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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Angst,Introspettivo, Drammatico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
In proposito: La guerra aveva lasciato dietrodi sé tanti morti e tante macerie che l'addio era stato solouna delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta diHades aveva tranciato a metà. Giungevano, attutiti, isentimenti delal battaglia. E gli anni che passano non fanno cheattutirli di più. Doko e Shion continuano a cercarsi e sonoduecento anni  che i loro cosmi risuonano da lontano, senzaessersi detti un vero addio. Ma prima o poi la resta dei conti giunge.
Disclaimer: Tutta roba di Masami Kurumada,che Dio lo benedica.
Cose: 
Nonè necessariamente spoiler per chi stia leggendo il Lost Canvas, dato che si fa riferimentoalla Guerra Santa precedente ma solo nei termini vaghi che Kurumadanella seriecanonica già dispensa. Ho saltato un giorno di lezioni perfinire questostramaledetto lavoro, e il minimo che mi aspetto è un saccodi elogi! *O*
Dedicata al dolce Mu, che mi ha dato l'imbeccata e che ha sfornato per me tanti biscotti.Per ringraziamento, l'ho fatto comparsare in tutta la sua lillità.

La guerra aveva lasciato dietro di sé tanti morti e tante macerie che l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà. Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. Come se un colpo troppo forte alla testa, uno dei tanti, avesse annebbiato vista e udito, tu solo nel polverone, in una nebbia di ombre colorate. Nessun colpo fatale, nessuna percezione del dolore. Eppure, alla fine di tutto, ad abbassare lo sguardo, quella falce di morte tante volte sfiorata aveva deciso di non tagliarti la testa; in campo, si era piantata nel cuore come un paletto, senza riguardi, e ne stillavano lacrime e sangue. Lacrime e sangue.
Corpi di cavalieri giacevano avvolti in guaine di metalli preziosi, e mantelli bianchi che nascondevano loro il viso. Era pallido, il viso, ed il bianco aveva particolare riguardo per gli occhi spenti. Oro, argento e bronzo rendevano loro l’ultimo tributo prima di lasciare i guerrieri, pronti per un nuovo destino, pronti per la speranza, i germogli e i fiori. I mantelli invece li avrebbero accompagnati. Dall’alto del cielo, le costellazioni sfavillavano feroci, ricevendo il sacrificio di sangue. Ariete e Bilancia, opposti, brillavano di luce trionfante, bianca e pura. Ma l’alone rosso delle stelle pulsanti lungo tutta la volta celeste palpitava, come gli ultimi spasmi potenti e fieri di un cosmo che si spegne.


Il contegno dei due cavalieri d’oro sopravvissuti era irreprensibile, come i volti dei bassorilievi, immobili eroi, che emergono dal passato sulle pareti di pietra delle cattedrali. Anche loro erano eroi. Anche loro già appartenevano al passato. Era già stato deciso. Athena l’aveva voluto. La dolce Athena dalle bianche braccia, commossa, aveva sorriso con gli occhi pieni di lacrime che erano stelle (altre stelle bianche e pure, e talmente più lucenti), e li aveva ricoperti dell’onore più grande. Si erano inchinati assieme, i mantelli bianchi come bandiere sventolanti.
Come lenzuoli di sepolcri.
Anche, sì. Ma era meglio non pensarci.
Stelle rosse palpitavano, fiere, e troppe lacrime erano state versate. La Terra non sapeva più piangere, asciutta. Giaceva stanca con gli occhi rossi, la vista e l’udito annebbiati. Non era davvero il caso di pensarci.
Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. E l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà.


    Chi sei tu
     che nella sera ti fai sentire fioco
     da così lontano,
     come accendersi di torce?

Doko era andato in Cina respirando l’aria famigliare e antica delle cascate, il cuore gonfio di onore e responsabilità, che gravava sulle sue spalle larghe, così forte, Doko, in quel corpo così piccolo. Era giovane, allora. Ma con il cappello calato in testa e senza fare domande, come i vecchi, era partito.
Shion era rimasto in terra attica, la grande antica straniera, un mantello e paramenti carichi di potere e responsabilità, che pesavano sulle sue spalle larghe, elegante, Shion, in quel suo ergersi così carismatico. Era giovane, allora. Ma con la maschera d’avorio sul volto, senza fare domande, come i vecchi, era rimasto.


In Cina c’era l’aria pura di un tempo che non scorre, silenzio e tempo per pensare. Molto tempo per pensare. E Doko, così giovane, così vecchio, era l’unica persona che aveva scelto con un sorriso il luogo all’ombra dove si sarebbe seduto a vegliare per due secoli. Nei primi tempi avrebbe potuto muoversi, avrebbe potuto costruirsi una piccola casa, e sistemare per la vita quei terreni tanto generosi della Cina. La Cina gliel’avrebbe permesso. Ma col passare del tempo, era inevitabile, quando il sigillo avrebbe incominciato a cedere sotto il peso degli anni e del cosmo di un dio potente e crudele un santo di Athena si sarebbe seduto, immobile, di guardia e sentinella, concentrando ogni più piccola fibra di sé stesso per contrastare gli spettri ululanti di cui i bambini di solito hanno tanta paura. Avrebbero battuto colpi e ringhiato, senza voce, sempre più insistentemente, fino a quando non si sarebbe rotto. E sarebbe occorsa molta più attenzione, per sentirli. Lungo gli anni avrebbe cominciato a muoversi sempre meno, e sarebbe arrivato il giorno in cui sarebbe stato necessario non potere più sciogliere le gambe intrecciate, e viaggiare solo con la mente. Dolcemente, un giorno sarebbe successo, in maniera molto naturale, alle prime paure di quella bambina dagli enormi occhi neri.
Roshi? Ho fatto un brutto sogno. C’era un fantasma, nella notte.”
Allora ossa stanche di duecento anni si sarebbero posate per l’immobilità, senza una spiegazione, sotto l’acqua, il gelo e il sole, un sorriso senza un perché, nel vento, leggero come uno scacciapensieri che tiene gli incubi lontani. Ma Doko non sapeva nulla di tutto questo mentre sceglieva con un sorriso più giovane il luogo dove si sarebbe seduto a vegliare per due secoli. Vi si sedette per la prima volta, scattante, senza un solo pensiero al mondo che non fosse il vento, per il momento. E pensò a che ora potesse essere, mentre la nebbia purissima dell’acqua della cascata gli riempiva i polmoni, per chi assaggiava l’acqua salata del Mar Egeo.


Chi sei tu…?

Si era illuminato da lontano, come la fiamma di una candela. Appena un punto.
Nella sera ancora blu di quando si accendevano le candele prima che arrivasse la Notte a distendere il suo mantello intessuto. Nύξ, la chiamavano, dove il Mar Egeo bagna la terra, e i greci dicevano del suo mantello che era nerissimo, come la pece, come l’inchiostro, come il mare quando va più a fondo, e a Shion pareva naturale. Solo così le stelle avrebbero potuto risaltare. Bianche splendenti come gioielli.
Ma era prima che Nύξ calasse il suo manto tenebroso che si accendevano le candele, subito dopo che Shion poteva deporre il peso dei paramenti, appena prima che il nero tingesse come acquerello le coste frastagliate. Ed era proprio come la loro luce fioca che si accendeva, quel punto lontano. Invisibile, minuscolo astro, poi la luce rossa, poi la fiamma lontana. Oltre il mare.

    …che nella sera ti fai sentire fioco
     da così lontano…

Morti e macerie, e l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà. Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. E la separazione tra di loro era stata svelta. Erano gli eroi già scolpiti nei bassorilievi, già pronti al passato. La loro generazione era già ricordo. Shion vedeva ogni sera le tende immacolate spostate dal vento tiepido verso l’orizzonte, verso quella luce di candele, sventolare come mantelli bianchi.
Come lenzuola di sepolcri.
Come sudari.
Ma ancora non era tempo per pensarci.
Athena dalle bianche braccia, dagli occhi commossi che rifulgevano di tenerezza li aveva veramente ricoperti di onori grandi. Erano ciò che rimaneva. Erano i guerrieri della speranza. E in fondo, giungevano attutiti, i sentimenti, anche dopo la battaglia. Erano ombre colorate. Era un richiamo lontano oltre il mare.

   …come accendersi di torce?

“Amico mio, mi cerchi da molto lontano.”
“Il cosmo fa molta strada, e supera i mari.”
“Lo avverto distintamente, come nel mezzo della battaglia, quando ci cercavamo, per sostenerci l’un l’altro. Quando dovevo accorrere, quando lo facevi tu. E allora risuonava alto per sollevarsi dalla polvere e dalle grida. Ma ora mi giunge distante, Doko, amico mio. Come accendersi di torce, da lontano. Sui bastioni.”
“È tempo di smettere di parlare di guerra. È tempo di pensare alla pace.”
“C’è pace, lì, presso i cinque picchi?”
“Pace da morire di noia. C’è pace, lì, presso il Santuario?”
“La guerra lascia le macerie da ricostruire.”
“Non un attimo di pace, Pontefice.”
“Ma ora che ti sento, mi pare di sentire anche la cascata.”
“È sempre qui, Pontefice, e non si sposta.”
“Mi rincuora.”
Shion non poté sentire la risata.
La intuì nelle ossa, come un impercettibile vibrare, e non seppe sorridere di rimando.
Provò nostalgia.
“L’addio è stato confuso, amico mio.” Si risvegliò a sorpresa, la torcia lontana al di là del mare, di luce dorata e fioca: “Ricordo il tuo volto come se fossi lì, eppure ti cerco senza poterti parlare, e ti sento senza poterti udire.”
“L’addio è stato solo una delle tante emozioni che ci hanno sopraffatto, come in sogno. Athena, il silenzio, la polvere. Si è mischiato tutto, annebbiandoci.”
“Non ricordo di averti salutato.”
“Lo hai fatto, Doko.”
“L’ho fatto, sì. Eppure non me ne ricordo.”
“E mi cerchi la sera, quando ancora non fa buio, come un fantasma. Noi non siamo morti.”
“È sera, lì?”
“Le candele sono accese da poco.”
“Non è ancora nera, la notte?”
“No. Sono rientrato da poco nelle mie stanze, e ti ho trovato quasi ad aspettarmi.”
Doko non rispose nulla, allora.
Però quando tornò a cercarlo lo fece sempre alla stessa ora, illuminandosi da lontano, come la fiamma di una candela. Appena un punto. Sempre lontano. Sempre oltre il mare. Prima che la notte si facesse nera.

Gli anni che passano attutiscono i sentimenti ancor più che la battaglia.
Scorrono come cenere fra le dita, palpabile e morbida. Lasciano aloni grigi. Sfumano.
La luce che si accende da lontano, come le torce sui bastioni, segnali luminosi attraverso i chilometri, è alla pari di un eco confuso in mezzo a tutto il resto. Sorprende sempre, e non giunge improvvisa. Non si accende nella notte più nera, spaventandoti. Segue sempre il tramonto, con delicatezza. È l’unica musica dolce nell’amarezza, una corrente d’acqua calda in alto mare. Non sai quasi più da dove provenga, ma le sei grato. Non ricordi quasi più quel volto. Non ricordi quasi più quella risata. Sono sprazzi confusi ed incredibilmente dolorosi che avvolgono il corpo in vampate, quando t’immergi nei ricordi, e i ricordi sono troppi, e per questo sono dolorosi. Rimani l’unico testimone al mondo di un’epoca bruciata, Athena, Athena, non è troppo?, pensa, Shion, quando tutto tace sul mare e il silenzio si fa innaturale, e le voci spente da un secolo – un gran Signore, un secolo, passa a larghe falcate, il mento rivolto in avanti, trascinandosi dietro il suo mantello – riemergono dalle profondità del niente. Suonano di una musica così diversa da quella del presente. Il pianoforte trova nuovi accordi, i pennelli marcano nuovi colori, ed improvvisamente i volti di un tempo hanno la consistenza bellissima e vecchia degli affreschi sulle cattedrali. Dei bassorilievi. Sono Storia. Perché li ricordi come vivi, pontefice di Athena?
Ma l’universo attorno è colorato, e più sonoro.
E altri anni attutiscono ancora i sentimenti. Un po’ come la battaglia.
Per un bambino dagli occhi grandi, Shion allunga la mano.
Riprende in mano strumenti e polveri di stelle, trasmette conoscenze e virtù.
Lo guarda, serio e coscienzioso, adoperare materiale celeste e parole misurate.
Pensa che vorrebbe guidarlo a lungo. Pensa che le sue spalle diverranno forti.
Lo vede già ammantato d’oro, chiudendo gli occhi, ed il suo cuore trova pace in un orgoglio gonfio di sicurezza. Per fortuna, per fortuna, prega Athena, per fortuna posso guardare in quegli occhi sicuri che lo trattengono alla realtà, di quella sola dolcezza che possiede il fatto di avere qualcuno accanto. Un po’ come gli occhi enormi e neri di una bambina in Cina, per cui Doko si deciderà fra poco ad intrecciare le gambe per sempre, su una roccia lontana. Per Mu Shion apre con gesti sacri un baule vecchio di tanti di quegli anni da non poterli contare, sotto uno sguardo silenzioso e carico di aspettativa. E gli tremano anche un po’ le mani affusolate e solcate dalle vene, mentre lo fa, ma sorride. Deve cercare, ma cerca poco, perché si fa trovare, ciò che cerca, e può prenderlo tra mani vecchie e spiegarlo come una bandiera.
Come lenzuola di sepolcri.
No, stavolta no.
Non ancora.
Si commuove anche, Shion. Facendogli dono di quello che ha, ammantandogli le spalle di mantelli bianchi, che per lui sono molto. Sono bandiere nel vento e negli inchini solenni, sono stralci di nuvole abbaglianti contro un cielo tanto turchese che la prima volta l’aveva meravigliato, sono il riserbo candido per l’onore di uomini che ricorda come fratelli. I nomi si confondono, mentre le lacrime minacciano di uscire, pizzicando gli occhi stanchi, e le ciglia sempre belle, verso cui il ragazzo che ora si trova di fronte da piccolo allungava dita minuscole, come se per lui fossero farfalle. Mu ha rispetto e sorride, e china il capo, per l’onore. Percepisce l’emozione del maestro e non dice nulla, come sempre, perfetto nella sola dolcezza che possiede il fatto di avere qualcuno accanto. Shion lo abbraccia, sospirando, e i ricordi sono troppi. Sorride, vinto. Già il presente è colorato e sonoro, e luminoso. Quando i ricordi pretendono di riavere luce è troppo, Athena, oh, è troppo.


Per Doko i ricordi erano meno attutiti, e meno spenti. Laggiù tra le nebbie purissime e il verde assoluto della natura nella sua perfezione, il tempo diventava un concetto astratto, ed ogni viso, luogo, sentimento era sullo stesso piano. Solo lui invecchiava, a guardia di un sigillo pieno di incubi.
Aveva visto nuovi volti, qualche volta. Li aveva conservati come tesori. Erano tutti passati.
Ma si avvicinava il tempo in cui avrebbe dovuto rimanere a vegliare più attento, più cauto, in cui i suoi passi avrebbero dovuto essere sempre più brevi. Già le sue stesse gambe cominciavano a cedere, ormai vecchie di tanti anni che nemmeno li si poteva confidare senza suscitare una bella risata. E ancora non c’era nessuna bambina dagli occhi enormi, lì, a fare risuonare belle risate. Solo la cascata, e un cosmo lontano, ancora dorato, colmo di ricordi belli e distanti.
Ah, ma gli anni scorrono come cenere ovunque, e sempre tra le dita, ingrigendo. I sentimenti si racchiudono, lasciando spazio al mondo e ai suoi cicli più grandi.
Così dall’universalità attratto, Doko viaggia con la mente e con lo spirito, soffermandosi di tanto in tanto su luoghi che i suoi occhi hanno visto, percependo il nascere di piccoli cosmi, che vede ogni tanto accendersi come torce, da lontano, sui bastioni. Sentinelle. Intuisce l’arrivo di una generazione nuova. Capisce che Shion, in terra di Grecia, sta radunando a sé bambini dall’animo puro e giovani uomini con forza nelle braccia, per risvegliare i loro universi nascosti. Li cerca. Da un bassorilievo bianco sulla parete di una cattedrale, conta sulla sua discrezione, la discrezione dei vecchi, sempre inosservati, per sorvolare con la mente quei luoghi, attento, gli occhi spalancati sul mondo come quando vide per la prima volta il cielo turchese del Mediterraneo e se ne meravigliò. Doko, solo nella sua solitudine e nel suo assoluto, un anno dopo l’altro, medita ed invecchia; e ascolta il palpito del mondo e la trasformazione nelle cose. E un giorno, costernato, si ritrova gli occhi pieni di lacrime.


“A volte ripenso al tempo trascorso, sorprendendomi di quanto sia. Ogni volta affiorano sempre più ricordi. Ma li sento sempre più distanti. Sono lontani, e ormai sfocati.”
“Lo pensi davvero?”
“Per te non è così?”
“Nella mia mente non c’è nessuna ombra. I ricordi si susseguono in ordine, assieme alle sensazioni. Qui è così facile ricordare. Quasi piacevole, nonostante la nostalgia. Ma è così amica, la nostalgia, per i vecchi, Shion: qui la mia sola compagna è la cascata immortale, che mi prega di raccontarle le mie storie. Per te è diverso.”
“Ti ricordi di me?”
“Mi ricordo di te? Certo che mi ricordo.”
“E come era, allora, Doko? Come ero, io? Gli anni scorrono tra le dita come cenere, ed ingrigiscono i colori. Anche adesso, ti sento come la prima sera in cui ti sentii da così lontano, ed anche allora le candele erano appena accese, e tu baluginavi da lontano come se fossi già un ricordo.”
“Vuoi che ti racconti com’era?”
“Sì, se c’è stato un tempo in cui noi due marciavamo fianco a fianco. Sono così vecchio, Doko, e il tempo mi scorre addosso sempre con più pesantezza. Ricordami com’ero.”
“Era l’epoca in cui l’uomo ancora non volava, eppure tu toccavi le stelle.”
“Era così.”
“Eri forte e giovane, allora, il più elegante, fra di noi. Passavi emanando autorità, alto com’eri, solenne. Una nave fra cortei di mantelli bianchi.”
A questo punto, era solo silenzio.
“Ma forse ero io che ti vedevo così. Non ero più alto di un soprammobile cinese.”
Doko non poté sentire la risata.
La intuì nelle ossa, come un impercettibile vibrare, e sorrise di rimando.
Provò nostalgia.

I sentimenti si dischiusero di colpo, come la corolla di un fiore sotto il primo sole.
Erano i mille petali bianchi delle ninfee sulla superficie della cascata, e Doko le vide stendere mille dita come per consolarlo, disperate, per raccogliere le lacrime a cui non arrivavano. Laggiù tra le nebbie purissime e il verde assoluto della natura nella sua perfezione, il tempo diventava un concetto astratto, e così i sentimenti, perfetti nella loro immutabilità, ignorando il mondo, persi nei suoi cicli infiniti. Così Doko accolse con sofferenza l’incrinatura crudele in quel ritmo perfetto, provando per la prima volta, da quand’era lì, vero dolore.


    
    Shion.
    Shion, amico mio, cosa è accaduto?


I fiori erano di sangue.

    
Perché non sento più il tuo cosmo, da lontano…?

Il sangue sapeva di tradimento.

    
…come accendersi di torce?

Assisteva ad una rivolta senza precedenti. Il Pontefice era stato assassinato da un Santo.
Muto, seduto sulla sua cascata, venne inondato dal corso della storia che accelerava, lontano da lui, che prendeva pieghe insospettate, che si ribellava ad ogni regola. Il sigillo, dietro di sé, sembrava vibrasse. Qualcosa turbava la quiete di quel luogo. Qualcosa l’avrebbe turbata per decenni. Si alzò, faticosamente. Mettere i passi uno di fronte all’altro era faticoso, constatò amaramente, quando le membra vecchie di secoli avevano dimenticato come si camminava e le lacrime offuscavano gli occhi.
È difficile, quando soffri. Oh, com’è difficile. Trattenere al di fuori i cicli del mondo, il sorgere e il tramontare, il vivere e il morire. Lo scorrere del tempo.
Sollevare le braccia lo è altrettanto – minuscole, rachitiche braccia, rattrappite dal tempo, come soffrì, per una volta assalito dai ricordi con più intensità del solito – e deve anche cercare, ma cerca poco, perché si fa trovare, ciò che cerca, e può prenderlo tra mani vecchie e spiegarlo come una bandiera.
Non smise di piangere, guardando la stoffa bianca gonfiarsi nel vento, tra gli spruzzi, come la vela di una nave. Pensò a Shion, e pensò ad un veliero imponente, una nave fra cortei di mantelli bianchi.
Zai Jian, amico mio.”
Lo guardò fluttuare nell’aria, elegante, librandosi nel vento.
Come lenzuola di sepolcri.
Come sudari.
Sì.
Proprio così.


 
Autore:Milo di Scorpio
Genere:Romantico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot, Yaoi
In proposito: “Fermo dove sei. Noi due abbiamo un vecchio conto da regolare, vecchio di almeno duecentoquarantatre anni.” Abbassò il tono di voce “Ed è il momento di saldarlo”.Shion si arrestò, per guardarlo da sopra la spalla. “E’ proprio questo ciò che desideri?”“Senza alcun dubbio”.Doko e Shion, un vecchio gioco.
Disclaimer: I personaggi sono di Kurumada e miei. Ormai ho il contratto. Mi dispiace.
Cose: : Dedicata al mio Camus, che ama i protagonisti. E, del resto la caratterizzazione di Shion gli deve molto. <3 Va alla grande con gli uke. E al Dolce Mu, che mi ha chiesto questa fanfiction con tutto il lilla del suo Cosmo e pagandomi con dei biscotti.

Il vento batteva il pavimento di marmo con ferocia quasi crudele, indifferente all’incontro che aveva fatto tremare Doko, vecchio e minuto, sotto la camicia leggera.
I capelli lunghi di Shion, inguainato nella surplice di Hades, vennero sollevati e lui incurvò le labbra in un mezzo sorriso, di quelli strafottenti e di superiorità innegabile. Attese che il vento si placasse, perché voleva che ogni parola arrivasse al  vecchio.
“Hai capito bene, Doko: ho giurato eterna fedeltà ad Hades.” – mentì, ma questo era un dettaglio, al momento – “E lui in cambio mi ha concesso vigore e giovinezza.” Allargò le braccia, che Doko potesse vederlo bene. “Ho tutto ciò che potevo desiderare, i muscoli di un ragazzo di diciotto anni, la sua forza, la sua freschezza… la sua avvenenza.”
Sogghignò, soddisfatto. E continuò. “Tu invece sei… “ chiuse gli occhi, come ad allontanare da sé quella parola:  “Decrepito”.
“E’ un’illusione.” Sussurrò Doko, in risposta, sotto il largo cappello cinese che sembrava schiacciarlo a terra “C’è un motivo per cui ho fatto accendere i fuochi sulla torre della meridiana. La vostra vita non durerà più a lungo di quei fuochi”.
Shion socchiuse gli occhi rosa, con l’aria di un gatto appena privato del gomitolo preferito. Fece alcuni passi verso la scalinata, dandogli le spalle, ma Doko sollevò il bastione, puntandoglielo contro.
“Fermo dove sei. Noi due abbiamo un vecchio conto da regolare, vecchio di almeno duecentoquarantatre anni.” Abbassò il tono di voce “Ed è il momento di saldarlo”.
Shion si arrestò, per guardarlo da sopra la spalla. “E’ proprio questo ciò che desideri?”
“Senza alcun dubbio”.

Più di duecento anni prima, si sfilò la casacca verde, buttandola nell’erba con il largo cappello cinese, e si mise in posizione di guardia. Poi fece saettare qualche calcio, uno dopo l’altro e atterrando basso, sulle ginocchia, vibrò un destro ben piazzato davanti a sé. Alle sue spalle, la cascata si infrangeva nel fiume in tutto il suo fragore.
“Ma che bravo” qualcuno lo applaudì.
Doko si girò in direzione della voce e sorrise, intrecciando le mani dietro la nuca, tra i capelli castani, spettinati.
“Sì, miglioro a vista d’occhio” sogghignò. Poi invitò Shion a fronteggiarlo, con un gesto della mano. Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte.
Lo raggiunse con andatura morbida, elegante, fermandosi davanti a lui. Shion era molto alto, dotato di una muscolatura potente ed elastica, che lo rendeva flessuoso ed imponente, insieme. Guardò il compagno dall’alto in basso, con un sorrisetto che voleva essere sprezzante e invece lasciò trasparire tutto il suo affetto. Doko gli sorrise di rimando: decisamente più piccolo d’altezza e più compatto, aveva l’agilità della tigre che il Maestro gli aveva tatuato sulla schiena, e lo stesso brillio negli occhi grandi, allungati.
“Sei pronto, Shion?” beffardo e adorabile in egual misura.
Shion non fece altro che affilare lo sguardo sotto le ciglia lunghe, di quel viso seducente e ingannevole. In combattimento, Shion era un autentico bastardo, Doko lo sapeva e la prospettiva del gioco lo stimolò.
Scattò in avanti.
Shion all’indietro. E ad ogni colpo dell’uno, l’altro parava, i corpi elastici flessi nelle figure dell’arte marziale, come in una danza.
Capitava spesso che Hakurei, che del giovane Shion era il venerato Maestro, mandasse il ragazzo in Cina, dove un amico fidato stava allenando un altro aspirante Cavaliere di Athena. Doko e Shion si erano conosciuti così, ancora bambini, trovandosi con una naturalezza e una familiarità che avrebbe loro permesso di sopravvivere ad una sanguinosa Guerra Santa e a ben due secoli di vita.
Erano cresciuti praticamente insieme, e quando Hakurei mandava a chimare Shion, reclmando l’allievo nel Pamir, Doko attendeva paziente che la stagione fredda finisse e iniziasse l’estate, con il ritorno dell’amico. A volte erano estati soleggiate, a volte estati con la neve.
Ma era sempre estate quando tornava Shion.
Quella in particolare era stata un’estate molto lunga e piena e sembrava ancora non voler giungere a termine. Mancava ancora qualche anno al completamento dell’addestramento di entrambi e i due ragazzi, poco più che bambini, crescevano in forza e potere in quella culla verde che erano i monti Goro-Ho.
Si allenavano i muscoli delle braccia e delle gambe, nuotando nel fiume. Si saltava e si correva nel vento. Poi ognuno si dedicava alle proprie tecniche, diverse per l’uno e per l’altro. Spesso Shion, elegante e bastardo – non solo in combattimento – creava dalle proprie mani un muro di cristallo, senza sforzo apparente, e sogghignava con superiorità e affetto alla vista di Doko che prendeva a calci la cascata per farla andare all’insù. Era lì che lo  guardava il giorno in cui finalmente ci riuscì e ne fu orgoglioso. La sera si dormiva vicini, sui letti imbottiti di paglia di riso, nella capanna, con il Mastro di Doko seduto sulla soglia, alla luce della lampada a olio, a fumare erbe mediche nella pipa di legno.
“Ti arrendi?” domandò Shion, spingendo lontano Doko, dopo una serie di attacchi.
Doko atterrò in piedi, silenzioso, sull’erba. Lo guardò.
“Arrendermi io? Davanti a te?”
“Perché no?” l’altro sbatté le palpebre e incurvò le labbra in un sorriso bastardo. Un sorriso bastardissimo. Doko adorava i sorrisi bastardi di Shion. Gli facevano venire voglia di scoppiare a ridere e abbracciarlo, come quando si rotolava sull’erba se il combattimento si trasformava in una rissa. A volte capitava.
“Perché no?” ripeté Shion, alzando il mento, lanciandogli uno sguardo obliquo. “Faresti un favore a te stesso, vaso ming.”
Doko cercò di guardarlo con rabbia, ma sentì il sorriso schiudergliele senza pietà.
Quel maledetto bastardo.
“Vaso ming?” ripeté, sillabando, fingendosi indignato.
“Vaso ming. Sei piccolo così.” Mormorò l’altro con finta innocenza, piegandosi per tracciare nell’aria una tacca immaginaria a mezzo metro d’altezza dal terreno, a far  vedere a Doko quanto fosse alto, proprio come un vaso della dinastia Ming. Erano anni che lo prendeva in giro: tre per la precisione, da quando Shion l’aveva superato in altezza e aveva continuato a crescere più di lui.
Doko, che era vero che non era tanto alto per essere un guerriero, ma non era nemmeno un vaso ming, incassò e guardò l’amico dritto negli occhi, fingendosi mortalmente offeso.
“Quando la finirai?”
“Dai, non prendertela…” l’altro strascicò la voce.
“Laverai con il sangue quest’onta, Shion!” si mise in guardia.
“…anche così piccolo sei carino”. Ghignò. “Un piccolo vaso ming”.
Così dicendo, Shion si gettò dietro la spalla i capelli lunghi e setosi, si girò e si allontanò con lentezza, perché Doko lo trattenesse.
Faceva parte del gioco.
“Fermo dove sei. Noi due abbiamo un vecchio conto da regolare, vecchio di almeno tre anni.” Abbassò il tono di voce “Ed è il momento di saldarlo”.
Shion si arrestò, per guardarlo da sopra la spalla. “E’ proprio questo ciò che desideri?”
“Senza alcun dubbio”.

“Le tue parole sono sagge. Così come lo sono le parole degli anziani”. Shion sogghignò – bastardo – e disse anziano così come avrebbe detto vaso ming. “Ma non ho nessuna intenzione di ascoltarle”.
Preparò il suo colpo, diretto contro Doko, vecchio e fragile, alto davvero come un vaso di ceramica.
Aveva subito e contrastato lo Shoryu Ha, e adesso si raddrizzava elegantemente, il cuore che batteva implacabile sotto la surplice.
Levati dalle scatole, Shiryu, pensò, quando l’allievo di Doko affiancò il Maestro.
Invece disse: “Il tuo Cosmo avverte il peso degli anni ben più del tuo indomito spirito, amico di un tempo”. Shion si guardò distrattamente la mano, bianca, forte e giovane, con cui aveva appena contrastato il colpo di Doko, “Due secoli fa mi avresti sopraffatto ad occhi chiusi” alzò lo sguardo per spiare la reazione del vecchio e fece un altro bastardissimo sogghignetto. “Ma ora…?”
Beh… fu allora che Doko espanse il Cosmo in quella maniera strana. Che mutò forma sotto i suoi occhi nella luce di Athena e tornò giovane quanto Shion, quanto lo erano entrambi davanti ad una cascata in Cina e al suo fragore.
Shion spalancò gli occhi per la sorpresa, nell’ammirare la Tigre che ricordava. C’erano state tante cose, in mezzo: una Guerra Santa, ancor prima di quella, che aveva visto sopravvivere solo loro due; un pontificato al Grande Tempio; il ritorno di Doko in Cina, da solo.
La sua morte, di Shion, per mano di Saga. Eppure, non aveva dimenticato Doko la Tigre.
Il suo sorriso si allargò. “Misopethamenos”.
“Sì, miglioro a vista d’occhio” sogghignò Doko. Poi invitò Shion a fronteggiarlo, con un gesto della mano. Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte.

“Allora ti conviene scappare, Shion!” Doko si preparò allo scatto, pronto ad aggredirlo.
“Non ho paura, Doko!”
“Dovresti”.
Shion rise, gli occhi brillanti per il divertimento, e si preparò all’impatto, vendendo la Tigre balzare su di lui.
Un attimo dopo rotolavano insieme nell’erba alta, bagnata dagli spruzzi della cascata.
Uno scatto di reni e Shion fece finire Doko sotto di sé, accomodandosi saldo sopra di lui. Lo guardò sornione come una volpe, incrociando le braccia, soddisfatto.
“Cosa credi di avere fatto, mh?”
“Ti ho atterrato”.
“Ah, davvero?” Doko sorrise caldo, tanto da essere rassicurante. Solo, mentre lo diceva, girava il corpo di lato, sul fianco.
“Doko…”
Lento, ma inesorabile.
Shion cercò di tenerlo giù, le spalle nell’erba. Doko sorrise. Sorrise. Sorrise.
E lo sbilanciò di sotto.
“DOKO!” si aggrappò con le unghie alle sue spalle, ma ormai era troppo tardi. Era stato sopraffatto ad occhi chiusi.
“Ma guarda chi abbiamo catturato”.
“Mh...!” Shion si dimenò un po’, ma nemmeno tanto. La verità era che stava bene lì. “Lasciami!”, aggiunse, comunque.
Al contrario, Doko lo premette meglio sul prato, divertito, i fili d’erba alta che accarezzavano il volto di entrambi. Lo guardò e trattenne a stento una risata. Anche quello era un gioco vecchio.
Era da un po’ di tempo, a dire il vero, che si lanciavano sguardi facilmente traducibili, che correvano carezze più o meno casuali. Così Shion rimase lì, sicuro, a fargli sentire il proprio corpo premuto sotto il suo e girò il viso di lato, mentre Doko gli sfiorava il collo e la mascella, leggero come l’erba.
Shion tornò a guardarlo in viso, riappropriandosi di quell’inequivocabile aria sorniona.
Gli fece scorrere un dito sul nasino all’insù e, di punto in bianco, lo baciò.
Lo baciò.
In quel gioco familiare, quella era una svolta decisamente nuova.
Doko non se l’aspettava, spalancò gli occhi nell’espressione sconvolta che avrebbe avuto due secoli dopo, quando gli specter sarebbero evasi dal sigillo di Athena e lui avrebbe rivisto davanti a sé l’amico di un tempo vestito di una surplice scura.
Shion ridacchiò, approfittandosene per scappargli da sotto, rialzandosi con qualche pacchettina alla tunica. Lo guardò dall’alto, Doko che era arrossito con il respiro trattenuto – così rosso da contrastare con il verde dei suoi abiti.
 Shion assunse un’aria saccentella.
“Beh, ti muovi? Dobbiamo allenarci, te lo sei dimenticato?”

Doko allontanò Shiryu con un gesto e un’occhiata. Avrebbe voluto che rimanesse in Cina, al sicuro – allievo amato come un figlio – almeno per quella battaglia che riguardava lui, Doko di Libra, che aveva visto spezzarsi un sigillo nascosto in una cascata. Poiché il destino aveva voluto diversamente, però, lo spinse con il suo Cosmo verso le stanze di Athena. Che andasse a proteggerla in prima persona e lo lasciasse lì, a fronteggiare il passato che era tornato, con le sue ombre e i suoi sorrisi.
Shion attese, poi assunse un’aria saccentella: “Amico di un tempo, siamo qui per combattere. Te lo sei dimenticato?”
Rivolsero i loro colpi l’uno contro l’altro, le stelle di Shion e i draghi di Doko inondarono il cielo di Atene con uno splendore crudele.
Doko scattò in avanti, avvicinandosi alla velocità della luce. Per la prima volta dopo secoli, furono così vicini… Shion tornò a guardarlo in viso, riappropriandosi di quell’inequivocabile aria sorniona, appena sfumata in una nostalgia gelida.
Nonostante l’odio che nutriva per Hades, il dio a cui stava giocando un gran brutto tiro, si ritrovò a ringraziarlo sommessamente. Si maledì, quando se ne rese conto. Ma quando aveva visto Doko così vecchio, poco prima, gli si era stretto il cuore. Mai avrebbe voluto farsi vedere da Libra fragile e secco com’era diventato negli anni, quando l’uno era seduto su una cascata a Goro Ho e l’altro su un trono alla Tredicesima Casa.  Mai.
“Sei ancora alto come un vaso ming”, lo prese in giro scacciando il pensiero, giovane e bellissimo davanti a lui.
Con il coraggio e la paura dei guerrieri che sanno che non resterà loro più tempo di quanto dureranno i fuochi su una meridiana, spensero i loro Cosmi in un combattimento che si trasformava in una rissa. A volte capitava.
Doko lo afferrò, per regolare un conto antico sui vasi, e lo baciò, con ferocia.
Shion si aggrappò alle sue spalle e lo attirò contro di sé.