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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:2 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 2
Rubedo


E strani sogni – come il sole
che tramonta sulle spiagge -
rossi fantasmi passano senza sosta,
passano simili

a grandi soli
che tramontano sulle spiagge.

Paul Veraline, Payesages Tristes



Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno, che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente gli disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
Questo pensava Hyoga, mentre varcava la soglia dell’Ottava Casa. Pensava all’incipit di una fiaba greca, con un finale amaro. Perché gli fosse venuta in mente, questo non lo sapeva. Forse era per via delle cicale e del loro canto insistente. Forse a causa del tramonto sanguigno. Preferiva non interrogarsi sui finali amari in un luogo sacro come il Santuario di Athena, dove lui stesso tanta amarezza aveva dispensato.
Era buia, la Casa dello Scorpione del Cielo. Sembrava che ci fosse la notte, dentro, mentre fuori il sole ardeva ancora, scarlatto nel vespro.
Hyoga aveva salito le scale da solo. Non aveva voluto la compagnia di nessuno dei suoi fratelli, insieme a lui in terra di Grecia. Con Athena, erano lì per far riparare le armature distrutte durante la guerra al Grande Tempio.
L’intenzione era stata quella di salire fino all’Undicesima Casa. Un pellegrinaggio strano.
Poi aveva avuto come l’impressione che Camus - defunto amato maestro, defunto Cavaliere d’Oro - non avrebbe approvato, che recarsi all’Undicesimo Tempio sarebbe stato, ai suoi occhi, come nuotare con un fiore dalla madre negli abissi del mare.
Era stato sul punto di tornare indietro. Poi aveva pensato che c’era qualcuno ancora vivo che aveva bisogno di incontrare. Un pellegrinaggio strano.
Il Santuario era bellissimo, avvolto in un cielo fiammeggiato. La luce tingeva di porpora la terra e il marmo della scalinata, scivolava all’interno dell’Ottava Casa, ritagliando la sagoma delle colonne nell’ombra che la riempiva: presto il sole sarebbe scomparso, morendo in un lampo verde nell’Egeo.
Un piede dopo l’altro, lentamente, scivolò all’interno del Tempio. Le cicale in sottofondo sembrarono così vicine, che il loro canto lo turbò. Cosa diceva Platone a proposito delle cicale? Non se lo ricordava.
Si ricordava solo
Uno scorpione doveva attraversare un fiume,
della favola del cigno e dello scorpione
ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno,
In quel tramonto sanguigno.
che si trovava lì accanto.
I suoi passi echeggiarono nel silenzio. Avvertì un fruscio appena e, alzando lo sguardo, sussultò: dall’ombra, lo Scorpione lo fissava.
Così
“Cavaliere d’Oro di Scorpio,” lo salutò Hyoga, scoprendo con imbarazzo di non poter alzare lo sguardo dai propri piedi. Seguirono lunghi istanti di silenzio, poi Milo gli si avvicinò e, con voce dolce e suadente, gli disse:
con voce dolce e suadente, gli disse:
“Hyoga”.
“Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.

La mano di Milo era scattata in avanti, serrandosi sul collo del Cigno. Hyoga aveva spalancato gli occhi e serrato le mani attorno al braccio che lo aggrediva, ma non aveva potuto opporre resistenza alla forza del Gold Saint. Si trovò strappato dalla soglia e trascinato nell’ombra, lontano dalla luce vermiglia tramonto.
“Niente affatto!” rispose il cigno “Appena saremo in acqua mi pungerai e mi ucciderai!”
“E per quale motivo dovrei farlo?”
Hyoga ricadde sul pavimento, sbattendo la schiena, e la nuca trattenendo un gemito di dolore. La battaglia delle Dodici Ore, nonostante le scrupolose cure mediche immediatamente successive, aveva causato ferite profonde nel corpo quanto nello spirito che ancora non si erano rimarginate completamente.
“E per quale motivo dovrei farlo?” chiese innocente lo scorpione.
Hyoga scrollò il capo e si liberò il viso dai capelli. Si rialzò sulle ginocchia, istintivamente, ma non tentò nemmeno di difendersi. A conti fatti, aveva preso coscienza di essere andato lì per quello: per pagare per ciò di cui era colpevole.
“Milo…”
Milo avanzò verso di lui, il bel volto serio e immobile, nell’ombra, i capelli scomposti. Avanzò letale e silenzioso, nell’ombra. Sul suo viso Hyoga lesse accuse precise.
I Cavalieri di Bronzo avevano lottato e combattuto contro tutto, per assicurare la giustizia al Grande Tempio. Avevano salvato Athena da un duro destino e questo era il compito di ogni Saint a lei devoto. Ma lui, Hyoga, era stato la causa della morte di Camus dell’Acquario – defunto amato maestro, defunto Cavaliere d’Oro – e quella morte lo aveva spezzato.
Aveva spezzato Milo, che adesso avanzava con quel giudizio inappellabile negli occhi blu come il mare di Grecia, come quelli di Athena inflessibili: colpevole, Hyoga del Cigno.
Il suono immateriale delle cicale era come un richiamo lontano. Cygnus vi si abbandonò, come ad una preghiera.
“Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
Milo lo riafferrò, trascinandolo in piedi e piantandogli le unghie nelle spalle, con ira. Aveva sentito Hyoga non appena aveva messo piede al Santuario.
Lo aveva sentito così chiaramente che era sobbalzato, nel buio dell’Ottava Casa al tramonto, con la luce che entrava dalle colonne ritagliando sul marmo ricami sanguigni. Quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare. Quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso. Aveva creduto si trattasse di un sogno, un’impressione falsata. Doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Invece era vero, quel bagliore di neve. Tutto ciò che era stato di Camus ora apparteneva a Hyoga, assassino dei ghiacci in nome di Athena.
Piantò le unghie nelle spalle del ragazzo e lo trascinò su, quanto più possibile alla propria altezza per guardarlo negli occhi.
Questa volta Hyoga non abbassò lo sguardo. Lo lasciò appoggiato in quello di Milo, senza arroganza, ma anche senza vergogna.
Le unghie sprofondate nelle spalle del ragazzo erano così dolorose da temere che stessero conficcandovi il veleno, insieme alla collera. Ma Milo non aveva dato fondo al Cosmo: affondava senza pensare, d’istinto, per trattenere una preda che non sarebbe dovuta scappare. Mai più.
“E per quale motivo dovrei farlo?”
Milo li aveva i suoi motivi. Li aveva eccome.
“E per quale motivo doveri farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei”.  Il cigno ci pensò un attimo, convinto della sensatezza dell’obiezione dello scorpione. Lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
Hyoga pensò che adesso poteva essere una buona idea, quella: essere punto dalle quindici cuspidi di Scorpio e morire lì. Era venuto per quello, no? Un pellegrinaggio strano.
Adesso che non c’era più niente da dire o da fare, che Athena era salva e sovrana sulla Grecia, adesso si poteva andare in pace, no? Pagare i debiti. Tutti. Da quello con la mama a quello con Camus. Tutti.
Anche Milo stava pensando che fosse una buona idea. Milo, per amore del vero, era un passo avanti: pensava che fosse un’ottima idea. Non aveva mai avuto remore ad uccidere, era la sua natura. Non più scrupoli di uno scorpione che punge una caviglia distratta.
Non si era mai tirato indietro.
Lo spinse con più forza contro la colonna.
In quello stesso punto lo aveva già spinto una volta, non era così? E lì, poco lontano, lo aveva lasciato sollevarsi sulle ginocchia e gli aveva spiegato quali intenzioni aveva avuto Camus, quando aveva rinchiuso Hyoga in un feretro di ghiaccio. Quali aspettative, quali timori, quali ragioni.
E più oltre, nella tenebra più scura del tempio, lì era dove Hyoga era arrancato.
Milo aveva ammirato quel ragazzo dal viso fragile e gli occhi enormi, che però non si arrendeva. Che con il suo non cedere instillava in lui il dubbio. L’aveva salvato, spontaneamente.
La luce del tramonto era scarlatta e si arrampicava fino a loro, stirandosi sui pavimenti del Tempio. Rossa come il sangue. Presto ne sarebbe scorso a fiumi, di sangue vero, si sarebbe mischiato con la luce e Camus sarebbe stato vendicato.
Camus che amava Hyoga ed era morto per renderlo degno del proprio nome.
Camus che amava Hyoga. Milo si morse il labbro inferiore.
I grilli, fuori, tormentavano l’aria di un frinire incessante.
Cosa diceva Platone, dei grilli e delle cicale? Che erano stati uomini, una volta. Che non avevano più smesso di cantare, da quando erano nate le Muse. Che avevano cantato per sempre senza mai dormire né mangiare. Lo raccontava a Camus, nei pomeriggi assolati sotto gli ulivi, petto contro petto tra le stoffe leggere. Camus che non le aveva viste mai, in Siberia, le cicale, che si incantava ad ascoltarle nel sole del meriggio, quando era più pericoloso e bisognava parlare ad alta voce, per sovrastarle.
Camus che amava Hyoga come un figlio.
Milo non aveva commesso alcun errore fidandosi di Hyoga e dei Bronze Saint che avevano occupato il Santuario: avevano avuto ragione di ogni affermazione sostenuta, di ogni sfida lanciata.
Athena era salva. Alto sollievo per i suoi Cavalieri d’Oro che avrebbero dovuto proteggerla e non attaccarla.
La sua fiducia di Saint era stata ben riposta. Quella di uomo, era stata tradita.
E che smacco, per Milo, scoprire che esse non coincidevano.
“E’ come se fossi morto anche per mia mano, Camus”.
Sollevò il braccio su Hyoga di Cygnus che teneva gli occhi grandi e gravi, fissi nei suoi, grandi e gravi. Occhi azzurri in occhi azzurri, colpa nella colpa.
A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura"

Milo non ricadde sulle ginocchia, anche se temette di farlo, quando vide Camus riverso a terra, poco lontano rispetto a Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare.
Non ricadde sulle ginocchia, ma gli s’inchiodò il respiro. Senza pensare, con la meridiana che ormai non ardeva più di nessun fuoco, aveva preso il corpo di Aquarius tra le braccia, e lo aveva appoggiato alla colonna.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.
Aveva guardato incredulo quel viso bellissimo e familiare e aveva passato le dita sulle palpebre tondeggianti, sulle sopracciglia sottili. Non si era mosso, ma dentro di sé era inorridito, sentendo quel corpo freddo come la neve, duro come il marmo. Alieno ed estraneo.
Aveva guardato Hyoga del Cigno esanime, faccia a terra. Esanime, ma vivo, Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare. Il ragazzo dal viso sottile e gli occhi enormi che in quella battaglia tremenda aveva avuto salva la vita due volte e che la vita del Cavaliere dei Ghiacci aveva reciso.
“È come se fossi morto anche per mia mano, Camus”. Ammutolì.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.
Guardò solo il volto di Camus, quindi, svuotato di vita.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Lo prese tra le braccia e lo avvolse nel proprio candido mantello.
Avrebbe ottenuto, poi, che venisse sepolto con esso.

A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura"

Hyoga si morse il labbro inferiore, come se lo era morso Milo e indurì lo sguardo.
Non si sarebbe sottratto alla giusta punizione che doveva essergli impartita. Era colpevole dell’omicidio del suo Maestro e se alla morte il destino aveva voluto condurlo quel giorno, non l’avrebbe ostacolato.
Un Santo devoto ad Athena non fugge. Si mantiene impavido davanti al pericolo come davanti al dovere: suo dovere, adesso, era lavare l’onta. Era contento sapendo che il fato, tra tutti, aveva scelto proprio Milo per attuarsi. Affilò lo sguardo e attese, puntandolo sul colpo di Scorpio che si abbassava.
Milo calò la mano sulla spalla del ragazzo. L’unghia scarlatta mandò un lampo, nella luce tenue che fiammeggiava da fuori. Fulmineo gli afferrò le spalle con forza. Hyoga, sbalordito, venne spinto in avanti, e perse l’equilibrio.
Le braccia di Scorpio si chiusero dietro la sua schiena, in un abbraccio feroce.
Milo soffocò un singulto.
Hyoga trattenne il respiro.
Poi, semplicemente, non accadde nulla.
Milo lo tenne stretto in un abbraccio un po’ rude, un po’ affettuoso, di quelli che danno i fratelli più grandi a quelli più giovani. Un abbraccio impacciato dalla compostezza di un guerriero inadatto a manifestazioni simili d’affetto.
“Perché non ti sei difeso?” la voce dello Scorpione del Cielo suonò piatta, nell’eco gentile sui muri.
Hyoga lo fissò con gli occhi spalancati, sbalorditi.
“Quando ti ho attaccato, perché non ti sei difeso? Mi sembra che Aquarius ti abbia insegnato che si combatte sempre, fino alla fine. Che non ci si arrende ai sentimentalismi. Non è questo che ti ha insegnato, Hyoga di Cygnus?”
Tacque, comprendendo di parlare anche a se stesso e non permise di scendere alle lacrime che gli pizzicavano le palpebre. Gli parve di vedere qualcosa nel buio dell’Ottava Casa.
Qualcosa che c’era stato anche prima, quando aveva levato il braccio su Hyoga con l’intenzione di ucciderlo, e che anche in quel momento era lì: un guizzo familiare, di passi abituati a calcare quelle pietre. Un lampo di capelli rossi nel sole della sera. Non ci si arrende ai sentimentalismi. Non ci si arrende alle cicale, per Athena.
Anche Hyoga tacque, annuendo e deglutendo i sensi di colpa. Poi Milo lo lasciò andare.
“Domani, quando il rito lo richiederà, sarò io a dare il mio sangue per la vita della tua armatura. Lo devo a Camus che ha fatto di te un uomo. Quindi alza il mento e non ti girare indietro, Hyoga.” Suo malgrado, sorrise. Quei sorrisi un po’ dolci un po’ strafottenti che facevano scuotere la testa ad Aquarius, in una smorfia tenera. “Hai le spalle coperte”.
Gli era sembrato di vederlo, nel buio, Camus: un lampo di capelli rossi nel sangue del vespro. Nel frinire delle cicale. Bisognava stare attenti e parlare a voce alta per sovrastarle; l’incanto degli spettri meridiani somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia.
Milo si staccò da Hyoga e lo tenne davanti a sé, per le spalle.
Ne riconobbe l’aria familiare, il cosmo bianco della neve di Siberia e della purezza dell’uomo che gliel’aveva instillato. Riconobbe in Hyoga l’allievo che Camus aveva amato, nel suo modo immenso e strano, come di padre severo. In qualche modo – in un modo immenso e strano – lo riconobbe in quel tramonto scarlatto come proprio allievo.
L’epilogo di una favola greca che finiva in modo meno amaro. E al Grande Tempio c’era stata già tanta amarezza.
Gli era sembrato di vederlo, nel buio, Camus. E senza parlare mormorava con le labbra qualcosa che Milo aveva già sentito:
Ti ringrazio per avere capito quanto straordinario sia Hyoga.
Gli era sembrato di vederlo, ma durò poco: un lampo nel buio; il raggio verde del sole che muore. Poi anche il crepuscolo ritrasse le sue dita di porpora e restarono solo il caldo della sera, il vento che soffiava dal mare e il frinire dei grilli.





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