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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:1 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 1
Albedo


Inerte, tutto brucia
Nell’ora fulva.
Stéphane Mallarmè, L’aprèsmidi d’un faune

 
La mattina era stata torrida e il calore intenso inaridiva la terra battuta dell’Arena, irradiandosi dalle rocce e dai marmi.
Milo terminò l’allenamento quotidiano, da solo, e si fermò stanco sotto un ulivo. L’ombra offriva un ristoro fresco e i grilli tormentavano l’aria in un frinire incessante.
Socchiuse gli occhi azzurri nel calore e guardò l’acqua salata lambire la terra in onde leggere, lontano. La costa era bellissima.
Tutt’intorno, a parte il mare instancabile, era immobile, il Santuario.
Qualcuno vociava, infondo, dagli alloggi degli allievi.
Ma era lontano e l’afa pesante faceva sembrare tutto più distante. Mu era ripartito per il Tibet o per qualche altra regione strana che Milo aveva sempre solo immaginato. Aldebaran, se era alla Seconda Casa, non lo faceva notare, silenzioso in quel frinire di grilli.
Era quasi mezzogiorno.
Milo di Scorpio sollevò un angolo della bella bocca in un sorriso strano.
Mezzogiorno. L’ora dei fantasmi, mezzogiorno, in Grecia.
L’ora in cui apparivano gli spettri sulle scogliere e nei campi consacrati, vicino ai Templi in rovina.
Acheloo si manifestò in un altro pomeriggio abbacinante come quello, ma più antico, e nel sole non proiettava ombra. L’incanto degli spettri meridiani somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia.
I grilli e le cicale osservano gli uomini, in quei pomeriggi, e con la loro musica cercano di ammaliarli, come le sirene. Bisogna prestare attenzione a non cedere alla sonnolenza, all’inerzia. Bisogna continuare a camminare, a conversare, come se niente fosse.
Milo si tirò su, spezzando quell’incanto innaturale.
Andò a farsi una doccia fredda, a mettersi vestiti puliti. Poi salì le scale fino all’Undicesima Casa.

“Ciao, Camus”.
Fece il suo ingresso nel Tempio, quasi di corsa.
Una corsa dall’Arena, giù, avrebbe spezzato il fiato di chiunque. Ma Milo era allenato e temprato e amava recarsi a trovare Aquarius da sempre, da quando aveva memoria. Da quando aveva stretto amicizia con lui a sei anni e mezzo, dopo essersi fatto trovare a nascondino.
Era giunto in fretta e non aveva incontrato troppi ostacoli, sulla sua strada, né contrattempi. Doko, l’anziano Roshi, era tornato in Cina a fare chissà cosa sulla sua cascata e Shaka di Virgo non aveva offerto molte parole né sguardi, seduto in contemplazione alla Sesta Casa.
“Ciao, Camus. E’ così caldo là fuori”.
A dire il vero era caldo anche lì.
La canicola del mezzogiorno aveva aggredito i marmi del Tempio e diffondeva il calore all’interno da quella mattina. Ed era strano, perché aveva sempre fatto freddo all’Undicesima Casa.
Più freddo che altrove, almeno.
D’estate era piacevole, perché ci si poteva sedere sui primi gradini, ad esempio, e restare lì a sfidare il sole, con la Casa fresca e in ombra del Maestro dei Ghiacci alle spalle, a irradiare un’ombra pallida del freddo di Siberia che Camus riusciva a ricreare tra le mani.
D’inverno era scomodo.
Era dolce l’inverno, ad Atene, il mare mitigava gli effetti del vento freddo che veniva da est. Ma Milo amava il caldo e più di una volta in quegli anni aveva protestato, ridendo, che erano troppo fredde quelle mura.
Ma d’inverno e d’estate era sempre una bella scusa quella, per rannicchiarsi contro il fianco del compagno, per prenderlo contro il proprio petto e appoggiare la fronte alla sua, nelle notti in cui si fermava lì. Camus protestava appena, le sopracciglia aggrottate e un sorriso che gli sfuggiva.
Milo raccolse i capelli, spingendosi avanti. Com’era innaturale quel caldo, lì.
Camus era in piedi, poco dietro alle colonne. Appoggiato allo stipite dell’entrata agli appartamenti privati, più nascosti, lo guardava.
“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
“Mi sono fermato all’uliveto. Quello accanto all’Arena. Dove mi hai trovato la prima volta, ti ricordi? Quando abbiamo giocato da bambini”.
Camus sorrise.
Era cosa rara, vedere sorridere Camus, ma non impossibile. Milo ce la faceva spesso e quando ci riusciva, a strappargli il sorriso, era come avere staccato dal cielo un pezzo e tenerlo davanti, per guardarlo. Era cosa rara e bellissima vedere sorridere Camus dei Ghiacci.
Si avvicinò e i suoi passi risuonarono nell’eco. Appoggiò la schiena allo stipite opposto di fronte al compagno. Fiero e serio, Aquarius, com’era sempre stato, le braccia abbandonate lungo i fianchi, nel chitone da allenamento.
Provò l’impulso di toccargli il viso e i capelli, in una ricerca di contatto che lo prendeva sempre. Il bisogno costante di sentirlo vicino e concreto, quel suo compagno così algido e altero.
Provò l’impulso di prendergli la mano diafana abbandonata contro la coscia.
Camus che sorrideva.
Per qualche ragione, non lo fece.
“Dovevi sentire i grilli e le cicale, Camus, giù all’Arena, nel sole. Roba da pazzi. Era quasi ipnotico”.
“Bisogna prestare attenzione ai grilli e alle cicale, con questo caldo”.
“Perché non vieni con me, una mattina di queste? Fino all’uliveto. O all’Arena”.
“Non ti alleni con Aioria, la mattina?”
Aioria. Milo sbottò in sogghigno, pensando all’amico. Da sempre era così. Aioria che sfidava Milo. Milo che sfidava Aioria, sempre, anche quando il resto del Santuario prendeva riposo.
“Fa bene cambiare, ogni tanto, Camus. Vieni anche tu. Farà piacere anche a lui, lo sai”.
Camus parve pensoso.
“Avanti. Vieni”. Milo parlò sottovoce, accattivante. Di nuovo volle prendergli la mano, di nuovo non lo fece. “Farà piacere anche a lui. Il Santuario è così vuoto, in questi giorni, Camus. Mu è ripartito per il Tibet o per qualche altra regione strana  e Aldebaran, se è alla Seconda Casa, non lo fa notare. Il Roshi, è tornato in Cina a fare chissà cosa sulla sua cascata e Shaka di Virgo non offre molte parole né sguardi, seduto in contemplazione. Mi manchi, Camus.”
Non era quello che gli diceva anche quando tornava dalla Siberia, raramente, quando vi si era recato per allenare Hyoga?
“Mi manchi da morire”.
Perché glielo diceva adesso, che era lì davanti a lui?
“Mi manchi da morire”.
Camus alzò lo sguardo, nel silenzio e nel calore strano dell’Undicesima Casa, che era sempre stata fresca, quasi fredda.
La luce arrivava da fuori, scivolava sui pavimenti e tra le colonne. Bianca, sui marmi.
Qualcuno vociava, dagli alloggi degli allievi, lontano, molto lontano e l’afa la faceva apparire più distante. Il vento era immobile in quel meriggio di Atene.
Milo ascoltò il frinire dei grilli, che li raggiungeva come una musica ipnotica. Forte e metallica, come se fossero accanto a loro. Bisogna prestare attenzione ai grilli e alle cicale.
“Milo?”
“Sì, Camus?”
Ma Camus non aveva parlato e Milo si sentì sciocco.
“Milo?”
Milo sorrise a Camus e si girò, verso l’entrata del tempio.
Una sagoma familiare era stagliata nella luce bianca, nello stormire dei grilli. Nel caldo innaturale dell’Undicesima Casa.
“Milo. Sei qui”.
“Sì, Aioria”. Fu felice di vederlo, Aioria di Leo, amico di infanzia e di sempre: si morse le labbra, però, interrotto nel suo parlare con Camus, di tutto e di niente. Voleva dirgli ancora una cosa, e non poteva con Leo lì.
Camus che gli sorrideva, adesso, dopo quel momento in cui era rimasto assorto. Non era facile vedere sorridere Camus, ma non era nemmeno impossibile.
Milo ricambiò il sorriso. Avrebbe allungato la mano verso di lui, adesso, se non ci fosse stato Aioria.
“Vieni via di qui, Milo”. Aioria si avvicinò. Aveva lo sguardo triste, imbarazzato appena. Ci fu qualcosa in quello sguardo che colpì Milo come un pugno allo stomaco.
“Lasciami qui ancora un momento, Aioria” Milo fece uno sforzo per mantenersi calmo, seccato dalla mano di Leo sulla sua spalla, che cercava di girarlo, di portarlo verso la luce e verso i grilli.
“Non ti fa bene stare qui. Perché sei venuto?”
Milo guardò Aioria irritato, adesso. Che domande erano?
Camus guardò entrambi in silenzio, Camus senz’ombra.
“Lo so che è difficile, Milo. E venire qui non ti aiuterà”. Aioria lo sapeva bene. Aioria alla Nona Casa, dal fratello defunto – Aioros il Modello e non più Aioros il Traditore adesso che Athena e Cinque Cavalieri di Bronzo erano venuti a ripristinare la sua memoria – dal fratello defunto Aioria non ci andava mai. Faceva male e lo aveva fatto per tredici anni.
Essere un Gold Saint, uno dei dodici uomini più forti del mondo, non aiutava. Faceva solo sentire più impotenti, nel non concederti il lusso di un pianto liberatorio.
“Per favore, Milo. Vieni via”.

Quando era arrivato su era tutto già finito, lasciando l’Undicesima Casa più fredda del solito.
Milo lo sapeva, perché quella temperatura la conosceva bene.
D’estate era piacevole, perché ci si poteva sedere sui primi gradini, ad esempio, e restare lì a sfidare il sole, con la Casa fresca e in ombra del Maestro dei Ghiacci alle spalle, a irradiare un’ombra pallida del freddo di Siberia che Camus riusciva a ricreare tra le mani.
D’inverno era scomodo.
Era dolce l’inverno, ad Atene, il mare mitigava gli effetti del vento freddo che veniva da est. Ma Milo amava il caldo e più di una volta in quegli anni aveva protestato, ridendo, che erano troppo fredde quelle mura.
Ma d’inverno e d’estate era sempre una bella scusa quella, per rannicchiarsi contro il fianco del compagno, per prenderlo contro il proprio petto e appoggiare la fronte alla sua, nelle notti in cui si fermava lì. Camus protestava appena, le sopracciglia aggrottate e un sorriso che gli sfuggiva.
Ma adesso era più freddo del solito.
Milo non ricadde sulle ginocchia, anche se temette di farlo, quando vide Camus riverso a terra, poco lontano rispetto a Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare.
Non ricadde sulle ginocchia, ma gli si inchiodò il respiro. Senza pensare, con la meridiana che ormai non ardeva più di nessun fuoco, aveva preso il corpo di Aquarius tra le braccia, e lo aveva appoggiato alla colonna.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.

“Per favore, Milo. Andiamo”.
Milo stava guardando Camus sorridere e la richiesta di Aioria fu provante. Non era sicuro di avere capito quello che aveva detto, quindi dovette voltarsi verso di lui, interrogativo.
Fu un errore. Perché quando tornò a girarsi, Camus non c’era più.
C’era solo quel caldo inumano, nel meriggio di Atene, in quella Casa vuota e priva di vita. C’era il canto delle cicale e dei grilli.
Con il petto pesante non oppose resistenza, quando Aioria lo spinse verso l’uscita, lento, ma inesorabile. Non si voltò.
Nei giorni seguenti, però, torno ancora all’Undicesima Casa, di nascosto da Leo, a cercare Camus.
A cercare di dirgli quello che non era riuscito.
Non lo rivide più.
Quel meriggio si lasciò condurre fuori da Aioria, amico di infanzia e di sempre, nel sole bianco di Atene, nel calore intenso che inaridiva la terra battuta dell’Arena, irradiandosi dalle rocce e dai marmi.
Nel vento caduto, nel rumore lontano e sommesso delle onde addormentate, i grilli e le cicale frinivano, instancabili.





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