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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Camus di Aquarius
Genere:Drammatico, Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo
Rating: G
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito: Le gelide folate su un deserto immacolato, il sole e l'azzurro della Grecia. La penna che scrive, fossilizzando un tessuto di parole vergate in freddissima, inattaccabile grafia. La degna chiusa. In minuscoli, splendidi cristalli rilucenti di divinità.
Disclaimer: Camus l’ha ideato Masami Kurumada, defraudandomi del diritto di chiamarlo mio. Pazienza.
Cose: La mia prima fanfic su Saint Seiya, ed è un delirio di onnipotenza. Scrivere guardando le stupende foto dei monti della Siberia Orientale non aiutava, e comunque io sono freddolosissima, quindi, con buona pace di Camus dell’Acquario, no all’alpinismo.

Mi è stato detto di prendere a modello la maestosità del ghiaccio.
Tra le coltellate di correnti tempestose
della Siberia, mi è stata additata la superba fermezza dei monti di Verchojansk, della lastra indistruttibile che è il Mar Glaciale Artico.
Statuario, silenzioso guerriero che non attacca mai per primo, egli riposa sicuro del proprio essere invincibile. Il suo freddo non aggredisce l’uomo. Il suo freddo non è la terribile collera che il dio scaglia sui tracotanti che gli si avvicinano. Egli si accorge a malapena della sofferenza che il suo gelo fa penetrare nelle ossa. Per lui, quel freddo è vita. Propria.
A differenza dell’uomo, tuttavia, le montagne ghiacciate del Nord vantano una natura divina.
Sono dèi
, nelle loro nervature è cristallizzata l’atavica Essenza che le ha costruite così come sono.
L’uomo, spesso, è tutto tranne quello
per cui è nato.
L’uomo ha una pagina bianca che attende di essere scritta.
E questo è tutto meno che libero arbitrio.
Poiché t’impone una scelta.
La scelta consiste nel prendere, senza basi alcune, una penna e dell’inchiostro, e scrivere in bella grafia, scandendo comprensibili costrutti che
esprimano un contenuto pertinente dalle idee chiare, in forma gradevole, su un tema a sua volta a scelta, che non sia di argomento banale e che si mantenga sempre sulla stessa linea. Se non ci riesci, muori. O perisci, o vieni lasciato indietro, o sei emarginato, o soffri le più mute ed incomprensibili privazioni – ogni sbavatura, ogni errore maldestramente sfuggito s’imprime a fuoco nella carta ad opera tua e di nessun altro, così come il brillante accostamento di parole o il virtuosismo lirico.
Questo è il nostro potenziale e questo l’aperto
nostro destino. Ineluttabile, a conti fatti, quanto quello fisso delle rocce e delle acque, e nonostante questo il più sofferto e tormentato, privo di veri punti di riferimento da quando l’uomo ha smesso di credere negli dèi; poiché l’uomo ha deciso di slegarsi dal destino di ogni creatura, facendosi artefice di sé stesso, ma non possiede la forza di un dio, che nel braccio destro ha la forza della folgore.

L’immensa forza immobile del ghiaccio siberiano mi è stato mostrato ad esempio.
Io ne ho fatto di più.
Io ne ho fatto il mio credo.
Io ne ho fatto il dio verso il quale tentare la scalata, la superbia di un titano.
La metafora chiave su quella pagina bianca ancora in fase di riempimento ha finito per permeare ogni parola,
ogni goccia d’inchiostro se fosse stato possibile avrebbe contenuto almeno un cristallo ghiacciato, splendido, rilucente e freddissimo. Se ne avessi avuto la possibilità, avrei tracciato la storia della mia vita in minuscoli granelli splendenti. Per sempre bellissimi e invincibili, come polvere di diamante.

Perché sei stato via tutto questo tempo?”
Perché mi sono annoiato, diceva la voce di Milo, perché mi mancavi, diceva così incurante del sicurissimo sorriso spavaldo,
pre-impostato, naturale, mi sei mancato da morire, Camus.
Amare Milo era amare il fuoco e la vita, era amare i verdi prati della Grecia e l’azzurro incredibile dei suoi cieli e delle sue acque. Amare Milo era della netta sofferenza del ghiaccio spezzato e sciolto fra due mani, era un continuo rialzarsi dopo essere caduto, era rimanere al di fuori di tutto un mondo nel quale non riuscivi più a credere, ti rifiutavi di
credere, perché dove c’eri tu c’era solo sole, verde, il cielo e Milo.
E uscirne era aspro e dilaniante, e Milo non ne usciva mai.
Impulsivo ed irrequieto, Milo si arrabbiava ed ingenuamente disperava al sentirsi allontanato da qualcosa, quando al massimo eri tu ad essere attirato nella sua orbita, e a forzarne l’uscita; poiché Milo era centro ed origine del
suo proprio mondo, e lo alimentava con la sola presenza di sé stesso. Milo era uno di quelli che la penna l’aveva intinta con tanta decisione nell’inchiostro che quella aveva tirato senza una sbavatura in linea perfetta tutte le lettere, una in fila all’altra, finché il nero non era esaurito, ma non c’era da preoccuparsene, perché bastava intingerla nuovamente. Milo era uno di quelli che il tema lo improvvisava, e il risultato era di una spontaneità tale da rendergli merito di una coerenza non paragonabile a quella di coloro che si sforzano di costruirla per facilitare la comprensione al testo.
La punta della mia penna che scriveva sicura ha traballato con un fremito nel momento in cui ha incontrato gli occhi azzurri di Milo.
Incondivisibile, Milo.
Milo era sempre lì, nascosto fra le pieghe della carta, con quei fiduciosi occhi che mi appuntavano in petto la dolorosa consapevolezza che sarebbe
morto, per me.

Volevo il potere di raggelare con lo sguardo.
La sensazione fisica che le mie iridi possedessero il potere della montagna.
Nella mia scalata pensavo
di essere superiore a coloro che mi circondavano; io ero un santo, e i santi sono più vicini a Dio degli uomini. Affilavo le unghie sulla lastra ghiacciata, invece di usare penna e calamaio, perché le mie lettere fossero eterne come le nevi dell’emisfero dove l’inverno è altrettanto eterno.
Tutti noi cavalieri d’oro avevamo il germe della divinità dentro
noi, perché gli dèi ci avevano scelto fra tanti uomini. Io non volevo sostituire il mio dio; io volevo esserlo. Essere creato a sua immagine e somiglianza non mi bastava, le mie braccia e le mie mani volevano indurirsi e cristallizzarsi in quella forma perfetta che non si sarebbe sciolta al primo soffio di vento di maggio tra il grano. Ma ero un santo, non ero un dio.
Così, invece di fabbricare un involucro che mi proteggesse, in polvere di
diamanti scrissi la mia vita indurendone il nucleo. Non era come credevano gli altri. La mia non era una corazza. La parte più intima e profonda di me stesso era il ghiaccio perenne. Piuttosto lo strato esterno, fragile, incrinabile, era di uomo, perché la mia natura non poteva essere altra. Un santo non ha l’onnipotenza del dio e lo spirito volubile dell’uomo. Un santo è forgiato esattamente come un dio, ma le sue spoglie sono mortali.

Milo era stato l’unico, in tanti anni, ad averlo capito.
Era la mia pelle che Milo toccava e scaldava, Milo era lì per avvolgermi perché solo così poteva penetrarmi dentro fino a che gli strati sempre più rigidi di me stesso non riducevano i suoi flussi a minuscoli capillari che speravano di raggiungermi.
E ci riuscivano. Spesso diceva, scherzando, che avrebbe infranto la mia corazza di ghiaccio di cui andavo tanto orgoglioso, e mi prendeva in giro mettendomi al livello di un ghiacciolo da sbrinare. Era il suo modo di fare. Tuttavia, l’ombra nei suoi occhi mi diceva molto di più dell’innocente battuta fine a stessa, parlava di mondi e di acque e di sole della Grecia che non dovevano infrangere alcuna barriera insormontabile, ma solo farsi strada a passi costanti a partire da là dove il vento cominciava a soffiare, la steppa inospitale che preludeva alle sterminate distese bianche, e poi sempre dritto, sempre più a fatica, sempre più insinuante serpeggiare fino al trasparente centro nevralgico e toccare lì il cuore senza pulsioni dello zero assoluto. Milo lo sapeva fare senza alcuno sforzo.

E così il braccio del santo si alzava per scrivere un’altra vita, la vita di Hyoga, con polvere di diamante.
Da un certo momento in poi ho voluto sollevarlo dall’incarico di scrivere da solo, come il genitore troppo premuroso che ciecamente desidera solo alleggerire di un onere troppo gravoso il figlio prediletto. Scioccamente, desiderai risparmiargli quell’angoscia che mi aveva segretamente preso davanti al foglio bianco e una vita da decidere. Scioccamente, ciecamente, preso dal mio ruolo di maestro, ho voluto metterlo da parte, decidere il punto d’arresto, oltre il quale avrebbe rischiato di rovinare una composizione tanto sentita e ben scritta, e prendere la sua penna in mano ed usare per lui l’inchiostro per me più bello che
potesse esistere. Desiderai tracciare le ultime parole della sua esistenza in polvere di diamante.
Ma avevo commesso un atroce errore di valutazione.
Hyoga era diverso da me.
Hyoga era migliore.
E dolcemente, ingenuamente, fece per me quello che avrei voluto fare io per lui, ed io gliene fui grato, e solo alla fine sentii come se tutto si stesse compiendo, come se l’insieme di periodi messi laboriosamente assieme avesse trovato la sua giusta chiusa.
Milo l’
aveva impreziosito, Hyoga l’aveva completato.
Pensai a Milo e al sole e alle acque della Grecia, mentre il freddo m’investiva, senza aggredirmi, silenzioso guerriero che non attacca mai per primo, una morte inevitabile, assurdamente naturale, avvolgente, pura catarsi. Pensai a
Milo mentreHyoga realizzava per me la più bella opera che potessi desiderare.

Dolcemente, scrisse la mia vita in polvere di diamanti.




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