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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 

Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Kanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Risvegliarsicon il rumore delle onde nelle orecchie. // Risvegliarsidisteso, tra morbide, bianche lenzuola.
Disclaimer: Sono personaggi che appartengonopa Masami Kurumada. Ancora per poco, perchè progettiamo dirapirli e di rapire anche lui.
Cose: 
 Questafanfic è dedicata come sempre alle mie muse (Deathmaskdi Cancer, Aphrodite di Pisces, Milo di Scorpio)
CAPITOLO:2 di 2


Risvegliarsi
Capitolo 2

 

Risvegliarsi disteso, tra morbide, bianche lenzuola.
No. No.
Quel crudele sogno.
Si sarebbe alzato, gli ultimi strascichi del dolce, indolente sonno. Placidi raggi di sole l'avrebbero accarezzato, adulato; dita dorate che lo invitavano a stendere le flessuosa membra così che esse potessero accarezzarle, seducenti, e tirarlo per le vesti, allegre e divertite, come amanti in un gioco sciocco e delizioso. Tirato per le vesti dalle dita del sole, Saga si sarebbe voltato e avrebbe riempito gli occhi dell'unica, pregnante visione che il mattino gli avrebbe regalato: una statua perfetta, un Adone scolpito nel marmo più pregiato, Endimione dalle labbra piene, i riccioli composti sul viso, intrecciati di rame e legno di ciliegio. Il fiato gli si mozzava in gola ogni volta. Mai mancava di trattenerlo, ed era una piccola morte e risurrezione. Ogni mattina.
"Nobile Saga."
Verde mare, gli occhi che si aprivano. Sorridenti.

"Nobile Saga?"
"Aioros. Sei tornato."
"Sì, Saga. Sono qui. Sono sempre stato qui."


"Devi smetterla di guardarmi così. Saga!" Un riso aperto, anche se contenuto. Aioros lo scrutava indagatore, con l'aria buffamente curiosa. Si divertiva. Saga lo contemplava, adesso sorridendo a sua volta, disteso tra le lenzuola. Tutto lo accarezzava in maniera così suadente. Il lino, l'aria tiepida. Quel sole.
"Hai nuovamente fatto un sogno angoscioso. Non è così?"
Saga rise gradevolmente, con la sua voce profonda, all'aria più cupa e seria che il cavaliere aveva assunto. Già si preparava a trarne degli auspici, dall'espressione.
"Nulla di tutto questo. Tranquillo."
"Non mentirmi."
Più caldo, questa volta. Si rilassava con lui. Il sole lo graziava ed illuminava come se fosse stato un dio. Tutti quegli omaggi ultraterreni, Saga lo sapeva, erano per Aioros. Aioros che era tornato. Luce, aria, e acqua che sgorgava. E terra e germogli che fiorivano sui verdi prati lontani dal Santuario. Prati mille volte percorsi assieme, dall'erba alta e verde, lucente, fresca al tatto; l'accompagnavano i boccioli chiusi sui piccoli rami, e quelli delle siepi. Saga sapeva che tutto questo era per lui. Lo guardava incantato e rapito, la guancia appoggiata al palmo della mano.
"Non mento. Non ricordo che cos'ho sognato."
"Non ricordi?"
"Nulla. Il nero. È una bella giornata, oggi, vero?" Gli sorrise, timidamente, per poi sporgere mani più audaci. Accarezzavano Aioros sui fianchi, sfiorando gli addominali perfetti.
"Una bellissima giornata!" A lui s'illuminò lo sguardo, scalpitante di pura energia. Il sole, il sole stesso lo animava. In lui c'era quella stesso palpitante vigore di tanti anni prima, imbrigliato in redini di cuoio rosso. Il giovane al suo fianco vi s'immergeva, inebriato, riconoscendolo e conoscendolo più mitigato, reso più temperato dagli anni. Riscaldava senza rischiare di accecare, o bruciare. Come il divino Zeus al fianco dell'incosciente Semele. O come gl'irrefrenabili cavalli di Febo, folgori di luce, che avevano disarcionato Fetonte. Il cavaliere del Sagittario fremeva di pura vita - vita, vita! Saga lo strinse tra le proprie braccia, fuggendo da quel sorriso sereno, adulto, diverso ed identico al giovanile illuminarsi nel saluto, nelle passeggiate e nel dirigersi fianco a fianco nell'arena polverosa. Tanti anni prima… loro usavano…
"Mio nobile Saga."
Usavano passeggiare… moltissimo.
"Mio Saga."
Attraverso sentieri polverosi e prati verdi, lontani dal Santuario. Verso le antiche rovine. Verso le scogliere. Verso boschi. Verso colline deserte. Verso acque e soli splendenti.
"Saga."
Sentì le sue labbra, morbide e piene.
Sensuale, vi si abbandonò, fondendosi con lui.
E rami, e frasche, e canti d'uccelli, e un timido gocciolare…


Era tanto che non ripercorrevano quel sentiero. Era ormai poco battuto, e il sole preludeva dirigendo il coro di luci rosse e rosate ad un tramonto malinconico. Ma loro camminavano, infaticabili, tra l'erba alta, Aioros ed i suoi passi atletici, Saga e il suo incedere sontuoso. Camminavano da ore, parlando. Tanti anni erano stati loro negati. E fendevano nuovi sentieri, riconoscendo le prime stelle, e aspettando Venere irradiarsi bianca nel cielo. Saga lo fissava, scrutando i toni del turchese che si faceva violaceo, lungo la linea dell'orizzonte frastagliato. Venere, Stella della Sera e del Mattino, dov'era?
Parlavano di poesia.
Di guerra.
D'amore.
Di vita.
E Venere, la Stella della Sera, si era accesa per Aioros.
Di nuovo di guerra.
E di Giustizia.
E di quanto più bello potesse esistere e l'Attica vasta offriva loro. Leggende di dèi, leggende di eroi. Imprese in miti e storia, in sogni e terra, e Venere, Stella del Mattino, si era accesa per Aioros. Saga la contemplava, splendente, inferiore solo alla luna, e l'ammirava. Piano piano, tutte le stelle. Discretamente, comparendo schive, poi a gruppi, sfumate, e in crescendo di scie. Le stelle tutte fiorirono per Aioros, e poterono distinguere le costellazioni e chiamarle per nome, tra il debole frinire delle cicale.
Perché non credere alle stelle, e alle cicale?
Perché non credere ad Aioros?
Senza di lui, quale vita?
Per chi avrebbe desiderato, palpitato, vissuto, se non per lui? La stessa sua vita era fiorente testimonianza della presenza della voce limpida e profonda che al suo fianco declamava, al pari delle gemme in fiore tra rami e cespugli, rigogliosi di vita assieme a lui.
"Che qualcuno mi svegli da questo sogno" pregava silenziosamente Saga tra i sorrisi estasiati, "ora, prima che il mio animo venga rapito per sempre."
Ma nessuna mano fredda lo attanagliava alla gola, strattonandolo bruscamente all'indietro. Le uniche dita erano quelle dorate della luce del mattino. Giochi, risa, e labbra più dolci del miele. Venere, astro lucente del mattino e della sera, scintillava negli occhi di Aioros, bellissimo, rilucente Aioros. La brezza tiepida gli scompigliava ad arte i riccioli perfetti. Era troppo bello da credersi vero. Perciò lo toccava, perso nell'estasi, carezze lievi, a dita aperte, audaci i palmi sui suoi fianchi, sulle braccia muscolose, ardenti le labbra sulle sue. Ed inchiodava occhi in occhi che lo affrontavano apertamente, senza paura. Aioros l'incorruttibile. La loro limpidezza era quella che sollevava il vento e rendeva le foglie simili a violini nel fruscio della sera, che attirava il sole ed accendeva le stelle del firmamento. Verde mare, azzurro di bosco, cielo riflesso in laghi persi nel verde di querce, pini, castagni e faggi.
"Saga? A cosa stai pensando?"
Lo riscosse dai suoi pensieri. Sorrise. E tacque.
"Dimmelo, te ne prego."
"Mi sgrideresti." Allungò una mano a carezzargli il volto, mentre lo diceva, incapace di staccare gli occhi dall'amato compagno. Carezzevoli le dita che col dorso scendevano dallo zigomo al mento, il Santo di Gemini aggiunse, perso com'era nella sua contemplazione: "È tutto talmente bello da non sembrare vero."
"Nobile Saga!" La voce era un dolce rimprovero. Gli occhi si erano istantaneamente fatti più severi, fermi nel ritratto della determinazione. Voleva essere convincente, Aioros di Sagitter. Saga sorrise.
"Nobile Saga, devi scacciare la paura che alberga nel tuo cuore."
"Sono debole. Perdonami."
"Non sei affatto debole, mio splendido amico. Ma oscuri demoni lottano nel tuo cuore."
Saga sapeva che non si stava riferendo agli sciagurati avvenimenti di quella notte. Abbassò comunque lo sguardo, intrecciando le dita alle dita di Aioros. Ruvide sui polpastrelli e forti, scurite dal sole, contrapposte alle sue, più pallide, e flessuose ed eleganti. Ne saggiò il tocco e il calore. Sospirò.
"Sono qui, Saga" la voce profonda di Aioros si abbassava in un sussurro dolce, come a stemperare la gravità delle sue parole. Sussurro caldo profumato di vita. "Sono qui con te. Non me ne andrò più."
E mentre il cuore gli si spalancava verso di lui nuovamente allungava le braccia, con un che di triste che tintinnava come eco distante in tutta quella trepida gioia. Gioia di vivere. Gioia di essere vivo. E baci a cascate, e carezze, e parole d'amore. Le mormorava come qualcosa di sacro, mai ad alta voce, e come mistico canto le sentiva librarsi in cielo solo quando accompagnate dalle stesse, dolci insensatezze di quelle labbra accostate alle sue, oro, incenso e mirra. Aioros l'invincibile.
Che qualcuno…
Strascichi argento di luna non impallidivano la sua pelle di guerriero; in quella estenuante calura di notte, Saga pensò fosse dolce soffocare. L'apnea era spezzata da boccate d'aria calda come vapore. Aioros diveniva sfocato, visione appannata dietro un vetro, Aioros il magnifico, lo splendente, diletto degli dèi…



"Vostra Santità? Dormite ancora?"



Note di Aquarius ~

Epilogo:

Nessun epilogo felice, qui. Questo era puro sfogo di angst. Ma Aioros è ancora vivo, lo so, da qualche parte, tornerà e si scatenerà un'intensa storia d'amore che ai tempi bui non ebbe tempo di sbocciare, ecco. *IO CREDO NELLE FATE, LO GIURO, LO GIURO!*


Note più serie
:
1) Fanfic in due parti. La precedente riguardava Kanon e Rhadamantis. Il risveglio è il punto di partenza, loro fanno il resto. I personaggi appartengono a Masami Kurumada, non a me, ma io li amo tanto tutti quanti. E li slasho.

2) Che dite, Kanon se l'è passata meglio? Temo di sì. Ma non è colpa mia. Non so quale imperscrutabile bilancia cosmica del karma abbia deciso di ripartire in questo modo le sorti dei due fratelli, a suo modo riequilibrando disparità. Uno tanto amato rimasto completamente solo e l'altro, rinnegato, che si lega a qualcuno. Potrebbe vedersi così. Sono ignara quanto voi.

(andiamo, comunque. AiorosxSaga = Angst. Non poteva andare diversamente. Me ne scuso)


 

Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Kanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Risvegliarsicon il rumore delle onde nelle orecchie. // Risvegliarsidisteso, tra morbide, bianche lenzuola.
Disclaimer: Sono personaggi che appartengonopa Masami Kurumada. Ancora per poco, perchè progettiamo dirapirli e di rapire anche lui.
Cose: 
 Questafanfic è dedicata come sempre alle mie muse (DeathMaskdi Cancer, Aphrodite di Pisces, Milo diScorpio),ma questa volta con particolare riguardo a Rhadamantis di Wyvern,che non commenta ma legge, inarcando il suo elegante monosopracciglioall’inglese, e a Kanon di Gemini,nel tempo libero Kanon di Gemini, che tra le altre cose ci harecentemente deliziato di questa.Che io fossi in voi andrei a leggere. E ho l’accortezza dipubblicarequesta fanfic oggi (14/08/2008,sull'EFP),che se non vado errata è un anno esattoche sonodiventati un dolce duo, e a breve andranno a spassarsela al mare. <3 Auguri a Rhada eKanon. ~
CAPITOLO:1 di 2


Risvegliarsi
Capitolo 1
 

Risvegliarsi con il rumore delle onde nelle orecchie.
Oh, no.
Di nuovo.

Da quale dei suoi incubi si sarebbe risvegliato, ora? Era tornato laggiù? Generale degli abissi, accolto dal mare che aveva tentato di ucciderlo, quel mare stesso lo mondava con la sua rudezza di padre severo e lo accoglieva come un figlio inasprito – era il mare di Poseidone? Si sarebbe risvegliato dal grande incubo di una Guerra Santa solo sognata e si sarebbe ritrovato laggiù? Erano queste le onde?
O si sarebbe risvegliato ancora più indietro, tra i flutti di un mare non ancora padre, dall’ennesimo incubo in cui il fratello lo abbandonava voltandogli la schiena? In quale dei due casi avrebbe perso di più?
Perdere l’oro che sapeva di sangue fraterno e di negata appartenenza finalmente concessa, e di onore, e riscoprirsi il generale votato al dio avverso, traditore tradito?
Perdere la stessa veste di Marine, e ritornare agli stracci e ad una grotta scavata dai sali, senza dio alcuno, nemmeno il padre Poseidone che aveva avuto egoistica pietà di lui?
O perdere quegli stracci stessi?
Tornare un uomo e scenderne al di sotto.
Affrontare la morte…
Con quel rumore di onde nelle orecchie.
Che onde erano? Che mare? Da quale incubo si stava svegliando?


Il sole bianco, accecante, e le strida dei gabbiani. Kanon viveva.
Rimase ancora abbagliato dal sole, ferito, abbattuto come straccio bagnato sugli scogli pietrosi. L’odore acre e familiare del mare lo soffocava, il sole batteva sul suo corpo dal sapore di salsedine, sulle alghe vaganti che erano state strappate al mare da correnti e fato e tempo, si raggrumavano ed imputridivano lì, assieme ai crostacei e i piccoli insetti che vivevano soltanto sotto la sabbia e negli anfratti delle rocce porose. Il sole era accecante. Bianco da ferire. Kanon era già ferito, e voleva solo riposare.
Da seduto, fu come vedere un mondo diverso. Distesa di blu a braccia aperte, il mare lo chiamava, eppure non si muoveva. Kanon rimase immobile per molto tempo, instupidito, la testa inclinata su un lato. Le braccia si muovevano, ma era come se non facessero più parte di lui. Aveva ancora un dito rotto. Vi pensò distrattamente, lo sguardo vacuo sul mare e le labbra dischiuse, quel figlio di puttana di Minos.
Rimase così qualche altro minuto, prima che il suo sguardo riuscisse ad essere catturato dalla figura galleggiante sul mare. Scattò in piedi. Il suo corpo lo punì con ogni dolore possibile, tutte le ossa bruciarono eseguendo i suoi movimenti – ed era come correre con gambe di cristallo – eppure Kanon correva.
Il mare gli diede vita.
Di nuovo.
L’acqua fredda gli diede un senso e lo riscosse, i suoi arti gli rispondevano, i brividi gli diedero velocità. Il mare gli restituiva la vita. Fu ghiaccio ed ossigeno, vampata d’aria, e così le sue mani poterono afferrare e trascinare, e parve come risvegliarsi da un sogno – di nuovo – il rumore delle onde nelle orecchie – di nuovo – solo nel distendere Rhadamantis della Viverna, Giudice Infernale, grande generale di Hades, nemico di Athena, rovesciato a testa indietro sulla sabbia ruvida che scarsamente ricopriva a manciate l’insenatura rocciosa del mare. Tossì, con voce cavernosa. Rhadamantis viveva.
Kanon rimase in ginocchio, gocciolando, mentre la testa gli girava che sembrava stesse per cadere, fischi d’aria alle tempie. Per minuti, ancora, ripiombò in quella specie di trance, chiuse gli occhi, il sole era bianco e accecante anche da dietro le palpebre, e Kanon era ferito e voleva solo riposare. L’unica cosa tangibile, lacrime del padre mare a scivolare dai capelli alle tempie alla fronte al naso agli zigomi alla bocca, e il salato sulla lingua. Ansimava. Il mare li aveva salvati entrambi.
“Kanon!”
Fu la voce a svegliarlo.
Kanon mise a fuoco l’uomo che aveva davanti.
Anche privo dell’armatura, Rhadamantis il gigante infernale era temibile come una fiera dalle maestose sembianze. Il suo ampio torace si alzava ed abbassava in faticosi respiri come la schiena di un drago che ansima terribile, imperscrutabile, occhi di lama. Può non attaccare, ma tu sei paralizzato dal terrore.
“Rhada… mantis…” sillabò. La sua gola era secca. Le parole raschiavano. Sentì sapore di sangue, dolorosamente mischiato alla salsedine. Per l’altro doveva essere lo stesso. In bocca a lui quell’ansito era stato un ruggito, ma la sofferenza in quel momento – il saint lo sapeva bene – apparteneva ad entrambi. Entrambi sarebbero dovuti morire nell’esplosione causata dallo stesso Kanon, erano finiti lontani, molto lontani, fino ad esplodere oltre il mondo dei morti, sulla terraferma, ma il mare li aveva graziati. Entrambi.
“Kanon… perché…” raschiò l’uomo che si sforzava di puntellarsi sulle braccia possenti, trapassandolo con occhi iniettati di sangue. Ma Kanon non aveva paura. Né di lui né di niente. Il sole era accecante, e bianco, e nelle orecchie c’era il rumore del mare. Rhadamantis aveva rischiato di morire.
“Perché sì” sbottò, senza nemmeno sforzarsi di cercare una frase ad effetto tra le tante che avrebbe potuto dire. Anche un non lo so sarebbe stato di grande effetto scenico, ma non è che esattamente non lo sapesse. Come se non lo sapesse. Un motivo c’è sempre, a quello che si fa, al mondo. Kanon stava seduto cercando di non morire e Rhadamantis, il suo avversario, il suo nemico, l’uomo che aveva sbarrato la strada all’esercito di Athena e aveva ucciso i suoi compagni, l’uomo che aveva allacciato lo sguardo al suo non curandosi né degnandosi più di nessun altro

Sospettavo che fossi tu...
L’uomo che è riuscito ad ingannare anche gli dèi…

e che l’aveva chiamato per primo

…Kanon dei Gemelli!
come nessun altro prima aveva fatto, in quella corsa affrettata contro il tempo, investito cerimoniosamente a sangue e lacrime un’ora prima che la sua dea morisse – Rhadamantis lo specter, generale di Hades giaceva a peso morto a faccia in giù sull’acqua, e lui era corso per tirargli i capelli – e ora ricordava, le seriche chiome bionde sotto le sue dita ferite – riversargli il capo all’indietro e farlo respirare. E l’aveva portato a riva prima che, privo di sensi, non ricevesse la morte, per scoprire che il padre mare davvero aveva voluto salvarlo. Come Kanon. Entrambi vivi. Entrambi salvi.
Respirava a fatica, Rhadamantis, e non gli staccava gli occhi di dosso. La sua risposta l’aveva preso in contropiede, e nei suoi occhi era passato di sfuggita un lampo di smarrimento. Kanon lo riconobbe. Era lo stesso che aveva trasformato il suo volto quando aveva visto Gemini chinarsi su di lui, in un gesto naturale, dopo avergli inferto un colpo tremendo – e anche allora non seppe perché lo stesse facendo, solo gli venne naturale chinarsi su Rhadamantis così scioccamente, come a sincerarsi se stesse bene, come nel più assurdo dei racconti – e quando ad interrompere il loro scontro erano arrivati gli altri due Giudici dell’Oltretomba. Rhadamantis aveva gridato “No!” – per lo stesso motivo per cui Kanon si era chinato su di lui senza pensare, e rabbioso aveva perso il controllo perché la sua preda era stata toccata da altri. E smarrito, quello sguardo regalava furia ai suoi no, un impeto che aveva lasciato i due giganti sconcertati, due sorrisi perplessi sui volti in ombra. Quello stesso lampo aveva ingentilito l’espressione dura per un secondo mentre il rumore delle onde riempiva le orecchie di Kanon, e non c’era molto di superfluo da dire. Ricordava tutto perfettamente.
Gli sorrise, debolmente.
“Kanon… tu… sei un uomo avventato.”
“Può darsi.”
“Mi hai salvato la vita.”
“L’ho fatto.”
“Potrei approfittarne per ucciderti.” Raschiava, col fiato, la terribile fiera. Non aveva perso niente della sua minacciosità. Era un mostro ferito, e quindi più irritabile e pericoloso. Lo guardava. Ma non si muoveva.
“Non credo che lo farai.”
Una debole risata. Kanon osservò con inaspettato piacere le labbra dello specter deformarsi in un ghigno da lui subito prontamente imitato, mentre dall’altro usciva una breve, roca risata. Riconosceva il suo tono di voce, elegante ma cupo, come se provenisse davvero dalle profondità stesse dell’Inferno.
Saint e specter si fronteggiavano.
Erano due esseri ricoperti di ferite, striscianti. Non si reggevano in piedi. Guerrieri privi di armatura, si fissavano senza abbassare la guardia, mentre il sole accecante batteva su tutto, sulle rocce porose salate, sul mare blu come lapislazzuli lucenti, sulla pelle dei due uomini ricoperta di ustioni, abrasioni e tagli non più sanguinanti. Tutto aveva lavato via l’acqua del mare. Kanon spezzò per primo la posizione di guardia, con grande naturalezza. Si lasciò scivolare all’indietro, per distendersi. Voleva appoggiare la schiena alla terra e ricordarsi di essere vivo. Passarono dei minuti. Quando riaprì gli occhi il sole era sempre lì, sembravano essere passate ore e invece era nella stessa identica posizione, e Rhadamantis giaceva disteso accanto a lui. Riprendevano entrambi fiato e vita.
“Rhadamantis.”
“Mh?”
“Come stai?”
“Potrei stare peggio.”
“Già. Senz’altro.”
“…E tu?”
“Ah, io? Mh. Bene.”
“Mh.”
Kanon rilasciò il fiato, con grande fatica. Tutte le membra si stavano sciogliendo. Non sapeva dire se era un buono o cattivo segno. L’abbandono era piacevole, ma aveva al tempo stesso paura di quell’abbandono. Era l’invitante richiamo della morte, o poteva fidarsi? Kanon non si era mai fidato molto di nessuno. Anche in quel momento, si faceva un po’ pietà. Tremava, nel caldo del sole accecante. Non voleva morire. Non adesso.
“Io dormo.”
“Dormi?”
“Sì. Non morire mentre io dormo.”
Rhadamantis pensò che Kanon dei Gemelli era più che un uomo avventato. Era veramente eccentrico. Aveva salvato la vita ad un suo nemico, gli aveva ingiunto di non morire mentre lui non poteva sorvegliarlo, poi si era addormentato. Le membra intorpidite, il gigante infernale fece uno sforzo col capo per girarsi ad osservare i lineamenti del volto dell’avversario. Lo fece finché non fu sicuro di distinguere l’espandersi ed il contrarsi dell’ampio petto. Appena se ne fu sincerato, si abbandonò senza forze disteso nella posizione di prima, e chiuse gli occhi a sua volta.

“Kanon.”
La voce ferma lo riportava alla realtà.
Era vivo. Di nuovo. Ancora.
“Kanon.”

Rhadamantis della Viverna torreggiava su di lui, come l’aquila che scende a cerchi sulla preda prima di ghermirla. Strano che non provasse paura.
“Nh?”
Si sentì tornare ad una posizione naturale. Si rese conto di essere stato spostato, perché prima evidentemente doveva trovarsi più in alto.
“Ti dimenavi. Stai bene?”
“Sì. Sì, sto bene. No. Mi fa un male atroce.”
Il saint di Gemini portò entrambe le mani al fianco destro. Cos’era all’improvviso tutta questa cosa del corpo che pretendeva di riacquistare sensibilità? All’anima se era vivo, era vivo sin troppo. Prima non gli faceva così male. Scoppiò a ridere.
“Che c’è da ridere?”
“Niente. Siamo vivi.”
Lo stesso sorriso si dipinse sulle labbra arroganti del’altro. Per la seconda volta, Kanon le osservò con piacere. Ed interesse.
“Sì, siamo vivi.” E sogghignò, guardando il mare, come a sottolineare il sarcasmo – neanche l’ironia – della situazione. Erano entrambi vivi. Kanon riuscì a mettersi seduto. Erano ancora laceri e sporchi, e feriti. E più sofferenti che mai. Ma il mare li aveva graziati entrambi. Non aveva scelto il figlio Kanon, donandogli la vittoria dell’eroe che paga il suo spirito di sacrificio. Non aveva scelto Rhadamantis, assegnandogli la vittoria della forza di Hades su Athena. Aveva salvato entrambi, ed ora erano lì, striscianti, a vivere, senza vinto né vincitore, senza poter tornare sul campo di battaglia, che si sarebbe conclusa prima che loro potessero essere di nuovo in grado di rimettersi in piedi. E chiunque avesse vinto, loro erano entrambi vivi.
Il sole era basso. Ancora non tramontava. Non c’era freddo. L’odore del mare era più forte che mai, e la risacca copriva qualsiasi altro suono. Respiravano con dolore. Kanon aveva salvato Rhadamantis, e il mare aveva salvato entrambi. Si chinò a guardarlo, la fiera vinta e non vinta, spossata al suo fianco, ma che non abbassava la guardia. Puntò gli occhi nei suoi, come se fosse pronto a scattare in qualsiasi momento, mentre entrambi non sarebbero stati in grado di imprimere forza ad un misero calcio senza frantumarsi le ossa. Ma erano vivi. Vivi.
Scattarono praticamente contemporaneamente. Il sole non era più bianco, ma l’odore della salsedine soffocava, la sabbia era ruvida, il vento inclemente, e non si sentiva altro che il rumore delle onde nell’eco di ogni roccia avvinghiati l’uno nelle braccia dell’altro, labbra che si divoravano a vicenda con una fame morbosa, voglie alimentate a fuoco da scintille di ferro che si affila, respiri e bruciore e sangue e vita. Ignorando l’amaro, l’aspro e il salato quanto il sapore ferroso del sangue. Prendere tutto, fin quello che c’è, perché c’è, e non è andato distrutto. Non se l’è preso Hades, non se l’è preso Athena. Non se l’è preso l’inferno, non l’Elisio. Nemmeno il mare.

Si staccarono ansanti dopo un’infinità di tempo, e gli occhi di Rhadamantis sempre duri agganciarono quelli di Kanon, fissi, tanto che non li poté muovere, mentre con espressione seria andava a prendergli la mano offesa, la mano che avevano torturato davanti ai suoi occhi. La teneva stretta, perché non si facesse male, la tenne stretta mentre si chinava su di lui, aquila e drago e leone e maestosa viverna, e si avvinghiava a lui come lui prima gli si era gettato addosso, avido di un sentimento senza nome. Il mare aveva risvegliato Kanon con il rumore di onde nelle orecchie, e aveva risvegliato Rhadamantis della Viverna, di Athena nemico giurato, servo di Hades, l’uomo al quale il destino aveva già cominciato a legarlo a doppio filo. Giacevano assieme, labbra affamate, riprendendosi tutta la vita che era stata loro restituita.

“E adesso?”
Rhadamantis rimaneva in silenzio, guardando il mare, padre patrigno di Kanon dei Gemelli. Adesso?
“Abbiamo vinto entrambi, Kanon. O siamo stati entrambi sconfitti. O forse nessuno ha vinto.”
“Non t’interessano le sorti della Guerra?”
“Comunque sia, è finita. E noi ne siamo usciti. Come se fossimo morti entrambi. Ma non lo siamo. E non possiamo tornare indietro dicendoci vincitori. Non siamo neanche questo.”
Kanon rimase a riflettere per un po’. Ora che riusciva a stare in piedi, doveva reggersi la mano ferita. Rhadamantis gliel’aveva fasciata con quel che rimaneva della veste che indossava sotto la surplice. Si chinò seduto di fianco a lui. Rhadamantis che era stato salvato dal mare. Che viveva.
“E quindi?”
“Un’alternativa c’è sempre.”

Note di Aquarius ~

Epilogo:

Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli scapparono assieme alle isole Shetland, dove lo specter ha residenza. Lì hanno avuto tempo e modo di riprendersi dallo scontro ed instaurare un solido rapporto di coppia. Vanno molto d’accordo e seguitano imperterriti a concupirsi apertamente ed anche in pubblico. Non si sprecano a tentare di negarlo. Litigano moderatamente. Sono felici. Il tè preferito di Kanon è diventato il Russian Earl Grey. Ogni tanto tornano al mare. Appena si saranno un attimo organizzati con ogni probabilità formeranno un’associazione a delinquere per conquistare il mondo.


Note più serie
:
1) Fanfic in due parti. La prossima, conclusiva, sarà dedicata ad Aioros e Saga. Il risveglio è il punto di partenza, loro fanno il resto. I personaggi appartengono a Masami Kurumada, non a me, ma io li amo tanto tutti quanti. E li slasho.

2) Uhm, sì. Lo so. Teoricamente Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli non sono sopravvissuti affatto. Si sono disintegrati nell’ultimo atto di eroismo di Kanon, esplodendo fra le stelle. Non ho la pretesa di insinuare il dubbio nelle vostre anime innocenti. Ma… dite un po’. Ne avete l’assoluta CERTEZZA? °_* <3

(ahimé, nota più seria sin lì)

(tutto ciò per dire che questo capitolo è classificabile come WHAT IF. Oppure no. Dipende a cosa si decide di credere. È a libera scelta. Io dopotutto con quei due lì ci cenavo fino a tre sere fa. E c’era davvero tè ad ogni ora del giorno.)


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:3 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 3
Nigredo


Corri leggero, pettinatore di comete!
La tua chioma sarà erba nel vento:

sgusceranno dal tuo occhio allucinato
prigionieri di povere teste, i fuochi fatui…
Ti crederanno morto, questi stupidi.
Corri leggero, pettinatore di comete.

Tristan Corbière, Morticino per ridere


 
Lo aveva sentito così chiaramente che aveva tremato, nel silenzio notturno. Milo si era girato di scatto, in un fluttuare del mantello, e si era sentito nudo e scoperto nella luce tenue della luna che filtrava nel Tredicesimo Tempio, disarmato come quella bambina dea che aveva accanto, appena svegliata da un incubo. Quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare, Milo l’aveva sentito come si sente bruciare uno schiaffo; quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso.
Lo aveva riconosciuto.
E’ da molto che mi aspetti?
Aveva sperato si trattasse di un sogno, un’impressione falsata, perché quel Cosmo era sporco di tenebra; si era detto che doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Se lo era detto, ma non era riuscito a convincersi.

“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
“Mi sono fermato all’uliveto. Quello accanto all’Arena. Dove mi hai trovato la prima volta, ti ricordi? Quando abbiamo giocato da bambini”.
Camus sorrise.
Camus era scivolato a terra ansimante, dopo lo sforzo dell’Athena Exclamation, sotto il peso della fatica e del Tempio che era crollato, sotto lo sguardo feroce di Scorpio.
L’aveva trafitto, quello sguardo, e Camus aveva nascosto il volto sotto una pioggia di capelli rossi. Aveva udito distintamente il veleno delle parole di Milo, perché tra tutti i sensi era l’udito che Shaka gli aveva lasciato. Era stato crudele, Shaka di Virgo. Di una crudeltà raffinata.
Così Camus poteva ascoltare il veleno delle parole di Milo e il canto sinistro degli spettri nella notte e nei frutteti, con l’unico conforto del mare sulla risacca e del suo ritmo lento.
Quel canto si sente di notte. Si sente nel crepuscolo, nel meriggio. Si infila molto piano tra gli uliveti e i santuari e convince, molto piano, della verità di tutte le leggende in cui si crede.
Milo – che lo aspettava da tanto – lo afferrò per le spalle e lo caricò sulle proprie.
Rudemente, senza mostrare riguardo per quel corpo amato e martoriato. Senza lasciare, tuttavia, che alcuno potesse avvicinarvisi all’infuori di lui.
La luna era immensa, come se fosse molto, troppo vicina alla terra; come se potesse, ad un tratto, divorarla e inglobarla nella luce malata e lattiginosa.
In quella luce stregata erano giunti gli specters, inguainati in un’armatura nera.
Era una notte fitta di tenebra. Le ombre si addensavano tra i gradini, negli uliveti deserti e pieni di cicale, masserie e solitari santuari. Era una notte che non aveva reso sereno il sonno di Athena e lei aveva voluto Milo di Scorpio al suo fianco, al Tredicesimo Tempio.
Come una bambina terrorizzata dai fantasmi.
Dolcemente, nel buio, entrambi avevano sentito quel canto dolce e metallico, quel frinire beffardo e solenne. Sirene dei boschi e dei frutteti, le cicale: annunciavano gli spettri e ti incantavano per loro. Bisognava continuare a camminare, a discutere come se niente fosse.
Athena poi si era svegliata di soprassalto: gli spettri erano arrivati.
Gli spettri si sentono di notte. Si sentono nel crepuscolo, nel meriggio. Si infilano molto piano tra gli uliveti e i santuari e convincono, molto piano, della verità di tutte le trepidazioni in cui si crede.
Dalle stanze della dea, Milo era sceso fino al Tempio della Vergine e se li era ritrovati davanti: Shura dal viso scuro e turbato, Saga dagli occhi lucenti – l’unico a cui Shaka di Virgo li aveva lasciati – e Camus dagli occhi spenti.
Camus senz’ombra, lì, nella tenebra.
Camus.
“Interessante,” aveva detto Scorpio, sprezzante mentre li sfidava. Ma dentro aveva tremato.

“Mi manchi, Camus. Mi manchi da morire”.
Perché glielo diceva adesso, che era lì davanti a lui?
“Mi manchi da morire”.
Adesso che lo aveva sulle spalle e correva, con il peso familiare, il calore strano della sua pelle – d’amante morto che ha fatto ritorno, inaspettatamente – e i capelli rossi mischiati ai suoi, era molto più difficile, per Milo.
Più difficile di quando l’aveva avuto davanti alla Sesta Casa, a ripetere i movimenti che egli stesso produceva, come fosse davanti ad uno specchio oscuro, senza espressione.
Milo da bambino aveva ascoltato molte storie di spettri che appaiono nella bruma, nelle notti di luna, allora si era concentrato. Era rimasto cosciente solo della propria posizione accanto ad Aioria, amico di infanzia e di sempre, e a Mu, in ginocchio; del rosario di Shaka che si muoveva nella sua mano, ondeggiando al ritmo delle cicale.  Aveva guardato in faccia i tre amati traditori ritornati, pregando che nessuno di loro fosse chi dichiarava di essere. Gli spiriti che appaiono nella bruma, nelle notti stregate, possono prendere le sembianze che desiderano, al canto dei grilli.
Milo si era trastullato con quell’idea, pur sapendo quanto la verità fosse diversa.
Lo aveva sentito, Camus lo spettro, appena aveva messo piede al Santuario.
E’ da molto che mi aspetti?
Lo aveva sentito così chiaramente che era sobbalzato, nel silenzio notturno della Tredicesima Casa, con la luce tenue della luna che entrava e una bambina dea accanto: quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare; quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso. Aveva sperato si trattasse di un sogno, un’impressione falsata, perché quel Cosmo era sporco di tenebra; si era detto che doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Mi manchi, Camus.
Lo aveva sentito e aveva sperato si trattasse di Hyoga, giovane nuovo pupillo che con i suoi fratelli era giunto ai templi.
Non è stato invaso il Santuario, mai.
Aveva sperato si trattasse di Hyoga, che sporcava di buio il proprio Cosmo per fargli uno stupido scherzo da bambini.
Non c’è mai stato il tuo sacrificio, un attacco troppo gelato che ha violato la tua Casa, nessun inganno ci ha dimezzato.
Perché se fosse stato davvero Camus, avrebbe dovuto…
La tua vita e la mia non sono mai state interrotte da una Polvere di Diamanti.
…avrebbe dovuto ucciderlo. Giustiziarlo di persona per quell’alto tradimento.
Nessuna mia bestemmia è salita al cielo come una preghiera
Invece era Camus. Era Camus davvero. Il suo Camus.
Serrò le labbra e aumentò l’andatura sui gradini di marmo gelido e lunare invocando la pulizia totale e la dea Athena
e la dea Athena ha soccorso anche te sulla soglia dell’Undicesimo Tempio.
lasciando andare il Cosmo alle stelle e alle cicale.
Te e tutti i Cavalieri d’Oro caduti che non avevano capito quella beffa di costellazioni.
A quel loro pianto.

La corsa sulle scale fu breve, eppure a Camus e Milo parve non finire mai.
Parve anche durare così poco: la luce lattiginosa della luna distorceva le distanze e illudeva i passi.
Durante quella salita, Aioria, anche lui con il suo carico, si voltò più di una volta a guardare Milo nel buio, e Milo ricambiò lo sguardo ostentando serenità, forse troppo fissamente per risultare credibile agli occhi di Leo, amico d’infanzia e di epilogo.
Vieni via di qui, Milo.
Durante quella salita Milo pensò di uccidere Camus prima di giungere alla dea, perché lei non dovesse vederlo in quegli abiti di traditore, o perché lui non dovesse vedere lei.
Se non riusciva a dare spiegazioni a Milo, amante ed amico, che come lui aveva visto quanto straordinario era Hyoga, come poteva darle ad Athena?
Durante quella salita pensò di invertire la corsa e scomparire per sempre, da qualche parte, con il suo fardello dagli occhi spenti e senz’ombra. Furono gli sguardi di Aioria, che di tanto in tanto voltava il viso da sopra la spalla come per richiamarlo e tenerselo vicino, a rompere gli incanti e le seduzioni della sua mente confusa.
Per favore, Milo. Vieni via.
Aioria di Leo, amico di infanzia e di sempre, amico di infanzia e di epilogo.
Esausto su quelle spalle amate, Camus avrebbe voluto spiegare molte cose. Tutte quelle complicate e tremende che erano state intessute come inganno dentro un inganno alle soglie del regno degli inferi. Poteva essere un buon momento per spiegare a Milo, quello: il viso dell’uno era affondato nei capelli dell’altro e i profumi familiari della terra e del mare che giungeva della costa, inducevano alle confidenze. Avrebbe voluto spiegare molte cose, invece non disse niente.
Un po’ perché aveva la bocca sigillata, che Shaka era stato crudele.
Un po’ perché aveva lo spirito suggellato, che Hades è sempre in ascolto.
Più di una volta Milo aveva girato appena il viso verso di lui, premendo la propria guancia contro quella di Camus: la ripetizione involontaria di un gesto tenero che avevano usato spesso, in passato, l’uno con l’altro. Come se sperasse di avere davvero una spiegazione agognata. Come in sogno, verso chissà quale mattino.
Più di una volta, Milo tornò a distogliere lo sguardo, abbassandolo sui gradini.
Al termine di quella salita, ai piedi della dea, Scorpio gettò il proprio fardello a terra, per primo.
Il rumore sinistro del corpo che colpiva il suolo non gli provocò piacere e intensificò il dolore. Ma continuò a guardare avanti a sé, eretto e fiero, forse un po’ troppo fissamente per risultare credibile agli occhi della sua dea.

Da terra, con la faccia nella polvere, Camus si accorse di tutto, ma come da un punto troppo lontano per poter fare qualunque cosa.
Athena li aveva guardati, uno per uno, e il suo Cosmo divino non aveva vibrato di risentimento, ma di calore. Qualcuno si era avvicinato e c’erano stati gemiti di sorpresa o di qualcos’altro. La sabbia che il vento trascinava sui marmi, dalla costa, gli sfregiava le labbra. Se le umettò, ma servì a poco. Dov’era Milo? Non lo sentiva. Avrebbe voluto girarsi, ma poi…
Arayashiki.
Saori bambina, Athena divina, squarciò la propria gola in un istante troppo breve che non permise altro che muta sorpresa terrificata; la mano di Saga di Gemini si spinse in avanti febbrile, a cercare l’appiglio dei capelli leggeri nel vento della sua dea in caduta, che non afferrò mai.
Sdraiato sotto la luna, Camus senz’ombra avvertì tutto da un punto molto distante. Vicino c’era solo il canto metallico delle cicale, denso come la notte, fuso con essa.
Bisogna stare attenti, l’incanto degli spettri somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia. Camus lo sapeva, perché glielo aveva raccontato Milo, petto contro petto nei pomeriggi afosi, sotto gli ulivi.
Aquarius si rialzò a fatica, sulle gambe vacillanti, e Saori Athena morì prima di toccare terra. Immediatamente, le cicale tacquero.
Arayashiki.
Per Milo di Scorpio, fu troppo: non emise un gemito, ammutolito dentro per quanto avrebbe voluto ruggire, e afferrò Camus per il collo. Strinse, sollevandolo da terra, con soddisfazione inumana, cattiva.

Traditore di Athena, che giaceva nel sangue.
Traditore di Milo di Scorpio, che voleva ruggire.
Quando aveva avuto davanti i compagni perduti, e Aquarius tra loro, il suo cuore aveva mancato un battito. Un po’ per amore incontrollabile, l’impossibilità di spiegare un desiderio assurdo che invece si avverava.
Un po’ per l’ira vomitata nel ritrovarli nemici. Spettri.
“Interessante,” aveva detto, con spregio. Ma dentro aveva tremato.
Sentì gli occhi riempirsi di lacrime e fu grato alla notte, alla luce pallida della luna che le nascondeva ad Aioria e a Mu. A Shaka che aveva reso ciechi e senza luce gli occhi vividi di Camus, fu grato, Camus che adesso lo guardava senza vederlo, senza implorarlo per liberarsi da quella stretta. Non implorava mai il volto di Camus.
Traditore di Athena e di Milo di Scorpio.
Strinse di più.
Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno, che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente gli disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura.
Essendo nella sua natura, Milo strinse di più.
Poi gli mancarono le forze nelle mani e nel petto. Per qualcosa che disse Mu, forse, o la dea prima di offrirsi al taglio di una lama.
Per lo sguardo di Aioria, probabilmente, in piedi nel vento, che si rendeva conto che non c’erano più Gold Saints e Specter traditori. C’erano Mu, lui e Milo, Camus, Saga e Shura.
E Athena senza vita.

“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
Milo invece l’aveva aspettato per tanto tempo: nella canicola del mezzogiorno, in un Tempio troppo caldo, sulla scogliera dietro al Santuario con Aioria, negli uliveti vicino all’Arena.
Lo aveva aspettato senza aspettarlo davvero, perché Camus era morto. E non ci si arrende ai sentimentalismi. Non ci si arrende alle cicale, per Athena.
Ma quel loro canto si sente di notte. Si sente nel crepuscolo, nel meriggio. Si infila molto piano tra gli uliveti e i santuari e convince, molto piano, della verità di tutte le leggende in cui si crede.
In quel modo, e nel viso esangue e sereno della sua dea a terra, la verità frammentata giunse al cuore e alla mente di Milo: un tradimento che non c’era stato, un inganno dentro un inganno ordito alle spalle del re degli inferi. Allora ricadde sulle ginocchia, in un singhiozzo.
Fu il primo.
Ne seguirono altri di dolore, spavento e sollievo. Altri singhiozzi soffocati nel ventre di Camus, la fronte e le labbra premuti crudelmente contro la surplice scura, le proprie mani, dorate, salire come gabbiani bianchi, dispersi, al petto del compagno ritornato.
Gli si aggrappò, come se dovesse dissolversi tra le sue mani da un momento all’altro. Per un attimo, fu come se tutto fosse tornato ad essere com’era e come doveva essere, quando lui e Camus restavano petto contro petto e fronte contro fronte nelle serate tranquille di Atene. Era come se fosse così davvero.
Non è stato invaso il santuario, mai. Non c’è mai stato il tuo sacrificio. Un attacco troppo gelato che ha violato la tua Casa. Nessun inganno ci ha dimezzato. La tua vita e la mia non sono mai state interrotte da una Polvere di Diamanti. Nessuna mia bestemmia è salita al cielo come una preghiera e la dea Athena ha soccorso anche te sulla soglia dell’Undicesimo Tempio. Te e tutti i Cavalieri d’Oro caduti che non hanno capito questa beffa di costellazioni.
Camus, la bocca e lo spirito suggellati, gli occhi ciechi, sollevò le proprie mani, come gabbiani bianchi, dispersi, e le affondò nei capelli di Milo, in silenzio, con l’urgenza di toccarlo trattenuta fino a quel momento.
Abbassò la testa, come se potesse guardarlo.
E anche se non pianse, fu come se lo facesse.


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:2 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 2
Rubedo


E strani sogni – come il sole
che tramonta sulle spiagge -
rossi fantasmi passano senza sosta,
passano simili

a grandi soli
che tramontano sulle spiagge.

Paul Veraline, Payesages Tristes



Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno, che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente gli disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
Questo pensava Hyoga, mentre varcava la soglia dell’Ottava Casa. Pensava all’incipit di una fiaba greca, con un finale amaro. Perché gli fosse venuta in mente, questo non lo sapeva. Forse era per via delle cicale e del loro canto insistente. Forse a causa del tramonto sanguigno. Preferiva non interrogarsi sui finali amari in un luogo sacro come il Santuario di Athena, dove lui stesso tanta amarezza aveva dispensato.
Era buia, la Casa dello Scorpione del Cielo. Sembrava che ci fosse la notte, dentro, mentre fuori il sole ardeva ancora, scarlatto nel vespro.
Hyoga aveva salito le scale da solo. Non aveva voluto la compagnia di nessuno dei suoi fratelli, insieme a lui in terra di Grecia. Con Athena, erano lì per far riparare le armature distrutte durante la guerra al Grande Tempio.
L’intenzione era stata quella di salire fino all’Undicesima Casa. Un pellegrinaggio strano.
Poi aveva avuto come l’impressione che Camus - defunto amato maestro, defunto Cavaliere d’Oro - non avrebbe approvato, che recarsi all’Undicesimo Tempio sarebbe stato, ai suoi occhi, come nuotare con un fiore dalla madre negli abissi del mare.
Era stato sul punto di tornare indietro. Poi aveva pensato che c’era qualcuno ancora vivo che aveva bisogno di incontrare. Un pellegrinaggio strano.
Il Santuario era bellissimo, avvolto in un cielo fiammeggiato. La luce tingeva di porpora la terra e il marmo della scalinata, scivolava all’interno dell’Ottava Casa, ritagliando la sagoma delle colonne nell’ombra che la riempiva: presto il sole sarebbe scomparso, morendo in un lampo verde nell’Egeo.
Un piede dopo l’altro, lentamente, scivolò all’interno del Tempio. Le cicale in sottofondo sembrarono così vicine, che il loro canto lo turbò. Cosa diceva Platone a proposito delle cicale? Non se lo ricordava.
Si ricordava solo
Uno scorpione doveva attraversare un fiume,
della favola del cigno e dello scorpione
ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno,
In quel tramonto sanguigno.
che si trovava lì accanto.
I suoi passi echeggiarono nel silenzio. Avvertì un fruscio appena e, alzando lo sguardo, sussultò: dall’ombra, lo Scorpione lo fissava.
Così
“Cavaliere d’Oro di Scorpio,” lo salutò Hyoga, scoprendo con imbarazzo di non poter alzare lo sguardo dai propri piedi. Seguirono lunghi istanti di silenzio, poi Milo gli si avvicinò e, con voce dolce e suadente, gli disse:
con voce dolce e suadente, gli disse:
“Hyoga”.
“Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.

La mano di Milo era scattata in avanti, serrandosi sul collo del Cigno. Hyoga aveva spalancato gli occhi e serrato le mani attorno al braccio che lo aggrediva, ma non aveva potuto opporre resistenza alla forza del Gold Saint. Si trovò strappato dalla soglia e trascinato nell’ombra, lontano dalla luce vermiglia tramonto.
“Niente affatto!” rispose il cigno “Appena saremo in acqua mi pungerai e mi ucciderai!”
“E per quale motivo dovrei farlo?”
Hyoga ricadde sul pavimento, sbattendo la schiena, e la nuca trattenendo un gemito di dolore. La battaglia delle Dodici Ore, nonostante le scrupolose cure mediche immediatamente successive, aveva causato ferite profonde nel corpo quanto nello spirito che ancora non si erano rimarginate completamente.
“E per quale motivo dovrei farlo?” chiese innocente lo scorpione.
Hyoga scrollò il capo e si liberò il viso dai capelli. Si rialzò sulle ginocchia, istintivamente, ma non tentò nemmeno di difendersi. A conti fatti, aveva preso coscienza di essere andato lì per quello: per pagare per ciò di cui era colpevole.
“Milo…”
Milo avanzò verso di lui, il bel volto serio e immobile, nell’ombra, i capelli scomposti. Avanzò letale e silenzioso, nell’ombra. Sul suo viso Hyoga lesse accuse precise.
I Cavalieri di Bronzo avevano lottato e combattuto contro tutto, per assicurare la giustizia al Grande Tempio. Avevano salvato Athena da un duro destino e questo era il compito di ogni Saint a lei devoto. Ma lui, Hyoga, era stato la causa della morte di Camus dell’Acquario – defunto amato maestro, defunto Cavaliere d’Oro – e quella morte lo aveva spezzato.
Aveva spezzato Milo, che adesso avanzava con quel giudizio inappellabile negli occhi blu come il mare di Grecia, come quelli di Athena inflessibili: colpevole, Hyoga del Cigno.
Il suono immateriale delle cicale era come un richiamo lontano. Cygnus vi si abbandonò, come ad una preghiera.
“Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
Milo lo riafferrò, trascinandolo in piedi e piantandogli le unghie nelle spalle, con ira. Aveva sentito Hyoga non appena aveva messo piede al Santuario.
Lo aveva sentito così chiaramente che era sobbalzato, nel buio dell’Ottava Casa al tramonto, con la luce che entrava dalle colonne ritagliando sul marmo ricami sanguigni. Quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare. Quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso. Aveva creduto si trattasse di un sogno, un’impressione falsata. Doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Invece era vero, quel bagliore di neve. Tutto ciò che era stato di Camus ora apparteneva a Hyoga, assassino dei ghiacci in nome di Athena.
Piantò le unghie nelle spalle del ragazzo e lo trascinò su, quanto più possibile alla propria altezza per guardarlo negli occhi.
Questa volta Hyoga non abbassò lo sguardo. Lo lasciò appoggiato in quello di Milo, senza arroganza, ma anche senza vergogna.
Le unghie sprofondate nelle spalle del ragazzo erano così dolorose da temere che stessero conficcandovi il veleno, insieme alla collera. Ma Milo non aveva dato fondo al Cosmo: affondava senza pensare, d’istinto, per trattenere una preda che non sarebbe dovuta scappare. Mai più.
“E per quale motivo dovrei farlo?”
Milo li aveva i suoi motivi. Li aveva eccome.
“E per quale motivo doveri farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei”.  Il cigno ci pensò un attimo, convinto della sensatezza dell’obiezione dello scorpione. Lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
Hyoga pensò che adesso poteva essere una buona idea, quella: essere punto dalle quindici cuspidi di Scorpio e morire lì. Era venuto per quello, no? Un pellegrinaggio strano.
Adesso che non c’era più niente da dire o da fare, che Athena era salva e sovrana sulla Grecia, adesso si poteva andare in pace, no? Pagare i debiti. Tutti. Da quello con la mama a quello con Camus. Tutti.
Anche Milo stava pensando che fosse una buona idea. Milo, per amore del vero, era un passo avanti: pensava che fosse un’ottima idea. Non aveva mai avuto remore ad uccidere, era la sua natura. Non più scrupoli di uno scorpione che punge una caviglia distratta.
Non si era mai tirato indietro.
Lo spinse con più forza contro la colonna.
In quello stesso punto lo aveva già spinto una volta, non era così? E lì, poco lontano, lo aveva lasciato sollevarsi sulle ginocchia e gli aveva spiegato quali intenzioni aveva avuto Camus, quando aveva rinchiuso Hyoga in un feretro di ghiaccio. Quali aspettative, quali timori, quali ragioni.
E più oltre, nella tenebra più scura del tempio, lì era dove Hyoga era arrancato.
Milo aveva ammirato quel ragazzo dal viso fragile e gli occhi enormi, che però non si arrendeva. Che con il suo non cedere instillava in lui il dubbio. L’aveva salvato, spontaneamente.
La luce del tramonto era scarlatta e si arrampicava fino a loro, stirandosi sui pavimenti del Tempio. Rossa come il sangue. Presto ne sarebbe scorso a fiumi, di sangue vero, si sarebbe mischiato con la luce e Camus sarebbe stato vendicato.
Camus che amava Hyoga ed era morto per renderlo degno del proprio nome.
Camus che amava Hyoga. Milo si morse il labbro inferiore.
I grilli, fuori, tormentavano l’aria di un frinire incessante.
Cosa diceva Platone, dei grilli e delle cicale? Che erano stati uomini, una volta. Che non avevano più smesso di cantare, da quando erano nate le Muse. Che avevano cantato per sempre senza mai dormire né mangiare. Lo raccontava a Camus, nei pomeriggi assolati sotto gli ulivi, petto contro petto tra le stoffe leggere. Camus che non le aveva viste mai, in Siberia, le cicale, che si incantava ad ascoltarle nel sole del meriggio, quando era più pericoloso e bisognava parlare ad alta voce, per sovrastarle.
Camus che amava Hyoga come un figlio.
Milo non aveva commesso alcun errore fidandosi di Hyoga e dei Bronze Saint che avevano occupato il Santuario: avevano avuto ragione di ogni affermazione sostenuta, di ogni sfida lanciata.
Athena era salva. Alto sollievo per i suoi Cavalieri d’Oro che avrebbero dovuto proteggerla e non attaccarla.
La sua fiducia di Saint era stata ben riposta. Quella di uomo, era stata tradita.
E che smacco, per Milo, scoprire che esse non coincidevano.
“E’ come se fossi morto anche per mia mano, Camus”.
Sollevò il braccio su Hyoga di Cygnus che teneva gli occhi grandi e gravi, fissi nei suoi, grandi e gravi. Occhi azzurri in occhi azzurri, colpa nella colpa.
A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura"

Milo non ricadde sulle ginocchia, anche se temette di farlo, quando vide Camus riverso a terra, poco lontano rispetto a Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare.
Non ricadde sulle ginocchia, ma gli s’inchiodò il respiro. Senza pensare, con la meridiana che ormai non ardeva più di nessun fuoco, aveva preso il corpo di Aquarius tra le braccia, e lo aveva appoggiato alla colonna.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.
Aveva guardato incredulo quel viso bellissimo e familiare e aveva passato le dita sulle palpebre tondeggianti, sulle sopracciglia sottili. Non si era mosso, ma dentro di sé era inorridito, sentendo quel corpo freddo come la neve, duro come il marmo. Alieno ed estraneo.
Aveva guardato Hyoga del Cigno esanime, faccia a terra. Esanime, ma vivo, Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare. Il ragazzo dal viso sottile e gli occhi enormi che in quella battaglia tremenda aveva avuto salva la vita due volte e che la vita del Cavaliere dei Ghiacci aveva reciso.
“È come se fossi morto anche per mia mano, Camus”. Ammutolì.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.
Guardò solo il volto di Camus, quindi, svuotato di vita.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Lo prese tra le braccia e lo avvolse nel proprio candido mantello.
Avrebbe ottenuto, poi, che venisse sepolto con esso.

A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura"

Hyoga si morse il labbro inferiore, come se lo era morso Milo e indurì lo sguardo.
Non si sarebbe sottratto alla giusta punizione che doveva essergli impartita. Era colpevole dell’omicidio del suo Maestro e se alla morte il destino aveva voluto condurlo quel giorno, non l’avrebbe ostacolato.
Un Santo devoto ad Athena non fugge. Si mantiene impavido davanti al pericolo come davanti al dovere: suo dovere, adesso, era lavare l’onta. Era contento sapendo che il fato, tra tutti, aveva scelto proprio Milo per attuarsi. Affilò lo sguardo e attese, puntandolo sul colpo di Scorpio che si abbassava.
Milo calò la mano sulla spalla del ragazzo. L’unghia scarlatta mandò un lampo, nella luce tenue che fiammeggiava da fuori. Fulmineo gli afferrò le spalle con forza. Hyoga, sbalordito, venne spinto in avanti, e perse l’equilibrio.
Le braccia di Scorpio si chiusero dietro la sua schiena, in un abbraccio feroce.
Milo soffocò un singulto.
Hyoga trattenne il respiro.
Poi, semplicemente, non accadde nulla.
Milo lo tenne stretto in un abbraccio un po’ rude, un po’ affettuoso, di quelli che danno i fratelli più grandi a quelli più giovani. Un abbraccio impacciato dalla compostezza di un guerriero inadatto a manifestazioni simili d’affetto.
“Perché non ti sei difeso?” la voce dello Scorpione del Cielo suonò piatta, nell’eco gentile sui muri.
Hyoga lo fissò con gli occhi spalancati, sbalorditi.
“Quando ti ho attaccato, perché non ti sei difeso? Mi sembra che Aquarius ti abbia insegnato che si combatte sempre, fino alla fine. Che non ci si arrende ai sentimentalismi. Non è questo che ti ha insegnato, Hyoga di Cygnus?”
Tacque, comprendendo di parlare anche a se stesso e non permise di scendere alle lacrime che gli pizzicavano le palpebre. Gli parve di vedere qualcosa nel buio dell’Ottava Casa.
Qualcosa che c’era stato anche prima, quando aveva levato il braccio su Hyoga con l’intenzione di ucciderlo, e che anche in quel momento era lì: un guizzo familiare, di passi abituati a calcare quelle pietre. Un lampo di capelli rossi nel sole della sera. Non ci si arrende ai sentimentalismi. Non ci si arrende alle cicale, per Athena.
Anche Hyoga tacque, annuendo e deglutendo i sensi di colpa. Poi Milo lo lasciò andare.
“Domani, quando il rito lo richiederà, sarò io a dare il mio sangue per la vita della tua armatura. Lo devo a Camus che ha fatto di te un uomo. Quindi alza il mento e non ti girare indietro, Hyoga.” Suo malgrado, sorrise. Quei sorrisi un po’ dolci un po’ strafottenti che facevano scuotere la testa ad Aquarius, in una smorfia tenera. “Hai le spalle coperte”.
Gli era sembrato di vederlo, nel buio, Camus: un lampo di capelli rossi nel sangue del vespro. Nel frinire delle cicale. Bisognava stare attenti e parlare a voce alta per sovrastarle; l’incanto degli spettri meridiani somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia.
Milo si staccò da Hyoga e lo tenne davanti a sé, per le spalle.
Ne riconobbe l’aria familiare, il cosmo bianco della neve di Siberia e della purezza dell’uomo che gliel’aveva instillato. Riconobbe in Hyoga l’allievo che Camus aveva amato, nel suo modo immenso e strano, come di padre severo. In qualche modo – in un modo immenso e strano – lo riconobbe in quel tramonto scarlatto come proprio allievo.
L’epilogo di una favola greca che finiva in modo meno amaro. E al Grande Tempio c’era stata già tanta amarezza.
Gli era sembrato di vederlo, nel buio, Camus. E senza parlare mormorava con le labbra qualcosa che Milo aveva già sentito:
Ti ringrazio per avere capito quanto straordinario sia Hyoga.
Gli era sembrato di vederlo, ma durò poco: un lampo nel buio; il raggio verde del sole che muore. Poi anche il crepuscolo ritrasse le sue dita di porpora e restarono solo il caldo della sera, il vento che soffiava dal mare e il frinire dei grilli.


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:1 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 1
Albedo


Inerte, tutto brucia
Nell’ora fulva.
Stéphane Mallarmè, L’aprèsmidi d’un faune

 
La mattina era stata torrida e il calore intenso inaridiva la terra battuta dell’Arena, irradiandosi dalle rocce e dai marmi.
Milo terminò l’allenamento quotidiano, da solo, e si fermò stanco sotto un ulivo. L’ombra offriva un ristoro fresco e i grilli tormentavano l’aria in un frinire incessante.
Socchiuse gli occhi azzurri nel calore e guardò l’acqua salata lambire la terra in onde leggere, lontano. La costa era bellissima.
Tutt’intorno, a parte il mare instancabile, era immobile, il Santuario.
Qualcuno vociava, infondo, dagli alloggi degli allievi.
Ma era lontano e l’afa pesante faceva sembrare tutto più distante. Mu era ripartito per il Tibet o per qualche altra regione strana che Milo aveva sempre solo immaginato. Aldebaran, se era alla Seconda Casa, non lo faceva notare, silenzioso in quel frinire di grilli.
Era quasi mezzogiorno.
Milo di Scorpio sollevò un angolo della bella bocca in un sorriso strano.
Mezzogiorno. L’ora dei fantasmi, mezzogiorno, in Grecia.
L’ora in cui apparivano gli spettri sulle scogliere e nei campi consacrati, vicino ai Templi in rovina.
Acheloo si manifestò in un altro pomeriggio abbacinante come quello, ma più antico, e nel sole non proiettava ombra. L’incanto degli spettri meridiani somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia.
I grilli e le cicale osservano gli uomini, in quei pomeriggi, e con la loro musica cercano di ammaliarli, come le sirene. Bisogna prestare attenzione a non cedere alla sonnolenza, all’inerzia. Bisogna continuare a camminare, a conversare, come se niente fosse.
Milo si tirò su, spezzando quell’incanto innaturale.
Andò a farsi una doccia fredda, a mettersi vestiti puliti. Poi salì le scale fino all’Undicesima Casa.

“Ciao, Camus”.
Fece il suo ingresso nel Tempio, quasi di corsa.
Una corsa dall’Arena, giù, avrebbe spezzato il fiato di chiunque. Ma Milo era allenato e temprato e amava recarsi a trovare Aquarius da sempre, da quando aveva memoria. Da quando aveva stretto amicizia con lui a sei anni e mezzo, dopo essersi fatto trovare a nascondino.
Era giunto in fretta e non aveva incontrato troppi ostacoli, sulla sua strada, né contrattempi. Doko, l’anziano Roshi, era tornato in Cina a fare chissà cosa sulla sua cascata e Shaka di Virgo non aveva offerto molte parole né sguardi, seduto in contemplazione alla Sesta Casa.
“Ciao, Camus. E’ così caldo là fuori”.
A dire il vero era caldo anche lì.
La canicola del mezzogiorno aveva aggredito i marmi del Tempio e diffondeva il calore all’interno da quella mattina. Ed era strano, perché aveva sempre fatto freddo all’Undicesima Casa.
Più freddo che altrove, almeno.
D’estate era piacevole, perché ci si poteva sedere sui primi gradini, ad esempio, e restare lì a sfidare il sole, con la Casa fresca e in ombra del Maestro dei Ghiacci alle spalle, a irradiare un’ombra pallida del freddo di Siberia che Camus riusciva a ricreare tra le mani.
D’inverno era scomodo.
Era dolce l’inverno, ad Atene, il mare mitigava gli effetti del vento freddo che veniva da est. Ma Milo amava il caldo e più di una volta in quegli anni aveva protestato, ridendo, che erano troppo fredde quelle mura.
Ma d’inverno e d’estate era sempre una bella scusa quella, per rannicchiarsi contro il fianco del compagno, per prenderlo contro il proprio petto e appoggiare la fronte alla sua, nelle notti in cui si fermava lì. Camus protestava appena, le sopracciglia aggrottate e un sorriso che gli sfuggiva.
Milo raccolse i capelli, spingendosi avanti. Com’era innaturale quel caldo, lì.
Camus era in piedi, poco dietro alle colonne. Appoggiato allo stipite dell’entrata agli appartamenti privati, più nascosti, lo guardava.
“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
“Mi sono fermato all’uliveto. Quello accanto all’Arena. Dove mi hai trovato la prima volta, ti ricordi? Quando abbiamo giocato da bambini”.
Camus sorrise.
Era cosa rara, vedere sorridere Camus, ma non impossibile. Milo ce la faceva spesso e quando ci riusciva, a strappargli il sorriso, era come avere staccato dal cielo un pezzo e tenerlo davanti, per guardarlo. Era cosa rara e bellissima vedere sorridere Camus dei Ghiacci.
Si avvicinò e i suoi passi risuonarono nell’eco. Appoggiò la schiena allo stipite opposto di fronte al compagno. Fiero e serio, Aquarius, com’era sempre stato, le braccia abbandonate lungo i fianchi, nel chitone da allenamento.
Provò l’impulso di toccargli il viso e i capelli, in una ricerca di contatto che lo prendeva sempre. Il bisogno costante di sentirlo vicino e concreto, quel suo compagno così algido e altero.
Provò l’impulso di prendergli la mano diafana abbandonata contro la coscia.
Camus che sorrideva.
Per qualche ragione, non lo fece.
“Dovevi sentire i grilli e le cicale, Camus, giù all’Arena, nel sole. Roba da pazzi. Era quasi ipnotico”.
“Bisogna prestare attenzione ai grilli e alle cicale, con questo caldo”.
“Perché non vieni con me, una mattina di queste? Fino all’uliveto. O all’Arena”.
“Non ti alleni con Aioria, la mattina?”
Aioria. Milo sbottò in sogghigno, pensando all’amico. Da sempre era così. Aioria che sfidava Milo. Milo che sfidava Aioria, sempre, anche quando il resto del Santuario prendeva riposo.
“Fa bene cambiare, ogni tanto, Camus. Vieni anche tu. Farà piacere anche a lui, lo sai”.
Camus parve pensoso.
“Avanti. Vieni”. Milo parlò sottovoce, accattivante. Di nuovo volle prendergli la mano, di nuovo non lo fece. “Farà piacere anche a lui. Il Santuario è così vuoto, in questi giorni, Camus. Mu è ripartito per il Tibet o per qualche altra regione strana  e Aldebaran, se è alla Seconda Casa, non lo fa notare. Il Roshi, è tornato in Cina a fare chissà cosa sulla sua cascata e Shaka di Virgo non offre molte parole né sguardi, seduto in contemplazione. Mi manchi, Camus.”
Non era quello che gli diceva anche quando tornava dalla Siberia, raramente, quando vi si era recato per allenare Hyoga?
“Mi manchi da morire”.
Perché glielo diceva adesso, che era lì davanti a lui?
“Mi manchi da morire”.
Camus alzò lo sguardo, nel silenzio e nel calore strano dell’Undicesima Casa, che era sempre stata fresca, quasi fredda.
La luce arrivava da fuori, scivolava sui pavimenti e tra le colonne. Bianca, sui marmi.
Qualcuno vociava, dagli alloggi degli allievi, lontano, molto lontano e l’afa la faceva apparire più distante. Il vento era immobile in quel meriggio di Atene.
Milo ascoltò il frinire dei grilli, che li raggiungeva come una musica ipnotica. Forte e metallica, come se fossero accanto a loro. Bisogna prestare attenzione ai grilli e alle cicale.
“Milo?”
“Sì, Camus?”
Ma Camus non aveva parlato e Milo si sentì sciocco.
“Milo?”
Milo sorrise a Camus e si girò, verso l’entrata del tempio.
Una sagoma familiare era stagliata nella luce bianca, nello stormire dei grilli. Nel caldo innaturale dell’Undicesima Casa.
“Milo. Sei qui”.
“Sì, Aioria”. Fu felice di vederlo, Aioria di Leo, amico di infanzia e di sempre: si morse le labbra, però, interrotto nel suo parlare con Camus, di tutto e di niente. Voleva dirgli ancora una cosa, e non poteva con Leo lì.
Camus che gli sorrideva, adesso, dopo quel momento in cui era rimasto assorto. Non era facile vedere sorridere Camus, ma non era nemmeno impossibile.
Milo ricambiò il sorriso. Avrebbe allungato la mano verso di lui, adesso, se non ci fosse stato Aioria.
“Vieni via di qui, Milo”. Aioria si avvicinò. Aveva lo sguardo triste, imbarazzato appena. Ci fu qualcosa in quello sguardo che colpì Milo come un pugno allo stomaco.
“Lasciami qui ancora un momento, Aioria” Milo fece uno sforzo per mantenersi calmo, seccato dalla mano di Leo sulla sua spalla, che cercava di girarlo, di portarlo verso la luce e verso i grilli.
“Non ti fa bene stare qui. Perché sei venuto?”
Milo guardò Aioria irritato, adesso. Che domande erano?
Camus guardò entrambi in silenzio, Camus senz’ombra.
“Lo so che è difficile, Milo. E venire qui non ti aiuterà”. Aioria lo sapeva bene. Aioria alla Nona Casa, dal fratello defunto – Aioros il Modello e non più Aioros il Traditore adesso che Athena e Cinque Cavalieri di Bronzo erano venuti a ripristinare la sua memoria – dal fratello defunto Aioria non ci andava mai. Faceva male e lo aveva fatto per tredici anni.
Essere un Gold Saint, uno dei dodici uomini più forti del mondo, non aiutava. Faceva solo sentire più impotenti, nel non concederti il lusso di un pianto liberatorio.
“Per favore, Milo. Vieni via”.

Quando era arrivato su era tutto già finito, lasciando l’Undicesima Casa più fredda del solito.
Milo lo sapeva, perché quella temperatura la conosceva bene.
D’estate era piacevole, perché ci si poteva sedere sui primi gradini, ad esempio, e restare lì a sfidare il sole, con la Casa fresca e in ombra del Maestro dei Ghiacci alle spalle, a irradiare un’ombra pallida del freddo di Siberia che Camus riusciva a ricreare tra le mani.
D’inverno era scomodo.
Era dolce l’inverno, ad Atene, il mare mitigava gli effetti del vento freddo che veniva da est. Ma Milo amava il caldo e più di una volta in quegli anni aveva protestato, ridendo, che erano troppo fredde quelle mura.
Ma d’inverno e d’estate era sempre una bella scusa quella, per rannicchiarsi contro il fianco del compagno, per prenderlo contro il proprio petto e appoggiare la fronte alla sua, nelle notti in cui si fermava lì. Camus protestava appena, le sopracciglia aggrottate e un sorriso che gli sfuggiva.
Ma adesso era più freddo del solito.
Milo non ricadde sulle ginocchia, anche se temette di farlo, quando vide Camus riverso a terra, poco lontano rispetto a Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare.
Non ricadde sulle ginocchia, ma gli si inchiodò il respiro. Senza pensare, con la meridiana che ormai non ardeva più di nessun fuoco, aveva preso il corpo di Aquarius tra le braccia, e lo aveva appoggiato alla colonna.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.

“Per favore, Milo. Andiamo”.
Milo stava guardando Camus sorridere e la richiesta di Aioria fu provante. Non era sicuro di avere capito quello che aveva detto, quindi dovette voltarsi verso di lui, interrogativo.
Fu un errore. Perché quando tornò a girarsi, Camus non c’era più.
C’era solo quel caldo inumano, nel meriggio di Atene, in quella Casa vuota e priva di vita. C’era il canto delle cicale e dei grilli.
Con il petto pesante non oppose resistenza, quando Aioria lo spinse verso l’uscita, lento, ma inesorabile. Non si voltò.
Nei giorni seguenti, però, torno ancora all’Undicesima Casa, di nascosto da Leo, a cercare Camus.
A cercare di dirgli quello che non era riuscito.
Non lo rivide più.
Quel meriggio si lasciò condurre fuori da Aioria, amico di infanzia e di sempre, nel sole bianco di Atene, nel calore intenso che inaridiva la terra battuta dell’Arena, irradiandosi dalle rocce e dai marmi.
Nel vento caduto, nel rumore lontano e sommesso delle onde addormentate, i grilli e le cicale frinivano, instancabili.


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Drammatico
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite

Rating:
PG
Avvertimenti:
One Shot, Shonen Ai
In proposito:
 Untrittico ambientato durante l'assalto al Santuario da parte degliSpectre.
Un riscatto per DeathMask e Aphrodite che rischiano pelle e anima perAthena, ma nessuno si accorge di loro, mai.
Prima che si fraintenda: a me Shiryu piace. A DeathMask, no.
Si, DeathMask ha un gergo da scaricatore di porto.
E si, Aphrodite prende l'iniziativa.

Disclaimer: Kurumada non guardare.
Cose: 
Unpo' shonen-Ai lo è, dai. Avrei voluto mettercene dipiù, ma c'erasempre qualcuno che si intrometteva. Provate voi a pomiciare davanti aRadhamanthis.
CAPITOLO: 3 di 3


Tutta Colpa di Shiryu il Dragone

Capitolo 3
Morire è difficile


Morire una volta è difficile.
E’ l’attimo mostruoso in cui un petalo si stacca e finisce a terra: la descrizione del suo ondeggiare può durare a lungo, ma si sa, la fine è ineluttabile.
L’ondeggiare di Aphrodite si era concluso alla Dodicesima Casa, per mano di un bambino che era caduto al suo fianco, nel sangue e nelle rose.
Dopo c’era stato l’oblio.
Ad Aphrodite l’oblio non piaceva nemmeno un po’.
A DeathMask ancora meno, molto probabilmente, visto che si dava da fare come mai prima, probabilmente per recuperare il tempo perduto.
“Idioti. Levatevi dai piedi!” Sibilò, annientando gli ultimi soldati, che avevano cercato di arrestarli, appena avevano mosso i passi verso Hades.
Non c’era nulla di estetico, nell’oblio. Solo un’eterna damnatio memoriae. Se non altro, in quello che era stato deciso per loro.
Avevano creduto che fosse possibile cambiare le cose, forse, ma lo scontro con Mu alla Prima Casa dello Zodiaco aveva ricordato loro con chiarezza da che parte guardava la Nike: dalla parte di Shiryu il Dragone, aveva ragione Cancer, non dalla loro.
“Qualsiasi cosa faccia quello va bene!” gli aveva detto, prima “Qualsiasi. Anche prendere a calci una cascata. Se noi cerchiamo di renderci utili alla causa prendiamo su come ridere e ci troviamo negli Inferi tre secondi dopo. Dimmi tu.”
Aphrodite non aveva trovato niente con cui controbattere, quella volta.
“Voglio proprio dire due parole al signor Hades.” Ringhiò con disprezzo DeathMask che, in tutta probabilità, stava pensando a qualcosa cui nemmeno il dio dell’Oltretomba avrebbe potuto obiettare. “Rispediti al mittente! Come un pacco postale!”
Aphrodite, rispedito al mittente come un pacco postale, si mosse in avanti, scavalcando il cadavere di una guardia, senza degnare di uno sguardo quegli occhi spenti. Quegli occhi morti.
Guadagnò il fianco di DeathMask e appoggiò una mano sul portone intarsiato, come lo erano tutti, fastosi e pesanti, nel regno degli Inferi.
”Aphrodite.”

Pisces si voltò, adombrando appena lo sguardo con le sopracciglia sottili, a cercare quello del compagno.
Con urgenza, DeathMask gli affondò una mano tra i capelli, strattonandolo verso di sé con una tenerezza rude che l’avrebbe fatto ridere, in un’altra occasione, e lo baciò con foga, con rabbia, con amore represso.
“Un ultimo desiderio per un condannato” borbottò come scusa, quando si staccò.
Aphrodite non sorrise. Lo guardò e basta. E ritenendo di avere bisogno di un desiderio a sua volta, si accostò e pretese di nuovo le sue labbra.

Cercò il suo sapore, che conosceva, quello aspro e dolce appena sotto il gusto aromatico delle Assos.
Il portone venne tirato indietro d’improvviso, strappando la maniglia dalle dita di Aphrodite. DeathMask si mise in guardia, teso, e il Saint dei Pesci sollevò con orrore lo sguardo in quello di Radhamanthis, appena apparso sulla soglia, elegante e letale, che li osservava con gentile sorpresa. Nei suoi occhi, Aphrodite riassaporò l’oblio.
Radhamantis fece un passo in avanti. Con più o meno nonchalance, Aphrodite e DeathMask ne fecero uno indietro.
“Voi cosa ci fate qui, ragazzi?”
“Non hai bisogno di saperlo,” ringhiò DeathMask, per nulla impressionato dal tono flautato e carezzevole dell’altro.
“Non me lo volete dire?” un altro passo avanti.
“Siamo qui per parlare con il signor Hades.” Aphrodite lo sfidò con la stessa voce di velluto.
“Vedere il signor Hades? I perdenti non hanno diritti da avanzare.”
“Che diavolo dici, monosopracciglio?!” lo rimbeccò DeathMask, punto sul vivo. Eccone un altro che rimarcava la linea che separava vincitori e vinti.
“Dico che ti prendo a calci fino allo Sekishiki.”
“Se pensi di farcela, allora accomodati.”
E Radhamanthis si accomodò. Si accomodò con tutti i comfort, proprio.

“Non può essere…” alla Prima Casa, Mu fece un passo indietro, come Aphrodite e DeathMask negli Inferi. Si era trovato davanti ad altri compagni caduti: Camus, Shura e Saga avevano salito la scalinata ed ora lo fronteggiano, senza una parola o uno sguardo che non fosse ostile. Tuttavia… “Non può essere. Saga sta piangendo. Il cuore di Saga sta piangendo! Non solo Saga. Camus, anche Shura. Sento che le loro anime sono in pena e stanno piangendo lacrime di sangue!"

Percepì qualcosa, nonostante nessuno dei tre mosse un muscolo del viso.
“Quindi è così.” Balbettò Mu, che comprese. Comprese perché. “E’ dunque questo il motivo…”
Alla Prima Casa Mu intuì quello che dopo gli sarebbe stato chiaro. Che Saga e gli altri erano solo carne da macello, solo un diversivo. Che Shura avrebbe tenuto sulle labbra quell’espressione dura fino alla fine, nonostante piangesse ora lacrime di dolore. Che Camus guardava l’Ottava Casa adesso, che Milo non poteva vederlo, ma se avesse dovuto arrivargli di fronte avrebbe mantenuto una maschera imperturbabile.
Alla prima Casa Mu comprese che Saga, Shura e Camus non erano traditori. Che forse il vero intralcio erano lui e gli altri Cavalieri d’Oro.
Continuò a combattere perché intuì soltanto e non poteva correre il rischio, ma infondo al cuore quelle lacrime lo toccarono.
Se qualcuno gliel’avesse fatto notare, Mu avrebbe riconosciuto con sorpresa la propria leggerezza, ma in quel momento non ci pensò.
Alla Prima Casa, il fatto era quello, Mu non prese nemmeno in considerazione l’idea che DeathMask e Aphrodite avessero pianto, nel cuore, le stesse lacrime.
E, a pensarci dopo, non avrebbe davvero potuto dirne il perché.

Non più Gold Saints, non più Specter, traditori per entrambe le parti . Non erano mai stati tanto indifesi. Una vulnerabilità che sembrò eccitare Radhamanthis. Avanzò compassato, lo sguardo luminoso della belva in agguato e portò i suoi attacchi con rapidità sconvolgente. Li colpì alle spalle. Più volte. Mentre correvano nell’unica direzione concessa, quella che li avrebbe portati verso la Bocca dell’Ade.
Aphrodite non udì DeathMask implorare, ma si sentì il sangue rombare nelle orecchie per la vergogna, perché di certo lui lo fece. Si maledì, mordendosi le labbra, e il sangue le rese rosse come i petali.
Pochi istanti dopo, i loro piedi pendevano nel vuoto.
Radhamanthis, il monosopracciglio, il Gigante Infernale numero Uno, li teneva per il collo senza sforzo apparente, uno con una mano, uno con l’altra.
Radhamanthis era uno Specter democratico.
Iniziò a stringere, poco a poco.
DeathMask scoccò un’occhiata ad Aphrodite. Ah, non ci voleva. Che schifo, morire così. Dopo tutte le figure di merda al Santuario, quella era la Figura di Merda con la lettera maiuscola. Una figura così davanti ad Aphrodite.
La Giustizia? Avrebbe dovuto credere in quella?
“Com’è che ha fatto quella biscia orba ad uscire da questa situazione?” pensò ad alta voce, febbrilmente. Guadagnandosi un’occhiata sconvolta di Aphrodite, che stringeva le mani al polso di Radhamanthis. “Beh, era in una situazione simile, no?!” Si ricordava eccome di com’erano andate le cose: bello come il sole della sua Sicilia, DeathMask stava gettando la lucertola cieca nel buco infernale. Poi aveva spintonato giù da una roccia, da qualche parte della Cina, la morosa petulante di Shiryu il Dragone. Gli dava noia, con quelle preghiere da rompipalle. Beh, era stato l’inizio della fine: Shiryu il Dragone si era ripreso miracolosamente. Aveva cominciato quel discorso allucinante e a metà il suo cloth l’aveva lasciato in mutande. Digrignò i denti. L’eventualità di prendere esempio da Shiryu il Dragone era assolutamente fuori discussione. “Quello deve il culo alla morosa!” latrò di rabbia, senza suscitare nemmeno un battito di ciglia da parte di Radhamanthis.
Suscitando un gemito da parte di Aphrodite, che detestava l’oblio, che aveva desiderato per sé e DeathMask una seconda possibilità.
Che aveva pianto lacrime di Sangue sulla scalinata del tempio, e Mu non le aveva viste.
Aphrodite sapeva che morire era difficile. Se ne era accorto quella notte stellata alle soglie della Dodicesima casa, in cui era morto per mano di un bambino, disteso al suo fianco nel sangue e nelle rose.
Se la prima volta la morte l’aveva sorpreso, alle spalle, in quel modo orribilmente semplice che non era riuscito a spiegare, questa volta si faceva strada verso di lui guardandolo dal basso, nelle sembianze oscene di un’orbita cieca che si beffava di lui. Adesso la vedeva. Adesso la riconosceva.
Le dita di Radhamanthis strette alla gola erano un contatto quasi rassicurante, sulla Bocca dell’Ade. Quando se ne accorse, smise di implorare.
Non era elegante andare verso la morte in lacrime.
Non era da cavaliere.
Non era bello.
E invece lui doveva essere bellissimo, sospeso sull’orlo dell’abisso, cosciente dei suoi ultimi istanti prima di esserne inghiottito.
Sollevò il viso, incurante del dolore di dita inguainate nel metallo oscuro di Hades, che premevano il suo collo, affamate.

Ci fu un momento in cui girò la testa, per quanto possibile, e fissò gli occhi azzurri in quelli di DeathMask. Un muto addio, ma di quelli intensi, di quelli che si fanno sentire. A dirgli che questa volta non sarebbe morto per primo, ma se ne sarebbero andati insieme. Poi decise.
Guardò bene negli occhi di Radhamanthis e gli sputò in faccia.
Un gesto fatale.
Caddero entrambi.
Aphrodite si trovò ad aderire al fianco di Cancer nell’attimo della caduta infernale, mentre guardava in su. Aveva DeathMask a fianco e in bocca il sapore di quell’ultima Assos.
Per un attimo fu tutto perfetto così com’era.
Che cosa c’era da invidiare, in fondo, a Shiryu il Dragone? Era vero o no, dopotutto, che loro non erano traditori e quello doveva il culo alla sua morosa?


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Drammatico
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite

Rating:
PG
Avvertimenti:
One Shot, Shonen Ai
In proposito:
 Untrittico ambientato durante l'assalto al Santuario da parte degliSpectre.
Un riscatto per DeathMask e Aphrodite che rischiano pelle e anima perAthena, ma nessuno si accorge di loro, mai.
Prima che si fraintenda: a me Shiryu piace. A DeathMask, no.
Si, DeathMask ha un gergo da scaricatore di porto.
E si, Aphrodite prende l'iniziativa.

Disclaimer: Kurumada non guardare.
Cose: 
Unpo' shonen-Ai lo è, dai. Avrei voluto mettercene dipiù, ma c'erasempre qualcuno che si intrometteva. Provate voi a pomiciare davanti aRadhamanthis.
CAPITOLO:2 di 3


Tutta Colpa di Shiryu il Dragone

Capitolo 2
Quello che ha salvato Shiryu


“Ma cosa diavolo…?!” pensò DeathMask quando Mu gli afferrò il polso, bloccando un attacco diretto. Lo pensò, ma non fece in tempo a far giungere alle labbra l’imprecazione che si ritrovò spinto all’indietro, quando la presa di Mu gli piegò il braccio, con quell’assurda forza circolare, e lo scaraventò via.
Andò a sbattere con forza contro una colonna.
Beccavi sempre le colonne, per Athena, quando ti scagliavano via. Mai prendere lo spazio in mezzo. Che diavolo.
Mentre scivolava verso il suolo, dolorante, cercò con lo sguardo Aphrodite. Non si poteva dire che anche lui se la stesse passando meglio.
Mu dell’Ariete ce la stava mettendo tutta, a complicare quella salita. Di certo era per Sion, che adesso se ne stava buono buono e incappucciato lì, nell’angolo. Trovarselo davanti così, e così mutato negli intenti, avrebbe fatto montare su tutte le furie chiunque. Anche uno come Mu.
Aphrodite si rialzò da terra, il respiro pesante. Si concesse un attimo di riposo, una volta diritto sulle gambe, spostandosi dalla fronte una ciocca dei capelli setosi. Si accarezzò le labbra, distrattamente, e scendendo ancora materializzò una rosa tra le dita.

Bastava mirare al cuore e mirare bene. Che ci voleva, infondo?
Una morte dolce per il Gold Saint della Prima Casa. E poi su, ancora e ancora.
Se solo Mu avesse saputo, li avrebbe lasciati andare, forse.
Ma non si poteva fare parola.

“La testa di Athena sarà nostra. Cedi il passo.” Sciorinò, invece.
Aphrodite accarezzò con il polpastrello il gambo, senza guardare. Teneva lo sguardo fisso su Aries. Aspettavail momento migliore per lanciarsi all’attacco.
Lo sapeva Mu, che lo fronteggiava impavido, lo sguardo limpido e innocente, di chi sa di non avere mai tradito.
Lo sapeva DeathMask che lo guardava da dietro, ancora appoggiato alla colonna.
DeathMask non si era accorto di avere addolcito lo sguardo, accarezzando le linee di quella sagoma elegante, che adesso faceva inarcare il polso e faceva ruotare tra le dita una rosa profumata e perfida. Che adesso si stagliava tra lui e Mu.
“Levati da lì, puttanella.” Sibilò rialzandosi, senza nemmeno ammettere con se stesso che non desiderava che Aphrodite si beccasse il colpo al posto suo, “Ci penso io.”

“Quella merda di cavaliere con la biscia lampeggiante sulla schiena. Quel deficiente che prende a calci una cascata per farla andare all’insù!”
stava pensando queste cose di Shiryu il Dragone, DeathMask, durante la salita verso la Prima Casa: era più o meno per quello che si era poi fatto avanti con tanto entusiasmo alla proposta di Sion. Come se avesse potuto riscattarsi agli occhi di Athena. O anche solo ai propri. “Quel coglione che ha come hobby orbarsi!”

Con tanto trasporto aveva descritto ad Aphrodite come sarebbe finita secondo lui quella missione al Grande Tempio, che aveva finito per innervosirsi. Sarebbe finito tutto in malora, aveva detto, e né Athena né nessun altro avrebbe cambiato idea nei loro riguardi, sarebbero stati ricordati come traditori. Al diavolo.
E quando DeathMask si innervosiva - per lo meno era stato così da quando era stato battuto in quel modo ignobile alla Quarta Casa - era Shiryu il Dragone a farne le spese. “Io sono morto e corro come un imbecille su per i gradini, e quello sarà da qualche parte ancora vivo e cieco!”
Imprecare tra sé gli dava come un pallido sollievo.
Di tanto in tanto cercava di accentuarlo girandosi a guardare Aphrodite in corsa, inseguendo uno sguardo che non veniva corrisposto, o anche solo per trovare quel sorriso appena accennato, di impertinente superiorità, che il Gold Saint di Pisces aveva sempre sulle labbra, a sottolineare la bellezza del suo viso.

Aphrodite si voltava, quando sentiva il suo sguardo su di sé. Per destino o per chissà che altro, si girava sempre quando DeathMask l’aveva già distolto.
Non sapeva se trovare la situazione irritante o divertente.
Nel dubbio, non mosse un muscolo del viso e continuò a correre. Senza farsi distanziare da Camus, che puntava ostinatamente il proprio sguardo lontano, oltre la Prima Casa, e non si girava indietro. Senza un’occhiata al resto del gruppo che sentiva attorno a sé.
Aveva ascoltato le parole di DeathMask, poco prima, e aveva allargato il suo sorriso irriverente: a lui non importava di chissà quale riscatto. Che lo pensassero un traditore di Athena non era che un noioso cavillo.
Per qualche strana ragione gli importava se importava a DeathMask, però. Per questo si fece avanti al suo fianco, quando Sion fece la sua proposta.
Non certo per Sion o per Athena. Lo aveva fatto per DeathMask, che sulle scale del Santuario sibilava come un grosso gatto.

Per quanto lo riguardava era tutto perfetto: era vivo, per il momento, nella brezza della notte ateniese. La nuova armatura nera che lo inguainava era leggera e rassicurante come un’ombra e faceva risaltare la luminosità della sua pelle, il colore delle sue rose. Sopra la sua testa le stelle ingemmavano la notte.
E nella bocca aveva ancora il sapore delle Assos fumate da DeathMask.
Era tutto perfetto così com’era.
Per quanto fosse tutto perfetto, tuttavia, Cancer dava segni di nervosismo crescente. Era per colpa di Shiryu il Dragone: avanzare verso la Casa di Mu gli aveva fatto tornare in mente quel giorno sciagurato in Cina.
Se solo l’avesse fatto a pezzi quel giorno, quando se lo era trovato davanti, quel deficiente con la biscia tatuata tra le scapole, adesso non sarebbero a quel punto. Adesso collezionerebbe ancora teste alla Quarta Casa, farebbe qualche visita alla Dodicesima e… non era quello il punto.
Il punto era che sarebbe stato tutto diverso se Mu non avesse fatto il suo arrivo trionfale per salvare l’idiotonto cieco.
Fu allora che il timpano di marmo lucente della Prima Casa divenne visibile ai sei Specter in corsa.
Fu in quel momento che Sion fece arrestare il drappello e fece la sua proposta.
“Non è saggio mostrarci tutti insieme. Andrò io e due di voi verranno con me, gli altri attenderanno un mio segnale. Chi di voi cavalieri si fa avanti?”
Camus non rispose subito, scivolando ancora silenzioso, con lo sguardo, verso un tempio conosciuto da cui non sapeva se augurarsi o meno che qualcuno lo guardasse. Shura aggrottò le sopracciglia e Saga tentò di dire qualcosa, ma aveva appena dischiuso le labbra che DeathMask lo precedette. DeathMask stava proprio pensando a Mu che aveva salvato Shiryu il Dragone.
“Vengo io con te, Sion.”
“Mi unsico a voi.” Laconico fece eco Aphrodite, con la voce vellutata e la bocca profumata del fumo delle Assos di DeathMask.

“Avanti, allora.” Lo incitò Mu, affilando lo sguardo, vedendo DeathMask rialzarsi e avanzare verso di lui. “Attaccate insieme. Che aspettate?” ringhiò.
“Ancora non capisci, Mu?” senza darsi la pena di togliersi il cappuccio, Sion ebbe la bella idea di mettersi a fare conversazione “Ribellarti a loro significa ribellarti a me. Te l’ho già detto prima.”
DeathMask portò il peso da una gamba all’altra. Ci mancava solo fare salotto.
“Se così fosse pagherò con la vita.” Ribattè Mu con quel tono a metà tra la sfida e la deferenza, e DeathMask pensò se per caso non c’era tempo per un’altra sigaretta, prima di mettersi a combattere decentemente, “Ma DeathMask e Aphrodite…! Non potrò mai perdonarvi!”
“Si, si.” Sopirò Cancer e il suo pensiero pungente raggiunse ancora Shiryu il Dragone. Aphrodite non trattenne una risata morbida, mettendosi in guardia. Il suo elmo era andato perduto nello scontro precedente e adesso i capelli gli ricadevano liberi e morbidi sulle spalle. Il suo aspetto non era mai stato ingannevole come in quel momento.
“Vi spedirò all’inferno con le mie mani!” Mu fece espandere il proprio cosmo, carico di rabbia.
“Per la prima volta, Ariete, ti vedo mostrare gli artigli.” C’era una nota d’orgoglio nelle parole di Sion. Una nota che DeathMask smontò immediatamente:
“Le pecore non hanno gli artigli. Non hai mica tanto chiaro che animale sia l’ariete, tu, eh?”
Se Mu avesse potuto incenerire con lo sguardo lo avrebbe fatto. Invece passò al contrattacco in maniera che Sion giudicò più infantile:
“Tu taci, che ti sei fatto atterrare da un Bronze.” Così, secco.
Gli occhi di DeathMask divennero due braci ardenti. Aphrodite, soprappensiero, ne ammirò il contrasto con la surplice scura.
“Non mi ha atterrato! Mi sono ritrovato in mutande! MUTANDE!”
Da sotto il cappuccio, Sion spalancò gli occhi basito. Il che non fermò DeathMask, punto sul vivo: “Quel deficiente del mio cloth ha smesso di funzionare sentendo le puttanate che diceva quello là! Bella forza picchiare uno in mutande e poi farlo cadere nel fosso degli sfigati! Ti rendi conto? Ero in mutande davanti a Shiryu il Dragone! Non sapevo se sbattere la testa contro una colonna o scavare un buco per nascondermi ed escogitare qualcosa!” Mu era rimasto momentaneamente senza parole. Avrebbe voluto dire qualcosa ad effetto, qualcosa come “Ex Cavalieri d’Athena, preparatevi a morire!”, ma Cancer l’aveva investito come un torrente in piena.
“TI RENDI CONTO?” DeathMask recuperò la posizione di guardia, ormai al termine dello sfogo “Immagina il tuo cloth che ti manda a quel paese mentre te stai in mutande davanti ad un cretino imberbe! Che tra parentesi si è rimesso a vedere grazie a me!”
Sion ritenne di dover prendere in pugno la situazione.
“Andate avanti. Qui ci penso io. Andate a prendere la testa di Athena.” Li implorò, quasi.
“Al diavolo, Sion!” DeathMask si lanciò all’attacco personalmente. “Prendi questo, Mu! Sekishiki Meikaiha!”
Aphrodite fu colto in contropiede: l’attacco di Cancer non gli aveva dato il tempo di curare la propria offensiva. Chiuse meglio le dita attorno alla rosa velenosa e bellissima, e seguì il compagno contro Mu, per un attacco combinato. “Bloody Rose!”
Mu ebbe solo il tempo di serrare le labbra prima di esercitare la difesa: “Starlight Extinction!” invocò. Ed andò a buon segno.
Se ne rese conto Apfrodite, con una smorfia sulle belle labbra, rendendosi conto che non avrebbe avuto il tempo, ancora una volta, per salutare DeathMask, che gli rimaneva in bocca soltanto il profumo delle Assos.
Se ne rese conto DeathMask che non ebbe il tempo di rubare il profilo di Aphrodite con un’ultima occhiata. Ma che non si stupì, infondo, della propria sconfitta: dopotutto Mu era quello che aveva già salvato Shiryu il Dragone.
Ci fu un esplosione che li avvolse, un fascio di luce potentissimo.
Aphrodite e DeathMask, poi, scomparvero nella luce senza lasciare alcuna traccia.
Se non un pacchetto di Assos appena cominciato che rotolò ai piedi di Sion.



 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Drammatico
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite

Rating:
G
Avvertimenti:
One Shot, Shonen Ai
In proposito:
 Untrittico ambientato durante l'assalto al Santuario da parte degliSpectre.
Un riscatto per DeathMask e Aphrodite che rischiano pelle e anima perAthena, ma nessuno si accorge di loro, mai.
Prima che si fraintenda: a me Shiryu piace. A DeathMask, no.
Si, DeathMask ha un gergo da scaricatore di porto.
E si, Aphrodite prende l'iniziativa.

Disclaimer: Kurumada non guardare.
Cose: 
Unpo' shonen-Ai lo è, dai. Avrei voluto mettercene dipiù, ma c'erasempre qualcuno che si intrometteva. Provate voi a pomiciare davanti aRadhamanthis.
CAPITOLO:1 di 3


Tutta Colpa di Shiryu il Dragone

Capitolo 1
Assos per uno Specter


Il cielo di Atene era di un’oscurità talmente densa, quella notte, da sembrare velluto fresco, ingemmato dalle costellazioni che spiccavano vivide.
Aphrodite sollevò il mento ed enumerò a fior di labbra quelle che conosceva, per ingannare l’attesa.
Nessuno si sarebbe aspettato una notte diversa da quella, come scena per il dramma che si andava a mettere in atto. Aphrodite, almeno, era pienamente soddisfatto di quella volta scura.
“Perché ridi?” chiese a DeathMask quando si accorse del suo sguardo insistente.
“Io non sorrido mai. Io sogghigno.”
Aphrodite scrollò appena le spalle, divertito, e tornò alle costellazioni sopra le loro teste.
Saga sedeva poco lontano, insieme a Shura, in silenzio. Camus era come fuso nell’ombra della rovina dietro cui si riparava. Si appoggiava al rudere con la schiena, per rigirarsi, insolitamente inquieto: dava l’impressione di volersi nascondere, come se temesse di esporsi alla presenza del Santuario, che gravava imponente e inaccessibile, in apparenza.
Quello stesso Santuario cui presto avrebbero dovuto dare l’assalto.
Obbedendo agli ordini di Hades.
Obbedendo agli ordini di Hades più o meno, certo.
Di fatto, aspettavano tutti le disposizioni di Sion. Sion rimaneva immobile. E non diceva nulla.
Aphrodite sospirò.
DeathMask si accese una sigaretta.
Che andasse al diavolo la prudenza, che i Gold Saints rimasti vedessero pure il luccichio della brace nella notte. Al diavolo anche i Gold Saints.
Furono più o meno questi i pensieri che Cancer tradusse in un’occhiataccia rivolta a Camus, che dall’ombra scosse la testa con disapprovazione. Aquarius riappoggiò le spalle alla parete e rimase immobile, nella stasi dell’attesa.
Nella stasi di chi attende e freme perché non può aspettare oltre. Non più.
DeathMask interpretò la propria come una vittoria e trasse dalla sigaretta due boccate di pura soddisfazione.
Il pacchetto era di quelle buone, di marca. Assos.
Se l’era procurato proprio lì ad Atene, appena uscito dagli inferi.

Alla macchinetta automatica e arrugginita appena fuori da una stazione di servizio semidiroccata.
Non ci aveva messo spiccioli nella macchinetta.
Non ne aveva, appena tornato dall’Ade.
Non ce li avrebbe messi neanche se li avesse avuti, in verità, non DeathMask di Cancer. Ci aveva messo invece un pugno ben assestato.
Aveva fracassato vetro e metallo e quando aveva ritirato la mano stringeva tra le dita il suo nuovo pacchetto di Assos.
“Un ultimo desiderio per un condannato” aveva ghignato in risposta allo sguardo laconico di Shura di Capricorn e aveva alzato il pacchetto come se fosse stato un calice, come per un brindisi.
“Quando il fornitore tornerà non sarà contento.” Aphrodite distolse lo sguardo dal cielo ingemmato e lo posò su DeathMask, seguendo il filo di fumo che si attorcigliava su se stesso, disegnando arabeschi nell’aria.
“Che venga a protestare da me. Ho giusto un buco vuoto sul soffitto della Quarta Casa. Ci piazzo la sua faccia.”
Aphrodite sorrise pigramente.
“O magari ci metto la tua, Piscis.” Continuò l’altro, “Ti ho già detto che è bella?”
Il sorriso sornione di Aphrodite si allargò.
“Mai abbastanza, Cancer. E comunque moriresti prima di tentare.” Poi indicò la sigaretta, ricordando le sue parole: “L’ultimo desiderio di un condannato?”
“Non sono ancora morto.” Diede l’ultimo tiro e gettò la cicca a terra, secco.
L’ultimo filo di fumo disegnò un fregio bianco particolarmente coreografico.
“Guarda, DeathMask. Sembra un dragone cinese.”
“…non parlarmi di dragoni, Aphrodite. Non farlo.” Premette il tacco per terra, con rabbia, e pestò il mozzicone fino a ridurlo a brandelli, lì nella sabbia.
“Ma che guerriero impavido!” lo prese in giro Saga “Hai annientato il nemico con un colpo solo, Cancer.”
“Che diavolo vuoi?” berciò l’altro e in risposta gli mostrò il dito medio con alterigia.
Aphrodite si coprì la bocca con la mano, a nascondere un sorriso. Da lì a qualche istante avrebbero salito le scale eburnee del Santuario e avrebbero raggiunto Athena, casa dopo casa. Sulla strada avrebbero incontrato antichi amici. Non era esattamente il caso di farsi una sghignazzata. Sarebbe stato, inoltre, poco consono, sotto lo splendore triste di quella notte preziosa, sarebbe stato inelegante: prima di fare una cosa del genere, Aphrodite si sarebbe tolto la vita con le proprie mani.
Meno sensibile al fascino di quella notte giocata d’azzardo, DeathMask camminava avanti e indietro, nervoso come una tigre in gabbia.
“Non parlarmi di dragoni, Aphrodite! Ti ho già raccontato di come quell’avanzo di galera di Shiryu sia riuscito, con un assurdo inganno da ciarlatano a…?”
“Più o meno un centinaio di volte, DeathMask.”
“Ah. Non importa. Il fatto è che quel maledetto…”
“Sai che il nero ti dona?”
“…eh?” DeathMask si interruppe, spiazzato, come se Aphrodite gli avesse dato un pugno nello stomaco. Adesso lo stava guardando soddisfatto, ammantato da quella sua incontestabile, ingannevole innocenza.
“Che diavolo hai da guardare?” intimò, ma la sua voce si incrinò e, suo malgrado, non suonò così dura come avrebbe desiderato. Come di solito era.
Si maledì per quello.
Aphrodite non si maledì affatto. Aphrodite si congratulò con se stesso, invece.
“Guardo te, naturalmente. Trovo che tu stia bene in nero.”
DeathMask cercò di replicare, ma , confuso, passò prima lo sguardo da Aphrodite ai propri pettorali, inguainati nella surplice di Hades. Lo fece un paio di volte e, prima di mettersi a balbettare come un babbeo, trovò più conveniente chiudere la bocca.
“Anche tu stai bene.” Disse alla fine.
“Ma è naturale. Io sto bene con tutto.”
Aphrodite – DeathMask uno a zero, pensò Camus e quel dialogo più di qualunque altra cosa lo indusse a starsene dov’era, nell’ombra.
Il Gold Saint di Piscis si guardò intorno, quasi furtivo. Poi si avvicinò di più al Cavaliere di Cancer.
“Cosa fai?” DeathMask aggrottò le sopracciglia.
“Un ultimo desiderio per un condannato?” si avvicinò ancora.
“Ti ho già detto che non sono ancora mor…” si rese conto di quello che Aphrodite aveva intenzione di fare solo quando con le labbra sfiorò le sue; se ne accorse anche Camus che si girò dall’altra parte “…ripensandoci sono già morto, dopotutto.”
Chiuse le labbra su quelle di Aphrodite, carnose e seriche, in un bacio che sconfinò in un morso aggressivo. Aphrodite lo morse di rimando, non accennando a muoversi nemmeno quando le mani di DeathMask si chiusero sui suoi avambracci. Poi Cancer gli succhiò il labbro inferiore e Aphrodite si allontanò, in silenzio, un passo dopo l’altro.
“Che diavolo hai da guardare?” questa volta, rivolto ad uno stupefatto Saga, DeathMask riuscì ad essere particolarmente convincente.
Saga non disse niente. Si limitò a girarsi verso Sion che si era mosso in avanti.
DeathMask gli mostrò il dito medio, rammaricandosi, a quel punto, di avere la completa attenzione di Gemini solo quando non era necessaria.
“Mah.” disse. E basta.
“E’ tempo.” Sion catalizzò l’attenzione di tutti su si sé, rubando irrimediabilmente la scena a Cancer.
Camus uscì finalmente dall’ombra. Si avvicinò, coprendo la distanza con passi misurati. Aphrodite seguì il suo sguardo e vide che puntava l’Ottava Casa. Era uno sguardo indecifrabile. Anche Shura si avvicinò, e il suo viso non rivelava emozione alcuna.
Improvvisamente Sion scattò in avanti, con l’agilità di un felino all’attacco, e un attimo dopo i sei specter correvano senza una parola verso la Prima Casa dello Zodiaco. La Casa di Mu dell’Ariete. Questo non portò Sion a vacillare nei suoi intenti, comunque.
Hades era andato a cercare, nel mare delle anime, quelle di sei guerrieri che avessero servito Athena e che per lei fossero morti.
Gli ordini erano stati precisi: percorrere il cammino dello Zodiaco attraverso le Dodici Case. Raggiungere lei, la dea.
E dopo averla guardata negli occhi, tagliarle la gola.
Nemmeno per un istante Hades, signore degli inferi, aveva paventato un rifiuto. E rifiuto non c’era stato.
Adesso sei guerrieri correvano verso Athena con corpi nuovi e giovani e con armature nere come la notte ingemmata che li sovrastava.
Laddove avevano avuto tutti armature d’oro come il sole della Grecia.
“Al diavolo.” Sibilò tra i denti DeathMask.
Il fatto è che c’era qualcosa che Hades, nella sua immensa saggezza, non aveva nemmeno preso in considerazione.
Lo zotico dell’oltretomba, stava pensando DeathMask, si era illuso invano sul fatto che dei Saints di Athena potessero tradire in quel modo tanto pietoso.
Nessuno di loro lo avrebbe fatto.
Nemmeno lui, che di Athena, per dirla tutta, gli importava poco più che della macchinetta automatica che aveva fracassato in città. In modo particolare poi, se aveva scelto di incarnarsi in quella scialba ragazzetta.
Avesse almeno un bel paio di tette, pensò. Poi pensò anche, inspiegabilmente, che nemmeno Aphrodite ce le aveva, ma che la cosa non lo turbava, infondo.
Prendendo atto di quella riflessione imprecò rumorosamente, suscitando un ringhio rabbioso da parte della guida del drappello.
“Al diavolo, Sion!” ribatté.
Aphrodite si girò a guardarlo, con aria interrogativa. A muso duro, DeathMask ricambiò lo sguardo: “Sai che cosa mi manda totalmente in bestia?”
“A parte il fatto che stai assaltando il Santuario come Shiryu il Dragone ha fatto prima di te?”
“…molto divertente, puttanella. Davvero molto divertente.” C’era mancato poco che non mettesse il piede in fallo sui quei maledetti gradini e cadesse lungo disteso. Non voleva nemmeno pensare all’eventualità in cui fosse successo. “Stavo dicendo” ringhiò “che mi manda fuori dai gangheri l’idea che stiamo andando tutti al macello. Così, come ad una scampagnata.”
Aphrodite serrò le labbra ma non disse niente, continuando a correre.
“Tutti e sei. Ma il punto, quello che mi fa imbestialire, sai qual è?”
“Qual'è?”
“Che nonostante questo, nessuno lo saprà. Penseranno che siamo noi i traditori, accidenti a loro.” Agitò la mano più o meno in direzione della Prima Casa, bellicoso, “Nessuno sprecherà una parola per me o per te, puttanella, ci puoi contare. Tanto valeva continuare a collezionare teste!”
“Mh mh.” Aphrodite fece seguire un sospiro e aumentò l’andatura per non farsi distanziare da Camus.
“E sai qual è la cosa peggiore?”
“Ce ne è una peggiore?” Shura si intromise, annoiato.
“Puoi contarci che c’è!” sibilò DeathMask inviperito.
“Allora?”
“Sai alla fine di questa battaglia del cazzo chi si prenderà tutto il merito agli occhi di Athena?”
“Chi?”
“Shiryu il Dragone!”



 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Angst,Introspettivo, Drammatico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
In proposito: La guerra aveva lasciato dietrodi sé tanti morti e tante macerie che l'addio era stato solouna delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta diHades aveva tranciato a metà. Giungevano, attutiti, isentimenti delal battaglia. E gli anni che passano non fanno cheattutirli di più. Doko e Shion continuano a cercarsi e sonoduecento anni  che i loro cosmi risuonano da lontano, senzaessersi detti un vero addio. Ma prima o poi la resta dei conti giunge.
Disclaimer: Tutta roba di Masami Kurumada,che Dio lo benedica.
Cose: 
Nonè necessariamente spoiler per chi stia leggendo il Lost Canvas, dato che si fa riferimentoalla Guerra Santa precedente ma solo nei termini vaghi che Kurumadanella seriecanonica già dispensa. Ho saltato un giorno di lezioni perfinire questostramaledetto lavoro, e il minimo che mi aspetto è un saccodi elogi! *O*
Dedicata al dolce Mu, che mi ha dato l'imbeccata e che ha sfornato per me tanti biscotti.Per ringraziamento, l'ho fatto comparsare in tutta la sua lillità.

La guerra aveva lasciato dietro di sé tanti morti e tante macerie che l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà. Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. Come se un colpo troppo forte alla testa, uno dei tanti, avesse annebbiato vista e udito, tu solo nel polverone, in una nebbia di ombre colorate. Nessun colpo fatale, nessuna percezione del dolore. Eppure, alla fine di tutto, ad abbassare lo sguardo, quella falce di morte tante volte sfiorata aveva deciso di non tagliarti la testa; in campo, si era piantata nel cuore come un paletto, senza riguardi, e ne stillavano lacrime e sangue. Lacrime e sangue.
Corpi di cavalieri giacevano avvolti in guaine di metalli preziosi, e mantelli bianchi che nascondevano loro il viso. Era pallido, il viso, ed il bianco aveva particolare riguardo per gli occhi spenti. Oro, argento e bronzo rendevano loro l’ultimo tributo prima di lasciare i guerrieri, pronti per un nuovo destino, pronti per la speranza, i germogli e i fiori. I mantelli invece li avrebbero accompagnati. Dall’alto del cielo, le costellazioni sfavillavano feroci, ricevendo il sacrificio di sangue. Ariete e Bilancia, opposti, brillavano di luce trionfante, bianca e pura. Ma l’alone rosso delle stelle pulsanti lungo tutta la volta celeste palpitava, come gli ultimi spasmi potenti e fieri di un cosmo che si spegne.


Il contegno dei due cavalieri d’oro sopravvissuti era irreprensibile, come i volti dei bassorilievi, immobili eroi, che emergono dal passato sulle pareti di pietra delle cattedrali. Anche loro erano eroi. Anche loro già appartenevano al passato. Era già stato deciso. Athena l’aveva voluto. La dolce Athena dalle bianche braccia, commossa, aveva sorriso con gli occhi pieni di lacrime che erano stelle (altre stelle bianche e pure, e talmente più lucenti), e li aveva ricoperti dell’onore più grande. Si erano inchinati assieme, i mantelli bianchi come bandiere sventolanti.
Come lenzuoli di sepolcri.
Anche, sì. Ma era meglio non pensarci.
Stelle rosse palpitavano, fiere, e troppe lacrime erano state versate. La Terra non sapeva più piangere, asciutta. Giaceva stanca con gli occhi rossi, la vista e l’udito annebbiati. Non era davvero il caso di pensarci.
Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. E l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà.


    Chi sei tu
     che nella sera ti fai sentire fioco
     da così lontano,
     come accendersi di torce?

Doko era andato in Cina respirando l’aria famigliare e antica delle cascate, il cuore gonfio di onore e responsabilità, che gravava sulle sue spalle larghe, così forte, Doko, in quel corpo così piccolo. Era giovane, allora. Ma con il cappello calato in testa e senza fare domande, come i vecchi, era partito.
Shion era rimasto in terra attica, la grande antica straniera, un mantello e paramenti carichi di potere e responsabilità, che pesavano sulle sue spalle larghe, elegante, Shion, in quel suo ergersi così carismatico. Era giovane, allora. Ma con la maschera d’avorio sul volto, senza fare domande, come i vecchi, era rimasto.


In Cina c’era l’aria pura di un tempo che non scorre, silenzio e tempo per pensare. Molto tempo per pensare. E Doko, così giovane, così vecchio, era l’unica persona che aveva scelto con un sorriso il luogo all’ombra dove si sarebbe seduto a vegliare per due secoli. Nei primi tempi avrebbe potuto muoversi, avrebbe potuto costruirsi una piccola casa, e sistemare per la vita quei terreni tanto generosi della Cina. La Cina gliel’avrebbe permesso. Ma col passare del tempo, era inevitabile, quando il sigillo avrebbe incominciato a cedere sotto il peso degli anni e del cosmo di un dio potente e crudele un santo di Athena si sarebbe seduto, immobile, di guardia e sentinella, concentrando ogni più piccola fibra di sé stesso per contrastare gli spettri ululanti di cui i bambini di solito hanno tanta paura. Avrebbero battuto colpi e ringhiato, senza voce, sempre più insistentemente, fino a quando non si sarebbe rotto. E sarebbe occorsa molta più attenzione, per sentirli. Lungo gli anni avrebbe cominciato a muoversi sempre meno, e sarebbe arrivato il giorno in cui sarebbe stato necessario non potere più sciogliere le gambe intrecciate, e viaggiare solo con la mente. Dolcemente, un giorno sarebbe successo, in maniera molto naturale, alle prime paure di quella bambina dagli enormi occhi neri.
Roshi? Ho fatto un brutto sogno. C’era un fantasma, nella notte.”
Allora ossa stanche di duecento anni si sarebbero posate per l’immobilità, senza una spiegazione, sotto l’acqua, il gelo e il sole, un sorriso senza un perché, nel vento, leggero come uno scacciapensieri che tiene gli incubi lontani. Ma Doko non sapeva nulla di tutto questo mentre sceglieva con un sorriso più giovane il luogo dove si sarebbe seduto a vegliare per due secoli. Vi si sedette per la prima volta, scattante, senza un solo pensiero al mondo che non fosse il vento, per il momento. E pensò a che ora potesse essere, mentre la nebbia purissima dell’acqua della cascata gli riempiva i polmoni, per chi assaggiava l’acqua salata del Mar Egeo.


Chi sei tu…?

Si era illuminato da lontano, come la fiamma di una candela. Appena un punto.
Nella sera ancora blu di quando si accendevano le candele prima che arrivasse la Notte a distendere il suo mantello intessuto. Nύξ, la chiamavano, dove il Mar Egeo bagna la terra, e i greci dicevano del suo mantello che era nerissimo, come la pece, come l’inchiostro, come il mare quando va più a fondo, e a Shion pareva naturale. Solo così le stelle avrebbero potuto risaltare. Bianche splendenti come gioielli.
Ma era prima che Nύξ calasse il suo manto tenebroso che si accendevano le candele, subito dopo che Shion poteva deporre il peso dei paramenti, appena prima che il nero tingesse come acquerello le coste frastagliate. Ed era proprio come la loro luce fioca che si accendeva, quel punto lontano. Invisibile, minuscolo astro, poi la luce rossa, poi la fiamma lontana. Oltre il mare.

    …che nella sera ti fai sentire fioco
     da così lontano…

Morti e macerie, e l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà. Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. E la separazione tra di loro era stata svelta. Erano gli eroi già scolpiti nei bassorilievi, già pronti al passato. La loro generazione era già ricordo. Shion vedeva ogni sera le tende immacolate spostate dal vento tiepido verso l’orizzonte, verso quella luce di candele, sventolare come mantelli bianchi.
Come lenzuola di sepolcri.
Come sudari.
Ma ancora non era tempo per pensarci.
Athena dalle bianche braccia, dagli occhi commossi che rifulgevano di tenerezza li aveva veramente ricoperti di onori grandi. Erano ciò che rimaneva. Erano i guerrieri della speranza. E in fondo, giungevano attutiti, i sentimenti, anche dopo la battaglia. Erano ombre colorate. Era un richiamo lontano oltre il mare.

   …come accendersi di torce?

“Amico mio, mi cerchi da molto lontano.”
“Il cosmo fa molta strada, e supera i mari.”
“Lo avverto distintamente, come nel mezzo della battaglia, quando ci cercavamo, per sostenerci l’un l’altro. Quando dovevo accorrere, quando lo facevi tu. E allora risuonava alto per sollevarsi dalla polvere e dalle grida. Ma ora mi giunge distante, Doko, amico mio. Come accendersi di torce, da lontano. Sui bastioni.”
“È tempo di smettere di parlare di guerra. È tempo di pensare alla pace.”
“C’è pace, lì, presso i cinque picchi?”
“Pace da morire di noia. C’è pace, lì, presso il Santuario?”
“La guerra lascia le macerie da ricostruire.”
“Non un attimo di pace, Pontefice.”
“Ma ora che ti sento, mi pare di sentire anche la cascata.”
“È sempre qui, Pontefice, e non si sposta.”
“Mi rincuora.”
Shion non poté sentire la risata.
La intuì nelle ossa, come un impercettibile vibrare, e non seppe sorridere di rimando.
Provò nostalgia.
“L’addio è stato confuso, amico mio.” Si risvegliò a sorpresa, la torcia lontana al di là del mare, di luce dorata e fioca: “Ricordo il tuo volto come se fossi lì, eppure ti cerco senza poterti parlare, e ti sento senza poterti udire.”
“L’addio è stato solo una delle tante emozioni che ci hanno sopraffatto, come in sogno. Athena, il silenzio, la polvere. Si è mischiato tutto, annebbiandoci.”
“Non ricordo di averti salutato.”
“Lo hai fatto, Doko.”
“L’ho fatto, sì. Eppure non me ne ricordo.”
“E mi cerchi la sera, quando ancora non fa buio, come un fantasma. Noi non siamo morti.”
“È sera, lì?”
“Le candele sono accese da poco.”
“Non è ancora nera, la notte?”
“No. Sono rientrato da poco nelle mie stanze, e ti ho trovato quasi ad aspettarmi.”
Doko non rispose nulla, allora.
Però quando tornò a cercarlo lo fece sempre alla stessa ora, illuminandosi da lontano, come la fiamma di una candela. Appena un punto. Sempre lontano. Sempre oltre il mare. Prima che la notte si facesse nera.

Gli anni che passano attutiscono i sentimenti ancor più che la battaglia.
Scorrono come cenere fra le dita, palpabile e morbida. Lasciano aloni grigi. Sfumano.
La luce che si accende da lontano, come le torce sui bastioni, segnali luminosi attraverso i chilometri, è alla pari di un eco confuso in mezzo a tutto il resto. Sorprende sempre, e non giunge improvvisa. Non si accende nella notte più nera, spaventandoti. Segue sempre il tramonto, con delicatezza. È l’unica musica dolce nell’amarezza, una corrente d’acqua calda in alto mare. Non sai quasi più da dove provenga, ma le sei grato. Non ricordi quasi più quel volto. Non ricordi quasi più quella risata. Sono sprazzi confusi ed incredibilmente dolorosi che avvolgono il corpo in vampate, quando t’immergi nei ricordi, e i ricordi sono troppi, e per questo sono dolorosi. Rimani l’unico testimone al mondo di un’epoca bruciata, Athena, Athena, non è troppo?, pensa, Shion, quando tutto tace sul mare e il silenzio si fa innaturale, e le voci spente da un secolo – un gran Signore, un secolo, passa a larghe falcate, il mento rivolto in avanti, trascinandosi dietro il suo mantello – riemergono dalle profondità del niente. Suonano di una musica così diversa da quella del presente. Il pianoforte trova nuovi accordi, i pennelli marcano nuovi colori, ed improvvisamente i volti di un tempo hanno la consistenza bellissima e vecchia degli affreschi sulle cattedrali. Dei bassorilievi. Sono Storia. Perché li ricordi come vivi, pontefice di Athena?
Ma l’universo attorno è colorato, e più sonoro.
E altri anni attutiscono ancora i sentimenti. Un po’ come la battaglia.
Per un bambino dagli occhi grandi, Shion allunga la mano.
Riprende in mano strumenti e polveri di stelle, trasmette conoscenze e virtù.
Lo guarda, serio e coscienzioso, adoperare materiale celeste e parole misurate.
Pensa che vorrebbe guidarlo a lungo. Pensa che le sue spalle diverranno forti.
Lo vede già ammantato d’oro, chiudendo gli occhi, ed il suo cuore trova pace in un orgoglio gonfio di sicurezza. Per fortuna, per fortuna, prega Athena, per fortuna posso guardare in quegli occhi sicuri che lo trattengono alla realtà, di quella sola dolcezza che possiede il fatto di avere qualcuno accanto. Un po’ come gli occhi enormi e neri di una bambina in Cina, per cui Doko si deciderà fra poco ad intrecciare le gambe per sempre, su una roccia lontana. Per Mu Shion apre con gesti sacri un baule vecchio di tanti di quegli anni da non poterli contare, sotto uno sguardo silenzioso e carico di aspettativa. E gli tremano anche un po’ le mani affusolate e solcate dalle vene, mentre lo fa, ma sorride. Deve cercare, ma cerca poco, perché si fa trovare, ciò che cerca, e può prenderlo tra mani vecchie e spiegarlo come una bandiera.
Come lenzuola di sepolcri.
No, stavolta no.
Non ancora.
Si commuove anche, Shion. Facendogli dono di quello che ha, ammantandogli le spalle di mantelli bianchi, che per lui sono molto. Sono bandiere nel vento e negli inchini solenni, sono stralci di nuvole abbaglianti contro un cielo tanto turchese che la prima volta l’aveva meravigliato, sono il riserbo candido per l’onore di uomini che ricorda come fratelli. I nomi si confondono, mentre le lacrime minacciano di uscire, pizzicando gli occhi stanchi, e le ciglia sempre belle, verso cui il ragazzo che ora si trova di fronte da piccolo allungava dita minuscole, come se per lui fossero farfalle. Mu ha rispetto e sorride, e china il capo, per l’onore. Percepisce l’emozione del maestro e non dice nulla, come sempre, perfetto nella sola dolcezza che possiede il fatto di avere qualcuno accanto. Shion lo abbraccia, sospirando, e i ricordi sono troppi. Sorride, vinto. Già il presente è colorato e sonoro, e luminoso. Quando i ricordi pretendono di riavere luce è troppo, Athena, oh, è troppo.


Per Doko i ricordi erano meno attutiti, e meno spenti. Laggiù tra le nebbie purissime e il verde assoluto della natura nella sua perfezione, il tempo diventava un concetto astratto, ed ogni viso, luogo, sentimento era sullo stesso piano. Solo lui invecchiava, a guardia di un sigillo pieno di incubi.
Aveva visto nuovi volti, qualche volta. Li aveva conservati come tesori. Erano tutti passati.
Ma si avvicinava il tempo in cui avrebbe dovuto rimanere a vegliare più attento, più cauto, in cui i suoi passi avrebbero dovuto essere sempre più brevi. Già le sue stesse gambe cominciavano a cedere, ormai vecchie di tanti anni che nemmeno li si poteva confidare senza suscitare una bella risata. E ancora non c’era nessuna bambina dagli occhi enormi, lì, a fare risuonare belle risate. Solo la cascata, e un cosmo lontano, ancora dorato, colmo di ricordi belli e distanti.
Ah, ma gli anni scorrono come cenere ovunque, e sempre tra le dita, ingrigendo. I sentimenti si racchiudono, lasciando spazio al mondo e ai suoi cicli più grandi.
Così dall’universalità attratto, Doko viaggia con la mente e con lo spirito, soffermandosi di tanto in tanto su luoghi che i suoi occhi hanno visto, percependo il nascere di piccoli cosmi, che vede ogni tanto accendersi come torce, da lontano, sui bastioni. Sentinelle. Intuisce l’arrivo di una generazione nuova. Capisce che Shion, in terra di Grecia, sta radunando a sé bambini dall’animo puro e giovani uomini con forza nelle braccia, per risvegliare i loro universi nascosti. Li cerca. Da un bassorilievo bianco sulla parete di una cattedrale, conta sulla sua discrezione, la discrezione dei vecchi, sempre inosservati, per sorvolare con la mente quei luoghi, attento, gli occhi spalancati sul mondo come quando vide per la prima volta il cielo turchese del Mediterraneo e se ne meravigliò. Doko, solo nella sua solitudine e nel suo assoluto, un anno dopo l’altro, medita ed invecchia; e ascolta il palpito del mondo e la trasformazione nelle cose. E un giorno, costernato, si ritrova gli occhi pieni di lacrime.


“A volte ripenso al tempo trascorso, sorprendendomi di quanto sia. Ogni volta affiorano sempre più ricordi. Ma li sento sempre più distanti. Sono lontani, e ormai sfocati.”
“Lo pensi davvero?”
“Per te non è così?”
“Nella mia mente non c’è nessuna ombra. I ricordi si susseguono in ordine, assieme alle sensazioni. Qui è così facile ricordare. Quasi piacevole, nonostante la nostalgia. Ma è così amica, la nostalgia, per i vecchi, Shion: qui la mia sola compagna è la cascata immortale, che mi prega di raccontarle le mie storie. Per te è diverso.”
“Ti ricordi di me?”
“Mi ricordo di te? Certo che mi ricordo.”
“E come era, allora, Doko? Come ero, io? Gli anni scorrono tra le dita come cenere, ed ingrigiscono i colori. Anche adesso, ti sento come la prima sera in cui ti sentii da così lontano, ed anche allora le candele erano appena accese, e tu baluginavi da lontano come se fossi già un ricordo.”
“Vuoi che ti racconti com’era?”
“Sì, se c’è stato un tempo in cui noi due marciavamo fianco a fianco. Sono così vecchio, Doko, e il tempo mi scorre addosso sempre con più pesantezza. Ricordami com’ero.”
“Era l’epoca in cui l’uomo ancora non volava, eppure tu toccavi le stelle.”
“Era così.”
“Eri forte e giovane, allora, il più elegante, fra di noi. Passavi emanando autorità, alto com’eri, solenne. Una nave fra cortei di mantelli bianchi.”
A questo punto, era solo silenzio.
“Ma forse ero io che ti vedevo così. Non ero più alto di un soprammobile cinese.”
Doko non poté sentire la risata.
La intuì nelle ossa, come un impercettibile vibrare, e sorrise di rimando.
Provò nostalgia.

I sentimenti si dischiusero di colpo, come la corolla di un fiore sotto il primo sole.
Erano i mille petali bianchi delle ninfee sulla superficie della cascata, e Doko le vide stendere mille dita come per consolarlo, disperate, per raccogliere le lacrime a cui non arrivavano. Laggiù tra le nebbie purissime e il verde assoluto della natura nella sua perfezione, il tempo diventava un concetto astratto, e così i sentimenti, perfetti nella loro immutabilità, ignorando il mondo, persi nei suoi cicli infiniti. Così Doko accolse con sofferenza l’incrinatura crudele in quel ritmo perfetto, provando per la prima volta, da quand’era lì, vero dolore.


    
    Shion.
    Shion, amico mio, cosa è accaduto?


I fiori erano di sangue.

    
Perché non sento più il tuo cosmo, da lontano…?

Il sangue sapeva di tradimento.

    
…come accendersi di torce?

Assisteva ad una rivolta senza precedenti. Il Pontefice era stato assassinato da un Santo.
Muto, seduto sulla sua cascata, venne inondato dal corso della storia che accelerava, lontano da lui, che prendeva pieghe insospettate, che si ribellava ad ogni regola. Il sigillo, dietro di sé, sembrava vibrasse. Qualcosa turbava la quiete di quel luogo. Qualcosa l’avrebbe turbata per decenni. Si alzò, faticosamente. Mettere i passi uno di fronte all’altro era faticoso, constatò amaramente, quando le membra vecchie di secoli avevano dimenticato come si camminava e le lacrime offuscavano gli occhi.
È difficile, quando soffri. Oh, com’è difficile. Trattenere al di fuori i cicli del mondo, il sorgere e il tramontare, il vivere e il morire. Lo scorrere del tempo.
Sollevare le braccia lo è altrettanto – minuscole, rachitiche braccia, rattrappite dal tempo, come soffrì, per una volta assalito dai ricordi con più intensità del solito – e deve anche cercare, ma cerca poco, perché si fa trovare, ciò che cerca, e può prenderlo tra mani vecchie e spiegarlo come una bandiera.
Non smise di piangere, guardando la stoffa bianca gonfiarsi nel vento, tra gli spruzzi, come la vela di una nave. Pensò a Shion, e pensò ad un veliero imponente, una nave fra cortei di mantelli bianchi.
Zai Jian, amico mio.”
Lo guardò fluttuare nell’aria, elegante, librandosi nel vento.
Come lenzuola di sepolcri.
Come sudari.
Sì.
Proprio così.


 
Autore:Milo di Scorpio
Genere:Drammatico, Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali:Gemini Saga, Sagitter Aioros
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito: Saga torna dall'Oltretomba e scala il Santuario con gli altri Gold Saint resuscitati da Hades. E' un uomo nuovo, consapevole. E mentre è pronto, pur nel dolore, a ricominciare come Santo, il passato ritorna. Non a tormentarlo, ma a dargli forza. Con molti bagliori dorati.
Disclaimer: I personaggi sono di Masami Kurumada, il contesto in cui si muovono anche. Anche i rapporti sono quelli originali, lo giuro. Il resto è di Necchan. Di mio c'è l'amore *C*
Cose: Regalo di compleanno per il mio Camus. Con tutto il mio amore.La fanfiction è ispirata ad una doujinshi della splendida Necchan, di cui vi incoraggio ad andare a vedere TUTTO. La doujinshi la trovate QUI. *C*

Dapprima fu un bagliore che illuminò la Casa, poi la luce sembrò allagare il mondo intero.
La deflagrazione che seguì le Athena Exclamation poste l’una contro l’altra non risparmiò nulla, nemmeno le ultime speranze di chi non aveva più niente da perdere.
Le colonne si spezzarono, collassando su loro stesse. Il grande timpano esterno tremò, poi cadde di lato sui marmi delle scale, come un gigante che precipita sulle ginocchia.
“Il soffitto sta crollando!”
Saga percepì l’avvertimento di Shura marginalmente, ma non indietreggiò mai, conscio dei compagni ai fianchi e dei tre guerrieri dorati e feroci che a loro si contrapponevano.
In mezzo alle lacrime di sangue che la sua anima piangeva, provò nostalgia.
Un unico istante infinito di luce e silenzio. Le statue all’esterno persero la testa e franarono, ma nessuno le vide.
Poi il timpano si portò dietro colonne e marmi, tutto il Sesto Tempio crollò nel fragore seppellendo gli sfidanti.

Nel calore della notte gli spettri avevano corso come in un sogno. Saga era tornato, con gli altri paladini defunti, ma sapeva che avrebbe potuto tornare anche lui soltanto, per il peccato che doveva espiare.
Saga era tornato ed era tornato integro.
Per anni, nella sua infanzia, era stato divinità. La gente di Atene e di Colono al suo passaggio si era aperta come il mare davanti ad un profeta e aveva toccato la sua veste e sorriso pregando di avere in cambio un sorriso, gli aveva porto collane di ossi di pesca. Poi l’ombra era calata, come una daga tagliente su una culla, ed era stato dannato per tredici anni, crocefisso.
Angelo sul viso e demone nel cuore, gli aveva detto qualcuno che lo conosceva bene, meglio di chiunque altro.
Nel calore della notte, adesso che correva come in sogno, Saga era tornato senza essere divinità e senza essere demone. Era tornato uomo, integro del bene e del male, nella compenetrazione dei toni di luce e di ombra di ogni creatura. Un intero, quando era stato due metà: volere di Athena che lo costringeva, da quel nuovo essere integro, a contemplare senza riserve il proprio vissuto.
Sia fatta la tua volontà. Non la mia. Nel calore della notte gli spettri salgono le scale e per loro è come camminare in un sogno, è vero. Nessuno di noi ha parlato, nel giardino, tra i petali. Nessuno ha parlato, nemmeno Shura che poteva. Virgo, dorato e santo, è come se ci avesse suggerito di proseguire, mentre lui andava sotto gli alberi a pregare. E’ come se. Invece è morto.
Dei sei Specter che vennero, quelli che ebbero armature dorate, hanno proseguito in tre.
Un quarto è rimasto alla Prima Casa, affilando occhi e sorriso, per affrontare una nemesi.
Due si sono perduti.
Saga aveva dato gli ordini, primo tra i tre rimasti, senza parlare. Li aveva dati con il corpo, con i gesti ampi e misurati di chi è stato cavaliere e poi Pontefice e poi, ancora, guerriero.
Insieme agli altri aveva corso e per lui era stato come correre in un sogno, con Hades alle spalle e Athena davanti. Si era chiesto perché la chiamassero Guerra Santa quella che mette fratelli contro fratelli, compagni contro compagni, amanti contro amanti; si era chiesto cosa ci fosse di sacro. E aveva zittito il proprio pensiero perché tra tutti coloro che avrebbero potuto domandare, lui era quello che meno ne aveva diritto.
Aveva corso sulle scale per espiare il suo peccato. Un peccato molto grande che prevedeva una pena immensa, in grado di far stillare all’anima lacrime di sangue.
La sua pena era quella di salire tredici piani di scale marmoree e prendere la testa di Athena.
Allontana da me questo calice aveva pregato. Ma sia fatta la tua volontà, Athena, non la mia.
Dov’era adesso? La mente lucida, sentì il pavimento gelido sotto di sé, le macerie del tempio sopra. Non sapeva se la surplice l’avesse protetto o se invece fosse morto e attendesse adesso il responso di Hades una seconda volta.
Cercò di muovere una mano, ma non accadde nulla.
Si concentrò di più e avvertì il proprio respiro basso, un rantolo appena percettibile nella gola liscia e asciutta, come se qualcuno l’avesse cosparsa di polvere e sabbia finissima. Deglutire era impensabile, sebbene si implorasse di farlo e gli sembrasse di avere le labbra trafitte da mille aghi. Ma era niente paragonato al dolore del proprio cuore trafitto.
Lo immaginava come un giardino, piccolo e raccolto, il suo cuore. Un uliveto appena fuori le mura di una città petrosa, un giardino dove nessuno parla, nessuno dorme. Un giardino dove si va a pregare, sacro alle Eumenidi, divinità di vendetta. Un giardino di dolore.
Shaka, dorato e santo, era come se avesse loro suggerito di proseguire mentre lui andava sotto gli alberi a pregare, nei petali. Un giardino così.
Dove ogni petalo che cadeva a terra produceva un suono ovattato e sinistro, come un lontano tamburo di morte.
Sentì il fremito di una risata amara salirgli alle labbra. Seppe di ridere, sommesso, sotto quelle macerie, ma non si udì. Rideva aspro perché il tamburo lontano era quello del proprio cuore.
Era ancora vivo, Saga dei Gemelli, assassino, traditore e usurpatore, Saint senza orgoglio né onore. Si girò tra le labbra, sulla lingua inaridita quelle parole mute: non se ne risparmiò nemmeno una.
Era ancora vivo, quando avrebbe dovuto rimanere schiacciato dalla Sesta Casa che aveva giudicato. Inflessibile, il Tempio di Shaka.
Invece viveva, nel suo utero di macerie e pietre, raccolto come un bambino. Qualcosa l’aveva protetto e non la surplice ostile.
Un miracolo, non v’era dubbio. E di nuovo si chiese perché, qualunque cosa fosse, anche Athena stessa, perché proteggesse lui il traditore, l’usurpatore, l’assassino?
Lo sentiva adesso quel potere ampio dal sapore antico che lo avvolgeva, tra le macerie.
Lo cercò appena, dentro di sé, con il respiro roco e basso che a malapena si staccava dai polmoni. Non era Athena, lo sentiva il Cosmo della dea al Tredicesimo Tempio, ampio e caldo, non si era spostata.
Il potere nuovo, invece, lo sentiva sulla pelle come il tocco amico di una mano. Gli faceva pensare a cose antiche e nostalgiche: tuniche bianche e senza macchia, sandali che si annodavano al polpaccio, il profumo del vino che si mesceva con l’acqua. All’arena terrosa, agli allenamenti mattutini e a notti intime di fanciullezza quando scoppiavano i temporali e si dormiva spalla a spalla tra le lenzuola pulite. Si sentì tremare, un singulto, e non poté fare nulla per impedirselo, le labbra dischiuse, le ciocche spettinate sugli occhi spalancati nel buio.
Lo sentiva, quel potere, come mani calde che salutano affettuose.
Non ebbe il coraggio di girare la testa.
Lo sentiva, quel potere, e lo dilaniava dentro con le sue lacrime di sangue, potesse raccogliersi in preghiera in un giardino di dolore, sul monte degli ulivi, dietro alla città vecchia e petrosa dove i serpenti inducono in tentazione. Nessuno dorme, in quel giardino, gli occhi spalancati nel buio.
Lo sentiva sulla pelle come il tocco amico di una mano, tangibile. Un miracolo, non v’era dubbio.
Prese coraggio Saga Gold Saint di Gemini e guardò oltre la propria spalla.
E qualunque suo pensiero venne annichilito.

Nel tempo in cui aveva avuto il potere e lo aveva amministrato per tredici anni compiendo l’orrore senza darvi peso, insieme al dominio aveva desiderato al Tempio un’armatura inafferrabile, dalla forma di un angelo. Si era svegliato nella tenebra della notte con il fiato corto, talvolta, ansimando, un braccio spinto davanti a sé, gli occhi assonnati ancora pieni di un bagliore d’oro.
L’aveva cercata fino al giorno della propria morte e, chissà come, era sempre riuscita a sfuggirgli.
Il desiderio aveva allargato in lui il baratro della follia, lui che era già due, assiso sul soglio pontificio a maledire gli angeli e la Giustizia.
Era colpa di Aioros, che non aveva capito, si era detto. Molte volte, prima che scomparisse con la sua armatura alata, lo aveva guardato negli occhi, nelle notti temporalesche o in un giardino appena fuori le mura petrose, come in attesa che lui dicesse qualcosa e lo strappasse dalle ombre.
Un piccolo uliveto fuori dalla città vecchia, il monte degli ulivi.
Il giardino sacro delle Eumenidi, verde e azzurro, il giardino di Aioros che aveva offerto la vita.
Il giardino del peccato. Dove bisognava sedersi e pregare.
Dì soltanto una parola e io sarò salvato.
Quante volte avrebbe voluto tenere nelle proprie le mani di Aioros, la luce? Invece non aveva potuto e nelle mani aveva tenuto le proprie. In grembo, quando nelle stanze del Sacerdote non c’era nessuno più, a tarda notte, o quando si recava solo nelle stanze termali, nell’acqua tiepida: allora si toglieva la maschera e specchiava il volto pensoso, con le mani in grembo e le univa, i palmi aperti e le dita tese, a dare loro la forma di un angelo. A ricordare com’era fatta quell’armatura.
Com’era fatto l’uomo che l’aveva portata e che lui aveva fatto uccidere.
Allora irrigidiva le dita e riempiva quell’immagine di parole d’amore e anatemi che gelavano il sangue.

Non aveva macerie a pesargli sulle spalle e ciò che l’aveva protetto non era la surplice.
Quello che l’aveva protetto era un gold cloth amato, desiderato, bramato che aveva cercato per tredici anni quando era stato Pontefice.
Gli tremarono le labbra.
Saga aveva il pavimento di marmo freddo, sotto di sé e su quello non aveva più dubbi. E sopra di lui non c’erano macerie, ma un corpo giovane e forte, laminato d’oro, i muscoli tesi nella tensione. Saga aprì gli occhi così tanto da sentirli dolere, eppure non si capacitava di quello che vedeva.
Shaka, che era andato sotto agli alberi a pregare ed era morto, aveva tolto la vista anche lui, alla fine, lasciandolo alle sue visioni? Non poteva essere altrimenti. Quel corpo familiare che lo sovrastava e che aveva ossessionato le sue notti, nel bene e nel male, sopportava la torsione allungato su di lui a sostenere quelle macerie che avrebbero dovuto schiacciarlo.
Sentiva – metallo contro metallo – le ginocchia dell’altro ai lati delle proprie, a puntellare la sua figura, gli avambracci d’oro sfolgorante, pur nella tenebra. Come aveva fatto a non vederli prima?
E le ali, sulle spalle, inconfondibili.
Grandi ali d’oro, protettive, a sorreggere il peso di tutta la Sesta Casa.
“AIOROS!”
Non poteva parlare Saga, che nessuno parla nel giardino, eppure la sua voce sembrò giungere forte e chiara. La nuca china di riccioli perfetti, si sollevò senza il minimo sforzo, sotto tutta quella pietra. Il volto di Aioros era il volto che Saga ricordava e ancora Gemini si sentì morire dentro.
“Sei davvero tu, Aioros?”
Aioros appoggiò gli occhi verdi in quelli di Saga e Saga seppe di averli ricordati con odio feroce, quegli occhi, nei giorni del suo pontificato, con amore straziante nelle notti del governo, quando i confini tra se stesso e se stesso diminuivano.
Aioros sorrise. Senz’ombra di fatica nel sorreggere tutto il Sesto Tempio. Sorrise e la Tenebra, dolce antica Tenebra, sfumò nella luce.
Sorrise anche Saga senza poterselo impedire. La luce è contagiosa.
E prima ancora di accorgersene, Saga pianse.
Emise un singulto terrorizzato e pesante al proprio pianto, guardò Aioros con colpa, il luminoso Aioros.
Sagitter non lo rimproverò. Allargò il sorriso, anzi, a dischiudere il cuore di Saga.
Non c’era al mondo niente più pesante del timpano della Settima Casa, se non colpa che Gemini sentiva gravare sulle proprie spalle, eppure Aioros sorreggeva entrambi con il suo sorriso e le sue ali.
“Non credevo che ti avrei rivisto più” Saga ingoiò un singhiozzo salato e parlò in fretta, a nascondere le lacrime “E invece adesso che sono qui per prendere la sua testa, compari davanti a me per proteggermi.”
Nelle vicinanze di Atene, della città. Un boschetto sacro delle Eumenidi, con ulivi, viti, allori e una pietra al di fuori del bosco sacro.
Le dee tremende, le figlie della terra e della Tenebra. Dolci figlie dell’antica Tenebra.
Ma quando ci si recava con lui le tenebre si dissolvevano, come sciolte nella luce, perdevano loro stesse. Aioros con un’armatura a forma di angelo, Aioros che non capiva.
Saga lo affiancava fremente in quei giorni sottili di ricordo. Spalla a spalla, tra un allenamento e l’altro, procedevano nel sole, nel bosco sacro delle figlie della terra e della Tenebra.
Kanon era da qualche parte, sfuggente da un po' di tempo, e il piccolo Aioria probabilmente era con lui o lo stava cercando ridendo il suo nome o quello dei loro fratelli.
Saga invece procedeva nel sole con Aioros, che non capiva. Saga fremeva perché bastava essere con lui, che scioglieva le tenebre nella propria luce, sedersi sull’erba sotto l’ulivo verde e azzurro, senza osare toccarlo se non come fa un compagno d’arme, trafiggendosi nell’amore.
Aioros non capiva. Gli sorrideva, caldo, ma il suo sguardo era su Athena e non su di lui. Non si accorgeva che Saga avrebbe voluto dare alle sue mani la forma di angeli, né dell’ombra che serpeggiava nell’animo del compagno.
E gli sarebbe bastata una sua sola parola per essere salvato.
O Atene, tra tutte le città la più gloriosa, che appartieni alla grandissima Athena.
Aioros gli sorrideva, compagno a compagno. Gli toccava le spalle, sereno, fratello a fratello.
Saga abbassava lo sguardo, che gli bastava essere con lui sotto l’ulivo verde e azzurro, ma voleva prendere le mani di Aioros nelle proprie e dare loro la forma di angeli, amante ad amante.
Aioros non aveva capito mai, sempre bellissimo con il suo sguardo rivolto verso Athena, e aveva continuato ad andare nel bosco sacro alle Eumenidi, figlie della terra e della Tenebra, insieme a Saga che alla tenebra regalava giorno dopo giorno un chicco del suo animo verde e azzurro.
E sarebbe bastato dire soltanto una parola perché fosse salvato.

Un nuovo singulto, davanti al volto sereno di un Santo: “Mi dispiace…! Aioros, sono così disperato per quello che ti ho fatto io… tutto quello che ho fatto… e adesso che sono venuto per prendere la sua testa, com’è possibile che tu…”
“Saga”.
Saga tacque col il respiro schiacciato in gola, lo sentiva raschiare. Com’era possibile che lui…
“Saga”. La sua voce. Era come la ricordava? La sua mente nei tredici anni trascorsi non l’aveva deformata? Non si era appannata, quella voce, nella morte di entrambi? “Non parlare, Nobile Saga”.
Non si parla nel giardino. Saga tacque.
“Ascolta”.
Saga ascoltò. Le proprie lacrime irrefrenabili, di sangue sulla sua anima, di sale sul suo viso; e le parole di Aioros.
“Tutto ti è stato perdonato e i tuoi peccati sono redenti dalla dea bambina, da Athena divina. Non aggiungere altro, mio Nobile Saga. Come allora, sono al tuo fianco. Come nelle notti piovose, sono al tuo fianco. Come negli anni che ci hanno visto allievi e pretendenti alle armature d’oro, mio Saga, sono ancora al tuo fianco”.
Aioros premette i palmi sul marmo e fece pressione, come per alzarsi. Saga lo trattenne, con forza, per il polso. Nonostante le parole di Sagitter, si sentì blasfemo a chiudere la sua mano inguantata nel metallo di Hades sull’oro della cloth. La ritirò con un sibilo.
“Aioros…”
“Non parlare”.
Non si parla nel giardino.
“Non aggiungere altro, mio Saga. Verrà il momento in cui saremo riuniti, ma prima…”
“Aioros…”
“…devi compiere…”
“Mi dispiace…”
“…la tua missione.”
“Per quello che ho fatto”.
“In piedi, Cavaliere. Solo questo ricorda, adesso, mio Saga”.
“Aioros, aspetta… se adesso resti con me, io… resta e io…”
“Non ancora” Aioros dischiuse le labbra e la luce del suo sorriso offuscò la vista di Saga, i contorni dell’armatura d’oro. Gemini sentì un crescente senso d’allarme, la forza fredda dell’adrenalina contrarre ancora i suoi muscoli.
“Aioros, aspetta!”
Mosse una mano verso Aioros, ancora, quando si accorse che adesso Sagitter  si alzava da lui e dal marmo gelido, allungò il braccio non nel gesto potente di un guerriero, ma in quello di un uomo.
Non lo raggiunse, Aioros che lo guardava, il sorriso luminoso e gli occhi verdi come li ricordava.
Non lo raggiunse.
“AIOROS!”
Con tutte le forze concesse al suo corpo affaticato, Saga spinse il braccio verso l’alto.

Con tutte le forze concesse al suo corpo affaticato, Saga spinse il braccio verso l’alto.
Non raggiunse Aioros.
Raggiunse le macerie, sopra al proprio corpo, quelle pesanti e gelide del Settimo Tempio che non lo avevano schiacciato, ma era come se fossero state appoggiate su di lui, delicatamente.
Spinse il braccio contro la pietra, nell’impeto dell’inseguimento di Aioros, e la sua mano si insinuò tra le rovine, uscendo al cielo di Atene.
Milo si girò, all’erta, quando sentì il Cosmo di Gemini vibrare intensamente alle sue spalle. Spalancò gli occhi, quando vide la sua mano aperta, le dita tese verso il cielo.
“Ancora vivo!” mormorò.