Menu:



Gold Insanity - Fansite
Gold Insanity - IL FORUM
Radio Sanctuary - Gold Insanity
LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Erotico, Introspettivo
Personaggi Principali:Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: NC-17
Avvertimenti:
 OneShot, Lemon, Yaoi
In proposito:
Erala Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Era Shaka; tornavi ed era turbine e profumi stordenti, labirinto senzafine.

Il laccio, la trappola in agguato, nonè affatto facile da distinguere.
Non sempre ha la forma di un laccio. E non sempre lasciarti legareè poi così doloroso
.
Disclaimer: Kurumada non scrive lemon per ilgusto di farlo fare a noi.
Cose: Questa èuna LEMON SHAKA/IKKI. EShaka è il seme, sì! <3Non liavete trovati adorabili? Come avrò già detto unpo’ ovunque, ho cominciato daun (bel) po’ a shippare la Shaka/Ikki, ingiustamenteimpopolare in Italia. Io e Milodi Scorpiostiamo dedicando una serie di drabblealnobilissimo scopo di diffonderla, e oggi ilDio del Porno mi ha fatto dono anchedi questa. Ringraziamolo tutte assieme.Ildialogo finale… a voiattribuire il senso di legame. È chiaroche si tratta di un legamesentimentale. È anche vero che sono due tipi strani, questiqua, decisamentepoco sentimentali. Ma…<3 Vabè, no, non mi sbilancio.Ghhh.

Tornare dalla polvere, da un lungo viaggio, e sentirsi soffiare verso l’entrata di un luogo sacro.
Tornare dalla polvere e aspettare a farsi strada nei corridoi freschi. Ancora un po’.
Si poteva rimanere in piedi ancora a lungo, a sentire il vento tra i capelli, il vento che era stato un fastidio lungo tutto il cammino in salita, ed ora solo una blanda carezza sul collo, stranamente piacevole. Phoenix, che di rispetto per il sacro ne aveva sempre avuto solo lo stretto necessario, piantò i piedi fermi a terra per una manciata di minuti, studiando l’interno oscuro del tempio. Non l’avrebbe studiato in maniera tanto intensa neppure se all’interno lo stesse attendendo un nemico. E aveva le sue buone ragioni.
Storie antiche di chi aveva visto si erano dilungate, nei secoli, a descrivere l’espressione di Siddharta Gautama, che aveva stravolto le folle: un viso tranquillo, né allegro né triste, solo illuminato da un sorriso interiore. Quietamente raggiava, in piena calma, il suo viso imperscrutabile, un mezzo sorriso nascosto sulle labbra. Un sorriso dolcissimo, un sorriso di scherno.
Incastrare i corpi era sempre una sfida, per loro due.
Due prevaricatori, si ritrovò a constatare Ikki, un mezzo ghigno in faccia, sicuramente meno silenzioso e meno soave di quello del Buddha. Che lo restituiva, tuttavia, senza vederlo da sotto le palpebre abbassate.
Shaka gli sorrideva spesso, con aria beffarda. Era una cattiva abitudine che si portava dietro dal memorabile scontro alla Sesta Casa, e nessuno sarebbe riuscito a lavargliela via dalla faccia. Ikki poteva ruggire, dibattersi, insultarlo, piegarlo a viva forza. Ma non c’era modo di cancellare quel mezzo sorriso che, anche se svaniva, ricompariva nei momenti più inaspettati. Era qualche residuo testimone di una superiorità troppo connaturata nelle carni di un uomo che è anche l’Illuminato, che è colui che sa. La cecità di questa vita mortale gli aveva fatto commettere degli errori per cui si era costretto a fare voto di umiltà: grosso smacco. Trattava Ikki come suo pari, dunque, contentandosi di schernirlo in quella sua maniera, soave, quasi distratta.
“Maledetto figlio di puttana!”
D’altro canto, Ikki non era certo uno che le mandava a dire.
Shhht.”
“Mmmh.”
Dita sulle labbra, complici, come altri sorrisi.
Gemito contrariato.
Gemito soddisfatto.
Ah, sì. Incastrare i corpi, per loro due, era davvero una sfida.
Shhht.” Dita seriche sulle labbra, ancora. “Silenzio. Ascolta.”
Ikki chiuse gli occhi, e le mani di Shaka cominciarono a scendere lentamente dalle sue labbra al suo collo, carezzando piano le clavicole sporgenti, il petto gonfio di parole non dette e trattenute con stizza. Il santo della Vergine si domandava, con un sorriso impercettibile, quante di queste fossero insulti diretti a lui. Domare la Fenice, irrequieta e sfuggente, non era cosa facile. E come fermò le mani, gli occhi di Ikki si riaprirono di scatto, attenti, come se non si fossero persi un movimento fino a quel momento.
“Rilassati.”
“Tsk.”
Lo provocò l’altro, passandogli sbrigativamente una mano dietro la nuca.
Shaka gli prese il viso fra le dita, e si fece attirare in un bacio profondo, sbrigativo, in cui lo trattenne a lungo, mentre le loro gambe si sfioravano, si toccavano, e le mani di Ikki gli scorrevano pesanti lungo tutta la schiena. Un sospiro nervoso, quasi stizzito. Un sorriso di Shaka. E improvvisamente l’incastro era preso, le membra si muovevano assieme, negli impercettibili, morbidi rumori che avevano le cose più preziose e sfuggenti. Le foglie rosse morenti d’autunno, fruscianti. I rovesci estivi, le onde del mare che s’ingigantiscono e s’infrangono.
Tutto come corpi caldi, in subbuglio, come i muscoli inquieti che si premevano e si tendevano e si scioglievano l’un l’altro, fra baci sempre più umidi, sempre più pressanti. Sempre più aggressivi.
“Shaka…” sibilò Ikki. Ed era impossibile dire se fosse più un’invocazione o una minaccia.
Se prima i loro tocchi erano le carezze insinuanti scambiate addosso a un muro, a una colonna, che passavano attraverso vestiti sempre più stretti, ora Shaka lo stravolgeva, rovesciandolo sui cuscini. Petto contro petto, non gli lasciava aria da respirare, soffocandolo con il suo corpo, con i capelli lunghissimi e insidiosi, con le mani che lo toccavano ovunque, come creta da modellare. Non gli lasciava aria da respirare. Occupava tutto con la sua presenza. Ogni anfratto e ogni cosa davanti ai suoi occhi, ogni odore ed ogni respiro, fin dentro. Fin dentro.
Prepotente.
Gli apriva le gambe.
Lo baciava caldo, instancabile, lo guardava.
Lo guardava, senza una parola.
Mandava Ikki su tutte le furie.
“Cosa aspetti?”
Roco, scalpitante, Ikki lo afferrò senza delicatezza, tirandolo a sé, cercandolo senza pace.
Ubriaco, Ikki ansimò sotto di lui, gli occhi adirati piantati su quel corpo candido, su quel corpo puro. Su quel viso maledetto che l’aveva ucciso. Molte volte, in uno stillicidio degno delle migliori antiche torture.
Cosa aspetti?
Non gli lasciava aria da respirare.
Era la Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Era Shaka; tornavi ed era turbine e profumi stordenti, labirinto senza fine.
Ikki si ritrovò sotto di lui, a gemere roco, preso – l’aveva fatto. L’aveva afferrato per le anche con tutta la dolcezza e la fermezza di cui era capace, Shaka, e aveva inarcato quella splendida schiena per rovesciarsi all’indietro, sotto i suoi occhi fiammeggianti, ed entrargli dentro, tra le cosce muscolose salde ai suoi fianchi che gli offrivano resistenza. L’aveva preso e con un movimento sciolto si era spinto dentro, facendo forza, chinandosi su di lui in un ansito bollente, in un guizzare di spalle che Ikki andò a stringere come se ne dipendesse dalla sua vita. Forte. Stringendo i denti. Si chinò ancora, Shaka, sfiorando con il ventre la sua erezione, e fu allora che Ikki lasciò andare un gemito profondo, al suo turno di inarcare la schiena e lasciarselo scivolare dentro. E sentirselo scivolare dentro.
Era la Sesta Casa; si trovava preso e vinto, ad imprecare tra i denti, perché tutto ciò che si era faticosamente costruito, che aveva faticosamente messo in piedi a sudore e sangue, in quella manciata d’anni, Dio, se aveva sputato sangue, tutto di fronte a quella gloriosa bellezza, tutto si sbriciolava in frantumi nuovi fiammanti. Ad ogni spinta, ad ogni morso alla sua bocca, era schiacciato e soverchiato, mentre il suo corpo gli urlava di no, e gli urlava di sì, di dargliene ancora e di dargliene di più.
Perché Shaka era forte, e l’aveva saputo catturare.
Perché Shaka spingeva con un ritmo lento, un ritmo che gli si scioglieva dentro come tutto quello che era suo, potente e superbo. Lo faceva affondare tra i cuscini, una spinta dopo l’altra, una carezza dopo l’altra, a risvegliare brividi sempre più violenti. Sorrideva. Un sorriso dolcissimo, un sorriso di scherno.

“Sei tornato.”
Ikki non risponde, continuando a fissare le pieghe bianche delle lenzuola. Appoggia il capo di lato, tuttavia, posandolo sulle braccia conserte. Rilassa il collo, forse per la prima volta in quelle ore.
“Mh” mugugna, affermativo, senza voler evitare una risposta. Solo pensoso.
“Devo pensare che ti tratterrai, questa volta?”
“Chi lo sa.”
“Non fraintendermi.”

Shaka lo tocca delicatamente sulla schiena, come la carezza del vento sulla nuca, saliti i gradini. La stessa sensazione di essere in qualche modo accolto. E intona a voce bassa, senza sfumature di emozione personale, in una voce abituata ad indottrinare le folle e rassicurare il più ferito degli animali:
“Puoi tornare quando vuoi. Puoi andartene. Io non ti tratterrò.”
Lo sa.
Lui non lo tratterrebbe.
Affatto.
“Hai paura, Ikki?”
“No.” Ikki alza lo sguardo, e quando risponde è sincero, né più né meno: “Io non ho paura di niente.”
“Sì. Era quello che volevo sentirmi dire da te.”

E detto ciò, il suo discorso si snoda come è d’uso in metafore più grandi – come se Shaka non fosse capace di parlare altrimenti. Ricche parole, come le ricche illusioni che sa snodare dalla punta delle dita, ferme nelle figure di mille mudra diversi, e per ognuno un’illusione, una dottrina, una parabola.
“Qui non troverai labirinti in cui perderti, neppure demoni che cercheranno di trattenerti. Non hai nessun legame, qui. Nessun laccio che ti costringa, nessun cappio attorno al collo.”
Sciocchezze, belle sciocchezze. Il labirinto è nella sua testa, e non solo i demoni decidono di trattenere i mortali, men che meno in quella terra mediterranea, ospite di dèi superbi, avvezzi a rapire le loro vittime.
Ma nessun legame, no? Nessuna di quelle scomode pretese, di occhi fiduciosi. Nessun laccio, nessun cappio. Non c’è rumore di strida ferite, né di artigli che raspano il terreno.
Ah, è bravo, Shaka, a rassicurarlo. Senza dubbio. Non lo sente quasi, il laccio, un filo invisibile, teso a tarpargli le ali se solo azzardasse una mossa troppo secca. Se c’è, non lo sente, addolcito da quelle parole confortevoli.
Se c’è. Ikki stringe i denti, rabbioso, attirando l’altro uomo a sé, seccamente:
“Lo so. Lo so.”


Era un bisogno insopprimibile. Una volta che le loro mani si erano posate l’uno sull’altro, smettere era fuori discussione. Così, le mani bianche sul corpo dell’altro, Shaka aveva finito per lasciare da parte ogni proposito, di qualunque genere. Non che se ne fosse mai posto alcuno.
C’era che Ikki era arrivato, un giorno, stagliandosi all’ingresso con una spavalderia mai vista in un mortale, con quell’irritante mezzo sorriso da uomo vissuto sul viso abbronzato. Era giovane, e sembrava tutt’altro che un ragazzino. Era un uomo, ma era ancora testardo e caparbio, e troppo, troppo orgoglioso. Un po’ come lui.
C’era che Ikki aveva due occhi scuri e penetranti, e un modo di muoversi come animale selvatico, sempre irrequieto, sempre girovago. Mescolava la postura rilassata e strafottente di chi ha la situazione sotto controllo e i sensi all’erta di chi si aspetta sempre che tu sia pronto a colpirlo con una mazzata alle spalle.
C’era che Ikki lo trattava da pari a pari senza farsi scrupolo sulle formalità, e c’era che poteva pure permetterselo. O se non era così, riusciva quasi a convincertene. Ed era tutto lì.
Shaka seguiva i contorni dei pettorali, degli addominali scalpitanti. Tra i solchi di quella pelle di bronzo, senza trascurare un centimetro, vagava perdendosi in migliaia di viaggi, senza una rotta che non fosse quella dettata dal calore sotto i suoi palmi. Ikki si sporse verso di lui, i muscoli molto più rilassati rispetto a quando era arrivato, e senza una parola lo attirò a sé, di nuovo, la mano ruvida sulla sua nuca. Senza il minimo imbarazzo, assecondando il suo movimento, Shaka appoggiò le labbra dove veniva guidato, ripercorrendo le stesse mete, il petto forte, il ventre, l’inguine, le gambe scattanti, la vita che poteva circondare con le braccia.
Lentamente, passò il palmo sul suo ventre, scendendo verso l’inguine, risalendo nell’impugnare la sua eccitazione, calda e più dura, adesso che reagiva alle sue carezze. Lentamente, la strinse, piegando ogni singolo dito della mano per sentirlo gemere, roco, sopra di lui. Adorava sentirlo tendersi e sentirlo mettersi in moto, quella macchina perfetta e reattiva, quando i loro corpi con tutta quella naturalezza prendevano a desiderarsi, ad attrarsi come poli magnetici, una vibrazione, uno schianto.
Ikki si inarcava.
Shaka gli scorreva le mani nella conca della schiena, sollevandolo per le reni.
Si intrecciavano, premendosi l’uno contro l’altro, ed era già un moto innescato.
“Shaka…”
Ore ed ore a quel modo, dondolando in un’estasi bruciante.
Shaka!
Rare, le volte in cui invocava il suo nome.
Moltissime quelle in cui tratteneva i gemiti rauchi.
Poche quelle in cui vi riusciva.
Preferisce che rimanga una passione senza nome, qualche cosa di ingovernabile e selvaggio che non è in suo potere controllare. Poi cambia idea e leva la voce, perché tutta la bellezza lo colpisce come uno schiaffo, ed è umiliante lasciarla senza nome.
Shaka gli rovesciò il capo all’indietro, lo baciò sul collo, sulla gola da cui vibravano versi rochi; perdeva la delicatezza mano a mano che carezzava, e poi toccava, e poi afferrava. E poi fu una lotta, e poi s’innescò il fuoco, e piovvero baci e morsi, mentre il fuoco bruciava trascinandoli dentro in due.
Per l’ennesima volta in quel pomeriggio afoso, Shaka immerse la mano fra le sue gambe, gliele divaricò, ansioso ed affamato, e con un lampo indecifrabile negli occhi azzurri spalancati, come se avesse subito un oltraggio, lo penetrò con forza, godendo del suo gemito rabbioso, del suo abbandono fra le lenzuola.
Ikki serrò le cosce attorno al suo membro duro, carne su carne, stringendolo dentro di sé, tanto da mozzargli il respiro. E Virgo fu costretto a rilasciare lentamente il fiato, bollente, tremando come mai aveva tremato in vita sua.
“Ikki…” soffiò, labbra su labbra, subito divorate. E i loro corpi diedero il via ad una danza frenetica, le mani di Shaka che gli sollevavano il bacino per impartire spinte ben assestate, ritmiche, Ikki che inarcava la schiena e muoveva il bacino in un controtempo mortale. Stringeva i denti, Ikki, si aggrappava alle sue spalle, come in una lotta all’ultimo sangue, ed assecondava, ed ostacolava i suoi scatti, brividi su tutto il corpo. Shaka contraeva il viso, quel bellissimo, immacolato viso, in espressioni furiose, sconvolte, di puro piacere. Ikki non poteva fare a meno di gridare. Non poteva farne a meno. Mentre aumentavano e aumentavano ancora il ritmo, assieme, le cosce spalancate dalle sue mani – che erano più forti di quanto sembravano – Ikki godeva. E Shaka, su di lui, lo catturava e veniva catturato senza scampo, divorato dalle fiamme, gli scatti del bacino sempre più irregolari, le mani a manovrarlo, a stringere forte tra le sue gambe, a dirgli con ogni più piccolo tocco bruciante che era suo, che stava stringendo il laccio. Che si stava facendo male a sua volta, forse, a tendergli quest’enorme, dolorosissima trappola.
“Ah! Shaka…!”
Ah.”
Ahh.”
 Bruciava, però, molto più di prima. Le spinte erano irregolari. Shaka aveva perso il sorriso beffardo, aveva perso l’aria composta, aveva perso tutto ciò che di lui Ikki aveva odiato e temuto ed ammirato nella battaglia. Restava quel corpo magnifico tutt’uno col proprio, macchina perfetta di dolore e di piacere, e lui stesso si stava inarcando al massimo, abbandonando le braccia sui cuscini, invocandolo un’ultima volta, una ancora, nel delirio che gli pizzicava le carni, i muscoli gonfi, ribollendo per liberarsi.
E quando lo fece, nel piacere straniante, Shaka lo sentì irrigidirsi e contrarsi in quella maniera spaventosamente eccitante, serrandolo dentro come non avrebbe mai potuto fare. Affondò in lui con un gemito profondo, di gola, e lo riempì, esplodendo in un orgasmo furibondo.
Era la Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Ed eri sicuro che ogni grido che levavi in quella casa, il vento l’avrebbe portato via.

“Nessun legame.”
Phoenix contemplava il cielo stellato, dall’altra parte della stanza. Ormai era notte, e Shaka giaceva al suo fianco, apparentemente addormentato, il fianco scoperto. La luce notturna lo faceva sembrare ancora più candido, una macchia opaca tra le lenzuola, nella sua innaturale perfezione. Si era chiesto spesso perché, indiano d’India, Shaka si presentasse così a lui, con quei capelli biondi di ninfa, la pelle candida. E quegli occhi. Ma immaginava che fosse una di quelle domande a cui lui, elegantemente, non avrebbe risposto. Giaceva composto a letto, nella sua immagine incontaminata, dai lineamenti perfetti, come si addice alla creatura più preziosa dell’Universo. Probabilmente era giusto così.
“Come dici?”
“L’hai detto tu.”
L’illuminato, il santo più vicino ad Atena, si rigirò leggermente, appoggiando meglio il viso al cucino, il ventre al materasso. Pareva quasi avere risposto per riflesso, già per metà addormentato. Ikki fissava il suo fianco scoperto, troppo stanco per meravigliarsi di come si addormentasse così placidamente al suo fianco, uno accorto e prudente al pari di Virgo. Ma forse, anche questo era giusto così. Si accese una sigaretta, aspettando che al suono dell’accendino seguissero gli strepiti del padrone di casa, e uno schiaffo dritto alla mano che inquinava la sua casa, e invece niente. Doveva essersi veramente addormentato.
Si alzò dal letto, pensieroso, per andare a fumare direttamente nella notte buia e stellata, accostandosi alla finestra.
 “Nessun legame.” Soffiò, quasi, appoggiato al davanzale. In una boccata profonda, girò appena il capo verso il letto bianco, senza particolari sfumature di emozione nella voce. Poi sorrise. “Certo che, per essere l’Illuminato, sei anche molto sciocco, Shakamuni.”




Leave a Reply.