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Radio Sanctuary - Gold Insanity
LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 

Autore:Camusdi Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali: GeminiKanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
G
Avvertimenti:
-
In proposito:
Eidelon come immagine, come riflesso in uno specchio. Due coppie difratelli, l'una davanti all'altra. Nella loro diversità liscopriamoperfettamente speculari, da togliere il fiato. Aioros e Aioria da unaparte, Saga e Kanon dall'altra, durante la stessa notte, nello stessoambiente, nella stessa situazione. E due capitoli: ve li proponiamoinsieme - in un unica volta - perchè sono inscindibili l'unodall'altro, come i loro protagonisti.
Disclaimer: Kurumada voleva questo, losappiamo.
Cose:
un omaggio all'amore fraterno.
CAPITOLO: 2di 2


Eidelon
Ti ho creato nella gioia e nel pianto:
tanti sono i fatti, tanti gli eventi
che sei diventato tutto sentimento, per me.
[C. KAVAFIS, Sullo stesso luogo]


Sbadigliò e si appoggiò al tavolo con aria annoiata. La fiamma della lampada, sul tavolo davanti a lui, venne scossa dal suo respiro e tornò calma. Allora Kanon avvicinò il viso, curioso, nonostante la spossatezza, allungò il collo bianco – serici fili, sottili, danzavano giù dalle sue spalle – e guardò la fiamma dentro il capannello di vetro, con enorme interesse.
Saga, seduto sul bordo della branda, senza battere il ciglio lo osservava inclinare il capo, intento com’era nella sua contemplazione, e poi tornò a slacciarsi i calzari: era stata una giornata lunga che lo aveva visto impegnarsi nel proprio allenamento, separato, come di rigore, da quello del fratello gemello.
Cavaliere d’Oro dei Gemelli, gli avevano detto. Cavaliere d’Oro dei Gemelli, tu o tuo fratello, saranno le stelle a decidere. Castore e Polluce, Diòscuri signori della guerra, stabiliranno a chi conferire l’armatura che fa esplodere le galassie. Vi sceglieranno le stelle.
Saga era orgoglioso e grato dell’onore concesso e ogni giorno chiedeva il massimo al proprio corpo e al proprio spirito. E ogni sera, dopo gli estenuanti soli roventi e piogge battenti sulle loro fatiche individuali, si allenava di nuovo con il fratello gemello, giocando con le stelle, le stelle che vegliavano il Santuario.
Kanon s’inumidì le dita, pensieroso, e fece per spegnere la fiamma pizzicando il cordoncino di stoppa. La fiamma tremò, alla vicinanza dei suoi polpastrelli, poi sgusciò via, indignata dalla tracotanza del ragazzino.
“Kanon” lo rimproverò gentilmente il fratello. Stava sistemando gli abiti sulla sedia di legno appoggiata al muro e i maneggi dell’altro sull’unica fonte di luce non gli permettevano di vedere bene.
Saga non aveva bisogno di parlare troppo per redarguire: bastava che lo chiamasse perché l’attenzione del fratello gemello fosse completamente catalizzata, sia che i suoi occhi si rivolgessero a lui sia che rimanessero fissi sull’oggetto davanti a sé. Kanon si rilassò all’indietro con un sospiro, per niente composto, ma lontano dal fuoco, e si appoggiò allo schienale.
Sbatté le palpebre. Sbadigliò ancora. E si appoggiò coi gomiti.
La notte era calata da tempo e le stelle erano luminose. Le avevano guardate fino ad un attimo prima, riconoscendo le costellazioni più nitide, poi erano rientrati.
Era, la loro, una casa piccola e modesta, con le pareti di pietra nuda e di due stanze. Una con un tavolo e un paio di sedie, qualche conchiglia che Kanon raccoglieva sul mare, e fiori secchi, rimasugli dalle corone che intrecciava ridendo fra i capelli di Saga, e una cassapanca con i motivi artigianali di Atene, contenete gli abiti e gli accessori necessari all’addestramento.
L’altra stanza, più piccola, vedeva due brande al centro della stanza, unite insieme. Le lenzuola erano pulite, anche se ruvide. In un angolo, il necessario togliersi di dosso la polvere e la fatica della giornata.
Era tutto quello che offriva il Santuario di Atene ai suoi allievi, che dovevano formarsi nel rigore fisico e morale per essere in grado di affrontare le prove dure che la dea metteva sulla strada di un suo Sacro Guerriero. Una volta ricevuta l’investitura, Saga o Kanon avrebbe avuto la possibilità di ascendere agli alloggi dei Dodici Templi, nel nucleo del Santuario, ma adesso era in quella casa spoglia eppure così intima che conducevano le loro esistenze.
A compensare la rigidità c’era la bellezza della campagna di Atene, con i suoi rumori ovattati dal caldo, l’odore del mare che saliva dalla costa e colli e stelle a perdita d’occhio sino a toccare lo Star Hill.
Né Saga né Kanon si erano mai lamentati, finché erano l’uno con l’altro.
“Hai sonno?” il maggiore dei gemelli, finalmente libero dai paramenti, raggiunse il minore. Appoggiò i palmi delle mani forti - per quanto fossero quelle di un ragazzo così giovane – sulla tavola a fianco del ragazzo, e si chinò ravviandosi i capelli. Gli sorrise, nonostante la stanchezza, e riuscì ad ottenere un sorriso anche dalle labbra dell’altro, identiche e diverse.
L’affetto che lo legava a Kanon era inesprimibile e indistricabile nel groviglio dei sentimenti che provava per il fratello: uno e solo, eppure distinti, due perle di rugiada nate dalla stessa goccia di pioggia.
Saga aveva passato la sua vita conoscendo a memoria i suoi pensieri, persino quando i suoi occhi si facevano più sottili, dal blu più profondo, e s’inabissava dove la natura lo rendeva sé stesso, grande e distante. Gli piaceva pensare, però, che Kanon fosse un germoglio nato da poco che aveva bisogno di cure e di luce, di rettitudine e guida.
Il ragazzino sbadigliò di nuovo, senza curarsi di schermare la bocca. “No”.
Uno scappellotto leggero sulla nuca, reso dolce dal tono armonioso con lui lo rimbrottò: “La mano davanti alla bocca”.
“Mh. No, non ho sonno, Saga”.
“A me pare di si”.
“No… Non è vero. Cos’è, tu vuoi la favola della buonanotte?” non trattenne uno sbadiglio, che gli deformò la faccia in una smorfia così divertente che gli venne da ridere, poi si alzò in piedi un poco più sveglio, e cinse per scherzo la vita del gemello con le mani, lo sguardo brillante.
Saga sorrise, più pacato, e gli riavviò i capelli folti con le dita.
“Sono grande, ormai. E anche tu. Vai a lavarti”.
Kanon sbuffò, ma perlopiù per questioni sceniche. Cedette presto e si lavò, assieme al fratello, come tutte le sere, con l’attenzione nello sguardo che lampeggiava dal suo al proprio riflesso su quel minuscolo rettangolo che era lo specchio sopra il lavabo.
Mentre Kanon si lavava i denti, producendo con lo spazzolino una schiuma fresca di arancia, Saga si spogliava dei vestiti, lentamente, in un rituale silenzioso, e si rivestiva per la notte, cotone pulito e fresco. Tutte le sere, andava avanti così.
Era con il languore della sera che i gesti di Kanon acquisivano man mano sempre più dolcezza, sino a farsi sempre più affettuoso. Aspettava sempre a letto, Saga, che il gemello lo raggiungesse per l’abbraccio con cui intrecciavano le dita in maniera talmente naturale da sembrare miracolosa.
“Pensi che sarà una bella giornata, domani, fratello? Il caldo non accenna a diminuire.”
Il futuro Cavaliere d’Oro di Gemini scostò le lenzuola, per tutta risposta, e Kanon rispose immediatamente all’invito, con quella sua prontezza così caratteristica nei suoi movimenti. Come se non fosse mai stanco.

Kanon riaprì gli occhi nella penombra. Saga aveva aspettato che si addormentasse, prima di spegnere la lampada nella stanzetta da letto, e l’unica fiamma che ardeva era quella piccola e vibrante sul tavolo, che inondava d’ombre dense la casa di pietra.
Kanon non aveva paura di niente, eppure provava un caldo senso di appagamento contro il corpo caldo del fratello maggiore, Saga, che già chiamavano “dio”, bello e potente. Come lui. Non aveva paura delle ombre, mai avuta. Che suo fratello ancora non gli aveva voltato le spalle sotto la litania del mare oscuro. Non aveva paura delle ombre, ma quelle dense negli angoli sembravano minacciare qualcosa di sibillino e avrebbe preferito non vederle se fosse stato solo. Ma non era solo, era con Saga.
“Saga?”
Squillante, chiamò nel silenzio della notte ateniese.
Il giovane aprì gli occhi in quelli del gemello: iridi blu spalancate in iridi blu. Fece scivolare una mano al di fuori delle lenzuola per accarezzare il braccio tiepido del fratello.
“Che cosa c’è?”
“Niente. Volevo vedere se rispondevi”.
Saga increspò le labbra in un sorriso. “E perché non avrei dovuto?”
Kanon sporse il labbro inferiore. Fece spallucce. “Così”.
Il fratello si puntellò sul gomito, per guardarlo meglio, ma Kanon si raggomitolò meglio contro di lui, senza una parola. Era bello, con Saga. Solo con Saga. Perché erano due metà.
“Sai che non c’è bisogno di chiamarmi.”
“Lo so.”
C’erano momenti, invece, in cui Saga era lontano, e Kanon non sapeva come chiamarlo. C’erano momenti in cui i suoi sentimenti gli sfuggivano, fluttuanti, vibranti come solo i sentimenti di Saga sapevano essere, intessendosi a capelli bruni ed occhi verdi che non erano i suoi; lo stinse meglio, lo sguardo corrucciato, sentendo acuto e doloroso il morso della gelosia.
Il fratello gli sorrise, senza comprendere – o senza darne mostra. “Conosci il mio Cosmo, Kanon. Ovunque sarò, ti sentirò.”
“Ma non saremo mai troppo lontani” lo interruppe Kanon, aprendo finestre di mare sconfinato negli occhi, e Saga non seppe spiegare il brivido che lo aveva attraversato. “Perché siamo due metà della stessa cosa.”
Kanon pensava, in quel momento, agli allenamenti che Saga teneva solo, nelle piane deserte, oppure con Aioros, lontano dal fratello, o ancora a qualche missione lontana dalla terra di Grecia che avrebbero potuto affidargli. E temeva, e non temeva. “Me l’hai detto tu. Non è vero, Saga?”
Non immaginava che, negli anni a venire, molte volte Saga avrebbe spalancato il Cosmo senza desiderare di chiamarlo a sé e lui, al suo turno di chiamarlo, avrebbe visto solo le sue spalle allontanarsi.
Saga sorrise dolcemente, ignaro allo stesso modo.
“Sì. Noi siamo…”
“Noi siamo uno e solo, Saga. Siamo due metà indivisibili.”
E allora rise, elettrizzato. Si aggrappò con le braccia al collo del fratello maggiore e appoggiò morbidamente le labbra sulle sue, come ogni sera faceva, per augurargli la buonanotte. Uno e solo con Saga, abbracciato a lui, a mescolare i propri respiri.
Saga accolse il gesto d’amore chiudendo gli occhi, senza sorprendersi. Poco dopo, il fratello gemello respirava lentamente con le dita e le braccia aggrappate alle sue, sprofondato nel sonno.
Uno e Solo, non lo abbracciò: erano le due metà che trovavano la loro conclusione solo nella simmetria. Intrecciarono i loro corpi per completarsi. La fiamma della lampada, sul tavolo nell’altra stanza, venne scossa un alito di vento e tornò calma.
Si spense dopo che anche Saga ebbe chiuso gli occhi, abbandonandosi a sonni profondi.


 

Autore:Camusdi Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali: GeminiKanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
G
Avvertimenti:
-
In proposito:
Eidelon come immagine, come riflesso in uno specchio. Due coppie difratelli, l'una davanti all'altra. Nella loro diversità liscopriamoperfettamente speculari, da togliere il fiato. Aioros e Aioria da unaparte, Saga e Kanon dall'altra, durante la stessa notte, nello stessoambiente, nella stessa situazione. E due capitoli: ve li proponiamoinsieme - in un unica volta - perchè sono inscindibili l'unodall'altro, come i loro protagonisti.
Disclaimer: Kurumada voleva questo, losappiamo.
Cose:
un omaggio all'amore fraterno.
CAPITOLO: 1di 2


Eidelon
Ti ho creato nella gioia e nel pianto:
tanti sono i fatti, tanti gli eventi
che sei diventato tutto sentimento, per me.
[C. KAVAFIS, Sullo stesso luogo]


Sbadigliò e si strofinò gli occhi con le mani. La fiamma della lampada, sul tavolo davanti a lui, venne scossa dal suo respiro e tornò calma. Allora Aioria si alzò sulla sedia, puntellandosi sulle ginocchia, si spalmò per metà sul tavolo e guardò la fiamma dentro il capannello di vetro, con enorme interesse.
Aioros, seduto sul bordo della branda, si sporse a controllare che il fratellino non si bruciasse la faccia, intento com’era nella sua contemplazione, poi tornò a slacciarsi i calzari: era stata una giornata lunga che lo aveva visto impegnarsi nel proprio allenamento e nell’accurato addestramento del fratello minore.
Cavaliere d’Oro del Sagittario, gli avevano detto. Sarai Cavaliere d’Oro del Sagittario, le stelle ti hanno scelto. E tuo fratello, il tuo piccolo Aioria, lo sarà del Leone. Vi hanno scelto le stelle.
Aioros era orgoglioso e grato dell’onore concesso e ogni giorno chiedeva il massimo al proprio corpo e al proprio spirito. E chiedeva il più possibile al piccolo affidatogli prima dal destino – che li aveva privati della famiglia – poi dal Santuario.
Aioria  piantò le manine ai lati della lampada e, con cautela, soffiò dentro. La fiamma danzò, solleticata, poi si mosse rabbiosa, per l’oltraggio del soffio più forte del bambino.
“Aioria” lo rimproverò gentilmente il fratello. Stava sistemando gli abiti sulla sedia di legno appoggiata al muro e aveva visto le ciocche ribelli del bambino pericolosamente vicine alla fiamma.
Aioros non aveva bisogno di parlare troppo per redarguire: bastava che lo chiamasse perché il piccolo gli dedicasse la più competa attenzione. Aioria si sedette composto, lasciando in pace il fuoco, e si appoggiò allo schienale.
Sbatté le palpebre. Sbadigliò ancora. E si sfregò gli occhi.
La notte era calata da tempo e le stelle erano luminose. Le avevano guardate fino ad un attimo prima, riconoscendo le costellazioni più nitide, poi erano rientrati.
Era, la loro, una casa piccola e modesta, con le pareti di pietra nuda e di due stanze. Una con un tavolo e un paio di sedie, qualche sasso che Aioria aveva voluto conservare a tutti i costi, perché gli ricordavano animali fantastici con le loro forme strane, e una cassapanca con i motivi artigianali di Atene, contenete gli abiti e gli accessori necessari all’addestramento.
L’altra stanza, più piccola, vedeva due brande appoggiate al muro, unite insieme. Le lenzuola erano grezze, ma pulite. In un angolo, il necessario togliersi di dosso la polvere e la fatica della giornata.
Era tutto quello che offriva il Santuario di Atene ai suoi allievi, che dovevano formarsi nel rigore fisico e morale per essere in grado di affrontare le prove dure che la dea metteva sulla strada di un suo Sacro Guerriero. Una volta ricevuta l’investitura, Aioria ed Aioros avrebbero avuto la possibilità di ascendere agli alloggi dei Dodici Templi, nel nucleo del Santuario, ma adesso era in quella casa spoglia eppure così intima che conducevano le loro esistenze.
A compensare la rigidità c’era la bellezza della campagna di Atene, con le sue stelle e i suoi grilli, l’odore del mare che saliva dalla costa e degli ulivi arrampicati fino allo Star Hill.
Né Aioros né Aioria si erano mai sentiti in diritto di lamentarsi di quello che avevano.
“Hai sonno?” il fratello maggiore, finalmente libero dai paramenti, raggiunse il più piccolo. Appoggiò i palmi delle mani forti - per quanto fossero quelle di un ragazzo così giovane – sulla tavola ai lati del bambino, e si chinò protettivo su di lui. Gli smosse i riccioli con le labbra, poi lo baciò sulla nuca, fraterno.
L’affetto che lo legava ad Aioria era così potente che era come se il piccolo fosse una parte di sé: il suo cuore, forse, o il suo stesso spirito.
Aioros era troppo giovane per farsi un’idea a tutto tondo dell’amore che provava per il bambino, l’amore orgoglioso di un padre che desidera che il figlio cresca forte e senza paure. Gli piaceva pensare, però, che Aioria fosse un germoglio nato da poco che aveva bisogno di cure e di luce, di rettitudine e guida.
Il ragazzino si strofinò gli occhi. “No”.
Aioros gli tolse le mani impolverate dagli occhi, pazientemente. “Così ti farai male”.
“Mh. No, non ho sonno, Aioros”.
“A me pare di si”.
“No… Non è vero. Voglio una storia. Me la racconti?” non trattenne uno sbadiglio, che gli deformò la faccia in una smorfia così divertente che la ripropose al fratello, aggiungendo le mani all’altezza delle orecchie: un mostro marino.
Aioros rise e gli scompigliò i capelli.
“Te la racconto. Ma tu devi lavarti”.
Aioria si imbronciò, ma perlopiù per questioni sceniche. Perché non si poteva andare a letto e basta? Poi, però, cedette e si lavò, assieme al fratello, come tutte le sere, con l’attenzione che Aioros gli insegnava nella cura di sé come nelle tecniche di combattimento – nonostante fosse lui un bambino così piccolo, osservando il fratello più grande, il maestro attraverso il riflesso di quel minuscolo rettangolo che era lo specchio sopra il lavabo.
Mentre Aioria si lavava i denti, producendo con lo spazzolino una schiuma fresca di menta, Aioros finì la storia, rubata ad Esopo. Una tutte le sere, andava avanti così, l’appallottolarsi di Aioria contro il petto del fratello come un cucciolo assonnato.
Ormai le aveva finite, ma aveva scoperto che mischiando eventi e personaggi poteva arricchire i sogni del fratellino – di tutta la famiglia che gli restava – con colori e forme sempre nuove.
“Svelto, a letto, adesso. Domani sarà una bellissima giornata.”
Il futuro Cavaliere d’Oro di Sagitter sollevò il lenzuolo e batte la mano sul materasso. Aioria rispose immediatamente all’invito e ci corse sotto, raggomitolandosi contro di lui.

Aioria riaprì gli occhi nella penombra. Aioros aveva aspettato che si addormentasse, prima di spegnere la lampada nella stanzetta da letto, e l’unica fiamma che ardeva era quella piccola e vibrante sul tavolo, che inondava d’ombre dense la casa di pietra.
Aioria era un bambino coraggioso, eppure fu contento di essere al sicuro contro il corpo caldo del fratello maggiore, che tutto poteva, invece che in un lettino da solo, come molti allievi del Santuario erano. Non aveva paura delle ombre, non ancora. Che suo fratello non era stato ancora accusato di tradimento e ancora era vivo accanto a lui. Non aveva paura delle ombre, ma quelle dense negli angoli sembravano minacciose e forse avrebbe chiuso gli occhi per dormire e non vederle se fosse stato solo. Ma non era solo, era con Aioros.
“Aioros?”

Argentino, chiamò nel silenzio della notte ateniese.
Il giovane aprì gli occhi in quelli del bambino: iridi verdi spalancate in iridi verdi. Fece scivolare una mano al di fuori delle lenzuola per accarezzare i capelli del piccolo.
“Che cosa c’è?”
“Niente. Volevo vedere se rispondevi”.
Aioros increspò le labbra in un sorriso. “E perché non avrei dovuto?”
Il piccolo sporse il labbro inferiore. Fece spallucce. “Così”.
Il fratello si puntellò sul gomito, per guardarlo meglio, il bel volto serio: “Qualunque cosa accada, piccolo Aioria, io risponderò, quando tu mi chiamerai. Sempre. Non dovrai fare altro che chiamarmi e mettere il Cosmo in comunione con il mio.”
“Come?” domandò il bambino affascinato, spalancando gli occhi. Conosceva il Cosmo da un paio d’anni, ma da meno aveva imparato ad usarlo. Era difficile concentrarlo in sé ed impiegarlo così, come si impugna una matita.
“Prova.” Aioros lo incoraggiò. Gli accarezzò i riccioli, attento, mentre bruciava il proprio, per confortare quello del bambino. Il piccolo annuì, pieno di fiducia, cercando in sé la scintilla di vita.
Quando la trovò, poco a poco, la fece divampare.
Allora spalancò gli occhioni e la bocca, fremente, perché il suo cosmo aveva toccato quello di Aioros e insieme avevano risuonato.
“Aioros! Aioros! Hai sentito?” trillò.
Il fratello gli sorrise, pieno di orgoglio, che aveva sentito. “Conosci ora il potere del Cosmo anche in questo modo, piccolo Aioria. Quando mi chiamerai e sarò troppo lontano per udirti, cercami così. Ovunque sarò, ti sentirò.”
Aioros pensava, in quel momento, agli allenamenti che teneva solo, alla scogliera, oppure con Saga, lontano dal fratello, o ancora a qualche missione lontana dalla terra di Grecia che avrebbero potuto affidargli.
Non immaginava che, negli anni a venire, molte volte Aioria avrebbe spalancato il Cosmo per chiamarlo a sé e lui, dai Campi Elisi, non avrebbe potuto rispondere quasi mai. Quasi.
Il bambino rise, ignaro allo stesso modo.
“Aioros è una cosa bellissima!” lo fece risuonare ancora. E ancora rise, elettrizzato. Si aggrappò con le braccia al collo del fratello maggiore e appoggiò brevemente le labbra sulle sue, in un bacio morbido, da bambino.
Aioros accolse il gesto tenero e gli scompigliò i capelli, affettuoso. Poco dopo, il fratellino respirava sereno contro al suo petto, sprofondato nel sonno.
Il giovane sbadigliò nel cuscino, le braccia strette protettivamente attorno al piccolo. La fiamma della lampada, sul tavolo nell’altra stanza, venne scossa un alito di vento e tornò calma.
Si spense dopo che anche Aioros ebbe chiuso gli occhi, abbandonandosi a sonni sereni.


 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Romantico
PersonaggiPrincipali:Andromeda Shun, Cygnus Hyoga
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,ShonenAi
Inproposito: Strappandola carta come se strappasse un velo sulla parte piùintima di sé stesso, gli occhi azzurri innaturalmente fermi,pensò cheera questo il modo, che se solo avesse potuto avrebbe parlato persempre così. Aveva scelto i fiori perché essiparlavano chiaro, e senzaun suono.
Per augurare buon compleanno a Shun, Hyogasceglie i fiori. E, per la prima volta, anche le parole.Disclaimer: Hyoga e Shun appartengono aKurumada. La poesia appartiene a Verlaine.
Cose:

HANAKOTOBA:Linguaggio dei fiori (eccolo qui)
- AISHITERU: “Ti amo”. E chealtro mai poteva essere. <3
AuguriShun. Chissà come la prenderà. Quella stanzasarà diventata un vivaio.
Per la poesiacomplimentatevi con Paul Verlaine. Non èstrettamente legata alla storiané vuole riprenderne i temi, ma ho pensato subito a lei comesottofondo ad unaHyoga/Shun, trattando in maniera così hyoghescamentestruggente dell’amore nondetto e sospeso. Aw, Verlaine è il mio preferito. ;_;

Dedicato a chi attendeva unaHyoga/Shun e a chiunque è riuscito a sopravvivere allamelensaggine del tutto.E ai miei soliti partners in crime, sottolineandoche questa è la mia rispostaalle angherie che deve subireCygnus in play.Spero che ve la siate sciroppata tutta. Vi vogliobene, anche seapparentemente sembra un tentativo di omicidio tramite glucosio. Allaprossima.

Hanakotoba
Il linguaggio dei fiori.

Si era alzatoaccuratamente mentre lui dormiva, con nessunaltro rumore che lo sciabordio delle onde, da lontano, e il suo respirodolceed alternato sulle coperte. Avrebbe dovuto fare più o menoin fretta, perchéShun era solito svegliarsi quasi sempre quando avvertiva il sonnoaltruiinterrompersi; ma dalla parte di Hyoga c’era il silenzio e ladecisione deimovimenti.

 

Parlavamo, ieri, delpiù e del meno:

i miei occhiandavano cercando i vostri;

e il vostro sguardocercava il mio,

mentre il discorsocontinuava a svolgersi.

 

Dieci minuti soltantosarebbero bastati per svolgere conmani delicate la carta che, come un velo, se squarciata brano a branoavrebberivelato un messaggio. Hyoga lo fece piano, con un rumore quasi dolce,gliocchi fissi su quella piccola nascita come se si fosse dimenticato delresto. Unfiore dopo l’altro, sbocciavano dal loro involucro come sefossero destinati acrescere sino a ricoprirlo, e quando finalmente emersero, splendenti,era unmazzo talmente grande che per prenderlo lo si sarebbe dovutoabbracciare.Rimase muto a guardarli. Fermò le dita. Fermò ipensieri. Chiuse gli occhi.
A Hyoga erano sempre piaciuti i fiori.
Le sue mani si erano fatte abili, nel maneggiarli, negli anni.
Nell’acqua gelida, sparsi sul ghiaccio. Fiore dopo fiore,petalo dopo petalo.
Tanto i suoi occhi erano pieni di fiori che, con il tempo, avevaimparato asceglierli con cura per comporre dei messaggi silenziosi. Puri,minuscoli,magniloquenti. Strappando la carta come se strappasse un velo sullaparte piùintima di sé stesso, gli occhi azzurri innaturalmente fermi,pensò che eraquesto il modo, che se solo avesse potuto avrebbe parlato per semprecosì.Aveva scelto i fiori perché essi parlavano chiaro, e senzaun suono.

 

Sotto il peso banaledi frasi calcolate

l'amore mio erravadietro i vostri pensieri,

e quando parlavate,distratto ad arte,

Prestavo ascolto alvostro segreto:

poichè lavoce, comegli occhi di quella

che ti fa seren etriste, svela,

malgrado ogni sforzotriste e allegro

e mette in pienaluce il mistero dell'anima.

 

Aveva scelto quattromessaggeri per quello che quel giornovoleva dire. Quattro eleganti messaggeri intrecciati in quattro colorisoavi,distinti in un mazzo talmente grande da poterti sopraffare edaddormentare nelsuo profumo.  Quattro messaggeri per quattro semplici sillabe:un messaggioinvero importante, se aveva deciso di suddividere cosìsolennemente il carico. Sorrise,prima di carezzare lentamente con il pollice, gli occhi chiusi, ilpennello chereggeva fra le dita. Ad intingerlo nell’inchiostro avrebbeaspettato qualcheminuto. Poi avrebbe mosso le dita per squarciare un nuovo velo, moltopiùimportante, molto più nascosto, per affidare, per una volta,i suoi sentimentialle parole. Quattro ideogrammi, quattro messaggeri.

Ai.

Aveva sceltol’azalea dai petali fragili ma di un rosa dolce,da accarezzare ed avvolgere gli occhi.
L’azalea era: la modestia. La timidabellezza. La virtù. Il germoglionascosto e raggiante.

Shi.

Aveva scelto lagardenia, dai petali bianchi cadenti comemantelli, da raccogliere ogni lacrima.
La gardenia era: l’amore segreto. Quelloche aspettava ed aveva aspettato,discreto come la neve.

Te.

Aveva scelto lamargherita, forte e raggiante assieme amille sorelle.
La margherita era: la fede. Incrollabile e certa,sveglia ed orgogliosa,ed assieme tanto pura.

Ru.

Aveva scelto il non tiscordar di me, il più piccolo, il piùfiorente, blu come il cielo, come vividi punti sperduti.
Il non ti scordar di me era: l’amore vero.Talmente assoluto da vibrarein quel blu così muto come occhi spalancati.

Ieri perciòsonopartito totalmente ebbro:

è unasperanza vanache il mio cuore carezza,

una vana speranza,falsa o dolce compagna?

 

Dovette affrettarsi aprendere in mano il foglio dipinto difresco, che Shun non avrebbe tardato a svegliarsi, e lo sapeva. Sentivagià ilsuo respiro farsi meno pesante, qualche movimento impercettibilegiungerglialle orecchie. Soffiò senza fretta, però, per nonrovinare quelle quattrosillabe tanto preziose. Quando fu certo che l’inchiostro siera asciugato,senza perderlo di vista, in quel rituale sciocco e tanto importante,piegò ilbiglietto. Due volte. Se lo appoggiò alla fronte, per unmomento ancora,sorridendo di sé stesso. Poi lo affidò ai fiori,che ora riempivano la stanzadal loro angolo colorato. Se avesse potuto, Hyoga avrebbe parlato persemprecosì, come loro, lasciando i suoi messaggi tanto grandisenza un suono.
Rinfilandosi nel suo futon, un vago sorriso in volto, si rese conto cheallo stessotempo non poteva fare a meno delle parole: un augurio di buoncompleanno, equattro sillabe affidate ai fiori erano quello che attendeva Shun alrisveglio.E chissà quali attendevano lui.

 

Oh! Non puòesserevero? Non è vero che no?

 

 

 

Autore:Aphrodite dei Pesci e Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Satira
PersonaggiPrincipali:  Capricorn Shura, Una Mary Sue
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot
Inproposito: Unafanciulla che è la reincarnazione di una potentedivinità. Un GoldSaint che viene a darle la sua protezione. Una storia che nasce come unsogno e, si sa, i sogni son desideri.
Disclaimer:
LaMary Sue è nostra. Shura è di Masami Kurumada
Cose: 
 Dedicatoatutte le Mary Sue dell'Efp della sezione Saint Seiya. Vi amiamo.
E dedicato al nostro Camus di Aquarius che oggiva al mare e ci mancherà.E al nostro Hadessama  che da oggi è finalmente invacanza! *C* Bravissimo!


Roxanne
I'll Be Your Mary Sue

ROXANNE:

Roxanne chiuse il manga con un sospiro.
Lei era la reincarnazione di Efesto, ma lo avrebbe scoperto solo a fine fanfic. In quel momento guardò fuori dalla finestra della sua cameretta con aria sognante, pensando che sarebbe stato davvero bellissimo se i Saint di Athena fossero esistiti davvero e uno di loro, ma anche tutti e dodici, volendo, fossero venuti a salvarla dalla sua grigia quotidianità.
…se poi volevano venire anche tutti e ottantotto, che male poteva esserci?
Accarezzò con la mano la copertina del volumetto appoggiata sulle coperte rosa. Il volto del cavaliere di Dragone la guardava di rimando con lo sguardo fiero.
Fu in quel momento che sentì quella voce:
Madre de Dios!”
Roxanne sbatté le palpebre.
Chi parlava in spagnolo in casa sua? Non poteva esserci nessuno, dal momento che la villetta era  deserta, da quando i genitori erano morti in un incidente stradale: era successo prima che lei scoprisse che erano dei maghi, e lei… ma questo è un altro fandom.
Si girò di scatto verso la finestra da cui proveniva il tenue bagliore lunare, annichilito dall’inquinamento luminoso del pub di fronte.
Qualcuno stava cercando di entrare.
Roxanne si illuminò. Guardò il manga sulle coperte.
Ma forse… e poi quelle parole in spagnolo…
Ci mise poco a fare due più due: il Cavaliere d’Oro della Decima Casa era di certo lì per lei. Si riassettò i capelli in fretta, si schiarì la voce e si mise ad aspettarlo accavallando voluttuosamente le gambe: del resto lei si chiamava Roxanne e sarebbe stata di certo, più di chiunque altra, la Mary Sue perfetta per Capricorn.
Le tende si mossero e qualcuno si spinse all’interno della stanza.
Ma non era Shura.
Era uno degli ubriaconi del bar di sotto.
“No…” disse lei sconsolata.
Lui si fece avanti con un ghignaccio, spostandola, deciso a rubarle l’argenteria per andarsi a fare un’altra bevuta.
“Ehi” disse Roxanne, affranta: non cercava nemmeno di metterle le mani addosso? Ma che razza di cafone!
L’ubriacone stava per protestare, ma venne spalmato a terra da un lampo di luce dorata.

SHURA:

Era giunto in Sicilia, alle falde dell’Etna dalla Grecia, in un lampo grazie al Settimo Senso.
Aveva trovato la ragazza grazie al Sesto.
E per non utilizzare oltre il Cosmo, si era messo volenteroso a scassinare la finestra.
Madre de Dios!” imprecò quando si schiacciò un dito tra le imposte. Entrare di soppiatto nelle abitazioni dei civili era una competenza ancora non richiesta a un Cavaliere d’Athena.
Si era scostato stringendo i denti e un ubriacone puzzolente gli era passato davanti.
“Grazie Capo! A buon rendere!”
Cosa? Pensò Shura. Il tempo di placare il dolore e lo aveva inseguito, prima che gli mandasse a monte la missione. Sarebbe bastato un solo segno di violenza per risvegliare Efesto e Capricorn doveva evitarlo ad ogni costo.
Tramortì l’alzagomito con una bordata di Cosmo e si trovò davanti la fanciulla: lei sgranò gli occhioni acquamarina, il visetto alabastrino incorniciato da lunghissimi capelli boccolosi color dell’ala di corvo che le giungevano fino alle chiappe.
Chiappe sode da Mary Sue.

ROXANNE:

Sgranò gli occhioni acquamarina, il visetto alabastrino incorniciato da lunghissimi capelli boccolosi color dell’ala di corvo che le giungevano fino alle chiappe.
Chiappe sode da Mary Sue.
"Oh, Shura!” miagolò “sapevo che saresti giunto a salvarmi!”
“Madre de Dios” ribadì Shura, ma si costrinse a farle un sorriso. Un sorriso che riuscì estremamente caldo, latino e sensuale.
“Oh, SHURA!” lei era estasiata. “Adesso mi porterai via con te, vero? Faremo tutte le cose che ho sempre sognato, vero? Andremo ad abitare al Santuario, faremo tante feste in casa di Aldebaran – ho sentito dire che è un ottimo cuoco – Milo e Kanon faranno lo spogliarello sulle sacre pietre del tempio – ma io non li guarderò… beh, non tanto, perché avrò occhi solo per te, Shura, e poi Milo è un maniaco, il peggiore, mica come questo qui” e giù una pedata all’ubriacone svenuto “e tu dovrai difendermi e vi picchierete nell’arena e io vi fermerò piangendo perché ci deve pur essere qualcuno che difenda la pace e si occupi di voi, mica come quella troietta con i capelli lilla che vi ritrovate per dea, poi diventerò la confidente di Muino Puccino Carino e andrò dall’estetista con Aphrodite e spiegherò le parabole buddhiste a Shaka che secondo me non le ha mica capite tanto bene, sai che ho comprato il libro Piccole Perle di Saggezza che ha scritto un monaco tibetano? Secondo me Shaka non l’ha mica letto! E Doko e Shion non li voglio conoscere, tanto sono vecchi, e neanche Cancer, ma ti sembra che uno possa chiamarsi Maschera di Morte e far del male al povero Shiryu che te gli hai regalato l’Excalibur, quindi è un bravo ragazzo. Aioros poi è vivo? Saga è ancora schizzato? Aioria ha davvero fatto fuori i Titani tutto da solo? Camus è un ghiacciolo, ma io saprò scioglierlo e diventeremo amici! Non trovi che Marin e Shaina siano due rompipalle? Comunque ci sposeremo, tu vivrai alla Decima e io alla Tredicesima e avremo tanti bambini e anche qualche gatto! Yay!” Saltellò.
Passo qualche secondo di silenzio gelido. Poi, Shura fece un movimento del polso, un movimento molto, molto sexy, e le offrì una rosa scarlatta.
“Per te”.
“OH SHURA!” strillò lei, afferrò la rosa e la portò al viso annusandone il delicato profumo, estasiata. E cadde a terra svenuta.
Shura sorrise.

SHURA:

Era fatta.
Più semplice di quanto avesse creduto.
La rosa era stata uno stratagemma geniale. Ricordava perfettamente le parole di Aphrodite.“Shura, ascoltami bene: qualunque cosa accada non portarla al Tempio. Mai. Mai portare al Santuario le Mary Sue, non hai idea di cosa possano fare”.
Que?” aveva domandato lui.
Que!? BALLANO nei Templi. Calpestano le rose, cercano di penetrare nelle riunioni private dei Gold Saint e, soprattutto, non entra loro in testa che sono incredibilmente, esondantemente, irrimediabilmente gay. …ma diamine, Shura, non vai mai sull’EFP?”
“L’EFP? È forse un qualche anatema antico?”
“Sì, più o meno. Lascia perdere. Non ho idea di come ti sbarazzerai di lei, ma sai il fatto tuo. Se ti trovi in difficoltà, dalle questa: la tramortirà e avrai guadagnato tempo”.
E Capricorn si era trovato in difficoltà. La rosa di Aphrodite - che non era mai stato da un estetista perché, semplicemente, non ne aveva alcun bisogno - si era rivelata provvidenziale.
Si fece su di lei e alzò il braccio caricando Excalibur.
“Non devi ucciderla” si era raccomandato il Pontefice “a meno che non miri a mettere le sue unghiette su Mu, intesi?” Shion era molto protettivo nei confronti del suo allievo. “O su Doko”,precisò, che era protettivo anche con l’amante.
Shura aveva annuito, che tanto Doko non lo puntava mai nessuna: il Roshi era basso.
Il punto, però, era che tutte le cose che la ragazza aveva detto su Athena e i compagni gli avevano fatto girare le palle.
Il braccio in cui risiedeva Excalibur, carico di Cosmo, però, richiamò il bagliore sopito nel corpo della fanciulla.
Merda, pensò Shura, abbassando subito la mano. C’era mancato poco. L’atto di violenza avrebbe risvegliato Efesto. Non poteva fare niente.
In quell’attimo di ineluttabilità, Roxanne aprì gli occhi.

 ROXANNE:
“Oh, Shura!” Roxanne si svegliò con la sua battuta standard sulle labbra “Devo essere svenuta. Mi accompagni a prendere un tè?” domandò cortesemente. Dopotutto era l’attività abituale dei cavalieri a riposo.
Shura poté solo sospirare – e Roxanne credette fosse un sospiro d’amore – e  portarla in cucina.
“Faccio io,” disse lui, che era pur sempre un Cavaliere.
“Ma no, faccio io!” trillò lei.
“Guarda che sei appena svenuta” Shura diede prova di una faccia di bronzo encomiabile.
“Ma tu sei mio ospite!”
“Guarda ho già visto dove sono le cose…” la interruppe allungando il braccio verso il barattolo dello zucchero.
“Ma che pessima padrona di casa, sarei!”
Roxanne, che già sentiva il dolce avvampare dell’amore e voleva essere una Mary Sue con tutte le carte in regola, balzò verso la credenza, aprì l’anta con tutta la forza di un corpo di fanciulla innamorata che ospitava un fabbro divino, e spiaccicò con precisione invidiabile la mano di Capricorn nello sportello. Excalibur era fuori uso.
MADRE DE DIOS!” fu il grido che attraversò la Sicilia fino all’Etna.
“Oh, Shura! Perdonami!” e gli prese la mano tra le sue.

SHURA:

Perdonami un corno, pensò.
Strinse i denti, che un Saint è abituato al dolore, però non è che ci sia proprio affezionato.
Non poté fare a meno di ripensare al modo in cui era stato incastrato.
La piccola Athena sedeva sul trono accanto al Pontefice Shion. Doko sorrideva a entrambi e palesemente era chiaro che non avrebbe mosso un muscolo per aiutarlo.
Shura si era ritrovato candidato alla missione ancor prima di poter dire  per intero Athena Exclamation. Non che potesse dirlo, comunque.
“Vacci tu, Shura” lo spinse amichevolmente avanti DeathMask “Che sei l’unico etero qui in mezzo”.
"Ehi” protestò Aioria, ma ebbe il buon senso di tacere, dal momento che non aveva nessuna voglia di misurarsi con Efesto formato ragazzina.
Era stato uno sciocco ad accettare, ma in quel momento l’espressione piena di orgoglio di Aioros e Saga lo avevano reso fiero. Il Sacerdote non aveva perso tempo e gli aveva consegnato il Sigillo di Athena, con cui avrebbe dovuto chiudere Efesto da qualche parte e liberare la ragazza.
E adesso si trovava con un’Excalibur da riparare.
Trattenne tra i denti una bestemmia ad Hades e si volse verso la ragazza.
Se la ritrovò con il viso a due centimetri dal suo.

ROXANNE:

“Oh, Shura… sono così maldestra… ma so io come farmi perdonare!” Roxanne frullò le ciglia, chiuse gli occhi e protese le labbra coralline verso il Cavaliere.

SHURA:

Capricorn saettò lo sguardo attorno. Il barattolo dello zucchero era perfetto, se ne rese conto. Pur nel dolore, riuscì ad elaborare un piano.
Se la violenza avrebbe risvegliato Efesto, ecco allora che quella diventava la strada da seguire. Prima che le labbra di lei si incollassero alle sue la colpì sulla fronte con una tazzina da caffè.
Fragile fronte di Mary Sue.
Per la seconda volta in dieci minuti, Roxanne finì a tappeto.
Il cosmo di Efesto brillò ferocemente, spandendosi nella stanza.Ci fu un attimo di sospensione, in chi Shura bruciò il suo, fino ai limiti estremi della propria costellazione. Comprese il Cosmo della divinità, ancora non pienamente risvegliato. Lo guidò verso il barattolo dello zucchero, consapevole e amareggiato di stare giocando al Fabbro divino un tiro poco piacevole.
Pronunciò le parole rituali e sigillò il barattolo con il Sigillo di Athena, rapidissimo.
Era tutto finito.
Sospirò di sollievo.
Si chinò sulla ragazza, deciso a prenderla in braccio e a sistemarla sul letto, dove avrebbe potuto riposare. Era pur sempre un cavaliere.
Con ogni probabilità avrebbe creduto di avere sognato, complice il manga che stava leggendo.
Solo, quando si abbassò, nel sonno lei protese ancora le labbra.
“Oh, Shura…” mormorò languida.
Carramba!” esclamò lui, balzò all’indietro, sbattè la testa contro la lavagnetta con lista della spesa e bestemmiò silenziosamente mezzo Pantheon.
Aveva ragione Aphrodite, pensò. Queste Mary Sue sono pericolosissime.
Senza perdere altro tempo, strinse a sé il barattolo dello zucchero e fuggì da dove era entrato, usando tutti i sensi a propria disposizione per mettere più distanza possibile tra sé e l’Etna.
Il Santuario l’avrebbe accolto come un eroe.
Grazie, Shura.
 








Autore:Camus di Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Introspettivo
PersonaggiPrincipali:  Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Doveil buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonnee imuri di fumo dell’incenso e della mirra,c’è un portone di legnointarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, diindiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Oltre ilportone, c'è un giardino.
Disclaimer:
Noinon abbiamo fatto niente, è tutta colpa dei protagonisti,prendetevelacon loro. Ufficialmente sono di un certo Masami Kurumada, ma abbiamoidea che siano abbastanza indipendenti. Lo shonen ai Kurumada non loinclude nel prezzo ma noi sì, perché abbiamocominciato a shipparli, equindi ormai per il vecchio Masami è troppo tardi.
Cose: 
 RimbaudleggevaSaint Seiya e il suo personaggio preferito era Shaka.
Ciha mandato in totale svalvolamento angst una scena che ci era passatainosservata fino a stamattina, nell’undicesimo OAVdell’Hades: mentre Tikyugici strazia il cuore, Athena cade a terra nel sangue, Saga grida, ibronze arrancano, tutti piangono e si disperano, tu vorresti solomorire, Ikki comparsa, di spalle, in un posto figo, lasciando al ventouna manciata di sabbia. Non avevamo bene realizzato che quelmaledettissimo posto è lo Sharasojo, e nonostante il pipponeche hatirato a Shiryu sul non intervenire, la Fenice èlì. A raccogliere leceneri di Shaka e a spargerle sotto i salici. Lasciamo stare. A quelpunto l’abbiamo presa sul personale. Stupida Fenice!

Sharasojo 
Tingendo di colpo
azzurrità e deliri.
(A.Rimbaud)

“Tu sei…”
L’hai indovinata bene, Ikki di Phoenix, un passo dopo l’altro, e sai già che le tue parole non verranno comprese. Ma avanzi e dici, interrompendo ciò che già sai: “Perché sei andato via dai Cinque Picchi?”
“Ikki! Perché mi hai attaccato?”
“Athena ci ha proibito di avvicinarci al Santuario.”
Com’è limpido, ciò che non viene compreso, vero? Sai già che sarà così. Già Shiryu trema. Già senti come ferocemente ti fisserebbe, se non fosse mutilato. Dalle guerre. Dall’onore. Già percepisci sottilissimo rancore. Nato da frustrazione. E tristezza. E…
“Cosa stai dicendo?”
“Athena pensa che i Cavalieri di Bronzo potrebbero essere solo d’impiccio.”
Athena lo pensa.
Lui lo pensa.
Molti lo pensano.
Pensano ad un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, tu, maturato troppo presto, lo senti quel gioco di chi appartiene ad una sfera al di sopra della tua, quella che la volta che hai provato a camminarci ti sei ritrovato sul palmo di una mano. Quindi taci.
“Non mi dire che vuoi abbandonarla! Ikki! Anche tu sei un cavaliere di Athena! Non vorrai tradirci, vero?”
Ti rivolge l’indice accusatorio contro, già tradito in partenza – lo sente. La voce trasuda indignazione. Shiryu sa essere così ingenuo, così stolidamente ingenuo, come se ogni volta qualcosa di nuovo lo ferisse. Nuovamente, lo stesso, mille volte. Non fa l’abitudine ai perché. E tu chiudi gli occhi, Ikki di Phoenix, ripensando alle stelle che intuisci, molto più in alto di te.
“Non voglio aiutare nessuno.”
“Come? E perché indossi l’armatura?!”
“Sono qui solo come spettatore. Forse questa sarà l’ultima battaglia, una guerra sacra…”
“Non vedi la gravità della situazione! Come puoi dire che sarai solo uno spettatore?!”
Shiryu trema. Trema, dalla rabbia. Trema e si lancia con un braccio in avanti, vuole colpirti – nobile fratello – ma tu ti scosti, provando nulla di più che la sensazione del vento mentre lo schivi. Chissà se provi tenerezza, mentre lo afferri per il bavero della casacca e lo sollevi alla tua altezza, anche se non può vederti. Anche se non può farlo, sogghigni. Anche se non come un tempo. Che la provi o meno, tenerezza rude, tu gli parli fermamente:
“Shiryu… perché tu sei così fiero del titolo di cavaliere di Athena? È per proteggerla? O perché qualcuno te l’ha ordinato?”
Lo lasci andare, Ikki di Phoenix? Sai già che risponderà…
“Ti stai sbagliando! Nessuno mi ha forzato! E Athena non me l’ha ordinato!”
“Quindi… perché?”
“Perché io ho deciso di proteggere Atena, i miei amici, e tutta l’umanità che lei ama!”
Chiudi gli occhi e sogghigni, Ikki di Phoenix, e lui non ti vede ma ti sente.
“Cos’è questa risata?!”
Schivi un altro pugno. Con scioltezza che quasi non desideri. Come vento. La ginocchiata che sferri, pulita e liscia, gli arriva in pieno petto e te lo consegna tra le mani, con cui poi lo scagli lontano. Lontano, Shiryu. Non è il tuo posto, questo. Torna a casa. Qui qualcuno ha preso decisioni troppo grandi che la tua ingenuità non può comprendere. Shiryu che soffre e cerca disperatamente di convincerti con le sue apologie, con le sue dichiarazioni disperate e a voce alta: lui non teme la lotta, lui non fuggirà. Sciocco, Shiryu. Non ha capito che lo sai benissimo anche tu. O forse sì, ma è confuso e non sa più cosa può convincerti. Chiudi gli occhi, Ikki, allora, chiudi gli occhi mentre senti il vento, le stelle le hai viste, chiudi gli occhi e diglielo:
“Anch’io voglio proteggere te, come anche gli altri…”
“Cosa…?”
Guarda altrove, Ikki. Dove ci sono le stelle. Quelle che sai già cosa dicono.
“Proprio così. Tu e gli altri idioti che stanno nell’arena…”
Non ci vai giù leggero, Ikki di Phoenix. Che capiscano come la pensi, e che capiscano tutto quello che vogliono capire. Sapevi già che le tue parole non sarebbero state comprese.
“Gli altri… “ parve distrarsi, il Dragone, ergendosi appena, per poi capire: “Seiya!”
Sempre prima i compagni. Sempre prima di ogni altra cosa. Non guardi il valoroso guerriero cominciare a correre verso l’arena, ti sei già voltato, cavaliere, con un mezzo sospiro, mezzo represso, mezzo chiuso dalla gola, gutturale. E Shiryu lo senti che si volta, fermando passi sicuri per te:“Aspetta, Ikki! Aiutaci!”
Ma sai già cosa rispondere.
Perché è tutto ciò che sarai stasera.
Nemmeno ti volti, volgendo all’orizzonte lo sguardo.
“Non dimenticarti che ho detto che non aiuterò nessuno.”


     
“Tembu Horin.”
Tutt’intorno era odore di incensi e di mirra. L’illuminato Shaka di Virgo aveva aperto gli occhi e Ikki aveva compreso che tutto quell’azzurro gli sarebbe stato fatale: in realtà, lo sarebbe stato per entrambi.
In quell’azzurrità accecante e bellissima, anche il piccolo Shun scompariva e tutta la sua vita passata si faceva nebbia.
Anche dopo, sul pavimento gelido, senza più alcun senso se non il settimo, aveva pensato che sarebbe stato tutto nebbia, da quel momento in avanti, nella vita come nella morte.
Era stato in quel momento che gli erano girate le palle.
Non era andato al Santuario di Athena per finire lì, come il primo scagnozzo del Sacerdote. Non davanti a Virgo, arrogante divinità splendente, unico avversario che aveva reclamato da lui anche l’ultima goccia di potere e al quale lui, Phoenix, l’aveva richiesta. Non avrebbe strisciato davanti a Virgo, non davanti a lui!
Ed erano state esplosioni di luce allora, ad inondare la Sesta Casa e lui, sciolto in essa, aveva vinto e sconfitto il suo custode, esplodendo il Cosmo con quello di lui.
“Fermati!” aveva gridato Shaka, gli occhi azzurri della dimenticanza spalancati nella luminosità “Ci oscureremo in un mondo di luce!”


  Un passo dopo l’altro, avanzi, Ikki di Phoenix, poiché avevi promesso che stasera saresti stato qui solo come spettatore, e da dove ti trovi, ai piedi della scalinata, i tuoi occhi non vedono.
La strada è sgombera. C’è tutto il tempo che ti serve. L’hai calcolato da quando hai sentito quella luce dalla sensazione bianca e infinita espandersi in un attacco che ben conoscevi. Contavi.
Non sapevi cosa pensare, in verità, c’era solo quella sensazione che conoscevi bene – perché sei un uomo, Ikki di Phoenix, non certo un ragazzo, e sebbene i tuoi occhi siano ancora grandi, le labbra sono dure, le mani ruvide – di stare sotto ad un cielo troppo grande. Ma non è quello che vai a vedere, Ikki. Per quanto poco tu possa conoscerlo, di tutto ciò che sta sopra di te hai una ben precisa sensazione, e non andrai ad immergerci le mani. No. Tu vai per essere solo spettatore. L’hai detto, a Shiryu.
Forse questa sarà l’ultima battaglia… una guerra sacra…
Il metallo dell’armatura risuona secco sul selciato, appena calpestato di tutta fretta da due guerrieri antichissimi, che corrono sotto la luna per fermare la strage avvertita di lontano. Ma per quello che puoi saperne, Ikki di Phoenix, quei gradini sono stati calpestati da tante altre persone prima di te.
La Seconda Casa ospita un’atmosfera rarefatta in cui ancora vibra l’aria scossa e sconvolta da cosmi poderosi, e un’armatura vuota che brilla di un bagliore innaturale. La guardi mentre passi. Guardi il fiore ai suoi piedi. Prosegui oltre, perché sarebbe profano attardarsi, lo senti dalla tristezza e dall’orgoglio di quel fiore, e tu hai intrecciato molti fiori, con le tue mani ruvide, e ben conosci tristezza e orgoglio. Non vorresti che qualcuno profanasse le tue corone, intrecciate con cordoglio sempre più addolcito negli anni. Volgi lo sguardo subito.
Ma non affretti il passo, Ikki di Phoenix. C’è tempo. Anche quando senti dischiudersi universi di luce. L’hai detto prima a Shiryu, l’hai detto: non sei qui per aiutare nessuno. Non affretti il passo anche se sai cosa sta succedendo. Lo senti con la netta chiarezza di un profumo distinto nella sera: l’odore dolciastro, fresco e denso di magnolia nelle notti di primavera, dopo che la pioggia ha colmato, come fossero un calice da cui bere, i petali morbidi e bianchissimi di una brusca purezza. Altrettanto intenso, senti e cammini senza affrettarti, senza sapere bene che cosa provare, mentre il bianco da lontano ti sfiora, t’illumina, e sai che al centro di quel boato immenso, che alzando il mento vedi prorompere dalla Sesta Casa, ci sono due occhi terribili.


  Dove il buio diventava più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo era.
Il portone, ampio, si apriva sulla parete lunga del Tempio.
Nessuno sapeva dove dava, esattamente. Tutti avevano sentito dire che dava sullo Sharasojo, il Giardino della Vergine.
Chi aveva girato attorno alla Casa, curioso, per scoprire quel luogo, si era trovato ad un tratto, con disappunto, davanti al portone esterno, senza trovare alcun giardino, solo le rocce scoscese del Santuario che davano sul mare, appena prima della scalinata di marmo che portava alla Settima.
Il Giardino della Vergine era un mistero per tutti.
Meno che per Ikki di Phoenix.
Di tanto in tanto Ikki si era allontanato, dopo la battaglia delle Dodici Case, cercando altri luoghi e meno vincoli rispetto a quelli dei suoi amici e fratelli. Non perché non sopportasse la loro presenza, tutt’altro. Ma piuttosto per l’insostenibile insofferenza che lo prendeva spesso, per la necessità di andare sempre oltre e di non poter calcare troppo a lungo lo stesso suolo.
In alcuni casi si era recato da Shaka di Virgo.
Era vero che si erano spenti in un mondo di luce, ma Siddartha Gautama Shakamuni, il Buddha, non aveva l’abitudine di restare troppo a lungo nell’oscurità ed era tornato, facendo in modo che anche la Fenice potesse scegliere il mondo dei vivi, a quelli dell’Ade.
Alla domanda che Ikki gli aveva posto: “Perché mi hai salvato?”, Shaka aveva risposto con un’alzata delle spalle esili, come se non ci fosse una vera ragione.
Poi aveva aggiunto, ad occhi aperti, tingendo tutto per un attimo d’azzurrità e deliri: “Perché per la prima volta nel mio cuore è nato un dubbio. E sei stato tu a far nascere questo dubbio”.
Così era tornato. Senza armatura, ma con il sogghigno strafottente sulle labbra e le mani in tasca.
Come si va a trovare un amico.
Di tanto in tanto.
Shaka lo aveva accolto come se lo stesse aspettando sa sempre, ad occhi chiusi, il volto delicato e sereno, fatta eccezione per l’angolo della bocca, sollevato in un sorrisetto di superiorità.
“Benvenuto, Ikki. Hai ancora il
genmaken facile?”
Ikki aveva risposto con una frecciatina mirata e Shaka non aveva lasciato cadere la provocazione. Così si erano susseguiti più incontri e più duelli verbali.
Man mano, si erano placati, senza spegnersi del tutto.
Un giorno Shaka gli aveva fatto un cenno, e l’aveva guidato verso dove il buio si faceva più fitto, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra.
C’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia.
Shaka l’aveva aperto e davanti a loro si era dispiegato un giardino, come un tappeto che si srotola, con l’erba alta che ondeggiava al vento, con due soli alberi, alti a carezzare il cielo ombroso, e petali strappati ai rami in fiore che il vento rapiva e portava, come un omaggio, fino al portone del Sesto Tempio.
Ikki aveva avuto come l’impressione che quella porta si fosse aperta sull’India.


  Sei lì che osservi la luce ed è come se una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, paralizzasse ogni foglia, ma non tu che cammini. Guardi.
Esplode. Tutto.
Qualcun altro piangerebbe.
Qualcun altro urlerebbe il suo nome.
Shaka!
Qualcun altro.
Tu sei solo uno spettatore.
No! Shaka!
Non ci posso credere!
Shaka!
SHAKA!

Non sei qui per aiutare nessuno.
Ignori le voci, la luce e la messa da requiem, e il tuo cuore è di marmo in un petto di marmo.
Vai ad assistere ad un esplodere che è l’universo quando nasce. Quindi vai. Vai ad assistere.
Era questo, che dicevano, le stelle, Ikki di Phoenix? Ce n’erano forse due fisse in cielo, come occhi azzurri della dimenticanza spalancati nel buio, e tu non le hai sapute leggere correttamente. Può essere.
Ma in fondo, pensi, senza piangere, senza gridare il suo nome, ha davvero importanza?
Quel gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, non era il tuo, lo pensavi, non è vero, guardando Shiryu pregarti di correre con i tuoi compagni a sfidarle una per una, disperato e forte nei suoi occhi ciechi?


  “Devo fare una cosa” aveva detto Shakamuni. “Niente di entusiasmante. Puoi andare a casa se vuoi. Oppure puoi restare”.
Aveva tolto i sandali, lasciandoli sulla soglia, e a piedi nudi era entrato nell’erba.
Ikki non aveva detto niente; aveva osservato quel giovane dagli occhi chiusi senza combatterlo nemmeno dialetticamente, per una volta.
Shaka aveva guardato per terra. Seguendo il suo sguardo, Ikki aveva notato delle zolle smosse, la terra inaridita. L’aveva sentito parlare della stagione delle piogge, che tardava ad arrivare.
“Ma che giungerà. Per quanto si possa rallentare la ruota del Karma, gli avvenimenti che devono avvenire avverranno”.
Ikki aveva aggrottato le sopracciglia. Non aveva capito, subito. Avrebbe capito più avanti, il giorno in cui Virgo, con la stessa serenità di quel momento, avrebbe accettato di morire sotto i salici, per onorare la ruota del Karma, per un disegno più grande.
In quel momento non aveva potuto comprendere quelle parole oscure. Lo aveva visto chinarsi - con quei gesti puliti e delicati, eppure estremamente virili – allungare una mano, elegante, appoggiandola sulla terra nuda. Sembrava un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Silenzioso com’era.
Ikki l’aveva guardato chinato sulla terra, con i capelli biondi che ricadevano sul davanti, sul petto, senza che perdesse nulla in dignità.
C’era qualcosa di sacro e ancestrale, in quella scena. C’era così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed era bellissimo.
“Ma no. Potrei darti una mano, Virgo”.
Che cosa hai fatto domenica, Ikki? Mh. Ho aiutato il Buddha a tenere un orto.
Così lo aveva aiutato: aveva fatto come lui, onorando il Karma e la ruota della stagione delle piogge, dopo aver sparso semi nuovi, chinandosi e unendo le mani su ogni chicco che cadeva tra le zolle.
Aveva alzato lo sguardo su Shaka, in piedi, al centro del suo Sharasojo, che teneva della terra nella mano a coppa.
Il Buddha l’aveva guardata per un attimo.
“E’ finito il tempo delle lacrime” aveva detto, come al terreno “Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo”.
La strinse nel palmo, mentre le folate la portavano via, a coprire i semi, poi strinse il pugno, come in un rito. Lo allentò, alla fine, e lasciò andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma portasse la vita dove c’era stata la morte.


  Era un gioco grande e superiore a cui hai deciso di assistere, e così te ne fai una ragione, lasciandoti alle spalle una casa vecchia, malinconico mistico rudere di morte, che hai attraversato mentre pensavi.
Forse quelle due stelle come occhi nel cielo c’erano davvero.
Forse il destino si può leggere negli astri fiammeggianti.
Forse il destino si può leggere nel volo degli uccelli, nelle  viscere degli animali offerti in sacrificio.
Forse il destino si può leggere nel numero di gradini che lasci alle tue spalle.
Ma in ogni caso -  pensi, investito da una luce come mai ne hai viste prima -  in ogni caso rimane sopra. Rimane che qualcuno l’ha deciso. Rimane che chi l’ha deciso sapeva i cazzi suoi. Rimane che quelle stelle possono stare dove sono e le puoi interpretare, ma non sai bene a che cosa serve, adesso, mentre vai lì come spettatore del cielo che alla morte di un dio si è oscurato come nella peggiore apocalisse, ma era bello, terribile e bello. Un azzurro gli era stato fatale.
Muovi un passo, allora.
Verso l’esplosione che dilaga davanti a te.
Senza paura, coraggio. Nel fuoco da dove vieni.
L’hai sentita assieme a tutti gli altri, la sua intenzione, Ikki di Phoenix.
Né prima né dopo. Come tutti e basta.
Ma a differenza degli altri, non hai affatto pensato d’intervenire.
Ti pare che una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, accompagni pure te, adesso, perché mentre passi tutto davanti a te salta in aria, in una luce dorata e rovente.
Allora ti fermi e aspetti. Sei serio, Ikki. E sai aspettare.


      Un vortice di petali ti accompagna già da un po’, e tu lo segui, Ikki di Phoenix, senza chiedergli niente.
Tanto, facevate la stessa strada.
C’è nell’aria qualcosa di peggiore dell’apocalisse, Ikki.
Qualcosa di peggiore del cielo che si è annerito per un requiem bellissimo ed inquietante, per un dio che si oscurava. Minaccia agitazione e brividi, nei cosmi che risuonano in una tensione crescente. Senti tutto, Ikki di Phoenix, senti le paure e i dolori e le angosce e la dolcezza, e in qualche modo, senza dover guardare le stelle e cercare d’interpretare il loro gioco, chissà come lo sai già, come va a finire.
Non fai nulla.
Cammini e basta.
Non sei lì per aiutare nessuno.
Athena la pensa proprio come te.
Shaka la pensa proprio come te.
Tutti e due hanno i loro piani.
L’ultima battaglia…
Una guerra sacra…
Arrivi dove vuoi, Ikki di Phoenix, arrivi fin dove i petali vengono trascinati dal vento che sentivi mentre glielo dicevi, a Shiryu, che volevi proteggere lui e tutti quanti. Tutti quelli che amavi. Ma Athena li voleva fuori. Athena aveva i suoi piani. Shaka aveva i suoi piani. Le stelle erano al di sopra di loro, il gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata ancora al di là, quella sfera al di sopra della tua.
La mano su cui corri mentre pensi di scappare in capo al mondo. Così, sei lì solo come spettatore.
Dove il buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’è un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo è. Lo era. Adesso è vuota e distrutta. Molto più in alto, un cielo che alla morte di una dea si oscura come nella peggiore apocalisse. Già un azzurro gli è stato fatale. Senti morte e sangue e l’universo che esplode in pianto, ma tu sei solo uno spettatore in una casa vuota e distrutta. Il portone è ancora lì.
Poggi le mani sul legno. Non hai smesso di camminare né smetterai ora: ti ci vuole un attimo solo. Forzi nella tua mente un silenzio che non esiste, nell’aria densa che assume significato di tenebra, forzi al di fuori voci e cosmi risuonanti in panico e in un solenne coro, tremendo e dolcissimo, struggente come il pianto di una civetta, il lutto della fine dell’uomo. Lo forzi fuori, Ikki di Phoenix. Oltre il portone c’è un giardino.


Devo fare una cosa, ti sei detto. Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Ti sei tolto le scarpe, lasciandole sulla soglia, e a piedi nudi sei entrato nell’erba.
Com’è limpido ciò che non viene compreso, vero? Un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix.
Hai pensato alla stagione delle piogge, che tarda ad arrivare, ma che giungerà. All’incomprensibile ruota del Karma.
Ti sembra di vederlo chinarsi, laggiù, in mezzo ai salici, con i capelli biondi che ricadono sul davanti, sul petto. Ti sembra un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Ma tanto hai poco da immaginare, Shaka di Virgo non c’è.
Fai come ha fatto lui, camminando piano nell’erba, fino agli alberi gemelli.
Sai che è morto lì. E’ rimasto qualcosa, sulla terra, come le sue ceneri di fenice che non risorge.
Ti chini e sfiori la terra, unendo le mani come su un chicco caduto tra le zolle.
C’è qualcosa di sacro e ancestrale, in quello che fai. C’è così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed è tremendo.
Ti sei alzato, tenendo quella terra e quelle ceneri nella mano a coppa. Tenendo Shaka.
Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Lo stringi nel palmo, mentre le folate lo portano via, a coprire i semi che ancora riposano, poi stringi il pugno, come chi sta per piangere e non lo fa, rabbiosamente.
Non piangere. E’ finito il tempo delle lacrime. Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo.
Lo allenti alla fine, lasciando andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma porti la vita dove c’è stata la morte.

 
Autore:Camus di Aquarius
Genere:Commedia, Romantico
PersonaggiPrincipali: Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Phoenix Ikki,Scorpion Milo, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Hyogasi ritrova davanti alla Casa che, al Santuario, meno si sente ingrado di affrontare. E non per viltà: ben pochi inverità sarebberodavvero sicuri di voler conoscere il ragazzo diIkki di Phoenix. Specie quando con Ikki di Phoenix hai una qualsiasiquestione in sospeso. { Hyoga/Shun, Shaka/Ikki and Milo/Camusimplied }
Disclaimer:
Kurumada, guardaci! Guardaci!
Cose: 
Oneshot dallo strano cast,senza pretese, confezionata grazie all’impagabile aiuto diMilo di Scorpio evagliato dall’imbizzarrimento di Aphrodite dei Pesci, volto auccidere o comunque fare moltomale Hadessama. Così, in simpatia. E per fargli capire isuperpoteri malefici diShun nelle dinamiche di gruppo. Mi sono divertita molto ad entrareinsintonia con Hyoga, per scrivere questa, e ve la lasciocosì, sperando chefaccia sorridere. Shaka è il vero protagonista senza volere,e questo mi faridere. Ikki mi ammazza. Milo e Camus sono due genitori. Hyoga/Shun,wah, cheemozione. Sono una semplice simpatizzante della Hyoga/Shun ma...chissà cosa ciriserva il futuro. <3 (sono piccoli e spuccevoli!>O<) Baci e abbraccia chiunque legga. <3

Squarciareilvelo

Ovvero: ipoteri del Buddha.

 

 

 

Quelloera davvero, davvero l’ultimo posto in cuiHyoga di Cygnus avrebbe voluto trovarsi. Era arrivato con entusiasmo aipiedidel Santuario di Athena, aveva accolto persino con gioial’aria polverosa e troppocalda per i suoi gusti, al pensiero di potere rivedere il suo Maestro,e conlui la persona che più vicino ad un maestro poteva essere.Camus di Aquarius,Milo di Scorpio: aveva teso le mani ad entrambi, commosso e felice divederli,con la sensazione di non avere più un problema al mondo.
Ora, invece, davanti a quel Tempio, avrebbe volutosolamente sprofondare.
Sprofondare, e scavare con l’uso di un cucchiaioun tunnel che risbucasse direttamente sulla scalinata della SettimaCasa. Masfortunatamente non aveva con sé un cucchiaio.

 Erasuccesso tutto molto alla svelta.
Hyoga stava facendo l’inventario dei vestitipiù estivi del suo armadio, le valige aperte sul letto e duebiglietti d’aereoappoggiati poco lontano. Ikki gli era apparso alle spalle, avevaaspettato chesi girasse, e l’aveva guardato come si guarda lo yakuza dellabanda avversariaa cui stai per puntare il coltello a serramanico sotto la gola.
“Dov’è Shun?”
“Fuori.”
“Fuori dove?”
“Al cinema. È uscito con Shiryu e Shunrei,prima che partissero per la Cina.”
“E Seiya è già partito? Con Saori? Ocon chidiavolo altri?”
“Non ancora. La signorina Saori invece è via daun pezzo.” Il biondino tornò a dedicarsi alle suegrucce, radunando quellevuote in un angolo. Riattaccò bottone, giusto per fare duechiacchiere: “E tu,invece, dove sei stato?”
“Non sono affari tuoi.”
“Ehi, ma che modi. Che…?”
“Piuttosto. ‘sta storia del mare?”tagliò cortola Fenice. Lo spinse sul letto, la mano aperta sul suo petto. E Hyogacapì cheera cominciato il terzo grado.
“Oh. Ah. Sì. Io e Shun andiamo al mare.”
Semplice onesto, diretto. Per ricompensa ottenneun grugnito.
“Hn.”
“Sai... rimarremmo qui da soli, io e lui.”Tentò di approfondire il giovane saint, senza mostrare peril momento alcunsegno di cedimento. Proseguì, in tono ragionevole:“Quest’estate non c’ènemmeno la signorina Saori. Lo zoo è divertente. Per leprime due volte delmese. Poi sai com’è. E Shun…”Qui distolse lo sguardo, per grattarsi appena lanuca, un’occhiata distratta alle valige, come se ci fossequalcosa d’importanteda controllare. “Insomma, sembrava felice di andare adOkinawa. Diceva che nonc’era mai stato, e…”
“Sentimi bene.” Ikki lo fissò senzascamponegli occhi, facendoglisi sopra, minaccioso sino alla soglia delfraintendibile. L’altro si fece più serio,facendosi indietro. “Che cosa proviper Shun?”
Hyoga ebbe uno scatto indietro con la testa,corrugando le sopracciglia. Ma arrossì. Dopodichénon ci fu un bel niente dadire, mentre il cavaliere della Fenice si ergeva in tutta la suastatura equello del Cigno si preparava alla sfuriata del secolo, conscio che lacosapeggiore, in tutto questo, era che c’era da aspettarselo. CheIkki lo capisseprima di Shun, perlomeno. Si prese la testa fra le mani, un rantolo disconforto, e si subì ogni insulto – una saporitagamma di variazioni sul tema“idiota” – ogni imprecazione ed ogniminaccia. Dall’inizio alla fine. Tuttoquanto.
“È Shun!” sbottò alla fine,esasperato e inimbarazzo. Che diamine, era pure sempre Ikki! “Gli vogliobene! Lo sai!”
“Seh. E a me? A me vuoi bene, Hyoga?”
Raramente il mondo aveva accolto note tantosardoniche nella voce di un uomo. Hyoga si spinse ancora piùindietro, sedutosul letto, borbottando cautamente  che sì, certo,in un certo qual modo, forse.A quel punto si beccò una sfuriata maggiore dellaprecedente: Phoenix non amavasentirsi preso in giro, né tantomeno ricevere dichiarazionida finocchio.
“Sai di cosa parlo, Cygnus!”
“È lo stesso, ti dico! Come puoidire…”
“Non sono idiota. Mbè? Hai perso la lingua, cosinodei ghiacci?”
Hyoga avvampò e si alzò in piedi, il cuore chegli martellava nelle orecchie, da adolescente che era: “Checosa vuoi sapere,Ikki? Che cosa provo per Shun? Beh, non è quello che provoper un fratello,nemmeno per un amico: se lo sai, smettila di tormentarmi!”
Un conto era saperlo, un altro dirlo ad altavoce.
Hyoga ci aveva messo coraggio, tanto percominciare.
Ikki da parte sua la prese più o meno bene.Come una martellata nello stomaco, grossomodo.
Contò fino a tre, poi fino a dieci. Poi decisedi accertarsi personalmente del livello di idiozia di Cygnus:
“Molto bene. E lui?”
“E…?” Assistette ad un cambio repentinodiespressione facciale. Grandi occhi azzurri sbattevano davanti alle suepalpebre, ogni piglio combattivo andato a farsi benedire: “E…lui? Non lo so…”
Il vulcano stava per eruttare tutta la suafuria.
Volò una sberla che prese Hyoga ruvidamente intesta, ma, contro ogni aspettativa, meno forte di quanto credeva. Unnormalescappellotto, mentre Phoenix più che ringhiare borbottava:“Te lo dico io,scemo. Anzi, non te lo dico nemmeno. Non te lo meriti. Ma ti avverto,Cygnus.”
Lo sovrastò un dito, minacciosamente teso inavanti.
“Spezzagli il cuore,
e io ti spezzo latesta.”
“M… ma smettila!” Adesso era veramenterossocome un peperone. Non voleva indagare oltre, gli sembrava che Ikki colsuoatteggiamento rivelasse già qualcosa a cui non volevapensare, a scanso di farsitroppe illusioni. Aveva già le idee confuse per conto suo, equesto per lui eraveramente troppo! Si innervosì: “E non capisco ilsenso di questo discorso!Non… intendevo fare niente di
strano,durante questa vacanza, e il fattoche tu sia venuto qui a farmi questo discorso mi irrita!” Efu così che se lofece sfuggire: “Insomma! È che se io venissi achiederti conto di che cosa faialla Sest-”
Se ne accorse in tempo e si morse la lingua. Sene accorse in tempo, ma non
abbastanza in tempo.
Ikki si era girato, ignorando quasi totalmenteil suo bel discorsetto, del tutto innocente: nella sua ottica, lui eravenuto adargli una mano, a quell’idiota di Cygnus. Stava anziraccogliendo un paio digrucce vuote, per farsi spazio sul letto. Ma a quel punto, lentamente,si girò:

“Scusa?”
“Niente.”
Aveva risposto troppo prontamente. Ingenuo.
“Hyoga. Vieni qui.”
A Hyoga era rimasta solo una cosa da fare, e lafece.
Aprì la porta dietro le sue spalle, e scappò.

 “MaestroCamus?”
“Dimmi, Hyoga.”
“Non c’è modo di passare per lascalinata senzaattraversare le Dodici Case?”
Camus sollevò le eleganti sopracciglia, mentrepasseggiava accanto all’allievo, che aveva Miloall’altro fianco. Un Miloparticolarmente di buonumore, che contribuiva a spandereserenità sulquadretto: “Dovresti saperlo bene, giovane saint!”
“Ah, certo. Mi chiedevo solo se…”
“Dal momento che sei in visita, facciamociannunciare!” rise, Scorpio, una mano a stringergliaffettuosamente la spalla.Era davvero contento che Hyoga avesse accettato l’invito diCamus di passare lìcon loro qualche giorno, durante quelle vacanze estive, e volevaadoperarsi perrenderglieli decisamente memorabili. Qualche giorno, prima dipartire perOkinawa, aveva considerato Hyoga. Considerato che la data delvolo suo e diShun era stata posticipata di una settimana, aveva tutto il tempo delmondo perandare a trovare i suoi maestri. E aveva accettato contento. Anche oralo era,e sorrise volentieri di rimando al cavaliere dello Scorpione; salvo poisbiancare, quando lo vide entrare a passo baldanzoso nel mistico atriodelSesto Tempio dello Zodiaco: “Virgo! Haiospiti!”
Oh, Athena, poté solo pensare. E nessuno,aTokyo, se avesse saputo, gli avrebbe dato torto.
Nessuno si sarebbe sentito tanto sicuro di volerconoscere il ragazzo di Ikki di Phoenix.

Primauna pantofola, dritta in faccia.
Così, perché Ikki era un tipo bene educato, ele scarpe se le toglieva, ad entrare in casa altrui.
Un attimo dopo era Ikki stesso a sovrastarlo,scuoterlo e ringhiargli nelle orecchie:
“E seanche fosse? Hai qualcosa dadire? EH?”
“E se… anche…niente!”riuscì a infilare Hyoga,prima di venire sbattuto al muro. E trovarsi la faccia di Ikki diPhoenix, nerocome la morte, a cinque centimetri di distanza, non eraun’esperienzapiacevole. Affatto.
“Cosa ne sai, tu?”
“Non sono idiota” sbottò, restituendoglicongli interessi la stoccata di prima. E gli scrollò anche viale manacce. “Senti,non è colpa mia se noto le cose. Non lo sapevo per certo!Però sento in chedirezione sparisci, di tanto in tanto. E ti conosco. EShun…” Distolse losguardo, sospirando, e si scrocchiò anche il collo, ora cheera libero. “Senti,non è che mi abbia detto niente. Però diventatutto rosso quando parla di te elui.”
Ikki fece un passo indietro, sonoramente, erimase immobile.
Il suo piccolo, dolce fratellino, che stavadifendendo.
Tradito dal suo candore.
“Hm.”
“Non fraintendermi. Se non ne vuoiparlare…”
“Bah, non c’è niente da dire.”
“Ci verrai a salutare, all’aeroporto?”
Toccò alla Fenice barcollare, e a mugugnare didoversene andare. Prima di tutto, partivano per il mare, non per latrincea.Non era il tipo da commoventi saluti al gate, sventolamento difazzolettinibianchi e altre baggianate del genere. In secondo luogo, quellaconversazionel’aveva già prosciugato di gran parte delle sueenergie. Nello sguardo con cuilasciò Hyoga alle sue valige, dopo pochi, sbrigativi saluti,si ripromise diriprendere il discorso dove l’aveva interrotto. Ma primaaveva bisogno diriordinare un po’ le idee, e magari anche di uncaffè.

Intendiamoci.Hyoga non pensava un bel niente, inmerito.
Hyoga neppure l’aveva attraversata, la Sesta Casa.
Hyoga, mentre Ikki si oscurava in un mondo diluce, era intrappolato in una bara di ghiaccio un piano piùin su, spedito indirettissima dall’allora Pontefice di Athena in persona, unviaggio che gliaveva risparmiato molte scale, una collezione di teste,un’ingloriosafiguraccia di Seiya, e un tour per le Sei Vie della Trasmigrazione. Chedettacosì sembrava una cosa carina, ma non ci avrebbe giurato,almeno a giudicaredalla fama che precedeva Virgo, che ora emergeva dall’ombradelle sue stanze rispondendoal richiamo di Milo.
Hyoga si tenne religiosamente in disparte, insecondo piano rispetto alle sue guide, limitandosi ad osservarediscretamentequella che per lui poteva benissimo essere una creatura mitologica. Cheper ilmomento chiacchierava normalmente:
 “Ospiti?”
“Ben due gold saint” sogghignava Milo, fiero e beneretto. “E niente meno che un guerriero divino.”
“Che magnifica notizia” li accolse il Buddha, laserenità incarnata. Non mise particolare enfasi nellaconstatazione, ma neppurescortesia. E voltò appena il capo verso i corridoi dellaCasa, i lunghissimicapelli biondi che gli scoprivano impercettibilmente il collo:“Ikki!”
Hyoga, a quel punto, cominciò a passarementalmente in rassegna sigle di cartoni animati.
Non trovò niente di meglio, in alternativa allaprospettiva dell’incontro che lo aspettava.
“Ma prego, entrate. Milo, Camus.”Incontrò losguardo azzurro di Shaka di Virgo mentre la regia stava trasmettendo Georgie.“E Hyoga di Cygnus, presumo.”
“È un onore, Cavaliere di Virgo.”
Per fortuna Cygnus era di Aquarius degno allievo,e nulla scalfì la sua espressione.

In capo a due minuti, erano tutti seduti suicuscini ad un tavolo basso, del tutto simile a quelli tradizionaligiapponesi:Shaka, impassibile, offriva infuso fresco di karkadè ai suoiospiti, Milo eCamus con lui scambiavano brevi, sintetiche chiacchiere e Hyoga eraancora inbalia delle sigle dei cartoni animati. Ikki si era fatto uncaffè, per sommadisperazione dell’inserviente a capo della servitùdella Sesta Casa, che nonriusciva mai a fare il suo lavoro, quando la Fenice era nei paraggi.Andava,veniva, puliva e si preparava le cose da solo, mandandola in crisi.L’avevalasciata mentre si sfogava ripulendo ossessivamente i fornelli dallepochemacchie che il santo di bronzo si era lasciato sfuggire nella sua operaimplacabile; il suddetto guerriero, per conto suo, sedeva di fronte aHyoga e afianco di Shaka con la sua tazzina fumante, e pareva perfettamentetranquillo.
“…e Aioria è tornato ieri.”
“Mh. Interessante.”
“Giusto, Hyoga. Non hai visto Aioria a Tokyo,negli scorsi giorni?”
Interpellato, il giovane saint di Athena spense l’audiosu La Rosa di Versailles e appoggiò ilbicchiere sul ripiano: “Oh, sì.Fino a pochi giorni fa. Seiya ne ha approfittato per allungare la suapermanenza a Villa Kido, con Shiryu e Shunrei. Ah, e naturalmente conShun.”
Ikki aguzzò le orecchie, ma non disse niente. Nonaveva ancora detto una parola, d’altro canto: si limitava afare presenza, comesuo solito.
“Ah, sì, me l’ha dettoAioria.” Milo sistiracchiava, perfettamente a suo agio nel gruppetto seduto a quellatavola –sebbene avesse sempre trovato balzana l’idea tutta orientaledi un tavolino conle gambe tanto corte. Ma si stava comodi, seduti sui cuscini, e lui neapprofittava per stirarsi come un gatto, soddisfatto: “Visiete divertiti?”
“Oh, sì. Il gruppo si è mezzoricomposto prima dipartire per le vacanze. Dato che rimangono tutti a casa piùdel previsto, ne hoapprofittato per passare a salutarvi.”
“Hai fatto solo bene.” Camus sorrideva,quietamente, seduto composto. Chi conosceva bene Aquarius potevacogliere lasfumatura d’affetto con cui gli si rivolse: “Ti hogià detto che puoi restareil tempo che vuoi.”
“Sì, maestro.”
Shaka sorseggiava infuso fresco, di fronte aquell’idilliaca scenetta.
Se non fosse stato il Buddha, lo si sarebbe potutodefinire annoiato.
Milo, che ben conosceva i suoi polli, si preparò aprovocarlo con un’uscita delle sue, nascondendo un ghigno nelsuo bicchiere.Shaka lo ignorava, ben conscio del suo proposito, e lui si divertiva amorte apensare a cos’avrebbe potuto escogitare per alterare ilcontegnodell’Illuminato. Hyoga, intanto, una volta libero dallacolonna sonora che gliera partita in testa, ricominciava a chiacchierare normalmente:
“Ah, Ikki!”
“Mh?”
“Tu hai deciso dove andare? In vacanza,intendo.”ì
Per Ikki il concetto di vacanza era abbastanzarelativo. Sollevò le sopracciglia, senza rispondere niente.Era uno di queitipi per cui “vacanza” non esiste, abituato adassociare il sole e il caldo piùagli allenamenti roventi della sua isola che ad ombrellini nei cocktailespiagge tropicali. Per evitare di intavolare un discorso del genere, silimitòad essere vago:
“Dipende. Non  ho ancora deciso.”
“Perché sai…”Contò fino a tre. Sorrise, volenteroso.Era deciso. Era lanciato. “Così. Il volo perOkinawa mio e di Shun, ricordi… èstato spostato di una settimana. Ecco, potremmo chiedere sec’è un altro posto,ora che la data non è più cosìprossima.”
Era un altruista cavaliere di Athena.
Il silenzio fu tanto forte da ronzare. Hyogasorrideva, ignaro. Shaka sorseggiava karkadè, senza un soloproblema al mondo.Camus, poco empatico in generale, si domandò ilperché di quell’interruzione.Milo qualcosa nasò, soprattutto perché Ikki sirabbuiò.
E si alzò in piedi, senza indugiare oltre.
Cupo come un temporale all’orizzonte.
“Hyoga. Vieni con me.”
“Eh? Ah. Sì.” Cygnus si alzò,preso incontropiede, saettando subito dopo gli occhi sui presenti:“Scusate.”
Uno sguardo di scusa al maestro, e a Milo, che liosservava attentamente, un cenno a Shaka, e seguìl’amico fuori, confuso. Ilsilenzio continuò a ronzare. Shaka poggiò conaria estremamente zen ilbicchiere sul ripiano, in un impercettibile rumore, e si sarebbe dettoche dalì a poco sarebbe arrivata una perla di saggezza che avrebberischiarato lasituazione come una lama di luce nel buio. Invece non arrivòun bel nulla.
“Jasmina. Abbiamo anche del tè freddo, incasa?”
“Sì, nobile Shaka!”
“Virgo” lo interpellò immediatamenteScorpio, mentrel’inserviente svolazzava via a prendere il tè.“Che cosa succede?”
“Eh?”
Camus continuava a non seguirli per niente.

Intanto, là fuori, Ikki prendeva Hyoga per ilbavero e lo spalmava tra sé e una colonna, continuando laserie di orribilicomportamenti equivoci che fanno di uno shonen manga terreno fertileper lunghitopic su forum yaoi. Hyoga gemette, una volta di più,sentendo il principio diuna depressione da record: se fosse stato libero di muoversi, ciavrebbesbattuto più volte la testa, contro quella maledettacolonna, chiedendosiperché, perché, perché, perchéfinisse ogni volta a quella maniera eperché, perché, perché, perchénon riuscisse mai a tenere la boccachiusa.
“Cygnus. Ripeti quello che hai detto.”
“Scusa” preventivò istantaneamente.
Ikki contò fino a diecimila, chiudendo gli occhi.Molto rapidamente.
“Ripeti. Quello. Che hai. Detto.”
Perlomeno, Ikki aveva il dono di farlo pentireimmediatamente delle boiate che di tanto in tanto riusciva a farsisfuggire.Per quanto raramente potesse accadere, non una volta che glielalasciassepassare. Questa volta, Hyoga si rese più o meno conto diquello che volessefargli capire, ma cercò comunque di giustificarsi:“Scusa. Davvero. Cercavosolo di essere gentile!”
Silenzio. Ikki sospirò. Se l’era aspettato. Ilvecchio, prevedibile Hyoga.
“Nel senso, a me farebbe piacere se tu venissi connoi. È una cosa che mi è venuta in mente, tuttoqui! Era una bella idea…”
Il vecchio, idiota Hyoga. Tardo come unatartaruga rincoglionita, altro che Cigno del Nord e balle varie.
“Anche a Shun farebbe piacere!” stava perdendoenergie, e gli fece quasi tenerezza quando finì perpigolare, confuso: “No?”
Ikki lasciò appena la presa sulle sue spalle, dopoavere assorbito e valutato per bene le parole dell’altro. Poisollevò il viso egli sorrise. Solo Athena poteva immaginare gliinsulti che stavano perscaricarsi su di lui, ed era bene che da brava signorina educata cheera sitappasse momentaneamente le orecchie.

Shaka di Virgo si limitò ad alzare le spalle,serafico.
“È leggermente iperprotettivonei confrontidi suo fratello.” Ottenuto il suo tè freddo,offertone anche agli altri duecavalieri d’oro, concluse la sua spiegazione: “Edato che fra quei due ragazzisembra esserci qualcosa, vuole tenere la situazione sottocontrollo.”
Prese un sorso della bevanda dolce, elogiandonementalmente la freschezza.
Shaka di Virgo, semplicemente, era quello cheaccoglieva il passo furibondo di Phoenix, di ritorno dal Giappone, ilqualearrovellandosi suoi propri problemi cominciava a camminare in tondo e asbottare in mezzi sfoghi e mezze confessioni, ringhiando, brontolando escaldandosi come una teiera sul fuoco. Tutto questo davanti agli occhidelBuddha, serenamente seduto nella posizione del Loto, che essendodisabituatoper natura agli adolescenti mortali si limitava a guardarlo dare inescandescenze e a non dire niente.
In tutto questo, nemmeno si immaginava delleproporzioni della sua rivelazione.
Camus e Milo lo guardarono come se con le suestesse mani egli avesse strappato il velo di Maya, che ottenebrava iloro sensicon la fallacità dell’illusione, e ora rivelavaloro il Reale. E tutto questobevendo tè freddo. Senza dubbio, Shaka di Virgo eral’uomo più vicino agli dèi.
“Ora scusate. Vado controllare che il sangue nonsporchi le mie scale.”

 

“Hyoga.”Là fuori, intanto, si consumava undramma. “A Shun farebbe piacere, se io venissi. A tefarebbe piacere.Anche a me. Forse. Non è questo ilpunto.”
Che fatica che si doveva fare. Ikki eraammirato, tuttavia, della calma che stava ancora mantenendo, purritrovandosi –uno come lui, che diamine, e parlando di suo fratello!Cygnus gli dovevaun favore – ad insegnare a quel cretino l’ABC.
“Sì, lo so, lo so! Scusa, sono un idiota. Macercavo solo di essere gentile!” rimarcò,energicamente, in tutta onestà. Fu ilcolpo di grazia per il cavaliere della Fenice, che, afferratolo dinuovo per lespalle, cominciò a scuoterlo violentemente contro quellastramaledettissimacolonna:
“Non devi essere gentile! DEVI SBRANARE CONFEROCIA CHIUNQUE TENTI DI METTERSI TRA DI VOI!”
“E… eh?” sillabò Hyoga,piantando una sonoracraniata.
“Cosa te l’ho affidato a fare, incapace!”ruggìl’altro.
“Ma quando mai me-”
“Niente. Ascolta. Non invitare gente. Staglivicino. Mi hai capito?”
“O… ok.” Hyoga arrossì,stavolta, nonostante labotta in testa. Aveva persino le lacrime agli occhi dal dolore, macominciavadavvero a capire che cosa Ikki stava cercando di digli. E,paradossalmente, gliera davvero, davvero grato.
“Bravo” sospirò quello, allentandofinalmente lapresa.
Certo che poi si disegnavano doujinshi su di loro,ad ogni modo. Bastava guardare la scena in muto.
Un po’ come stava facendo Shaka, decisamenteperplesso, dalla finestra alla quale si era avvicinato.
“Dentro, adesso!” berciò Ikki, facendostradaimperiosamente verso l’interno della Casa. Si sentivainternamente esausto.Affrontare un esercito per lui era roba da niente, ma dover ritrovarsia dareconsigli all’amico d’infanzia con una cotta per ilproprio fratello minore,beh, quello poteva davvero metterlo ko.
“Scusate.” Hyoga si risedette, la testa ancora unpo’ dolorante, ma senza trattenete un sorriso, di fronte aIkki. Shaka eraesattamente al suo posto di prima, Milo sorrideva ancora piùdi lui senza unapparente motivo, e il maestro sembrava immerso in una profondariflessione.
“Oh, di nulla” flautò il padrone dicasa, attirandol’attenzione per la maniera lenta e posata con cui sicalò su un fianco, comese si stesse accomodando su un triclinio.
Ci misero un po’ a capire che cos’aveva fattoShaka. Ikki in primis.
Hyoga però sentì distintamente la gambedell’Illuminato stendersi flessuosamente e posarsi conimplacabile precisionesu quelle del ragazzo che gli sedeva di fianco, senza curarsi dinasconderlo, eprecludendo così implacabilmente qualsiasi intrusioneesterna. Quando,incredulo, poi, vide posarsi nel suo sguardo quello eloquente di duecrudelissime lame azzurre, a monito, capì.
Capì che cosa il Buddha stesse facendo.
Sbranava con ferocia chiunque tentasse dimettersi fra di loro.
“Ve… Venerabile Shaka!”esclamò, senzatrattenersi, tirandosi quasi indietro per la sorpresa.“Venerabile Shaka,voi…!”
“Ahn?”
Grazie, Venerabile Shaka!”boccheggiòCygnus, osservandolo con autentica, profonda ammirazione, come se conle suestesse mani egli avesse strappato il velo di Maya, che ottenebrava isuoi sensicon la fallacità dell’illusione, e ora glirivelava il Reale. E tutto questoaccomodandosi al tavolo. Senza dubbio, Shaka di Virgo eral’uomo più vicinoagli dèi.
“Il… il Venerabile Shaka!” Hyoga sivoltò precipitosamenteverso Milo e Camus. “È davvero come sidice!”
“Sì!” confermò subito Milo,brillando della stessaluce.
Sembravano entrambi increduli, per due rivelazionidiverse.
“Possiede il potere di illuminare la mente!”
“Altroché!”
“E squarciare il velo di Maya!”
“È questo, Hyoga! Il Risveglio!”
Ma che cazz-?
Nessuno badò a Ikki, il quale non aveva capito niente.
Se ne stava basito con il suo caffè in mano,osservando un bronze e un gold saint comportarsi come due cretinirimbecilliti,mentre quell’altro si era bellamente appoggiato su di luicome su un trespolo,a scanso di affaticare le candide gambe, probabilmente.L’unico sano parevaessere rimasto Camus, che però proprio in quel momentopoggiò con un rumoresecco il bicchiere da cui stava bevendo, constatando, con aria pregnadisolennità: “Già.” E rivolselo sguardo all’orizzonte.
Ecco perché Hyoga di quel periodo era tantostrano, stava riflettendo.
Ne abbiamo perso un altro, si sconvolgevainvece Phoenix. Ma possibile che in difesa del Grande Tempio, che aquanto nesapeva lui era la base centrale di tutta la baracca, ci mettessero ipiùflippati? Ma li sceglievano apposta? Roba da non credere.Così, nell’elogiocomune di Shaka, che il Buddha non commentava ma si guardava bene dalmettere atacere, Ikki di Phoenix si finì il suo caffè ecominciò a pensare a dove andaredavvero, in vacanza.
Sicuramente in un posto molto, molto lontano dalì.

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Azione, Commedia
Personaggi Principali:Gemini Kanon. Leo Aioria, Scorpion Milo
Altri Personaggi: AquariusCamus,Aries Mu, Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai, What If
In proposito:Milo,cavaliere di Scorpio, ne aveva viste tante nel corso dei suoi anni dicombattimento.
{WHAT IF: post-Hades con presenza di cavalieri vivi e vegeti, yay!}

Disclaimer: Tutto del Kuru, tutto del Kuru!
Cose: 
Tantiauguri al nostro splendido Milo,che compie gli anni.Avendo Athena usato su di noi il Misophetamenos,ovviamente, per noi il tempo è un’inezia e saremotutte per sempre splendide diciottenni.Ad ogni buon conto, le feste sono sempre una buona occasione diprodurre stronzate come questa fanfic, quindi le teniamo daconto. <3  Titolodella fic & relativa citazionesono © degli ABBA.Wahahah!
Il suggerimento poteva venire solo da Hades,comunque. Grazie, Hadessama!
Il suggerimento è venuto da Hades solo perché inquel momento Aphroditeera a cena.
Ringrazio tutti e due in quanto cavie da imbizzarrimento. Ghghgh.

Ununico rimpianto riguardo a questa fanfic. Ilmalefico canarino Biki– sì, si chiama Biki, non chiedetemiperché – non è farina del miosacco, e questo mi spezza il cuore a metà. Diamo a Cesareciò che è diCesare: il concept del personaggio che si è formatoè tutto per meritodei roleplay miei e di Fleur, ma la fonte d’ispirazioneè la serie afumetti parodica SD Seiya.Non conosco l’autore/gli autori, ma se capite lo spagnolopotete trovare le scans in questo sito. Mentre questo sulla spalla di Shakaè Biki. Veneratelo come si conviene.

Waterloo

You won the war



My my, I tried to hold you back but you were stronger

Oh yeah, and now it seems my only chance is giving up the fight!


“Avete visto Camus?”
Esordì così, Milo, affacciandosi tra le colonne più interne della Quinta Casa.
Rilassò impercettibilmente le spalle, il peso dell’aria afosa che si sollevava mano a mano che il cavaliere si addentrava nel fresco del Tempio. Il sole di Grecia sapeva spaccare le rocce, d’estate, eppure di solito le brezze marine soffiavano sui templi arroccati sull’altura dello Zodiaco; quel giorno l’aria era ferma. E se c’era una cosa peggiore dell’afa, senza dubbio erano gli effetti imprevedibili che essa aveva sul cavaliere di Aquarius. Lo cercava fin dalla prima mattina, senza risultato, seguendo la discesa soleggiata sino oltre la metà della scalinata del Santuario.
Una botta sorda, un colpo secco, e finalmente, un paio di risposte bofonchiate:

“Veramente, no.”
“Con questo caldo, non sarà uscito di casa!”
“Atterrato!”

“Cos…?!”
“A casa non c’è” informò Scorpio, per poi arricciare buffamente il naso, sporgendosi ancora di più. Sul momento non aveva fatto caso ai rumori confusi – normali, considerato l’ospite di Aioria – ma una volta entrato dovette ritrarre i piedi e fare un salto per impedire ai due valorosi guerrieri in piena lotta di rotolargli addosso.
“Molla la presa! Molla la presa!”

“Kanon!” rise Milo, sollevando un altro piede, e guizzò di lato, divertito. “Ma che diamine ti hanno fatto giù da Poseidon, eh?”
“Le alghe nel cervello, gli hanno messo!” ululò Aioria, schiacciato dal peso del suo avversario.
“Bada a come parli, spelacchiotto!” se la sghignazzava il più recente acquisto del Santuario. Gran bell’acquisto, doveva ammettere Milo di Scorpio. Gonfiò il petto, orgoglioso, al ricordo di quel riconoscimento sanguinoso, quel battesimo in una notte nera e inquieta. Lui l’aveva riconosciuto a nome di tutti, aveva visto le lacrime sincere e commosse rigare il volto del suo nuovo compagno. Gran bel colpo, Kanon di Gemini. Forza da vendere, coraggio da veterano, la scaltrezza di Ulisse, e il più veloce dito di Grecia ad apprendere la combo pugno-pugno-calcio-salto-sfondamento, per chiudere con L1 e mossa speciale.
“Questo è sleale!”

“Non lo è affatto!”
“Mi hai messo tu per primo le mani sul joystick!”
“Perché ti si stava staccand—”
 “Vallo a dire a Poseidon!”
E giù un’altra zuffa. Milo li seguiva con lo sguardo, felino, valutando per che pertugio infilarsi nel rotolamento selvaggio e dimenticare il caldo asfissiante con una bella rissa, ma il caldo gli fece ritornare in mente Camus.

“No, davvero, ragazzi, avete visto Camus?”
“Di qui non è passato!” Si riscosse Aioria, sempre sveglio. Si allungò diffidente a regolare ed azzerare il volume della televisione – i Gemini e Leo sullo schermo si erano bloccati in pieno caricamento cosmo, e facevano da sottofondo alla conversazione con le loro urla elettroniche – ma Kanon sembrava più che altro concentrato su quel che diceva Milo. Tanto meglio. Gli rifilò un pugno mentre lui non vedeva. E poi un altro.
“Altrimenti l’avremmo invitato a giocare.”
Milo scosse bonariamente la testa, allungandosi a scompigliare brutalmente i capelli a tutti e due e sghignazzando ai loro brontolii contrariati:
“Vi avrebbe battuti entrambi.”
“Ehi, non resti?”
“No, vado a cercarlo. Magari più giù. Magari è andato a chiedere a Mu di scalpellargli una macchina per le granite.”

“Vengo con t--Aioria, hai barato!”
“Questo è per il calcio che mi hai dato quando stavo per pararti la Galaxian Explosion!”

“Non era un calcio, era un…”
Scorpio se la batté, voltando le spalle alla lotta.
D’altro canto, due gold saint che si scontrano fronte contro fronte hanno un unico destino: la Guerra dei Mille Giorni. Aveva un buon margine di tempo per ritrovare Camus, bersi una granita e ributtarsi nella rissa.
Un’altra ora al sole senza traccia né di Camus né di un filo di vento resero Milo irrequieto e sbuffante. Sbuffante piuttosto che irrequieto, per il semplice fatto che poteva continuare a sbuffare come una vecchia locomotiva senza posa, mentre brontolare e digrignare i denti gli portavano via più energia. Un allenamento valido e sfiancante, scendere sino da Mu a piedi sotto il caldo afoso del mezzogiorno. Era approdato alla Prima Casa come l’esule peregrino errante, da uomo che aveva vissuto sia lo Sconforto che la Salvezza; ma mai come quel giorno, una in fila all’altro, in tempo dieci minuti da che ebbe varcata la soglia.
Mu, per prima cosa, gli aveva detto che no, di Camus purtroppo non aveva alcuna notizia: non l’aveva visto scendere né lasciare il Santuario, il suo cosmo era celato ai sensi di tutti, la scarpinata era stata, oltre che sfiancante, inutile, e le previsioni davano le temperature in rialzo.

Poi gli sorrise. E gli offrì del succo d’arancia e dei biscotti.
Milo cominciò a capire vagamente il debito di riconoscenza che vedeva brillare negli occhi dei giovani bronze saint nei confronti di Aries mentre era intento a mangiucchiare i biscotti più buoni che avesse mai assaggiato. E facendolo gli sovvenne:
“A proposito. Dici che nessuno è uscito, stamane, dal Tempio.”
“Nessuno.”
“Ma qualcuno è entrato?”

Mu sorrise e non disse niente. Milo strabuzzò gli occhi e appoggiò con virile foga il bicchiere sul tavolo: “E non me l’hai detto? Chi!”
“Attento al succo, Milo.”

“Oh, scusa.”
Così, mentre in due virilmente ripulivano il ripiano della cucina, il padrone di casa, garbato, e senz’alcun tono di rimprovero per l’increscioso incidente, vuotò e non vuotò il sacco:
“Non è propriamente una visita ufficiale.”
“Ma… come! Non ti ha chiesto il permesso?”
I sorrisi di Mu erano dolcissimi, ma non rispondevano propriamente ad ogni cosa.

 “…ma tu l’hai visto.”
“L’ho sentito, sì.”

“Ma hai finto che così non fosse.”
Nessuna risposta. Mu di Aries quando voleva era la cosa più adorabile e muta che Milo avesse visto. Una sfinge. Un animaletto di Pet Society. Comunque lo prese per un non pronunciato, molto politically correct per il santo che difendeva l’entrata al Grande Tempio. Si alzò, confuso.
“Non mi è parso volesse dare nell’occhio, tutto qua. Ah! Porta pure i biscotti con te!” Il compagno d’arme lo accompagnò alla porta, cordiale come sempre.

“Ti ringrazio, Mu!” Sospirò grato Milo. La prospettiva di avere con sé dei deliziosi biscotti per la lunga scarpinata del ritorno era più di quanto potesse immaginare. E Mu era veramente, veramente molto gentile. Dissipò qualsiasi confusione e dubbio rimasto – in fondo, non erano affari suoi – e tornò alla risalita. Adesso, però, il mistero non era da poco. In che cespuglio si sarà mai rintanato, Camus, pensava, per sfuggire al caldo? Non si sarebbe rassegnato. Non ora che aveva i biscotti.

“Muori, Aioros! Muori, muori, muori!
“Hah! Prendi questo!”

“Ah!”
“E questo!”
“Maledetto!”
“Sarai tu a morire, Saga!”
“Nooo!”

“Ehm, scusate…”
Aioros emise un urlo gutturale e poco credibile, nello scagliarsi su Saga. Kanon imprecò:
“Dai, Saga, non morire! Nonmorirenonmorirenonmorire!
 “Muore, invece! Il suo livello di cosmo è troppo basso!”

“Assassino!”
“Non riesco davvero a trovare Camus” miagolò Milo, nel tono più possibile convincente, per farsi ascoltare. “Siete sicuri di non averlo visto passare? Mu dice che non è uscito!”

“Hah!” Kanon, dopo un grande smanettare con la levetta analogica, era riuscito a fare alzare Saga, e ora era Aioros che le stava prendendo. Aioria si gettò sui tasti, senza perderlo di vista un solo nanosecondo.
“Te l’ho detto che… ah, ma brutto… sarà…!, se lo rifai di nuovo ti… a casa sua, no?”
“Uffa, ma non c’è, ti ho detto!”
A Milo stava pure venendo il mal di mare per i movimenti convulsi del cavaliere di Leo, che si dondolava sulle ginocchia, joystick alla mano, come se si stesse davvero piegando sui fianchi per assestare pugni sul muso di Saga di Gemini. Kanon parava e lo sbeffeggiava.

“Io torno su per l’ennesima volta” sbuffò Milo, che ne aveva abbastanza del caldo e della scarsa collaborazione dei suoi migliori amici. “Ma se non lo trovo vi scollate di lì e mi aiutate una buona volta!”
“Dopo, dopo!”
Ho vinto!
Scorpio affrettò il passo, risoluto, decidendo di tenere tutti i biscotti per sé. E mentre Kanon urlava alla rivincita, lui si apprestava alla scalata. Di nuovo. Sospirò, prese la rincorsa e si lanciò fuori, andando a sbattere contro il primo che passava.
Il primo che passava imprecò, andando a rotolare sui gradini, o quasi. Quello che stupì Milo è che anche lui barcollò per un buon passo a ritroso, a causa dell’urto, e dire che raramente un gold saint rimbalzava all’indietro così facilmente.
“Ah, scus…” Una volta che fu inquadrato il primo che passava, tutto fu un po’ più chiaro. “Ah. Che ci fai tu qui?”
“Siete molto accoglienti, qui al Santuario” borbottò tra i denti Ikki di Phoenix, spolverandosi i pantaloni, per tutta risposta. Milo inarcò un sopracciglio. Il sarcasmo non era nella lista dei requisiti più apprezzati in un bronze saint, ma, come sempre, lasciò passare. Se fosse stato un altro, probabilmente, Ikki sarebbe finito fronte a terra – anche se il cipiglio della Fenice faceva come intendere che non sarebbe stata un’impresa facile – ma Scorpio non era mai stato tipo da usare due pesi e due misure in base alla scala gerarchica. I soldati semplici, in particolare gli energumeni posti a guardia del Tredicesimo Tempio, erano i più temibili giocatori di poker che avesse mai conosciuto, e non c’era da scherzarci sopra.
“Scusa” alleggerì, senza farsi problemi. “Ma non sapevo fossi in visita al Grande Tempio. È successo qualcosa?”
“Deve succedere per forza qualcosa?”
“Come non detto, come non detto.”

Sopracciglia più in alto. Il ragazzo non aveva modi di fare nervosi, ma di certo le sue erano le difese più ostinatamente all’erta che Milo avesse mai visto in vita sua.
“Dormi, la notte, Ikki di Phoenix?”
“Saporitamente.” Fu la sbrigativa risposta, mentre il giovane bronze si accingeva a riprendere la salita delle scale. Milo lo seguì, senza prenderlo come un affronto. Se avesse desiderato provocarlo, gli avrebbe voltato le spalle in maniera più eclatante, o non gli avrebbe direttamente risposto.

“Perché hai l’aria di uno che sta all’erta da quando è nato.”
“Io sto all’erta da quando sono nato.”

Milo lo seguiva divertito. Adesso cominciava a capire perché Shaka se lo fosse tirato dietro dall’altro mondo: “Anche qui?”
“Soprattutto qui.”
Milo non lo sapeva, ma i pensieri di Ikki erano rivolti al novanta per cento alla dolce dea che presidiava le Case dall’alto. Se si fosse minimamente accorta della sua presenza, gli avrebbe attaccato un bottone da non riuscire più a scrollarsela di dosso.

E come sta Seiya? E come sta Shun? Ikki, stai composto! Ti va un tè? Non dire di no, ti prego. E Hyoga come sta? E Shiryu? E Tatsumi? E…
Mentre Phoenix così drammaticamente andava ragionando, Milo badava ai fatti suoi. E mentre badava ai fatti suoi, un uccellino gli volò appresso. Lì per lì non ci fece caso, ma lo distrasse abbastanza da smettere di fare domande al taciturno ospite.
“Ma questo…?”
Ikki camminava, sbrigativo.

“Phoenix!”
“Che c’è?”
A Milo per la prima volta venne voglia di far rispettare la gerarchia.

“Non lo vedi?”
“È un canarino, Milo di Scorpio.”

Era un canarino, sì. Ma non gli pareva tanto normale.
L’animaletto si posò sulla gradinata senza timore alcuno, muovendo gli occhietti vispi. Poi li richiuse. E fu allora che Scorpio si bloccò. Quel canarino aveva gli occhi chiusi e lo stava guardando.
“Non è un canarino normale.”
Smettila di dire stronzate, avrebbe detto Ikki se quello lì fosse stato Seiya.

“Smettila di…” tacque, dato che era un gold saint. “È normalissimo. Io vado.”
E così Scorpio venne abbandonato con quell’essere inquietante.
Prima si disse che era uno sciocco, e fece un passo.
Il canarino gli zompettò dietro.
Milo si fermò.
Il canarino anche.
Milo osò salire di un gradino.
Il canarino di due.
Il cavaliere si guardò attorno, perplesso. Phoenix si era già oscurato fra le colonne della Sesta Casa, dritta avanti a lui, che aveva lasciato tanto determinato il Tempio di Leo. Il canarino zompettò ancora, silenzioso, in due saltelli leggiadri, avanti a lui. L’aveva superato. Ora si voltava verso le scale più in basso. Milo corrugò le sopracciglia e fece per muovere un passo. Il canarino assottigliò gli occhi e cirpò.
Il lungo momento che seguì fu pieno di densi perché.
Milo, cavaliere di Scorpio, si fermò, sentendosi minacciato, e arretrò di un passo per inquadrare il proprio nemico, ora ad occhi chiusi, immobile e silenzioso come una sfinge.
Il canarino. Il canarino si era parato sul suo cammino!
Il volatile lo stava sfidando, eretto e fiero: “Cirp!
Milo espanse allora il proprio cosmo, per imporre la propria volontà.
E giurò – giurò – di sentire quello del canarino entrare in risonanza col suo.

“Aioria! Kanon! È terribile!”
“Muori, una buona volta! Muori! Muori!”
“Muwahahahahahah!”
“Aaaah, muoriii!”

Questa volta Kanon c’era andato giù pesante, scegliendo Rhadamantis della Viverna, che sullo schermo della televisione lanciava Greatest Caution come se fossero noccioline. Aioria, strenuamente fedele ad Aioros, invece, cercava di mascherare il proprio terrore premendo i tasti del joystick al limite dell’isteria.
“Spegnete quell’affare e statemi ad ascoltare!” tuonò Milo, decidendosi a mettere piede nel groviglio di fili e prendere entrambi gli amici per la collottola. “Sta arrivando…!”
Non fece in tempo a finire la frase, che un lampo giallo si avventò su di loro.

“Che?! Cosa?! Lightin’ plasma!
I nervi di Aioria di Leo, tesi come corde di violino, cedettero. Era tutta la mattina che Kanon lo metteva a continua prova, tra un avversario e l’altro, e proprio al culmine, durante lo scontro degli scontri – il Gigante Infernale numero Uno e la sua barriera del castello di Hades, stramaledizione a lui, e che Athena gliela perdoni ma Aioria di Leo non dimentica gli affronti – quell’attacco improvviso, come un proiettile. Per puro gesto istintivo, senza pensare, schizzò via da dov’era seduto, esplodendo il proprio cosmo dorato, e trasformando l’atrio della Quinta Casa in una pista da discoteca.

“Aioria! Ma sei impazzito, vuoi ammazzarci?!”
“Che cos’è stato?! Chi è?!”
“È ancora lì!”
“Ma che cosa?” Kanon era rotolato via rapido come i lampi luminosi di Aioria, per evitare di venirne investito in pieno, e ora guardava in alto, sopra di loro. “Milo!”
“Dimmi!”
“Quello è…?”

“…un canarino, Kanon.”
“Ma è…”
“Mi ha inseguito sin qui!”

“E tu hai attirato il nemico nella mia casa?!”
“Aioria, per Athena, datti una calmata!”
Leo era schizzato sin sul divano, decisamente lontano, in piedi, e con l’identica espressione del gatto che è appena caduto nell’acqua. Decisamente non aveva inquadrato la situazione. D’altro canto, un momento prima stava combattendo con Rhadamanthis l’Atroce Monociglio, e quello dopo gli era piombata una furia alata addosso. Aveva tutto il diritto di arruffare il pelo e sguainare gli artigli.
“Non è un nemico, è un… canarino… ma come fa ad essere ancora lì?!”
L’abominevole uccellaccio si era graziosamente appollaiato sul televisore, incurante di tutto ciò che gli stava attorno. Si becchettò le zampe, sollevò l’aluccia, si ripulì. Era indenne, dopo il Lightin’ Plasma di Aioria. Tre gold saint lo contemplarono tra l’inorridito e l’ammirato.
“Ma cosa…?”
Cirp!

I tre ammutolirono. Istintivamente, si misero spalla contro spalla, tutti e tre, serrando i ranghi, e rivolgendo al volatile ogni fibra della loro attenzione.
“Qui sta succedendo qualcosa di strano, Milo!”
“È  tutta la mattina che cerco di dirvelo!”

“Quest’uccello… non è normale.”
“Che cosa vuole da noi?”
“Si è messo sulla mia strada! Mi ha sbarrato il passo alla Sesta Casa!”

“Non hai ancora trovato Camus?”
Un brivido giù per la schiena.

“Dici che… lui c’entra qualcosa?”
Cirp!
Silenzio.

Sotto gli occhi dei tre guerrieri, l’uccellino svolazzò più in là, in un frullio melodioso d’ali. Senza che nessuno glielo impedisse, si diresse a colpo sicuro verso la presa della corrente.
“Che cosa fa?”
“Non oserà…!”

La vibrazione elettrica della corrente che si staccava senza preavviso li fece sobbalzare, internamente. Quando la testolina piumata si voltò verso di loro, in uno scatto, nel becco stringeva la spina della consolle.
Quel maledetto!” un ringhio riempì la stanza: “Non avevo salvato la partita!”
“Aioria! Stai fermo!”
Milo scattò avanti, sfidando lo sguardo improvvisamente torvo dell’uccellino.
“Fermi! Ho un’arma!”
Si preannunciava la sfida del secolo, quella che avrebbe impegnato gli occupanti della Quinta Casa.
Milo, il cipiglio serio e concentrato, estrasse un involto dalla tasca e lo scartò, lentamente. Vide il volatile fremere, il suo sguardo farsi più feroce, il suo cosmo tremare.

“Fatti avanti, se vuoi questi biscotti!”

Un respiro lento, senza intervalli.
La schiena perfettamente eretta facilitava inspirazione ed espirazione, la gabbia toracica si espandeva e contraeva leggerissimamente, come fosse aria a sua volta. I pollici, premuti dolcemente contro lo sterno, quasi non ne percepivano il movimento.

“Finalmente” sillabò infine l’asceta, interrompendo il momento di quiete per crearne uno nuovo. Gustò il suono delle parole disperdersi nell’aria silenziosa del pomeriggio, osservandolo tramutarsi in sera, sebbene il tramonto fosse ancora lontano. Egli non soffriva il caldo. Non la fame, non la sete. Aveva appreso a non farlo, e poteva osservare cose che ad altri sfuggivano. Il pomeriggio e il suo scivolare verso la sera, nonostante il sole alto. L’ondeggiare lieve dell’erba, nonostante l’assenza di vento. Molte cose sapeva centellinare, altre sapeva risolvere.
“Guarda che questo tè fa veramente schifo!”
Altre no.

“Per cortesia, lasciami godere il silenzio.”
“E certo, e come no. Vengo qui per questo. Però la prossima volta ti porto un tè decente.”
“Sta rientrando.”
“Eh? Chi?”
Ikki alzo il capo, istintivamente, le sopracciglia corrugate.
Cirp!

 “Ancora quello stramaledetto uccellaccio. Ma non se ne va più?”
“Da quando ha nidificato qui, pare che non voglia più andarsene.”
Ikki, un passo dopo l’altro, in falcate sicure, si fece strada sull’erba immacolata dello Sharasojo. Sapeva che a pochi era concesso di posarvi piede, ed infatti lo considerava un onore; un onore talmente alto da imprimere decisione e fierezza ai suoi passi. Così raggiunse – non senza poche perplessità, appena inquadrò la scena davanti a sé – il monaco biondo, serenamente immerso in meditazione, il canarino zompettante davanti a lui, un cavo di alimentazione, e un fazzolettino colmo di fragranti biscotti appena sfornati.

“Ma che diavolo…?”
“Trovo così notevole il suo coraggio e la sua dedizione nel difendere il nido” interloquì Shaka, gli occhi chiusi, e l’aria distesa di chi si sta godendo il finesettimana “che gli permetto di stare qui.”

“…difendere il nido.”
Lo sguardo di Phoenix raggiunse punte di diffidenza mai prima sfidate, nello squadrare il cavo d’alimentazione, talmente fuori luogo in quell’idilliaca armonia di natura, venire fatto a brani dal beccuccio del piccolo, dolce canarino trillante.

“Anche l’inquinamento acustico è considerato un attacco.”
“Dì la verità. È tutta la mattina che Leo e Gemini schiamazzano come due disperati, attaccati alla playstation” incrociò le braccia, quello che aveva risalito le prime cinque case in sordina, vedendo più di quanto desiderasse vedere, qua e là “e tu non ne potevi più. Hai mandato il pennuto a fare il lavoro sporco.”

“È  solo un innocuo uccello.” Shaka tese il braccio, e l’animaletto compì un breve volo per raggiungerlo. Una volta a casa, cominciò a spiumettarsi, trillando. Ikki lo guardò storto.
Ci aveva combattuto, una volta, con uno della stessa razza. Biondo, delicato, dal viso dolce, rassicurante, dall’ovale grazioso – un po’ troppo grazioso. Aveva aperto due occhi come non ne aveva mai visti, di un azzurro sconvolgente, ammaliante. E poi erano stati cazzi amari.

“Seh. Innocuo un paio di palle.”
“Ti sembro una persona del genere?”

“Eccome.”
“Non essere sciocco, Phoenix. Vuoi un biscotto?”


Milo, cavaliere di Scorpio, ne aveva viste tante nel corso dei suoi anni di combattimento.
Se si contavano quelle che aveva letto su Episode G, che Aioria conservava in copie imbustate sullo scaffale sopra il letto di camera sua, arrivava a centinaia e centinaia.

Ma la disfatta di quel giorno, quella era senza dubbio la più atroce ferita di guerra mai riportata.
Quella creatura demoniaca era volata via, dopo avere strappato con gli artigli il cavo di alimentazione della playstation, in un gran stridere e sbatter d’ali in faccia a chiunque cercasse di fermarlo. Dei dettagli della battaglia, nessuno dei tre volle parlarne, in seguito, così che rimase un mistero l’alone cupo che li attorniò per giorni. Solo a Camus Milo osò confidarne il perché, giorni più tardi. In toni vaghi e criptici. Comunque c’entravano dei biscotti.
“E tu, Camus, non c’eri! Non ti si trovava da nessuna parte!”
“Ma te l’ho detto almeno un centinaio di volte, Milo. Ero a udienza dal Pontefice.”
“Ci sei stato un sacco.”
“No. Ci sono stato solo in mattinata. Ma poi tu sei stato…” tentennò Camus “…trattenuto da…”

“Non farmici ripensare!”
“Va bene, va bene, non parliamone.”
“Ti rendi conto?” borbottò Milo, scavandosi il perfetto incastro, sul divano, tra lui e Camus. Sorrise, al ricordo del suo stanco e sfinito rientro a casa dopo la battaglia. Dopo tanto cercare, era rimasto in piedi, a sbattere gli occhi, alla scena che si era ritrovato di fronte: Camus, evidentemente stanco di aspettarlo, era lì, addormentato sul suo divano come se fosse casa sua. In cerca di refrigerio, dopo l’udienza col Pontefice era sgattaiolato nell’antro più fresco dell’Ottava Casa, dove si era addormentato come un orso polare in letargo. Sentendo immediatamente tutta la tensione della giornata sciogliersi, Milo si era gettato su di lui, svegliandolo, dispettoso, solo per raccontargli tutto e farsi consolare. Nei secoli dei secoli, amen.
“Ma ti rendi conto?” insisté comunque, giacché era lì.
Camus sospirò. “Tre gold saint! Da che mondo e mondo, mai si è sentito di tre gold saint sconfitti da un solo—”
Camus ebbe una vaga sensazione di déjà-vu, a quelle parole.
Di tre gold saint contro un solo individuo, e dello stato pietoso in cui ne erano usciti.

Di petali di ciliegio, di un mondo di luce e… no, impossibile.
“Spaventoso” commentò, carezzando gentilmente i capelli di Milo. “Davvero spaventoso.”




 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Commedia
Personaggi Principali:Leo Aioria, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
In proposito:Unagiornata assolata.
"Aioria, non puoi...!"
"Posso."

Bianco come il marmo. Rosso come...

Disclaimer: Anche noi apparteniamo a MasamiKurumada.
Cose: 
A tuttele fan del crack, per dimostrareloro che voglio beneh.


“Aioria, non puoi…!”
”Posso.”
Shaka si morse le labbra.
Il cavaliere di Leo stava mettendo le mani dove non doveva.


E il santo più vicino agli dèi diede mostra per la prima volta di un tremore delle mani. Sospirò, teso. E alle sue orecchie, quella voce, che tentava di essere rassicurante: “Stai fermo, Shaka.”
A quell’oltraggio, Virgo spalancò gli occhi, sottraendosi:
“Non dirmi quello che devo fare!”
Aioria sospirò, sedendosi con un piccolo tonfo sul marmo bianco.
Un sospiro rassegnato, come se accennasse a rinunciarci, ma Shaka non gli levava gli occhi di dosso. Era difficile, con quello sguardo azzurrissimo e glaciale puntato sulla nuca, e Leo si alzò, con uno sbuffo nervoso.
“Dato che la pensi così, me ne vado.”
“Torna qui.”
“Davvero, Shaka, io non ti capisco.” Erano onesti e verdi, gli occhi del cavaliere. Shaka richiuse i propri, come per non guardarlo in viso, e Aioria si accigliò. Azzardò ad avvicinarsi, di nuovo: “Te l’ho detto. Penso a tutto io. Tu non devi preoccuparti di niente…
“Non mi piace il modo in cui lo fai.” Sibilò il biondo. Non c’era ombra di veleno nel suo sussurro, ma una verità tanto schietta da ferire. Aioria si sentì offeso. E si alzò in piedi, dandogli le spalle nel sole.
Shaka non disse nulla, per un po’. Il sole scottava il marmo bianco, e quel bianco scintillava silenzioso nel caldo.
Lo guardò rivestirsi, i muscoli scattanti sotto la pelle di miele. Le sue mani si riavviavano scompostamente i riccioli dai riflessi dorati, che catturarono il suo sguardo distratto, sotto la luce del sole. Eppure, non disse niente.


Aioria si voltò verso di lui, un ultimo lampo verde di occhi. Shaka rimase ostinatamente ad occhi chiusi, irremovibile.
“Sai? È colpa del tuo brutto carattere.”
“Fai attenzione a quello che dici, santo di Leo.”
“Dico proprio come la penso!” rincarò il giovane, con un ampio gesto delle braccia. Descrivevano le curve dei grandi vasi bianchi come il marmo delle scale, e Shaka socchiuse le ciglia per scorgere il rosso dei fiori. Erano scarlatti. Aioria, ai movimenti distratti dei suoi occhi, che non lo fissavano in volto, attirò la sua attenzione a forza:
“Non ci metteremo mai d’accordo su questi dannati vasi, se tu non scendi a compromessi!” minacciò.
“Se lascio fare a te” si degnò finalmente il cavaliere della Vergine, alzando il mento con fare orgoglioso “mi ritroverò le scale imbrattate di quegli orrendi petali rossi.”
“Ma insomma! Credevo che ti piacessero!”


“E quando mai me l’hai chiesto?”

“Shaka, sto perdendo la pazienza. Non sei tu che stai spostando questi benedetti gerani, sono io!
Sbottò il santo d’oro, indicandosi con eloquenza. Shaka sollevò signorilmente un sopracciglio: effettivamente, sì. E allora? Non era fatto per i lavori di fatica. E poi era il vicino di casa ad essersi offerto. Chi era lui per opporsi alle entusiastiche voglie di sollevamento pesi altrui?
“Effettivamente, sì” riassunse, mandando Aioria su tutte le furie.
“Shaka!”
Mh.”
“State ancora litigando, voi due?”
Una risata divertita, assieme ai passi di fretta. Shaka salutò con un neutro cenno del capo il cavaliere di passaggio per le scale, e Milo ridacchiò all’espressione infuriata di Leo.
“Non farete scoppiare una nuova guerra dei mille giorni, eh, ragazzi?”
“La scorsa volta stavo per vincere io.”
Shaka roteò gli occhi al cielo, commentando esaustivamente.
Shaka…” minacciò Aioria.
“Poche storie e prendi in mano quel vaso: ti dico che ad Est c’è più ombra.”

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Commedia
Personaggi Principali:Andromeda Shun, Dragon Shiryu, Cygnus Hyoga, Pegasus Seiya, PhoenixIkki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
In proposito:Ikki diPhoenix giunge sempre per ultimo sul campo di battaglia. Ma nonè per colpa sua.
Disclaimer: Ikki è di MasamiKurumada, ma lavora più di lui
Cose: 
AMilo, per il pigiama a pinguini che mi ha regalato.

“…cross, e con un colpo di testa…!”
Ikki riagganciò.
Che peccato.
La linea era talmente instabile.
Driiin.
No, per Athena, no.
Driiin.
No.
No, si concentrava ad ogni movimento di polso, sicuro di sé: no.
“Ikki! Suona il telefono!”
No.
È solo follia, solo immaginazione.
“IKKI!”
Riprese la cornetta in mano. Sapeva cosa lo aspettava.
“Ikki, ma è la quinta volta che cade la linea, oggi! Dove ero rimasto? Ah, sì, il colpo di testa manda la palla dritta in rete, ma…”
“Non ora, Seiya.”
E riagganciò.
Che peccato.
Di nuovo.


“Ikki-nii-saan!”
“Non ora, Shun.”
“Ma Ikki-nii-san! Ho bisogno…!”
“Devi cavartela da solo, Shun.”
“Prometto che farò da solo” la voce dall’altro capo del filo cercò di farsi più determinata. “Mi serve solo…”
“Che cosa? Aiuto psicologico?”
“Dimmi dove tieni il cacciavite e io…!”
“Non ora, Shun.”
“Ma Ikki-nii-san!”
Supplichevole.
“Ho detto non ora.”
E riagganciò.


“Ascoltami, Ikki.”
“Per favore. Sono molto impegnato.”
“Sai bene che è sempre per necessità se ti contatto. Non voglio…”
“Taglia corto, ho da fare.”
“Ebbene, dato che lo vuoi. Non mi vedrai mai immischiarmi in una contesa fra due cavalieri, Ikki, ma la tua condotta è imperdonabile! Non riesco a spiegarmi il tuo comportamento, Phoenix, l’atteggiamento crudele di chi nega aiuto al sangue del proprio sangue, al fratello che…”
“Ma per… Shiryu! Si è rotto l’asciugacapelli!”
“Ebbene, con questo freddo, non rischia di farsi venire un serio malanno?”
“Non dire stronzate.”
“Ikki!”
“Piantatela di chiamare. Ciao.”
“Ikki! Non è comportamento da ca-!”
E riagganciò.


“Sì, lo so, è quello che penso anche io.”
“Dici così e poi fai tutt’altro.”
“No. Cerco solo di farti ragionare.”
“Seh.”
“Se solo tu…”
“Torna a portare fiori alla mamma, va’.”
E riagganciò.


Dieci minuti di silenzio se li era meritati.
Driiin.
No.
Driiin.
No, aveva deciso che no.
Driiin.
“Ikki! Quel telefono!”
Ma porca…
“Pronto.”
Rispose con voce burbera. Cercò di risultare scoraggiante. Se non minaccioso.
“Ikki-nii-san.” Un cosmo dolcemente rosato lo raggiunse rimbalzando di ripetitore in ripetitore. Un eco dolce, stanco, reduce da una lotta, ma che trovava ancora la forza di sorridere, velato appena di orgoglio per la forza dimostrata. “Ce l’ho fatta.”
“Si era rotto il diffusore.”
“Sì, e io…”
“Sì, bravo, Shun.”
Meditò di riagganciare.
“Sì, io…”
“Bravo.”
Stava per cogliere l’occasione, ma la vocina prendeva coraggio.
“Però…!”
“Va bene così, Shun. Ti prego, sto-”
“Hyoga mi ha aiutato!”
Confessò, pigolando.
“…va bene.” Tentò, esasperato, e prese la rincorsa: “Va bene. Fa lo ste-”
“Un pochino.”
“Fa lo stesso. Ti richiamo io. Dopo. Ok? Ho da fare.”
“Chiama presto…!”
E riagganciò. Di fretta.
Stava cominciando a meditare sulle prossime mosse.
Non poteva finire così. Troppo facile. Il prossimo sarebbe stato…!
Strinse gli occhi, riducendole a due fessure. Senza dimenticare il proprio compito, rimase a fissare il telefono, quasi avesse voluto estorcergli qualche informazione con la tortura di lì a poco. Il telefono non sembrava affatto intimorito, ma probabilmente sotto sotto si sentì arricciare il cavo del ricevitore. Le fiamme del cosmo del bronze saint crepitarono. Il povero elettrodomestico pregava. O Grande Telefono Rosa, padre di noi tutti, salva la vita ad un tuo piccolo figlio, che ha un fax che lo aspetta dietro il bancone dei tabacchi e un cordless nella stanza accanto da crescere: fa’ che non…
Driiin.
Venne preso al volo.
Non ora, Seiya!
“Ikki! Come…?”
E Phoenix riagganciò con malcelata soddisfazione.


“Sappi che non ti ho perdonato per prima!”
“Sì, sì. ‘Sono d’accordo con te’, ‘sono il primo a dire che’… poi al primo paio di ciglia sbattute caschi come un…”
“Ti avverto, Ikki!”
“Ti avverto, Cygnus. Fra tre secondi riattacco.”
“MALEDE-”
Tu-tu-tu-tu-tu…


Driiin.
Pronto, maledizione. PRONTO.
“C’è Argo?”
“Non c’è nessun Argo, qui. Ti sei bevuto il cervello?”
“Ehi, scusa, eh. Senti. Fate consegne a domicilio?”
E riagganciò.


“Ikki-nii-saaan!”
“Shun, hai passato il limite. So che senti odore di bruciato, devi togliere la polvere. Mi hai sentito? Togli la polvere. E ora addio. Ho da fare.”
“No! Ikki-nii-san! Non è questo! Ascoltami!”
“Che cosa? Cos’hai mandato a fuoco?”
“Nii-san!”
“Non disturbarmi per sciocchezze. Vai a prendere a pugni quella quercia, se vuoi diventare un vero uomo. La solita quercia. Ora va’.”
“Nii-san, non è questo! Saori-san… Athena…!”
No. No, davvero, no.
C’erano ancora tanti di quei bicchieri da asciugare…!
“È scoppiata una nuova Guerra Sacra, fratello! Tu devi…!”
“Di nuovo?”
“Ikki! Non abbandonarci!”
“Andromeda, lo sai.”
“No!”
“Non disturbarmi più.”
“Ikki! IKKI! IKKIII!”
E riagganciò.
Amaramente.


         



“La retta parola” scandiva la voce nel ricevitore “è uno dei sentieri.”
“La retta parola non mi aiuterà.”
“Perché non ti assumi la responsabilità delle tue parole, Phoenix? Le parole vanno ponderate. Poni attenzione nella loro scelta di modo che non siano nocive per gli altri e quindi per te stesso.”
“Hai finito con la predica? Che cosa c’entra?”
“Se tu fossi più sincero i tuoi amici capirebbero. Che cosa mi dicevi a proposito dell’amicizia?”
“L’amicizia non cambia il fatto che ci voglia un giorno di preavviso per chiedere una giornata di ferie. E no, non lo capirebbero.”
“Questo è vero.”
Un breve silenzio pieno di verità.
Ikki teneva la cornetta del telefono tra la spalla e il mento, senza cessare di asciugare con rapidi e decisi movimenti di polso i bicchieri di fronte a lui, ordinati in pile precise: bagnati, asciutti. Il canovaccio andava che era un piacere. Il saint di Athena giudicò con soddisfazione il luccichio impeccabile del vetro nella pila alla sua destra.
“Comunque” riprese la cantilena pacata al suo orecchio sinistro, senz’ombra di fretta né di turbamento alcuno. “Sono passate settimane dall’ultima volta che mi hai preparato una tisana decente. Lo stress non ti giova. Non lavori forse troppo?”
“Oh, senti, non sono come quegli altri là. Io ho una vita. Ho un lavoro e mi serve una giornata di preavviso, prima di prendere su armi e bagagli. E non sono ferie pagate.”
Ikki! Tre ordinazioni al banco!
“Arrivano!”
“La retta condotta di vita è un altro dei sentieri. Condurre la propria vita senza eccessi. E la prossima volta, Phoenix, meno zucchero nella tisana. Dico davvero. È stucchevole.”
“Ne ho abbastanza delle tue chiacchiere.” Esasperato, cessò per un momento il suo interminabile asciugare per guardare la cornetta in faccia: “Torna alla tua Guerra Sacra!”
“I tempi non sono ancora maturi.”
“Al diavolo, Virgo!”
E riagganciò.



NOTE:

 1)       Dedica: Al mio Milo, per farlo ridere e perché questo Ikki è in gran parte suo. E sì, mi ha comprato DAVVERO un pigiama a pinguini. Che è BELLISSIMO.

2)       Fill up your glasses – Bottles to the ground: Il titolo (“Riempi i tuoi bicchieri”) è completamente random. “Bottles to the ground” è il titolo di una canzone dei NOFX, invece, che stavo ascoltando nel mentre. Bicchieri, bottiglie, in tema stiamo, no?

3)       È solo follia, solo immaginazione: Citazione da “Il processo” dal musical Notre Dame de Paris, all’esclusivo scopo di far imbizzarrire Kijomi.

Esmeralda:
C'è un prete infernale contro di me
Mi perseguita ovunque, io so chi è!

Frollo:
Sono soltanto allucinazioni
E' solo follia, solo immaginazione.

Esmeralda:
Soltanto che lui somiglia a voi!

Frollo:
Guardate gli occhi, c'è fuoco in lei!


4)       “Ikki-nii-saan!”: …devo commentare? Guardatevi il doppiaggio giapponese. XD

5)       “C’è Argo?”: Mi faccio schifo. Autoquoto da una fanfic a sei mani, LOL.
Argo e Giasone vengono dall’Heramachia [click] e anche questo intervento è puro fan service per le mie due co-autrici. XDDD


6)       “Vai a prendere a pugni quella quercia”: questa dovreste ricordarvela TUTTI, dall’anime.

7)       L’ottuplice sentiero è ciò di cui ciancia Shaka nell’epiloghetto. Non badategli, voleva solo darsi un tono mentre pensava farsi portare una tisana da Ikki. Sono le uniche che danno sollievo alla sua gastrite, perché Ikki con il suo lavoro di barman ormai è diventato un esperto delle temperature giuste di infusione.

  Fine.
Ora sapete TUTTI perché Ikki arriva sempre dopo agli altri.
Un po’ perché gli tira. Un po’ perché lui ha un lavoro a cui badare. Che cazzo.


 
Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Introspettivo, SongFic
Personaggi Principali:Capricorn Shura, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros
Rating: G
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito: L'arcobaleno è il mio messaggio d'amore / può darsi un giorno ti riesca a toccare / con i colori si può cancellare /il più avvilente e desolante squallore…Biglietto d'addio mai scritto.
Disclaimer: Canzone di Adriano Celentano: L'Arcobaleno; teso di Mogol, personaggi di Masami Kurumada.
Cose: Dato che la canzone me l’ha passata Milo, a Milo va imputata la colpa dell’angst qua dentro. Mi dispiace tanto per voi. è_é

  Io son partito poi così d'improvviso
che non ho avuto il tempo di salutare

Con armi e bagagli, passeggero ancora sul binario di un treno che fischia aspettando.

Io son partito poi così d'improvviso
che non ho avuto il tempo di salutare
-
- istante breve ma ancora più breve
se c'è una luce che trafigge il tuo cuore

I bagagli, il rilucere d’un oro già pronto al suo destino – rilucere nell’ultima esplosione di stelle, per poi consegnarsi ad un lungo silenzio – e la speranza del mondo. Le armi, il suo unico cuore coraggioso. Ugualmente pronto, ugualmente conscio. Superiore.
Nessuna rassegnazione. Stolida fermezza. Partenza. Armi e bagagli. Null’altro. Null’altro.
Nulla…
Maledizione, Aioros.
Passo fermo tra piogge di frecce e sguardo puro e serio scudo alle lame. Non. Un. Tremore.
Maledizione.
Ti odio, Aioros, perché il tuo cuore saldo tanto superiore ha ignorato la mia sofferenza. Perché i tuoi pensieri tanto alti e nobili naturalmente ti hanno strappato dalle mie braccia per condurti in un luogo dove noi bassi mortali non abbiamo accesso. E tu eri uno di loro. Noi no. Il paradiso ti attende, e tu lo sai. Noi no. Tu parti, di fretta, perché doveri più alti ti chiamano. E te ne vai senza salutare.
Maledizione, Aioros.
Solo…
Lasciarmi senza guardarmi negli occhi.
Un…
Canto, nella sera.
Nessun addio.
Talmente impercettibile da sembrare irreale.
IO NON SENTO NESSUN ADDIO.
Irreale, ma che penetra dolcemente nelle orecchie e nelle tempie, carezzandoti.
Lo ignori perché devi. Aioros è partito. Non tornerà. Non ha salutato. Quel canto non esiste davvero. Non esiste davvero. Non esiste davvero. Nessuno sta cantando per te.

L'arcobaleno è il mio messaggio d'amore
può darsi un giorno ti riesca a toccare
con i colori si può cancellare
il più avvilente e desolante squallore…


Aioria non avrebbe più creduto alle favole.
Specialmente non a quelle in cui l’eroe è senza macchia e senza paura.
Aioria avrebbe scartato le favole e digerito tremori e sofferenze in un’espiazione senza nome, nessun indizio a cui aggrapparsi per sopravvivere: un’inversione obbligata a senso unico verso una strada di pugni allo stomaco che era il surrogato di un risarcimento destinato ad un agglomerato di volti anonimi.
Un canto era il biglietto d’addio non scritto del fratello,
fratello partito e più tornato,
fratello luce delle sere,
fratello che cantava nel vento senza che lui lo potesse sentire…
Un canto troppo dolce per potervisi lasciare andare. Come quello delle sirene. Più difficile da credervi perché meno ammaliatore. Ma si sa, le illusioni…

Son diventato sai il tramonto di sera

Le illusioni germogliano con la più piccola goccia d’acqua.
Biglietto d’addio mai scritto dell’amato fratello, esso…

  e parlo come le foglie d'aprile…

  …poteva benissimo essere un’illusione.

…e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile…


Illusione morta negli occhi di un giovane che aveva levato la mano ancora con la speranza incisa in ogni più piccola fibra del suo essere. Ma Aioros aveva sorriso, ed aveva subito il colpo. Vano martirio. Alle lacrime di Shura egli si dichiarava colpevole. Senza volere. Povera innocenza tristemente fraintesa dalle lacrime che velavano tremule gli occhi altrettanto innocenti del ragazzino che una spada troppo pesante portava, inscindibile dal suo corpo – che forse avrebbe voluto abbracciare…
Era questo il tuo addio, Aioros?
Il triste, divino sorriso dell’eroe martirizzato?
Morto. E ora?
Dove sono le tue parole?

  e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso…


Il sofferente giace sfinito da un’opera incompiuta, e il mondo gli crolla addosso.
Niente in lui prova gioia, né soddisfazione, né appagamento.
Una parte di lui piange, l’altro la tormenta, inquieta, spasimante.
Un canto, si leva, muto, compresso tra le costole, preme sullo sterno, struggente, un canto d’addio, e due mani crudeli che sono le sue stesse lo stringono come tenaglie. Piange senza sosta. Senza aver visto gli occhi di Aioros prima che partisse. Solo un lampo sconvolto, membra scattanti, parole lanciate, e la sua schiena, la fuga.
Irrazionalmente. Ciecamente. Lui anelava le sue ultime parole per sé.
Morto. Aioros. E il suo addio? Nulla dalle sue labbra. Quanto avrebbe pagato per tornare indietro, afferrarlo per il polso, cadendo, anche, incespicando, che importanza aveva?, solo per guardarlo un’ultima volta nei limpidi occhi più verdi di boschi e mare e dirgli non abbandonarmi.
Non abbandonarmi a me stesso, ed Aioros avrebbe detto .
Perché di tutti quegli anni passati al suo fianco, Aioros non aveva scavato sin nel profondo dell’amico più caro, nell’amore e nell’odio che rimescolandosi l’avevano consumato come una cancrena. L’unica cura, gli occhi di Aioros, ridenti e lucenti nel riflettere monti e vallate ma troppo – ingenuamente – fiduciosi nell’immergersi dei bui laghi di Saga.

Io quante cose non avevo capito
che sono chiare come stelle cadenti -
- e devo dirti che è un piacere infinito
portare queste mie valige pesanti…

E quel canto mutilato tentava di librarsi al ritmo di uno sconosciuto, che nemmeno Saga sapeva starsi levando già tra le fronde degli ulivi e soffiare dolce tra le colonne del tempio profanato.
Tormentato, ansante, non sapeva che qualcuno d’ora in poi avrebbe vegliato.
Su tutti loro. Nessuno escluso.
Un abbraccio discreto ed invisibile.
E tutto sarebbe rinato dalle sue ceneri…

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire.

Era troppo tardi perché le mani di Aioros potessero sorreggerlo e curarlo.
Ma uno spirito leggero permeava l’aria dolce di Atene…

  Son diventato sai il tramonto di sera…
E parlo come le foglie d'aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il
canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso

Cantava.
Cantava per Aioria che rimaneva orfano e solo.
Cantava per Shura che aveva spento le sue lacrime con la sua anima che se ne andava.
Cantava per i bambini dai capelli d’oro e di fuoco e di ebano e di perla che avrebbe lasciato a loro stessi, in balìa del Fato. Cantava per i loro anni a venire, perché nonostante i venti maligni e i graffi sul volto che avrebbero dovuto cancellare dai loro ricordi restasse un addio che cantasse la verità tra gli alberi e gli scogli, promettendo la rinascita dalle ceneri…
Vegliava e ricamava il suo addio dolcissimo in ogni respiro e in ogni folata.
Commiato senza voce per chi era dovuto fuggire. Commiato impercettibile. Commiato segreto. Commiato respinto. Scambiato per illusione, vaneggio, invenzione fantasiosa del cocente disincanto.
Ma persisteva, come residui di profumo nell’aria, e cantava dolcemente il suo addio mancato.

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire.

Ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire.

Cantava per Saga in preda ai demoni, cullandolo a scacciare le ombre che lo tormentavano nel sonno, spirando fresca brezza che gli recasse sollievo. Cantava per l’amato amico perduto che si struggeva d’amore incancrenito e di guerra senza fine, e tra i suoi capelli e sopra le palpebre dalle belle ciglia soffiava l’addio che non poteva sentire, e i loro respiri s’intrecciavano senza fine e senza posa, palpitando allo stesso tempo.
Era morto, Aioros, e il suo spirito attendeva radioso là dove gli altri cavalieri sarebbero giunti, riunendosi in luce dorata. Sereno. Imperturbabile. Ormai spirato.
Non aveva più nulla a che fare con loro. Amato od odiato, un’icona sarebbe rimasta. Come sempre aveva vissuto, splendente, nella sua corsa più nobile delle altre, senza spiegazioni, voluta dagli dèi e non dai mortali. Di lui nulla era rimasto.
Le sue braccia non avrebbero più stretto Saga.
Solo quel canto nascosto, rimaneva, che
insisteva tra le lacrime sfuggenti
e le rabbie e i rancori,
e di natura vana, per i cuori forti ma umani,
che erano stati privati del loro addio -
tuttavia seguitava a cantare, misero ritardo, ormai ombra:
ma non li abbandonava.

Son diventato sai il tramonto di sera…
E parlo come le foglie d'aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso.