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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Un Mondo di Luce
100 Drabble Themes
Shaka/Ikki
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 Fanfic100_ita

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Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Kanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Risvegliarsicon il rumore delle onde nelle orecchie. // Risvegliarsidisteso, tra morbide, bianche lenzuola.
Disclaimer: Sono personaggi che appartengonopa Masami Kurumada. Ancora per poco, perchè progettiamo dirapirli e di rapire anche lui.
Cose: 
 Questafanfic è dedicata come sempre alle mie muse (DeathMaskdi Cancer, Aphrodite di Pisces, Milo diScorpio),ma questa volta con particolare riguardo a Rhadamantis di Wyvern,che non commenta ma legge, inarcando il suo elegante monosopracciglioall’inglese, e a Kanon di Gemini,nel tempo libero Kanon di Gemini, che tra le altre cose ci harecentemente deliziato di questa.Che io fossi in voi andrei a leggere. E ho l’accortezza dipubblicarequesta fanfic oggi (14/08/2008,sull'EFP),che se non vado errata è un anno esattoche sonodiventati un dolce duo, e a breve andranno a spassarsela al mare. <3 Auguri a Rhada eKanon. ~
CAPITOLO:1 di 2


Risvegliarsi
Capitolo 1
 

Risvegliarsi con il rumore delle onde nelle orecchie.
Oh, no.
Di nuovo.

Da quale dei suoi incubi si sarebbe risvegliato, ora? Era tornato laggiù? Generale degli abissi, accolto dal mare che aveva tentato di ucciderlo, quel mare stesso lo mondava con la sua rudezza di padre severo e lo accoglieva come un figlio inasprito – era il mare di Poseidone? Si sarebbe risvegliato dal grande incubo di una Guerra Santa solo sognata e si sarebbe ritrovato laggiù? Erano queste le onde?
O si sarebbe risvegliato ancora più indietro, tra i flutti di un mare non ancora padre, dall’ennesimo incubo in cui il fratello lo abbandonava voltandogli la schiena? In quale dei due casi avrebbe perso di più?
Perdere l’oro che sapeva di sangue fraterno e di negata appartenenza finalmente concessa, e di onore, e riscoprirsi il generale votato al dio avverso, traditore tradito?
Perdere la stessa veste di Marine, e ritornare agli stracci e ad una grotta scavata dai sali, senza dio alcuno, nemmeno il padre Poseidone che aveva avuto egoistica pietà di lui?
O perdere quegli stracci stessi?
Tornare un uomo e scenderne al di sotto.
Affrontare la morte…
Con quel rumore di onde nelle orecchie.
Che onde erano? Che mare? Da quale incubo si stava svegliando?


Il sole bianco, accecante, e le strida dei gabbiani. Kanon viveva.
Rimase ancora abbagliato dal sole, ferito, abbattuto come straccio bagnato sugli scogli pietrosi. L’odore acre e familiare del mare lo soffocava, il sole batteva sul suo corpo dal sapore di salsedine, sulle alghe vaganti che erano state strappate al mare da correnti e fato e tempo, si raggrumavano ed imputridivano lì, assieme ai crostacei e i piccoli insetti che vivevano soltanto sotto la sabbia e negli anfratti delle rocce porose. Il sole era accecante. Bianco da ferire. Kanon era già ferito, e voleva solo riposare.
Da seduto, fu come vedere un mondo diverso. Distesa di blu a braccia aperte, il mare lo chiamava, eppure non si muoveva. Kanon rimase immobile per molto tempo, instupidito, la testa inclinata su un lato. Le braccia si muovevano, ma era come se non facessero più parte di lui. Aveva ancora un dito rotto. Vi pensò distrattamente, lo sguardo vacuo sul mare e le labbra dischiuse, quel figlio di puttana di Minos.
Rimase così qualche altro minuto, prima che il suo sguardo riuscisse ad essere catturato dalla figura galleggiante sul mare. Scattò in piedi. Il suo corpo lo punì con ogni dolore possibile, tutte le ossa bruciarono eseguendo i suoi movimenti – ed era come correre con gambe di cristallo – eppure Kanon correva.
Il mare gli diede vita.
Di nuovo.
L’acqua fredda gli diede un senso e lo riscosse, i suoi arti gli rispondevano, i brividi gli diedero velocità. Il mare gli restituiva la vita. Fu ghiaccio ed ossigeno, vampata d’aria, e così le sue mani poterono afferrare e trascinare, e parve come risvegliarsi da un sogno – di nuovo – il rumore delle onde nelle orecchie – di nuovo – solo nel distendere Rhadamantis della Viverna, Giudice Infernale, grande generale di Hades, nemico di Athena, rovesciato a testa indietro sulla sabbia ruvida che scarsamente ricopriva a manciate l’insenatura rocciosa del mare. Tossì, con voce cavernosa. Rhadamantis viveva.
Kanon rimase in ginocchio, gocciolando, mentre la testa gli girava che sembrava stesse per cadere, fischi d’aria alle tempie. Per minuti, ancora, ripiombò in quella specie di trance, chiuse gli occhi, il sole era bianco e accecante anche da dietro le palpebre, e Kanon era ferito e voleva solo riposare. L’unica cosa tangibile, lacrime del padre mare a scivolare dai capelli alle tempie alla fronte al naso agli zigomi alla bocca, e il salato sulla lingua. Ansimava. Il mare li aveva salvati entrambi.
“Kanon!”
Fu la voce a svegliarlo.
Kanon mise a fuoco l’uomo che aveva davanti.
Anche privo dell’armatura, Rhadamantis il gigante infernale era temibile come una fiera dalle maestose sembianze. Il suo ampio torace si alzava ed abbassava in faticosi respiri come la schiena di un drago che ansima terribile, imperscrutabile, occhi di lama. Può non attaccare, ma tu sei paralizzato dal terrore.
“Rhada… mantis…” sillabò. La sua gola era secca. Le parole raschiavano. Sentì sapore di sangue, dolorosamente mischiato alla salsedine. Per l’altro doveva essere lo stesso. In bocca a lui quell’ansito era stato un ruggito, ma la sofferenza in quel momento – il saint lo sapeva bene – apparteneva ad entrambi. Entrambi sarebbero dovuti morire nell’esplosione causata dallo stesso Kanon, erano finiti lontani, molto lontani, fino ad esplodere oltre il mondo dei morti, sulla terraferma, ma il mare li aveva graziati. Entrambi.
“Kanon… perché…” raschiò l’uomo che si sforzava di puntellarsi sulle braccia possenti, trapassandolo con occhi iniettati di sangue. Ma Kanon non aveva paura. Né di lui né di niente. Il sole era accecante, e bianco, e nelle orecchie c’era il rumore del mare. Rhadamantis aveva rischiato di morire.
“Perché sì” sbottò, senza nemmeno sforzarsi di cercare una frase ad effetto tra le tante che avrebbe potuto dire. Anche un non lo so sarebbe stato di grande effetto scenico, ma non è che esattamente non lo sapesse. Come se non lo sapesse. Un motivo c’è sempre, a quello che si fa, al mondo. Kanon stava seduto cercando di non morire e Rhadamantis, il suo avversario, il suo nemico, l’uomo che aveva sbarrato la strada all’esercito di Athena e aveva ucciso i suoi compagni, l’uomo che aveva allacciato lo sguardo al suo non curandosi né degnandosi più di nessun altro

Sospettavo che fossi tu...
L’uomo che è riuscito ad ingannare anche gli dèi…

e che l’aveva chiamato per primo

…Kanon dei Gemelli!
come nessun altro prima aveva fatto, in quella corsa affrettata contro il tempo, investito cerimoniosamente a sangue e lacrime un’ora prima che la sua dea morisse – Rhadamantis lo specter, generale di Hades giaceva a peso morto a faccia in giù sull’acqua, e lui era corso per tirargli i capelli – e ora ricordava, le seriche chiome bionde sotto le sue dita ferite – riversargli il capo all’indietro e farlo respirare. E l’aveva portato a riva prima che, privo di sensi, non ricevesse la morte, per scoprire che il padre mare davvero aveva voluto salvarlo. Come Kanon. Entrambi vivi. Entrambi salvi.
Respirava a fatica, Rhadamantis, e non gli staccava gli occhi di dosso. La sua risposta l’aveva preso in contropiede, e nei suoi occhi era passato di sfuggita un lampo di smarrimento. Kanon lo riconobbe. Era lo stesso che aveva trasformato il suo volto quando aveva visto Gemini chinarsi su di lui, in un gesto naturale, dopo avergli inferto un colpo tremendo – e anche allora non seppe perché lo stesse facendo, solo gli venne naturale chinarsi su Rhadamantis così scioccamente, come a sincerarsi se stesse bene, come nel più assurdo dei racconti – e quando ad interrompere il loro scontro erano arrivati gli altri due Giudici dell’Oltretomba. Rhadamantis aveva gridato “No!” – per lo stesso motivo per cui Kanon si era chinato su di lui senza pensare, e rabbioso aveva perso il controllo perché la sua preda era stata toccata da altri. E smarrito, quello sguardo regalava furia ai suoi no, un impeto che aveva lasciato i due giganti sconcertati, due sorrisi perplessi sui volti in ombra. Quello stesso lampo aveva ingentilito l’espressione dura per un secondo mentre il rumore delle onde riempiva le orecchie di Kanon, e non c’era molto di superfluo da dire. Ricordava tutto perfettamente.
Gli sorrise, debolmente.
“Kanon… tu… sei un uomo avventato.”
“Può darsi.”
“Mi hai salvato la vita.”
“L’ho fatto.”
“Potrei approfittarne per ucciderti.” Raschiava, col fiato, la terribile fiera. Non aveva perso niente della sua minacciosità. Era un mostro ferito, e quindi più irritabile e pericoloso. Lo guardava. Ma non si muoveva.
“Non credo che lo farai.”
Una debole risata. Kanon osservò con inaspettato piacere le labbra dello specter deformarsi in un ghigno da lui subito prontamente imitato, mentre dall’altro usciva una breve, roca risata. Riconosceva il suo tono di voce, elegante ma cupo, come se provenisse davvero dalle profondità stesse dell’Inferno.
Saint e specter si fronteggiavano.
Erano due esseri ricoperti di ferite, striscianti. Non si reggevano in piedi. Guerrieri privi di armatura, si fissavano senza abbassare la guardia, mentre il sole accecante batteva su tutto, sulle rocce porose salate, sul mare blu come lapislazzuli lucenti, sulla pelle dei due uomini ricoperta di ustioni, abrasioni e tagli non più sanguinanti. Tutto aveva lavato via l’acqua del mare. Kanon spezzò per primo la posizione di guardia, con grande naturalezza. Si lasciò scivolare all’indietro, per distendersi. Voleva appoggiare la schiena alla terra e ricordarsi di essere vivo. Passarono dei minuti. Quando riaprì gli occhi il sole era sempre lì, sembravano essere passate ore e invece era nella stessa identica posizione, e Rhadamantis giaceva disteso accanto a lui. Riprendevano entrambi fiato e vita.
“Rhadamantis.”
“Mh?”
“Come stai?”
“Potrei stare peggio.”
“Già. Senz’altro.”
“…E tu?”
“Ah, io? Mh. Bene.”
“Mh.”
Kanon rilasciò il fiato, con grande fatica. Tutte le membra si stavano sciogliendo. Non sapeva dire se era un buono o cattivo segno. L’abbandono era piacevole, ma aveva al tempo stesso paura di quell’abbandono. Era l’invitante richiamo della morte, o poteva fidarsi? Kanon non si era mai fidato molto di nessuno. Anche in quel momento, si faceva un po’ pietà. Tremava, nel caldo del sole accecante. Non voleva morire. Non adesso.
“Io dormo.”
“Dormi?”
“Sì. Non morire mentre io dormo.”
Rhadamantis pensò che Kanon dei Gemelli era più che un uomo avventato. Era veramente eccentrico. Aveva salvato la vita ad un suo nemico, gli aveva ingiunto di non morire mentre lui non poteva sorvegliarlo, poi si era addormentato. Le membra intorpidite, il gigante infernale fece uno sforzo col capo per girarsi ad osservare i lineamenti del volto dell’avversario. Lo fece finché non fu sicuro di distinguere l’espandersi ed il contrarsi dell’ampio petto. Appena se ne fu sincerato, si abbandonò senza forze disteso nella posizione di prima, e chiuse gli occhi a sua volta.

“Kanon.”
La voce ferma lo riportava alla realtà.
Era vivo. Di nuovo. Ancora.
“Kanon.”

Rhadamantis della Viverna torreggiava su di lui, come l’aquila che scende a cerchi sulla preda prima di ghermirla. Strano che non provasse paura.
“Nh?”
Si sentì tornare ad una posizione naturale. Si rese conto di essere stato spostato, perché prima evidentemente doveva trovarsi più in alto.
“Ti dimenavi. Stai bene?”
“Sì. Sì, sto bene. No. Mi fa un male atroce.”
Il saint di Gemini portò entrambe le mani al fianco destro. Cos’era all’improvviso tutta questa cosa del corpo che pretendeva di riacquistare sensibilità? All’anima se era vivo, era vivo sin troppo. Prima non gli faceva così male. Scoppiò a ridere.
“Che c’è da ridere?”
“Niente. Siamo vivi.”
Lo stesso sorriso si dipinse sulle labbra arroganti del’altro. Per la seconda volta, Kanon le osservò con piacere. Ed interesse.
“Sì, siamo vivi.” E sogghignò, guardando il mare, come a sottolineare il sarcasmo – neanche l’ironia – della situazione. Erano entrambi vivi. Kanon riuscì a mettersi seduto. Erano ancora laceri e sporchi, e feriti. E più sofferenti che mai. Ma il mare li aveva graziati entrambi. Non aveva scelto il figlio Kanon, donandogli la vittoria dell’eroe che paga il suo spirito di sacrificio. Non aveva scelto Rhadamantis, assegnandogli la vittoria della forza di Hades su Athena. Aveva salvato entrambi, ed ora erano lì, striscianti, a vivere, senza vinto né vincitore, senza poter tornare sul campo di battaglia, che si sarebbe conclusa prima che loro potessero essere di nuovo in grado di rimettersi in piedi. E chiunque avesse vinto, loro erano entrambi vivi.
Il sole era basso. Ancora non tramontava. Non c’era freddo. L’odore del mare era più forte che mai, e la risacca copriva qualsiasi altro suono. Respiravano con dolore. Kanon aveva salvato Rhadamantis, e il mare aveva salvato entrambi. Si chinò a guardarlo, la fiera vinta e non vinta, spossata al suo fianco, ma che non abbassava la guardia. Puntò gli occhi nei suoi, come se fosse pronto a scattare in qualsiasi momento, mentre entrambi non sarebbero stati in grado di imprimere forza ad un misero calcio senza frantumarsi le ossa. Ma erano vivi. Vivi.
Scattarono praticamente contemporaneamente. Il sole non era più bianco, ma l’odore della salsedine soffocava, la sabbia era ruvida, il vento inclemente, e non si sentiva altro che il rumore delle onde nell’eco di ogni roccia avvinghiati l’uno nelle braccia dell’altro, labbra che si divoravano a vicenda con una fame morbosa, voglie alimentate a fuoco da scintille di ferro che si affila, respiri e bruciore e sangue e vita. Ignorando l’amaro, l’aspro e il salato quanto il sapore ferroso del sangue. Prendere tutto, fin quello che c’è, perché c’è, e non è andato distrutto. Non se l’è preso Hades, non se l’è preso Athena. Non se l’è preso l’inferno, non l’Elisio. Nemmeno il mare.

Si staccarono ansanti dopo un’infinità di tempo, e gli occhi di Rhadamantis sempre duri agganciarono quelli di Kanon, fissi, tanto che non li poté muovere, mentre con espressione seria andava a prendergli la mano offesa, la mano che avevano torturato davanti ai suoi occhi. La teneva stretta, perché non si facesse male, la tenne stretta mentre si chinava su di lui, aquila e drago e leone e maestosa viverna, e si avvinghiava a lui come lui prima gli si era gettato addosso, avido di un sentimento senza nome. Il mare aveva risvegliato Kanon con il rumore di onde nelle orecchie, e aveva risvegliato Rhadamantis della Viverna, di Athena nemico giurato, servo di Hades, l’uomo al quale il destino aveva già cominciato a legarlo a doppio filo. Giacevano assieme, labbra affamate, riprendendosi tutta la vita che era stata loro restituita.

“E adesso?”
Rhadamantis rimaneva in silenzio, guardando il mare, padre patrigno di Kanon dei Gemelli. Adesso?
“Abbiamo vinto entrambi, Kanon. O siamo stati entrambi sconfitti. O forse nessuno ha vinto.”
“Non t’interessano le sorti della Guerra?”
“Comunque sia, è finita. E noi ne siamo usciti. Come se fossimo morti entrambi. Ma non lo siamo. E non possiamo tornare indietro dicendoci vincitori. Non siamo neanche questo.”
Kanon rimase a riflettere per un po’. Ora che riusciva a stare in piedi, doveva reggersi la mano ferita. Rhadamantis gliel’aveva fasciata con quel che rimaneva della veste che indossava sotto la surplice. Si chinò seduto di fianco a lui. Rhadamantis che era stato salvato dal mare. Che viveva.
“E quindi?”
“Un’alternativa c’è sempre.”

Note di Aquarius ~

Epilogo:

Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli scapparono assieme alle isole Shetland, dove lo specter ha residenza. Lì hanno avuto tempo e modo di riprendersi dallo scontro ed instaurare un solido rapporto di coppia. Vanno molto d’accordo e seguitano imperterriti a concupirsi apertamente ed anche in pubblico. Non si sprecano a tentare di negarlo. Litigano moderatamente. Sono felici. Il tè preferito di Kanon è diventato il Russian Earl Grey. Ogni tanto tornano al mare. Appena si saranno un attimo organizzati con ogni probabilità formeranno un’associazione a delinquere per conquistare il mondo.


Note più serie
:
1) Fanfic in due parti. La prossima, conclusiva, sarà dedicata ad Aioros e Saga. Il risveglio è il punto di partenza, loro fanno il resto. I personaggi appartengono a Masami Kurumada, non a me, ma io li amo tanto tutti quanti. E li slasho.

2) Uhm, sì. Lo so. Teoricamente Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli non sono sopravvissuti affatto. Si sono disintegrati nell’ultimo atto di eroismo di Kanon, esplodendo fra le stelle. Non ho la pretesa di insinuare il dubbio nelle vostre anime innocenti. Ma… dite un po’. Ne avete l’assoluta CERTEZZA? °_* <3

(ahimé, nota più seria sin lì)

(tutto ciò per dire che questo capitolo è classificabile come WHAT IF. Oppure no. Dipende a cosa si decide di credere. È a libera scelta. Io dopotutto con quei due lì ci cenavo fino a tre sere fa. E c’era davvero tè ad ogni ora del giorno.)


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:2 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 2
Rubedo


E strani sogni – come il sole
che tramonta sulle spiagge -
rossi fantasmi passano senza sosta,
passano simili

a grandi soli
che tramontano sulle spiagge.

Paul Veraline, Payesages Tristes



Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno, che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente gli disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
Questo pensava Hyoga, mentre varcava la soglia dell’Ottava Casa. Pensava all’incipit di una fiaba greca, con un finale amaro. Perché gli fosse venuta in mente, questo non lo sapeva. Forse era per via delle cicale e del loro canto insistente. Forse a causa del tramonto sanguigno. Preferiva non interrogarsi sui finali amari in un luogo sacro come il Santuario di Athena, dove lui stesso tanta amarezza aveva dispensato.
Era buia, la Casa dello Scorpione del Cielo. Sembrava che ci fosse la notte, dentro, mentre fuori il sole ardeva ancora, scarlatto nel vespro.
Hyoga aveva salito le scale da solo. Non aveva voluto la compagnia di nessuno dei suoi fratelli, insieme a lui in terra di Grecia. Con Athena, erano lì per far riparare le armature distrutte durante la guerra al Grande Tempio.
L’intenzione era stata quella di salire fino all’Undicesima Casa. Un pellegrinaggio strano.
Poi aveva avuto come l’impressione che Camus - defunto amato maestro, defunto Cavaliere d’Oro - non avrebbe approvato, che recarsi all’Undicesimo Tempio sarebbe stato, ai suoi occhi, come nuotare con un fiore dalla madre negli abissi del mare.
Era stato sul punto di tornare indietro. Poi aveva pensato che c’era qualcuno ancora vivo che aveva bisogno di incontrare. Un pellegrinaggio strano.
Il Santuario era bellissimo, avvolto in un cielo fiammeggiato. La luce tingeva di porpora la terra e il marmo della scalinata, scivolava all’interno dell’Ottava Casa, ritagliando la sagoma delle colonne nell’ombra che la riempiva: presto il sole sarebbe scomparso, morendo in un lampo verde nell’Egeo.
Un piede dopo l’altro, lentamente, scivolò all’interno del Tempio. Le cicale in sottofondo sembrarono così vicine, che il loro canto lo turbò. Cosa diceva Platone a proposito delle cicale? Non se lo ricordava.
Si ricordava solo
Uno scorpione doveva attraversare un fiume,
della favola del cigno e dello scorpione
ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno,
In quel tramonto sanguigno.
che si trovava lì accanto.
I suoi passi echeggiarono nel silenzio. Avvertì un fruscio appena e, alzando lo sguardo, sussultò: dall’ombra, lo Scorpione lo fissava.
Così
“Cavaliere d’Oro di Scorpio,” lo salutò Hyoga, scoprendo con imbarazzo di non poter alzare lo sguardo dai propri piedi. Seguirono lunghi istanti di silenzio, poi Milo gli si avvicinò e, con voce dolce e suadente, gli disse:
con voce dolce e suadente, gli disse:
“Hyoga”.
“Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.

La mano di Milo era scattata in avanti, serrandosi sul collo del Cigno. Hyoga aveva spalancato gli occhi e serrato le mani attorno al braccio che lo aggrediva, ma non aveva potuto opporre resistenza alla forza del Gold Saint. Si trovò strappato dalla soglia e trascinato nell’ombra, lontano dalla luce vermiglia tramonto.
“Niente affatto!” rispose il cigno “Appena saremo in acqua mi pungerai e mi ucciderai!”
“E per quale motivo dovrei farlo?”
Hyoga ricadde sul pavimento, sbattendo la schiena, e la nuca trattenendo un gemito di dolore. La battaglia delle Dodici Ore, nonostante le scrupolose cure mediche immediatamente successive, aveva causato ferite profonde nel corpo quanto nello spirito che ancora non si erano rimarginate completamente.
“E per quale motivo dovrei farlo?” chiese innocente lo scorpione.
Hyoga scrollò il capo e si liberò il viso dai capelli. Si rialzò sulle ginocchia, istintivamente, ma non tentò nemmeno di difendersi. A conti fatti, aveva preso coscienza di essere andato lì per quello: per pagare per ciò di cui era colpevole.
“Milo…”
Milo avanzò verso di lui, il bel volto serio e immobile, nell’ombra, i capelli scomposti. Avanzò letale e silenzioso, nell’ombra. Sul suo viso Hyoga lesse accuse precise.
I Cavalieri di Bronzo avevano lottato e combattuto contro tutto, per assicurare la giustizia al Grande Tempio. Avevano salvato Athena da un duro destino e questo era il compito di ogni Saint a lei devoto. Ma lui, Hyoga, era stato la causa della morte di Camus dell’Acquario – defunto amato maestro, defunto Cavaliere d’Oro – e quella morte lo aveva spezzato.
Aveva spezzato Milo, che adesso avanzava con quel giudizio inappellabile negli occhi blu come il mare di Grecia, come quelli di Athena inflessibili: colpevole, Hyoga del Cigno.
Il suono immateriale delle cicale era come un richiamo lontano. Cygnus vi si abbandonò, come ad una preghiera.
“Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
Milo lo riafferrò, trascinandolo in piedi e piantandogli le unghie nelle spalle, con ira. Aveva sentito Hyoga non appena aveva messo piede al Santuario.
Lo aveva sentito così chiaramente che era sobbalzato, nel buio dell’Ottava Casa al tramonto, con la luce che entrava dalle colonne ritagliando sul marmo ricami sanguigni. Quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare. Quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso. Aveva creduto si trattasse di un sogno, un’impressione falsata. Doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Invece era vero, quel bagliore di neve. Tutto ciò che era stato di Camus ora apparteneva a Hyoga, assassino dei ghiacci in nome di Athena.
Piantò le unghie nelle spalle del ragazzo e lo trascinò su, quanto più possibile alla propria altezza per guardarlo negli occhi.
Questa volta Hyoga non abbassò lo sguardo. Lo lasciò appoggiato in quello di Milo, senza arroganza, ma anche senza vergogna.
Le unghie sprofondate nelle spalle del ragazzo erano così dolorose da temere che stessero conficcandovi il veleno, insieme alla collera. Ma Milo non aveva dato fondo al Cosmo: affondava senza pensare, d’istinto, per trattenere una preda che non sarebbe dovuta scappare. Mai più.
“E per quale motivo dovrei farlo?”
Milo li aveva i suoi motivi. Li aveva eccome.
“E per quale motivo doveri farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei”.  Il cigno ci pensò un attimo, convinto della sensatezza dell’obiezione dello scorpione. Lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
Hyoga pensò che adesso poteva essere una buona idea, quella: essere punto dalle quindici cuspidi di Scorpio e morire lì. Era venuto per quello, no? Un pellegrinaggio strano.
Adesso che non c’era più niente da dire o da fare, che Athena era salva e sovrana sulla Grecia, adesso si poteva andare in pace, no? Pagare i debiti. Tutti. Da quello con la mama a quello con Camus. Tutti.
Anche Milo stava pensando che fosse una buona idea. Milo, per amore del vero, era un passo avanti: pensava che fosse un’ottima idea. Non aveva mai avuto remore ad uccidere, era la sua natura. Non più scrupoli di uno scorpione che punge una caviglia distratta.
Non si era mai tirato indietro.
Lo spinse con più forza contro la colonna.
In quello stesso punto lo aveva già spinto una volta, non era così? E lì, poco lontano, lo aveva lasciato sollevarsi sulle ginocchia e gli aveva spiegato quali intenzioni aveva avuto Camus, quando aveva rinchiuso Hyoga in un feretro di ghiaccio. Quali aspettative, quali timori, quali ragioni.
E più oltre, nella tenebra più scura del tempio, lì era dove Hyoga era arrancato.
Milo aveva ammirato quel ragazzo dal viso fragile e gli occhi enormi, che però non si arrendeva. Che con il suo non cedere instillava in lui il dubbio. L’aveva salvato, spontaneamente.
La luce del tramonto era scarlatta e si arrampicava fino a loro, stirandosi sui pavimenti del Tempio. Rossa come il sangue. Presto ne sarebbe scorso a fiumi, di sangue vero, si sarebbe mischiato con la luce e Camus sarebbe stato vendicato.
Camus che amava Hyoga ed era morto per renderlo degno del proprio nome.
Camus che amava Hyoga. Milo si morse il labbro inferiore.
I grilli, fuori, tormentavano l’aria di un frinire incessante.
Cosa diceva Platone, dei grilli e delle cicale? Che erano stati uomini, una volta. Che non avevano più smesso di cantare, da quando erano nate le Muse. Che avevano cantato per sempre senza mai dormire né mangiare. Lo raccontava a Camus, nei pomeriggi assolati sotto gli ulivi, petto contro petto tra le stoffe leggere. Camus che non le aveva viste mai, in Siberia, le cicale, che si incantava ad ascoltarle nel sole del meriggio, quando era più pericoloso e bisognava parlare ad alta voce, per sovrastarle.
Camus che amava Hyoga come un figlio.
Milo non aveva commesso alcun errore fidandosi di Hyoga e dei Bronze Saint che avevano occupato il Santuario: avevano avuto ragione di ogni affermazione sostenuta, di ogni sfida lanciata.
Athena era salva. Alto sollievo per i suoi Cavalieri d’Oro che avrebbero dovuto proteggerla e non attaccarla.
La sua fiducia di Saint era stata ben riposta. Quella di uomo, era stata tradita.
E che smacco, per Milo, scoprire che esse non coincidevano.
“E’ come se fossi morto anche per mia mano, Camus”.
Sollevò il braccio su Hyoga di Cygnus che teneva gli occhi grandi e gravi, fissi nei suoi, grandi e gravi. Occhi azzurri in occhi azzurri, colpa nella colpa.
A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura"

Milo non ricadde sulle ginocchia, anche se temette di farlo, quando vide Camus riverso a terra, poco lontano rispetto a Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare.
Non ricadde sulle ginocchia, ma gli s’inchiodò il respiro. Senza pensare, con la meridiana che ormai non ardeva più di nessun fuoco, aveva preso il corpo di Aquarius tra le braccia, e lo aveva appoggiato alla colonna.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.
Aveva guardato incredulo quel viso bellissimo e familiare e aveva passato le dita sulle palpebre tondeggianti, sulle sopracciglia sottili. Non si era mosso, ma dentro di sé era inorridito, sentendo quel corpo freddo come la neve, duro come il marmo. Alieno ed estraneo.
Aveva guardato Hyoga del Cigno esanime, faccia a terra. Esanime, ma vivo, Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare. Il ragazzo dal viso sottile e gli occhi enormi che in quella battaglia tremenda aveva avuto salva la vita due volte e che la vita del Cavaliere dei Ghiacci aveva reciso.
“È come se fossi morto anche per mia mano, Camus”. Ammutolì.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.
Guardò solo il volto di Camus, quindi, svuotato di vita.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Lo prese tra le braccia e lo avvolse nel proprio candido mantello.
Avrebbe ottenuto, poi, che venisse sepolto con esso.

A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura"

Hyoga si morse il labbro inferiore, come se lo era morso Milo e indurì lo sguardo.
Non si sarebbe sottratto alla giusta punizione che doveva essergli impartita. Era colpevole dell’omicidio del suo Maestro e se alla morte il destino aveva voluto condurlo quel giorno, non l’avrebbe ostacolato.
Un Santo devoto ad Athena non fugge. Si mantiene impavido davanti al pericolo come davanti al dovere: suo dovere, adesso, era lavare l’onta. Era contento sapendo che il fato, tra tutti, aveva scelto proprio Milo per attuarsi. Affilò lo sguardo e attese, puntandolo sul colpo di Scorpio che si abbassava.
Milo calò la mano sulla spalla del ragazzo. L’unghia scarlatta mandò un lampo, nella luce tenue che fiammeggiava da fuori. Fulmineo gli afferrò le spalle con forza. Hyoga, sbalordito, venne spinto in avanti, e perse l’equilibrio.
Le braccia di Scorpio si chiusero dietro la sua schiena, in un abbraccio feroce.
Milo soffocò un singulto.
Hyoga trattenne il respiro.
Poi, semplicemente, non accadde nulla.
Milo lo tenne stretto in un abbraccio un po’ rude, un po’ affettuoso, di quelli che danno i fratelli più grandi a quelli più giovani. Un abbraccio impacciato dalla compostezza di un guerriero inadatto a manifestazioni simili d’affetto.
“Perché non ti sei difeso?” la voce dello Scorpione del Cielo suonò piatta, nell’eco gentile sui muri.
Hyoga lo fissò con gli occhi spalancati, sbalorditi.
“Quando ti ho attaccato, perché non ti sei difeso? Mi sembra che Aquarius ti abbia insegnato che si combatte sempre, fino alla fine. Che non ci si arrende ai sentimentalismi. Non è questo che ti ha insegnato, Hyoga di Cygnus?”
Tacque, comprendendo di parlare anche a se stesso e non permise di scendere alle lacrime che gli pizzicavano le palpebre. Gli parve di vedere qualcosa nel buio dell’Ottava Casa.
Qualcosa che c’era stato anche prima, quando aveva levato il braccio su Hyoga con l’intenzione di ucciderlo, e che anche in quel momento era lì: un guizzo familiare, di passi abituati a calcare quelle pietre. Un lampo di capelli rossi nel sole della sera. Non ci si arrende ai sentimentalismi. Non ci si arrende alle cicale, per Athena.
Anche Hyoga tacque, annuendo e deglutendo i sensi di colpa. Poi Milo lo lasciò andare.
“Domani, quando il rito lo richiederà, sarò io a dare il mio sangue per la vita della tua armatura. Lo devo a Camus che ha fatto di te un uomo. Quindi alza il mento e non ti girare indietro, Hyoga.” Suo malgrado, sorrise. Quei sorrisi un po’ dolci un po’ strafottenti che facevano scuotere la testa ad Aquarius, in una smorfia tenera. “Hai le spalle coperte”.
Gli era sembrato di vederlo, nel buio, Camus: un lampo di capelli rossi nel sangue del vespro. Nel frinire delle cicale. Bisognava stare attenti e parlare a voce alta per sovrastarle; l’incanto degli spettri meridiani somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia.
Milo si staccò da Hyoga e lo tenne davanti a sé, per le spalle.
Ne riconobbe l’aria familiare, il cosmo bianco della neve di Siberia e della purezza dell’uomo che gliel’aveva instillato. Riconobbe in Hyoga l’allievo che Camus aveva amato, nel suo modo immenso e strano, come di padre severo. In qualche modo – in un modo immenso e strano – lo riconobbe in quel tramonto scarlatto come proprio allievo.
L’epilogo di una favola greca che finiva in modo meno amaro. E al Grande Tempio c’era stata già tanta amarezza.
Gli era sembrato di vederlo, nel buio, Camus. E senza parlare mormorava con le labbra qualcosa che Milo aveva già sentito:
Ti ringrazio per avere capito quanto straordinario sia Hyoga.
Gli era sembrato di vederlo, ma durò poco: un lampo nel buio; il raggio verde del sole che muore. Poi anche il crepuscolo ritrasse le sue dita di porpora e restarono solo il caldo della sera, il vento che soffiava dal mare e il frinire dei grilli.


 

Autore:Camusdi Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali: GeminiKanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
G
Avvertimenti:
-
In proposito:
Eidelon come immagine, come riflesso in uno specchio. Due coppie difratelli, l'una davanti all'altra. Nella loro diversità liscopriamoperfettamente speculari, da togliere il fiato. Aioros e Aioria da unaparte, Saga e Kanon dall'altra, durante la stessa notte, nello stessoambiente, nella stessa situazione. E due capitoli: ve li proponiamoinsieme - in un unica volta - perchè sono inscindibili l'unodall'altro, come i loro protagonisti.
Disclaimer: Kurumada voleva questo, losappiamo.
Cose:
un omaggio all'amore fraterno.
CAPITOLO: 2di 2


Eidelon
Ti ho creato nella gioia e nel pianto:
tanti sono i fatti, tanti gli eventi
che sei diventato tutto sentimento, per me.
[C. KAVAFIS, Sullo stesso luogo]


Sbadigliò e si appoggiò al tavolo con aria annoiata. La fiamma della lampada, sul tavolo davanti a lui, venne scossa dal suo respiro e tornò calma. Allora Kanon avvicinò il viso, curioso, nonostante la spossatezza, allungò il collo bianco – serici fili, sottili, danzavano giù dalle sue spalle – e guardò la fiamma dentro il capannello di vetro, con enorme interesse.
Saga, seduto sul bordo della branda, senza battere il ciglio lo osservava inclinare il capo, intento com’era nella sua contemplazione, e poi tornò a slacciarsi i calzari: era stata una giornata lunga che lo aveva visto impegnarsi nel proprio allenamento, separato, come di rigore, da quello del fratello gemello.
Cavaliere d’Oro dei Gemelli, gli avevano detto. Cavaliere d’Oro dei Gemelli, tu o tuo fratello, saranno le stelle a decidere. Castore e Polluce, Diòscuri signori della guerra, stabiliranno a chi conferire l’armatura che fa esplodere le galassie. Vi sceglieranno le stelle.
Saga era orgoglioso e grato dell’onore concesso e ogni giorno chiedeva il massimo al proprio corpo e al proprio spirito. E ogni sera, dopo gli estenuanti soli roventi e piogge battenti sulle loro fatiche individuali, si allenava di nuovo con il fratello gemello, giocando con le stelle, le stelle che vegliavano il Santuario.
Kanon s’inumidì le dita, pensieroso, e fece per spegnere la fiamma pizzicando il cordoncino di stoppa. La fiamma tremò, alla vicinanza dei suoi polpastrelli, poi sgusciò via, indignata dalla tracotanza del ragazzino.
“Kanon” lo rimproverò gentilmente il fratello. Stava sistemando gli abiti sulla sedia di legno appoggiata al muro e i maneggi dell’altro sull’unica fonte di luce non gli permettevano di vedere bene.
Saga non aveva bisogno di parlare troppo per redarguire: bastava che lo chiamasse perché l’attenzione del fratello gemello fosse completamente catalizzata, sia che i suoi occhi si rivolgessero a lui sia che rimanessero fissi sull’oggetto davanti a sé. Kanon si rilassò all’indietro con un sospiro, per niente composto, ma lontano dal fuoco, e si appoggiò allo schienale.
Sbatté le palpebre. Sbadigliò ancora. E si appoggiò coi gomiti.
La notte era calata da tempo e le stelle erano luminose. Le avevano guardate fino ad un attimo prima, riconoscendo le costellazioni più nitide, poi erano rientrati.
Era, la loro, una casa piccola e modesta, con le pareti di pietra nuda e di due stanze. Una con un tavolo e un paio di sedie, qualche conchiglia che Kanon raccoglieva sul mare, e fiori secchi, rimasugli dalle corone che intrecciava ridendo fra i capelli di Saga, e una cassapanca con i motivi artigianali di Atene, contenete gli abiti e gli accessori necessari all’addestramento.
L’altra stanza, più piccola, vedeva due brande al centro della stanza, unite insieme. Le lenzuola erano pulite, anche se ruvide. In un angolo, il necessario togliersi di dosso la polvere e la fatica della giornata.
Era tutto quello che offriva il Santuario di Atene ai suoi allievi, che dovevano formarsi nel rigore fisico e morale per essere in grado di affrontare le prove dure che la dea metteva sulla strada di un suo Sacro Guerriero. Una volta ricevuta l’investitura, Saga o Kanon avrebbe avuto la possibilità di ascendere agli alloggi dei Dodici Templi, nel nucleo del Santuario, ma adesso era in quella casa spoglia eppure così intima che conducevano le loro esistenze.
A compensare la rigidità c’era la bellezza della campagna di Atene, con i suoi rumori ovattati dal caldo, l’odore del mare che saliva dalla costa e colli e stelle a perdita d’occhio sino a toccare lo Star Hill.
Né Saga né Kanon si erano mai lamentati, finché erano l’uno con l’altro.
“Hai sonno?” il maggiore dei gemelli, finalmente libero dai paramenti, raggiunse il minore. Appoggiò i palmi delle mani forti - per quanto fossero quelle di un ragazzo così giovane – sulla tavola a fianco del ragazzo, e si chinò ravviandosi i capelli. Gli sorrise, nonostante la stanchezza, e riuscì ad ottenere un sorriso anche dalle labbra dell’altro, identiche e diverse.
L’affetto che lo legava a Kanon era inesprimibile e indistricabile nel groviglio dei sentimenti che provava per il fratello: uno e solo, eppure distinti, due perle di rugiada nate dalla stessa goccia di pioggia.
Saga aveva passato la sua vita conoscendo a memoria i suoi pensieri, persino quando i suoi occhi si facevano più sottili, dal blu più profondo, e s’inabissava dove la natura lo rendeva sé stesso, grande e distante. Gli piaceva pensare, però, che Kanon fosse un germoglio nato da poco che aveva bisogno di cure e di luce, di rettitudine e guida.
Il ragazzino sbadigliò di nuovo, senza curarsi di schermare la bocca. “No”.
Uno scappellotto leggero sulla nuca, reso dolce dal tono armonioso con lui lo rimbrottò: “La mano davanti alla bocca”.
“Mh. No, non ho sonno, Saga”.
“A me pare di si”.
“No… Non è vero. Cos’è, tu vuoi la favola della buonanotte?” non trattenne uno sbadiglio, che gli deformò la faccia in una smorfia così divertente che gli venne da ridere, poi si alzò in piedi un poco più sveglio, e cinse per scherzo la vita del gemello con le mani, lo sguardo brillante.
Saga sorrise, più pacato, e gli riavviò i capelli folti con le dita.
“Sono grande, ormai. E anche tu. Vai a lavarti”.
Kanon sbuffò, ma perlopiù per questioni sceniche. Cedette presto e si lavò, assieme al fratello, come tutte le sere, con l’attenzione nello sguardo che lampeggiava dal suo al proprio riflesso su quel minuscolo rettangolo che era lo specchio sopra il lavabo.
Mentre Kanon si lavava i denti, producendo con lo spazzolino una schiuma fresca di arancia, Saga si spogliava dei vestiti, lentamente, in un rituale silenzioso, e si rivestiva per la notte, cotone pulito e fresco. Tutte le sere, andava avanti così.
Era con il languore della sera che i gesti di Kanon acquisivano man mano sempre più dolcezza, sino a farsi sempre più affettuoso. Aspettava sempre a letto, Saga, che il gemello lo raggiungesse per l’abbraccio con cui intrecciavano le dita in maniera talmente naturale da sembrare miracolosa.
“Pensi che sarà una bella giornata, domani, fratello? Il caldo non accenna a diminuire.”
Il futuro Cavaliere d’Oro di Gemini scostò le lenzuola, per tutta risposta, e Kanon rispose immediatamente all’invito, con quella sua prontezza così caratteristica nei suoi movimenti. Come se non fosse mai stanco.

Kanon riaprì gli occhi nella penombra. Saga aveva aspettato che si addormentasse, prima di spegnere la lampada nella stanzetta da letto, e l’unica fiamma che ardeva era quella piccola e vibrante sul tavolo, che inondava d’ombre dense la casa di pietra.
Kanon non aveva paura di niente, eppure provava un caldo senso di appagamento contro il corpo caldo del fratello maggiore, Saga, che già chiamavano “dio”, bello e potente. Come lui. Non aveva paura delle ombre, mai avuta. Che suo fratello ancora non gli aveva voltato le spalle sotto la litania del mare oscuro. Non aveva paura delle ombre, ma quelle dense negli angoli sembravano minacciare qualcosa di sibillino e avrebbe preferito non vederle se fosse stato solo. Ma non era solo, era con Saga.
“Saga?”
Squillante, chiamò nel silenzio della notte ateniese.
Il giovane aprì gli occhi in quelli del gemello: iridi blu spalancate in iridi blu. Fece scivolare una mano al di fuori delle lenzuola per accarezzare il braccio tiepido del fratello.
“Che cosa c’è?”
“Niente. Volevo vedere se rispondevi”.
Saga increspò le labbra in un sorriso. “E perché non avrei dovuto?”
Kanon sporse il labbro inferiore. Fece spallucce. “Così”.
Il fratello si puntellò sul gomito, per guardarlo meglio, ma Kanon si raggomitolò meglio contro di lui, senza una parola. Era bello, con Saga. Solo con Saga. Perché erano due metà.
“Sai che non c’è bisogno di chiamarmi.”
“Lo so.”
C’erano momenti, invece, in cui Saga era lontano, e Kanon non sapeva come chiamarlo. C’erano momenti in cui i suoi sentimenti gli sfuggivano, fluttuanti, vibranti come solo i sentimenti di Saga sapevano essere, intessendosi a capelli bruni ed occhi verdi che non erano i suoi; lo stinse meglio, lo sguardo corrucciato, sentendo acuto e doloroso il morso della gelosia.
Il fratello gli sorrise, senza comprendere – o senza darne mostra. “Conosci il mio Cosmo, Kanon. Ovunque sarò, ti sentirò.”
“Ma non saremo mai troppo lontani” lo interruppe Kanon, aprendo finestre di mare sconfinato negli occhi, e Saga non seppe spiegare il brivido che lo aveva attraversato. “Perché siamo due metà della stessa cosa.”
Kanon pensava, in quel momento, agli allenamenti che Saga teneva solo, nelle piane deserte, oppure con Aioros, lontano dal fratello, o ancora a qualche missione lontana dalla terra di Grecia che avrebbero potuto affidargli. E temeva, e non temeva. “Me l’hai detto tu. Non è vero, Saga?”
Non immaginava che, negli anni a venire, molte volte Saga avrebbe spalancato il Cosmo senza desiderare di chiamarlo a sé e lui, al suo turno di chiamarlo, avrebbe visto solo le sue spalle allontanarsi.
Saga sorrise dolcemente, ignaro allo stesso modo.
“Sì. Noi siamo…”
“Noi siamo uno e solo, Saga. Siamo due metà indivisibili.”
E allora rise, elettrizzato. Si aggrappò con le braccia al collo del fratello maggiore e appoggiò morbidamente le labbra sulle sue, come ogni sera faceva, per augurargli la buonanotte. Uno e solo con Saga, abbracciato a lui, a mescolare i propri respiri.
Saga accolse il gesto d’amore chiudendo gli occhi, senza sorprendersi. Poco dopo, il fratello gemello respirava lentamente con le dita e le braccia aggrappate alle sue, sprofondato nel sonno.
Uno e Solo, non lo abbracciò: erano le due metà che trovavano la loro conclusione solo nella simmetria. Intrecciarono i loro corpi per completarsi. La fiamma della lampada, sul tavolo nell’altra stanza, venne scossa un alito di vento e tornò calma.
Si spense dopo che anche Saga ebbe chiuso gli occhi, abbandonandosi a sonni profondi.


 

Autore:Camusdi Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali: GeminiKanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
G
Avvertimenti:
-
In proposito:
Eidelon come immagine, come riflesso in uno specchio. Due coppie difratelli, l'una davanti all'altra. Nella loro diversità liscopriamoperfettamente speculari, da togliere il fiato. Aioros e Aioria da unaparte, Saga e Kanon dall'altra, durante la stessa notte, nello stessoambiente, nella stessa situazione. E due capitoli: ve li proponiamoinsieme - in un unica volta - perchè sono inscindibili l'unodall'altro, come i loro protagonisti.
Disclaimer: Kurumada voleva questo, losappiamo.
Cose:
un omaggio all'amore fraterno.
CAPITOLO: 1di 2


Eidelon
Ti ho creato nella gioia e nel pianto:
tanti sono i fatti, tanti gli eventi
che sei diventato tutto sentimento, per me.
[C. KAVAFIS, Sullo stesso luogo]


Sbadigliò e si strofinò gli occhi con le mani. La fiamma della lampada, sul tavolo davanti a lui, venne scossa dal suo respiro e tornò calma. Allora Aioria si alzò sulla sedia, puntellandosi sulle ginocchia, si spalmò per metà sul tavolo e guardò la fiamma dentro il capannello di vetro, con enorme interesse.
Aioros, seduto sul bordo della branda, si sporse a controllare che il fratellino non si bruciasse la faccia, intento com’era nella sua contemplazione, poi tornò a slacciarsi i calzari: era stata una giornata lunga che lo aveva visto impegnarsi nel proprio allenamento e nell’accurato addestramento del fratello minore.
Cavaliere d’Oro del Sagittario, gli avevano detto. Sarai Cavaliere d’Oro del Sagittario, le stelle ti hanno scelto. E tuo fratello, il tuo piccolo Aioria, lo sarà del Leone. Vi hanno scelto le stelle.
Aioros era orgoglioso e grato dell’onore concesso e ogni giorno chiedeva il massimo al proprio corpo e al proprio spirito. E chiedeva il più possibile al piccolo affidatogli prima dal destino – che li aveva privati della famiglia – poi dal Santuario.
Aioria  piantò le manine ai lati della lampada e, con cautela, soffiò dentro. La fiamma danzò, solleticata, poi si mosse rabbiosa, per l’oltraggio del soffio più forte del bambino.
“Aioria” lo rimproverò gentilmente il fratello. Stava sistemando gli abiti sulla sedia di legno appoggiata al muro e aveva visto le ciocche ribelli del bambino pericolosamente vicine alla fiamma.
Aioros non aveva bisogno di parlare troppo per redarguire: bastava che lo chiamasse perché il piccolo gli dedicasse la più competa attenzione. Aioria si sedette composto, lasciando in pace il fuoco, e si appoggiò allo schienale.
Sbatté le palpebre. Sbadigliò ancora. E si sfregò gli occhi.
La notte era calata da tempo e le stelle erano luminose. Le avevano guardate fino ad un attimo prima, riconoscendo le costellazioni più nitide, poi erano rientrati.
Era, la loro, una casa piccola e modesta, con le pareti di pietra nuda e di due stanze. Una con un tavolo e un paio di sedie, qualche sasso che Aioria aveva voluto conservare a tutti i costi, perché gli ricordavano animali fantastici con le loro forme strane, e una cassapanca con i motivi artigianali di Atene, contenete gli abiti e gli accessori necessari all’addestramento.
L’altra stanza, più piccola, vedeva due brande appoggiate al muro, unite insieme. Le lenzuola erano grezze, ma pulite. In un angolo, il necessario togliersi di dosso la polvere e la fatica della giornata.
Era tutto quello che offriva il Santuario di Atene ai suoi allievi, che dovevano formarsi nel rigore fisico e morale per essere in grado di affrontare le prove dure che la dea metteva sulla strada di un suo Sacro Guerriero. Una volta ricevuta l’investitura, Aioria ed Aioros avrebbero avuto la possibilità di ascendere agli alloggi dei Dodici Templi, nel nucleo del Santuario, ma adesso era in quella casa spoglia eppure così intima che conducevano le loro esistenze.
A compensare la rigidità c’era la bellezza della campagna di Atene, con le sue stelle e i suoi grilli, l’odore del mare che saliva dalla costa e degli ulivi arrampicati fino allo Star Hill.
Né Aioros né Aioria si erano mai sentiti in diritto di lamentarsi di quello che avevano.
“Hai sonno?” il fratello maggiore, finalmente libero dai paramenti, raggiunse il più piccolo. Appoggiò i palmi delle mani forti - per quanto fossero quelle di un ragazzo così giovane – sulla tavola ai lati del bambino, e si chinò protettivo su di lui. Gli smosse i riccioli con le labbra, poi lo baciò sulla nuca, fraterno.
L’affetto che lo legava ad Aioria era così potente che era come se il piccolo fosse una parte di sé: il suo cuore, forse, o il suo stesso spirito.
Aioros era troppo giovane per farsi un’idea a tutto tondo dell’amore che provava per il bambino, l’amore orgoglioso di un padre che desidera che il figlio cresca forte e senza paure. Gli piaceva pensare, però, che Aioria fosse un germoglio nato da poco che aveva bisogno di cure e di luce, di rettitudine e guida.
Il ragazzino si strofinò gli occhi. “No”.
Aioros gli tolse le mani impolverate dagli occhi, pazientemente. “Così ti farai male”.
“Mh. No, non ho sonno, Aioros”.
“A me pare di si”.
“No… Non è vero. Voglio una storia. Me la racconti?” non trattenne uno sbadiglio, che gli deformò la faccia in una smorfia così divertente che la ripropose al fratello, aggiungendo le mani all’altezza delle orecchie: un mostro marino.
Aioros rise e gli scompigliò i capelli.
“Te la racconto. Ma tu devi lavarti”.
Aioria si imbronciò, ma perlopiù per questioni sceniche. Perché non si poteva andare a letto e basta? Poi, però, cedette e si lavò, assieme al fratello, come tutte le sere, con l’attenzione che Aioros gli insegnava nella cura di sé come nelle tecniche di combattimento – nonostante fosse lui un bambino così piccolo, osservando il fratello più grande, il maestro attraverso il riflesso di quel minuscolo rettangolo che era lo specchio sopra il lavabo.
Mentre Aioria si lavava i denti, producendo con lo spazzolino una schiuma fresca di menta, Aioros finì la storia, rubata ad Esopo. Una tutte le sere, andava avanti così, l’appallottolarsi di Aioria contro il petto del fratello come un cucciolo assonnato.
Ormai le aveva finite, ma aveva scoperto che mischiando eventi e personaggi poteva arricchire i sogni del fratellino – di tutta la famiglia che gli restava – con colori e forme sempre nuove.
“Svelto, a letto, adesso. Domani sarà una bellissima giornata.”
Il futuro Cavaliere d’Oro di Sagitter sollevò il lenzuolo e batte la mano sul materasso. Aioria rispose immediatamente all’invito e ci corse sotto, raggomitolandosi contro di lui.

Aioria riaprì gli occhi nella penombra. Aioros aveva aspettato che si addormentasse, prima di spegnere la lampada nella stanzetta da letto, e l’unica fiamma che ardeva era quella piccola e vibrante sul tavolo, che inondava d’ombre dense la casa di pietra.
Aioria era un bambino coraggioso, eppure fu contento di essere al sicuro contro il corpo caldo del fratello maggiore, che tutto poteva, invece che in un lettino da solo, come molti allievi del Santuario erano. Non aveva paura delle ombre, non ancora. Che suo fratello non era stato ancora accusato di tradimento e ancora era vivo accanto a lui. Non aveva paura delle ombre, ma quelle dense negli angoli sembravano minacciose e forse avrebbe chiuso gli occhi per dormire e non vederle se fosse stato solo. Ma non era solo, era con Aioros.
“Aioros?”

Argentino, chiamò nel silenzio della notte ateniese.
Il giovane aprì gli occhi in quelli del bambino: iridi verdi spalancate in iridi verdi. Fece scivolare una mano al di fuori delle lenzuola per accarezzare i capelli del piccolo.
“Che cosa c’è?”
“Niente. Volevo vedere se rispondevi”.
Aioros increspò le labbra in un sorriso. “E perché non avrei dovuto?”
Il piccolo sporse il labbro inferiore. Fece spallucce. “Così”.
Il fratello si puntellò sul gomito, per guardarlo meglio, il bel volto serio: “Qualunque cosa accada, piccolo Aioria, io risponderò, quando tu mi chiamerai. Sempre. Non dovrai fare altro che chiamarmi e mettere il Cosmo in comunione con il mio.”
“Come?” domandò il bambino affascinato, spalancando gli occhi. Conosceva il Cosmo da un paio d’anni, ma da meno aveva imparato ad usarlo. Era difficile concentrarlo in sé ed impiegarlo così, come si impugna una matita.
“Prova.” Aioros lo incoraggiò. Gli accarezzò i riccioli, attento, mentre bruciava il proprio, per confortare quello del bambino. Il piccolo annuì, pieno di fiducia, cercando in sé la scintilla di vita.
Quando la trovò, poco a poco, la fece divampare.
Allora spalancò gli occhioni e la bocca, fremente, perché il suo cosmo aveva toccato quello di Aioros e insieme avevano risuonato.
“Aioros! Aioros! Hai sentito?” trillò.
Il fratello gli sorrise, pieno di orgoglio, che aveva sentito. “Conosci ora il potere del Cosmo anche in questo modo, piccolo Aioria. Quando mi chiamerai e sarò troppo lontano per udirti, cercami così. Ovunque sarò, ti sentirò.”
Aioros pensava, in quel momento, agli allenamenti che teneva solo, alla scogliera, oppure con Saga, lontano dal fratello, o ancora a qualche missione lontana dalla terra di Grecia che avrebbero potuto affidargli.
Non immaginava che, negli anni a venire, molte volte Aioria avrebbe spalancato il Cosmo per chiamarlo a sé e lui, dai Campi Elisi, non avrebbe potuto rispondere quasi mai. Quasi.
Il bambino rise, ignaro allo stesso modo.
“Aioros è una cosa bellissima!” lo fece risuonare ancora. E ancora rise, elettrizzato. Si aggrappò con le braccia al collo del fratello maggiore e appoggiò brevemente le labbra sulle sue, in un bacio morbido, da bambino.
Aioros accolse il gesto tenero e gli scompigliò i capelli, affettuoso. Poco dopo, il fratellino respirava sereno contro al suo petto, sprofondato nel sonno.
Il giovane sbadigliò nel cuscino, le braccia strette protettivamente attorno al piccolo. La fiamma della lampada, sul tavolo nell’altra stanza, venne scossa un alito di vento e tornò calma.
Si spense dopo che anche Aioros ebbe chiuso gli occhi, abbandonandosi a sonni sereni.


 








Autore:Camus di Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Introspettivo
PersonaggiPrincipali:  Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Doveil buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonnee imuri di fumo dell’incenso e della mirra,c’è un portone di legnointarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, diindiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Oltre ilportone, c'è un giardino.
Disclaimer:
Noinon abbiamo fatto niente, è tutta colpa dei protagonisti,prendetevelacon loro. Ufficialmente sono di un certo Masami Kurumada, ma abbiamoidea che siano abbastanza indipendenti. Lo shonen ai Kurumada non loinclude nel prezzo ma noi sì, perché abbiamocominciato a shipparli, equindi ormai per il vecchio Masami è troppo tardi.
Cose: 
 RimbaudleggevaSaint Seiya e il suo personaggio preferito era Shaka.
Ciha mandato in totale svalvolamento angst una scena che ci era passatainosservata fino a stamattina, nell’undicesimo OAVdell’Hades: mentre Tikyugici strazia il cuore, Athena cade a terra nel sangue, Saga grida, ibronze arrancano, tutti piangono e si disperano, tu vorresti solomorire, Ikki comparsa, di spalle, in un posto figo, lasciando al ventouna manciata di sabbia. Non avevamo bene realizzato che quelmaledettissimo posto è lo Sharasojo, e nonostante il pipponeche hatirato a Shiryu sul non intervenire, la Fenice èlì. A raccogliere leceneri di Shaka e a spargerle sotto i salici. Lasciamo stare. A quelpunto l’abbiamo presa sul personale. Stupida Fenice!

Sharasojo 
Tingendo di colpo
azzurrità e deliri.
(A.Rimbaud)

“Tu sei…”
L’hai indovinata bene, Ikki di Phoenix, un passo dopo l’altro, e sai già che le tue parole non verranno comprese. Ma avanzi e dici, interrompendo ciò che già sai: “Perché sei andato via dai Cinque Picchi?”
“Ikki! Perché mi hai attaccato?”
“Athena ci ha proibito di avvicinarci al Santuario.”
Com’è limpido, ciò che non viene compreso, vero? Sai già che sarà così. Già Shiryu trema. Già senti come ferocemente ti fisserebbe, se non fosse mutilato. Dalle guerre. Dall’onore. Già percepisci sottilissimo rancore. Nato da frustrazione. E tristezza. E…
“Cosa stai dicendo?”
“Athena pensa che i Cavalieri di Bronzo potrebbero essere solo d’impiccio.”
Athena lo pensa.
Lui lo pensa.
Molti lo pensano.
Pensano ad un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, tu, maturato troppo presto, lo senti quel gioco di chi appartiene ad una sfera al di sopra della tua, quella che la volta che hai provato a camminarci ti sei ritrovato sul palmo di una mano. Quindi taci.
“Non mi dire che vuoi abbandonarla! Ikki! Anche tu sei un cavaliere di Athena! Non vorrai tradirci, vero?”
Ti rivolge l’indice accusatorio contro, già tradito in partenza – lo sente. La voce trasuda indignazione. Shiryu sa essere così ingenuo, così stolidamente ingenuo, come se ogni volta qualcosa di nuovo lo ferisse. Nuovamente, lo stesso, mille volte. Non fa l’abitudine ai perché. E tu chiudi gli occhi, Ikki di Phoenix, ripensando alle stelle che intuisci, molto più in alto di te.
“Non voglio aiutare nessuno.”
“Come? E perché indossi l’armatura?!”
“Sono qui solo come spettatore. Forse questa sarà l’ultima battaglia, una guerra sacra…”
“Non vedi la gravità della situazione! Come puoi dire che sarai solo uno spettatore?!”
Shiryu trema. Trema, dalla rabbia. Trema e si lancia con un braccio in avanti, vuole colpirti – nobile fratello – ma tu ti scosti, provando nulla di più che la sensazione del vento mentre lo schivi. Chissà se provi tenerezza, mentre lo afferri per il bavero della casacca e lo sollevi alla tua altezza, anche se non può vederti. Anche se non può farlo, sogghigni. Anche se non come un tempo. Che la provi o meno, tenerezza rude, tu gli parli fermamente:
“Shiryu… perché tu sei così fiero del titolo di cavaliere di Athena? È per proteggerla? O perché qualcuno te l’ha ordinato?”
Lo lasci andare, Ikki di Phoenix? Sai già che risponderà…
“Ti stai sbagliando! Nessuno mi ha forzato! E Athena non me l’ha ordinato!”
“Quindi… perché?”
“Perché io ho deciso di proteggere Atena, i miei amici, e tutta l’umanità che lei ama!”
Chiudi gli occhi e sogghigni, Ikki di Phoenix, e lui non ti vede ma ti sente.
“Cos’è questa risata?!”
Schivi un altro pugno. Con scioltezza che quasi non desideri. Come vento. La ginocchiata che sferri, pulita e liscia, gli arriva in pieno petto e te lo consegna tra le mani, con cui poi lo scagli lontano. Lontano, Shiryu. Non è il tuo posto, questo. Torna a casa. Qui qualcuno ha preso decisioni troppo grandi che la tua ingenuità non può comprendere. Shiryu che soffre e cerca disperatamente di convincerti con le sue apologie, con le sue dichiarazioni disperate e a voce alta: lui non teme la lotta, lui non fuggirà. Sciocco, Shiryu. Non ha capito che lo sai benissimo anche tu. O forse sì, ma è confuso e non sa più cosa può convincerti. Chiudi gli occhi, Ikki, allora, chiudi gli occhi mentre senti il vento, le stelle le hai viste, chiudi gli occhi e diglielo:
“Anch’io voglio proteggere te, come anche gli altri…”
“Cosa…?”
Guarda altrove, Ikki. Dove ci sono le stelle. Quelle che sai già cosa dicono.
“Proprio così. Tu e gli altri idioti che stanno nell’arena…”
Non ci vai giù leggero, Ikki di Phoenix. Che capiscano come la pensi, e che capiscano tutto quello che vogliono capire. Sapevi già che le tue parole non sarebbero state comprese.
“Gli altri… “ parve distrarsi, il Dragone, ergendosi appena, per poi capire: “Seiya!”
Sempre prima i compagni. Sempre prima di ogni altra cosa. Non guardi il valoroso guerriero cominciare a correre verso l’arena, ti sei già voltato, cavaliere, con un mezzo sospiro, mezzo represso, mezzo chiuso dalla gola, gutturale. E Shiryu lo senti che si volta, fermando passi sicuri per te:“Aspetta, Ikki! Aiutaci!”
Ma sai già cosa rispondere.
Perché è tutto ciò che sarai stasera.
Nemmeno ti volti, volgendo all’orizzonte lo sguardo.
“Non dimenticarti che ho detto che non aiuterò nessuno.”


     
“Tembu Horin.”
Tutt’intorno era odore di incensi e di mirra. L’illuminato Shaka di Virgo aveva aperto gli occhi e Ikki aveva compreso che tutto quell’azzurro gli sarebbe stato fatale: in realtà, lo sarebbe stato per entrambi.
In quell’azzurrità accecante e bellissima, anche il piccolo Shun scompariva e tutta la sua vita passata si faceva nebbia.
Anche dopo, sul pavimento gelido, senza più alcun senso se non il settimo, aveva pensato che sarebbe stato tutto nebbia, da quel momento in avanti, nella vita come nella morte.
Era stato in quel momento che gli erano girate le palle.
Non era andato al Santuario di Athena per finire lì, come il primo scagnozzo del Sacerdote. Non davanti a Virgo, arrogante divinità splendente, unico avversario che aveva reclamato da lui anche l’ultima goccia di potere e al quale lui, Phoenix, l’aveva richiesta. Non avrebbe strisciato davanti a Virgo, non davanti a lui!
Ed erano state esplosioni di luce allora, ad inondare la Sesta Casa e lui, sciolto in essa, aveva vinto e sconfitto il suo custode, esplodendo il Cosmo con quello di lui.
“Fermati!” aveva gridato Shaka, gli occhi azzurri della dimenticanza spalancati nella luminosità “Ci oscureremo in un mondo di luce!”


  Un passo dopo l’altro, avanzi, Ikki di Phoenix, poiché avevi promesso che stasera saresti stato qui solo come spettatore, e da dove ti trovi, ai piedi della scalinata, i tuoi occhi non vedono.
La strada è sgombera. C’è tutto il tempo che ti serve. L’hai calcolato da quando hai sentito quella luce dalla sensazione bianca e infinita espandersi in un attacco che ben conoscevi. Contavi.
Non sapevi cosa pensare, in verità, c’era solo quella sensazione che conoscevi bene – perché sei un uomo, Ikki di Phoenix, non certo un ragazzo, e sebbene i tuoi occhi siano ancora grandi, le labbra sono dure, le mani ruvide – di stare sotto ad un cielo troppo grande. Ma non è quello che vai a vedere, Ikki. Per quanto poco tu possa conoscerlo, di tutto ciò che sta sopra di te hai una ben precisa sensazione, e non andrai ad immergerci le mani. No. Tu vai per essere solo spettatore. L’hai detto, a Shiryu.
Forse questa sarà l’ultima battaglia… una guerra sacra…
Il metallo dell’armatura risuona secco sul selciato, appena calpestato di tutta fretta da due guerrieri antichissimi, che corrono sotto la luna per fermare la strage avvertita di lontano. Ma per quello che puoi saperne, Ikki di Phoenix, quei gradini sono stati calpestati da tante altre persone prima di te.
La Seconda Casa ospita un’atmosfera rarefatta in cui ancora vibra l’aria scossa e sconvolta da cosmi poderosi, e un’armatura vuota che brilla di un bagliore innaturale. La guardi mentre passi. Guardi il fiore ai suoi piedi. Prosegui oltre, perché sarebbe profano attardarsi, lo senti dalla tristezza e dall’orgoglio di quel fiore, e tu hai intrecciato molti fiori, con le tue mani ruvide, e ben conosci tristezza e orgoglio. Non vorresti che qualcuno profanasse le tue corone, intrecciate con cordoglio sempre più addolcito negli anni. Volgi lo sguardo subito.
Ma non affretti il passo, Ikki di Phoenix. C’è tempo. Anche quando senti dischiudersi universi di luce. L’hai detto prima a Shiryu, l’hai detto: non sei qui per aiutare nessuno. Non affretti il passo anche se sai cosa sta succedendo. Lo senti con la netta chiarezza di un profumo distinto nella sera: l’odore dolciastro, fresco e denso di magnolia nelle notti di primavera, dopo che la pioggia ha colmato, come fossero un calice da cui bere, i petali morbidi e bianchissimi di una brusca purezza. Altrettanto intenso, senti e cammini senza affrettarti, senza sapere bene che cosa provare, mentre il bianco da lontano ti sfiora, t’illumina, e sai che al centro di quel boato immenso, che alzando il mento vedi prorompere dalla Sesta Casa, ci sono due occhi terribili.


  Dove il buio diventava più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo era.
Il portone, ampio, si apriva sulla parete lunga del Tempio.
Nessuno sapeva dove dava, esattamente. Tutti avevano sentito dire che dava sullo Sharasojo, il Giardino della Vergine.
Chi aveva girato attorno alla Casa, curioso, per scoprire quel luogo, si era trovato ad un tratto, con disappunto, davanti al portone esterno, senza trovare alcun giardino, solo le rocce scoscese del Santuario che davano sul mare, appena prima della scalinata di marmo che portava alla Settima.
Il Giardino della Vergine era un mistero per tutti.
Meno che per Ikki di Phoenix.
Di tanto in tanto Ikki si era allontanato, dopo la battaglia delle Dodici Case, cercando altri luoghi e meno vincoli rispetto a quelli dei suoi amici e fratelli. Non perché non sopportasse la loro presenza, tutt’altro. Ma piuttosto per l’insostenibile insofferenza che lo prendeva spesso, per la necessità di andare sempre oltre e di non poter calcare troppo a lungo lo stesso suolo.
In alcuni casi si era recato da Shaka di Virgo.
Era vero che si erano spenti in un mondo di luce, ma Siddartha Gautama Shakamuni, il Buddha, non aveva l’abitudine di restare troppo a lungo nell’oscurità ed era tornato, facendo in modo che anche la Fenice potesse scegliere il mondo dei vivi, a quelli dell’Ade.
Alla domanda che Ikki gli aveva posto: “Perché mi hai salvato?”, Shaka aveva risposto con un’alzata delle spalle esili, come se non ci fosse una vera ragione.
Poi aveva aggiunto, ad occhi aperti, tingendo tutto per un attimo d’azzurrità e deliri: “Perché per la prima volta nel mio cuore è nato un dubbio. E sei stato tu a far nascere questo dubbio”.
Così era tornato. Senza armatura, ma con il sogghigno strafottente sulle labbra e le mani in tasca.
Come si va a trovare un amico.
Di tanto in tanto.
Shaka lo aveva accolto come se lo stesse aspettando sa sempre, ad occhi chiusi, il volto delicato e sereno, fatta eccezione per l’angolo della bocca, sollevato in un sorrisetto di superiorità.
“Benvenuto, Ikki. Hai ancora il
genmaken facile?”
Ikki aveva risposto con una frecciatina mirata e Shaka non aveva lasciato cadere la provocazione. Così si erano susseguiti più incontri e più duelli verbali.
Man mano, si erano placati, senza spegnersi del tutto.
Un giorno Shaka gli aveva fatto un cenno, e l’aveva guidato verso dove il buio si faceva più fitto, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra.
C’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia.
Shaka l’aveva aperto e davanti a loro si era dispiegato un giardino, come un tappeto che si srotola, con l’erba alta che ondeggiava al vento, con due soli alberi, alti a carezzare il cielo ombroso, e petali strappati ai rami in fiore che il vento rapiva e portava, come un omaggio, fino al portone del Sesto Tempio.
Ikki aveva avuto come l’impressione che quella porta si fosse aperta sull’India.


  Sei lì che osservi la luce ed è come se una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, paralizzasse ogni foglia, ma non tu che cammini. Guardi.
Esplode. Tutto.
Qualcun altro piangerebbe.
Qualcun altro urlerebbe il suo nome.
Shaka!
Qualcun altro.
Tu sei solo uno spettatore.
No! Shaka!
Non ci posso credere!
Shaka!
SHAKA!

Non sei qui per aiutare nessuno.
Ignori le voci, la luce e la messa da requiem, e il tuo cuore è di marmo in un petto di marmo.
Vai ad assistere ad un esplodere che è l’universo quando nasce. Quindi vai. Vai ad assistere.
Era questo, che dicevano, le stelle, Ikki di Phoenix? Ce n’erano forse due fisse in cielo, come occhi azzurri della dimenticanza spalancati nel buio, e tu non le hai sapute leggere correttamente. Può essere.
Ma in fondo, pensi, senza piangere, senza gridare il suo nome, ha davvero importanza?
Quel gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, non era il tuo, lo pensavi, non è vero, guardando Shiryu pregarti di correre con i tuoi compagni a sfidarle una per una, disperato e forte nei suoi occhi ciechi?


  “Devo fare una cosa” aveva detto Shakamuni. “Niente di entusiasmante. Puoi andare a casa se vuoi. Oppure puoi restare”.
Aveva tolto i sandali, lasciandoli sulla soglia, e a piedi nudi era entrato nell’erba.
Ikki non aveva detto niente; aveva osservato quel giovane dagli occhi chiusi senza combatterlo nemmeno dialetticamente, per una volta.
Shaka aveva guardato per terra. Seguendo il suo sguardo, Ikki aveva notato delle zolle smosse, la terra inaridita. L’aveva sentito parlare della stagione delle piogge, che tardava ad arrivare.
“Ma che giungerà. Per quanto si possa rallentare la ruota del Karma, gli avvenimenti che devono avvenire avverranno”.
Ikki aveva aggrottato le sopracciglia. Non aveva capito, subito. Avrebbe capito più avanti, il giorno in cui Virgo, con la stessa serenità di quel momento, avrebbe accettato di morire sotto i salici, per onorare la ruota del Karma, per un disegno più grande.
In quel momento non aveva potuto comprendere quelle parole oscure. Lo aveva visto chinarsi - con quei gesti puliti e delicati, eppure estremamente virili – allungare una mano, elegante, appoggiandola sulla terra nuda. Sembrava un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Silenzioso com’era.
Ikki l’aveva guardato chinato sulla terra, con i capelli biondi che ricadevano sul davanti, sul petto, senza che perdesse nulla in dignità.
C’era qualcosa di sacro e ancestrale, in quella scena. C’era così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed era bellissimo.
“Ma no. Potrei darti una mano, Virgo”.
Che cosa hai fatto domenica, Ikki? Mh. Ho aiutato il Buddha a tenere un orto.
Così lo aveva aiutato: aveva fatto come lui, onorando il Karma e la ruota della stagione delle piogge, dopo aver sparso semi nuovi, chinandosi e unendo le mani su ogni chicco che cadeva tra le zolle.
Aveva alzato lo sguardo su Shaka, in piedi, al centro del suo Sharasojo, che teneva della terra nella mano a coppa.
Il Buddha l’aveva guardata per un attimo.
“E’ finito il tempo delle lacrime” aveva detto, come al terreno “Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo”.
La strinse nel palmo, mentre le folate la portavano via, a coprire i semi, poi strinse il pugno, come in un rito. Lo allentò, alla fine, e lasciò andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma portasse la vita dove c’era stata la morte.


  Era un gioco grande e superiore a cui hai deciso di assistere, e così te ne fai una ragione, lasciandoti alle spalle una casa vecchia, malinconico mistico rudere di morte, che hai attraversato mentre pensavi.
Forse quelle due stelle come occhi nel cielo c’erano davvero.
Forse il destino si può leggere negli astri fiammeggianti.
Forse il destino si può leggere nel volo degli uccelli, nelle  viscere degli animali offerti in sacrificio.
Forse il destino si può leggere nel numero di gradini che lasci alle tue spalle.
Ma in ogni caso -  pensi, investito da una luce come mai ne hai viste prima -  in ogni caso rimane sopra. Rimane che qualcuno l’ha deciso. Rimane che chi l’ha deciso sapeva i cazzi suoi. Rimane che quelle stelle possono stare dove sono e le puoi interpretare, ma non sai bene a che cosa serve, adesso, mentre vai lì come spettatore del cielo che alla morte di un dio si è oscurato come nella peggiore apocalisse, ma era bello, terribile e bello. Un azzurro gli era stato fatale.
Muovi un passo, allora.
Verso l’esplosione che dilaga davanti a te.
Senza paura, coraggio. Nel fuoco da dove vieni.
L’hai sentita assieme a tutti gli altri, la sua intenzione, Ikki di Phoenix.
Né prima né dopo. Come tutti e basta.
Ma a differenza degli altri, non hai affatto pensato d’intervenire.
Ti pare che una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, accompagni pure te, adesso, perché mentre passi tutto davanti a te salta in aria, in una luce dorata e rovente.
Allora ti fermi e aspetti. Sei serio, Ikki. E sai aspettare.


      Un vortice di petali ti accompagna già da un po’, e tu lo segui, Ikki di Phoenix, senza chiedergli niente.
Tanto, facevate la stessa strada.
C’è nell’aria qualcosa di peggiore dell’apocalisse, Ikki.
Qualcosa di peggiore del cielo che si è annerito per un requiem bellissimo ed inquietante, per un dio che si oscurava. Minaccia agitazione e brividi, nei cosmi che risuonano in una tensione crescente. Senti tutto, Ikki di Phoenix, senti le paure e i dolori e le angosce e la dolcezza, e in qualche modo, senza dover guardare le stelle e cercare d’interpretare il loro gioco, chissà come lo sai già, come va a finire.
Non fai nulla.
Cammini e basta.
Non sei lì per aiutare nessuno.
Athena la pensa proprio come te.
Shaka la pensa proprio come te.
Tutti e due hanno i loro piani.
L’ultima battaglia…
Una guerra sacra…
Arrivi dove vuoi, Ikki di Phoenix, arrivi fin dove i petali vengono trascinati dal vento che sentivi mentre glielo dicevi, a Shiryu, che volevi proteggere lui e tutti quanti. Tutti quelli che amavi. Ma Athena li voleva fuori. Athena aveva i suoi piani. Shaka aveva i suoi piani. Le stelle erano al di sopra di loro, il gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata ancora al di là, quella sfera al di sopra della tua.
La mano su cui corri mentre pensi di scappare in capo al mondo. Così, sei lì solo come spettatore.
Dove il buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’è un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo è. Lo era. Adesso è vuota e distrutta. Molto più in alto, un cielo che alla morte di una dea si oscura come nella peggiore apocalisse. Già un azzurro gli è stato fatale. Senti morte e sangue e l’universo che esplode in pianto, ma tu sei solo uno spettatore in una casa vuota e distrutta. Il portone è ancora lì.
Poggi le mani sul legno. Non hai smesso di camminare né smetterai ora: ti ci vuole un attimo solo. Forzi nella tua mente un silenzio che non esiste, nell’aria densa che assume significato di tenebra, forzi al di fuori voci e cosmi risuonanti in panico e in un solenne coro, tremendo e dolcissimo, struggente come il pianto di una civetta, il lutto della fine dell’uomo. Lo forzi fuori, Ikki di Phoenix. Oltre il portone c’è un giardino.


Devo fare una cosa, ti sei detto. Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Ti sei tolto le scarpe, lasciandole sulla soglia, e a piedi nudi sei entrato nell’erba.
Com’è limpido ciò che non viene compreso, vero? Un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix.
Hai pensato alla stagione delle piogge, che tarda ad arrivare, ma che giungerà. All’incomprensibile ruota del Karma.
Ti sembra di vederlo chinarsi, laggiù, in mezzo ai salici, con i capelli biondi che ricadono sul davanti, sul petto. Ti sembra un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Ma tanto hai poco da immaginare, Shaka di Virgo non c’è.
Fai come ha fatto lui, camminando piano nell’erba, fino agli alberi gemelli.
Sai che è morto lì. E’ rimasto qualcosa, sulla terra, come le sue ceneri di fenice che non risorge.
Ti chini e sfiori la terra, unendo le mani come su un chicco caduto tra le zolle.
C’è qualcosa di sacro e ancestrale, in quello che fai. C’è così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed è tremendo.
Ti sei alzato, tenendo quella terra e quelle ceneri nella mano a coppa. Tenendo Shaka.
Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Lo stringi nel palmo, mentre le folate lo portano via, a coprire i semi che ancora riposano, poi stringi il pugno, come chi sta per piangere e non lo fa, rabbiosamente.
Non piangere. E’ finito il tempo delle lacrime. Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo.
Lo allenti alla fine, lasciando andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma porti la vita dove c’è stata la morte.

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Erotico, Introspettivo
Personaggi Principali:Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: NC-17
Avvertimenti:
 OneShot, Lemon, Yaoi
In proposito:
Erala Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Era Shaka; tornavi ed era turbine e profumi stordenti, labirinto senzafine.

Il laccio, la trappola in agguato, nonè affatto facile da distinguere.
Non sempre ha la forma di un laccio. E non sempre lasciarti legareè poi così doloroso
.
Disclaimer: Kurumada non scrive lemon per ilgusto di farlo fare a noi.
Cose: Questa èuna LEMON SHAKA/IKKI. EShaka è il seme, sì! <3Non liavete trovati adorabili? Come avrò già detto unpo’ ovunque, ho cominciato daun (bel) po’ a shippare la Shaka/Ikki, ingiustamenteimpopolare in Italia. Io e Milodi Scorpiostiamo dedicando una serie di drabblealnobilissimo scopo di diffonderla, e oggi ilDio del Porno mi ha fatto dono anchedi questa. Ringraziamolo tutte assieme.Ildialogo finale… a voiattribuire il senso di legame. È chiaroche si tratta di un legamesentimentale. È anche vero che sono due tipi strani, questiqua, decisamentepoco sentimentali. Ma…<3 Vabè, no, non mi sbilancio.Ghhh.

Tornare dalla polvere, da un lungo viaggio, e sentirsi soffiare verso l’entrata di un luogo sacro.
Tornare dalla polvere e aspettare a farsi strada nei corridoi freschi. Ancora un po’.
Si poteva rimanere in piedi ancora a lungo, a sentire il vento tra i capelli, il vento che era stato un fastidio lungo tutto il cammino in salita, ed ora solo una blanda carezza sul collo, stranamente piacevole. Phoenix, che di rispetto per il sacro ne aveva sempre avuto solo lo stretto necessario, piantò i piedi fermi a terra per una manciata di minuti, studiando l’interno oscuro del tempio. Non l’avrebbe studiato in maniera tanto intensa neppure se all’interno lo stesse attendendo un nemico. E aveva le sue buone ragioni.
Storie antiche di chi aveva visto si erano dilungate, nei secoli, a descrivere l’espressione di Siddharta Gautama, che aveva stravolto le folle: un viso tranquillo, né allegro né triste, solo illuminato da un sorriso interiore. Quietamente raggiava, in piena calma, il suo viso imperscrutabile, un mezzo sorriso nascosto sulle labbra. Un sorriso dolcissimo, un sorriso di scherno.
Incastrare i corpi era sempre una sfida, per loro due.
Due prevaricatori, si ritrovò a constatare Ikki, un mezzo ghigno in faccia, sicuramente meno silenzioso e meno soave di quello del Buddha. Che lo restituiva, tuttavia, senza vederlo da sotto le palpebre abbassate.
Shaka gli sorrideva spesso, con aria beffarda. Era una cattiva abitudine che si portava dietro dal memorabile scontro alla Sesta Casa, e nessuno sarebbe riuscito a lavargliela via dalla faccia. Ikki poteva ruggire, dibattersi, insultarlo, piegarlo a viva forza. Ma non c’era modo di cancellare quel mezzo sorriso che, anche se svaniva, ricompariva nei momenti più inaspettati. Era qualche residuo testimone di una superiorità troppo connaturata nelle carni di un uomo che è anche l’Illuminato, che è colui che sa. La cecità di questa vita mortale gli aveva fatto commettere degli errori per cui si era costretto a fare voto di umiltà: grosso smacco. Trattava Ikki come suo pari, dunque, contentandosi di schernirlo in quella sua maniera, soave, quasi distratta.
“Maledetto figlio di puttana!”
D’altro canto, Ikki non era certo uno che le mandava a dire.
Shhht.”
“Mmmh.”
Dita sulle labbra, complici, come altri sorrisi.
Gemito contrariato.
Gemito soddisfatto.
Ah, sì. Incastrare i corpi, per loro due, era davvero una sfida.
Shhht.” Dita seriche sulle labbra, ancora. “Silenzio. Ascolta.”
Ikki chiuse gli occhi, e le mani di Shaka cominciarono a scendere lentamente dalle sue labbra al suo collo, carezzando piano le clavicole sporgenti, il petto gonfio di parole non dette e trattenute con stizza. Il santo della Vergine si domandava, con un sorriso impercettibile, quante di queste fossero insulti diretti a lui. Domare la Fenice, irrequieta e sfuggente, non era cosa facile. E come fermò le mani, gli occhi di Ikki si riaprirono di scatto, attenti, come se non si fossero persi un movimento fino a quel momento.
“Rilassati.”
“Tsk.”
Lo provocò l’altro, passandogli sbrigativamente una mano dietro la nuca.
Shaka gli prese il viso fra le dita, e si fece attirare in un bacio profondo, sbrigativo, in cui lo trattenne a lungo, mentre le loro gambe si sfioravano, si toccavano, e le mani di Ikki gli scorrevano pesanti lungo tutta la schiena. Un sospiro nervoso, quasi stizzito. Un sorriso di Shaka. E improvvisamente l’incastro era preso, le membra si muovevano assieme, negli impercettibili, morbidi rumori che avevano le cose più preziose e sfuggenti. Le foglie rosse morenti d’autunno, fruscianti. I rovesci estivi, le onde del mare che s’ingigantiscono e s’infrangono.
Tutto come corpi caldi, in subbuglio, come i muscoli inquieti che si premevano e si tendevano e si scioglievano l’un l’altro, fra baci sempre più umidi, sempre più pressanti. Sempre più aggressivi.
“Shaka…” sibilò Ikki. Ed era impossibile dire se fosse più un’invocazione o una minaccia.
Se prima i loro tocchi erano le carezze insinuanti scambiate addosso a un muro, a una colonna, che passavano attraverso vestiti sempre più stretti, ora Shaka lo stravolgeva, rovesciandolo sui cuscini. Petto contro petto, non gli lasciava aria da respirare, soffocandolo con il suo corpo, con i capelli lunghissimi e insidiosi, con le mani che lo toccavano ovunque, come creta da modellare. Non gli lasciava aria da respirare. Occupava tutto con la sua presenza. Ogni anfratto e ogni cosa davanti ai suoi occhi, ogni odore ed ogni respiro, fin dentro. Fin dentro.
Prepotente.
Gli apriva le gambe.
Lo baciava caldo, instancabile, lo guardava.
Lo guardava, senza una parola.
Mandava Ikki su tutte le furie.
“Cosa aspetti?”
Roco, scalpitante, Ikki lo afferrò senza delicatezza, tirandolo a sé, cercandolo senza pace.
Ubriaco, Ikki ansimò sotto di lui, gli occhi adirati piantati su quel corpo candido, su quel corpo puro. Su quel viso maledetto che l’aveva ucciso. Molte volte, in uno stillicidio degno delle migliori antiche torture.
Cosa aspetti?
Non gli lasciava aria da respirare.
Era la Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Era Shaka; tornavi ed era turbine e profumi stordenti, labirinto senza fine.
Ikki si ritrovò sotto di lui, a gemere roco, preso – l’aveva fatto. L’aveva afferrato per le anche con tutta la dolcezza e la fermezza di cui era capace, Shaka, e aveva inarcato quella splendida schiena per rovesciarsi all’indietro, sotto i suoi occhi fiammeggianti, ed entrargli dentro, tra le cosce muscolose salde ai suoi fianchi che gli offrivano resistenza. L’aveva preso e con un movimento sciolto si era spinto dentro, facendo forza, chinandosi su di lui in un ansito bollente, in un guizzare di spalle che Ikki andò a stringere come se ne dipendesse dalla sua vita. Forte. Stringendo i denti. Si chinò ancora, Shaka, sfiorando con il ventre la sua erezione, e fu allora che Ikki lasciò andare un gemito profondo, al suo turno di inarcare la schiena e lasciarselo scivolare dentro. E sentirselo scivolare dentro.
Era la Sesta Casa; si trovava preso e vinto, ad imprecare tra i denti, perché tutto ciò che si era faticosamente costruito, che aveva faticosamente messo in piedi a sudore e sangue, in quella manciata d’anni, Dio, se aveva sputato sangue, tutto di fronte a quella gloriosa bellezza, tutto si sbriciolava in frantumi nuovi fiammanti. Ad ogni spinta, ad ogni morso alla sua bocca, era schiacciato e soverchiato, mentre il suo corpo gli urlava di no, e gli urlava di sì, di dargliene ancora e di dargliene di più.
Perché Shaka era forte, e l’aveva saputo catturare.
Perché Shaka spingeva con un ritmo lento, un ritmo che gli si scioglieva dentro come tutto quello che era suo, potente e superbo. Lo faceva affondare tra i cuscini, una spinta dopo l’altra, una carezza dopo l’altra, a risvegliare brividi sempre più violenti. Sorrideva. Un sorriso dolcissimo, un sorriso di scherno.

“Sei tornato.”
Ikki non risponde, continuando a fissare le pieghe bianche delle lenzuola. Appoggia il capo di lato, tuttavia, posandolo sulle braccia conserte. Rilassa il collo, forse per la prima volta in quelle ore.
“Mh” mugugna, affermativo, senza voler evitare una risposta. Solo pensoso.
“Devo pensare che ti tratterrai, questa volta?”
“Chi lo sa.”
“Non fraintendermi.”

Shaka lo tocca delicatamente sulla schiena, come la carezza del vento sulla nuca, saliti i gradini. La stessa sensazione di essere in qualche modo accolto. E intona a voce bassa, senza sfumature di emozione personale, in una voce abituata ad indottrinare le folle e rassicurare il più ferito degli animali:
“Puoi tornare quando vuoi. Puoi andartene. Io non ti tratterrò.”
Lo sa.
Lui non lo tratterrebbe.
Affatto.
“Hai paura, Ikki?”
“No.” Ikki alza lo sguardo, e quando risponde è sincero, né più né meno: “Io non ho paura di niente.”
“Sì. Era quello che volevo sentirmi dire da te.”

E detto ciò, il suo discorso si snoda come è d’uso in metafore più grandi – come se Shaka non fosse capace di parlare altrimenti. Ricche parole, come le ricche illusioni che sa snodare dalla punta delle dita, ferme nelle figure di mille mudra diversi, e per ognuno un’illusione, una dottrina, una parabola.
“Qui non troverai labirinti in cui perderti, neppure demoni che cercheranno di trattenerti. Non hai nessun legame, qui. Nessun laccio che ti costringa, nessun cappio attorno al collo.”
Sciocchezze, belle sciocchezze. Il labirinto è nella sua testa, e non solo i demoni decidono di trattenere i mortali, men che meno in quella terra mediterranea, ospite di dèi superbi, avvezzi a rapire le loro vittime.
Ma nessun legame, no? Nessuna di quelle scomode pretese, di occhi fiduciosi. Nessun laccio, nessun cappio. Non c’è rumore di strida ferite, né di artigli che raspano il terreno.
Ah, è bravo, Shaka, a rassicurarlo. Senza dubbio. Non lo sente quasi, il laccio, un filo invisibile, teso a tarpargli le ali se solo azzardasse una mossa troppo secca. Se c’è, non lo sente, addolcito da quelle parole confortevoli.
Se c’è. Ikki stringe i denti, rabbioso, attirando l’altro uomo a sé, seccamente:
“Lo so. Lo so.”


Era un bisogno insopprimibile. Una volta che le loro mani si erano posate l’uno sull’altro, smettere era fuori discussione. Così, le mani bianche sul corpo dell’altro, Shaka aveva finito per lasciare da parte ogni proposito, di qualunque genere. Non che se ne fosse mai posto alcuno.
C’era che Ikki era arrivato, un giorno, stagliandosi all’ingresso con una spavalderia mai vista in un mortale, con quell’irritante mezzo sorriso da uomo vissuto sul viso abbronzato. Era giovane, e sembrava tutt’altro che un ragazzino. Era un uomo, ma era ancora testardo e caparbio, e troppo, troppo orgoglioso. Un po’ come lui.
C’era che Ikki aveva due occhi scuri e penetranti, e un modo di muoversi come animale selvatico, sempre irrequieto, sempre girovago. Mescolava la postura rilassata e strafottente di chi ha la situazione sotto controllo e i sensi all’erta di chi si aspetta sempre che tu sia pronto a colpirlo con una mazzata alle spalle.
C’era che Ikki lo trattava da pari a pari senza farsi scrupolo sulle formalità, e c’era che poteva pure permetterselo. O se non era così, riusciva quasi a convincertene. Ed era tutto lì.
Shaka seguiva i contorni dei pettorali, degli addominali scalpitanti. Tra i solchi di quella pelle di bronzo, senza trascurare un centimetro, vagava perdendosi in migliaia di viaggi, senza una rotta che non fosse quella dettata dal calore sotto i suoi palmi. Ikki si sporse verso di lui, i muscoli molto più rilassati rispetto a quando era arrivato, e senza una parola lo attirò a sé, di nuovo, la mano ruvida sulla sua nuca. Senza il minimo imbarazzo, assecondando il suo movimento, Shaka appoggiò le labbra dove veniva guidato, ripercorrendo le stesse mete, il petto forte, il ventre, l’inguine, le gambe scattanti, la vita che poteva circondare con le braccia.
Lentamente, passò il palmo sul suo ventre, scendendo verso l’inguine, risalendo nell’impugnare la sua eccitazione, calda e più dura, adesso che reagiva alle sue carezze. Lentamente, la strinse, piegando ogni singolo dito della mano per sentirlo gemere, roco, sopra di lui. Adorava sentirlo tendersi e sentirlo mettersi in moto, quella macchina perfetta e reattiva, quando i loro corpi con tutta quella naturalezza prendevano a desiderarsi, ad attrarsi come poli magnetici, una vibrazione, uno schianto.
Ikki si inarcava.
Shaka gli scorreva le mani nella conca della schiena, sollevandolo per le reni.
Si intrecciavano, premendosi l’uno contro l’altro, ed era già un moto innescato.
“Shaka…”
Ore ed ore a quel modo, dondolando in un’estasi bruciante.
Shaka!
Rare, le volte in cui invocava il suo nome.
Moltissime quelle in cui tratteneva i gemiti rauchi.
Poche quelle in cui vi riusciva.
Preferisce che rimanga una passione senza nome, qualche cosa di ingovernabile e selvaggio che non è in suo potere controllare. Poi cambia idea e leva la voce, perché tutta la bellezza lo colpisce come uno schiaffo, ed è umiliante lasciarla senza nome.
Shaka gli rovesciò il capo all’indietro, lo baciò sul collo, sulla gola da cui vibravano versi rochi; perdeva la delicatezza mano a mano che carezzava, e poi toccava, e poi afferrava. E poi fu una lotta, e poi s’innescò il fuoco, e piovvero baci e morsi, mentre il fuoco bruciava trascinandoli dentro in due.
Per l’ennesima volta in quel pomeriggio afoso, Shaka immerse la mano fra le sue gambe, gliele divaricò, ansioso ed affamato, e con un lampo indecifrabile negli occhi azzurri spalancati, come se avesse subito un oltraggio, lo penetrò con forza, godendo del suo gemito rabbioso, del suo abbandono fra le lenzuola.
Ikki serrò le cosce attorno al suo membro duro, carne su carne, stringendolo dentro di sé, tanto da mozzargli il respiro. E Virgo fu costretto a rilasciare lentamente il fiato, bollente, tremando come mai aveva tremato in vita sua.
“Ikki…” soffiò, labbra su labbra, subito divorate. E i loro corpi diedero il via ad una danza frenetica, le mani di Shaka che gli sollevavano il bacino per impartire spinte ben assestate, ritmiche, Ikki che inarcava la schiena e muoveva il bacino in un controtempo mortale. Stringeva i denti, Ikki, si aggrappava alle sue spalle, come in una lotta all’ultimo sangue, ed assecondava, ed ostacolava i suoi scatti, brividi su tutto il corpo. Shaka contraeva il viso, quel bellissimo, immacolato viso, in espressioni furiose, sconvolte, di puro piacere. Ikki non poteva fare a meno di gridare. Non poteva farne a meno. Mentre aumentavano e aumentavano ancora il ritmo, assieme, le cosce spalancate dalle sue mani – che erano più forti di quanto sembravano – Ikki godeva. E Shaka, su di lui, lo catturava e veniva catturato senza scampo, divorato dalle fiamme, gli scatti del bacino sempre più irregolari, le mani a manovrarlo, a stringere forte tra le sue gambe, a dirgli con ogni più piccolo tocco bruciante che era suo, che stava stringendo il laccio. Che si stava facendo male a sua volta, forse, a tendergli quest’enorme, dolorosissima trappola.
“Ah! Shaka…!”
Ah.”
Ahh.”
 Bruciava, però, molto più di prima. Le spinte erano irregolari. Shaka aveva perso il sorriso beffardo, aveva perso l’aria composta, aveva perso tutto ciò che di lui Ikki aveva odiato e temuto ed ammirato nella battaglia. Restava quel corpo magnifico tutt’uno col proprio, macchina perfetta di dolore e di piacere, e lui stesso si stava inarcando al massimo, abbandonando le braccia sui cuscini, invocandolo un’ultima volta, una ancora, nel delirio che gli pizzicava le carni, i muscoli gonfi, ribollendo per liberarsi.
E quando lo fece, nel piacere straniante, Shaka lo sentì irrigidirsi e contrarsi in quella maniera spaventosamente eccitante, serrandolo dentro come non avrebbe mai potuto fare. Affondò in lui con un gemito profondo, di gola, e lo riempì, esplodendo in un orgasmo furibondo.
Era la Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Ed eri sicuro che ogni grido che levavi in quella casa, il vento l’avrebbe portato via.

“Nessun legame.”
Phoenix contemplava il cielo stellato, dall’altra parte della stanza. Ormai era notte, e Shaka giaceva al suo fianco, apparentemente addormentato, il fianco scoperto. La luce notturna lo faceva sembrare ancora più candido, una macchia opaca tra le lenzuola, nella sua innaturale perfezione. Si era chiesto spesso perché, indiano d’India, Shaka si presentasse così a lui, con quei capelli biondi di ninfa, la pelle candida. E quegli occhi. Ma immaginava che fosse una di quelle domande a cui lui, elegantemente, non avrebbe risposto. Giaceva composto a letto, nella sua immagine incontaminata, dai lineamenti perfetti, come si addice alla creatura più preziosa dell’Universo. Probabilmente era giusto così.
“Come dici?”
“L’hai detto tu.”
L’illuminato, il santo più vicino ad Atena, si rigirò leggermente, appoggiando meglio il viso al cucino, il ventre al materasso. Pareva quasi avere risposto per riflesso, già per metà addormentato. Ikki fissava il suo fianco scoperto, troppo stanco per meravigliarsi di come si addormentasse così placidamente al suo fianco, uno accorto e prudente al pari di Virgo. Ma forse, anche questo era giusto così. Si accese una sigaretta, aspettando che al suono dell’accendino seguissero gli strepiti del padrone di casa, e uno schiaffo dritto alla mano che inquinava la sua casa, e invece niente. Doveva essersi veramente addormentato.
Si alzò dal letto, pensieroso, per andare a fumare direttamente nella notte buia e stellata, accostandosi alla finestra.
 “Nessun legame.” Soffiò, quasi, appoggiato al davanzale. In una boccata profonda, girò appena il capo verso il letto bianco, senza particolari sfumature di emozione nella voce. Poi sorrise. “Certo che, per essere l’Illuminato, sei anche molto sciocco, Shakamuni.”

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Angst,Introspettivo, Drammatico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
In proposito: La guerra aveva lasciato dietrodi sé tanti morti e tante macerie che l'addio era stato solouna delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta diHades aveva tranciato a metà. Giungevano, attutiti, isentimenti delal battaglia. E gli anni che passano non fanno cheattutirli di più. Doko e Shion continuano a cercarsi e sonoduecento anni  che i loro cosmi risuonano da lontano, senzaessersi detti un vero addio. Ma prima o poi la resta dei conti giunge.
Disclaimer: Tutta roba di Masami Kurumada,che Dio lo benedica.
Cose: 
Nonè necessariamente spoiler per chi stia leggendo il Lost Canvas, dato che si fa riferimentoalla Guerra Santa precedente ma solo nei termini vaghi che Kurumadanella seriecanonica già dispensa. Ho saltato un giorno di lezioni perfinire questostramaledetto lavoro, e il minimo che mi aspetto è un saccodi elogi! *O*
Dedicata al dolce Mu, che mi ha dato l'imbeccata e che ha sfornato per me tanti biscotti.Per ringraziamento, l'ho fatto comparsare in tutta la sua lillità.

La guerra aveva lasciato dietro di sé tanti morti e tante macerie che l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà. Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. Come se un colpo troppo forte alla testa, uno dei tanti, avesse annebbiato vista e udito, tu solo nel polverone, in una nebbia di ombre colorate. Nessun colpo fatale, nessuna percezione del dolore. Eppure, alla fine di tutto, ad abbassare lo sguardo, quella falce di morte tante volte sfiorata aveva deciso di non tagliarti la testa; in campo, si era piantata nel cuore come un paletto, senza riguardi, e ne stillavano lacrime e sangue. Lacrime e sangue.
Corpi di cavalieri giacevano avvolti in guaine di metalli preziosi, e mantelli bianchi che nascondevano loro il viso. Era pallido, il viso, ed il bianco aveva particolare riguardo per gli occhi spenti. Oro, argento e bronzo rendevano loro l’ultimo tributo prima di lasciare i guerrieri, pronti per un nuovo destino, pronti per la speranza, i germogli e i fiori. I mantelli invece li avrebbero accompagnati. Dall’alto del cielo, le costellazioni sfavillavano feroci, ricevendo il sacrificio di sangue. Ariete e Bilancia, opposti, brillavano di luce trionfante, bianca e pura. Ma l’alone rosso delle stelle pulsanti lungo tutta la volta celeste palpitava, come gli ultimi spasmi potenti e fieri di un cosmo che si spegne.


Il contegno dei due cavalieri d’oro sopravvissuti era irreprensibile, come i volti dei bassorilievi, immobili eroi, che emergono dal passato sulle pareti di pietra delle cattedrali. Anche loro erano eroi. Anche loro già appartenevano al passato. Era già stato deciso. Athena l’aveva voluto. La dolce Athena dalle bianche braccia, commossa, aveva sorriso con gli occhi pieni di lacrime che erano stelle (altre stelle bianche e pure, e talmente più lucenti), e li aveva ricoperti dell’onore più grande. Si erano inchinati assieme, i mantelli bianchi come bandiere sventolanti.
Come lenzuoli di sepolcri.
Anche, sì. Ma era meglio non pensarci.
Stelle rosse palpitavano, fiere, e troppe lacrime erano state versate. La Terra non sapeva più piangere, asciutta. Giaceva stanca con gli occhi rossi, la vista e l’udito annebbiati. Non era davvero il caso di pensarci.
Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. E l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà.


    Chi sei tu
     che nella sera ti fai sentire fioco
     da così lontano,
     come accendersi di torce?

Doko era andato in Cina respirando l’aria famigliare e antica delle cascate, il cuore gonfio di onore e responsabilità, che gravava sulle sue spalle larghe, così forte, Doko, in quel corpo così piccolo. Era giovane, allora. Ma con il cappello calato in testa e senza fare domande, come i vecchi, era partito.
Shion era rimasto in terra attica, la grande antica straniera, un mantello e paramenti carichi di potere e responsabilità, che pesavano sulle sue spalle larghe, elegante, Shion, in quel suo ergersi così carismatico. Era giovane, allora. Ma con la maschera d’avorio sul volto, senza fare domande, come i vecchi, era rimasto.


In Cina c’era l’aria pura di un tempo che non scorre, silenzio e tempo per pensare. Molto tempo per pensare. E Doko, così giovane, così vecchio, era l’unica persona che aveva scelto con un sorriso il luogo all’ombra dove si sarebbe seduto a vegliare per due secoli. Nei primi tempi avrebbe potuto muoversi, avrebbe potuto costruirsi una piccola casa, e sistemare per la vita quei terreni tanto generosi della Cina. La Cina gliel’avrebbe permesso. Ma col passare del tempo, era inevitabile, quando il sigillo avrebbe incominciato a cedere sotto il peso degli anni e del cosmo di un dio potente e crudele un santo di Athena si sarebbe seduto, immobile, di guardia e sentinella, concentrando ogni più piccola fibra di sé stesso per contrastare gli spettri ululanti di cui i bambini di solito hanno tanta paura. Avrebbero battuto colpi e ringhiato, senza voce, sempre più insistentemente, fino a quando non si sarebbe rotto. E sarebbe occorsa molta più attenzione, per sentirli. Lungo gli anni avrebbe cominciato a muoversi sempre meno, e sarebbe arrivato il giorno in cui sarebbe stato necessario non potere più sciogliere le gambe intrecciate, e viaggiare solo con la mente. Dolcemente, un giorno sarebbe successo, in maniera molto naturale, alle prime paure di quella bambina dagli enormi occhi neri.
Roshi? Ho fatto un brutto sogno. C’era un fantasma, nella notte.”
Allora ossa stanche di duecento anni si sarebbero posate per l’immobilità, senza una spiegazione, sotto l’acqua, il gelo e il sole, un sorriso senza un perché, nel vento, leggero come uno scacciapensieri che tiene gli incubi lontani. Ma Doko non sapeva nulla di tutto questo mentre sceglieva con un sorriso più giovane il luogo dove si sarebbe seduto a vegliare per due secoli. Vi si sedette per la prima volta, scattante, senza un solo pensiero al mondo che non fosse il vento, per il momento. E pensò a che ora potesse essere, mentre la nebbia purissima dell’acqua della cascata gli riempiva i polmoni, per chi assaggiava l’acqua salata del Mar Egeo.


Chi sei tu…?

Si era illuminato da lontano, come la fiamma di una candela. Appena un punto.
Nella sera ancora blu di quando si accendevano le candele prima che arrivasse la Notte a distendere il suo mantello intessuto. Nύξ, la chiamavano, dove il Mar Egeo bagna la terra, e i greci dicevano del suo mantello che era nerissimo, come la pece, come l’inchiostro, come il mare quando va più a fondo, e a Shion pareva naturale. Solo così le stelle avrebbero potuto risaltare. Bianche splendenti come gioielli.
Ma era prima che Nύξ calasse il suo manto tenebroso che si accendevano le candele, subito dopo che Shion poteva deporre il peso dei paramenti, appena prima che il nero tingesse come acquerello le coste frastagliate. Ed era proprio come la loro luce fioca che si accendeva, quel punto lontano. Invisibile, minuscolo astro, poi la luce rossa, poi la fiamma lontana. Oltre il mare.

    …che nella sera ti fai sentire fioco
     da così lontano…

Morti e macerie, e l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà. Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. E la separazione tra di loro era stata svelta. Erano gli eroi già scolpiti nei bassorilievi, già pronti al passato. La loro generazione era già ricordo. Shion vedeva ogni sera le tende immacolate spostate dal vento tiepido verso l’orizzonte, verso quella luce di candele, sventolare come mantelli bianchi.
Come lenzuola di sepolcri.
Come sudari.
Ma ancora non era tempo per pensarci.
Athena dalle bianche braccia, dagli occhi commossi che rifulgevano di tenerezza li aveva veramente ricoperti di onori grandi. Erano ciò che rimaneva. Erano i guerrieri della speranza. E in fondo, giungevano attutiti, i sentimenti, anche dopo la battaglia. Erano ombre colorate. Era un richiamo lontano oltre il mare.

   …come accendersi di torce?

“Amico mio, mi cerchi da molto lontano.”
“Il cosmo fa molta strada, e supera i mari.”
“Lo avverto distintamente, come nel mezzo della battaglia, quando ci cercavamo, per sostenerci l’un l’altro. Quando dovevo accorrere, quando lo facevi tu. E allora risuonava alto per sollevarsi dalla polvere e dalle grida. Ma ora mi giunge distante, Doko, amico mio. Come accendersi di torce, da lontano. Sui bastioni.”
“È tempo di smettere di parlare di guerra. È tempo di pensare alla pace.”
“C’è pace, lì, presso i cinque picchi?”
“Pace da morire di noia. C’è pace, lì, presso il Santuario?”
“La guerra lascia le macerie da ricostruire.”
“Non un attimo di pace, Pontefice.”
“Ma ora che ti sento, mi pare di sentire anche la cascata.”
“È sempre qui, Pontefice, e non si sposta.”
“Mi rincuora.”
Shion non poté sentire la risata.
La intuì nelle ossa, come un impercettibile vibrare, e non seppe sorridere di rimando.
Provò nostalgia.
“L’addio è stato confuso, amico mio.” Si risvegliò a sorpresa, la torcia lontana al di là del mare, di luce dorata e fioca: “Ricordo il tuo volto come se fossi lì, eppure ti cerco senza poterti parlare, e ti sento senza poterti udire.”
“L’addio è stato solo una delle tante emozioni che ci hanno sopraffatto, come in sogno. Athena, il silenzio, la polvere. Si è mischiato tutto, annebbiandoci.”
“Non ricordo di averti salutato.”
“Lo hai fatto, Doko.”
“L’ho fatto, sì. Eppure non me ne ricordo.”
“E mi cerchi la sera, quando ancora non fa buio, come un fantasma. Noi non siamo morti.”
“È sera, lì?”
“Le candele sono accese da poco.”
“Non è ancora nera, la notte?”
“No. Sono rientrato da poco nelle mie stanze, e ti ho trovato quasi ad aspettarmi.”
Doko non rispose nulla, allora.
Però quando tornò a cercarlo lo fece sempre alla stessa ora, illuminandosi da lontano, come la fiamma di una candela. Appena un punto. Sempre lontano. Sempre oltre il mare. Prima che la notte si facesse nera.

Gli anni che passano attutiscono i sentimenti ancor più che la battaglia.
Scorrono come cenere fra le dita, palpabile e morbida. Lasciano aloni grigi. Sfumano.
La luce che si accende da lontano, come le torce sui bastioni, segnali luminosi attraverso i chilometri, è alla pari di un eco confuso in mezzo a tutto il resto. Sorprende sempre, e non giunge improvvisa. Non si accende nella notte più nera, spaventandoti. Segue sempre il tramonto, con delicatezza. È l’unica musica dolce nell’amarezza, una corrente d’acqua calda in alto mare. Non sai quasi più da dove provenga, ma le sei grato. Non ricordi quasi più quel volto. Non ricordi quasi più quella risata. Sono sprazzi confusi ed incredibilmente dolorosi che avvolgono il corpo in vampate, quando t’immergi nei ricordi, e i ricordi sono troppi, e per questo sono dolorosi. Rimani l’unico testimone al mondo di un’epoca bruciata, Athena, Athena, non è troppo?, pensa, Shion, quando tutto tace sul mare e il silenzio si fa innaturale, e le voci spente da un secolo – un gran Signore, un secolo, passa a larghe falcate, il mento rivolto in avanti, trascinandosi dietro il suo mantello – riemergono dalle profondità del niente. Suonano di una musica così diversa da quella del presente. Il pianoforte trova nuovi accordi, i pennelli marcano nuovi colori, ed improvvisamente i volti di un tempo hanno la consistenza bellissima e vecchia degli affreschi sulle cattedrali. Dei bassorilievi. Sono Storia. Perché li ricordi come vivi, pontefice di Athena?
Ma l’universo attorno è colorato, e più sonoro.
E altri anni attutiscono ancora i sentimenti. Un po’ come la battaglia.
Per un bambino dagli occhi grandi, Shion allunga la mano.
Riprende in mano strumenti e polveri di stelle, trasmette conoscenze e virtù.
Lo guarda, serio e coscienzioso, adoperare materiale celeste e parole misurate.
Pensa che vorrebbe guidarlo a lungo. Pensa che le sue spalle diverranno forti.
Lo vede già ammantato d’oro, chiudendo gli occhi, ed il suo cuore trova pace in un orgoglio gonfio di sicurezza. Per fortuna, per fortuna, prega Athena, per fortuna posso guardare in quegli occhi sicuri che lo trattengono alla realtà, di quella sola dolcezza che possiede il fatto di avere qualcuno accanto. Un po’ come gli occhi enormi e neri di una bambina in Cina, per cui Doko si deciderà fra poco ad intrecciare le gambe per sempre, su una roccia lontana. Per Mu Shion apre con gesti sacri un baule vecchio di tanti di quegli anni da non poterli contare, sotto uno sguardo silenzioso e carico di aspettativa. E gli tremano anche un po’ le mani affusolate e solcate dalle vene, mentre lo fa, ma sorride. Deve cercare, ma cerca poco, perché si fa trovare, ciò che cerca, e può prenderlo tra mani vecchie e spiegarlo come una bandiera.
Come lenzuola di sepolcri.
No, stavolta no.
Non ancora.
Si commuove anche, Shion. Facendogli dono di quello che ha, ammantandogli le spalle di mantelli bianchi, che per lui sono molto. Sono bandiere nel vento e negli inchini solenni, sono stralci di nuvole abbaglianti contro un cielo tanto turchese che la prima volta l’aveva meravigliato, sono il riserbo candido per l’onore di uomini che ricorda come fratelli. I nomi si confondono, mentre le lacrime minacciano di uscire, pizzicando gli occhi stanchi, e le ciglia sempre belle, verso cui il ragazzo che ora si trova di fronte da piccolo allungava dita minuscole, come se per lui fossero farfalle. Mu ha rispetto e sorride, e china il capo, per l’onore. Percepisce l’emozione del maestro e non dice nulla, come sempre, perfetto nella sola dolcezza che possiede il fatto di avere qualcuno accanto. Shion lo abbraccia, sospirando, e i ricordi sono troppi. Sorride, vinto. Già il presente è colorato e sonoro, e luminoso. Quando i ricordi pretendono di riavere luce è troppo, Athena, oh, è troppo.


Per Doko i ricordi erano meno attutiti, e meno spenti. Laggiù tra le nebbie purissime e il verde assoluto della natura nella sua perfezione, il tempo diventava un concetto astratto, ed ogni viso, luogo, sentimento era sullo stesso piano. Solo lui invecchiava, a guardia di un sigillo pieno di incubi.
Aveva visto nuovi volti, qualche volta. Li aveva conservati come tesori. Erano tutti passati.
Ma si avvicinava il tempo in cui avrebbe dovuto rimanere a vegliare più attento, più cauto, in cui i suoi passi avrebbero dovuto essere sempre più brevi. Già le sue stesse gambe cominciavano a cedere, ormai vecchie di tanti anni che nemmeno li si poteva confidare senza suscitare una bella risata. E ancora non c’era nessuna bambina dagli occhi enormi, lì, a fare risuonare belle risate. Solo la cascata, e un cosmo lontano, ancora dorato, colmo di ricordi belli e distanti.
Ah, ma gli anni scorrono come cenere ovunque, e sempre tra le dita, ingrigendo. I sentimenti si racchiudono, lasciando spazio al mondo e ai suoi cicli più grandi.
Così dall’universalità attratto, Doko viaggia con la mente e con lo spirito, soffermandosi di tanto in tanto su luoghi che i suoi occhi hanno visto, percependo il nascere di piccoli cosmi, che vede ogni tanto accendersi come torce, da lontano, sui bastioni. Sentinelle. Intuisce l’arrivo di una generazione nuova. Capisce che Shion, in terra di Grecia, sta radunando a sé bambini dall’animo puro e giovani uomini con forza nelle braccia, per risvegliare i loro universi nascosti. Li cerca. Da un bassorilievo bianco sulla parete di una cattedrale, conta sulla sua discrezione, la discrezione dei vecchi, sempre inosservati, per sorvolare con la mente quei luoghi, attento, gli occhi spalancati sul mondo come quando vide per la prima volta il cielo turchese del Mediterraneo e se ne meravigliò. Doko, solo nella sua solitudine e nel suo assoluto, un anno dopo l’altro, medita ed invecchia; e ascolta il palpito del mondo e la trasformazione nelle cose. E un giorno, costernato, si ritrova gli occhi pieni di lacrime.


“A volte ripenso al tempo trascorso, sorprendendomi di quanto sia. Ogni volta affiorano sempre più ricordi. Ma li sento sempre più distanti. Sono lontani, e ormai sfocati.”
“Lo pensi davvero?”
“Per te non è così?”
“Nella mia mente non c’è nessuna ombra. I ricordi si susseguono in ordine, assieme alle sensazioni. Qui è così facile ricordare. Quasi piacevole, nonostante la nostalgia. Ma è così amica, la nostalgia, per i vecchi, Shion: qui la mia sola compagna è la cascata immortale, che mi prega di raccontarle le mie storie. Per te è diverso.”
“Ti ricordi di me?”
“Mi ricordo di te? Certo che mi ricordo.”
“E come era, allora, Doko? Come ero, io? Gli anni scorrono tra le dita come cenere, ed ingrigiscono i colori. Anche adesso, ti sento come la prima sera in cui ti sentii da così lontano, ed anche allora le candele erano appena accese, e tu baluginavi da lontano come se fossi già un ricordo.”
“Vuoi che ti racconti com’era?”
“Sì, se c’è stato un tempo in cui noi due marciavamo fianco a fianco. Sono così vecchio, Doko, e il tempo mi scorre addosso sempre con più pesantezza. Ricordami com’ero.”
“Era l’epoca in cui l’uomo ancora non volava, eppure tu toccavi le stelle.”
“Era così.”
“Eri forte e giovane, allora, il più elegante, fra di noi. Passavi emanando autorità, alto com’eri, solenne. Una nave fra cortei di mantelli bianchi.”
A questo punto, era solo silenzio.
“Ma forse ero io che ti vedevo così. Non ero più alto di un soprammobile cinese.”
Doko non poté sentire la risata.
La intuì nelle ossa, come un impercettibile vibrare, e sorrise di rimando.
Provò nostalgia.

I sentimenti si dischiusero di colpo, come la corolla di un fiore sotto il primo sole.
Erano i mille petali bianchi delle ninfee sulla superficie della cascata, e Doko le vide stendere mille dita come per consolarlo, disperate, per raccogliere le lacrime a cui non arrivavano. Laggiù tra le nebbie purissime e il verde assoluto della natura nella sua perfezione, il tempo diventava un concetto astratto, e così i sentimenti, perfetti nella loro immutabilità, ignorando il mondo, persi nei suoi cicli infiniti. Così Doko accolse con sofferenza l’incrinatura crudele in quel ritmo perfetto, provando per la prima volta, da quand’era lì, vero dolore.


    
    Shion.
    Shion, amico mio, cosa è accaduto?


I fiori erano di sangue.

    
Perché non sento più il tuo cosmo, da lontano…?

Il sangue sapeva di tradimento.

    
…come accendersi di torce?

Assisteva ad una rivolta senza precedenti. Il Pontefice era stato assassinato da un Santo.
Muto, seduto sulla sua cascata, venne inondato dal corso della storia che accelerava, lontano da lui, che prendeva pieghe insospettate, che si ribellava ad ogni regola. Il sigillo, dietro di sé, sembrava vibrasse. Qualcosa turbava la quiete di quel luogo. Qualcosa l’avrebbe turbata per decenni. Si alzò, faticosamente. Mettere i passi uno di fronte all’altro era faticoso, constatò amaramente, quando le membra vecchie di secoli avevano dimenticato come si camminava e le lacrime offuscavano gli occhi.
È difficile, quando soffri. Oh, com’è difficile. Trattenere al di fuori i cicli del mondo, il sorgere e il tramontare, il vivere e il morire. Lo scorrere del tempo.
Sollevare le braccia lo è altrettanto – minuscole, rachitiche braccia, rattrappite dal tempo, come soffrì, per una volta assalito dai ricordi con più intensità del solito – e deve anche cercare, ma cerca poco, perché si fa trovare, ciò che cerca, e può prenderlo tra mani vecchie e spiegarlo come una bandiera.
Non smise di piangere, guardando la stoffa bianca gonfiarsi nel vento, tra gli spruzzi, come la vela di una nave. Pensò a Shion, e pensò ad un veliero imponente, una nave fra cortei di mantelli bianchi.
Zai Jian, amico mio.”
Lo guardò fluttuare nell’aria, elegante, librandosi nel vento.
Come lenzuola di sepolcri.
Come sudari.
Sì.
Proprio così.


 
Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Introspettivo, SongFic
Personaggi Principali:Capricorn Shura, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros
Rating: G
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito: L'arcobaleno è il mio messaggio d'amore / può darsi un giorno ti riesca a toccare / con i colori si può cancellare /il più avvilente e desolante squallore…Biglietto d'addio mai scritto.
Disclaimer: Canzone di Adriano Celentano: L'Arcobaleno; teso di Mogol, personaggi di Masami Kurumada.
Cose: Dato che la canzone me l’ha passata Milo, a Milo va imputata la colpa dell’angst qua dentro. Mi dispiace tanto per voi. è_é

  Io son partito poi così d'improvviso
che non ho avuto il tempo di salutare

Con armi e bagagli, passeggero ancora sul binario di un treno che fischia aspettando.

Io son partito poi così d'improvviso
che non ho avuto il tempo di salutare
-
- istante breve ma ancora più breve
se c'è una luce che trafigge il tuo cuore

I bagagli, il rilucere d’un oro già pronto al suo destino – rilucere nell’ultima esplosione di stelle, per poi consegnarsi ad un lungo silenzio – e la speranza del mondo. Le armi, il suo unico cuore coraggioso. Ugualmente pronto, ugualmente conscio. Superiore.
Nessuna rassegnazione. Stolida fermezza. Partenza. Armi e bagagli. Null’altro. Null’altro.
Nulla…
Maledizione, Aioros.
Passo fermo tra piogge di frecce e sguardo puro e serio scudo alle lame. Non. Un. Tremore.
Maledizione.
Ti odio, Aioros, perché il tuo cuore saldo tanto superiore ha ignorato la mia sofferenza. Perché i tuoi pensieri tanto alti e nobili naturalmente ti hanno strappato dalle mie braccia per condurti in un luogo dove noi bassi mortali non abbiamo accesso. E tu eri uno di loro. Noi no. Il paradiso ti attende, e tu lo sai. Noi no. Tu parti, di fretta, perché doveri più alti ti chiamano. E te ne vai senza salutare.
Maledizione, Aioros.
Solo…
Lasciarmi senza guardarmi negli occhi.
Un…
Canto, nella sera.
Nessun addio.
Talmente impercettibile da sembrare irreale.
IO NON SENTO NESSUN ADDIO.
Irreale, ma che penetra dolcemente nelle orecchie e nelle tempie, carezzandoti.
Lo ignori perché devi. Aioros è partito. Non tornerà. Non ha salutato. Quel canto non esiste davvero. Non esiste davvero. Non esiste davvero. Nessuno sta cantando per te.

L'arcobaleno è il mio messaggio d'amore
può darsi un giorno ti riesca a toccare
con i colori si può cancellare
il più avvilente e desolante squallore…


Aioria non avrebbe più creduto alle favole.
Specialmente non a quelle in cui l’eroe è senza macchia e senza paura.
Aioria avrebbe scartato le favole e digerito tremori e sofferenze in un’espiazione senza nome, nessun indizio a cui aggrapparsi per sopravvivere: un’inversione obbligata a senso unico verso una strada di pugni allo stomaco che era il surrogato di un risarcimento destinato ad un agglomerato di volti anonimi.
Un canto era il biglietto d’addio non scritto del fratello,
fratello partito e più tornato,
fratello luce delle sere,
fratello che cantava nel vento senza che lui lo potesse sentire…
Un canto troppo dolce per potervisi lasciare andare. Come quello delle sirene. Più difficile da credervi perché meno ammaliatore. Ma si sa, le illusioni…

Son diventato sai il tramonto di sera

Le illusioni germogliano con la più piccola goccia d’acqua.
Biglietto d’addio mai scritto dell’amato fratello, esso…

  e parlo come le foglie d'aprile…

  …poteva benissimo essere un’illusione.

…e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile…


Illusione morta negli occhi di un giovane che aveva levato la mano ancora con la speranza incisa in ogni più piccola fibra del suo essere. Ma Aioros aveva sorriso, ed aveva subito il colpo. Vano martirio. Alle lacrime di Shura egli si dichiarava colpevole. Senza volere. Povera innocenza tristemente fraintesa dalle lacrime che velavano tremule gli occhi altrettanto innocenti del ragazzino che una spada troppo pesante portava, inscindibile dal suo corpo – che forse avrebbe voluto abbracciare…
Era questo il tuo addio, Aioros?
Il triste, divino sorriso dell’eroe martirizzato?
Morto. E ora?
Dove sono le tue parole?

  e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso…


Il sofferente giace sfinito da un’opera incompiuta, e il mondo gli crolla addosso.
Niente in lui prova gioia, né soddisfazione, né appagamento.
Una parte di lui piange, l’altro la tormenta, inquieta, spasimante.
Un canto, si leva, muto, compresso tra le costole, preme sullo sterno, struggente, un canto d’addio, e due mani crudeli che sono le sue stesse lo stringono come tenaglie. Piange senza sosta. Senza aver visto gli occhi di Aioros prima che partisse. Solo un lampo sconvolto, membra scattanti, parole lanciate, e la sua schiena, la fuga.
Irrazionalmente. Ciecamente. Lui anelava le sue ultime parole per sé.
Morto. Aioros. E il suo addio? Nulla dalle sue labbra. Quanto avrebbe pagato per tornare indietro, afferrarlo per il polso, cadendo, anche, incespicando, che importanza aveva?, solo per guardarlo un’ultima volta nei limpidi occhi più verdi di boschi e mare e dirgli non abbandonarmi.
Non abbandonarmi a me stesso, ed Aioros avrebbe detto .
Perché di tutti quegli anni passati al suo fianco, Aioros non aveva scavato sin nel profondo dell’amico più caro, nell’amore e nell’odio che rimescolandosi l’avevano consumato come una cancrena. L’unica cura, gli occhi di Aioros, ridenti e lucenti nel riflettere monti e vallate ma troppo – ingenuamente – fiduciosi nell’immergersi dei bui laghi di Saga.

Io quante cose non avevo capito
che sono chiare come stelle cadenti -
- e devo dirti che è un piacere infinito
portare queste mie valige pesanti…

E quel canto mutilato tentava di librarsi al ritmo di uno sconosciuto, che nemmeno Saga sapeva starsi levando già tra le fronde degli ulivi e soffiare dolce tra le colonne del tempio profanato.
Tormentato, ansante, non sapeva che qualcuno d’ora in poi avrebbe vegliato.
Su tutti loro. Nessuno escluso.
Un abbraccio discreto ed invisibile.
E tutto sarebbe rinato dalle sue ceneri…

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire.

Era troppo tardi perché le mani di Aioros potessero sorreggerlo e curarlo.
Ma uno spirito leggero permeava l’aria dolce di Atene…

  Son diventato sai il tramonto di sera…
E parlo come le foglie d'aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il
canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso

Cantava.
Cantava per Aioria che rimaneva orfano e solo.
Cantava per Shura che aveva spento le sue lacrime con la sua anima che se ne andava.
Cantava per i bambini dai capelli d’oro e di fuoco e di ebano e di perla che avrebbe lasciato a loro stessi, in balìa del Fato. Cantava per i loro anni a venire, perché nonostante i venti maligni e i graffi sul volto che avrebbero dovuto cancellare dai loro ricordi restasse un addio che cantasse la verità tra gli alberi e gli scogli, promettendo la rinascita dalle ceneri…
Vegliava e ricamava il suo addio dolcissimo in ogni respiro e in ogni folata.
Commiato senza voce per chi era dovuto fuggire. Commiato impercettibile. Commiato segreto. Commiato respinto. Scambiato per illusione, vaneggio, invenzione fantasiosa del cocente disincanto.
Ma persisteva, come residui di profumo nell’aria, e cantava dolcemente il suo addio mancato.

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire.

Ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire.

Cantava per Saga in preda ai demoni, cullandolo a scacciare le ombre che lo tormentavano nel sonno, spirando fresca brezza che gli recasse sollievo. Cantava per l’amato amico perduto che si struggeva d’amore incancrenito e di guerra senza fine, e tra i suoi capelli e sopra le palpebre dalle belle ciglia soffiava l’addio che non poteva sentire, e i loro respiri s’intrecciavano senza fine e senza posa, palpitando allo stesso tempo.
Era morto, Aioros, e il suo spirito attendeva radioso là dove gli altri cavalieri sarebbero giunti, riunendosi in luce dorata. Sereno. Imperturbabile. Ormai spirato.
Non aveva più nulla a che fare con loro. Amato od odiato, un’icona sarebbe rimasta. Come sempre aveva vissuto, splendente, nella sua corsa più nobile delle altre, senza spiegazioni, voluta dagli dèi e non dai mortali. Di lui nulla era rimasto.
Le sue braccia non avrebbero più stretto Saga.
Solo quel canto nascosto, rimaneva, che
insisteva tra le lacrime sfuggenti
e le rabbie e i rancori,
e di natura vana, per i cuori forti ma umani,
che erano stati privati del loro addio -
tuttavia seguitava a cantare, misero ritardo, ormai ombra:
ma non li abbandonava.

Son diventato sai il tramonto di sera…
E parlo come le foglie d'aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso.



 
Autore:Camus di Aquarius
Genere:Drammatico, Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo
Rating: G
Avvertimenti: OneShot, Shonen Ai
In proposito: Le gelide folate su un deserto immacolato, il sole e l'azzurro della Grecia. La penna che scrive, fossilizzando un tessuto di parole vergate in freddissima, inattaccabile grafia. La degna chiusa. In minuscoli, splendidi cristalli rilucenti di divinità.
Disclaimer: Camus l’ha ideato Masami Kurumada, defraudandomi del diritto di chiamarlo mio. Pazienza.
Cose: La mia prima fanfic su Saint Seiya, ed è un delirio di onnipotenza. Scrivere guardando le stupende foto dei monti della Siberia Orientale non aiutava, e comunque io sono freddolosissima, quindi, con buona pace di Camus dell’Acquario, no all’alpinismo.

Mi è stato detto di prendere a modello la maestosità del ghiaccio.
Tra le coltellate di correnti tempestose
della Siberia, mi è stata additata la superba fermezza dei monti di Verchojansk, della lastra indistruttibile che è il Mar Glaciale Artico.
Statuario, silenzioso guerriero che non attacca mai per primo, egli riposa sicuro del proprio essere invincibile. Il suo freddo non aggredisce l’uomo. Il suo freddo non è la terribile collera che il dio scaglia sui tracotanti che gli si avvicinano. Egli si accorge a malapena della sofferenza che il suo gelo fa penetrare nelle ossa. Per lui, quel freddo è vita. Propria.
A differenza dell’uomo, tuttavia, le montagne ghiacciate del Nord vantano una natura divina.
Sono dèi
, nelle loro nervature è cristallizzata l’atavica Essenza che le ha costruite così come sono.
L’uomo, spesso, è tutto tranne quello
per cui è nato.
L’uomo ha una pagina bianca che attende di essere scritta.
E questo è tutto meno che libero arbitrio.
Poiché t’impone una scelta.
La scelta consiste nel prendere, senza basi alcune, una penna e dell’inchiostro, e scrivere in bella grafia, scandendo comprensibili costrutti che
esprimano un contenuto pertinente dalle idee chiare, in forma gradevole, su un tema a sua volta a scelta, che non sia di argomento banale e che si mantenga sempre sulla stessa linea. Se non ci riesci, muori. O perisci, o vieni lasciato indietro, o sei emarginato, o soffri le più mute ed incomprensibili privazioni – ogni sbavatura, ogni errore maldestramente sfuggito s’imprime a fuoco nella carta ad opera tua e di nessun altro, così come il brillante accostamento di parole o il virtuosismo lirico.
Questo è il nostro potenziale e questo l’aperto
nostro destino. Ineluttabile, a conti fatti, quanto quello fisso delle rocce e delle acque, e nonostante questo il più sofferto e tormentato, privo di veri punti di riferimento da quando l’uomo ha smesso di credere negli dèi; poiché l’uomo ha deciso di slegarsi dal destino di ogni creatura, facendosi artefice di sé stesso, ma non possiede la forza di un dio, che nel braccio destro ha la forza della folgore.

L’immensa forza immobile del ghiaccio siberiano mi è stato mostrato ad esempio.
Io ne ho fatto di più.
Io ne ho fatto il mio credo.
Io ne ho fatto il dio verso il quale tentare la scalata, la superbia di un titano.
La metafora chiave su quella pagina bianca ancora in fase di riempimento ha finito per permeare ogni parola,
ogni goccia d’inchiostro se fosse stato possibile avrebbe contenuto almeno un cristallo ghiacciato, splendido, rilucente e freddissimo. Se ne avessi avuto la possibilità, avrei tracciato la storia della mia vita in minuscoli granelli splendenti. Per sempre bellissimi e invincibili, come polvere di diamante.

Perché sei stato via tutto questo tempo?”
Perché mi sono annoiato, diceva la voce di Milo, perché mi mancavi, diceva così incurante del sicurissimo sorriso spavaldo,
pre-impostato, naturale, mi sei mancato da morire, Camus.
Amare Milo era amare il fuoco e la vita, era amare i verdi prati della Grecia e l’azzurro incredibile dei suoi cieli e delle sue acque. Amare Milo era della netta sofferenza del ghiaccio spezzato e sciolto fra due mani, era un continuo rialzarsi dopo essere caduto, era rimanere al di fuori di tutto un mondo nel quale non riuscivi più a credere, ti rifiutavi di
credere, perché dove c’eri tu c’era solo sole, verde, il cielo e Milo.
E uscirne era aspro e dilaniante, e Milo non ne usciva mai.
Impulsivo ed irrequieto, Milo si arrabbiava ed ingenuamente disperava al sentirsi allontanato da qualcosa, quando al massimo eri tu ad essere attirato nella sua orbita, e a forzarne l’uscita; poiché Milo era centro ed origine del
suo proprio mondo, e lo alimentava con la sola presenza di sé stesso. Milo era uno di quelli che la penna l’aveva intinta con tanta decisione nell’inchiostro che quella aveva tirato senza una sbavatura in linea perfetta tutte le lettere, una in fila all’altra, finché il nero non era esaurito, ma non c’era da preoccuparsene, perché bastava intingerla nuovamente. Milo era uno di quelli che il tema lo improvvisava, e il risultato era di una spontaneità tale da rendergli merito di una coerenza non paragonabile a quella di coloro che si sforzano di costruirla per facilitare la comprensione al testo.
La punta della mia penna che scriveva sicura ha traballato con un fremito nel momento in cui ha incontrato gli occhi azzurri di Milo.
Incondivisibile, Milo.
Milo era sempre lì, nascosto fra le pieghe della carta, con quei fiduciosi occhi che mi appuntavano in petto la dolorosa consapevolezza che sarebbe
morto, per me.

Volevo il potere di raggelare con lo sguardo.
La sensazione fisica che le mie iridi possedessero il potere della montagna.
Nella mia scalata pensavo
di essere superiore a coloro che mi circondavano; io ero un santo, e i santi sono più vicini a Dio degli uomini. Affilavo le unghie sulla lastra ghiacciata, invece di usare penna e calamaio, perché le mie lettere fossero eterne come le nevi dell’emisfero dove l’inverno è altrettanto eterno.
Tutti noi cavalieri d’oro avevamo il germe della divinità dentro
noi, perché gli dèi ci avevano scelto fra tanti uomini. Io non volevo sostituire il mio dio; io volevo esserlo. Essere creato a sua immagine e somiglianza non mi bastava, le mie braccia e le mie mani volevano indurirsi e cristallizzarsi in quella forma perfetta che non si sarebbe sciolta al primo soffio di vento di maggio tra il grano. Ma ero un santo, non ero un dio.
Così, invece di fabbricare un involucro che mi proteggesse, in polvere di
diamanti scrissi la mia vita indurendone il nucleo. Non era come credevano gli altri. La mia non era una corazza. La parte più intima e profonda di me stesso era il ghiaccio perenne. Piuttosto lo strato esterno, fragile, incrinabile, era di uomo, perché la mia natura non poteva essere altra. Un santo non ha l’onnipotenza del dio e lo spirito volubile dell’uomo. Un santo è forgiato esattamente come un dio, ma le sue spoglie sono mortali.

Milo era stato l’unico, in tanti anni, ad averlo capito.
Era la mia pelle che Milo toccava e scaldava, Milo era lì per avvolgermi perché solo così poteva penetrarmi dentro fino a che gli strati sempre più rigidi di me stesso non riducevano i suoi flussi a minuscoli capillari che speravano di raggiungermi.
E ci riuscivano. Spesso diceva, scherzando, che avrebbe infranto la mia corazza di ghiaccio di cui andavo tanto orgoglioso, e mi prendeva in giro mettendomi al livello di un ghiacciolo da sbrinare. Era il suo modo di fare. Tuttavia, l’ombra nei suoi occhi mi diceva molto di più dell’innocente battuta fine a stessa, parlava di mondi e di acque e di sole della Grecia che non dovevano infrangere alcuna barriera insormontabile, ma solo farsi strada a passi costanti a partire da là dove il vento cominciava a soffiare, la steppa inospitale che preludeva alle sterminate distese bianche, e poi sempre dritto, sempre più a fatica, sempre più insinuante serpeggiare fino al trasparente centro nevralgico e toccare lì il cuore senza pulsioni dello zero assoluto. Milo lo sapeva fare senza alcuno sforzo.

E così il braccio del santo si alzava per scrivere un’altra vita, la vita di Hyoga, con polvere di diamante.
Da un certo momento in poi ho voluto sollevarlo dall’incarico di scrivere da solo, come il genitore troppo premuroso che ciecamente desidera solo alleggerire di un onere troppo gravoso il figlio prediletto. Scioccamente, desiderai risparmiargli quell’angoscia che mi aveva segretamente preso davanti al foglio bianco e una vita da decidere. Scioccamente, ciecamente, preso dal mio ruolo di maestro, ho voluto metterlo da parte, decidere il punto d’arresto, oltre il quale avrebbe rischiato di rovinare una composizione tanto sentita e ben scritta, e prendere la sua penna in mano ed usare per lui l’inchiostro per me più bello che
potesse esistere. Desiderai tracciare le ultime parole della sua esistenza in polvere di diamante.
Ma avevo commesso un atroce errore di valutazione.
Hyoga era diverso da me.
Hyoga era migliore.
E dolcemente, ingenuamente, fece per me quello che avrei voluto fare io per lui, ed io gliene fui grato, e solo alla fine sentii come se tutto si stesse compiendo, come se l’insieme di periodi messi laboriosamente assieme avesse trovato la sua giusta chiusa.
Milo l’
aveva impreziosito, Hyoga l’aveva completato.
Pensai a Milo e al sole e alle acque della Grecia, mentre il freddo m’investiva, senza aggredirmi, silenzioso guerriero che non attacca mai per primo, una morte inevitabile, assurdamente naturale, avvolgente, pura catarsi. Pensai a
Milo mentreHyoga realizzava per me la più bella opera che potessi desiderare.

Dolcemente, scrisse la mia vita in polvere di diamanti.