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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Milodi Scorpio
Genere:Azione, Drammatico, Introspettivo
Personaggi Principali:Kraken Isaac, SeaDragon Kanon
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot
In proposito: ComeOdisseo, Kanon opera le sue trame e lavora alle spalle del dioPoseidon. Un gioco difficile che trova il primo ostacolo in Isaac,allievo di Camus e giunto da poco nel regno sottomarino. Kanon fa iconti con uno spirito nobile e combattivo avendo dalla sua una tecnicaproibita.
Disclaimer: Masami Kurumada,guarda là!*C*   *scappa con i suoi personaggi*
Cose:
La resa di Kanon in questa fanfiction si deve alla straordinaria interpretazione di Camus dell'Acquario e allo stesso Kanon di Gemini.

Non aveva mai contemplato la verità dentro la bugia. Per quanto lo riguardava, la verità era sempre stata la verità, la forza del Bianco che il suo Maestro gli aveva insegnato, e la menzogna era stata la menzogna.
Pose un piede inguainato nell’armatura, con deferenza, su uno dei gradini che conducevano al Tempio. Alzò lo sguardo al cielo d’acqua, che gravava su di lui e su quella città ancora in rovina. Anche il cielo fatto d’acqua era una verità dentro una menzogna e Isaac fu costretto a vagliarla perché gli pesava addosso: non aveva mai avuto dubbi, lui, così netto, conclusivo e apocalittico, senza mezzi toni o mezze tinte. Adesso invece ne aveva da vendere.
Stranieri, chi siete? Da dove venite, navigando sulle vie d’acqua? Avete qualche commercio o senza meta vagate sul mare, come i predoni che vanno, rischiando la vita e a tutti portando rovina?
Salì un gradino. E un altro.
Il cielo d’acqua sulla sua testa aveva smesso di sorprenderlo diverso tempo prima. Aveva sentito dire di un saggio cinese convinto che un arcobaleno di quindici minuti nessuno lo guardasse più. Era vero. Quando era rinvenuto e aveva capito di essere ancora vivo, era rimasto steso sulla pietra a respirare piano in quel silenzio e in quella pace ultraterrena, come per prenderne coscienza. Aveva voluto aprire gli occhi, per capire dove fosse, per cercare il Maestro Camus, per vedere se Hyoga stesse bene, da qualche parte, ma era riuscito a socchiudere una palpebra sola. L’occhio sinistro era un’unica fitta di dolore. Aveva cercato di sollevare una mano per portarsela al viso, ma si era scoperto troppo esausto, allora era rimasto lì, a respirare e basta. Con l’unico occhio aperto sul mondo aveva visto una colonna altissima, di pietra e ghiaccio, gravare su di lui: sembrava vegliarlo. S’innalzava imponente e il suo vertice scompariva nell’acqua. Nell’acqua? Aveva sbattuto la palpebra e assottigliato l’occhio verde, per guardare meglio in alto, perché una colonna parte da terra, ma poi ci vuole un soffitto, sopra, o il cielo. Il cielo c’era, ma era fatto d’acqua. Una volta compreso di non trovarsi davanti un’illusione, né uno scherzo della sua vista dolorante, spalancò la bocca per la sorpresa, per quel miracolo di bellezza impossibile.
Poi erano trascorsi i mesi nel regno di Poseidon. E il cielo d’acqua era diventato per lui naturale come un cielo d’aria. Il mantello volteggiò sulle sue spalle, come un’onda, quando giunse all’apice della scalinata. Tra le colonne ioniche, il tempio si spalancava davanti a lui scuro e placido, come gli abissi stessi.
Senza fretta, ma anche senza esitare, si diresse al nahos, per chiedere udienza al dio Poseidon.Non si aspettava di vederlo andare al Tempio, quel ragazzo che veniva da sopra, con il suo scale nuovo fiammante di Marine. Lo vide da lontano e allarmato decise di seguirlo, senza farsi scoprire, lungo le strade ancora male assestate, sotto un cielo d’acqua. Odisseo in incognito, Kanon occultò la propria presenza e rimase nell’ombra, dove sarebbe rimasto fino alla caduta di Poseidon. L’uomo, cantami, dea, l’eroe del lungo viaggio, colui che errò per tanto tempo dopo che distrusse la città sacra di Ilio.
Il ragazzo, Isaac, salì i gradini lentamente, solenne.
Era stata Tetis a trovarlo. La giovane era corsa a chiamare Kanon perché non c’erano altri, a parte lui e a parte i soldati, nella città in rovina di Poseidon, e lui, Odisseo ignoto, il Marine di Sea Dragon era il più alto in carica. L’unico Marine, fino a quel momento. Gli altri, sarebbero stati chiamati a raccolta a breve. Tetis era corsa da lui che elaborava, Odisseo in incognito, le maglie per piegare il dio dei mari alla propria volontà.
“C’è un ragazzo svenuto, Sea Dragon. Perde sangue”.
Kanon l’aveva guardata come si guarda una diga che si para davanti al proprio flusso di coscienza.”Dov’è?”
“Ai piedi della Colonna del Mar Glaciale Artico”
“Come c’è arrivato qualcuno lì?”
Fu il turno di Tetis di guardare stranita il misterioso Marine.
“…portami da lui”.
Tetis lo aveva condotto, preoccupata del significato che poteva avere un intruso nel regno di Poseidon, come la divinità marina aveva giunto le mani in preghiera per il figlio Achille. Il ragazzo c’era, ed era a terra, e con l’unico occhio che gli restava fissava la colonna di pietra e di ghiaccio, enorme ed alta, su di lui, e un cielo d’acqua.
Li sentì avvicinarsi. Aprì la bocca, ma non emise un suono.
“Chi sei? Di che stirpe?” domandò lei, nell’uso antico di Itaca.
Siamo Achei di ritorno da Ilio che i venti hanno deviato sul grande abisso del mare.
“Non può parlare, guarda” sospirò Kanon, che si rigirava Omero per la testa. “E’ intirizzito dal freddo. Stava facendosi un bagnetto a nord, si vede. C’è gente strana al mondo, eh?”
Tetis lo guardò, gli occhi azzurri adombrati. Senti chi parla.
“Strano è strano,” borbottò Sea Dragon, e lui stesso – che non poteva percepirsi da fuori – né Tetis che non l’aveva mai visto, seppero quanto somigliasse a suo fratello Saga, mentre si accarezzava il mento in quel modo, gli occhi fissi su un bambino semicosciente. “Nessuno arriva quaggiù così, se non per qualche ragione. Non è un posto che si raggiunge facilmente”.
“Kraken” sibilò il ragazzo a terra, cercando di comunicare, cercando di spiegare qual era stata la sua splendida, terribile guida nel mondo degli abissi.
“Kraken?” ripetè Tetis della Sirena e i soldati semplici di Poseidon radunati a capannello attorno a loro mormorarono stupiti e fecero un passo indietro, istintivamente. Perché il cosmo di Isaac, a terra, prostrato dallo sforzo, si era espanso e aveva baluginato, inconfondibile.
“Kraken”. Sogghignò Sea Dragon, quando lo riconobbe e inaspettatamente le cose cominciarono a mettersi per il verso giusto. Per i suoi piani, naturalmente.
Bel colpo, Kanon, pensò. Ma disse: “Portatelo al coperto. Il primo dei General Marine, dopo di me, è giunto nei domini di Poseidon, nostro signore!” - Bleah, aggiunse dopo. Ma solo mentalmente.
Adesso il primo General Marine – dopo di lui, certo -  veniva avanti nel Tempio solenne e altero, come solo uno dei più alti in grado poteva, riconosciuto dallo scale del Kraken e dal suo spirito.
Come poteva solo un allievo di Camus dell’Acquario.
Quando Kanon aveva preso da parte Saga per spiegargli due o tre cosette su come impadronirsi del Santuario di Athena – ed era stato per tutta risposta condannato a morte, rinchiuso in una grotta a Capo Sounion ad aspettare la marea –  di Gold Saints ne conosceva pochi.
Conosceva Saga, ovviamente, quel maledetto, amato bastardo, e Aioros, il fastidioso, perfetto prototipo di perfetto cavaliere e perfetta perfezione. Conosceva vagamente Aioria, che, si diceva, di lì a poco sarebbe stato cavaliere di Leo e Mu, l’allievo del Sacerdote incartapecorito. Gli altri non li aveva visti nemmeno con il binocolo. Sapeva che erano giunti al Santuario uno dopo l’altro, bambini investiti dell’onore d’oro che a lui era stato negato, che erano arrivati quando lui l’onore  dorato se l’era già andato a prendere infondo al mare, da solo.
Non li aveva mai visti, però qualcosa di loro sapeva: il nemico va tenuto d’occhio e Kanon, Odisseo per vocazione, non era uno sprovveduto. E qualcosa di Camus delle Energie Fredde e di qualche moccioso che allevava in Siberia gli era giunto alle orecchie, col passare degli anni.
In Isaac dei Ghiacci, che lo spirito del Kraken era andato a cercare fin sopra la superficie, Kanon riconosceva lo stampo del Maestro e avere per il proprio esercito un virgulto che era stato destinato ad Athena lo rendeva orgoglioso. In qualche modo, era come avere piazzato un bel cavallo di legno infiocchettato sotto le mura di Ilio. Un gran bel colpo davvero, Kanon.

Isaac del Kraken aveva piegato il ginocchio davanti a Poseidon dopo avere vagliato la situazione con scrupolo. Sea Dragon, imponente davanti a lui, era rimasto al suo fianco mentre veniva curato e nutrito. Isaac dei Ghiacci era indipendente e forte, anche se aveva solo tredici anni, ma aveva apprezzato quella presenza carismatica.
Quando lo aveva ritenuto opportuno, Sea Dragon gli aveva parlato.
Gli aveva detto di Poseidon che viveva in quel luogo, in un regno di luce serena e verde filtrata dal cielo d’acqua. Un regno di pace e giustizia che il dio si proponeva di portare sulla terra.
“Athena, la mia dea, desidera la pace e la giustizia. E so che rinchiuse Poseidon ai tempi del mito, che desiderava lo scontro.”
“Ah, ragazzo. Poseidon non desidera lo scontro più di quanto lo brami io” Kanon fu abile a nascondere un sorriso affilato. Anzi: produsse una convincente espressione accorata “Sei Cavaliere di Athena?”
Isaac esitò: “Non ancora. Il mio Maestro mi stava addestrando per esserlo, tra i ghiacci della Siberia, nel nome della giustizia”.
“Della giustizia.” Ripetè Kanon e dovette reprimere la nausea a quel termine. Dov’era la giustizia ad Atene?  “E non c’è giustizia nel Kraken, che attacca gli uomini empi e che esce dagli abissi per punirli? Eh?” Kanon sorrise, affabile, immaginando una manta assassina da far piovere in testa a suo fratello, che ci pensasse due volte a chiuderlo in una grotta con l’alta marea, la prossima volta.
Isaac venne colpito da quelle parole. Erano le stesse che aveva usato con entusiasmo, davanti al Maestro Camus, qualche anno prima. Camus l’aveva sconsigliato di trovare nel Kraken un modello, ma Isaac ne era sempre stato attratto.
Si ricordò dell’isba sulla piana ghiacciata di Peveck, in quel piccolo nido d’oro che erano state le modeste stanze di legno inondate di luce, con i letti, il tavolo e la stufa, con il vecchio samovar ammaccato. Ricordò Camus e i suoi capelli rossi, come fuoco che arde al mattino, e Hyoga che gli sembrava tanto più piccolo con quegli occhi luminosi. Si domandò dove fossero, ancora una volta. E come avrebbe preso Camus, che non aveva mai approvato la sua simpatia per il Kraken, se avesse saputo della sua adesione alle fila di Poseidon.
Nello stesso momento in cui ebbe quel pensiero, seppe di avere accettato la silente proposta di Sea Dragon.
“Non puoi fare altrimenti, ragazzo. Non sei tu a scegliere” flautò l’altro, come se avesse ascoltato ogni sua riflessione. Quando Isaac si trovò in una stanza di pietre nude, con il riflesso verde dell’acqua sulla volta circolare, comprese che quella era la verità assoluta. Lo scale del Kraken, dorato e opaco, come il metallo puro che aspetta a lungo sott’acqua, vibrò nella sua direzione.
Sea Dragon lo spinse avanti, con qualcosa di simile al rude affetto di un fratello maggiore e allora tra lui e quell’armatura, fu la comunione completa. Quello che avrebbe potuto dire Camus , per quanto ancora pensasse a lui, era assolutamente irrilevante.
D’altra parte Isaac amava la giustizia. Quella di Athena, fanciulla dea. Ma di più quella di Poseidon, aveva scoperto, pura e fredda come i ghiacci di Siberia, che non scendeva a compromessi, che esaltava quando doveva esaltare e puniva, se necessario, senza scrupoli, come aveva sempre pensato che dovesse essere.
Isaac del Kraaken aveva piegato il ginocchio davanti a Poseidon e adesso, nel nahos, si preparava a farlo una seconda volta.
Era entrato nel Tempio e i suoi passi risuonavano sicuri, spandendo un’eco leggera tra il colonnato. L’ambiente era fresco e in penombra, pieno di  una serenità insonnolita tipica degli abissi. Era come entrare in una grotta.
Voleva chiedere udienza, domandare al dio riguardo i piani che aveva per la terra.
Isaac amava la giustizia di Poseidon che esaltava quando doveva esaltare e puniva, se necessario, senza scrupoli. Eppure le voci che circolavano tra i soldati, ultimamente, erano quelle di uno scontro imminente, dell’unica soluzione che era quella del mare che straripava dalle coste e affossava i continenti, per ripulire il mondo dalla sua malvagità, per vivificarlo e purificarlo. Per causa della piccola Athena che era appena nata, reincarnata per dare battaglia al dio del mare, come ai tempi del mito. Si diceva così, tra i soldati.
Isaac si era domandato come fosse possibile, quando aveva ascoltato. Conosceva Athena e non poteva credere a simili voci. Voleva chiedere a Poseidon, appellarsi alla sua giustizia pura e fredda, come i ghiacci di Siberia, e domandare se poteva risalire sulla superficie per cercare Camus, il suo Maestro, e Hyoga, per interrogarli.
Perché come poteva essere vera una simile notizia, se nell’esercito di Athena c’erano uomini giusti e puri come Camus, che lo aveva guidato, o come Hyoga, per la cui limpidezza si era sacrificato?
Oltrepassò la soglia del nahos e davanti al primo gradino piegò il ginocchio e chinò il capo, lasciando ricadere in avanti i capelli castani.
“Divino Poseidon”, mormorò, e aspettò il permesso di poter parlare.
Non giunse. La serenità intorno era verde e adamantina. I riflessi d’acqua vibravano sulle pareti in pietra e l’atmosfera era intima e fredda come un canto di sirena.
Ma vuota. Isaac alzò il viso e attese. Ancora niente.
Lo alzò ancora, seguendo con lo sguardo l’alta scalinata interna, gradino dopo gradino fino al trono del dio del mare. Il seggio aureo era imponente, ma non c’era alcun dio a prendervi posto.
Isaac schiuse le labbra per la sorpresa.
Solo l’armatura, vestigia vuote, delineava il sembiante divino. L’aura che emanava l’aveva ingannato diffondendo nel Tempio quell’atmosfera pregna, intima e fredda.
Non c’era nessun dio, su quel trono.
Dov’è? Dov’è Poseidon?E da quanto tempo non c’era?
Isaac richiamò alla mente la presenza divina, ma ricordò solo lo spirito del Kraken, che l’aveva guidato e l’aura intima e fredda come un canto di sirena, che l’aveva incantato.
Oltraggiato, si alzò e fece un passo indietro.
“Dov’è Poseidon?” mormorò a fior di labbra.
“Il nostro signore dorme” la voce di Sea Dragon suonò giovanile e ironica, rimbalzò contro le colonne e tornò indietro. Isaac si girò di scatto, facendo fluttuare il mantello.
Sea Dragon gli sorrise. Si era tolto l’elmo e i capelli gli ricadevano sulle spalle come le onde del mare e gli occhi tradivano un’allegria insana.
Avanzò. Nè lui stesso – che non poteva percepirsi da fuori – né Isaac che non l’aveva mai visto, seppero quanto mai somigliasse a suo fratello Saga, mentre metteva un piede dopo l’altro, puntando la sua vittima come un gatto fa col topo.
“Mi hai mentito in ogni tua parola”
“Ti ho mentito, ragazzo?”
“Dov’è Poseidon?”
“Poseidon dorme”
“L’hai già detto. Dove dorme? Dov’è?”
Kanon si strinse nelle spalle. “Nella sua anfora. Da qualche centinaio d’anni. Ma si sveglierà in tempo per la guerra contro Athena, non ti preoccupare.”
"Non c’è guerra contro Athena” Isaac portò alla mente l’immagine di un uomo giusto, dai capelli rossi come fuoco che arde al mattino e di un bambino biondo con gli occhi luminosi.
“Ci sarà. Tra breve. Ed entrambi gli eserciti si scontreranno nel sangue”. Kanon rise. Non c’era motivo per non dire le cose come stavano. Si scusò allegramente con le vestigia di Poseidon, lassù, sul trono, che sarebbe stato al suo risveglio un burattino nelle sue mani. Tirò qualche bestemmia contro Athena che raggelò perfino Isaac dei Ghiacci e alla fine si gloriò di essere l’uomo che aveva raggirato Poseidon, che avrebbe sconfitto Athena e che, di carambola, l’avrebbe messa in quel posto persino a Zeus.
"Ma tu chi diavolo sei?"
"Sono Kanon e lo sono sempre stato", fu la risposta laconica. "Fratello di Saga di Gemini, Cavaliere d'Oro d'Atena" aggiunse con disprezzo. "Perchè, ti cambierebbe qualcosa, nel caso? Cambierebbe quello che sto per fare?"
Isaac strinse i denti.
“Io non te lo permetterò”.
Kanon di Sea Dragon scoppiò a ridere.

Il ragazzo del Kraken  espanse il Cosmo. Spezzò con la sua furia l’atmosfera di grotta marina attorno a sé e alle povere vestigia vuote di un dio. Kanon avanzò ancora di un passo, le labbra increspate in un sorriso.
“A che gioco vuoi giocare, ragazzino?”
“Taci, traditore!” sentì in sé lo spirito antico di un mostro abissale ruggire, tradito quanto Poseidon. Si sentì tradito Isaac stesso,  che era indipendente, nonostante i suoi tredici anni, ma che aveva gradito al fianco la presenza e carismatica di Sea Dragon quando era giunto lì.
Primo Generale Marine - dopo di me, s’intende - l’aveva chiamato, con l’affetto ruvido di un camerata. Adesso invece lo chiamò:
“Moccioso. Falla finita o la finirò io in un modo che ti piacerà pochissimo”.
Così parlai e lui invocava il dio Poseidone, tendendo le braccia al cielo stellato.
Isaac ruggì d’ira, ma la controllò, come gli era stato insegnato. Il suo occhio sinistro era solo una cicatrice bianca di qualcosa di perduto per un bene più grande. Richiamò alla mente un uomo giusto dai capelli rossi, come fuoco che arde al mattino, e un bambino biondo dagli occhi luminosi e con il loro pensiero scagliò il suo colpo di furia ghiacciata.
E con il cuore rivolto a Poseidon, con l’idea di giustizia tanto simile alla sua, che non meritava di venire tradito.
Kanon lo vide e riconobbe una forza pura, nel ragazzo che lo attaccava. Qualcosa che lo rimandava fastidiosamente indietro ai tempi in cui Saga e Aioros si aggiravano per le strade schifosamente avvolti dalla loro aurea di integerrima santità. Che Hades se li portasse.
Si piantò bene sui piedi, racchiuse il Cosmo nella mano destra e si spinse in avanti, tra il ghiaccio e l’energia della tecnica rivolta contro di lui.
Per nove giorni fui trascinato dai venti funesti sul mare ricco di pesci. Il decimo giorno approdammo alla terra dei Lotofagi, i mangiatori di loto.
Genro Mahoken!” ruggì.
Un colpo tra i più letali. Manipolava le menti e creava illusioni. Chiudeva le verità dentro la bugia e di esse non ci si poteva liberare mai, se non mietendo un grande sacrificio od offrendosi come tale.
I Lotofagi offrirono da mangiare del loto.
Un giorno, per difendere la dea bambina che adesso voleva annietata, avrebbe voluto affrontare proprio con quel colpo un guerriero dell’oltretomba, un Gigante Infernale tra i più forti che l’avrebbe chiamato “l’uomo che ingannò perfino gli dèi”. Avrebbe voluto affrontarlo proprio con quella tecnica, così, per impressionarlo. Kanon era fierissimo del suo Genro Mahoken.

Isaac ricadde all’indietro. Sbatté la schiena sulla pietra fredda, poi la testa. E se lo scale di Kraken lo protesse dall’impatto, non poté fare niente per le dita sottili e impalpabili che gli frugarono la mente, invasive. Tentò di gridare quando scelsero immagini e colori dalla sua mente, ma non ci riuscì. Hyoga, come se lo ricordava nel suo cuore, mutò. I suoi occhi luminosi persero limpidezza, nel suo ricordo, sembrarono dileggiarlo. Due occhi, quando Isaac non ne aveva ormai che uno solo, dato per salvargli la vita. Non gli sembrava più un atto eroico, il suo adesso, solo un sacrificio sciocco, una stupidità imperdonabile. Cercò di scacciare le dita fredde, ma ormai non vedeva più nemmeno Kanon davanti a sé, ma una voragine nei ghiacci eterni che qualcuno aveva aperto, sulla profondità oscura degli abissi marini.
Cercò di ricordare Hyoga e la sua innocenza, ma nel proprio cuore lo trovò solo incosciente e infantile. O estremamente furbo, per essere riuscito a scambiare la sua vita con la propria, con un inganno, sott’acqua, per poi tornare in superficie e prendersi senza merito la cloth del cigno. Poteva immaginarselo, fiero e splendente, in quell’armatura sacra. E assolutamente inadeguato.
Qualcuno, del resto, lo aveva ingannato. Dove essere stato Hyoga, senz’altro. Tutte le altre piccolezze, andavano dimenticate.
E coloro che mangiarono il dolce frutto non volevano più tornare a dare notizie, volevano invece restare là con i Lotofagi a mangiare loto, dimenticando il ritorno.
Da lontano sentì una voce familiare, che lo confortava. Non conosceva nessuno Hyoga, gli diceva, ma assicurava anche che se avesse voluto farlo a pezzi avrebbe avuto tutta la sua simpatia, per quello che gli aveva fatto. La voce di Sea Dragon. Isaac era indipendente, nonostante i suoi tredici anni, ma apprezzava la presenza carismatica di Kanon da quando era giunto lì. Mosse una mano e sentì crescere in sé il germe dell’odio per Hyoga e per Athena, che a Hyoga aveva permesso di ottenere qualcosa che non gli spettava.
Kanon guidò la sua tecnica con maestria – la prima volta che la provava davvero - e guidò l’ odio di Isaac, lo sentì sbocciare e crescere finché la sua mente non si ritirò da quella del ragazzo, alterando i ricordi e i sentimenti.
Gran bel colpo, Kanon, vecchio mio. Sì batté appagato il la mano sulla coscia, poi lo aiutò a rialzarsi.
“Non è il caso di inciamparsi, eh?”
Sorrise affabile al ragazzo che lo guardò confuso e accettò l’aiuto, rimettendosi in piedi.
Alle navi li trascinai con la forza e li legai alle concavi navi, perché qualcuno non mangiasse del loto dimenticando il ritorno.
Con soddisfazione notò la pupilla rimpicciolita, la bocca di Isaac prendere quell’espressione dura che non lo avrebbe più abbandonato fino a che non avesse avuto davvero Hyoga tra le mani.
Meglio prima che dopo, pensò Kanon, che con quel colpo si era coperto le spalle. I giovani idealisti sono i peggiori.
E lui, Odisseo per necessità, era l’uomo che avrebbe ingannato gli dei.




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