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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Capricorn Shura, Pisces Aphrodite
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
In proposito: Pisces,Capricorn e Cancer sono da poco arrivati al Santuario. In unanotte d'estate scelgono per loro i nomi che li consacreranno ad esserecavalieri come ad essere amici fino alla fine dei loro giorni. L'ideanasce riflettendo sul fatto che Aphrodite, DeathMask e Shura, perevidenti ragioni non possono essere i veri nomi dei tre Gold Saints eche, tra i Dodici, siano gli unici, probabilmente, ad avre scelto unopseudonimo per identificarsi. ...Cancer usa un linguaggio che farebbe arrossire un mandrianogià dabambino.
Disclaimer: Seh,seh! Tutto di Kurumada, 'staminchia!
Cose:
Questa fanfiction è stata scritta nel Meikai.

Ad una settimana appena dall’arrivo al Santuario del custode bambino della Dodicesima Casa infuriò un temporale che venne ricordato da tutti e tre come il più terribile e profumato delle loro esistenze.
Durante quel temporale vennero distribuiti i nomi. E quando all’alba uscirono per l’allenamento e trovarono l’erba piegata dall’acqua e dalla potenza del vento, i rami spezzati dalla tempesta ancora umidi di linfa al suolo, pensarono che tutto fosse perfetto.
Che non avrebbero potuto nemmeno immaginare un battesimo migliore di quello.

Il piccolo Capricorn era stato il primo dei tre ad arrivare, con il suo Gold Cloth e qualche parola in greco antico vergata sulla missiva che lo accompagnava. Aveva nove anni e qualcosa in più, le sottili sopracciglia scure aggrottate in un’espressione di cupa determinazione e il ricordo vivido del suo addestramento sui Pirenei.
Giunto in terra di Grecia venne accolto dal Nobile Aioros di Sagitter e dal suo fratellino dai capelli arruffati, Aioria di Leo. Ad Aioros, Capricorn si sarebbe affezionato immediatamente, come ad una guida, ad un modello: le conseguenze, poi, sarebbero state devastanti quando sarebbe stato costretto ad ucciderlo, nei mesi prossimi.
Venne accolto dal Nobile Saga di Gemini. A Saga si sarebbe affezionato immediatamente, come ad un mentore, un maestro: le conseguenze sarebbero state devastanti comunque. Ma a questo punto della storia sarebbe prematuro parlarne.

Poi arrivò Cancer.

“Dov’è finito quel maledetto granchio?”
“Sono qui, puttanella”. Il maledetto granchio si infilò tra le colonne corinzie del Dodicesimo Tempio e si lasciò andare a sedere sui gradini tra i due amici, senza la spensieratezza dei suoi dieci anni appena compiuti. Capricorn si rilassò impercettibilmente: le sue ginocchia si allargarono appena, allentando i muscoli e la schiena premette maggiormente contro lo scalino. Il piccolo Pisces fece una smorfia che contrastòcon la rara bellezza del suo viso: “Era ora, crostaceo. Pensavamo ti fossi perso”.
’Sta minchia”, berciò, laconico.
Cancer era arrivato da una manciata di settimane e si esprimeva ancora con intercalari tipici della sua lingua e della terra in cui si era comportato in modo da ottenere la propria armatura d’oro. Un periodo cui non tornava volentieri con la memoria, ma del cui ricordo non si sarebbe liberato mai: l’accento siciliano avrebbe condizionato la sua parlata greca fino al giorno della sua morte. “ ‘Sta minchia, datti una calmata, ciuriddu”.
Il giovane Cavaliere dei Pesci si allungò, morbido, e con calma spostò una ciocca di capelli setosi dalla guancia a dietro l’orecchio. L’occhiata che lanciò a Cancer fu di strafottente superiorità.
Fu in quell’istante che iniziò a piovere: piano, sull’erba e sui marmi, sollevando la polvere nell’arena.
“Cosa vuol dire ciuriddu?” domandò Capricorn.
Cancer sollevò le sopraciglia e gesticolò nell’aria come se fosse assolutamente scontato. “Ciuro, ciuriddu, no? Fiore. Fiorellino.”
Shura era un bambino riflessivo, introverso. Era un bambino riservato che rideva poco. In quel momento però si accartocciò su se stesso e scoppiò nella risata più squillante di tutta la sua fanciullezza: dare del fiorellino a chi maneggiava rose letali era una mossa azzardata.
Pisces si imbronciò. “E cosa diavolo vuol dire ‘staminchia?”
Dall’alto del suo anno in più, Cancer sogghignò: “Quando sarai più grande te lo dirò, ciuriddu. Te lo dirò”.
La pioggia cadde e cadde con forza. Il paesaggio davanti ai loro occhi si annebbiò e le gocce scroscianti si tinsero d’argento quando la luna estiva s’alzò nella notte da dietro lo Star Hill. L’odore dell’erba era dolce e penetrante. Infondeva la calma che una giornata di allenamenti furiosi aveva reso merce preziosa.
Quando il rumore delle gocce finì per coprire gli ultimi singhiozzi delle risate del piccolo Cavaliere del Capricorno decisero la ‘cosa dei nomi’.
La decisero parlando sottovoce, alla sola luce della luna e delle stelle: la ‘cosa dei nomi’ era faccenda seria.
Non si poteva pensare a tre bambini più diversi tra loro di quelli. Eppure, a cercare tra tutti i giovani Gold Saints del Grande Tempio, non se ne potevano trovare di più uguali.
La compostezza di Capricorn e il suo sguardo profondo e scuro lo differenziavano diametralmente da Cancer e dai suoi occhi rossi, che spaventavano, dai suoi insoliti capelli ingrigiti e dal suo sogghigno perenne. Il fanciullo della Dodicesima Casa aveva invece un visetto da bambina, ricciolilucenti di cui andava fiero e la lingua tagliente.
Ciononostante avevano capito dal primo momento di essere un trio, più o meno relazionabile con gli altri, ma assolutamente indissolubile. Tanto per cominciare, fatta eccezione per Aioros e Saga, loro lì dentro erano i più grandi. Pisces su questo era irremovibile: non avrebbe fatto comunella con i bambini più piccoli. Avrebbe cercato di convincere anche Capricorn dell’assoluta validità della propria visione della vita e del mondo, ma il ragazzo sarebbe sempre stato meno radicale. Avrebbe però fatto sempre del suo meglio per tenere il piccolo Milo lontano dagli altri due: era un bambino riservato, serio e piuttosto possessivo.
Più tardi avrebbero condiviso un segreto abbacinante e dolorosissimo. Ma fortunatamente sarebbe prematuro parlare anche di questo.
Il profumo della terra bagnata e l’argento della pioggia erano una sinestesia troppo potente per il piccolo Pisces: socchiuse gli occhi e annusò la sera.
Cancer lo chiamò, a bassa voce. Poi berciò, perché il mocciosetto non rispondeva.
"La pianti di chiamarmi ‘Pisces’? Io ho un nome”.
“Ma fa schifo, ciuriddu”.
Pisces schiuse le labbra per replicare, poi le serrò. Il maledetto granchio aveva ragione; il Gold Saint dei Pesci era svedese e gli svedesi avevano un gusto disgustosamente svedese per quanto riguardava i nomi. Quindi tacque, seccato.
“Non fare quella faccia, ciuro. Fa schifo anche il mio. E anche il tuo fa schifo, Capricorn. È per quello che ve lo dicevo. Ci servono dei nomi, dei nomi seri da cavalieri seri. Che facciano impressione, ‘sta minchia, no?”
Cancer ci teneva particolarmente. Per lui Aioros non era modello e Saga non era un maestro. Lui stesso era per sé guida e mentore e tanto bastava. L’unica cosa cui bisognava rimediare era il nome e bisognava rimediare presto anche per quei due poveri ciuri. Lo diceva da giorni.
“Danne uno a lui, per primo!” Pisces indicò Capricorn, ancora scettico. Prima di accettare voleva vedere che esito aveva l’esperimento.
Il Cavaliere della Decima Casa spalancò gli occhi scuri. Le ciglia lunghe e il taglio allungato che, da adulto, gli avrebbero conferito un fascino sottile e innegabile, in quel momento sottolinearono il suo smarrimento.
“Contaci, ciuriddu.” Approvò Cancer e, spietato, si girò verso l’altro. “Ci vuole qualcosa di speciale”.
Dando prova di un contegno insolito per un bambino della sua età, Capricorn deglutì la preoccupazione. E non a torto: fu una discussione di due ore quella che portò il malefico trio a vagliare i nomi propri delle divinità della guerra. La pioggia scrosciava forte quando Pisces e Cancer litigarono per l’appellativo del semidio induista Sugriva. Cancer lo trovava perfetto. Pisces, no.
Alla fine, Cancer preferì dargliela vinta.
Ci fu un’altra mezz’ora buona perché Cancer arrivasse ad un nome che soddisfacesse il fiorellino della Dodicesima Casa.
“Shura. Shura allora. Come un dio della distruzione, come un Asura”. Mimò la distruzione con le mani, illustrando con la destra la spada di Excalibur che si abbatteva ineluttabile sull’improbabile nemico incarnato nella sinistra.
E Shura fu Shura di Capricorn da quella notte.
Dei tre, fu il più facile dei nomi da trovare.
Il più difficile fu DeathMask. Quello fu difficilissimo, perché Cancer lo aveva già in mente da mesi e Pisces aveva tutta l’intenzione di rendere quella notte particolarmente lunga. Lunghissima.
“Io sarò DeathMask. DeathMask di Cancer”.
Lo sbraitò con calma e fermezza, come un dato di fatto.
Con calma e fermezza, come un dato di fatto, Pisces sussurrò: “No”.
“Perché?”
“Perché è stupido.”
“Non è affatto stupido, ciuro! Che minchia dici? È perfetto. Vero, Shura? Diglielo, Shura. Avanti, Shura!”
Lo ripetè una quarta volta. Così, per collaudo.
Shura annuì, sfinito.
“Visto?” berciò ancora, ma con soddisfazione. “Per via delle teste, capisci? Per il fatto che mi crescono in casa quelle degli sfigati che ammazzo.”
Pisces regalò a Cancer un’altra occhiata di fredda superiorità. “L’avevo capito. Ma è banale.”
Non era vero in realtà: gli piaceva anche. Ma la faccia del crostaceo era fin troppo avvincente per lasciare cadere l’argomento. Sostanzialmente, il fiorellino si annoiava.
“Allora proponi tu”.
“Staminchia”.
“…’sta minchia che cosa?”
“Staminchia. Staminchia di Cancer”.
Ci fu un attimo di silenzio. La pioggia scrosciò indifferente a DeathMask quanto a Staminchia e Shura decise di contemplare con tutta l’attenzione disponibile lo spazio di marmo delimitato dai suoi piedi. Shura era un ragazzo serio, possessivo e decisamente saggio.
Cancer rimase impietrito. A fatica riuscì a convincersi che il ciuro non conosceva il significato di quella parola. Non poteva. Anche se, si capiva benissimo, se Pisces non aveva compreso l’esatto significato del termine, ne aveva comunque intuito il piano semantico.
“Ma ‘sta minchia!” berciò spaventato quando se ne rese conto.
“Sì, esatto” annuì con grazia l’amico. “Proprio”.
Ci furono altri secondi di imbarazzante silenzio. Shura assaporò sulla punta della lingua il proprio nuovo nome. Gli piaceva.
Quando ebbe finito, Pisces taceva con un mezzo sorriso e DeathMask aveva lottato e vinto.
“Manchi tu” mormorò Shura di Capricorn sollevando lo sguardo sul piccolo svedese.
“Già” DeathMask sogghignò. Mancava Pisces. Contemplò l’idea di chiamarlo Puttanella dei Pesci, che sarebbe stato niente male.
“Leda” propose Shura di Capricorn, che nei primi giorni era stato ingannato dalla fisionomia del ragazzino più giovane.
“Non è mica una femmina, ciuro. Efestione.” Tentò sui più virili “No, no! Senti: Salvatore!” pensò ai nomi della sua terra. “Salvatore dei Pesci!”
La faccia di Pisces fu eloquente. Ritentarono.
“Narciso”
“No” rispose l’altro, ma si compiacque per il pensiero.
“Giacinto”
“No”
“Adone”
“No”
“Sancho Panza”
“Ma sei cretino, Shura?”
“Elena”
“NO. NONONO.”
“Eh, perché non Giovanna, ciuro” rise DeathMask e batté la mano sulle spalle di Shura.
“Anchise”
“No”
“Alexandros”
“No”
“Apollo”
“Mh”
"Ganimede”
“No”
“Eteocle”
“No”
“Polinice”
“No”
“Antigone?”
“E la fate finita?!”
Il cielo sgocciolò e si schiarì ad est, poco a poco. Shura sbadigliò e si coprì la bocca con la mano. Guardò le stelle e ne vide una particolarmente luminosa sulla linea dell’orizzonte.
La stella del mattino. Rimase a contemplare quell’astro, affascinato.
“Aphrodite”, disse, con la voce piena di rispetto dolce.
DeathMask, che stava per sparare Concetta dei Pesci, rimase con la bocca aperta a metà.
“…bello”. Pisces si convinse immediatamente. “Aphrodite dei Pesci. E’ bello.”
Aphrodite di Pisces mantenne il proprio nuovo nome come gli altri mantennero il loro, in quell’alba come nelle seguenti. Fu un battesimo perfetto il cui ricordo conservarono sotto l’armatura d’oro e quella dei segreti intricati che andarono occultando negli anni.
Silenziosamente lo rammentarono tutti e tre, quando si trovarono gli uni davanti agli altri dentro a delle surplice scure e malefiche.
Ma anche di questo è prematuro parlare.





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