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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Un Mondo di Luce
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Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Kanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Risvegliarsicon il rumore delle onde nelle orecchie. // Risvegliarsidisteso, tra morbide, bianche lenzuola.
Disclaimer: Sono personaggi che appartengonopa Masami Kurumada. Ancora per poco, perchè progettiamo dirapirli e di rapire anche lui.
Cose: 
 Questafanfic è dedicata come sempre alle mie muse (DeathMaskdi Cancer, Aphrodite di Pisces, Milo diScorpio),ma questa volta con particolare riguardo a Rhadamantis di Wyvern,che non commenta ma legge, inarcando il suo elegante monosopracciglioall’inglese, e a Kanon di Gemini,nel tempo libero Kanon di Gemini, che tra le altre cose ci harecentemente deliziato di questa.Che io fossi in voi andrei a leggere. E ho l’accortezza dipubblicarequesta fanfic oggi (14/08/2008,sull'EFP),che se non vado errata è un anno esattoche sonodiventati un dolce duo, e a breve andranno a spassarsela al mare. <3 Auguri a Rhada eKanon. ~
CAPITOLO:1 di 2


Risvegliarsi
Capitolo 1
 

Risvegliarsi con il rumore delle onde nelle orecchie.
Oh, no.
Di nuovo.

Da quale dei suoi incubi si sarebbe risvegliato, ora? Era tornato laggiù? Generale degli abissi, accolto dal mare che aveva tentato di ucciderlo, quel mare stesso lo mondava con la sua rudezza di padre severo e lo accoglieva come un figlio inasprito – era il mare di Poseidone? Si sarebbe risvegliato dal grande incubo di una Guerra Santa solo sognata e si sarebbe ritrovato laggiù? Erano queste le onde?
O si sarebbe risvegliato ancora più indietro, tra i flutti di un mare non ancora padre, dall’ennesimo incubo in cui il fratello lo abbandonava voltandogli la schiena? In quale dei due casi avrebbe perso di più?
Perdere l’oro che sapeva di sangue fraterno e di negata appartenenza finalmente concessa, e di onore, e riscoprirsi il generale votato al dio avverso, traditore tradito?
Perdere la stessa veste di Marine, e ritornare agli stracci e ad una grotta scavata dai sali, senza dio alcuno, nemmeno il padre Poseidone che aveva avuto egoistica pietà di lui?
O perdere quegli stracci stessi?
Tornare un uomo e scenderne al di sotto.
Affrontare la morte…
Con quel rumore di onde nelle orecchie.
Che onde erano? Che mare? Da quale incubo si stava svegliando?


Il sole bianco, accecante, e le strida dei gabbiani. Kanon viveva.
Rimase ancora abbagliato dal sole, ferito, abbattuto come straccio bagnato sugli scogli pietrosi. L’odore acre e familiare del mare lo soffocava, il sole batteva sul suo corpo dal sapore di salsedine, sulle alghe vaganti che erano state strappate al mare da correnti e fato e tempo, si raggrumavano ed imputridivano lì, assieme ai crostacei e i piccoli insetti che vivevano soltanto sotto la sabbia e negli anfratti delle rocce porose. Il sole era accecante. Bianco da ferire. Kanon era già ferito, e voleva solo riposare.
Da seduto, fu come vedere un mondo diverso. Distesa di blu a braccia aperte, il mare lo chiamava, eppure non si muoveva. Kanon rimase immobile per molto tempo, instupidito, la testa inclinata su un lato. Le braccia si muovevano, ma era come se non facessero più parte di lui. Aveva ancora un dito rotto. Vi pensò distrattamente, lo sguardo vacuo sul mare e le labbra dischiuse, quel figlio di puttana di Minos.
Rimase così qualche altro minuto, prima che il suo sguardo riuscisse ad essere catturato dalla figura galleggiante sul mare. Scattò in piedi. Il suo corpo lo punì con ogni dolore possibile, tutte le ossa bruciarono eseguendo i suoi movimenti – ed era come correre con gambe di cristallo – eppure Kanon correva.
Il mare gli diede vita.
Di nuovo.
L’acqua fredda gli diede un senso e lo riscosse, i suoi arti gli rispondevano, i brividi gli diedero velocità. Il mare gli restituiva la vita. Fu ghiaccio ed ossigeno, vampata d’aria, e così le sue mani poterono afferrare e trascinare, e parve come risvegliarsi da un sogno – di nuovo – il rumore delle onde nelle orecchie – di nuovo – solo nel distendere Rhadamantis della Viverna, Giudice Infernale, grande generale di Hades, nemico di Athena, rovesciato a testa indietro sulla sabbia ruvida che scarsamente ricopriva a manciate l’insenatura rocciosa del mare. Tossì, con voce cavernosa. Rhadamantis viveva.
Kanon rimase in ginocchio, gocciolando, mentre la testa gli girava che sembrava stesse per cadere, fischi d’aria alle tempie. Per minuti, ancora, ripiombò in quella specie di trance, chiuse gli occhi, il sole era bianco e accecante anche da dietro le palpebre, e Kanon era ferito e voleva solo riposare. L’unica cosa tangibile, lacrime del padre mare a scivolare dai capelli alle tempie alla fronte al naso agli zigomi alla bocca, e il salato sulla lingua. Ansimava. Il mare li aveva salvati entrambi.
“Kanon!”
Fu la voce a svegliarlo.
Kanon mise a fuoco l’uomo che aveva davanti.
Anche privo dell’armatura, Rhadamantis il gigante infernale era temibile come una fiera dalle maestose sembianze. Il suo ampio torace si alzava ed abbassava in faticosi respiri come la schiena di un drago che ansima terribile, imperscrutabile, occhi di lama. Può non attaccare, ma tu sei paralizzato dal terrore.
“Rhada… mantis…” sillabò. La sua gola era secca. Le parole raschiavano. Sentì sapore di sangue, dolorosamente mischiato alla salsedine. Per l’altro doveva essere lo stesso. In bocca a lui quell’ansito era stato un ruggito, ma la sofferenza in quel momento – il saint lo sapeva bene – apparteneva ad entrambi. Entrambi sarebbero dovuti morire nell’esplosione causata dallo stesso Kanon, erano finiti lontani, molto lontani, fino ad esplodere oltre il mondo dei morti, sulla terraferma, ma il mare li aveva graziati. Entrambi.
“Kanon… perché…” raschiò l’uomo che si sforzava di puntellarsi sulle braccia possenti, trapassandolo con occhi iniettati di sangue. Ma Kanon non aveva paura. Né di lui né di niente. Il sole era accecante, e bianco, e nelle orecchie c’era il rumore del mare. Rhadamantis aveva rischiato di morire.
“Perché sì” sbottò, senza nemmeno sforzarsi di cercare una frase ad effetto tra le tante che avrebbe potuto dire. Anche un non lo so sarebbe stato di grande effetto scenico, ma non è che esattamente non lo sapesse. Come se non lo sapesse. Un motivo c’è sempre, a quello che si fa, al mondo. Kanon stava seduto cercando di non morire e Rhadamantis, il suo avversario, il suo nemico, l’uomo che aveva sbarrato la strada all’esercito di Athena e aveva ucciso i suoi compagni, l’uomo che aveva allacciato lo sguardo al suo non curandosi né degnandosi più di nessun altro

Sospettavo che fossi tu...
L’uomo che è riuscito ad ingannare anche gli dèi…

e che l’aveva chiamato per primo

…Kanon dei Gemelli!
come nessun altro prima aveva fatto, in quella corsa affrettata contro il tempo, investito cerimoniosamente a sangue e lacrime un’ora prima che la sua dea morisse – Rhadamantis lo specter, generale di Hades giaceva a peso morto a faccia in giù sull’acqua, e lui era corso per tirargli i capelli – e ora ricordava, le seriche chiome bionde sotto le sue dita ferite – riversargli il capo all’indietro e farlo respirare. E l’aveva portato a riva prima che, privo di sensi, non ricevesse la morte, per scoprire che il padre mare davvero aveva voluto salvarlo. Come Kanon. Entrambi vivi. Entrambi salvi.
Respirava a fatica, Rhadamantis, e non gli staccava gli occhi di dosso. La sua risposta l’aveva preso in contropiede, e nei suoi occhi era passato di sfuggita un lampo di smarrimento. Kanon lo riconobbe. Era lo stesso che aveva trasformato il suo volto quando aveva visto Gemini chinarsi su di lui, in un gesto naturale, dopo avergli inferto un colpo tremendo – e anche allora non seppe perché lo stesse facendo, solo gli venne naturale chinarsi su Rhadamantis così scioccamente, come a sincerarsi se stesse bene, come nel più assurdo dei racconti – e quando ad interrompere il loro scontro erano arrivati gli altri due Giudici dell’Oltretomba. Rhadamantis aveva gridato “No!” – per lo stesso motivo per cui Kanon si era chinato su di lui senza pensare, e rabbioso aveva perso il controllo perché la sua preda era stata toccata da altri. E smarrito, quello sguardo regalava furia ai suoi no, un impeto che aveva lasciato i due giganti sconcertati, due sorrisi perplessi sui volti in ombra. Quello stesso lampo aveva ingentilito l’espressione dura per un secondo mentre il rumore delle onde riempiva le orecchie di Kanon, e non c’era molto di superfluo da dire. Ricordava tutto perfettamente.
Gli sorrise, debolmente.
“Kanon… tu… sei un uomo avventato.”
“Può darsi.”
“Mi hai salvato la vita.”
“L’ho fatto.”
“Potrei approfittarne per ucciderti.” Raschiava, col fiato, la terribile fiera. Non aveva perso niente della sua minacciosità. Era un mostro ferito, e quindi più irritabile e pericoloso. Lo guardava. Ma non si muoveva.
“Non credo che lo farai.”
Una debole risata. Kanon osservò con inaspettato piacere le labbra dello specter deformarsi in un ghigno da lui subito prontamente imitato, mentre dall’altro usciva una breve, roca risata. Riconosceva il suo tono di voce, elegante ma cupo, come se provenisse davvero dalle profondità stesse dell’Inferno.
Saint e specter si fronteggiavano.
Erano due esseri ricoperti di ferite, striscianti. Non si reggevano in piedi. Guerrieri privi di armatura, si fissavano senza abbassare la guardia, mentre il sole accecante batteva su tutto, sulle rocce porose salate, sul mare blu come lapislazzuli lucenti, sulla pelle dei due uomini ricoperta di ustioni, abrasioni e tagli non più sanguinanti. Tutto aveva lavato via l’acqua del mare. Kanon spezzò per primo la posizione di guardia, con grande naturalezza. Si lasciò scivolare all’indietro, per distendersi. Voleva appoggiare la schiena alla terra e ricordarsi di essere vivo. Passarono dei minuti. Quando riaprì gli occhi il sole era sempre lì, sembravano essere passate ore e invece era nella stessa identica posizione, e Rhadamantis giaceva disteso accanto a lui. Riprendevano entrambi fiato e vita.
“Rhadamantis.”
“Mh?”
“Come stai?”
“Potrei stare peggio.”
“Già. Senz’altro.”
“…E tu?”
“Ah, io? Mh. Bene.”
“Mh.”
Kanon rilasciò il fiato, con grande fatica. Tutte le membra si stavano sciogliendo. Non sapeva dire se era un buono o cattivo segno. L’abbandono era piacevole, ma aveva al tempo stesso paura di quell’abbandono. Era l’invitante richiamo della morte, o poteva fidarsi? Kanon non si era mai fidato molto di nessuno. Anche in quel momento, si faceva un po’ pietà. Tremava, nel caldo del sole accecante. Non voleva morire. Non adesso.
“Io dormo.”
“Dormi?”
“Sì. Non morire mentre io dormo.”
Rhadamantis pensò che Kanon dei Gemelli era più che un uomo avventato. Era veramente eccentrico. Aveva salvato la vita ad un suo nemico, gli aveva ingiunto di non morire mentre lui non poteva sorvegliarlo, poi si era addormentato. Le membra intorpidite, il gigante infernale fece uno sforzo col capo per girarsi ad osservare i lineamenti del volto dell’avversario. Lo fece finché non fu sicuro di distinguere l’espandersi ed il contrarsi dell’ampio petto. Appena se ne fu sincerato, si abbandonò senza forze disteso nella posizione di prima, e chiuse gli occhi a sua volta.

“Kanon.”
La voce ferma lo riportava alla realtà.
Era vivo. Di nuovo. Ancora.
“Kanon.”

Rhadamantis della Viverna torreggiava su di lui, come l’aquila che scende a cerchi sulla preda prima di ghermirla. Strano che non provasse paura.
“Nh?”
Si sentì tornare ad una posizione naturale. Si rese conto di essere stato spostato, perché prima evidentemente doveva trovarsi più in alto.
“Ti dimenavi. Stai bene?”
“Sì. Sì, sto bene. No. Mi fa un male atroce.”
Il saint di Gemini portò entrambe le mani al fianco destro. Cos’era all’improvviso tutta questa cosa del corpo che pretendeva di riacquistare sensibilità? All’anima se era vivo, era vivo sin troppo. Prima non gli faceva così male. Scoppiò a ridere.
“Che c’è da ridere?”
“Niente. Siamo vivi.”
Lo stesso sorriso si dipinse sulle labbra arroganti del’altro. Per la seconda volta, Kanon le osservò con piacere. Ed interesse.
“Sì, siamo vivi.” E sogghignò, guardando il mare, come a sottolineare il sarcasmo – neanche l’ironia – della situazione. Erano entrambi vivi. Kanon riuscì a mettersi seduto. Erano ancora laceri e sporchi, e feriti. E più sofferenti che mai. Ma il mare li aveva graziati entrambi. Non aveva scelto il figlio Kanon, donandogli la vittoria dell’eroe che paga il suo spirito di sacrificio. Non aveva scelto Rhadamantis, assegnandogli la vittoria della forza di Hades su Athena. Aveva salvato entrambi, ed ora erano lì, striscianti, a vivere, senza vinto né vincitore, senza poter tornare sul campo di battaglia, che si sarebbe conclusa prima che loro potessero essere di nuovo in grado di rimettersi in piedi. E chiunque avesse vinto, loro erano entrambi vivi.
Il sole era basso. Ancora non tramontava. Non c’era freddo. L’odore del mare era più forte che mai, e la risacca copriva qualsiasi altro suono. Respiravano con dolore. Kanon aveva salvato Rhadamantis, e il mare aveva salvato entrambi. Si chinò a guardarlo, la fiera vinta e non vinta, spossata al suo fianco, ma che non abbassava la guardia. Puntò gli occhi nei suoi, come se fosse pronto a scattare in qualsiasi momento, mentre entrambi non sarebbero stati in grado di imprimere forza ad un misero calcio senza frantumarsi le ossa. Ma erano vivi. Vivi.
Scattarono praticamente contemporaneamente. Il sole non era più bianco, ma l’odore della salsedine soffocava, la sabbia era ruvida, il vento inclemente, e non si sentiva altro che il rumore delle onde nell’eco di ogni roccia avvinghiati l’uno nelle braccia dell’altro, labbra che si divoravano a vicenda con una fame morbosa, voglie alimentate a fuoco da scintille di ferro che si affila, respiri e bruciore e sangue e vita. Ignorando l’amaro, l’aspro e il salato quanto il sapore ferroso del sangue. Prendere tutto, fin quello che c’è, perché c’è, e non è andato distrutto. Non se l’è preso Hades, non se l’è preso Athena. Non se l’è preso l’inferno, non l’Elisio. Nemmeno il mare.

Si staccarono ansanti dopo un’infinità di tempo, e gli occhi di Rhadamantis sempre duri agganciarono quelli di Kanon, fissi, tanto che non li poté muovere, mentre con espressione seria andava a prendergli la mano offesa, la mano che avevano torturato davanti ai suoi occhi. La teneva stretta, perché non si facesse male, la tenne stretta mentre si chinava su di lui, aquila e drago e leone e maestosa viverna, e si avvinghiava a lui come lui prima gli si era gettato addosso, avido di un sentimento senza nome. Il mare aveva risvegliato Kanon con il rumore di onde nelle orecchie, e aveva risvegliato Rhadamantis della Viverna, di Athena nemico giurato, servo di Hades, l’uomo al quale il destino aveva già cominciato a legarlo a doppio filo. Giacevano assieme, labbra affamate, riprendendosi tutta la vita che era stata loro restituita.

“E adesso?”
Rhadamantis rimaneva in silenzio, guardando il mare, padre patrigno di Kanon dei Gemelli. Adesso?
“Abbiamo vinto entrambi, Kanon. O siamo stati entrambi sconfitti. O forse nessuno ha vinto.”
“Non t’interessano le sorti della Guerra?”
“Comunque sia, è finita. E noi ne siamo usciti. Come se fossimo morti entrambi. Ma non lo siamo. E non possiamo tornare indietro dicendoci vincitori. Non siamo neanche questo.”
Kanon rimase a riflettere per un po’. Ora che riusciva a stare in piedi, doveva reggersi la mano ferita. Rhadamantis gliel’aveva fasciata con quel che rimaneva della veste che indossava sotto la surplice. Si chinò seduto di fianco a lui. Rhadamantis che era stato salvato dal mare. Che viveva.
“E quindi?”
“Un’alternativa c’è sempre.”

Note di Aquarius ~

Epilogo:

Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli scapparono assieme alle isole Shetland, dove lo specter ha residenza. Lì hanno avuto tempo e modo di riprendersi dallo scontro ed instaurare un solido rapporto di coppia. Vanno molto d’accordo e seguitano imperterriti a concupirsi apertamente ed anche in pubblico. Non si sprecano a tentare di negarlo. Litigano moderatamente. Sono felici. Il tè preferito di Kanon è diventato il Russian Earl Grey. Ogni tanto tornano al mare. Appena si saranno un attimo organizzati con ogni probabilità formeranno un’associazione a delinquere per conquistare il mondo.


Note più serie
:
1) Fanfic in due parti. La prossima, conclusiva, sarà dedicata ad Aioros e Saga. Il risveglio è il punto di partenza, loro fanno il resto. I personaggi appartengono a Masami Kurumada, non a me, ma io li amo tanto tutti quanti. E li slasho.

2) Uhm, sì. Lo so. Teoricamente Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli non sono sopravvissuti affatto. Si sono disintegrati nell’ultimo atto di eroismo di Kanon, esplodendo fra le stelle. Non ho la pretesa di insinuare il dubbio nelle vostre anime innocenti. Ma… dite un po’. Ne avete l’assoluta CERTEZZA? °_* <3

(ahimé, nota più seria sin lì)

(tutto ciò per dire che questo capitolo è classificabile come WHAT IF. Oppure no. Dipende a cosa si decide di credere. È a libera scelta. Io dopotutto con quei due lì ci cenavo fino a tre sere fa. E c’era davvero tè ad ogni ora del giorno.)


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:3 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 3
Nigredo


Corri leggero, pettinatore di comete!
La tua chioma sarà erba nel vento:

sgusceranno dal tuo occhio allucinato
prigionieri di povere teste, i fuochi fatui…
Ti crederanno morto, questi stupidi.
Corri leggero, pettinatore di comete.

Tristan Corbière, Morticino per ridere


 
Lo aveva sentito così chiaramente che aveva tremato, nel silenzio notturno. Milo si era girato di scatto, in un fluttuare del mantello, e si era sentito nudo e scoperto nella luce tenue della luna che filtrava nel Tredicesimo Tempio, disarmato come quella bambina dea che aveva accanto, appena svegliata da un incubo. Quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare, Milo l’aveva sentito come si sente bruciare uno schiaffo; quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso.
Lo aveva riconosciuto.
E’ da molto che mi aspetti?
Aveva sperato si trattasse di un sogno, un’impressione falsata, perché quel Cosmo era sporco di tenebra; si era detto che doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Se lo era detto, ma non era riuscito a convincersi.

“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
“Mi sono fermato all’uliveto. Quello accanto all’Arena. Dove mi hai trovato la prima volta, ti ricordi? Quando abbiamo giocato da bambini”.
Camus sorrise.
Camus era scivolato a terra ansimante, dopo lo sforzo dell’Athena Exclamation, sotto il peso della fatica e del Tempio che era crollato, sotto lo sguardo feroce di Scorpio.
L’aveva trafitto, quello sguardo, e Camus aveva nascosto il volto sotto una pioggia di capelli rossi. Aveva udito distintamente il veleno delle parole di Milo, perché tra tutti i sensi era l’udito che Shaka gli aveva lasciato. Era stato crudele, Shaka di Virgo. Di una crudeltà raffinata.
Così Camus poteva ascoltare il veleno delle parole di Milo e il canto sinistro degli spettri nella notte e nei frutteti, con l’unico conforto del mare sulla risacca e del suo ritmo lento.
Quel canto si sente di notte. Si sente nel crepuscolo, nel meriggio. Si infila molto piano tra gli uliveti e i santuari e convince, molto piano, della verità di tutte le leggende in cui si crede.
Milo – che lo aspettava da tanto – lo afferrò per le spalle e lo caricò sulle proprie.
Rudemente, senza mostrare riguardo per quel corpo amato e martoriato. Senza lasciare, tuttavia, che alcuno potesse avvicinarvisi all’infuori di lui.
La luna era immensa, come se fosse molto, troppo vicina alla terra; come se potesse, ad un tratto, divorarla e inglobarla nella luce malata e lattiginosa.
In quella luce stregata erano giunti gli specters, inguainati in un’armatura nera.
Era una notte fitta di tenebra. Le ombre si addensavano tra i gradini, negli uliveti deserti e pieni di cicale, masserie e solitari santuari. Era una notte che non aveva reso sereno il sonno di Athena e lei aveva voluto Milo di Scorpio al suo fianco, al Tredicesimo Tempio.
Come una bambina terrorizzata dai fantasmi.
Dolcemente, nel buio, entrambi avevano sentito quel canto dolce e metallico, quel frinire beffardo e solenne. Sirene dei boschi e dei frutteti, le cicale: annunciavano gli spettri e ti incantavano per loro. Bisognava continuare a camminare, a discutere come se niente fosse.
Athena poi si era svegliata di soprassalto: gli spettri erano arrivati.
Gli spettri si sentono di notte. Si sentono nel crepuscolo, nel meriggio. Si infilano molto piano tra gli uliveti e i santuari e convincono, molto piano, della verità di tutte le trepidazioni in cui si crede.
Dalle stanze della dea, Milo era sceso fino al Tempio della Vergine e se li era ritrovati davanti: Shura dal viso scuro e turbato, Saga dagli occhi lucenti – l’unico a cui Shaka di Virgo li aveva lasciati – e Camus dagli occhi spenti.
Camus senz’ombra, lì, nella tenebra.
Camus.
“Interessante,” aveva detto Scorpio, sprezzante mentre li sfidava. Ma dentro aveva tremato.

“Mi manchi, Camus. Mi manchi da morire”.
Perché glielo diceva adesso, che era lì davanti a lui?
“Mi manchi da morire”.
Adesso che lo aveva sulle spalle e correva, con il peso familiare, il calore strano della sua pelle – d’amante morto che ha fatto ritorno, inaspettatamente – e i capelli rossi mischiati ai suoi, era molto più difficile, per Milo.
Più difficile di quando l’aveva avuto davanti alla Sesta Casa, a ripetere i movimenti che egli stesso produceva, come fosse davanti ad uno specchio oscuro, senza espressione.
Milo da bambino aveva ascoltato molte storie di spettri che appaiono nella bruma, nelle notti di luna, allora si era concentrato. Era rimasto cosciente solo della propria posizione accanto ad Aioria, amico di infanzia e di sempre, e a Mu, in ginocchio; del rosario di Shaka che si muoveva nella sua mano, ondeggiando al ritmo delle cicale.  Aveva guardato in faccia i tre amati traditori ritornati, pregando che nessuno di loro fosse chi dichiarava di essere. Gli spiriti che appaiono nella bruma, nelle notti stregate, possono prendere le sembianze che desiderano, al canto dei grilli.
Milo si era trastullato con quell’idea, pur sapendo quanto la verità fosse diversa.
Lo aveva sentito, Camus lo spettro, appena aveva messo piede al Santuario.
E’ da molto che mi aspetti?
Lo aveva sentito così chiaramente che era sobbalzato, nel silenzio notturno della Tredicesima Casa, con la luce tenue della luna che entrava e una bambina dea accanto: quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare; quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso. Aveva sperato si trattasse di un sogno, un’impressione falsata, perché quel Cosmo era sporco di tenebra; si era detto che doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Mi manchi, Camus.
Lo aveva sentito e aveva sperato si trattasse di Hyoga, giovane nuovo pupillo che con i suoi fratelli era giunto ai templi.
Non è stato invaso il Santuario, mai.
Aveva sperato si trattasse di Hyoga, che sporcava di buio il proprio Cosmo per fargli uno stupido scherzo da bambini.
Non c’è mai stato il tuo sacrificio, un attacco troppo gelato che ha violato la tua Casa, nessun inganno ci ha dimezzato.
Perché se fosse stato davvero Camus, avrebbe dovuto…
La tua vita e la mia non sono mai state interrotte da una Polvere di Diamanti.
…avrebbe dovuto ucciderlo. Giustiziarlo di persona per quell’alto tradimento.
Nessuna mia bestemmia è salita al cielo come una preghiera
Invece era Camus. Era Camus davvero. Il suo Camus.
Serrò le labbra e aumentò l’andatura sui gradini di marmo gelido e lunare invocando la pulizia totale e la dea Athena
e la dea Athena ha soccorso anche te sulla soglia dell’Undicesimo Tempio.
lasciando andare il Cosmo alle stelle e alle cicale.
Te e tutti i Cavalieri d’Oro caduti che non avevano capito quella beffa di costellazioni.
A quel loro pianto.

La corsa sulle scale fu breve, eppure a Camus e Milo parve non finire mai.
Parve anche durare così poco: la luce lattiginosa della luna distorceva le distanze e illudeva i passi.
Durante quella salita, Aioria, anche lui con il suo carico, si voltò più di una volta a guardare Milo nel buio, e Milo ricambiò lo sguardo ostentando serenità, forse troppo fissamente per risultare credibile agli occhi di Leo, amico d’infanzia e di epilogo.
Vieni via di qui, Milo.
Durante quella salita Milo pensò di uccidere Camus prima di giungere alla dea, perché lei non dovesse vederlo in quegli abiti di traditore, o perché lui non dovesse vedere lei.
Se non riusciva a dare spiegazioni a Milo, amante ed amico, che come lui aveva visto quanto straordinario era Hyoga, come poteva darle ad Athena?
Durante quella salita pensò di invertire la corsa e scomparire per sempre, da qualche parte, con il suo fardello dagli occhi spenti e senz’ombra. Furono gli sguardi di Aioria, che di tanto in tanto voltava il viso da sopra la spalla come per richiamarlo e tenerselo vicino, a rompere gli incanti e le seduzioni della sua mente confusa.
Per favore, Milo. Vieni via.
Aioria di Leo, amico di infanzia e di sempre, amico di infanzia e di epilogo.
Esausto su quelle spalle amate, Camus avrebbe voluto spiegare molte cose. Tutte quelle complicate e tremende che erano state intessute come inganno dentro un inganno alle soglie del regno degli inferi. Poteva essere un buon momento per spiegare a Milo, quello: il viso dell’uno era affondato nei capelli dell’altro e i profumi familiari della terra e del mare che giungeva della costa, inducevano alle confidenze. Avrebbe voluto spiegare molte cose, invece non disse niente.
Un po’ perché aveva la bocca sigillata, che Shaka era stato crudele.
Un po’ perché aveva lo spirito suggellato, che Hades è sempre in ascolto.
Più di una volta Milo aveva girato appena il viso verso di lui, premendo la propria guancia contro quella di Camus: la ripetizione involontaria di un gesto tenero che avevano usato spesso, in passato, l’uno con l’altro. Come se sperasse di avere davvero una spiegazione agognata. Come in sogno, verso chissà quale mattino.
Più di una volta, Milo tornò a distogliere lo sguardo, abbassandolo sui gradini.
Al termine di quella salita, ai piedi della dea, Scorpio gettò il proprio fardello a terra, per primo.
Il rumore sinistro del corpo che colpiva il suolo non gli provocò piacere e intensificò il dolore. Ma continuò a guardare avanti a sé, eretto e fiero, forse un po’ troppo fissamente per risultare credibile agli occhi della sua dea.

Da terra, con la faccia nella polvere, Camus si accorse di tutto, ma come da un punto troppo lontano per poter fare qualunque cosa.
Athena li aveva guardati, uno per uno, e il suo Cosmo divino non aveva vibrato di risentimento, ma di calore. Qualcuno si era avvicinato e c’erano stati gemiti di sorpresa o di qualcos’altro. La sabbia che il vento trascinava sui marmi, dalla costa, gli sfregiava le labbra. Se le umettò, ma servì a poco. Dov’era Milo? Non lo sentiva. Avrebbe voluto girarsi, ma poi…
Arayashiki.
Saori bambina, Athena divina, squarciò la propria gola in un istante troppo breve che non permise altro che muta sorpresa terrificata; la mano di Saga di Gemini si spinse in avanti febbrile, a cercare l’appiglio dei capelli leggeri nel vento della sua dea in caduta, che non afferrò mai.
Sdraiato sotto la luna, Camus senz’ombra avvertì tutto da un punto molto distante. Vicino c’era solo il canto metallico delle cicale, denso come la notte, fuso con essa.
Bisogna stare attenti, l’incanto degli spettri somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia. Camus lo sapeva, perché glielo aveva raccontato Milo, petto contro petto nei pomeriggi afosi, sotto gli ulivi.
Aquarius si rialzò a fatica, sulle gambe vacillanti, e Saori Athena morì prima di toccare terra. Immediatamente, le cicale tacquero.
Arayashiki.
Per Milo di Scorpio, fu troppo: non emise un gemito, ammutolito dentro per quanto avrebbe voluto ruggire, e afferrò Camus per il collo. Strinse, sollevandolo da terra, con soddisfazione inumana, cattiva.

Traditore di Athena, che giaceva nel sangue.
Traditore di Milo di Scorpio, che voleva ruggire.
Quando aveva avuto davanti i compagni perduti, e Aquarius tra loro, il suo cuore aveva mancato un battito. Un po’ per amore incontrollabile, l’impossibilità di spiegare un desiderio assurdo che invece si avverava.
Un po’ per l’ira vomitata nel ritrovarli nemici. Spettri.
“Interessante,” aveva detto, con spregio. Ma dentro aveva tremato.
Sentì gli occhi riempirsi di lacrime e fu grato alla notte, alla luce pallida della luna che le nascondeva ad Aioria e a Mu. A Shaka che aveva reso ciechi e senza luce gli occhi vividi di Camus, fu grato, Camus che adesso lo guardava senza vederlo, senza implorarlo per liberarsi da quella stretta. Non implorava mai il volto di Camus.
Traditore di Athena e di Milo di Scorpio.
Strinse di più.
Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno, che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente gli disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura.
Essendo nella sua natura, Milo strinse di più.
Poi gli mancarono le forze nelle mani e nel petto. Per qualcosa che disse Mu, forse, o la dea prima di offrirsi al taglio di una lama.
Per lo sguardo di Aioria, probabilmente, in piedi nel vento, che si rendeva conto che non c’erano più Gold Saints e Specter traditori. C’erano Mu, lui e Milo, Camus, Saga e Shura.
E Athena senza vita.

“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
Milo invece l’aveva aspettato per tanto tempo: nella canicola del mezzogiorno, in un Tempio troppo caldo, sulla scogliera dietro al Santuario con Aioria, negli uliveti vicino all’Arena.
Lo aveva aspettato senza aspettarlo davvero, perché Camus era morto. E non ci si arrende ai sentimentalismi. Non ci si arrende alle cicale, per Athena.
Ma quel loro canto si sente di notte. Si sente nel crepuscolo, nel meriggio. Si infila molto piano tra gli uliveti e i santuari e convince, molto piano, della verità di tutte le leggende in cui si crede.
In quel modo, e nel viso esangue e sereno della sua dea a terra, la verità frammentata giunse al cuore e alla mente di Milo: un tradimento che non c’era stato, un inganno dentro un inganno ordito alle spalle del re degli inferi. Allora ricadde sulle ginocchia, in un singhiozzo.
Fu il primo.
Ne seguirono altri di dolore, spavento e sollievo. Altri singhiozzi soffocati nel ventre di Camus, la fronte e le labbra premuti crudelmente contro la surplice scura, le proprie mani, dorate, salire come gabbiani bianchi, dispersi, al petto del compagno ritornato.
Gli si aggrappò, come se dovesse dissolversi tra le sue mani da un momento all’altro. Per un attimo, fu come se tutto fosse tornato ad essere com’era e come doveva essere, quando lui e Camus restavano petto contro petto e fronte contro fronte nelle serate tranquille di Atene. Era come se fosse così davvero.
Non è stato invaso il santuario, mai. Non c’è mai stato il tuo sacrificio. Un attacco troppo gelato che ha violato la tua Casa. Nessun inganno ci ha dimezzato. La tua vita e la mia non sono mai state interrotte da una Polvere di Diamanti. Nessuna mia bestemmia è salita al cielo come una preghiera e la dea Athena ha soccorso anche te sulla soglia dell’Undicesimo Tempio. Te e tutti i Cavalieri d’Oro caduti che non hanno capito questa beffa di costellazioni.
Camus, la bocca e lo spirito suggellati, gli occhi ciechi, sollevò le proprie mani, come gabbiani bianchi, dispersi, e le affondò nei capelli di Milo, in silenzio, con l’urgenza di toccarlo trattenuta fino a quel momento.
Abbassò la testa, come se potesse guardarlo.
E anche se non pianse, fu come se lo facesse.


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:1 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 1
Albedo


Inerte, tutto brucia
Nell’ora fulva.
Stéphane Mallarmè, L’aprèsmidi d’un faune

 
La mattina era stata torrida e il calore intenso inaridiva la terra battuta dell’Arena, irradiandosi dalle rocce e dai marmi.
Milo terminò l’allenamento quotidiano, da solo, e si fermò stanco sotto un ulivo. L’ombra offriva un ristoro fresco e i grilli tormentavano l’aria in un frinire incessante.
Socchiuse gli occhi azzurri nel calore e guardò l’acqua salata lambire la terra in onde leggere, lontano. La costa era bellissima.
Tutt’intorno, a parte il mare instancabile, era immobile, il Santuario.
Qualcuno vociava, infondo, dagli alloggi degli allievi.
Ma era lontano e l’afa pesante faceva sembrare tutto più distante. Mu era ripartito per il Tibet o per qualche altra regione strana che Milo aveva sempre solo immaginato. Aldebaran, se era alla Seconda Casa, non lo faceva notare, silenzioso in quel frinire di grilli.
Era quasi mezzogiorno.
Milo di Scorpio sollevò un angolo della bella bocca in un sorriso strano.
Mezzogiorno. L’ora dei fantasmi, mezzogiorno, in Grecia.
L’ora in cui apparivano gli spettri sulle scogliere e nei campi consacrati, vicino ai Templi in rovina.
Acheloo si manifestò in un altro pomeriggio abbacinante come quello, ma più antico, e nel sole non proiettava ombra. L’incanto degli spettri meridiani somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia.
I grilli e le cicale osservano gli uomini, in quei pomeriggi, e con la loro musica cercano di ammaliarli, come le sirene. Bisogna prestare attenzione a non cedere alla sonnolenza, all’inerzia. Bisogna continuare a camminare, a conversare, come se niente fosse.
Milo si tirò su, spezzando quell’incanto innaturale.
Andò a farsi una doccia fredda, a mettersi vestiti puliti. Poi salì le scale fino all’Undicesima Casa.

“Ciao, Camus”.
Fece il suo ingresso nel Tempio, quasi di corsa.
Una corsa dall’Arena, giù, avrebbe spezzato il fiato di chiunque. Ma Milo era allenato e temprato e amava recarsi a trovare Aquarius da sempre, da quando aveva memoria. Da quando aveva stretto amicizia con lui a sei anni e mezzo, dopo essersi fatto trovare a nascondino.
Era giunto in fretta e non aveva incontrato troppi ostacoli, sulla sua strada, né contrattempi. Doko, l’anziano Roshi, era tornato in Cina a fare chissà cosa sulla sua cascata e Shaka di Virgo non aveva offerto molte parole né sguardi, seduto in contemplazione alla Sesta Casa.
“Ciao, Camus. E’ così caldo là fuori”.
A dire il vero era caldo anche lì.
La canicola del mezzogiorno aveva aggredito i marmi del Tempio e diffondeva il calore all’interno da quella mattina. Ed era strano, perché aveva sempre fatto freddo all’Undicesima Casa.
Più freddo che altrove, almeno.
D’estate era piacevole, perché ci si poteva sedere sui primi gradini, ad esempio, e restare lì a sfidare il sole, con la Casa fresca e in ombra del Maestro dei Ghiacci alle spalle, a irradiare un’ombra pallida del freddo di Siberia che Camus riusciva a ricreare tra le mani.
D’inverno era scomodo.
Era dolce l’inverno, ad Atene, il mare mitigava gli effetti del vento freddo che veniva da est. Ma Milo amava il caldo e più di una volta in quegli anni aveva protestato, ridendo, che erano troppo fredde quelle mura.
Ma d’inverno e d’estate era sempre una bella scusa quella, per rannicchiarsi contro il fianco del compagno, per prenderlo contro il proprio petto e appoggiare la fronte alla sua, nelle notti in cui si fermava lì. Camus protestava appena, le sopracciglia aggrottate e un sorriso che gli sfuggiva.
Milo raccolse i capelli, spingendosi avanti. Com’era innaturale quel caldo, lì.
Camus era in piedi, poco dietro alle colonne. Appoggiato allo stipite dell’entrata agli appartamenti privati, più nascosti, lo guardava.
“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
“Mi sono fermato all’uliveto. Quello accanto all’Arena. Dove mi hai trovato la prima volta, ti ricordi? Quando abbiamo giocato da bambini”.
Camus sorrise.
Era cosa rara, vedere sorridere Camus, ma non impossibile. Milo ce la faceva spesso e quando ci riusciva, a strappargli il sorriso, era come avere staccato dal cielo un pezzo e tenerlo davanti, per guardarlo. Era cosa rara e bellissima vedere sorridere Camus dei Ghiacci.
Si avvicinò e i suoi passi risuonarono nell’eco. Appoggiò la schiena allo stipite opposto di fronte al compagno. Fiero e serio, Aquarius, com’era sempre stato, le braccia abbandonate lungo i fianchi, nel chitone da allenamento.
Provò l’impulso di toccargli il viso e i capelli, in una ricerca di contatto che lo prendeva sempre. Il bisogno costante di sentirlo vicino e concreto, quel suo compagno così algido e altero.
Provò l’impulso di prendergli la mano diafana abbandonata contro la coscia.
Camus che sorrideva.
Per qualche ragione, non lo fece.
“Dovevi sentire i grilli e le cicale, Camus, giù all’Arena, nel sole. Roba da pazzi. Era quasi ipnotico”.
“Bisogna prestare attenzione ai grilli e alle cicale, con questo caldo”.
“Perché non vieni con me, una mattina di queste? Fino all’uliveto. O all’Arena”.
“Non ti alleni con Aioria, la mattina?”
Aioria. Milo sbottò in sogghigno, pensando all’amico. Da sempre era così. Aioria che sfidava Milo. Milo che sfidava Aioria, sempre, anche quando il resto del Santuario prendeva riposo.
“Fa bene cambiare, ogni tanto, Camus. Vieni anche tu. Farà piacere anche a lui, lo sai”.
Camus parve pensoso.
“Avanti. Vieni”. Milo parlò sottovoce, accattivante. Di nuovo volle prendergli la mano, di nuovo non lo fece. “Farà piacere anche a lui. Il Santuario è così vuoto, in questi giorni, Camus. Mu è ripartito per il Tibet o per qualche altra regione strana  e Aldebaran, se è alla Seconda Casa, non lo fa notare. Il Roshi, è tornato in Cina a fare chissà cosa sulla sua cascata e Shaka di Virgo non offre molte parole né sguardi, seduto in contemplazione. Mi manchi, Camus.”
Non era quello che gli diceva anche quando tornava dalla Siberia, raramente, quando vi si era recato per allenare Hyoga?
“Mi manchi da morire”.
Perché glielo diceva adesso, che era lì davanti a lui?
“Mi manchi da morire”.
Camus alzò lo sguardo, nel silenzio e nel calore strano dell’Undicesima Casa, che era sempre stata fresca, quasi fredda.
La luce arrivava da fuori, scivolava sui pavimenti e tra le colonne. Bianca, sui marmi.
Qualcuno vociava, dagli alloggi degli allievi, lontano, molto lontano e l’afa la faceva apparire più distante. Il vento era immobile in quel meriggio di Atene.
Milo ascoltò il frinire dei grilli, che li raggiungeva come una musica ipnotica. Forte e metallica, come se fossero accanto a loro. Bisogna prestare attenzione ai grilli e alle cicale.
“Milo?”
“Sì, Camus?”
Ma Camus non aveva parlato e Milo si sentì sciocco.
“Milo?”
Milo sorrise a Camus e si girò, verso l’entrata del tempio.
Una sagoma familiare era stagliata nella luce bianca, nello stormire dei grilli. Nel caldo innaturale dell’Undicesima Casa.
“Milo. Sei qui”.
“Sì, Aioria”. Fu felice di vederlo, Aioria di Leo, amico di infanzia e di sempre: si morse le labbra, però, interrotto nel suo parlare con Camus, di tutto e di niente. Voleva dirgli ancora una cosa, e non poteva con Leo lì.
Camus che gli sorrideva, adesso, dopo quel momento in cui era rimasto assorto. Non era facile vedere sorridere Camus, ma non era nemmeno impossibile.
Milo ricambiò il sorriso. Avrebbe allungato la mano verso di lui, adesso, se non ci fosse stato Aioria.
“Vieni via di qui, Milo”. Aioria si avvicinò. Aveva lo sguardo triste, imbarazzato appena. Ci fu qualcosa in quello sguardo che colpì Milo come un pugno allo stomaco.
“Lasciami qui ancora un momento, Aioria” Milo fece uno sforzo per mantenersi calmo, seccato dalla mano di Leo sulla sua spalla, che cercava di girarlo, di portarlo verso la luce e verso i grilli.
“Non ti fa bene stare qui. Perché sei venuto?”
Milo guardò Aioria irritato, adesso. Che domande erano?
Camus guardò entrambi in silenzio, Camus senz’ombra.
“Lo so che è difficile, Milo. E venire qui non ti aiuterà”. Aioria lo sapeva bene. Aioria alla Nona Casa, dal fratello defunto – Aioros il Modello e non più Aioros il Traditore adesso che Athena e Cinque Cavalieri di Bronzo erano venuti a ripristinare la sua memoria – dal fratello defunto Aioria non ci andava mai. Faceva male e lo aveva fatto per tredici anni.
Essere un Gold Saint, uno dei dodici uomini più forti del mondo, non aiutava. Faceva solo sentire più impotenti, nel non concederti il lusso di un pianto liberatorio.
“Per favore, Milo. Vieni via”.

Quando era arrivato su era tutto già finito, lasciando l’Undicesima Casa più fredda del solito.
Milo lo sapeva, perché quella temperatura la conosceva bene.
D’estate era piacevole, perché ci si poteva sedere sui primi gradini, ad esempio, e restare lì a sfidare il sole, con la Casa fresca e in ombra del Maestro dei Ghiacci alle spalle, a irradiare un’ombra pallida del freddo di Siberia che Camus riusciva a ricreare tra le mani.
D’inverno era scomodo.
Era dolce l’inverno, ad Atene, il mare mitigava gli effetti del vento freddo che veniva da est. Ma Milo amava il caldo e più di una volta in quegli anni aveva protestato, ridendo, che erano troppo fredde quelle mura.
Ma d’inverno e d’estate era sempre una bella scusa quella, per rannicchiarsi contro il fianco del compagno, per prenderlo contro il proprio petto e appoggiare la fronte alla sua, nelle notti in cui si fermava lì. Camus protestava appena, le sopracciglia aggrottate e un sorriso che gli sfuggiva.
Ma adesso era più freddo del solito.
Milo non ricadde sulle ginocchia, anche se temette di farlo, quando vide Camus riverso a terra, poco lontano rispetto a Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare.
Non ricadde sulle ginocchia, ma gli si inchiodò il respiro. Senza pensare, con la meridiana che ormai non ardeva più di nessun fuoco, aveva preso il corpo di Aquarius tra le braccia, e lo aveva appoggiato alla colonna.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.

“Per favore, Milo. Andiamo”.
Milo stava guardando Camus sorridere e la richiesta di Aioria fu provante. Non era sicuro di avere capito quello che aveva detto, quindi dovette voltarsi verso di lui, interrogativo.
Fu un errore. Perché quando tornò a girarsi, Camus non c’era più.
C’era solo quel caldo inumano, nel meriggio di Atene, in quella Casa vuota e priva di vita. C’era il canto delle cicale e dei grilli.
Con il petto pesante non oppose resistenza, quando Aioria lo spinse verso l’uscita, lento, ma inesorabile. Non si voltò.
Nei giorni seguenti, però, torno ancora all’Undicesima Casa, di nascosto da Leo, a cercare Camus.
A cercare di dirgli quello che non era riuscito.
Non lo rivide più.
Quel meriggio si lasciò condurre fuori da Aioria, amico di infanzia e di sempre, nel sole bianco di Atene, nel calore intenso che inaridiva la terra battuta dell’Arena, irradiandosi dalle rocce e dai marmi.
Nel vento caduto, nel rumore lontano e sommesso delle onde addormentate, i grilli e le cicale frinivano, instancabili.


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Drammatico
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite

Rating:
PG
Avvertimenti:
One Shot, Shonen Ai
In proposito:
 Untrittico ambientato durante l'assalto al Santuario da parte degliSpectre.
Un riscatto per DeathMask e Aphrodite che rischiano pelle e anima perAthena, ma nessuno si accorge di loro, mai.
Prima che si fraintenda: a me Shiryu piace. A DeathMask, no.
Si, DeathMask ha un gergo da scaricatore di porto.
E si, Aphrodite prende l'iniziativa.

Disclaimer: Kurumada non guardare.
Cose: 
Unpo' shonen-Ai lo è, dai. Avrei voluto mettercene dipiù, ma c'erasempre qualcuno che si intrometteva. Provate voi a pomiciare davanti aRadhamanthis.
CAPITOLO: 3 di 3


Tutta Colpa di Shiryu il Dragone

Capitolo 3
Morire è difficile


Morire una volta è difficile.
E’ l’attimo mostruoso in cui un petalo si stacca e finisce a terra: la descrizione del suo ondeggiare può durare a lungo, ma si sa, la fine è ineluttabile.
L’ondeggiare di Aphrodite si era concluso alla Dodicesima Casa, per mano di un bambino che era caduto al suo fianco, nel sangue e nelle rose.
Dopo c’era stato l’oblio.
Ad Aphrodite l’oblio non piaceva nemmeno un po’.
A DeathMask ancora meno, molto probabilmente, visto che si dava da fare come mai prima, probabilmente per recuperare il tempo perduto.
“Idioti. Levatevi dai piedi!” Sibilò, annientando gli ultimi soldati, che avevano cercato di arrestarli, appena avevano mosso i passi verso Hades.
Non c’era nulla di estetico, nell’oblio. Solo un’eterna damnatio memoriae. Se non altro, in quello che era stato deciso per loro.
Avevano creduto che fosse possibile cambiare le cose, forse, ma lo scontro con Mu alla Prima Casa dello Zodiaco aveva ricordato loro con chiarezza da che parte guardava la Nike: dalla parte di Shiryu il Dragone, aveva ragione Cancer, non dalla loro.
“Qualsiasi cosa faccia quello va bene!” gli aveva detto, prima “Qualsiasi. Anche prendere a calci una cascata. Se noi cerchiamo di renderci utili alla causa prendiamo su come ridere e ci troviamo negli Inferi tre secondi dopo. Dimmi tu.”
Aphrodite non aveva trovato niente con cui controbattere, quella volta.
“Voglio proprio dire due parole al signor Hades.” Ringhiò con disprezzo DeathMask che, in tutta probabilità, stava pensando a qualcosa cui nemmeno il dio dell’Oltretomba avrebbe potuto obiettare. “Rispediti al mittente! Come un pacco postale!”
Aphrodite, rispedito al mittente come un pacco postale, si mosse in avanti, scavalcando il cadavere di una guardia, senza degnare di uno sguardo quegli occhi spenti. Quegli occhi morti.
Guadagnò il fianco di DeathMask e appoggiò una mano sul portone intarsiato, come lo erano tutti, fastosi e pesanti, nel regno degli Inferi.
”Aphrodite.”

Pisces si voltò, adombrando appena lo sguardo con le sopracciglia sottili, a cercare quello del compagno.
Con urgenza, DeathMask gli affondò una mano tra i capelli, strattonandolo verso di sé con una tenerezza rude che l’avrebbe fatto ridere, in un’altra occasione, e lo baciò con foga, con rabbia, con amore represso.
“Un ultimo desiderio per un condannato” borbottò come scusa, quando si staccò.
Aphrodite non sorrise. Lo guardò e basta. E ritenendo di avere bisogno di un desiderio a sua volta, si accostò e pretese di nuovo le sue labbra.

Cercò il suo sapore, che conosceva, quello aspro e dolce appena sotto il gusto aromatico delle Assos.
Il portone venne tirato indietro d’improvviso, strappando la maniglia dalle dita di Aphrodite. DeathMask si mise in guardia, teso, e il Saint dei Pesci sollevò con orrore lo sguardo in quello di Radhamanthis, appena apparso sulla soglia, elegante e letale, che li osservava con gentile sorpresa. Nei suoi occhi, Aphrodite riassaporò l’oblio.
Radhamantis fece un passo in avanti. Con più o meno nonchalance, Aphrodite e DeathMask ne fecero uno indietro.
“Voi cosa ci fate qui, ragazzi?”
“Non hai bisogno di saperlo,” ringhiò DeathMask, per nulla impressionato dal tono flautato e carezzevole dell’altro.
“Non me lo volete dire?” un altro passo avanti.
“Siamo qui per parlare con il signor Hades.” Aphrodite lo sfidò con la stessa voce di velluto.
“Vedere il signor Hades? I perdenti non hanno diritti da avanzare.”
“Che diavolo dici, monosopracciglio?!” lo rimbeccò DeathMask, punto sul vivo. Eccone un altro che rimarcava la linea che separava vincitori e vinti.
“Dico che ti prendo a calci fino allo Sekishiki.”
“Se pensi di farcela, allora accomodati.”
E Radhamanthis si accomodò. Si accomodò con tutti i comfort, proprio.

“Non può essere…” alla Prima Casa, Mu fece un passo indietro, come Aphrodite e DeathMask negli Inferi. Si era trovato davanti ad altri compagni caduti: Camus, Shura e Saga avevano salito la scalinata ed ora lo fronteggiano, senza una parola o uno sguardo che non fosse ostile. Tuttavia… “Non può essere. Saga sta piangendo. Il cuore di Saga sta piangendo! Non solo Saga. Camus, anche Shura. Sento che le loro anime sono in pena e stanno piangendo lacrime di sangue!"

Percepì qualcosa, nonostante nessuno dei tre mosse un muscolo del viso.
“Quindi è così.” Balbettò Mu, che comprese. Comprese perché. “E’ dunque questo il motivo…”
Alla Prima Casa Mu intuì quello che dopo gli sarebbe stato chiaro. Che Saga e gli altri erano solo carne da macello, solo un diversivo. Che Shura avrebbe tenuto sulle labbra quell’espressione dura fino alla fine, nonostante piangesse ora lacrime di dolore. Che Camus guardava l’Ottava Casa adesso, che Milo non poteva vederlo, ma se avesse dovuto arrivargli di fronte avrebbe mantenuto una maschera imperturbabile.
Alla prima Casa Mu comprese che Saga, Shura e Camus non erano traditori. Che forse il vero intralcio erano lui e gli altri Cavalieri d’Oro.
Continuò a combattere perché intuì soltanto e non poteva correre il rischio, ma infondo al cuore quelle lacrime lo toccarono.
Se qualcuno gliel’avesse fatto notare, Mu avrebbe riconosciuto con sorpresa la propria leggerezza, ma in quel momento non ci pensò.
Alla Prima Casa, il fatto era quello, Mu non prese nemmeno in considerazione l’idea che DeathMask e Aphrodite avessero pianto, nel cuore, le stesse lacrime.
E, a pensarci dopo, non avrebbe davvero potuto dirne il perché.

Non più Gold Saints, non più Specter, traditori per entrambe le parti . Non erano mai stati tanto indifesi. Una vulnerabilità che sembrò eccitare Radhamanthis. Avanzò compassato, lo sguardo luminoso della belva in agguato e portò i suoi attacchi con rapidità sconvolgente. Li colpì alle spalle. Più volte. Mentre correvano nell’unica direzione concessa, quella che li avrebbe portati verso la Bocca dell’Ade.
Aphrodite non udì DeathMask implorare, ma si sentì il sangue rombare nelle orecchie per la vergogna, perché di certo lui lo fece. Si maledì, mordendosi le labbra, e il sangue le rese rosse come i petali.
Pochi istanti dopo, i loro piedi pendevano nel vuoto.
Radhamanthis, il monosopracciglio, il Gigante Infernale numero Uno, li teneva per il collo senza sforzo apparente, uno con una mano, uno con l’altra.
Radhamanthis era uno Specter democratico.
Iniziò a stringere, poco a poco.
DeathMask scoccò un’occhiata ad Aphrodite. Ah, non ci voleva. Che schifo, morire così. Dopo tutte le figure di merda al Santuario, quella era la Figura di Merda con la lettera maiuscola. Una figura così davanti ad Aphrodite.
La Giustizia? Avrebbe dovuto credere in quella?
“Com’è che ha fatto quella biscia orba ad uscire da questa situazione?” pensò ad alta voce, febbrilmente. Guadagnandosi un’occhiata sconvolta di Aphrodite, che stringeva le mani al polso di Radhamanthis. “Beh, era in una situazione simile, no?!” Si ricordava eccome di com’erano andate le cose: bello come il sole della sua Sicilia, DeathMask stava gettando la lucertola cieca nel buco infernale. Poi aveva spintonato giù da una roccia, da qualche parte della Cina, la morosa petulante di Shiryu il Dragone. Gli dava noia, con quelle preghiere da rompipalle. Beh, era stato l’inizio della fine: Shiryu il Dragone si era ripreso miracolosamente. Aveva cominciato quel discorso allucinante e a metà il suo cloth l’aveva lasciato in mutande. Digrignò i denti. L’eventualità di prendere esempio da Shiryu il Dragone era assolutamente fuori discussione. “Quello deve il culo alla morosa!” latrò di rabbia, senza suscitare nemmeno un battito di ciglia da parte di Radhamanthis.
Suscitando un gemito da parte di Aphrodite, che detestava l’oblio, che aveva desiderato per sé e DeathMask una seconda possibilità.
Che aveva pianto lacrime di Sangue sulla scalinata del tempio, e Mu non le aveva viste.
Aphrodite sapeva che morire era difficile. Se ne era accorto quella notte stellata alle soglie della Dodicesima casa, in cui era morto per mano di un bambino, disteso al suo fianco nel sangue e nelle rose.
Se la prima volta la morte l’aveva sorpreso, alle spalle, in quel modo orribilmente semplice che non era riuscito a spiegare, questa volta si faceva strada verso di lui guardandolo dal basso, nelle sembianze oscene di un’orbita cieca che si beffava di lui. Adesso la vedeva. Adesso la riconosceva.
Le dita di Radhamanthis strette alla gola erano un contatto quasi rassicurante, sulla Bocca dell’Ade. Quando se ne accorse, smise di implorare.
Non era elegante andare verso la morte in lacrime.
Non era da cavaliere.
Non era bello.
E invece lui doveva essere bellissimo, sospeso sull’orlo dell’abisso, cosciente dei suoi ultimi istanti prima di esserne inghiottito.
Sollevò il viso, incurante del dolore di dita inguainate nel metallo oscuro di Hades, che premevano il suo collo, affamate.

Ci fu un momento in cui girò la testa, per quanto possibile, e fissò gli occhi azzurri in quelli di DeathMask. Un muto addio, ma di quelli intensi, di quelli che si fanno sentire. A dirgli che questa volta non sarebbe morto per primo, ma se ne sarebbero andati insieme. Poi decise.
Guardò bene negli occhi di Radhamanthis e gli sputò in faccia.
Un gesto fatale.
Caddero entrambi.
Aphrodite si trovò ad aderire al fianco di Cancer nell’attimo della caduta infernale, mentre guardava in su. Aveva DeathMask a fianco e in bocca il sapore di quell’ultima Assos.
Per un attimo fu tutto perfetto così com’era.
Che cosa c’era da invidiare, in fondo, a Shiryu il Dragone? Era vero o no, dopotutto, che loro non erano traditori e quello doveva il culo alla sua morosa?


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Drammatico
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite

Rating:
PG
Avvertimenti:
One Shot, Shonen Ai
In proposito:
 Untrittico ambientato durante l'assalto al Santuario da parte degliSpectre.
Un riscatto per DeathMask e Aphrodite che rischiano pelle e anima perAthena, ma nessuno si accorge di loro, mai.
Prima che si fraintenda: a me Shiryu piace. A DeathMask, no.
Si, DeathMask ha un gergo da scaricatore di porto.
E si, Aphrodite prende l'iniziativa.

Disclaimer: Kurumada non guardare.
Cose: 
Unpo' shonen-Ai lo è, dai. Avrei voluto mettercene dipiù, ma c'erasempre qualcuno che si intrometteva. Provate voi a pomiciare davanti aRadhamanthis.
CAPITOLO:2 di 3


Tutta Colpa di Shiryu il Dragone

Capitolo 2
Quello che ha salvato Shiryu


“Ma cosa diavolo…?!” pensò DeathMask quando Mu gli afferrò il polso, bloccando un attacco diretto. Lo pensò, ma non fece in tempo a far giungere alle labbra l’imprecazione che si ritrovò spinto all’indietro, quando la presa di Mu gli piegò il braccio, con quell’assurda forza circolare, e lo scaraventò via.
Andò a sbattere con forza contro una colonna.
Beccavi sempre le colonne, per Athena, quando ti scagliavano via. Mai prendere lo spazio in mezzo. Che diavolo.
Mentre scivolava verso il suolo, dolorante, cercò con lo sguardo Aphrodite. Non si poteva dire che anche lui se la stesse passando meglio.
Mu dell’Ariete ce la stava mettendo tutta, a complicare quella salita. Di certo era per Sion, che adesso se ne stava buono buono e incappucciato lì, nell’angolo. Trovarselo davanti così, e così mutato negli intenti, avrebbe fatto montare su tutte le furie chiunque. Anche uno come Mu.
Aphrodite si rialzò da terra, il respiro pesante. Si concesse un attimo di riposo, una volta diritto sulle gambe, spostandosi dalla fronte una ciocca dei capelli setosi. Si accarezzò le labbra, distrattamente, e scendendo ancora materializzò una rosa tra le dita.

Bastava mirare al cuore e mirare bene. Che ci voleva, infondo?
Una morte dolce per il Gold Saint della Prima Casa. E poi su, ancora e ancora.
Se solo Mu avesse saputo, li avrebbe lasciati andare, forse.
Ma non si poteva fare parola.

“La testa di Athena sarà nostra. Cedi il passo.” Sciorinò, invece.
Aphrodite accarezzò con il polpastrello il gambo, senza guardare. Teneva lo sguardo fisso su Aries. Aspettavail momento migliore per lanciarsi all’attacco.
Lo sapeva Mu, che lo fronteggiava impavido, lo sguardo limpido e innocente, di chi sa di non avere mai tradito.
Lo sapeva DeathMask che lo guardava da dietro, ancora appoggiato alla colonna.
DeathMask non si era accorto di avere addolcito lo sguardo, accarezzando le linee di quella sagoma elegante, che adesso faceva inarcare il polso e faceva ruotare tra le dita una rosa profumata e perfida. Che adesso si stagliava tra lui e Mu.
“Levati da lì, puttanella.” Sibilò rialzandosi, senza nemmeno ammettere con se stesso che non desiderava che Aphrodite si beccasse il colpo al posto suo, “Ci penso io.”

“Quella merda di cavaliere con la biscia lampeggiante sulla schiena. Quel deficiente che prende a calci una cascata per farla andare all’insù!”
stava pensando queste cose di Shiryu il Dragone, DeathMask, durante la salita verso la Prima Casa: era più o meno per quello che si era poi fatto avanti con tanto entusiasmo alla proposta di Sion. Come se avesse potuto riscattarsi agli occhi di Athena. O anche solo ai propri. “Quel coglione che ha come hobby orbarsi!”

Con tanto trasporto aveva descritto ad Aphrodite come sarebbe finita secondo lui quella missione al Grande Tempio, che aveva finito per innervosirsi. Sarebbe finito tutto in malora, aveva detto, e né Athena né nessun altro avrebbe cambiato idea nei loro riguardi, sarebbero stati ricordati come traditori. Al diavolo.
E quando DeathMask si innervosiva - per lo meno era stato così da quando era stato battuto in quel modo ignobile alla Quarta Casa - era Shiryu il Dragone a farne le spese. “Io sono morto e corro come un imbecille su per i gradini, e quello sarà da qualche parte ancora vivo e cieco!”
Imprecare tra sé gli dava come un pallido sollievo.
Di tanto in tanto cercava di accentuarlo girandosi a guardare Aphrodite in corsa, inseguendo uno sguardo che non veniva corrisposto, o anche solo per trovare quel sorriso appena accennato, di impertinente superiorità, che il Gold Saint di Pisces aveva sempre sulle labbra, a sottolineare la bellezza del suo viso.

Aphrodite si voltava, quando sentiva il suo sguardo su di sé. Per destino o per chissà che altro, si girava sempre quando DeathMask l’aveva già distolto.
Non sapeva se trovare la situazione irritante o divertente.
Nel dubbio, non mosse un muscolo del viso e continuò a correre. Senza farsi distanziare da Camus, che puntava ostinatamente il proprio sguardo lontano, oltre la Prima Casa, e non si girava indietro. Senza un’occhiata al resto del gruppo che sentiva attorno a sé.
Aveva ascoltato le parole di DeathMask, poco prima, e aveva allargato il suo sorriso irriverente: a lui non importava di chissà quale riscatto. Che lo pensassero un traditore di Athena non era che un noioso cavillo.
Per qualche strana ragione gli importava se importava a DeathMask, però. Per questo si fece avanti al suo fianco, quando Sion fece la sua proposta.
Non certo per Sion o per Athena. Lo aveva fatto per DeathMask, che sulle scale del Santuario sibilava come un grosso gatto.

Per quanto lo riguardava era tutto perfetto: era vivo, per il momento, nella brezza della notte ateniese. La nuova armatura nera che lo inguainava era leggera e rassicurante come un’ombra e faceva risaltare la luminosità della sua pelle, il colore delle sue rose. Sopra la sua testa le stelle ingemmavano la notte.
E nella bocca aveva ancora il sapore delle Assos fumate da DeathMask.
Era tutto perfetto così com’era.
Per quanto fosse tutto perfetto, tuttavia, Cancer dava segni di nervosismo crescente. Era per colpa di Shiryu il Dragone: avanzare verso la Casa di Mu gli aveva fatto tornare in mente quel giorno sciagurato in Cina.
Se solo l’avesse fatto a pezzi quel giorno, quando se lo era trovato davanti, quel deficiente con la biscia tatuata tra le scapole, adesso non sarebbero a quel punto. Adesso collezionerebbe ancora teste alla Quarta Casa, farebbe qualche visita alla Dodicesima e… non era quello il punto.
Il punto era che sarebbe stato tutto diverso se Mu non avesse fatto il suo arrivo trionfale per salvare l’idiotonto cieco.
Fu allora che il timpano di marmo lucente della Prima Casa divenne visibile ai sei Specter in corsa.
Fu in quel momento che Sion fece arrestare il drappello e fece la sua proposta.
“Non è saggio mostrarci tutti insieme. Andrò io e due di voi verranno con me, gli altri attenderanno un mio segnale. Chi di voi cavalieri si fa avanti?”
Camus non rispose subito, scivolando ancora silenzioso, con lo sguardo, verso un tempio conosciuto da cui non sapeva se augurarsi o meno che qualcuno lo guardasse. Shura aggrottò le sopracciglia e Saga tentò di dire qualcosa, ma aveva appena dischiuso le labbra che DeathMask lo precedette. DeathMask stava proprio pensando a Mu che aveva salvato Shiryu il Dragone.
“Vengo io con te, Sion.”
“Mi unsico a voi.” Laconico fece eco Aphrodite, con la voce vellutata e la bocca profumata del fumo delle Assos di DeathMask.

“Avanti, allora.” Lo incitò Mu, affilando lo sguardo, vedendo DeathMask rialzarsi e avanzare verso di lui. “Attaccate insieme. Che aspettate?” ringhiò.
“Ancora non capisci, Mu?” senza darsi la pena di togliersi il cappuccio, Sion ebbe la bella idea di mettersi a fare conversazione “Ribellarti a loro significa ribellarti a me. Te l’ho già detto prima.”
DeathMask portò il peso da una gamba all’altra. Ci mancava solo fare salotto.
“Se così fosse pagherò con la vita.” Ribattè Mu con quel tono a metà tra la sfida e la deferenza, e DeathMask pensò se per caso non c’era tempo per un’altra sigaretta, prima di mettersi a combattere decentemente, “Ma DeathMask e Aphrodite…! Non potrò mai perdonarvi!”
“Si, si.” Sopirò Cancer e il suo pensiero pungente raggiunse ancora Shiryu il Dragone. Aphrodite non trattenne una risata morbida, mettendosi in guardia. Il suo elmo era andato perduto nello scontro precedente e adesso i capelli gli ricadevano liberi e morbidi sulle spalle. Il suo aspetto non era mai stato ingannevole come in quel momento.
“Vi spedirò all’inferno con le mie mani!” Mu fece espandere il proprio cosmo, carico di rabbia.
“Per la prima volta, Ariete, ti vedo mostrare gli artigli.” C’era una nota d’orgoglio nelle parole di Sion. Una nota che DeathMask smontò immediatamente:
“Le pecore non hanno gli artigli. Non hai mica tanto chiaro che animale sia l’ariete, tu, eh?”
Se Mu avesse potuto incenerire con lo sguardo lo avrebbe fatto. Invece passò al contrattacco in maniera che Sion giudicò più infantile:
“Tu taci, che ti sei fatto atterrare da un Bronze.” Così, secco.
Gli occhi di DeathMask divennero due braci ardenti. Aphrodite, soprappensiero, ne ammirò il contrasto con la surplice scura.
“Non mi ha atterrato! Mi sono ritrovato in mutande! MUTANDE!”
Da sotto il cappuccio, Sion spalancò gli occhi basito. Il che non fermò DeathMask, punto sul vivo: “Quel deficiente del mio cloth ha smesso di funzionare sentendo le puttanate che diceva quello là! Bella forza picchiare uno in mutande e poi farlo cadere nel fosso degli sfigati! Ti rendi conto? Ero in mutande davanti a Shiryu il Dragone! Non sapevo se sbattere la testa contro una colonna o scavare un buco per nascondermi ed escogitare qualcosa!” Mu era rimasto momentaneamente senza parole. Avrebbe voluto dire qualcosa ad effetto, qualcosa come “Ex Cavalieri d’Athena, preparatevi a morire!”, ma Cancer l’aveva investito come un torrente in piena.
“TI RENDI CONTO?” DeathMask recuperò la posizione di guardia, ormai al termine dello sfogo “Immagina il tuo cloth che ti manda a quel paese mentre te stai in mutande davanti ad un cretino imberbe! Che tra parentesi si è rimesso a vedere grazie a me!”
Sion ritenne di dover prendere in pugno la situazione.
“Andate avanti. Qui ci penso io. Andate a prendere la testa di Athena.” Li implorò, quasi.
“Al diavolo, Sion!” DeathMask si lanciò all’attacco personalmente. “Prendi questo, Mu! Sekishiki Meikaiha!”
Aphrodite fu colto in contropiede: l’attacco di Cancer non gli aveva dato il tempo di curare la propria offensiva. Chiuse meglio le dita attorno alla rosa velenosa e bellissima, e seguì il compagno contro Mu, per un attacco combinato. “Bloody Rose!”
Mu ebbe solo il tempo di serrare le labbra prima di esercitare la difesa: “Starlight Extinction!” invocò. Ed andò a buon segno.
Se ne rese conto Apfrodite, con una smorfia sulle belle labbra, rendendosi conto che non avrebbe avuto il tempo, ancora una volta, per salutare DeathMask, che gli rimaneva in bocca soltanto il profumo delle Assos.
Se ne rese conto DeathMask che non ebbe il tempo di rubare il profilo di Aphrodite con un’ultima occhiata. Ma che non si stupì, infondo, della propria sconfitta: dopotutto Mu era quello che aveva già salvato Shiryu il Dragone.
Ci fu un esplosione che li avvolse, un fascio di luce potentissimo.
Aphrodite e DeathMask, poi, scomparvero nella luce senza lasciare alcuna traccia.
Se non un pacchetto di Assos appena cominciato che rotolò ai piedi di Sion.



 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Drammatico
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite

Rating:
G
Avvertimenti:
One Shot, Shonen Ai
In proposito:
 Untrittico ambientato durante l'assalto al Santuario da parte degliSpectre.
Un riscatto per DeathMask e Aphrodite che rischiano pelle e anima perAthena, ma nessuno si accorge di loro, mai.
Prima che si fraintenda: a me Shiryu piace. A DeathMask, no.
Si, DeathMask ha un gergo da scaricatore di porto.
E si, Aphrodite prende l'iniziativa.

Disclaimer: Kurumada non guardare.
Cose: 
Unpo' shonen-Ai lo è, dai. Avrei voluto mettercene dipiù, ma c'erasempre qualcuno che si intrometteva. Provate voi a pomiciare davanti aRadhamanthis.
CAPITOLO:1 di 3


Tutta Colpa di Shiryu il Dragone

Capitolo 1
Assos per uno Specter


Il cielo di Atene era di un’oscurità talmente densa, quella notte, da sembrare velluto fresco, ingemmato dalle costellazioni che spiccavano vivide.
Aphrodite sollevò il mento ed enumerò a fior di labbra quelle che conosceva, per ingannare l’attesa.
Nessuno si sarebbe aspettato una notte diversa da quella, come scena per il dramma che si andava a mettere in atto. Aphrodite, almeno, era pienamente soddisfatto di quella volta scura.
“Perché ridi?” chiese a DeathMask quando si accorse del suo sguardo insistente.
“Io non sorrido mai. Io sogghigno.”
Aphrodite scrollò appena le spalle, divertito, e tornò alle costellazioni sopra le loro teste.
Saga sedeva poco lontano, insieme a Shura, in silenzio. Camus era come fuso nell’ombra della rovina dietro cui si riparava. Si appoggiava al rudere con la schiena, per rigirarsi, insolitamente inquieto: dava l’impressione di volersi nascondere, come se temesse di esporsi alla presenza del Santuario, che gravava imponente e inaccessibile, in apparenza.
Quello stesso Santuario cui presto avrebbero dovuto dare l’assalto.
Obbedendo agli ordini di Hades.
Obbedendo agli ordini di Hades più o meno, certo.
Di fatto, aspettavano tutti le disposizioni di Sion. Sion rimaneva immobile. E non diceva nulla.
Aphrodite sospirò.
DeathMask si accese una sigaretta.
Che andasse al diavolo la prudenza, che i Gold Saints rimasti vedessero pure il luccichio della brace nella notte. Al diavolo anche i Gold Saints.
Furono più o meno questi i pensieri che Cancer tradusse in un’occhiataccia rivolta a Camus, che dall’ombra scosse la testa con disapprovazione. Aquarius riappoggiò le spalle alla parete e rimase immobile, nella stasi dell’attesa.
Nella stasi di chi attende e freme perché non può aspettare oltre. Non più.
DeathMask interpretò la propria come una vittoria e trasse dalla sigaretta due boccate di pura soddisfazione.
Il pacchetto era di quelle buone, di marca. Assos.
Se l’era procurato proprio lì ad Atene, appena uscito dagli inferi.

Alla macchinetta automatica e arrugginita appena fuori da una stazione di servizio semidiroccata.
Non ci aveva messo spiccioli nella macchinetta.
Non ne aveva, appena tornato dall’Ade.
Non ce li avrebbe messi neanche se li avesse avuti, in verità, non DeathMask di Cancer. Ci aveva messo invece un pugno ben assestato.
Aveva fracassato vetro e metallo e quando aveva ritirato la mano stringeva tra le dita il suo nuovo pacchetto di Assos.
“Un ultimo desiderio per un condannato” aveva ghignato in risposta allo sguardo laconico di Shura di Capricorn e aveva alzato il pacchetto come se fosse stato un calice, come per un brindisi.
“Quando il fornitore tornerà non sarà contento.” Aphrodite distolse lo sguardo dal cielo ingemmato e lo posò su DeathMask, seguendo il filo di fumo che si attorcigliava su se stesso, disegnando arabeschi nell’aria.
“Che venga a protestare da me. Ho giusto un buco vuoto sul soffitto della Quarta Casa. Ci piazzo la sua faccia.”
Aphrodite sorrise pigramente.
“O magari ci metto la tua, Piscis.” Continuò l’altro, “Ti ho già detto che è bella?”
Il sorriso sornione di Aphrodite si allargò.
“Mai abbastanza, Cancer. E comunque moriresti prima di tentare.” Poi indicò la sigaretta, ricordando le sue parole: “L’ultimo desiderio di un condannato?”
“Non sono ancora morto.” Diede l’ultimo tiro e gettò la cicca a terra, secco.
L’ultimo filo di fumo disegnò un fregio bianco particolarmente coreografico.
“Guarda, DeathMask. Sembra un dragone cinese.”
“…non parlarmi di dragoni, Aphrodite. Non farlo.” Premette il tacco per terra, con rabbia, e pestò il mozzicone fino a ridurlo a brandelli, lì nella sabbia.
“Ma che guerriero impavido!” lo prese in giro Saga “Hai annientato il nemico con un colpo solo, Cancer.”
“Che diavolo vuoi?” berciò l’altro e in risposta gli mostrò il dito medio con alterigia.
Aphrodite si coprì la bocca con la mano, a nascondere un sorriso. Da lì a qualche istante avrebbero salito le scale eburnee del Santuario e avrebbero raggiunto Athena, casa dopo casa. Sulla strada avrebbero incontrato antichi amici. Non era esattamente il caso di farsi una sghignazzata. Sarebbe stato, inoltre, poco consono, sotto lo splendore triste di quella notte preziosa, sarebbe stato inelegante: prima di fare una cosa del genere, Aphrodite si sarebbe tolto la vita con le proprie mani.
Meno sensibile al fascino di quella notte giocata d’azzardo, DeathMask camminava avanti e indietro, nervoso come una tigre in gabbia.
“Non parlarmi di dragoni, Aphrodite! Ti ho già raccontato di come quell’avanzo di galera di Shiryu sia riuscito, con un assurdo inganno da ciarlatano a…?”
“Più o meno un centinaio di volte, DeathMask.”
“Ah. Non importa. Il fatto è che quel maledetto…”
“Sai che il nero ti dona?”
“…eh?” DeathMask si interruppe, spiazzato, come se Aphrodite gli avesse dato un pugno nello stomaco. Adesso lo stava guardando soddisfatto, ammantato da quella sua incontestabile, ingannevole innocenza.
“Che diavolo hai da guardare?” intimò, ma la sua voce si incrinò e, suo malgrado, non suonò così dura come avrebbe desiderato. Come di solito era.
Si maledì per quello.
Aphrodite non si maledì affatto. Aphrodite si congratulò con se stesso, invece.
“Guardo te, naturalmente. Trovo che tu stia bene in nero.”
DeathMask cercò di replicare, ma , confuso, passò prima lo sguardo da Aphrodite ai propri pettorali, inguainati nella surplice di Hades. Lo fece un paio di volte e, prima di mettersi a balbettare come un babbeo, trovò più conveniente chiudere la bocca.
“Anche tu stai bene.” Disse alla fine.
“Ma è naturale. Io sto bene con tutto.”
Aphrodite – DeathMask uno a zero, pensò Camus e quel dialogo più di qualunque altra cosa lo indusse a starsene dov’era, nell’ombra.
Il Gold Saint di Piscis si guardò intorno, quasi furtivo. Poi si avvicinò di più al Cavaliere di Cancer.
“Cosa fai?” DeathMask aggrottò le sopracciglia.
“Un ultimo desiderio per un condannato?” si avvicinò ancora.
“Ti ho già detto che non sono ancora mor…” si rese conto di quello che Aphrodite aveva intenzione di fare solo quando con le labbra sfiorò le sue; se ne accorse anche Camus che si girò dall’altra parte “…ripensandoci sono già morto, dopotutto.”
Chiuse le labbra su quelle di Aphrodite, carnose e seriche, in un bacio che sconfinò in un morso aggressivo. Aphrodite lo morse di rimando, non accennando a muoversi nemmeno quando le mani di DeathMask si chiusero sui suoi avambracci. Poi Cancer gli succhiò il labbro inferiore e Aphrodite si allontanò, in silenzio, un passo dopo l’altro.
“Che diavolo hai da guardare?” questa volta, rivolto ad uno stupefatto Saga, DeathMask riuscì ad essere particolarmente convincente.
Saga non disse niente. Si limitò a girarsi verso Sion che si era mosso in avanti.
DeathMask gli mostrò il dito medio, rammaricandosi, a quel punto, di avere la completa attenzione di Gemini solo quando non era necessaria.
“Mah.” disse. E basta.
“E’ tempo.” Sion catalizzò l’attenzione di tutti su si sé, rubando irrimediabilmente la scena a Cancer.
Camus uscì finalmente dall’ombra. Si avvicinò, coprendo la distanza con passi misurati. Aphrodite seguì il suo sguardo e vide che puntava l’Ottava Casa. Era uno sguardo indecifrabile. Anche Shura si avvicinò, e il suo viso non rivelava emozione alcuna.
Improvvisamente Sion scattò in avanti, con l’agilità di un felino all’attacco, e un attimo dopo i sei specter correvano senza una parola verso la Prima Casa dello Zodiaco. La Casa di Mu dell’Ariete. Questo non portò Sion a vacillare nei suoi intenti, comunque.
Hades era andato a cercare, nel mare delle anime, quelle di sei guerrieri che avessero servito Athena e che per lei fossero morti.
Gli ordini erano stati precisi: percorrere il cammino dello Zodiaco attraverso le Dodici Case. Raggiungere lei, la dea.
E dopo averla guardata negli occhi, tagliarle la gola.
Nemmeno per un istante Hades, signore degli inferi, aveva paventato un rifiuto. E rifiuto non c’era stato.
Adesso sei guerrieri correvano verso Athena con corpi nuovi e giovani e con armature nere come la notte ingemmata che li sovrastava.
Laddove avevano avuto tutti armature d’oro come il sole della Grecia.
“Al diavolo.” Sibilò tra i denti DeathMask.
Il fatto è che c’era qualcosa che Hades, nella sua immensa saggezza, non aveva nemmeno preso in considerazione.
Lo zotico dell’oltretomba, stava pensando DeathMask, si era illuso invano sul fatto che dei Saints di Athena potessero tradire in quel modo tanto pietoso.
Nessuno di loro lo avrebbe fatto.
Nemmeno lui, che di Athena, per dirla tutta, gli importava poco più che della macchinetta automatica che aveva fracassato in città. In modo particolare poi, se aveva scelto di incarnarsi in quella scialba ragazzetta.
Avesse almeno un bel paio di tette, pensò. Poi pensò anche, inspiegabilmente, che nemmeno Aphrodite ce le aveva, ma che la cosa non lo turbava, infondo.
Prendendo atto di quella riflessione imprecò rumorosamente, suscitando un ringhio rabbioso da parte della guida del drappello.
“Al diavolo, Sion!” ribatté.
Aphrodite si girò a guardarlo, con aria interrogativa. A muso duro, DeathMask ricambiò lo sguardo: “Sai che cosa mi manda totalmente in bestia?”
“A parte il fatto che stai assaltando il Santuario come Shiryu il Dragone ha fatto prima di te?”
“…molto divertente, puttanella. Davvero molto divertente.” C’era mancato poco che non mettesse il piede in fallo sui quei maledetti gradini e cadesse lungo disteso. Non voleva nemmeno pensare all’eventualità in cui fosse successo. “Stavo dicendo” ringhiò “che mi manda fuori dai gangheri l’idea che stiamo andando tutti al macello. Così, come ad una scampagnata.”
Aphrodite serrò le labbra ma non disse niente, continuando a correre.
“Tutti e sei. Ma il punto, quello che mi fa imbestialire, sai qual è?”
“Qual'è?”
“Che nonostante questo, nessuno lo saprà. Penseranno che siamo noi i traditori, accidenti a loro.” Agitò la mano più o meno in direzione della Prima Casa, bellicoso, “Nessuno sprecherà una parola per me o per te, puttanella, ci puoi contare. Tanto valeva continuare a collezionare teste!”
“Mh mh.” Aphrodite fece seguire un sospiro e aumentò l’andatura per non farsi distanziare da Camus.
“E sai qual è la cosa peggiore?”
“Ce ne è una peggiore?” Shura si intromise, annoiato.
“Puoi contarci che c’è!” sibilò DeathMask inviperito.
“Allora?”
“Sai alla fine di questa battaglia del cazzo chi si prenderà tutto il merito agli occhi di Athena?”
“Chi?”
“Shiryu il Dragone!”



 








Autore:Camus di Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Introspettivo
PersonaggiPrincipali:  Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Doveil buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonnee imuri di fumo dell’incenso e della mirra,c’è un portone di legnointarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, diindiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Oltre ilportone, c'è un giardino.
Disclaimer:
Noinon abbiamo fatto niente, è tutta colpa dei protagonisti,prendetevelacon loro. Ufficialmente sono di un certo Masami Kurumada, ma abbiamoidea che siano abbastanza indipendenti. Lo shonen ai Kurumada non loinclude nel prezzo ma noi sì, perché abbiamocominciato a shipparli, equindi ormai per il vecchio Masami è troppo tardi.
Cose: 
 RimbaudleggevaSaint Seiya e il suo personaggio preferito era Shaka.
Ciha mandato in totale svalvolamento angst una scena che ci era passatainosservata fino a stamattina, nell’undicesimo OAVdell’Hades: mentre Tikyugici strazia il cuore, Athena cade a terra nel sangue, Saga grida, ibronze arrancano, tutti piangono e si disperano, tu vorresti solomorire, Ikki comparsa, di spalle, in un posto figo, lasciando al ventouna manciata di sabbia. Non avevamo bene realizzato che quelmaledettissimo posto è lo Sharasojo, e nonostante il pipponeche hatirato a Shiryu sul non intervenire, la Fenice èlì. A raccogliere leceneri di Shaka e a spargerle sotto i salici. Lasciamo stare. A quelpunto l’abbiamo presa sul personale. Stupida Fenice!

Sharasojo 
Tingendo di colpo
azzurrità e deliri.
(A.Rimbaud)

“Tu sei…”
L’hai indovinata bene, Ikki di Phoenix, un passo dopo l’altro, e sai già che le tue parole non verranno comprese. Ma avanzi e dici, interrompendo ciò che già sai: “Perché sei andato via dai Cinque Picchi?”
“Ikki! Perché mi hai attaccato?”
“Athena ci ha proibito di avvicinarci al Santuario.”
Com’è limpido, ciò che non viene compreso, vero? Sai già che sarà così. Già Shiryu trema. Già senti come ferocemente ti fisserebbe, se non fosse mutilato. Dalle guerre. Dall’onore. Già percepisci sottilissimo rancore. Nato da frustrazione. E tristezza. E…
“Cosa stai dicendo?”
“Athena pensa che i Cavalieri di Bronzo potrebbero essere solo d’impiccio.”
Athena lo pensa.
Lui lo pensa.
Molti lo pensano.
Pensano ad un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, tu, maturato troppo presto, lo senti quel gioco di chi appartiene ad una sfera al di sopra della tua, quella che la volta che hai provato a camminarci ti sei ritrovato sul palmo di una mano. Quindi taci.
“Non mi dire che vuoi abbandonarla! Ikki! Anche tu sei un cavaliere di Athena! Non vorrai tradirci, vero?”
Ti rivolge l’indice accusatorio contro, già tradito in partenza – lo sente. La voce trasuda indignazione. Shiryu sa essere così ingenuo, così stolidamente ingenuo, come se ogni volta qualcosa di nuovo lo ferisse. Nuovamente, lo stesso, mille volte. Non fa l’abitudine ai perché. E tu chiudi gli occhi, Ikki di Phoenix, ripensando alle stelle che intuisci, molto più in alto di te.
“Non voglio aiutare nessuno.”
“Come? E perché indossi l’armatura?!”
“Sono qui solo come spettatore. Forse questa sarà l’ultima battaglia, una guerra sacra…”
“Non vedi la gravità della situazione! Come puoi dire che sarai solo uno spettatore?!”
Shiryu trema. Trema, dalla rabbia. Trema e si lancia con un braccio in avanti, vuole colpirti – nobile fratello – ma tu ti scosti, provando nulla di più che la sensazione del vento mentre lo schivi. Chissà se provi tenerezza, mentre lo afferri per il bavero della casacca e lo sollevi alla tua altezza, anche se non può vederti. Anche se non può farlo, sogghigni. Anche se non come un tempo. Che la provi o meno, tenerezza rude, tu gli parli fermamente:
“Shiryu… perché tu sei così fiero del titolo di cavaliere di Athena? È per proteggerla? O perché qualcuno te l’ha ordinato?”
Lo lasci andare, Ikki di Phoenix? Sai già che risponderà…
“Ti stai sbagliando! Nessuno mi ha forzato! E Athena non me l’ha ordinato!”
“Quindi… perché?”
“Perché io ho deciso di proteggere Atena, i miei amici, e tutta l’umanità che lei ama!”
Chiudi gli occhi e sogghigni, Ikki di Phoenix, e lui non ti vede ma ti sente.
“Cos’è questa risata?!”
Schivi un altro pugno. Con scioltezza che quasi non desideri. Come vento. La ginocchiata che sferri, pulita e liscia, gli arriva in pieno petto e te lo consegna tra le mani, con cui poi lo scagli lontano. Lontano, Shiryu. Non è il tuo posto, questo. Torna a casa. Qui qualcuno ha preso decisioni troppo grandi che la tua ingenuità non può comprendere. Shiryu che soffre e cerca disperatamente di convincerti con le sue apologie, con le sue dichiarazioni disperate e a voce alta: lui non teme la lotta, lui non fuggirà. Sciocco, Shiryu. Non ha capito che lo sai benissimo anche tu. O forse sì, ma è confuso e non sa più cosa può convincerti. Chiudi gli occhi, Ikki, allora, chiudi gli occhi mentre senti il vento, le stelle le hai viste, chiudi gli occhi e diglielo:
“Anch’io voglio proteggere te, come anche gli altri…”
“Cosa…?”
Guarda altrove, Ikki. Dove ci sono le stelle. Quelle che sai già cosa dicono.
“Proprio così. Tu e gli altri idioti che stanno nell’arena…”
Non ci vai giù leggero, Ikki di Phoenix. Che capiscano come la pensi, e che capiscano tutto quello che vogliono capire. Sapevi già che le tue parole non sarebbero state comprese.
“Gli altri… “ parve distrarsi, il Dragone, ergendosi appena, per poi capire: “Seiya!”
Sempre prima i compagni. Sempre prima di ogni altra cosa. Non guardi il valoroso guerriero cominciare a correre verso l’arena, ti sei già voltato, cavaliere, con un mezzo sospiro, mezzo represso, mezzo chiuso dalla gola, gutturale. E Shiryu lo senti che si volta, fermando passi sicuri per te:“Aspetta, Ikki! Aiutaci!”
Ma sai già cosa rispondere.
Perché è tutto ciò che sarai stasera.
Nemmeno ti volti, volgendo all’orizzonte lo sguardo.
“Non dimenticarti che ho detto che non aiuterò nessuno.”


     
“Tembu Horin.”
Tutt’intorno era odore di incensi e di mirra. L’illuminato Shaka di Virgo aveva aperto gli occhi e Ikki aveva compreso che tutto quell’azzurro gli sarebbe stato fatale: in realtà, lo sarebbe stato per entrambi.
In quell’azzurrità accecante e bellissima, anche il piccolo Shun scompariva e tutta la sua vita passata si faceva nebbia.
Anche dopo, sul pavimento gelido, senza più alcun senso se non il settimo, aveva pensato che sarebbe stato tutto nebbia, da quel momento in avanti, nella vita come nella morte.
Era stato in quel momento che gli erano girate le palle.
Non era andato al Santuario di Athena per finire lì, come il primo scagnozzo del Sacerdote. Non davanti a Virgo, arrogante divinità splendente, unico avversario che aveva reclamato da lui anche l’ultima goccia di potere e al quale lui, Phoenix, l’aveva richiesta. Non avrebbe strisciato davanti a Virgo, non davanti a lui!
Ed erano state esplosioni di luce allora, ad inondare la Sesta Casa e lui, sciolto in essa, aveva vinto e sconfitto il suo custode, esplodendo il Cosmo con quello di lui.
“Fermati!” aveva gridato Shaka, gli occhi azzurri della dimenticanza spalancati nella luminosità “Ci oscureremo in un mondo di luce!”


  Un passo dopo l’altro, avanzi, Ikki di Phoenix, poiché avevi promesso che stasera saresti stato qui solo come spettatore, e da dove ti trovi, ai piedi della scalinata, i tuoi occhi non vedono.
La strada è sgombera. C’è tutto il tempo che ti serve. L’hai calcolato da quando hai sentito quella luce dalla sensazione bianca e infinita espandersi in un attacco che ben conoscevi. Contavi.
Non sapevi cosa pensare, in verità, c’era solo quella sensazione che conoscevi bene – perché sei un uomo, Ikki di Phoenix, non certo un ragazzo, e sebbene i tuoi occhi siano ancora grandi, le labbra sono dure, le mani ruvide – di stare sotto ad un cielo troppo grande. Ma non è quello che vai a vedere, Ikki. Per quanto poco tu possa conoscerlo, di tutto ciò che sta sopra di te hai una ben precisa sensazione, e non andrai ad immergerci le mani. No. Tu vai per essere solo spettatore. L’hai detto, a Shiryu.
Forse questa sarà l’ultima battaglia… una guerra sacra…
Il metallo dell’armatura risuona secco sul selciato, appena calpestato di tutta fretta da due guerrieri antichissimi, che corrono sotto la luna per fermare la strage avvertita di lontano. Ma per quello che puoi saperne, Ikki di Phoenix, quei gradini sono stati calpestati da tante altre persone prima di te.
La Seconda Casa ospita un’atmosfera rarefatta in cui ancora vibra l’aria scossa e sconvolta da cosmi poderosi, e un’armatura vuota che brilla di un bagliore innaturale. La guardi mentre passi. Guardi il fiore ai suoi piedi. Prosegui oltre, perché sarebbe profano attardarsi, lo senti dalla tristezza e dall’orgoglio di quel fiore, e tu hai intrecciato molti fiori, con le tue mani ruvide, e ben conosci tristezza e orgoglio. Non vorresti che qualcuno profanasse le tue corone, intrecciate con cordoglio sempre più addolcito negli anni. Volgi lo sguardo subito.
Ma non affretti il passo, Ikki di Phoenix. C’è tempo. Anche quando senti dischiudersi universi di luce. L’hai detto prima a Shiryu, l’hai detto: non sei qui per aiutare nessuno. Non affretti il passo anche se sai cosa sta succedendo. Lo senti con la netta chiarezza di un profumo distinto nella sera: l’odore dolciastro, fresco e denso di magnolia nelle notti di primavera, dopo che la pioggia ha colmato, come fossero un calice da cui bere, i petali morbidi e bianchissimi di una brusca purezza. Altrettanto intenso, senti e cammini senza affrettarti, senza sapere bene che cosa provare, mentre il bianco da lontano ti sfiora, t’illumina, e sai che al centro di quel boato immenso, che alzando il mento vedi prorompere dalla Sesta Casa, ci sono due occhi terribili.


  Dove il buio diventava più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo era.
Il portone, ampio, si apriva sulla parete lunga del Tempio.
Nessuno sapeva dove dava, esattamente. Tutti avevano sentito dire che dava sullo Sharasojo, il Giardino della Vergine.
Chi aveva girato attorno alla Casa, curioso, per scoprire quel luogo, si era trovato ad un tratto, con disappunto, davanti al portone esterno, senza trovare alcun giardino, solo le rocce scoscese del Santuario che davano sul mare, appena prima della scalinata di marmo che portava alla Settima.
Il Giardino della Vergine era un mistero per tutti.
Meno che per Ikki di Phoenix.
Di tanto in tanto Ikki si era allontanato, dopo la battaglia delle Dodici Case, cercando altri luoghi e meno vincoli rispetto a quelli dei suoi amici e fratelli. Non perché non sopportasse la loro presenza, tutt’altro. Ma piuttosto per l’insostenibile insofferenza che lo prendeva spesso, per la necessità di andare sempre oltre e di non poter calcare troppo a lungo lo stesso suolo.
In alcuni casi si era recato da Shaka di Virgo.
Era vero che si erano spenti in un mondo di luce, ma Siddartha Gautama Shakamuni, il Buddha, non aveva l’abitudine di restare troppo a lungo nell’oscurità ed era tornato, facendo in modo che anche la Fenice potesse scegliere il mondo dei vivi, a quelli dell’Ade.
Alla domanda che Ikki gli aveva posto: “Perché mi hai salvato?”, Shaka aveva risposto con un’alzata delle spalle esili, come se non ci fosse una vera ragione.
Poi aveva aggiunto, ad occhi aperti, tingendo tutto per un attimo d’azzurrità e deliri: “Perché per la prima volta nel mio cuore è nato un dubbio. E sei stato tu a far nascere questo dubbio”.
Così era tornato. Senza armatura, ma con il sogghigno strafottente sulle labbra e le mani in tasca.
Come si va a trovare un amico.
Di tanto in tanto.
Shaka lo aveva accolto come se lo stesse aspettando sa sempre, ad occhi chiusi, il volto delicato e sereno, fatta eccezione per l’angolo della bocca, sollevato in un sorrisetto di superiorità.
“Benvenuto, Ikki. Hai ancora il
genmaken facile?”
Ikki aveva risposto con una frecciatina mirata e Shaka non aveva lasciato cadere la provocazione. Così si erano susseguiti più incontri e più duelli verbali.
Man mano, si erano placati, senza spegnersi del tutto.
Un giorno Shaka gli aveva fatto un cenno, e l’aveva guidato verso dove il buio si faceva più fitto, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra.
C’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia.
Shaka l’aveva aperto e davanti a loro si era dispiegato un giardino, come un tappeto che si srotola, con l’erba alta che ondeggiava al vento, con due soli alberi, alti a carezzare il cielo ombroso, e petali strappati ai rami in fiore che il vento rapiva e portava, come un omaggio, fino al portone del Sesto Tempio.
Ikki aveva avuto come l’impressione che quella porta si fosse aperta sull’India.


  Sei lì che osservi la luce ed è come se una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, paralizzasse ogni foglia, ma non tu che cammini. Guardi.
Esplode. Tutto.
Qualcun altro piangerebbe.
Qualcun altro urlerebbe il suo nome.
Shaka!
Qualcun altro.
Tu sei solo uno spettatore.
No! Shaka!
Non ci posso credere!
Shaka!
SHAKA!

Non sei qui per aiutare nessuno.
Ignori le voci, la luce e la messa da requiem, e il tuo cuore è di marmo in un petto di marmo.
Vai ad assistere ad un esplodere che è l’universo quando nasce. Quindi vai. Vai ad assistere.
Era questo, che dicevano, le stelle, Ikki di Phoenix? Ce n’erano forse due fisse in cielo, come occhi azzurri della dimenticanza spalancati nel buio, e tu non le hai sapute leggere correttamente. Può essere.
Ma in fondo, pensi, senza piangere, senza gridare il suo nome, ha davvero importanza?
Quel gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, non era il tuo, lo pensavi, non è vero, guardando Shiryu pregarti di correre con i tuoi compagni a sfidarle una per una, disperato e forte nei suoi occhi ciechi?


  “Devo fare una cosa” aveva detto Shakamuni. “Niente di entusiasmante. Puoi andare a casa se vuoi. Oppure puoi restare”.
Aveva tolto i sandali, lasciandoli sulla soglia, e a piedi nudi era entrato nell’erba.
Ikki non aveva detto niente; aveva osservato quel giovane dagli occhi chiusi senza combatterlo nemmeno dialetticamente, per una volta.
Shaka aveva guardato per terra. Seguendo il suo sguardo, Ikki aveva notato delle zolle smosse, la terra inaridita. L’aveva sentito parlare della stagione delle piogge, che tardava ad arrivare.
“Ma che giungerà. Per quanto si possa rallentare la ruota del Karma, gli avvenimenti che devono avvenire avverranno”.
Ikki aveva aggrottato le sopracciglia. Non aveva capito, subito. Avrebbe capito più avanti, il giorno in cui Virgo, con la stessa serenità di quel momento, avrebbe accettato di morire sotto i salici, per onorare la ruota del Karma, per un disegno più grande.
In quel momento non aveva potuto comprendere quelle parole oscure. Lo aveva visto chinarsi - con quei gesti puliti e delicati, eppure estremamente virili – allungare una mano, elegante, appoggiandola sulla terra nuda. Sembrava un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Silenzioso com’era.
Ikki l’aveva guardato chinato sulla terra, con i capelli biondi che ricadevano sul davanti, sul petto, senza che perdesse nulla in dignità.
C’era qualcosa di sacro e ancestrale, in quella scena. C’era così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed era bellissimo.
“Ma no. Potrei darti una mano, Virgo”.
Che cosa hai fatto domenica, Ikki? Mh. Ho aiutato il Buddha a tenere un orto.
Così lo aveva aiutato: aveva fatto come lui, onorando il Karma e la ruota della stagione delle piogge, dopo aver sparso semi nuovi, chinandosi e unendo le mani su ogni chicco che cadeva tra le zolle.
Aveva alzato lo sguardo su Shaka, in piedi, al centro del suo Sharasojo, che teneva della terra nella mano a coppa.
Il Buddha l’aveva guardata per un attimo.
“E’ finito il tempo delle lacrime” aveva detto, come al terreno “Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo”.
La strinse nel palmo, mentre le folate la portavano via, a coprire i semi, poi strinse il pugno, come in un rito. Lo allentò, alla fine, e lasciò andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma portasse la vita dove c’era stata la morte.


  Era un gioco grande e superiore a cui hai deciso di assistere, e così te ne fai una ragione, lasciandoti alle spalle una casa vecchia, malinconico mistico rudere di morte, che hai attraversato mentre pensavi.
Forse quelle due stelle come occhi nel cielo c’erano davvero.
Forse il destino si può leggere negli astri fiammeggianti.
Forse il destino si può leggere nel volo degli uccelli, nelle  viscere degli animali offerti in sacrificio.
Forse il destino si può leggere nel numero di gradini che lasci alle tue spalle.
Ma in ogni caso -  pensi, investito da una luce come mai ne hai viste prima -  in ogni caso rimane sopra. Rimane che qualcuno l’ha deciso. Rimane che chi l’ha deciso sapeva i cazzi suoi. Rimane che quelle stelle possono stare dove sono e le puoi interpretare, ma non sai bene a che cosa serve, adesso, mentre vai lì come spettatore del cielo che alla morte di un dio si è oscurato come nella peggiore apocalisse, ma era bello, terribile e bello. Un azzurro gli era stato fatale.
Muovi un passo, allora.
Verso l’esplosione che dilaga davanti a te.
Senza paura, coraggio. Nel fuoco da dove vieni.
L’hai sentita assieme a tutti gli altri, la sua intenzione, Ikki di Phoenix.
Né prima né dopo. Come tutti e basta.
Ma a differenza degli altri, non hai affatto pensato d’intervenire.
Ti pare che una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, accompagni pure te, adesso, perché mentre passi tutto davanti a te salta in aria, in una luce dorata e rovente.
Allora ti fermi e aspetti. Sei serio, Ikki. E sai aspettare.


      Un vortice di petali ti accompagna già da un po’, e tu lo segui, Ikki di Phoenix, senza chiedergli niente.
Tanto, facevate la stessa strada.
C’è nell’aria qualcosa di peggiore dell’apocalisse, Ikki.
Qualcosa di peggiore del cielo che si è annerito per un requiem bellissimo ed inquietante, per un dio che si oscurava. Minaccia agitazione e brividi, nei cosmi che risuonano in una tensione crescente. Senti tutto, Ikki di Phoenix, senti le paure e i dolori e le angosce e la dolcezza, e in qualche modo, senza dover guardare le stelle e cercare d’interpretare il loro gioco, chissà come lo sai già, come va a finire.
Non fai nulla.
Cammini e basta.
Non sei lì per aiutare nessuno.
Athena la pensa proprio come te.
Shaka la pensa proprio come te.
Tutti e due hanno i loro piani.
L’ultima battaglia…
Una guerra sacra…
Arrivi dove vuoi, Ikki di Phoenix, arrivi fin dove i petali vengono trascinati dal vento che sentivi mentre glielo dicevi, a Shiryu, che volevi proteggere lui e tutti quanti. Tutti quelli che amavi. Ma Athena li voleva fuori. Athena aveva i suoi piani. Shaka aveva i suoi piani. Le stelle erano al di sopra di loro, il gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata ancora al di là, quella sfera al di sopra della tua.
La mano su cui corri mentre pensi di scappare in capo al mondo. Così, sei lì solo come spettatore.
Dove il buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’è un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo è. Lo era. Adesso è vuota e distrutta. Molto più in alto, un cielo che alla morte di una dea si oscura come nella peggiore apocalisse. Già un azzurro gli è stato fatale. Senti morte e sangue e l’universo che esplode in pianto, ma tu sei solo uno spettatore in una casa vuota e distrutta. Il portone è ancora lì.
Poggi le mani sul legno. Non hai smesso di camminare né smetterai ora: ti ci vuole un attimo solo. Forzi nella tua mente un silenzio che non esiste, nell’aria densa che assume significato di tenebra, forzi al di fuori voci e cosmi risuonanti in panico e in un solenne coro, tremendo e dolcissimo, struggente come il pianto di una civetta, il lutto della fine dell’uomo. Lo forzi fuori, Ikki di Phoenix. Oltre il portone c’è un giardino.


Devo fare una cosa, ti sei detto. Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Ti sei tolto le scarpe, lasciandole sulla soglia, e a piedi nudi sei entrato nell’erba.
Com’è limpido ciò che non viene compreso, vero? Un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix.
Hai pensato alla stagione delle piogge, che tarda ad arrivare, ma che giungerà. All’incomprensibile ruota del Karma.
Ti sembra di vederlo chinarsi, laggiù, in mezzo ai salici, con i capelli biondi che ricadono sul davanti, sul petto. Ti sembra un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Ma tanto hai poco da immaginare, Shaka di Virgo non c’è.
Fai come ha fatto lui, camminando piano nell’erba, fino agli alberi gemelli.
Sai che è morto lì. E’ rimasto qualcosa, sulla terra, come le sue ceneri di fenice che non risorge.
Ti chini e sfiori la terra, unendo le mani come su un chicco caduto tra le zolle.
C’è qualcosa di sacro e ancestrale, in quello che fai. C’è così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed è tremendo.
Ti sei alzato, tenendo quella terra e quelle ceneri nella mano a coppa. Tenendo Shaka.
Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Lo stringi nel palmo, mentre le folate lo portano via, a coprire i semi che ancora riposano, poi stringi il pugno, come chi sta per piangere e non lo fa, rabbiosamente.
Non piangere. E’ finito il tempo delle lacrime. Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo.
Lo allenti alla fine, lasciando andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma porti la vita dove c’è stata la morte.

 
Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
PersonaggiPrincipali: Gemini Saga, Sagitter Aioros
Rating:PG-14
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
Inproposito: “Perchémai sei venuto qui, amico diletto?” chiese ancora e rese lavoce più affabile, quasi dolce. Ingannevole in quel modoletale. “Oraavvicinati. Per un istante almeno abbracciamoci e abbandoniamoci alpianto e al dolore”.
Saga sta esercitando il potere alSantuario, dopo avere effettuato il colpo di stato. In preda allafollia e al rimorso, non si addormenta. E Aioros torna dal mondo deimorti a fargli visita.
Una Aioros/Saga che segue una Achille/Patroclo.

Disclaimer:Kurumada, regalameli
Cose: Dedichiamolaal mio Camus,che mi chiama dal mare leggendomi saggi suimiti Greci e che il giorno successivo piange e mi insultaperchè si becca una vagonata angst con la coppiapiù epica del Santuario. La dedichiamo ad Aphroditeperchè  cerca con me i passi più bellisu Skype e  con me ci  gnaula sopra. Al nostro PonteficeShion e  ad Hadessamache di certoapprezzeranno. E a  Philosa  cui spero che piaccia. Stousando il plurale maiestatis perchè, oltreche Milo, stasera faccio anche un po' Aioros. .__.  <3


Che amai sempre
 questo ti sia prova:
che per quanto abbia amato
non ho vissuto abbastanza.
Emily Dickinson


Dalla finestra giungeva solo il rumore delle onde del mare che si frangevano sulla battigia.
Il sonno lo aveva quasi vinto e aveva appoggiato la nuca allo schienale del seggio – convinto di non meritare il letto, gli agi che allentano gli affanni dal cuore – quindi credette di sognare quando vide venire a lui l’ombra infelice di Aioros, a Sagitter simile in tutto e per tutto: la figura, gli occhi bellissimi, la voce, gli abiti che vestivano il suo corpo di fanciullo.
Si fermò davanti al trono.
“Perché mai sei venuto qui, amico diletto?” domandò Saga e già stringeva il pugno fino a farsi sbiancare le nocche. Poiché Aioros non rispondeva, odiato Aioros, si sporse in avanti, caricò il pugno e scaricò il colpo contro la povera ombra. Non la ferì più di quanto colpì la penombra della sala. Scoprì i denti in un sorriso ferino e i capelli scuri gli scivolarono in avanti, sul petto.
Sentì l’antico odio montargli dentro come un fuoco, una pira funebre, prendergli il cuore. L’antico desiderio ardente.
“Perché mai sei venuto qui, amico diletto?” chiese ancora e rese la voce più affabile, quasi dolce. Ingannevole in quel modo letale. “Ora avvicinati. Per un istante almeno abbracciamoci e abbandoniamoci al pianto e al dolore”.
Si sporse in avanti ancora, gli occhi riarsi dalla follia e dalla febbre, arrossati dai capillari in tensione. Li puntò verso l’ombra defunta del bastardo che nel sole di Atene gli sorrideva ottuso, lo toccava con la mano di un compagno d’arme, senza mai concedersi.
Senza mai capire, Aioros di Sagitter, povera triste ombra tornata dall’Ade.
Ah, ma c’era modo di fargli intendere tutto, adesso. L’avrebbe afferrato, strattonato per i capelli - morbidi riccioli come di Febo Apollo – piegato con forza, l’avrebbe sbattuto a terra, sul pavimento. E che ringraziasse, che non stava domandando soddisfazione appieno, altrimenti avrebbe dovuto sdraiarlo nel fango, nella polvere, nel liquame.
L’avrebbe sopraffatto, umiliato, smembrato, usato violenza fino a farlo gridare e sanguinare. L’antico odio, l’antico desiderio ardente. “Ora avvicinati, Aioros”.
Così disse e tese le braccia, ma non strinse nulla.
Tale fu l’impeto con cui lo fece che sibilò quando chiuse le membra su se stesso, affondando le unghie nella carne delle proprie costole.
Ruggì, gli occhi secchi e doloranti, la testa che gli pulsava dolorosamente imponendogli l’unica urgenza di sottomettere Aioros. Sì girò a cercarlo.
Il ragazzo defunto lo guardava sereno di rimando. Ombra nell’ombra rivolgeva lo sguardo con gli occhi colmi di una tristezza ancestrale, che ha conosciuto la rassegnazione e poi la pace. Gli sarebbe balzato addosso e l’avrebbe preso con la forza, pretendendo il piacere che Sagitter non gli aveva mai dato.
“Tu dormi e di me ti sei dimenticato, Nobile Saga”.
“Dimenticarti?” latrò il Pontefice “Credi sia possibile?”
Sentì il dolore sgorgargli nel petto come se Sagitter il maledetto – nella polvere, deve stare nella polvere – ci avesse piantato la daga d’oro capace di uccidere gli dèi. Sentì la mente che minacciava di strappare il suo grigio, delicato tessuto. Sentì le lacrime sulla soglia delle palpebre.
“Non mi trascuravi da vivo” mormorò Aioros “Non ti curi di me ora che sono morto”.
“Aioros”.
“Dammi la mano. Mai più tornerò dall’Ade, dopo che ti avrò detto quello che ho da comunicarti, Nobile Saga. Mai più nella vita, come accadeva nei giorni degli allenamenti nel sole, ci scambieremo consigli. Mai più sarò tuo modello e mai più tu lo sarai per me. Mi ha inghiottito, ormai, la morte che ebbi in sorte alla nascita. Anche per te è destino, Saga di Gemini, pari degli dèi, morire sotto queste sacre mura.”
Saga strinse i denti.
La collera si sgonfiava, la sentiva abbandonare il suo corpo come l’acqua delle terme nascoste quando si sollevava, fiero e potente, dopo avere preso il bagno quotidiano. Non c’era niente di autorevole, adesso, nel proprio fisico tremante, le spalle larghe incassate, le braccia modellate dalla guerra abbandonate ai fianchi. Si maledisse per la propria debolezza. Maledisse Aioros perché anche da morto riusciva a fare ciò che aveva sempre fatto da vivo: trasformare il suo acciaio in languore.
“Ti odio” disse all’ombra dell’Ade, ma ormai le lacrime – umilianti e sincere – scivolavano sulla sua guancia di uomo. Erano passati anni da quando era stato fanciullo, al fianco di Sagitter che ancora viveva. “Mio Aioros”.
Singhiozzò.
Mio Aioros.
“Ma un’altra cosa ti dico e ti chiedo, se vuoi ascoltarmi” domandò ancora la misera anima, innocente e crudele com’era stata da viva, limpida e feroce come acqua di ruscello, che esisteva e non si curava del dolore di Saga, come il sole non si cura dell’ombra che scaccia.
“Parla”.
“Non dare il tormento al tuo cuore più di quanto il fato ne abbia già messo sulle tue spalle. Nei momenti in cui le tenebre ti abbandonano stremato, smetti di darti pena per il mio destino. Non pensare noi due nella notte che ingannò il Santuario di Athena Glaukopis. Pensa a me e a te nei pomeriggi di luce e di pioggia, fanciulli, o al giorno in cui giungesti al Tempio con tuo fratello. A come i tutori e il Sommo Shion ci allevarono con dedizione perché, una volta ricevuta l’investitura a Cavaliere, ci prendessimo cura l’uno dell’altro”.
Saga singhiozzò ancora, sinistro: il riferimento al fratello che aveva annegato a Capo Sounion lo fece tremare, eppure annuì. Le lacrime che piangeva erano dolci e lenitive, pulivano l’occhio e lo rinfrescavano, dando sollievo ai capillari. La mente più lucida gli offriva pace dall’emicrania. Con il respiro affannoso si rese conto che si andavano schiarendo i suoi capelli neri, mutando nel colore familiare che era stato della sua fanciullezza, quando ancora nessun demone gli albergava nel cuore.
Benedisse Aioros perché anche da morto riusciva a fare ciò che aveva sempre fatto da vivo: trasformare il suo dolore in quiete.
“Come puoi chiedermelo? A me che sono stato la tua rovina e la mia? Quella di tutto il Tempio?”
“Te lo chiedo, Nobile Saga, perché mi tengono lontano le ombre, i fantasmi dei morti. Non lasciano che passi il fiume e che a loro mi unisca”.
“Come puoi chiedermelo, mio Aioros, amato Aioros?” sussurrò il Sacerdote e cadde sulle ginocchia davanti al trono, davanti all’ombra fredda del fanciullo guerriero. “Come puoi pretendere che il mio peccato non mi dilani?”
“Vado errando davanti alla dimora di Hades dalle ampie porte”. Sembrò preda del dolore e del gelo, mentre glielo diceva.
“Cosa ti trattiene? Non ti favorisce il mio rimorso? La colpa che dilania il tuo assassino?”
“No. Mi trattiene l’averti sorriso senza capire, nel sole di Atene. Il toccarti con la mano di compagno d’arme senza concedermi come un amante”.
“Taci!”
Saga spalancò gli occhi, blu come il mare, non nella follia demoniaca da cui era invaso, ma nella collera del giusto. Afferrò da terra il bruciatore di olii sacri e lo scagliò contro l’ombra di Sagitter. Il recipiente andò a sbattere contro al trono, in un rumore metallico che risuonò dolorosamente, poi fracassò a terra, rimanendo basculante sul marmo.
Aioros non si era mosso, perfettamente calmo e innaturale. La compostezza dei morti.
Saga sentì il petto pieno di lacrime e ne pianse ancora.
Come per metterlo più a suo agio, Aioros sedette sul seggio. Occhi dell’uno appoggiati negli occhi dell’altro.
“Taci! Non sei tu Sagitter, ma un ombra ingannevole venuta a gettar sale sulle ferite aperte! Vattene adesso!” Saga si spinse verso l’ombra, camminano sulle ginocchia nella tunica pontificia scomposta. “Vattene, sirena incantatrice! Ombra degli inferi, mi torturerai quando sarò morto!”
“Non ti inganno. Non ti torturo. Devi smettere di piangere perché io trovi pace, Nobile Saga”.
“Taci!”
“Mio Saga”.
“Taci, che il Padre Zeus abbia pietà di te, ombra, taci”. Le parole di Saga scivolarono in un pianto sconnesso, virile, seppur in quell’assenza di consolo. Crollò disperato, la fronte sulle ginocchia del fanciullo Aioros, seduto sul trono che il Sommo Shion aveva a lui affidato.
Mio Saga, mi ha chiamato. Mio Saga.
“Ti ho amato quanto tu hai amato me, mio Saga. Sulle colline sacre, negli uliveti, sulla costa a strapiombo io ti amavo del tuo stesso amore. Ma per quanto ti abbia amato, non ho vissuto abbastanza”.
Gemini che era diventato Pontefice con la forza pensò alle luci dell’alba che avevano visto insieme, aurora dopo aurora, agli allenamenti nell’arena, alle mattine di sole ad ascoltare i mentori declamare Omero ed Eschilo, alle missioni che Shion affidava loro a Rodorio, ai pomeriggi di pioggia, dopo gli allenamenti, in cui si sdraiavano negli alloggi l’uno di fianco all’altro, seminudi. Aioros chiudeva gli occhi con un sorriso sulle labbra piene, i riccioli abbandonati sul cuscino, una mano sul ventre l’altra appoggiata al lato del viso. Ascoltava la pioggia cadere. Saga lo guardava come si sarebbe guardato un dio e fremeva dalla voglia di toccarlo – amante e non compagno d’arme – e invece non lo faceva, mordendosi le labbra.
Ti amavo del tuo stesso amore.
“Taci, ombra. Se sei davvero il mio Aioros, taci.” Gemette.
Aioros tacque.
Saga sospirò abbandonato sul suo grembo. Non lo sentiva nemmeno più freddo, come un’ombra sarebbe dovuta essere. Sotto la guancia, appoggiata sulle sue cosce, adesso sentiva quasi calore.
Pensò a quello che avevano perso – uno la vita, l’altro l’anima – e si sentì tremare.
Gli sarebbe bastata una parola di Sagitter, la sua luce, per scacciare il buio che lo divorava. Aioros che era al suo fianco, ma guardava l’orizzonte e non lui, non l’ombra nei suoi occhi.
Non avrebbe dovuto lasciarlo. Morendo aveva incrinato il patto tacito che li vedeva uno modello dell’altro. Aveva spezzato l’equilibrio. Aveva interrotto quello che Saga aveva aspettato da sempre, sdraiato sulla branda sotto al temporale accanto caro, caldo corpo di Sagitter.
“Non avresti dovuto, Aioros” disse soltanto.
“Perdonami, mio Saga”.
“Tu devi perdonare un folle”. Lo disse rapidamente, prima che il demone tornasse a prenderlo, prima del sorgere del sole, prima dei suoi capelli scuriti, da affondare sotto all’elmo. “Ma io non posso non versare lacrime per te, amico mio amatissimo, che ora giaci con il corpo straziato, perché io non patirò mai più dolore più grande, finché sarò in vita. Ho incrinato il patto tacito che ci vedeva uno modello dell’altro. Ho spezzato l’equilibrio. E adesso piango per te, mio Aioros, che sei sempre stato così dolce”.
Ancora strinse i pugni facendo sbiancare le nocche. Affondò il viso nelle cosce di Aioros, amato e amante che si riconoscevano dopo l’abisso della morte e pianse ancora, a lungo. 
“Dammi la mano, adesso” domandò Sagitter, fanciullo defunto, che era venuto ad affermare l’amore per Saga “Un’ultima volta, perché anche se veglierò sul Tempio, mai più tornerò dall’Ade ora che ti ho detto ciò che dovevi sapere”.
Il Pontefice singhiozzò senza vergogna, sollevò il viso a quello dell’amato che gli sorrideva, col terrore di vederlo dissolversi sotto ai propri occhi.
“Certo, ti obbedirò, farò tutto quello che chiedi. Ora, però, avvicinati. Per un istante almeno abbracciamoci e abbandoniamoci al pianto e al dolore”.
Così disse e tese le braccia, ma non strinse nulla.
Come fumo scomparve l’anima sotto la terra. Se ne andò sibilando.
Saga afferrò con le mani sbiancate il seggio vuoto e gemette, solo con il rumore delle onde del mare che si frangevano sulla battigia, dalla finestra.
 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Gemini Saga, Sagitter Aioros
Rating: R
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
In proposito:“Unbando intima a questa città di non degnarlo del sepolcroné del lamento funebre
ma di lasciarlo senza tomba, carogna mutilata, sotto gli occhi ditutti, banchetto di uccelli e cani.”

C'è la legge degli uomini, e c'è la legge deglidèi.
C'è la legge del potere e quella del cuore.
Esattamente come in una tragedia antica, maschere bianche che danzanodavanti agli occhi in una notte scurissima. L'ultima notte di Saga diGemini.
{shonen ai Aioros/Saga implied} {Saga-centric} {angst}

Disclaimer: Qui c'è un sacco diroba di Masami Kurumada e molta anche di Sofocle. Il resto ènostro.
Cose: Wow.E così ha termine un Parto Angst, scritto in unasola giornata in cui mi sono isolatadal mondo.
Il parto è statosommariamente breve, ma il travaglio immenso, dato che me lotrascino dietro da mesi (una gravidanza pesante, a tutti gli effetti).Ringrazio spietatamente Milo di Scorpioche mi incitava e ricattava e che alla fine ha tentato di ammazzarmi, Aphrodite di Piscesper ignaulii e il supporto dolcissimo e costante, e il Dolce Mu perl’estremo betaggio(che fa molto estrema unzione, ma nelle dolcimanine di un abitante del Jamirè tutt’altro <3)

Antigone

Molte sono le cose tremende,
ma nulla è più tremendo dell’uomo.

 

 Beaticoloro che vivono
senza provare sventura.
Maquando un dio sconvolge la casa,
ognigenere di sciagura
siabbatte su tutta la sua discendenza:
così, sospinta dalle raffiche maligne dei venti traci,
l’onda corre sull’abisso buio del mare
e rovescia dal fondo la sabbia scura;

rimbombano,gemono, le coste
battute dalle onde, dai venti ostili.

[Sofocle,ANTIGONE]

 

 

I.

 
Era stata la notte più nera, ad Atene, che si sarebbe mairicordata,nonostante lo sfolgorio di mille e mille stelle, sulla volta celeste:il buiole rendeva piccole e lontane. Era un buio di sventura, quel cielo violache leinghiottiva, testimoni piccoli e sconsolati di una notte dove la lucefu datapiuttosto dalle torce agitate dai soldati, nello scompiglio. Urla efuoco, ecomandi imperiosi.
La luce e il destino erano in mano ai mortali.
Le costellazioni si eclissarono, allora, non interpellate.
Chiudendosi in uno sdegnoso silenzio.

 


“Diconoche un editto abbia imposto aicittadini
che nessuno lo seppellisse o lo onorasse dipianto,
ma fosse lasciato senza compianto, senzatomba,
tesoro gradito per gli uccelli che lospiano ansiosi del pasto.”

Furonogiorni tristi.
Si mormorava sul cadavere di un eroe traditore.
Si diceva – pare almeno – che fosse mortoall’Acropoli, sporcando di rosso lesacre colonne del Partenone. Il corpo non fu mai ritrovato, personell’oblio, enon mancò chi disse che era solo un bene: ché illimpido sguardo di Athena dall’altodel Santuario non avesse di che crucciarsi.
Per il resto, erano state date precise disposizioni, che nessuno locercasse: chegli spettasse la sorte che era sempre spettata agli infami, dai tempidei tempi,la stessa che Achille aveva deciso per Ettore, mentre si straziavad’amorperduto, su Patroclo,l’amico Patroclo,freddo e senza vita, e infieriva sul cadavere dell’odiatouccisore, legato peri piedi al carro di guerra.
Che nessuno lo seppellisse o lo onorassedi pianto, si era detto, lasciatosenza compianto, senza tomba!
Quante volte l’Atrideavrà trascinato l’odiatoassassino negli sterpi e nella polvere attorno all’ormaivinta Troia, in segnodi disprezzo, tante volte il Pontefice pareva determinato a gettaredisonore suchi aveva tradito. Si mormorava.
Ma la sua maschera lucida era più muta ed inflessibile chemai – più di quantolo fosse stato negli ultimi anni. Un rigurgito di ferocia come fiammanuova. Lamaschera era muta, ma i suoi occhi brillavano.

Era stato emanato un editto.
Suscitò sgomento, perché tuttiricordarono con un sussulto i biondi riccioli diAioros nel vento, la carezza paterna che aveva avuto per ognuno diloro. Larisata, l’allegria. Il bel volto di Aioros, innocente.
Ma era il destino di un traditore, dai tempi più antichi.
Pagare disonore con disonore.
E la parola del Pontefice fu Legge.

“Un bando intima aquesta città di nondegnarlo del sepolcro né del lamento funebre
 ma di lasciarlosenza tomba, carognamutilata, sotto gli occhi di tutti, banchetto di uccelli ecani.”

 
Saga digrignava i denti, sotto quella maschera.
Senza scoprirsi. Ancora con il fiato corto, come una bestia braccatanellatana.
Ce l’aveva fatta. Ce l’aveva fatta. E la sua parolaora era legge. Era vergatanero su bianco, era stata scritta, era stata annunciata. E ad ognifiatopossente del banditore che annunciava il suo decreto, ilsuo decreto, i denti si stringevano in una morsa compiaciuta,ilbattito accelerava nei polsi, sanguigno e forte, inquell’esplosione della suaschiacciante vittoria: un godimento animale, un brivido erotico, cheeraincapace di trattenere in pieno trionfo. La legge, lapropria legge, l’umiliazione, la sua.
Decretata ed applaudita.
Aioros, l’odiato rivale, giaceva insepolto. Morto einsepolto.
Avrebbe dormito, in quel letto sontuoso, i migliori sonnidella sua vita.
Si sarebbe coricato tra le lenzuola di seta, senza smetteredi assaporare il potere che sentiva metallico sulla punta della lingua,negliavambracci forti, nelle dita affusolate che ora avevano potere di vitao dimorte grazie al cenno più insignificante. Avrebbe dormito ilmiglior sonnodella sua vita, quella prima notte dopo l’edittodall’ingiustizia piùmagnifica, più eccelsa; ma non si accorse, nella sua gloria,della figuraammantata di nero che lasciava, silenziosa, il palazzo, senza farsivedere néudire da nessuno.

- Hai qualche altradisposizione da darci?
- Di non schierarvi con i ribelli.
- Chi è così folle da desiderare la morte?
- Sarebbe proprio questa la ricompensa.

 
La figura procedeva con passo svelto ma cauto, guidata daniente se non dall’istinto.
Sotto il mantello recava con sé unguenti e libagioni, inpiccole anfore, bendedi lino, e un cuore carico di cordoglio. Se non l’avessefatto lui, chi maiavrebbe potuto? Soltanto lui sapeva la verità.
E avrebbe dovuto abbandonare Aioros agli artigli dei rapaci, ai dentidei canicrudeli? Lasciare che la sua carne rosea fosse deturpata, che il suocuoreforte e giusto divenisse immondo pasto per le fiere?
Aioros, anima bella, come farai senza l’obolo di Carontesotto la lingua apagare pedaggio ed oltrepassare la palude dei morti insepolti e senzaonore?Era questo che spingeva i suoi passi furtivi, ma pervasi da una stranacalma.La serenità del martire che va incontro alla propria sorte,certo la morte nonla teme, e allora tanto vale affrettarsi, sì, ma perl’ansia di rivedere quelcorpo amato e sperare di ritrovarlo il più possibile salvo,salvo, che gli dèi possano averlopreservato sinoal suo arrivo!

Si era mosso in fretta, più in fretta che avevapotuto.
In un momento in cui il Pontefice non vegliasse. Dinascosto.
Quella che sarebbe poi stata nota come la Notte degli Ingannil’aveva tenutofermo, trattenendo il respiro, in attesa del compiersi del destino, chequellanotte pareva in mano ai mortali, più che alle stelle. Tra lescie delle torcefuriose, aveva gioito e tremato, e poi c’era stato il sangue.Il giorno dopo,l’editto; e i pianti che si sarebbero levati al cielo avevanotaciuto, perchéal morto erano stati vietati persino i lamenti funebri. Appena eracalato ilsole, dunque, senza esitazione, lui aveva cominciato a muoversinell’ombra,quieto. E nella notte più fonda, aveva lasciato il palazzo,recando con séunguenti e libagioni, bende di lino, e l’obolo per iltraghettatore dei morti,che il pensiero di Aioros, anima bella e splendente destinata a vagareineterno, gli stringeva il cuore, già inaridito e prosciugatodalla sua morteingiusta.

Il nuovo Pontefice,l’usurpatore e il traditore, se neaccorse troppo tardi, di quel che stava succedendo.
Si risvegliò di soprassalto, in una notte nerissima, quellache avrebbe dovuto cullare il sonno più lieto.

“Che cosa?”
E non era fra le lenzuola di seta che dovevano avvolgereil suo corpotrionfante.
Inizialmente non capì, poi l’oscuro presagio gliraggiunse le narici sottoforma di olio profumato, e di essenze dolci. E gli dettero la nausea.Nauseache un corpo più solido del suo represse, intentocom’era a rendere delicati isuoi movimenti: mani pietose stavano lavando ed asciugando un corpo chelalegge gettava al disonore. Mani tremanti, in certi momenti, salde, inaltri,che detergevano la pelle bruna di quello che un tempo era stato ilcavalierepiù ammirato del Santuario. Lavavano via il sangue, lavavanol’infamia.
Mi dispiace, Aioros
,scorrevano giù le lacrime. Midispiaceche non vi siano donne a compiangere il tuo corpo amato, a lavarlo ecospargerlo di essenze, ad avvolgerlo nel lino candido.
“Smettila!” tuonò il santo che avevatradito, gli occhi iniettati disangue, non appena tutto l’orrore dell’infrazioneal suo decreto gli fecevenire la pelle d’oca. “Che cosa staifacendo?”
Mi dispiace che la mia veglia possadurare una notte sola.
“Come osi?!”
Che la tua tomba debba essere scavata infretta, che non vi siano corone di fiori ad ornarti il capo. Nonsboccianofiori notturni, tra queste sterpaglie, ed io ho solo questa notte perrendertionore.

Per un attimo l’uomo più potente del Santuariodovette tacere, tremando dirabbia e di sgomento.
Non riusciva a crederci.
Che non possano essere indetti giochi,come per l’innocente e coraggioso Patroclo,infunerali solenni e pubblici. Mi dispiace, Aioros. Mi dispiace.

“Folle!” la bocca del Pontefice si distorce in unringhio ferino, che fasobbalzare la figura ammantata. “Folle e scriteriato! Credevodi averti messo atacere per sempre, ma cesserai presto di perseguitarmi: non ti accorgidiquello che stai facendo?”
Onorava e preparava la sepoltura al cadavere di un traditore.
La pena era la morte. La pena… madovette interrompersi.
Il mantello nero si dovette sciogliere dalla fibbia che lo tenevaallacciato,nei movimenti difficoltosi delle braccia che soccorrevano pietosamenteil lorofardello, perché una cascata di capelli color del mare eranoemersi,sparpagliandosi sulla schiena e sul petto. Luccicavano sotto le stelle.Questavolta, nessuna torcia.

- Sarò io adargli sepoltura.
E sarà bello, per me, morire in questo slancio.

 
Il Pontefice tacque. Saga alzava gli occhi al cielostellato, che si riflesse nei suoi occhi blu silenziosi. Assorto, senzacederealle lacrime che in un attimo di debolezza avevano risvegliato coluiche dovevadormire, chinò il capo per riprendere il lavoro. Ecarezzò con dolcezza il visoper miracolo incorrotto dell’uomo per cui un tempo avrebbedato la vita, primadi avvolgere il suo corpo offeso nei teli funebri, ignorando quellegrottescheminacce di morte che lui gliingiungeva.

 - Amata giaceròcol mio amato, compiuto uncrimine sacro: è più lungo
 il tempo in cuidovrò piacere ai morti,che non ai vivi. Perché là giacerò persempre.

 

 

 II.

 

La terraera dura.
Saga scavava.
Aveva acquietato la voce feroce che gli rimbombava in testa,e aveva smesso di piangere.
Per fare ciò, aveva dovuto smettere di guardare in visoAioros, l’amato Aioros.Le lacrime non l’avrebbero riportato in vita;cercò di isolare qualsiasipensiero al di fuori di sé, limitandosi ai gesti meccanicicon cui trarlo insalvo dall’onta, con cui dargli una sepoltura onorevole,laggiù, così lontanodal Santuario, di nascosto da tutti, dopo averne decretato la morte eildisonore. Infrangeva il suo stesso decreto. L’avevagià infranto.

 -E hai osato calpestare queste leggi?
- Non era certo stato Zeus a proclamarle,né Dike cheabita con gli dèi di sottoterra.

 Scavava.
A capo chino, senza tempo per la vergogna, per il senso di colpa.Accumulava laterra lontano dall’involto bianco latte, che volevapreservare – spostò contenerezza un lembo della stoffa bianca troppo vicino alla fossa– da ogniulteriore male.

- Non furono loro astabilire queste leggi per gliumani.
E non pensavo che i tuoi bandi avessero tanta forza da consentire a chièmortale
di trascurare le leggi non scritte, ma salde, degli dèi, chenon sono nateoggi, non ieri,
 ma vivonodall’eternità e nessuno saquando si rivelarono.

 Senzatempo per il dolore.
Quello l’avrebbe assalito dopo.
Per Saga era abbastanza essere sgattaiolato via da palazzo, in unanotte nera,mentre Saga il Pontefice e l’usurpatore el’assassino dormiva, ed accorrereguidato da niente se non dall’istinto, sotto il mantellounguenti per lavare ilcorpo e libagioni da tributare agli dèi degli Inferi, inpiccole anfore, comevoleva la tradizione. Se non l’avesse fatto lui, chi maiavrebbe potuto?Soltanto lui sapeva la verità.
Sciagurato”ringhiava qualche oscuroanfratto dentro di lui, nel nero. “Mentecatto!Perché lo fai? Perché mi sfidi?Perché?”
Saga non rispose, sbattendo le palpebre per richiudere lavoce al di fuori.
O al di dentro, ma più in fondo. Per qualche ora ancora. Perquella che forsesarebbe stata la sua ultima notte.
Perché per non pensare alle lacrime chel’avrebbero risvegliato, furente, lasue mente vagava tra le parole solenni di una tragedia antica…

 

-Perché mi accorgo che offendi lagiustizia.
- La offendo, se onoro le mie prerogative?
- Non le onori, se calpesti quelle deglidèi.

La moraledi Saga, Antigone la martire.
Il potere del Pontefice, Creonteil tiranno.
Come in sogno, Saga prese tra le mani quell’involto pesante,che era piuma frale sue braccia di santo d’oro che frantumava le rocce.Tremò, ma fu con manoferma che gli diede sepoltura, nella fossa che lo aveva fatto sudare difaticae timore, che gli aveva rotto le unghie, che gli aveva spezzato ilcuore.
Antigone, la martire, Creonte,il tiranno. Come echinella sua testa, da un anfiteatro dove le maschere si scagliavanoimproperidavanti ai suoi occhi di fanciullo. Eccoli, si susseguivano nella suamentesenza rispettare l’ordine delle battute, come ogni eco difantasma fa. Ed eccole maschere, bianche, dietro le palpebre affaticate – lanotte, il lino biancoche avvolgeva Aioros, tutto era confuso – ecco Antigone, eccoCreonte!

-Il nemico non è mai amico, nemmeno dopomorto!

Trattenne il fiato.
Aioros non era nemico. Era l’amico più amato. Era…
Ed era rivale
, avrebbe replicato il Pontefice,l’assassino. Rivale dannato, chepossa marcire nellapalude stigia!, rimbombava latrando nei suoi timpani, comese l’avessedetto. Marcisca!
Era l’amico più amato. Era l’amore. Eral’amore che aveva lasciato marciredentro inconfessato. Ma era l’amore, e l’amore eraAthena, che li facevanascere per proteggere Giustizia, per proteggere ancora Amore.
Trattenne il fiato di nuovo, barcollando. Eccola, Antigone, bianca, chesiergeva:

 

- Non sono nata percondividere l’odio, maper amare con chi ama.


Lo trattenne ancora. Sapeva cosa sarebbe seguito.

 
- E allora, se deviamare, vattene laggiù,ad amarli!

Seppellìil volto tra le mani.
La serenità del martire che va incontro alla propria sorte,certo la morte nonla teme, e allora tanto vale affrettarsi, sì, ma perl’ansia: Aioros, animabella, come pagherai pedaggio a Caronte senza l’obolo dorato?
Lentamente, Saga scostò i lembi del lenzuolo che giacevainfagottato nellafossa che aveva scavato tutta notte, mentre il Pontefice dormiva.Aiorosdormiva, come l’aveva visto dormire tante volte al suofianco, nei pomeriggipiovosi, dopo l’addestramento spalla a spalla. Si eraripromesso di nonguardarlo in viso, ma non poté farne a meno. Doveva pagarepegno. Si eraripromesso anche questo.

“Quale giustiziaho violato, dèi divini?
ma perché, nella mia sventura,
dovrei rivolgere ancora lo sguardo agli dèi?
Chi chiamerò a combattere al mio fianco,
se sono stata dichiarata, per troppa pietà, empia?”

 
Saga annaspava, correndo, ormai, i capelli abbandonati nelvento.
Ogni immagine negli occhi, ogni profumo, ogni sensazione che non fosseilvento, cercava correndo di imprimerla a fuoco dentro di sé,in un luogo molto,molto nascosto. Per ogni tocco delle sue dita impregnated’olio, per ognisguardo ferito che aveva posato su quel corpo che nessuno dovevapiù vedere.Era sotterrato, era al sicuro. Era stato onorato. Era stato interratoassiemealle libagioni offerte agli dèi dell’Ade, le manitremanti di Saga, sì, sì, gliavevano schiuso le labbra – labbra amate, dèi delcielo, che gli dèi del cielolo perdonassero, se il pianto l’aveva scosso – egli avevano porto in boccal’obolo rituale, prima di sotterrarlo in un mare di lacrime.Adesso correva viada quella tomba segreta, nascondendo ogni dettaglio ed ogni ricordo,all’impazzata,nelle pieghe più recondite di sé stesso, in unpunto in cui nessuno avrebbepotuto trovarle. Poiché la sua condanna era stata segnata,correva perché nonfosse sorpreso, perché la tomba fosse lontana e lui potessenascondere tutto,prima, prima, prima.
Nella sua testa vorticavano impazziti fantasmi di maschere bianche,Antigone e Creonte.
Una tragedia antica. Un Coro che ne decretava il destino.

“Sacrapietà, rendere onore ai morti.
Ma chi ama il potere
non consente mai che qualcuno lo calpesti.
Ti ha uccisa il tuo slancio di orgoglio ostinato.”

 

 

III.

 

IlPontefice si svegliò di tarda mattina, baciato dal sole.
Non c’era spossatezza nelle sue membra che potesse sopraffarela scarica diadrenalina che lo attraversò selvaggia: vincitore!Vincitore, sì, su tutto etutti!
Ignaro di quanto fosse accaduto durante la notte, ignaro della tombalontana,coronata di mirto e alloro, Saga il Pontefice, l’usurpatore el’assassino sirisvegliava con la sensazione di trionfo su tutto. Aveva sentito, nelleprime oredel mattino, gli ultimi echi stanchi di quella voce bella che avevasollevatogli ultimi lamenti per contrastarlo. Aveva fatto appello allapietà e all’amore– all’amore per quelbabbeo, per giunta– e l’aveva sentita fremere come se volesse correrelui di persona, lui, a seppellirecon le sue manicorrotte dal peccato il corpo di Aioros di Sagitter,contro ogni decreto. Ma adesso era mattino inoltrato, e di quella vocenon erarimasta traccia. Il nuovo Pontefice, creatura dagli occhi di brace,l’aveva inghiottita.Era sparita per sempre.
Era una nuova era.
Era una nuova era su cui poter estendere il proprio dominio.
Era una nuova era, e nessun atto di pietàl’inaugurava: si augurò in un ultimofremito d’odio di poter ritrovare un giorno il cadavere diAioros, colui chel’aveva intralciato, dilaniato e fatto a pezzi dalle aquile.
Ma per il momento assaporava il senso di vittoria incontrastata, sulpalato: ilsuo decreto era Legge, come tutti quelli che l’avrebberoseguito. Aveva ilpotere assoluto nelle sue mani. Aveva ogni cosa.

“E tu sappi chenon si compiranno ancoramolti giri del sole senza che tu abbia fornito, cadavere in cambio dicadaveri,
un frutto delle tue viscere, a baratto dei vivi che hai cacciatolaggiù!”

 
Certo, se non avesse ancora in testa echi strani, versialti, in lingua antica.
Una di quelle tragedie a cui da fanciullo aveva senz’altroassistito, gli occhigrandi sulle maschere degli attori. Sono versi che rimangono impressi.

“E di una vitamutata in un sepolcro,nell’infamia, e del morto che tieni qui, dopo averlosottratto agli dèi disottoterra,
senza onori funebri, senza sepoltura, carogna sconsacrata!”

 
Ghignò, quasi compiaciuto.
Un indovino di sciagura.
Era quel tipo di personaggio chein una tragedia scatenava le calamità sulla testa deltiranno.
E provasse un indovino, ora, un profeta cieco ed invasato, a fermarlo!       

 

“E nonè compito tuo, né degli dèi Olimpi,
che subiscono da te questa prepotenza.
Già ti preparano agguati le Erinni di Ades e deglidèi,
le distruttrici, che prima o poi colpiscono,
per intrappolarti in questa stessa rovina!”

Sialzò, lasciando che le lenzuola scivolassero da quelcorpo scultoreo e nel pieno delle forze. Lasciò che quegliechi minacciosi gliattraversassero soffusi le tempie. Le unghie e i palmi delle mani eranorovinati, rifletté stendendo e ripiegando le dita. Possibileche fosse dovutoalla troppa tensione con cui aveva stretto i pugni quei giorni. Ma oraavevavinto.

 “Epresto urla di uomini e di donnerisuoneranno nel tuo palazzo
e tutte le città sono squassate dall’odio,perché le membra dei loro guerrieri
sono state sì onorate di sepoltura,
ma dai cani o dalle fiere o da qualche uccello alato,
che trasporta un tanfo impuro ai focolari dellacittà!”

 
Ignorò ogni ricordo di voce tremula e minacciosa. Ogniprofezia di sventura.
Il Pontefice regnava. Saga di Gemini taceva. L’avevacondannato a morte.

 “Sonoquesti i dardi che ti scaglio nelcuore,
con mano salda, come un arciere, nella furia!

E ti bruceranno dentro, senza scampo.”


Note e commenti:

Credo che non ci sia molto da aggiungere; spero solo che la fanfic sia stata di vostro gradimento, e di non avervi stufato, e che tutto risulti chiaro, perché qua e là la mia vena sadico/masochista ha deciso di far fare capriole al testo, sperando di cogliervi in contropiede. Prego Athena affinché la sua efficacia non ne abbia risentito. *C*;
   I.     La bella edizione di Antigone cui mi sono servita per produrre questo scempio shonen ai angst è quella dei Grandi classici tascabili Marsilio (Sofocle, “Le Tragedie”), traduzione e cura di Angelo Tonelli. Non capendo una cispa di greco, una valutazione della sua traduzione la lascio a chi di dovere: io personalmente l’ho trovata perfettamente scorrevole e molto bella da leggere.
   II.   A Sofocle comunque spettano tutti i credits per ogni parola in corsivo su cui posate l’occhio. Tranne quando Arles il Pazzoide urla improperi contro Sagitter, ovviamente. *O* Un’ovazione per Sofocle!