Mercedes. Che lo aspettava in Grecia e un giorno, quando sarebbe stato pronto, lo avrebbe raggiunto.
Così continuava ad allenarsi nella foresta fuori São Paulo, come diceva Mamaloa, incrociando le braccia al petto e poi spingendo le mani in avanti, aspettando di diventare prontissimo. E rimaneva sconvolto quando così facendo apriva voragini nelle rocce.
In Grecia, Obatalà si chiamava Athena. E chissà come mai, ogni volta che sentiva quel nome nuovo, lui sentiva il cuore spalancarsi d’amore e un universo intero implodere nel suo petto.


“Tu quale stella hai scelto?”
“Che stella ho scelto? Cosa vuol dire, Mamaloa?”
“Guarda lassù. Le stelle raccontano tutto e devi scegliere la tua, per andare avanti nella vita”.
A falò spenti lei gli mostrava la volta celeste. São Paulo non era mai silenziosa, ma in quei momenti era come se tutto l’universo si raccogliesse sul palmo di  una mano di una  vecchia che indicava il cielo e le figure che tratteggiavano le stelle.
Gliene mostrava una, brillante, e gli chiedeva se l’amasse più delle altre e lui chissà perché, rispondeva:
“Sì”.
“Aldebaran”.
“Si chiama così?”
“È il lume più importante della costellazione del Toro che è tua. Tutti i Santi che ti hanno preceduto hanno preso per loro quel nome. L’uomo che combatté per la Vergine de la Mercedez duecento anni fa, anche lui volle chiamarsi Aldebaran”.
“Perché, Mamaloa?”
“Perché c’è abnegazione nell’abbandonare sé stessi per il nome di una stella che è il nome di tutti i guerrieri di aprile e di maggio, che hanno servito la Vergine. I guerrieri di aprile e di maggio che con quel nome si sono battuti per vincere il male nelle Guerre Sacre”.
“Lo voglio anch’io”.
“Come i Santi che ti hanno preceduto?”
“Santi come Exu e gli orisha?”
“Santi più piccoli degli orisha. Ma che hanno dentro tutto l’universo”.
"Voglio essere Aldebaran, Mamaloa”.


Quando fu pronto lasciò São Paulo e Mamaloa. Non sapeva come lei l’avesse trovato, ma quando lasciò la città era un bambino di sette anni alto e robusto e si vedeva che sarebbe diventato un gigante rispetto agli altri ragazzi della sua strada. Erano venuti a prenderlo da Atene e lui li aveva aspettati con uno scrigno d’oro che Mamaloa aveva tenuto nascosto chissà dove, senza mai farglielo vedere prima.
Aldebaran si lasciava alle spalle le danze di notte e i falò che divoravano la sera con lingue di fuoco, le litanie sconnesse e l’odore denso del sangue che era morte e vita, quello dei polli, dei fagioli e della manioca.
Rimanevano lì i bambini della strada con le gambe piene di polvere e gli occhi scuri e caldi, come i suoi; rimanevano gli oboli di paglia e legno e stoffa da portare nei crocicchi, i fumi densi e le foreste pluviali. Rimaneva Mamaloa, vecchia sacerdotessa sottile e scura che era andata a salutarlo con lo sguardo brillante di lacrime, fiera del suo Aldebaran, ultimo di una catena di Aldebaran e delle loro memorie racchiuse in una stella.
Non avrebbe più avuto una sacerdotessa, ma un Grande Sacerdote e da rincorrere dall’arena al Tempio, con gli altri bambini d’Oro. Lo avrebbe chiamato Papaloa e il vecchio Shion, all’inizio, avrebbe faticato a capire perché.
Dove andrà ci sarà Athena ad aspettarlo, che in Brasile si nasconde dietro la Vergine de la Mercedes.


Lui che si era arrestato di fronte a un fiore, davanti alla nuova Guerra Santa morì così, senza spostarsi dalla guardia del suo Tempio.
Si sarebbe detto fosse più facile il contrario e per chiunque così sarebbe stato, ma per lui no, che non indietreggiava mai.
Girava tra le dita un bocciolo e interrogava le stelle che non sapevano rispondere, le labbra generose increspate in un sorriso, lo sguardo velato di sogni silenziosi sotto l’elmo d’oro.

“Sei scemo? Vai avanti, bestione!” aveva sibilato qualcuno alle sue spalle e lui ci aveva messo un po’, nella confusione, a riconoscere la voce di Aioria, la sua mano sulla schiena che lo aveva spinto. Mu non aveva riso con le labbra, ma con il Cosmo, e il gorgoglio leggero di energia lo aveva colto alla sprovvista.
Davanti, lei gli aveva detto: “Tieni, è per te”. Ed era arrossita, con quel fiore in mano, arrossita in quel modo così dolce che Aldebaran di Taurus fu spacciato.
Era stato un attacco incrociato.
Quello di Niobe, lo Specter di Hades no. Il suo fu un attacco alle spalle.
Sarebbero morti entrambi. Taurus in piedi, come un eroe che non indietreggia mai.
L’altro annientato dal potere degli orisha che Aldebaran, - anello ultimo di una catena di Aldebaran iniziata da una stella - aveva nelle mani e nel petto.
L’ultima cosa che vide fu il bocciolo tra le sue dita che appassiva, come fosse già vecchio, e sbiadire il volto della donna che gliel’aveva messo tra le mani: una bambina che arrossiva, fosse lode alla Vergine de la Mercedes, che sembrava così piccola vicino a lui tanto grande, che arrossiva in quel modo così dolce che Aldebaran fu spacciato.




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