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19/07/10
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Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
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Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Drammatico
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite

Rating:
PG
Avvertimenti:
One Shot, Shonen Ai
In proposito:
 Untrittico ambientato durante l'assalto al Santuario da parte degliSpectre.
Un riscatto per DeathMask e Aphrodite che rischiano pelle e anima perAthena, ma nessuno si accorge di loro, mai.
Prima che si fraintenda: a me Shiryu piace. A DeathMask, no.
Si, DeathMask ha un gergo da scaricatore di porto.
E si, Aphrodite prende l'iniziativa.

Disclaimer: Kurumada non guardare.
Cose: 
Unpo' shonen-Ai lo è, dai. Avrei voluto mettercene dipiù, ma c'erasempre qualcuno che si intrometteva. Provate voi a pomiciare davanti aRadhamanthis.
CAPITOLO: 3 di 3


Tutta Colpa di Shiryu il Dragone

Capitolo 3
Morire è difficile


Morire una volta è difficile.
E’ l’attimo mostruoso in cui un petalo si stacca e finisce a terra: la descrizione del suo ondeggiare può durare a lungo, ma si sa, la fine è ineluttabile.
L’ondeggiare di Aphrodite si era concluso alla Dodicesima Casa, per mano di un bambino che era caduto al suo fianco, nel sangue e nelle rose.
Dopo c’era stato l’oblio.
Ad Aphrodite l’oblio non piaceva nemmeno un po’.
A DeathMask ancora meno, molto probabilmente, visto che si dava da fare come mai prima, probabilmente per recuperare il tempo perduto.
“Idioti. Levatevi dai piedi!” Sibilò, annientando gli ultimi soldati, che avevano cercato di arrestarli, appena avevano mosso i passi verso Hades.
Non c’era nulla di estetico, nell’oblio. Solo un’eterna damnatio memoriae. Se non altro, in quello che era stato deciso per loro.
Avevano creduto che fosse possibile cambiare le cose, forse, ma lo scontro con Mu alla Prima Casa dello Zodiaco aveva ricordato loro con chiarezza da che parte guardava la Nike: dalla parte di Shiryu il Dragone, aveva ragione Cancer, non dalla loro.
“Qualsiasi cosa faccia quello va bene!” gli aveva detto, prima “Qualsiasi. Anche prendere a calci una cascata. Se noi cerchiamo di renderci utili alla causa prendiamo su come ridere e ci troviamo negli Inferi tre secondi dopo. Dimmi tu.”
Aphrodite non aveva trovato niente con cui controbattere, quella volta.
“Voglio proprio dire due parole al signor Hades.” Ringhiò con disprezzo DeathMask che, in tutta probabilità, stava pensando a qualcosa cui nemmeno il dio dell’Oltretomba avrebbe potuto obiettare. “Rispediti al mittente! Come un pacco postale!”
Aphrodite, rispedito al mittente come un pacco postale, si mosse in avanti, scavalcando il cadavere di una guardia, senza degnare di uno sguardo quegli occhi spenti. Quegli occhi morti.
Guadagnò il fianco di DeathMask e appoggiò una mano sul portone intarsiato, come lo erano tutti, fastosi e pesanti, nel regno degli Inferi.
”Aphrodite.”

Pisces si voltò, adombrando appena lo sguardo con le sopracciglia sottili, a cercare quello del compagno.
Con urgenza, DeathMask gli affondò una mano tra i capelli, strattonandolo verso di sé con una tenerezza rude che l’avrebbe fatto ridere, in un’altra occasione, e lo baciò con foga, con rabbia, con amore represso.
“Un ultimo desiderio per un condannato” borbottò come scusa, quando si staccò.
Aphrodite non sorrise. Lo guardò e basta. E ritenendo di avere bisogno di un desiderio a sua volta, si accostò e pretese di nuovo le sue labbra.

Cercò il suo sapore, che conosceva, quello aspro e dolce appena sotto il gusto aromatico delle Assos.
Il portone venne tirato indietro d’improvviso, strappando la maniglia dalle dita di Aphrodite. DeathMask si mise in guardia, teso, e il Saint dei Pesci sollevò con orrore lo sguardo in quello di Radhamanthis, appena apparso sulla soglia, elegante e letale, che li osservava con gentile sorpresa. Nei suoi occhi, Aphrodite riassaporò l’oblio.
Radhamantis fece un passo in avanti. Con più o meno nonchalance, Aphrodite e DeathMask ne fecero uno indietro.
“Voi cosa ci fate qui, ragazzi?”
“Non hai bisogno di saperlo,” ringhiò DeathMask, per nulla impressionato dal tono flautato e carezzevole dell’altro.
“Non me lo volete dire?” un altro passo avanti.
“Siamo qui per parlare con il signor Hades.” Aphrodite lo sfidò con la stessa voce di velluto.
“Vedere il signor Hades? I perdenti non hanno diritti da avanzare.”
“Che diavolo dici, monosopracciglio?!” lo rimbeccò DeathMask, punto sul vivo. Eccone un altro che rimarcava la linea che separava vincitori e vinti.
“Dico che ti prendo a calci fino allo Sekishiki.”
“Se pensi di farcela, allora accomodati.”
E Radhamanthis si accomodò. Si accomodò con tutti i comfort, proprio.

“Non può essere…” alla Prima Casa, Mu fece un passo indietro, come Aphrodite e DeathMask negli Inferi. Si era trovato davanti ad altri compagni caduti: Camus, Shura e Saga avevano salito la scalinata ed ora lo fronteggiano, senza una parola o uno sguardo che non fosse ostile. Tuttavia… “Non può essere. Saga sta piangendo. Il cuore di Saga sta piangendo! Non solo Saga. Camus, anche Shura. Sento che le loro anime sono in pena e stanno piangendo lacrime di sangue!"

Percepì qualcosa, nonostante nessuno dei tre mosse un muscolo del viso.
“Quindi è così.” Balbettò Mu, che comprese. Comprese perché. “E’ dunque questo il motivo…”
Alla Prima Casa Mu intuì quello che dopo gli sarebbe stato chiaro. Che Saga e gli altri erano solo carne da macello, solo un diversivo. Che Shura avrebbe tenuto sulle labbra quell’espressione dura fino alla fine, nonostante piangesse ora lacrime di dolore. Che Camus guardava l’Ottava Casa adesso, che Milo non poteva vederlo, ma se avesse dovuto arrivargli di fronte avrebbe mantenuto una maschera imperturbabile.
Alla prima Casa Mu comprese che Saga, Shura e Camus non erano traditori. Che forse il vero intralcio erano lui e gli altri Cavalieri d’Oro.
Continuò a combattere perché intuì soltanto e non poteva correre il rischio, ma infondo al cuore quelle lacrime lo toccarono.
Se qualcuno gliel’avesse fatto notare, Mu avrebbe riconosciuto con sorpresa la propria leggerezza, ma in quel momento non ci pensò.
Alla Prima Casa, il fatto era quello, Mu non prese nemmeno in considerazione l’idea che DeathMask e Aphrodite avessero pianto, nel cuore, le stesse lacrime.
E, a pensarci dopo, non avrebbe davvero potuto dirne il perché.

Non più Gold Saints, non più Specter, traditori per entrambe le parti . Non erano mai stati tanto indifesi. Una vulnerabilità che sembrò eccitare Radhamanthis. Avanzò compassato, lo sguardo luminoso della belva in agguato e portò i suoi attacchi con rapidità sconvolgente. Li colpì alle spalle. Più volte. Mentre correvano nell’unica direzione concessa, quella che li avrebbe portati verso la Bocca dell’Ade.
Aphrodite non udì DeathMask implorare, ma si sentì il sangue rombare nelle orecchie per la vergogna, perché di certo lui lo fece. Si maledì, mordendosi le labbra, e il sangue le rese rosse come i petali.
Pochi istanti dopo, i loro piedi pendevano nel vuoto.
Radhamanthis, il monosopracciglio, il Gigante Infernale numero Uno, li teneva per il collo senza sforzo apparente, uno con una mano, uno con l’altra.
Radhamanthis era uno Specter democratico.
Iniziò a stringere, poco a poco.
DeathMask scoccò un’occhiata ad Aphrodite. Ah, non ci voleva. Che schifo, morire così. Dopo tutte le figure di merda al Santuario, quella era la Figura di Merda con la lettera maiuscola. Una figura così davanti ad Aphrodite.
La Giustizia? Avrebbe dovuto credere in quella?
“Com’è che ha fatto quella biscia orba ad uscire da questa situazione?” pensò ad alta voce, febbrilmente. Guadagnandosi un’occhiata sconvolta di Aphrodite, che stringeva le mani al polso di Radhamanthis. “Beh, era in una situazione simile, no?!” Si ricordava eccome di com’erano andate le cose: bello come il sole della sua Sicilia, DeathMask stava gettando la lucertola cieca nel buco infernale. Poi aveva spintonato giù da una roccia, da qualche parte della Cina, la morosa petulante di Shiryu il Dragone. Gli dava noia, con quelle preghiere da rompipalle. Beh, era stato l’inizio della fine: Shiryu il Dragone si era ripreso miracolosamente. Aveva cominciato quel discorso allucinante e a metà il suo cloth l’aveva lasciato in mutande. Digrignò i denti. L’eventualità di prendere esempio da Shiryu il Dragone era assolutamente fuori discussione. “Quello deve il culo alla morosa!” latrò di rabbia, senza suscitare nemmeno un battito di ciglia da parte di Radhamanthis.
Suscitando un gemito da parte di Aphrodite, che detestava l’oblio, che aveva desiderato per sé e DeathMask una seconda possibilità.
Che aveva pianto lacrime di Sangue sulla scalinata del tempio, e Mu non le aveva viste.
Aphrodite sapeva che morire era difficile. Se ne era accorto quella notte stellata alle soglie della Dodicesima casa, in cui era morto per mano di un bambino, disteso al suo fianco nel sangue e nelle rose.
Se la prima volta la morte l’aveva sorpreso, alle spalle, in quel modo orribilmente semplice che non era riuscito a spiegare, questa volta si faceva strada verso di lui guardandolo dal basso, nelle sembianze oscene di un’orbita cieca che si beffava di lui. Adesso la vedeva. Adesso la riconosceva.
Le dita di Radhamanthis strette alla gola erano un contatto quasi rassicurante, sulla Bocca dell’Ade. Quando se ne accorse, smise di implorare.
Non era elegante andare verso la morte in lacrime.
Non era da cavaliere.
Non era bello.
E invece lui doveva essere bellissimo, sospeso sull’orlo dell’abisso, cosciente dei suoi ultimi istanti prima di esserne inghiottito.
Sollevò il viso, incurante del dolore di dita inguainate nel metallo oscuro di Hades, che premevano il suo collo, affamate.

Ci fu un momento in cui girò la testa, per quanto possibile, e fissò gli occhi azzurri in quelli di DeathMask. Un muto addio, ma di quelli intensi, di quelli che si fanno sentire. A dirgli che questa volta non sarebbe morto per primo, ma se ne sarebbero andati insieme. Poi decise.
Guardò bene negli occhi di Radhamanthis e gli sputò in faccia.
Un gesto fatale.
Caddero entrambi.
Aphrodite si trovò ad aderire al fianco di Cancer nell’attimo della caduta infernale, mentre guardava in su. Aveva DeathMask a fianco e in bocca il sapore di quell’ultima Assos.
Per un attimo fu tutto perfetto così com’era.
Che cosa c’era da invidiare, in fondo, a Shiryu il Dragone? Era vero o no, dopotutto, che loro non erano traditori e quello doveva il culo alla sua morosa?


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Drammatico
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite

Rating:
PG
Avvertimenti:
One Shot, Shonen Ai
In proposito:
 Untrittico ambientato durante l'assalto al Santuario da parte degliSpectre.
Un riscatto per DeathMask e Aphrodite che rischiano pelle e anima perAthena, ma nessuno si accorge di loro, mai.
Prima che si fraintenda: a me Shiryu piace. A DeathMask, no.
Si, DeathMask ha un gergo da scaricatore di porto.
E si, Aphrodite prende l'iniziativa.

Disclaimer: Kurumada non guardare.
Cose: 
Unpo' shonen-Ai lo è, dai. Avrei voluto mettercene dipiù, ma c'erasempre qualcuno che si intrometteva. Provate voi a pomiciare davanti aRadhamanthis.
CAPITOLO:2 di 3


Tutta Colpa di Shiryu il Dragone

Capitolo 2
Quello che ha salvato Shiryu


“Ma cosa diavolo…?!” pensò DeathMask quando Mu gli afferrò il polso, bloccando un attacco diretto. Lo pensò, ma non fece in tempo a far giungere alle labbra l’imprecazione che si ritrovò spinto all’indietro, quando la presa di Mu gli piegò il braccio, con quell’assurda forza circolare, e lo scaraventò via.
Andò a sbattere con forza contro una colonna.
Beccavi sempre le colonne, per Athena, quando ti scagliavano via. Mai prendere lo spazio in mezzo. Che diavolo.
Mentre scivolava verso il suolo, dolorante, cercò con lo sguardo Aphrodite. Non si poteva dire che anche lui se la stesse passando meglio.
Mu dell’Ariete ce la stava mettendo tutta, a complicare quella salita. Di certo era per Sion, che adesso se ne stava buono buono e incappucciato lì, nell’angolo. Trovarselo davanti così, e così mutato negli intenti, avrebbe fatto montare su tutte le furie chiunque. Anche uno come Mu.
Aphrodite si rialzò da terra, il respiro pesante. Si concesse un attimo di riposo, una volta diritto sulle gambe, spostandosi dalla fronte una ciocca dei capelli setosi. Si accarezzò le labbra, distrattamente, e scendendo ancora materializzò una rosa tra le dita.

Bastava mirare al cuore e mirare bene. Che ci voleva, infondo?
Una morte dolce per il Gold Saint della Prima Casa. E poi su, ancora e ancora.
Se solo Mu avesse saputo, li avrebbe lasciati andare, forse.
Ma non si poteva fare parola.

“La testa di Athena sarà nostra. Cedi il passo.” Sciorinò, invece.
Aphrodite accarezzò con il polpastrello il gambo, senza guardare. Teneva lo sguardo fisso su Aries. Aspettavail momento migliore per lanciarsi all’attacco.
Lo sapeva Mu, che lo fronteggiava impavido, lo sguardo limpido e innocente, di chi sa di non avere mai tradito.
Lo sapeva DeathMask che lo guardava da dietro, ancora appoggiato alla colonna.
DeathMask non si era accorto di avere addolcito lo sguardo, accarezzando le linee di quella sagoma elegante, che adesso faceva inarcare il polso e faceva ruotare tra le dita una rosa profumata e perfida. Che adesso si stagliava tra lui e Mu.
“Levati da lì, puttanella.” Sibilò rialzandosi, senza nemmeno ammettere con se stesso che non desiderava che Aphrodite si beccasse il colpo al posto suo, “Ci penso io.”

“Quella merda di cavaliere con la biscia lampeggiante sulla schiena. Quel deficiente che prende a calci una cascata per farla andare all’insù!”
stava pensando queste cose di Shiryu il Dragone, DeathMask, durante la salita verso la Prima Casa: era più o meno per quello che si era poi fatto avanti con tanto entusiasmo alla proposta di Sion. Come se avesse potuto riscattarsi agli occhi di Athena. O anche solo ai propri. “Quel coglione che ha come hobby orbarsi!”

Con tanto trasporto aveva descritto ad Aphrodite come sarebbe finita secondo lui quella missione al Grande Tempio, che aveva finito per innervosirsi. Sarebbe finito tutto in malora, aveva detto, e né Athena né nessun altro avrebbe cambiato idea nei loro riguardi, sarebbero stati ricordati come traditori. Al diavolo.
E quando DeathMask si innervosiva - per lo meno era stato così da quando era stato battuto in quel modo ignobile alla Quarta Casa - era Shiryu il Dragone a farne le spese. “Io sono morto e corro come un imbecille su per i gradini, e quello sarà da qualche parte ancora vivo e cieco!”
Imprecare tra sé gli dava come un pallido sollievo.
Di tanto in tanto cercava di accentuarlo girandosi a guardare Aphrodite in corsa, inseguendo uno sguardo che non veniva corrisposto, o anche solo per trovare quel sorriso appena accennato, di impertinente superiorità, che il Gold Saint di Pisces aveva sempre sulle labbra, a sottolineare la bellezza del suo viso.

Aphrodite si voltava, quando sentiva il suo sguardo su di sé. Per destino o per chissà che altro, si girava sempre quando DeathMask l’aveva già distolto.
Non sapeva se trovare la situazione irritante o divertente.
Nel dubbio, non mosse un muscolo del viso e continuò a correre. Senza farsi distanziare da Camus, che puntava ostinatamente il proprio sguardo lontano, oltre la Prima Casa, e non si girava indietro. Senza un’occhiata al resto del gruppo che sentiva attorno a sé.
Aveva ascoltato le parole di DeathMask, poco prima, e aveva allargato il suo sorriso irriverente: a lui non importava di chissà quale riscatto. Che lo pensassero un traditore di Athena non era che un noioso cavillo.
Per qualche strana ragione gli importava se importava a DeathMask, però. Per questo si fece avanti al suo fianco, quando Sion fece la sua proposta.
Non certo per Sion o per Athena. Lo aveva fatto per DeathMask, che sulle scale del Santuario sibilava come un grosso gatto.

Per quanto lo riguardava era tutto perfetto: era vivo, per il momento, nella brezza della notte ateniese. La nuova armatura nera che lo inguainava era leggera e rassicurante come un’ombra e faceva risaltare la luminosità della sua pelle, il colore delle sue rose. Sopra la sua testa le stelle ingemmavano la notte.
E nella bocca aveva ancora il sapore delle Assos fumate da DeathMask.
Era tutto perfetto così com’era.
Per quanto fosse tutto perfetto, tuttavia, Cancer dava segni di nervosismo crescente. Era per colpa di Shiryu il Dragone: avanzare verso la Casa di Mu gli aveva fatto tornare in mente quel giorno sciagurato in Cina.
Se solo l’avesse fatto a pezzi quel giorno, quando se lo era trovato davanti, quel deficiente con la biscia tatuata tra le scapole, adesso non sarebbero a quel punto. Adesso collezionerebbe ancora teste alla Quarta Casa, farebbe qualche visita alla Dodicesima e… non era quello il punto.
Il punto era che sarebbe stato tutto diverso se Mu non avesse fatto il suo arrivo trionfale per salvare l’idiotonto cieco.
Fu allora che il timpano di marmo lucente della Prima Casa divenne visibile ai sei Specter in corsa.
Fu in quel momento che Sion fece arrestare il drappello e fece la sua proposta.
“Non è saggio mostrarci tutti insieme. Andrò io e due di voi verranno con me, gli altri attenderanno un mio segnale. Chi di voi cavalieri si fa avanti?”
Camus non rispose subito, scivolando ancora silenzioso, con lo sguardo, verso un tempio conosciuto da cui non sapeva se augurarsi o meno che qualcuno lo guardasse. Shura aggrottò le sopracciglia e Saga tentò di dire qualcosa, ma aveva appena dischiuso le labbra che DeathMask lo precedette. DeathMask stava proprio pensando a Mu che aveva salvato Shiryu il Dragone.
“Vengo io con te, Sion.”
“Mi unsico a voi.” Laconico fece eco Aphrodite, con la voce vellutata e la bocca profumata del fumo delle Assos di DeathMask.

“Avanti, allora.” Lo incitò Mu, affilando lo sguardo, vedendo DeathMask rialzarsi e avanzare verso di lui. “Attaccate insieme. Che aspettate?” ringhiò.
“Ancora non capisci, Mu?” senza darsi la pena di togliersi il cappuccio, Sion ebbe la bella idea di mettersi a fare conversazione “Ribellarti a loro significa ribellarti a me. Te l’ho già detto prima.”
DeathMask portò il peso da una gamba all’altra. Ci mancava solo fare salotto.
“Se così fosse pagherò con la vita.” Ribattè Mu con quel tono a metà tra la sfida e la deferenza, e DeathMask pensò se per caso non c’era tempo per un’altra sigaretta, prima di mettersi a combattere decentemente, “Ma DeathMask e Aphrodite…! Non potrò mai perdonarvi!”
“Si, si.” Sopirò Cancer e il suo pensiero pungente raggiunse ancora Shiryu il Dragone. Aphrodite non trattenne una risata morbida, mettendosi in guardia. Il suo elmo era andato perduto nello scontro precedente e adesso i capelli gli ricadevano liberi e morbidi sulle spalle. Il suo aspetto non era mai stato ingannevole come in quel momento.
“Vi spedirò all’inferno con le mie mani!” Mu fece espandere il proprio cosmo, carico di rabbia.
“Per la prima volta, Ariete, ti vedo mostrare gli artigli.” C’era una nota d’orgoglio nelle parole di Sion. Una nota che DeathMask smontò immediatamente:
“Le pecore non hanno gli artigli. Non hai mica tanto chiaro che animale sia l’ariete, tu, eh?”
Se Mu avesse potuto incenerire con lo sguardo lo avrebbe fatto. Invece passò al contrattacco in maniera che Sion giudicò più infantile:
“Tu taci, che ti sei fatto atterrare da un Bronze.” Così, secco.
Gli occhi di DeathMask divennero due braci ardenti. Aphrodite, soprappensiero, ne ammirò il contrasto con la surplice scura.
“Non mi ha atterrato! Mi sono ritrovato in mutande! MUTANDE!”
Da sotto il cappuccio, Sion spalancò gli occhi basito. Il che non fermò DeathMask, punto sul vivo: “Quel deficiente del mio cloth ha smesso di funzionare sentendo le puttanate che diceva quello là! Bella forza picchiare uno in mutande e poi farlo cadere nel fosso degli sfigati! Ti rendi conto? Ero in mutande davanti a Shiryu il Dragone! Non sapevo se sbattere la testa contro una colonna o scavare un buco per nascondermi ed escogitare qualcosa!” Mu era rimasto momentaneamente senza parole. Avrebbe voluto dire qualcosa ad effetto, qualcosa come “Ex Cavalieri d’Athena, preparatevi a morire!”, ma Cancer l’aveva investito come un torrente in piena.
“TI RENDI CONTO?” DeathMask recuperò la posizione di guardia, ormai al termine dello sfogo “Immagina il tuo cloth che ti manda a quel paese mentre te stai in mutande davanti ad un cretino imberbe! Che tra parentesi si è rimesso a vedere grazie a me!”
Sion ritenne di dover prendere in pugno la situazione.
“Andate avanti. Qui ci penso io. Andate a prendere la testa di Athena.” Li implorò, quasi.
“Al diavolo, Sion!” DeathMask si lanciò all’attacco personalmente. “Prendi questo, Mu! Sekishiki Meikaiha!”
Aphrodite fu colto in contropiede: l’attacco di Cancer non gli aveva dato il tempo di curare la propria offensiva. Chiuse meglio le dita attorno alla rosa velenosa e bellissima, e seguì il compagno contro Mu, per un attacco combinato. “Bloody Rose!”
Mu ebbe solo il tempo di serrare le labbra prima di esercitare la difesa: “Starlight Extinction!” invocò. Ed andò a buon segno.
Se ne rese conto Apfrodite, con una smorfia sulle belle labbra, rendendosi conto che non avrebbe avuto il tempo, ancora una volta, per salutare DeathMask, che gli rimaneva in bocca soltanto il profumo delle Assos.
Se ne rese conto DeathMask che non ebbe il tempo di rubare il profilo di Aphrodite con un’ultima occhiata. Ma che non si stupì, infondo, della propria sconfitta: dopotutto Mu era quello che aveva già salvato Shiryu il Dragone.
Ci fu un esplosione che li avvolse, un fascio di luce potentissimo.
Aphrodite e DeathMask, poi, scomparvero nella luce senza lasciare alcuna traccia.
Se non un pacchetto di Assos appena cominciato che rotolò ai piedi di Sion.



 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Drammatico
Personaggi Principali:Cancer DeathMask, Pisces Aphrodite

Rating:
G
Avvertimenti:
One Shot, Shonen Ai
In proposito:
 Untrittico ambientato durante l'assalto al Santuario da parte degliSpectre.
Un riscatto per DeathMask e Aphrodite che rischiano pelle e anima perAthena, ma nessuno si accorge di loro, mai.
Prima che si fraintenda: a me Shiryu piace. A DeathMask, no.
Si, DeathMask ha un gergo da scaricatore di porto.
E si, Aphrodite prende l'iniziativa.

Disclaimer: Kurumada non guardare.
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Unpo' shonen-Ai lo è, dai. Avrei voluto mettercene dipiù, ma c'erasempre qualcuno che si intrometteva. Provate voi a pomiciare davanti aRadhamanthis.
CAPITOLO:1 di 3


Tutta Colpa di Shiryu il Dragone

Capitolo 1
Assos per uno Specter


Il cielo di Atene era di un’oscurità talmente densa, quella notte, da sembrare velluto fresco, ingemmato dalle costellazioni che spiccavano vivide.
Aphrodite sollevò il mento ed enumerò a fior di labbra quelle che conosceva, per ingannare l’attesa.
Nessuno si sarebbe aspettato una notte diversa da quella, come scena per il dramma che si andava a mettere in atto. Aphrodite, almeno, era pienamente soddisfatto di quella volta scura.
“Perché ridi?” chiese a DeathMask quando si accorse del suo sguardo insistente.
“Io non sorrido mai. Io sogghigno.”
Aphrodite scrollò appena le spalle, divertito, e tornò alle costellazioni sopra le loro teste.
Saga sedeva poco lontano, insieme a Shura, in silenzio. Camus era come fuso nell’ombra della rovina dietro cui si riparava. Si appoggiava al rudere con la schiena, per rigirarsi, insolitamente inquieto: dava l’impressione di volersi nascondere, come se temesse di esporsi alla presenza del Santuario, che gravava imponente e inaccessibile, in apparenza.
Quello stesso Santuario cui presto avrebbero dovuto dare l’assalto.
Obbedendo agli ordini di Hades.
Obbedendo agli ordini di Hades più o meno, certo.
Di fatto, aspettavano tutti le disposizioni di Sion. Sion rimaneva immobile. E non diceva nulla.
Aphrodite sospirò.
DeathMask si accese una sigaretta.
Che andasse al diavolo la prudenza, che i Gold Saints rimasti vedessero pure il luccichio della brace nella notte. Al diavolo anche i Gold Saints.
Furono più o meno questi i pensieri che Cancer tradusse in un’occhiataccia rivolta a Camus, che dall’ombra scosse la testa con disapprovazione. Aquarius riappoggiò le spalle alla parete e rimase immobile, nella stasi dell’attesa.
Nella stasi di chi attende e freme perché non può aspettare oltre. Non più.
DeathMask interpretò la propria come una vittoria e trasse dalla sigaretta due boccate di pura soddisfazione.
Il pacchetto era di quelle buone, di marca. Assos.
Se l’era procurato proprio lì ad Atene, appena uscito dagli inferi.

Alla macchinetta automatica e arrugginita appena fuori da una stazione di servizio semidiroccata.
Non ci aveva messo spiccioli nella macchinetta.
Non ne aveva, appena tornato dall’Ade.
Non ce li avrebbe messi neanche se li avesse avuti, in verità, non DeathMask di Cancer. Ci aveva messo invece un pugno ben assestato.
Aveva fracassato vetro e metallo e quando aveva ritirato la mano stringeva tra le dita il suo nuovo pacchetto di Assos.
“Un ultimo desiderio per un condannato” aveva ghignato in risposta allo sguardo laconico di Shura di Capricorn e aveva alzato il pacchetto come se fosse stato un calice, come per un brindisi.
“Quando il fornitore tornerà non sarà contento.” Aphrodite distolse lo sguardo dal cielo ingemmato e lo posò su DeathMask, seguendo il filo di fumo che si attorcigliava su se stesso, disegnando arabeschi nell’aria.
“Che venga a protestare da me. Ho giusto un buco vuoto sul soffitto della Quarta Casa. Ci piazzo la sua faccia.”
Aphrodite sorrise pigramente.
“O magari ci metto la tua, Piscis.” Continuò l’altro, “Ti ho già detto che è bella?”
Il sorriso sornione di Aphrodite si allargò.
“Mai abbastanza, Cancer. E comunque moriresti prima di tentare.” Poi indicò la sigaretta, ricordando le sue parole: “L’ultimo desiderio di un condannato?”
“Non sono ancora morto.” Diede l’ultimo tiro e gettò la cicca a terra, secco.
L’ultimo filo di fumo disegnò un fregio bianco particolarmente coreografico.
“Guarda, DeathMask. Sembra un dragone cinese.”
“…non parlarmi di dragoni, Aphrodite. Non farlo.” Premette il tacco per terra, con rabbia, e pestò il mozzicone fino a ridurlo a brandelli, lì nella sabbia.
“Ma che guerriero impavido!” lo prese in giro Saga “Hai annientato il nemico con un colpo solo, Cancer.”
“Che diavolo vuoi?” berciò l’altro e in risposta gli mostrò il dito medio con alterigia.
Aphrodite si coprì la bocca con la mano, a nascondere un sorriso. Da lì a qualche istante avrebbero salito le scale eburnee del Santuario e avrebbero raggiunto Athena, casa dopo casa. Sulla strada avrebbero incontrato antichi amici. Non era esattamente il caso di farsi una sghignazzata. Sarebbe stato, inoltre, poco consono, sotto lo splendore triste di quella notte preziosa, sarebbe stato inelegante: prima di fare una cosa del genere, Aphrodite si sarebbe tolto la vita con le proprie mani.
Meno sensibile al fascino di quella notte giocata d’azzardo, DeathMask camminava avanti e indietro, nervoso come una tigre in gabbia.
“Non parlarmi di dragoni, Aphrodite! Ti ho già raccontato di come quell’avanzo di galera di Shiryu sia riuscito, con un assurdo inganno da ciarlatano a…?”
“Più o meno un centinaio di volte, DeathMask.”
“Ah. Non importa. Il fatto è che quel maledetto…”
“Sai che il nero ti dona?”
“…eh?” DeathMask si interruppe, spiazzato, come se Aphrodite gli avesse dato un pugno nello stomaco. Adesso lo stava guardando soddisfatto, ammantato da quella sua incontestabile, ingannevole innocenza.
“Che diavolo hai da guardare?” intimò, ma la sua voce si incrinò e, suo malgrado, non suonò così dura come avrebbe desiderato. Come di solito era.
Si maledì per quello.
Aphrodite non si maledì affatto. Aphrodite si congratulò con se stesso, invece.
“Guardo te, naturalmente. Trovo che tu stia bene in nero.”
DeathMask cercò di replicare, ma , confuso, passò prima lo sguardo da Aphrodite ai propri pettorali, inguainati nella surplice di Hades. Lo fece un paio di volte e, prima di mettersi a balbettare come un babbeo, trovò più conveniente chiudere la bocca.
“Anche tu stai bene.” Disse alla fine.
“Ma è naturale. Io sto bene con tutto.”
Aphrodite – DeathMask uno a zero, pensò Camus e quel dialogo più di qualunque altra cosa lo indusse a starsene dov’era, nell’ombra.
Il Gold Saint di Piscis si guardò intorno, quasi furtivo. Poi si avvicinò di più al Cavaliere di Cancer.
“Cosa fai?” DeathMask aggrottò le sopracciglia.
“Un ultimo desiderio per un condannato?” si avvicinò ancora.
“Ti ho già detto che non sono ancora mor…” si rese conto di quello che Aphrodite aveva intenzione di fare solo quando con le labbra sfiorò le sue; se ne accorse anche Camus che si girò dall’altra parte “…ripensandoci sono già morto, dopotutto.”
Chiuse le labbra su quelle di Aphrodite, carnose e seriche, in un bacio che sconfinò in un morso aggressivo. Aphrodite lo morse di rimando, non accennando a muoversi nemmeno quando le mani di DeathMask si chiusero sui suoi avambracci. Poi Cancer gli succhiò il labbro inferiore e Aphrodite si allontanò, in silenzio, un passo dopo l’altro.
“Che diavolo hai da guardare?” questa volta, rivolto ad uno stupefatto Saga, DeathMask riuscì ad essere particolarmente convincente.
Saga non disse niente. Si limitò a girarsi verso Sion che si era mosso in avanti.
DeathMask gli mostrò il dito medio, rammaricandosi, a quel punto, di avere la completa attenzione di Gemini solo quando non era necessaria.
“Mah.” disse. E basta.
“E’ tempo.” Sion catalizzò l’attenzione di tutti su si sé, rubando irrimediabilmente la scena a Cancer.
Camus uscì finalmente dall’ombra. Si avvicinò, coprendo la distanza con passi misurati. Aphrodite seguì il suo sguardo e vide che puntava l’Ottava Casa. Era uno sguardo indecifrabile. Anche Shura si avvicinò, e il suo viso non rivelava emozione alcuna.
Improvvisamente Sion scattò in avanti, con l’agilità di un felino all’attacco, e un attimo dopo i sei specter correvano senza una parola verso la Prima Casa dello Zodiaco. La Casa di Mu dell’Ariete. Questo non portò Sion a vacillare nei suoi intenti, comunque.
Hades era andato a cercare, nel mare delle anime, quelle di sei guerrieri che avessero servito Athena e che per lei fossero morti.
Gli ordini erano stati precisi: percorrere il cammino dello Zodiaco attraverso le Dodici Case. Raggiungere lei, la dea.
E dopo averla guardata negli occhi, tagliarle la gola.
Nemmeno per un istante Hades, signore degli inferi, aveva paventato un rifiuto. E rifiuto non c’era stato.
Adesso sei guerrieri correvano verso Athena con corpi nuovi e giovani e con armature nere come la notte ingemmata che li sovrastava.
Laddove avevano avuto tutti armature d’oro come il sole della Grecia.
“Al diavolo.” Sibilò tra i denti DeathMask.
Il fatto è che c’era qualcosa che Hades, nella sua immensa saggezza, non aveva nemmeno preso in considerazione.
Lo zotico dell’oltretomba, stava pensando DeathMask, si era illuso invano sul fatto che dei Saints di Athena potessero tradire in quel modo tanto pietoso.
Nessuno di loro lo avrebbe fatto.
Nemmeno lui, che di Athena, per dirla tutta, gli importava poco più che della macchinetta automatica che aveva fracassato in città. In modo particolare poi, se aveva scelto di incarnarsi in quella scialba ragazzetta.
Avesse almeno un bel paio di tette, pensò. Poi pensò anche, inspiegabilmente, che nemmeno Aphrodite ce le aveva, ma che la cosa non lo turbava, infondo.
Prendendo atto di quella riflessione imprecò rumorosamente, suscitando un ringhio rabbioso da parte della guida del drappello.
“Al diavolo, Sion!” ribatté.
Aphrodite si girò a guardarlo, con aria interrogativa. A muso duro, DeathMask ricambiò lo sguardo: “Sai che cosa mi manda totalmente in bestia?”
“A parte il fatto che stai assaltando il Santuario come Shiryu il Dragone ha fatto prima di te?”
“…molto divertente, puttanella. Davvero molto divertente.” C’era mancato poco che non mettesse il piede in fallo sui quei maledetti gradini e cadesse lungo disteso. Non voleva nemmeno pensare all’eventualità in cui fosse successo. “Stavo dicendo” ringhiò “che mi manda fuori dai gangheri l’idea che stiamo andando tutti al macello. Così, come ad una scampagnata.”
Aphrodite serrò le labbra ma non disse niente, continuando a correre.
“Tutti e sei. Ma il punto, quello che mi fa imbestialire, sai qual è?”
“Qual'è?”
“Che nonostante questo, nessuno lo saprà. Penseranno che siamo noi i traditori, accidenti a loro.” Agitò la mano più o meno in direzione della Prima Casa, bellicoso, “Nessuno sprecherà una parola per me o per te, puttanella, ci puoi contare. Tanto valeva continuare a collezionare teste!”
“Mh mh.” Aphrodite fece seguire un sospiro e aumentò l’andatura per non farsi distanziare da Camus.
“E sai qual è la cosa peggiore?”
“Ce ne è una peggiore?” Shura si intromise, annoiato.
“Puoi contarci che c’è!” sibilò DeathMask inviperito.
“Allora?”
“Sai alla fine di questa battaglia del cazzo chi si prenderà tutto il merito agli occhi di Athena?”
“Chi?”
“Shiryu il Dragone!”



 

Autore:Aphrodite dei Pesci e Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Satira
PersonaggiPrincipali:  Capricorn Shura, Una Mary Sue
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot
Inproposito: Unafanciulla che è la reincarnazione di una potentedivinità. Un GoldSaint che viene a darle la sua protezione. Una storia che nasce come unsogno e, si sa, i sogni son desideri.
Disclaimer:
LaMary Sue è nostra. Shura è di Masami Kurumada
Cose: 
 Dedicatoatutte le Mary Sue dell'Efp della sezione Saint Seiya. Vi amiamo.
E dedicato al nostro Camus di Aquarius che oggiva al mare e ci mancherà.E al nostro Hadessama  che da oggi è finalmente invacanza! *C* Bravissimo!


Roxanne
I'll Be Your Mary Sue

ROXANNE:

Roxanne chiuse il manga con un sospiro.
Lei era la reincarnazione di Efesto, ma lo avrebbe scoperto solo a fine fanfic. In quel momento guardò fuori dalla finestra della sua cameretta con aria sognante, pensando che sarebbe stato davvero bellissimo se i Saint di Athena fossero esistiti davvero e uno di loro, ma anche tutti e dodici, volendo, fossero venuti a salvarla dalla sua grigia quotidianità.
…se poi volevano venire anche tutti e ottantotto, che male poteva esserci?
Accarezzò con la mano la copertina del volumetto appoggiata sulle coperte rosa. Il volto del cavaliere di Dragone la guardava di rimando con lo sguardo fiero.
Fu in quel momento che sentì quella voce:
Madre de Dios!”
Roxanne sbatté le palpebre.
Chi parlava in spagnolo in casa sua? Non poteva esserci nessuno, dal momento che la villetta era  deserta, da quando i genitori erano morti in un incidente stradale: era successo prima che lei scoprisse che erano dei maghi, e lei… ma questo è un altro fandom.
Si girò di scatto verso la finestra da cui proveniva il tenue bagliore lunare, annichilito dall’inquinamento luminoso del pub di fronte.
Qualcuno stava cercando di entrare.
Roxanne si illuminò. Guardò il manga sulle coperte.
Ma forse… e poi quelle parole in spagnolo…
Ci mise poco a fare due più due: il Cavaliere d’Oro della Decima Casa era di certo lì per lei. Si riassettò i capelli in fretta, si schiarì la voce e si mise ad aspettarlo accavallando voluttuosamente le gambe: del resto lei si chiamava Roxanne e sarebbe stata di certo, più di chiunque altra, la Mary Sue perfetta per Capricorn.
Le tende si mossero e qualcuno si spinse all’interno della stanza.
Ma non era Shura.
Era uno degli ubriaconi del bar di sotto.
“No…” disse lei sconsolata.
Lui si fece avanti con un ghignaccio, spostandola, deciso a rubarle l’argenteria per andarsi a fare un’altra bevuta.
“Ehi” disse Roxanne, affranta: non cercava nemmeno di metterle le mani addosso? Ma che razza di cafone!
L’ubriacone stava per protestare, ma venne spalmato a terra da un lampo di luce dorata.

SHURA:

Era giunto in Sicilia, alle falde dell’Etna dalla Grecia, in un lampo grazie al Settimo Senso.
Aveva trovato la ragazza grazie al Sesto.
E per non utilizzare oltre il Cosmo, si era messo volenteroso a scassinare la finestra.
Madre de Dios!” imprecò quando si schiacciò un dito tra le imposte. Entrare di soppiatto nelle abitazioni dei civili era una competenza ancora non richiesta a un Cavaliere d’Athena.
Si era scostato stringendo i denti e un ubriacone puzzolente gli era passato davanti.
“Grazie Capo! A buon rendere!”
Cosa? Pensò Shura. Il tempo di placare il dolore e lo aveva inseguito, prima che gli mandasse a monte la missione. Sarebbe bastato un solo segno di violenza per risvegliare Efesto e Capricorn doveva evitarlo ad ogni costo.
Tramortì l’alzagomito con una bordata di Cosmo e si trovò davanti la fanciulla: lei sgranò gli occhioni acquamarina, il visetto alabastrino incorniciato da lunghissimi capelli boccolosi color dell’ala di corvo che le giungevano fino alle chiappe.
Chiappe sode da Mary Sue.

ROXANNE:

Sgranò gli occhioni acquamarina, il visetto alabastrino incorniciato da lunghissimi capelli boccolosi color dell’ala di corvo che le giungevano fino alle chiappe.
Chiappe sode da Mary Sue.
"Oh, Shura!” miagolò “sapevo che saresti giunto a salvarmi!”
“Madre de Dios” ribadì Shura, ma si costrinse a farle un sorriso. Un sorriso che riuscì estremamente caldo, latino e sensuale.
“Oh, SHURA!” lei era estasiata. “Adesso mi porterai via con te, vero? Faremo tutte le cose che ho sempre sognato, vero? Andremo ad abitare al Santuario, faremo tante feste in casa di Aldebaran – ho sentito dire che è un ottimo cuoco – Milo e Kanon faranno lo spogliarello sulle sacre pietre del tempio – ma io non li guarderò… beh, non tanto, perché avrò occhi solo per te, Shura, e poi Milo è un maniaco, il peggiore, mica come questo qui” e giù una pedata all’ubriacone svenuto “e tu dovrai difendermi e vi picchierete nell’arena e io vi fermerò piangendo perché ci deve pur essere qualcuno che difenda la pace e si occupi di voi, mica come quella troietta con i capelli lilla che vi ritrovate per dea, poi diventerò la confidente di Muino Puccino Carino e andrò dall’estetista con Aphrodite e spiegherò le parabole buddhiste a Shaka che secondo me non le ha mica capite tanto bene, sai che ho comprato il libro Piccole Perle di Saggezza che ha scritto un monaco tibetano? Secondo me Shaka non l’ha mica letto! E Doko e Shion non li voglio conoscere, tanto sono vecchi, e neanche Cancer, ma ti sembra che uno possa chiamarsi Maschera di Morte e far del male al povero Shiryu che te gli hai regalato l’Excalibur, quindi è un bravo ragazzo. Aioros poi è vivo? Saga è ancora schizzato? Aioria ha davvero fatto fuori i Titani tutto da solo? Camus è un ghiacciolo, ma io saprò scioglierlo e diventeremo amici! Non trovi che Marin e Shaina siano due rompipalle? Comunque ci sposeremo, tu vivrai alla Decima e io alla Tredicesima e avremo tanti bambini e anche qualche gatto! Yay!” Saltellò.
Passo qualche secondo di silenzio gelido. Poi, Shura fece un movimento del polso, un movimento molto, molto sexy, e le offrì una rosa scarlatta.
“Per te”.
“OH SHURA!” strillò lei, afferrò la rosa e la portò al viso annusandone il delicato profumo, estasiata. E cadde a terra svenuta.
Shura sorrise.

SHURA:

Era fatta.
Più semplice di quanto avesse creduto.
La rosa era stata uno stratagemma geniale. Ricordava perfettamente le parole di Aphrodite.“Shura, ascoltami bene: qualunque cosa accada non portarla al Tempio. Mai. Mai portare al Santuario le Mary Sue, non hai idea di cosa possano fare”.
Que?” aveva domandato lui.
Que!? BALLANO nei Templi. Calpestano le rose, cercano di penetrare nelle riunioni private dei Gold Saint e, soprattutto, non entra loro in testa che sono incredibilmente, esondantemente, irrimediabilmente gay. …ma diamine, Shura, non vai mai sull’EFP?”
“L’EFP? È forse un qualche anatema antico?”
“Sì, più o meno. Lascia perdere. Non ho idea di come ti sbarazzerai di lei, ma sai il fatto tuo. Se ti trovi in difficoltà, dalle questa: la tramortirà e avrai guadagnato tempo”.
E Capricorn si era trovato in difficoltà. La rosa di Aphrodite - che non era mai stato da un estetista perché, semplicemente, non ne aveva alcun bisogno - si era rivelata provvidenziale.
Si fece su di lei e alzò il braccio caricando Excalibur.
“Non devi ucciderla” si era raccomandato il Pontefice “a meno che non miri a mettere le sue unghiette su Mu, intesi?” Shion era molto protettivo nei confronti del suo allievo. “O su Doko”,precisò, che era protettivo anche con l’amante.
Shura aveva annuito, che tanto Doko non lo puntava mai nessuna: il Roshi era basso.
Il punto, però, era che tutte le cose che la ragazza aveva detto su Athena e i compagni gli avevano fatto girare le palle.
Il braccio in cui risiedeva Excalibur, carico di Cosmo, però, richiamò il bagliore sopito nel corpo della fanciulla.
Merda, pensò Shura, abbassando subito la mano. C’era mancato poco. L’atto di violenza avrebbe risvegliato Efesto. Non poteva fare niente.
In quell’attimo di ineluttabilità, Roxanne aprì gli occhi.

 ROXANNE:
“Oh, Shura!” Roxanne si svegliò con la sua battuta standard sulle labbra “Devo essere svenuta. Mi accompagni a prendere un tè?” domandò cortesemente. Dopotutto era l’attività abituale dei cavalieri a riposo.
Shura poté solo sospirare – e Roxanne credette fosse un sospiro d’amore – e  portarla in cucina.
“Faccio io,” disse lui, che era pur sempre un Cavaliere.
“Ma no, faccio io!” trillò lei.
“Guarda che sei appena svenuta” Shura diede prova di una faccia di bronzo encomiabile.
“Ma tu sei mio ospite!”
“Guarda ho già visto dove sono le cose…” la interruppe allungando il braccio verso il barattolo dello zucchero.
“Ma che pessima padrona di casa, sarei!”
Roxanne, che già sentiva il dolce avvampare dell’amore e voleva essere una Mary Sue con tutte le carte in regola, balzò verso la credenza, aprì l’anta con tutta la forza di un corpo di fanciulla innamorata che ospitava un fabbro divino, e spiaccicò con precisione invidiabile la mano di Capricorn nello sportello. Excalibur era fuori uso.
MADRE DE DIOS!” fu il grido che attraversò la Sicilia fino all’Etna.
“Oh, Shura! Perdonami!” e gli prese la mano tra le sue.

SHURA:

Perdonami un corno, pensò.
Strinse i denti, che un Saint è abituato al dolore, però non è che ci sia proprio affezionato.
Non poté fare a meno di ripensare al modo in cui era stato incastrato.
La piccola Athena sedeva sul trono accanto al Pontefice Shion. Doko sorrideva a entrambi e palesemente era chiaro che non avrebbe mosso un muscolo per aiutarlo.
Shura si era ritrovato candidato alla missione ancor prima di poter dire  per intero Athena Exclamation. Non che potesse dirlo, comunque.
“Vacci tu, Shura” lo spinse amichevolmente avanti DeathMask “Che sei l’unico etero qui in mezzo”.
"Ehi” protestò Aioria, ma ebbe il buon senso di tacere, dal momento che non aveva nessuna voglia di misurarsi con Efesto formato ragazzina.
Era stato uno sciocco ad accettare, ma in quel momento l’espressione piena di orgoglio di Aioros e Saga lo avevano reso fiero. Il Sacerdote non aveva perso tempo e gli aveva consegnato il Sigillo di Athena, con cui avrebbe dovuto chiudere Efesto da qualche parte e liberare la ragazza.
E adesso si trovava con un’Excalibur da riparare.
Trattenne tra i denti una bestemmia ad Hades e si volse verso la ragazza.
Se la ritrovò con il viso a due centimetri dal suo.

ROXANNE:

“Oh, Shura… sono così maldestra… ma so io come farmi perdonare!” Roxanne frullò le ciglia, chiuse gli occhi e protese le labbra coralline verso il Cavaliere.

SHURA:

Capricorn saettò lo sguardo attorno. Il barattolo dello zucchero era perfetto, se ne rese conto. Pur nel dolore, riuscì ad elaborare un piano.
Se la violenza avrebbe risvegliato Efesto, ecco allora che quella diventava la strada da seguire. Prima che le labbra di lei si incollassero alle sue la colpì sulla fronte con una tazzina da caffè.
Fragile fronte di Mary Sue.
Per la seconda volta in dieci minuti, Roxanne finì a tappeto.
Il cosmo di Efesto brillò ferocemente, spandendosi nella stanza.Ci fu un attimo di sospensione, in chi Shura bruciò il suo, fino ai limiti estremi della propria costellazione. Comprese il Cosmo della divinità, ancora non pienamente risvegliato. Lo guidò verso il barattolo dello zucchero, consapevole e amareggiato di stare giocando al Fabbro divino un tiro poco piacevole.
Pronunciò le parole rituali e sigillò il barattolo con il Sigillo di Athena, rapidissimo.
Era tutto finito.
Sospirò di sollievo.
Si chinò sulla ragazza, deciso a prenderla in braccio e a sistemarla sul letto, dove avrebbe potuto riposare. Era pur sempre un cavaliere.
Con ogni probabilità avrebbe creduto di avere sognato, complice il manga che stava leggendo.
Solo, quando si abbassò, nel sonno lei protese ancora le labbra.
“Oh, Shura…” mormorò languida.
Carramba!” esclamò lui, balzò all’indietro, sbattè la testa contro la lavagnetta con lista della spesa e bestemmiò silenziosamente mezzo Pantheon.
Aveva ragione Aphrodite, pensò. Queste Mary Sue sono pericolosissime.
Senza perdere altro tempo, strinse a sé il barattolo dello zucchero e fuggì da dove era entrato, usando tutti i sensi a propria disposizione per mettere più distanza possibile tra sé e l’Etna.
Il Santuario l’avrebbe accolto come un eroe.
Grazie, Shura.
 
Autore:Camus di Aquarius
Genere:Commedia, Romantico
PersonaggiPrincipali: Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Phoenix Ikki,Scorpion Milo, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Hyogasi ritrova davanti alla Casa che, al Santuario, meno si sente ingrado di affrontare. E non per viltà: ben pochi inverità sarebberodavvero sicuri di voler conoscere il ragazzo diIkki di Phoenix. Specie quando con Ikki di Phoenix hai una qualsiasiquestione in sospeso. { Hyoga/Shun, Shaka/Ikki and Milo/Camusimplied }
Disclaimer:
Kurumada, guardaci! Guardaci!
Cose: 
Oneshot dallo strano cast,senza pretese, confezionata grazie all’impagabile aiuto diMilo di Scorpio evagliato dall’imbizzarrimento di Aphrodite dei Pesci, volto auccidere o comunque fare moltomale Hadessama. Così, in simpatia. E per fargli capire isuperpoteri malefici diShun nelle dinamiche di gruppo. Mi sono divertita molto ad entrareinsintonia con Hyoga, per scrivere questa, e ve la lasciocosì, sperando chefaccia sorridere. Shaka è il vero protagonista senza volere,e questo mi faridere. Ikki mi ammazza. Milo e Camus sono due genitori. Hyoga/Shun,wah, cheemozione. Sono una semplice simpatizzante della Hyoga/Shun ma...chissà cosa ciriserva il futuro. <3 (sono piccoli e spuccevoli!>O<) Baci e abbraccia chiunque legga. <3

Squarciareilvelo

Ovvero: ipoteri del Buddha.

 

 

 

Quelloera davvero, davvero l’ultimo posto in cuiHyoga di Cygnus avrebbe voluto trovarsi. Era arrivato con entusiasmo aipiedidel Santuario di Athena, aveva accolto persino con gioial’aria polverosa e troppocalda per i suoi gusti, al pensiero di potere rivedere il suo Maestro,e conlui la persona che più vicino ad un maestro poteva essere.Camus di Aquarius,Milo di Scorpio: aveva teso le mani ad entrambi, commosso e felice divederli,con la sensazione di non avere più un problema al mondo.
Ora, invece, davanti a quel Tempio, avrebbe volutosolamente sprofondare.
Sprofondare, e scavare con l’uso di un cucchiaioun tunnel che risbucasse direttamente sulla scalinata della SettimaCasa. Masfortunatamente non aveva con sé un cucchiaio.

 Erasuccesso tutto molto alla svelta.
Hyoga stava facendo l’inventario dei vestitipiù estivi del suo armadio, le valige aperte sul letto e duebiglietti d’aereoappoggiati poco lontano. Ikki gli era apparso alle spalle, avevaaspettato chesi girasse, e l’aveva guardato come si guarda lo yakuza dellabanda avversariaa cui stai per puntare il coltello a serramanico sotto la gola.
“Dov’è Shun?”
“Fuori.”
“Fuori dove?”
“Al cinema. È uscito con Shiryu e Shunrei,prima che partissero per la Cina.”
“E Seiya è già partito? Con Saori? Ocon chidiavolo altri?”
“Non ancora. La signorina Saori invece è via daun pezzo.” Il biondino tornò a dedicarsi alle suegrucce, radunando quellevuote in un angolo. Riattaccò bottone, giusto per fare duechiacchiere: “E tu,invece, dove sei stato?”
“Non sono affari tuoi.”
“Ehi, ma che modi. Che…?”
“Piuttosto. ‘sta storia del mare?”tagliò cortola Fenice. Lo spinse sul letto, la mano aperta sul suo petto. E Hyogacapì cheera cominciato il terzo grado.
“Oh. Ah. Sì. Io e Shun andiamo al mare.”
Semplice onesto, diretto. Per ricompensa ottenneun grugnito.
“Hn.”
“Sai... rimarremmo qui da soli, io e lui.”Tentò di approfondire il giovane saint, senza mostrare peril momento alcunsegno di cedimento. Proseguì, in tono ragionevole:“Quest’estate non c’ènemmeno la signorina Saori. Lo zoo è divertente. Per leprime due volte delmese. Poi sai com’è. E Shun…”Qui distolse lo sguardo, per grattarsi appena lanuca, un’occhiata distratta alle valige, come se ci fossequalcosa d’importanteda controllare. “Insomma, sembrava felice di andare adOkinawa. Diceva che nonc’era mai stato, e…”
“Sentimi bene.” Ikki lo fissò senzascamponegli occhi, facendoglisi sopra, minaccioso sino alla soglia delfraintendibile. L’altro si fece più serio,facendosi indietro. “Che cosa proviper Shun?”
Hyoga ebbe uno scatto indietro con la testa,corrugando le sopracciglia. Ma arrossì. Dopodichénon ci fu un bel niente dadire, mentre il cavaliere della Fenice si ergeva in tutta la suastatura equello del Cigno si preparava alla sfuriata del secolo, conscio che lacosapeggiore, in tutto questo, era che c’era da aspettarselo. CheIkki lo capisseprima di Shun, perlomeno. Si prese la testa fra le mani, un rantolo disconforto, e si subì ogni insulto – una saporitagamma di variazioni sul tema“idiota” – ogni imprecazione ed ogniminaccia. Dall’inizio alla fine. Tuttoquanto.
“È Shun!” sbottò alla fine,esasperato e inimbarazzo. Che diamine, era pure sempre Ikki! “Gli vogliobene! Lo sai!”
“Seh. E a me? A me vuoi bene, Hyoga?”
Raramente il mondo aveva accolto note tantosardoniche nella voce di un uomo. Hyoga si spinse ancora piùindietro, sedutosul letto, borbottando cautamente  che sì, certo,in un certo qual modo, forse.A quel punto si beccò una sfuriata maggiore dellaprecedente: Phoenix non amavasentirsi preso in giro, né tantomeno ricevere dichiarazionida finocchio.
“Sai di cosa parlo, Cygnus!”
“È lo stesso, ti dico! Come puoidire…”
“Non sono idiota. Mbè? Hai perso la lingua, cosinodei ghiacci?”
Hyoga avvampò e si alzò in piedi, il cuore chegli martellava nelle orecchie, da adolescente che era: “Checosa vuoi sapere,Ikki? Che cosa provo per Shun? Beh, non è quello che provoper un fratello,nemmeno per un amico: se lo sai, smettila di tormentarmi!”
Un conto era saperlo, un altro dirlo ad altavoce.
Hyoga ci aveva messo coraggio, tanto percominciare.
Ikki da parte sua la prese più o meno bene.Come una martellata nello stomaco, grossomodo.
Contò fino a tre, poi fino a dieci. Poi decisedi accertarsi personalmente del livello di idiozia di Cygnus:
“Molto bene. E lui?”
“E…?” Assistette ad un cambio repentinodiespressione facciale. Grandi occhi azzurri sbattevano davanti alle suepalpebre, ogni piglio combattivo andato a farsi benedire: “E…lui? Non lo so…”
Il vulcano stava per eruttare tutta la suafuria.
Volò una sberla che prese Hyoga ruvidamente intesta, ma, contro ogni aspettativa, meno forte di quanto credeva. Unnormalescappellotto, mentre Phoenix più che ringhiare borbottava:“Te lo dico io,scemo. Anzi, non te lo dico nemmeno. Non te lo meriti. Ma ti avverto,Cygnus.”
Lo sovrastò un dito, minacciosamente teso inavanti.
“Spezzagli il cuore,
e io ti spezzo latesta.”
“M… ma smettila!” Adesso era veramenterossocome un peperone. Non voleva indagare oltre, gli sembrava che Ikki colsuoatteggiamento rivelasse già qualcosa a cui non volevapensare, a scanso di farsitroppe illusioni. Aveva già le idee confuse per conto suo, equesto per lui eraveramente troppo! Si innervosì: “E non capisco ilsenso di questo discorso!Non… intendevo fare niente di
strano,durante questa vacanza, e il fattoche tu sia venuto qui a farmi questo discorso mi irrita!” Efu così che se lofece sfuggire: “Insomma! È che se io venissi achiederti conto di che cosa faialla Sest-”
Se ne accorse in tempo e si morse la lingua. Sene accorse in tempo, ma non
abbastanza in tempo.
Ikki si era girato, ignorando quasi totalmenteil suo bel discorsetto, del tutto innocente: nella sua ottica, lui eravenuto adargli una mano, a quell’idiota di Cygnus. Stava anziraccogliendo un paio digrucce vuote, per farsi spazio sul letto. Ma a quel punto, lentamente,si girò:

“Scusa?”
“Niente.”
Aveva risposto troppo prontamente. Ingenuo.
“Hyoga. Vieni qui.”
A Hyoga era rimasta solo una cosa da fare, e lafece.
Aprì la porta dietro le sue spalle, e scappò.

 “MaestroCamus?”
“Dimmi, Hyoga.”
“Non c’è modo di passare per lascalinata senzaattraversare le Dodici Case?”
Camus sollevò le eleganti sopracciglia, mentrepasseggiava accanto all’allievo, che aveva Miloall’altro fianco. Un Miloparticolarmente di buonumore, che contribuiva a spandereserenità sulquadretto: “Dovresti saperlo bene, giovane saint!”
“Ah, certo. Mi chiedevo solo se…”
“Dal momento che sei in visita, facciamociannunciare!” rise, Scorpio, una mano a stringergliaffettuosamente la spalla.Era davvero contento che Hyoga avesse accettato l’invito diCamus di passare lìcon loro qualche giorno, durante quelle vacanze estive, e volevaadoperarsi perrenderglieli decisamente memorabili. Qualche giorno, prima dipartire perOkinawa, aveva considerato Hyoga. Considerato che la data delvolo suo e diShun era stata posticipata di una settimana, aveva tutto il tempo delmondo perandare a trovare i suoi maestri. E aveva accettato contento. Anche oralo era,e sorrise volentieri di rimando al cavaliere dello Scorpione; salvo poisbiancare, quando lo vide entrare a passo baldanzoso nel mistico atriodelSesto Tempio dello Zodiaco: “Virgo! Haiospiti!”
Oh, Athena, poté solo pensare. E nessuno,aTokyo, se avesse saputo, gli avrebbe dato torto.
Nessuno si sarebbe sentito tanto sicuro di volerconoscere il ragazzo di Ikki di Phoenix.

Primauna pantofola, dritta in faccia.
Così, perché Ikki era un tipo bene educato, ele scarpe se le toglieva, ad entrare in casa altrui.
Un attimo dopo era Ikki stesso a sovrastarlo,scuoterlo e ringhiargli nelle orecchie:
“E seanche fosse? Hai qualcosa dadire? EH?”
“E se… anche…niente!”riuscì a infilare Hyoga,prima di venire sbattuto al muro. E trovarsi la faccia di Ikki diPhoenix, nerocome la morte, a cinque centimetri di distanza, non eraun’esperienzapiacevole. Affatto.
“Cosa ne sai, tu?”
“Non sono idiota” sbottò, restituendoglicongli interessi la stoccata di prima. E gli scrollò anche viale manacce. “Senti,non è colpa mia se noto le cose. Non lo sapevo per certo!Però sento in chedirezione sparisci, di tanto in tanto. E ti conosco. EShun…” Distolse losguardo, sospirando, e si scrocchiò anche il collo, ora cheera libero. “Senti,non è che mi abbia detto niente. Però diventatutto rosso quando parla di te elui.”
Ikki fece un passo indietro, sonoramente, erimase immobile.
Il suo piccolo, dolce fratellino, che stavadifendendo.
Tradito dal suo candore.
“Hm.”
“Non fraintendermi. Se non ne vuoiparlare…”
“Bah, non c’è niente da dire.”
“Ci verrai a salutare, all’aeroporto?”
Toccò alla Fenice barcollare, e a mugugnare didoversene andare. Prima di tutto, partivano per il mare, non per latrincea.Non era il tipo da commoventi saluti al gate, sventolamento difazzolettinibianchi e altre baggianate del genere. In secondo luogo, quellaconversazionel’aveva già prosciugato di gran parte delle sueenergie. Nello sguardo con cuilasciò Hyoga alle sue valige, dopo pochi, sbrigativi saluti,si ripromise diriprendere il discorso dove l’aveva interrotto. Ma primaaveva bisogno diriordinare un po’ le idee, e magari anche di uncaffè.

Intendiamoci.Hyoga non pensava un bel niente, inmerito.
Hyoga neppure l’aveva attraversata, la Sesta Casa.
Hyoga, mentre Ikki si oscurava in un mondo diluce, era intrappolato in una bara di ghiaccio un piano piùin su, spedito indirettissima dall’allora Pontefice di Athena in persona, unviaggio che gliaveva risparmiato molte scale, una collezione di teste,un’ingloriosafiguraccia di Seiya, e un tour per le Sei Vie della Trasmigrazione. Chedettacosì sembrava una cosa carina, ma non ci avrebbe giurato,almeno a giudicaredalla fama che precedeva Virgo, che ora emergeva dall’ombradelle sue stanze rispondendoal richiamo di Milo.
Hyoga si tenne religiosamente in disparte, insecondo piano rispetto alle sue guide, limitandosi ad osservarediscretamentequella che per lui poteva benissimo essere una creatura mitologica. Cheper ilmomento chiacchierava normalmente:
 “Ospiti?”
“Ben due gold saint” sogghignava Milo, fiero e beneretto. “E niente meno che un guerriero divino.”
“Che magnifica notizia” li accolse il Buddha, laserenità incarnata. Non mise particolare enfasi nellaconstatazione, ma neppurescortesia. E voltò appena il capo verso i corridoi dellaCasa, i lunghissimicapelli biondi che gli scoprivano impercettibilmente il collo:“Ikki!”
Hyoga, a quel punto, cominciò a passarementalmente in rassegna sigle di cartoni animati.
Non trovò niente di meglio, in alternativa allaprospettiva dell’incontro che lo aspettava.
“Ma prego, entrate. Milo, Camus.”Incontrò losguardo azzurro di Shaka di Virgo mentre la regia stava trasmettendo Georgie.“E Hyoga di Cygnus, presumo.”
“È un onore, Cavaliere di Virgo.”
Per fortuna Cygnus era di Aquarius degno allievo,e nulla scalfì la sua espressione.

In capo a due minuti, erano tutti seduti suicuscini ad un tavolo basso, del tutto simile a quelli tradizionaligiapponesi:Shaka, impassibile, offriva infuso fresco di karkadè ai suoiospiti, Milo eCamus con lui scambiavano brevi, sintetiche chiacchiere e Hyoga eraancora inbalia delle sigle dei cartoni animati. Ikki si era fatto uncaffè, per sommadisperazione dell’inserviente a capo della servitùdella Sesta Casa, che nonriusciva mai a fare il suo lavoro, quando la Fenice era nei paraggi.Andava,veniva, puliva e si preparava le cose da solo, mandandola in crisi.L’avevalasciata mentre si sfogava ripulendo ossessivamente i fornelli dallepochemacchie che il santo di bronzo si era lasciato sfuggire nella sua operaimplacabile; il suddetto guerriero, per conto suo, sedeva di fronte aHyoga e afianco di Shaka con la sua tazzina fumante, e pareva perfettamentetranquillo.
“…e Aioria è tornato ieri.”
“Mh. Interessante.”
“Giusto, Hyoga. Non hai visto Aioria a Tokyo,negli scorsi giorni?”
Interpellato, il giovane saint di Athena spense l’audiosu La Rosa di Versailles e appoggiò ilbicchiere sul ripiano: “Oh, sì.Fino a pochi giorni fa. Seiya ne ha approfittato per allungare la suapermanenza a Villa Kido, con Shiryu e Shunrei. Ah, e naturalmente conShun.”
Ikki aguzzò le orecchie, ma non disse niente. Nonaveva ancora detto una parola, d’altro canto: si limitava afare presenza, comesuo solito.
“Ah, sì, me l’ha dettoAioria.” Milo sistiracchiava, perfettamente a suo agio nel gruppetto seduto a quellatavola –sebbene avesse sempre trovato balzana l’idea tutta orientaledi un tavolino conle gambe tanto corte. Ma si stava comodi, seduti sui cuscini, e lui neapprofittava per stirarsi come un gatto, soddisfatto: “Visiete divertiti?”
“Oh, sì. Il gruppo si è mezzoricomposto prima dipartire per le vacanze. Dato che rimangono tutti a casa piùdel previsto, ne hoapprofittato per passare a salutarvi.”
“Hai fatto solo bene.” Camus sorrideva,quietamente, seduto composto. Chi conosceva bene Aquarius potevacogliere lasfumatura d’affetto con cui gli si rivolse: “Ti hogià detto che puoi restareil tempo che vuoi.”
“Sì, maestro.”
Shaka sorseggiava infuso fresco, di fronte aquell’idilliaca scenetta.
Se non fosse stato il Buddha, lo si sarebbe potutodefinire annoiato.
Milo, che ben conosceva i suoi polli, si preparò aprovocarlo con un’uscita delle sue, nascondendo un ghigno nelsuo bicchiere.Shaka lo ignorava, ben conscio del suo proposito, e lui si divertiva amorte apensare a cos’avrebbe potuto escogitare per alterare ilcontegnodell’Illuminato. Hyoga, intanto, una volta libero dallacolonna sonora che gliera partita in testa, ricominciava a chiacchierare normalmente:
“Ah, Ikki!”
“Mh?”
“Tu hai deciso dove andare? In vacanza,intendo.”ì
Per Ikki il concetto di vacanza era abbastanzarelativo. Sollevò le sopracciglia, senza rispondere niente.Era uno di queitipi per cui “vacanza” non esiste, abituato adassociare il sole e il caldo piùagli allenamenti roventi della sua isola che ad ombrellini nei cocktailespiagge tropicali. Per evitare di intavolare un discorso del genere, silimitòad essere vago:
“Dipende. Non  ho ancora deciso.”
“Perché sai…”Contò fino a tre. Sorrise, volenteroso.Era deciso. Era lanciato. “Così. Il volo perOkinawa mio e di Shun, ricordi… èstato spostato di una settimana. Ecco, potremmo chiedere sec’è un altro posto,ora che la data non è più cosìprossima.”
Era un altruista cavaliere di Athena.
Il silenzio fu tanto forte da ronzare. Hyogasorrideva, ignaro. Shaka sorseggiava karkadè, senza un soloproblema al mondo.Camus, poco empatico in generale, si domandò ilperché di quell’interruzione.Milo qualcosa nasò, soprattutto perché Ikki sirabbuiò.
E si alzò in piedi, senza indugiare oltre.
Cupo come un temporale all’orizzonte.
“Hyoga. Vieni con me.”
“Eh? Ah. Sì.” Cygnus si alzò,preso incontropiede, saettando subito dopo gli occhi sui presenti:“Scusate.”
Uno sguardo di scusa al maestro, e a Milo, che liosservava attentamente, un cenno a Shaka, e seguìl’amico fuori, confuso. Ilsilenzio continuò a ronzare. Shaka poggiò conaria estremamente zen ilbicchiere sul ripiano, in un impercettibile rumore, e si sarebbe dettoche dalì a poco sarebbe arrivata una perla di saggezza che avrebberischiarato lasituazione come una lama di luce nel buio. Invece non arrivòun bel nulla.
“Jasmina. Abbiamo anche del tè freddo, incasa?”
“Sì, nobile Shaka!”
“Virgo” lo interpellò immediatamenteScorpio, mentrel’inserviente svolazzava via a prendere il tè.“Che cosa succede?”
“Eh?”
Camus continuava a non seguirli per niente.

Intanto, là fuori, Ikki prendeva Hyoga per ilbavero e lo spalmava tra sé e una colonna, continuando laserie di orribilicomportamenti equivoci che fanno di uno shonen manga terreno fertileper lunghitopic su forum yaoi. Hyoga gemette, una volta di più,sentendo il principio diuna depressione da record: se fosse stato libero di muoversi, ciavrebbesbattuto più volte la testa, contro quella maledettacolonna, chiedendosiperché, perché, perché, perchéfinisse ogni volta a quella maniera eperché, perché, perché, perchénon riuscisse mai a tenere la boccachiusa.
“Cygnus. Ripeti quello che hai detto.”
“Scusa” preventivò istantaneamente.
Ikki contò fino a diecimila, chiudendo gli occhi.Molto rapidamente.
“Ripeti. Quello. Che hai. Detto.”
Perlomeno, Ikki aveva il dono di farlo pentireimmediatamente delle boiate che di tanto in tanto riusciva a farsisfuggire.Per quanto raramente potesse accadere, non una volta che glielalasciassepassare. Questa volta, Hyoga si rese più o meno conto diquello che volessefargli capire, ma cercò comunque di giustificarsi:“Scusa. Davvero. Cercavosolo di essere gentile!”
Silenzio. Ikki sospirò. Se l’era aspettato. Ilvecchio, prevedibile Hyoga.
“Nel senso, a me farebbe piacere se tu venissi connoi. È una cosa che mi è venuta in mente, tuttoqui! Era una bella idea…”
Il vecchio, idiota Hyoga. Tardo come unatartaruga rincoglionita, altro che Cigno del Nord e balle varie.
“Anche a Shun farebbe piacere!” stava perdendoenergie, e gli fece quasi tenerezza quando finì perpigolare, confuso: “No?”
Ikki lasciò appena la presa sulle sue spalle, dopoavere assorbito e valutato per bene le parole dell’altro. Poisollevò il viso egli sorrise. Solo Athena poteva immaginare gliinsulti che stavano perscaricarsi su di lui, ed era bene che da brava signorina educata cheera sitappasse momentaneamente le orecchie.

Shaka di Virgo si limitò ad alzare le spalle,serafico.
“È leggermente iperprotettivonei confrontidi suo fratello.” Ottenuto il suo tè freddo,offertone anche agli altri duecavalieri d’oro, concluse la sua spiegazione: “Edato che fra quei due ragazzisembra esserci qualcosa, vuole tenere la situazione sottocontrollo.”
Prese un sorso della bevanda dolce, elogiandonementalmente la freschezza.
Shaka di Virgo, semplicemente, era quello cheaccoglieva il passo furibondo di Phoenix, di ritorno dal Giappone, ilqualearrovellandosi suoi propri problemi cominciava a camminare in tondo e asbottare in mezzi sfoghi e mezze confessioni, ringhiando, brontolando escaldandosi come una teiera sul fuoco. Tutto questo davanti agli occhidelBuddha, serenamente seduto nella posizione del Loto, che essendodisabituatoper natura agli adolescenti mortali si limitava a guardarlo dare inescandescenze e a non dire niente.
In tutto questo, nemmeno si immaginava delleproporzioni della sua rivelazione.
Camus e Milo lo guardarono come se con le suestesse mani egli avesse strappato il velo di Maya, che ottenebrava iloro sensicon la fallacità dell’illusione, e ora rivelavaloro il Reale. E tutto questobevendo tè freddo. Senza dubbio, Shaka di Virgo eral’uomo più vicino agli dèi.
“Ora scusate. Vado controllare che il sangue nonsporchi le mie scale.”

 

“Hyoga.”Là fuori, intanto, si consumava undramma. “A Shun farebbe piacere, se io venissi. A tefarebbe piacere.Anche a me. Forse. Non è questo ilpunto.”
Che fatica che si doveva fare. Ikki eraammirato, tuttavia, della calma che stava ancora mantenendo, purritrovandosi –uno come lui, che diamine, e parlando di suo fratello!Cygnus gli dovevaun favore – ad insegnare a quel cretino l’ABC.
“Sì, lo so, lo so! Scusa, sono un idiota. Macercavo solo di essere gentile!” rimarcò,energicamente, in tutta onestà. Fu ilcolpo di grazia per il cavaliere della Fenice, che, afferratolo dinuovo per lespalle, cominciò a scuoterlo violentemente contro quellastramaledettissimacolonna:
“Non devi essere gentile! DEVI SBRANARE CONFEROCIA CHIUNQUE TENTI DI METTERSI TRA DI VOI!”
“E… eh?” sillabò Hyoga,piantando una sonoracraniata.
“Cosa te l’ho affidato a fare, incapace!”ruggìl’altro.
“Ma quando mai me-”
“Niente. Ascolta. Non invitare gente. Staglivicino. Mi hai capito?”
“O… ok.” Hyoga arrossì,stavolta, nonostante labotta in testa. Aveva persino le lacrime agli occhi dal dolore, macominciavadavvero a capire che cosa Ikki stava cercando di digli. E,paradossalmente, gliera davvero, davvero grato.
“Bravo” sospirò quello, allentandofinalmente lapresa.
Certo che poi si disegnavano doujinshi su di loro,ad ogni modo. Bastava guardare la scena in muto.
Un po’ come stava facendo Shaka, decisamenteperplesso, dalla finestra alla quale si era avvicinato.
“Dentro, adesso!” berciò Ikki, facendostradaimperiosamente verso l’interno della Casa. Si sentivainternamente esausto.Affrontare un esercito per lui era roba da niente, ma dover ritrovarsia dareconsigli all’amico d’infanzia con una cotta per ilproprio fratello minore,beh, quello poteva davvero metterlo ko.
“Scusate.” Hyoga si risedette, la testa ancora unpo’ dolorante, ma senza trattenete un sorriso, di fronte aIkki. Shaka eraesattamente al suo posto di prima, Milo sorrideva ancora piùdi lui senza unapparente motivo, e il maestro sembrava immerso in una profondariflessione.
“Oh, di nulla” flautò il padrone dicasa, attirandol’attenzione per la maniera lenta e posata con cui sicalò su un fianco, comese si stesse accomodando su un triclinio.
Ci misero un po’ a capire che cos’aveva fattoShaka. Ikki in primis.
Hyoga però sentì distintamente la gambedell’Illuminato stendersi flessuosamente e posarsi conimplacabile precisionesu quelle del ragazzo che gli sedeva di fianco, senza curarsi dinasconderlo, eprecludendo così implacabilmente qualsiasi intrusioneesterna. Quando,incredulo, poi, vide posarsi nel suo sguardo quello eloquente di duecrudelissime lame azzurre, a monito, capì.
Capì che cosa il Buddha stesse facendo.
Sbranava con ferocia chiunque tentasse dimettersi fra di loro.
“Ve… Venerabile Shaka!”esclamò, senzatrattenersi, tirandosi quasi indietro per la sorpresa.“Venerabile Shaka,voi…!”
“Ahn?”
Grazie, Venerabile Shaka!”boccheggiòCygnus, osservandolo con autentica, profonda ammirazione, come se conle suestesse mani egli avesse strappato il velo di Maya, che ottenebrava isuoi sensicon la fallacità dell’illusione, e ora glirivelava il Reale. E tutto questoaccomodandosi al tavolo. Senza dubbio, Shaka di Virgo eral’uomo più vicinoagli dèi.
“Il… il Venerabile Shaka!” Hyoga sivoltò precipitosamenteverso Milo e Camus. “È davvero come sidice!”
“Sì!” confermò subito Milo,brillando della stessaluce.
Sembravano entrambi increduli, per due rivelazionidiverse.
“Possiede il potere di illuminare la mente!”
“Altroché!”
“E squarciare il velo di Maya!”
“È questo, Hyoga! Il Risveglio!”
Ma che cazz-?
Nessuno badò a Ikki, il quale non aveva capito niente.
Se ne stava basito con il suo caffè in mano,osservando un bronze e un gold saint comportarsi come due cretinirimbecilliti,mentre quell’altro si era bellamente appoggiato su di luicome su un trespolo,a scanso di affaticare le candide gambe, probabilmente.L’unico sano parevaessere rimasto Camus, che però proprio in quel momentopoggiò con un rumoresecco il bicchiere da cui stava bevendo, constatando, con aria pregnadisolennità: “Già.” E rivolselo sguardo all’orizzonte.
Ecco perché Hyoga di quel periodo era tantostrano, stava riflettendo.
Ne abbiamo perso un altro, si sconvolgevainvece Phoenix. Ma possibile che in difesa del Grande Tempio, che aquanto nesapeva lui era la base centrale di tutta la baracca, ci mettessero ipiùflippati? Ma li sceglievano apposta? Roba da non credere.Così, nell’elogiocomune di Shaka, che il Buddha non commentava ma si guardava bene dalmettere atacere, Ikki di Phoenix si finì il suo caffè ecominciò a pensare a dove andaredavvero, in vacanza.
Sicuramente in un posto molto, molto lontano dalì.

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Azione, Commedia
Personaggi Principali:Gemini Kanon. Leo Aioria, Scorpion Milo
Altri Personaggi: AquariusCamus,Aries Mu, Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai, What If
In proposito:Milo,cavaliere di Scorpio, ne aveva viste tante nel corso dei suoi anni dicombattimento.
{WHAT IF: post-Hades con presenza di cavalieri vivi e vegeti, yay!}

Disclaimer: Tutto del Kuru, tutto del Kuru!
Cose: 
Tantiauguri al nostro splendido Milo,che compie gli anni.Avendo Athena usato su di noi il Misophetamenos,ovviamente, per noi il tempo è un’inezia e saremotutte per sempre splendide diciottenni.Ad ogni buon conto, le feste sono sempre una buona occasione diprodurre stronzate come questa fanfic, quindi le teniamo daconto. <3  Titolodella fic & relativa citazionesono © degli ABBA.Wahahah!
Il suggerimento poteva venire solo da Hades,comunque. Grazie, Hadessama!
Il suggerimento è venuto da Hades solo perché inquel momento Aphroditeera a cena.
Ringrazio tutti e due in quanto cavie da imbizzarrimento. Ghghgh.

Ununico rimpianto riguardo a questa fanfic. Ilmalefico canarino Biki– sì, si chiama Biki, non chiedetemiperché – non è farina del miosacco, e questo mi spezza il cuore a metà. Diamo a Cesareciò che è diCesare: il concept del personaggio che si è formatoè tutto per meritodei roleplay miei e di Fleur, ma la fonte d’ispirazioneè la serie afumetti parodica SD Seiya.Non conosco l’autore/gli autori, ma se capite lo spagnolopotete trovare le scans in questo sito. Mentre questo sulla spalla di Shakaè Biki. Veneratelo come si conviene.

Waterloo

You won the war



My my, I tried to hold you back but you were stronger

Oh yeah, and now it seems my only chance is giving up the fight!


“Avete visto Camus?”
Esordì così, Milo, affacciandosi tra le colonne più interne della Quinta Casa.
Rilassò impercettibilmente le spalle, il peso dell’aria afosa che si sollevava mano a mano che il cavaliere si addentrava nel fresco del Tempio. Il sole di Grecia sapeva spaccare le rocce, d’estate, eppure di solito le brezze marine soffiavano sui templi arroccati sull’altura dello Zodiaco; quel giorno l’aria era ferma. E se c’era una cosa peggiore dell’afa, senza dubbio erano gli effetti imprevedibili che essa aveva sul cavaliere di Aquarius. Lo cercava fin dalla prima mattina, senza risultato, seguendo la discesa soleggiata sino oltre la metà della scalinata del Santuario.
Una botta sorda, un colpo secco, e finalmente, un paio di risposte bofonchiate:

“Veramente, no.”
“Con questo caldo, non sarà uscito di casa!”
“Atterrato!”

“Cos…?!”
“A casa non c’è” informò Scorpio, per poi arricciare buffamente il naso, sporgendosi ancora di più. Sul momento non aveva fatto caso ai rumori confusi – normali, considerato l’ospite di Aioria – ma una volta entrato dovette ritrarre i piedi e fare un salto per impedire ai due valorosi guerrieri in piena lotta di rotolargli addosso.
“Molla la presa! Molla la presa!”

“Kanon!” rise Milo, sollevando un altro piede, e guizzò di lato, divertito. “Ma che diamine ti hanno fatto giù da Poseidon, eh?”
“Le alghe nel cervello, gli hanno messo!” ululò Aioria, schiacciato dal peso del suo avversario.
“Bada a come parli, spelacchiotto!” se la sghignazzava il più recente acquisto del Santuario. Gran bell’acquisto, doveva ammettere Milo di Scorpio. Gonfiò il petto, orgoglioso, al ricordo di quel riconoscimento sanguinoso, quel battesimo in una notte nera e inquieta. Lui l’aveva riconosciuto a nome di tutti, aveva visto le lacrime sincere e commosse rigare il volto del suo nuovo compagno. Gran bel colpo, Kanon di Gemini. Forza da vendere, coraggio da veterano, la scaltrezza di Ulisse, e il più veloce dito di Grecia ad apprendere la combo pugno-pugno-calcio-salto-sfondamento, per chiudere con L1 e mossa speciale.
“Questo è sleale!”

“Non lo è affatto!”
“Mi hai messo tu per primo le mani sul joystick!”
“Perché ti si stava staccand—”
 “Vallo a dire a Poseidon!”
E giù un’altra zuffa. Milo li seguiva con lo sguardo, felino, valutando per che pertugio infilarsi nel rotolamento selvaggio e dimenticare il caldo asfissiante con una bella rissa, ma il caldo gli fece ritornare in mente Camus.

“No, davvero, ragazzi, avete visto Camus?”
“Di qui non è passato!” Si riscosse Aioria, sempre sveglio. Si allungò diffidente a regolare ed azzerare il volume della televisione – i Gemini e Leo sullo schermo si erano bloccati in pieno caricamento cosmo, e facevano da sottofondo alla conversazione con le loro urla elettroniche – ma Kanon sembrava più che altro concentrato su quel che diceva Milo. Tanto meglio. Gli rifilò un pugno mentre lui non vedeva. E poi un altro.
“Altrimenti l’avremmo invitato a giocare.”
Milo scosse bonariamente la testa, allungandosi a scompigliare brutalmente i capelli a tutti e due e sghignazzando ai loro brontolii contrariati:
“Vi avrebbe battuti entrambi.”
“Ehi, non resti?”
“No, vado a cercarlo. Magari più giù. Magari è andato a chiedere a Mu di scalpellargli una macchina per le granite.”

“Vengo con t--Aioria, hai barato!”
“Questo è per il calcio che mi hai dato quando stavo per pararti la Galaxian Explosion!”

“Non era un calcio, era un…”
Scorpio se la batté, voltando le spalle alla lotta.
D’altro canto, due gold saint che si scontrano fronte contro fronte hanno un unico destino: la Guerra dei Mille Giorni. Aveva un buon margine di tempo per ritrovare Camus, bersi una granita e ributtarsi nella rissa.
Un’altra ora al sole senza traccia né di Camus né di un filo di vento resero Milo irrequieto e sbuffante. Sbuffante piuttosto che irrequieto, per il semplice fatto che poteva continuare a sbuffare come una vecchia locomotiva senza posa, mentre brontolare e digrignare i denti gli portavano via più energia. Un allenamento valido e sfiancante, scendere sino da Mu a piedi sotto il caldo afoso del mezzogiorno. Era approdato alla Prima Casa come l’esule peregrino errante, da uomo che aveva vissuto sia lo Sconforto che la Salvezza; ma mai come quel giorno, una in fila all’altro, in tempo dieci minuti da che ebbe varcata la soglia.
Mu, per prima cosa, gli aveva detto che no, di Camus purtroppo non aveva alcuna notizia: non l’aveva visto scendere né lasciare il Santuario, il suo cosmo era celato ai sensi di tutti, la scarpinata era stata, oltre che sfiancante, inutile, e le previsioni davano le temperature in rialzo.

Poi gli sorrise. E gli offrì del succo d’arancia e dei biscotti.
Milo cominciò a capire vagamente il debito di riconoscenza che vedeva brillare negli occhi dei giovani bronze saint nei confronti di Aries mentre era intento a mangiucchiare i biscotti più buoni che avesse mai assaggiato. E facendolo gli sovvenne:
“A proposito. Dici che nessuno è uscito, stamane, dal Tempio.”
“Nessuno.”
“Ma qualcuno è entrato?”

Mu sorrise e non disse niente. Milo strabuzzò gli occhi e appoggiò con virile foga il bicchiere sul tavolo: “E non me l’hai detto? Chi!”
“Attento al succo, Milo.”

“Oh, scusa.”
Così, mentre in due virilmente ripulivano il ripiano della cucina, il padrone di casa, garbato, e senz’alcun tono di rimprovero per l’increscioso incidente, vuotò e non vuotò il sacco:
“Non è propriamente una visita ufficiale.”
“Ma… come! Non ti ha chiesto il permesso?”
I sorrisi di Mu erano dolcissimi, ma non rispondevano propriamente ad ogni cosa.

 “…ma tu l’hai visto.”
“L’ho sentito, sì.”

“Ma hai finto che così non fosse.”
Nessuna risposta. Mu di Aries quando voleva era la cosa più adorabile e muta che Milo avesse visto. Una sfinge. Un animaletto di Pet Society. Comunque lo prese per un non pronunciato, molto politically correct per il santo che difendeva l’entrata al Grande Tempio. Si alzò, confuso.
“Non mi è parso volesse dare nell’occhio, tutto qua. Ah! Porta pure i biscotti con te!” Il compagno d’arme lo accompagnò alla porta, cordiale come sempre.

“Ti ringrazio, Mu!” Sospirò grato Milo. La prospettiva di avere con sé dei deliziosi biscotti per la lunga scarpinata del ritorno era più di quanto potesse immaginare. E Mu era veramente, veramente molto gentile. Dissipò qualsiasi confusione e dubbio rimasto – in fondo, non erano affari suoi – e tornò alla risalita. Adesso, però, il mistero non era da poco. In che cespuglio si sarà mai rintanato, Camus, pensava, per sfuggire al caldo? Non si sarebbe rassegnato. Non ora che aveva i biscotti.

“Muori, Aioros! Muori, muori, muori!
“Hah! Prendi questo!”

“Ah!”
“E questo!”
“Maledetto!”
“Sarai tu a morire, Saga!”
“Nooo!”

“Ehm, scusate…”
Aioros emise un urlo gutturale e poco credibile, nello scagliarsi su Saga. Kanon imprecò:
“Dai, Saga, non morire! Nonmorirenonmorirenonmorire!
 “Muore, invece! Il suo livello di cosmo è troppo basso!”

“Assassino!”
“Non riesco davvero a trovare Camus” miagolò Milo, nel tono più possibile convincente, per farsi ascoltare. “Siete sicuri di non averlo visto passare? Mu dice che non è uscito!”

“Hah!” Kanon, dopo un grande smanettare con la levetta analogica, era riuscito a fare alzare Saga, e ora era Aioros che le stava prendendo. Aioria si gettò sui tasti, senza perderlo di vista un solo nanosecondo.
“Te l’ho detto che… ah, ma brutto… sarà…!, se lo rifai di nuovo ti… a casa sua, no?”
“Uffa, ma non c’è, ti ho detto!”
A Milo stava pure venendo il mal di mare per i movimenti convulsi del cavaliere di Leo, che si dondolava sulle ginocchia, joystick alla mano, come se si stesse davvero piegando sui fianchi per assestare pugni sul muso di Saga di Gemini. Kanon parava e lo sbeffeggiava.

“Io torno su per l’ennesima volta” sbuffò Milo, che ne aveva abbastanza del caldo e della scarsa collaborazione dei suoi migliori amici. “Ma se non lo trovo vi scollate di lì e mi aiutate una buona volta!”
“Dopo, dopo!”
Ho vinto!
Scorpio affrettò il passo, risoluto, decidendo di tenere tutti i biscotti per sé. E mentre Kanon urlava alla rivincita, lui si apprestava alla scalata. Di nuovo. Sospirò, prese la rincorsa e si lanciò fuori, andando a sbattere contro il primo che passava.
Il primo che passava imprecò, andando a rotolare sui gradini, o quasi. Quello che stupì Milo è che anche lui barcollò per un buon passo a ritroso, a causa dell’urto, e dire che raramente un gold saint rimbalzava all’indietro così facilmente.
“Ah, scus…” Una volta che fu inquadrato il primo che passava, tutto fu un po’ più chiaro. “Ah. Che ci fai tu qui?”
“Siete molto accoglienti, qui al Santuario” borbottò tra i denti Ikki di Phoenix, spolverandosi i pantaloni, per tutta risposta. Milo inarcò un sopracciglio. Il sarcasmo non era nella lista dei requisiti più apprezzati in un bronze saint, ma, come sempre, lasciò passare. Se fosse stato un altro, probabilmente, Ikki sarebbe finito fronte a terra – anche se il cipiglio della Fenice faceva come intendere che non sarebbe stata un’impresa facile – ma Scorpio non era mai stato tipo da usare due pesi e due misure in base alla scala gerarchica. I soldati semplici, in particolare gli energumeni posti a guardia del Tredicesimo Tempio, erano i più temibili giocatori di poker che avesse mai conosciuto, e non c’era da scherzarci sopra.
“Scusa” alleggerì, senza farsi problemi. “Ma non sapevo fossi in visita al Grande Tempio. È successo qualcosa?”
“Deve succedere per forza qualcosa?”
“Come non detto, come non detto.”

Sopracciglia più in alto. Il ragazzo non aveva modi di fare nervosi, ma di certo le sue erano le difese più ostinatamente all’erta che Milo avesse mai visto in vita sua.
“Dormi, la notte, Ikki di Phoenix?”
“Saporitamente.” Fu la sbrigativa risposta, mentre il giovane bronze si accingeva a riprendere la salita delle scale. Milo lo seguì, senza prenderlo come un affronto. Se avesse desiderato provocarlo, gli avrebbe voltato le spalle in maniera più eclatante, o non gli avrebbe direttamente risposto.

“Perché hai l’aria di uno che sta all’erta da quando è nato.”
“Io sto all’erta da quando sono nato.”

Milo lo seguiva divertito. Adesso cominciava a capire perché Shaka se lo fosse tirato dietro dall’altro mondo: “Anche qui?”
“Soprattutto qui.”
Milo non lo sapeva, ma i pensieri di Ikki erano rivolti al novanta per cento alla dolce dea che presidiava le Case dall’alto. Se si fosse minimamente accorta della sua presenza, gli avrebbe attaccato un bottone da non riuscire più a scrollarsela di dosso.

E come sta Seiya? E come sta Shun? Ikki, stai composto! Ti va un tè? Non dire di no, ti prego. E Hyoga come sta? E Shiryu? E Tatsumi? E…
Mentre Phoenix così drammaticamente andava ragionando, Milo badava ai fatti suoi. E mentre badava ai fatti suoi, un uccellino gli volò appresso. Lì per lì non ci fece caso, ma lo distrasse abbastanza da smettere di fare domande al taciturno ospite.
“Ma questo…?”
Ikki camminava, sbrigativo.

“Phoenix!”
“Che c’è?”
A Milo per la prima volta venne voglia di far rispettare la gerarchia.

“Non lo vedi?”
“È un canarino, Milo di Scorpio.”

Era un canarino, sì. Ma non gli pareva tanto normale.
L’animaletto si posò sulla gradinata senza timore alcuno, muovendo gli occhietti vispi. Poi li richiuse. E fu allora che Scorpio si bloccò. Quel canarino aveva gli occhi chiusi e lo stava guardando.
“Non è un canarino normale.”
Smettila di dire stronzate, avrebbe detto Ikki se quello lì fosse stato Seiya.

“Smettila di…” tacque, dato che era un gold saint. “È normalissimo. Io vado.”
E così Scorpio venne abbandonato con quell’essere inquietante.
Prima si disse che era uno sciocco, e fece un passo.
Il canarino gli zompettò dietro.
Milo si fermò.
Il canarino anche.
Milo osò salire di un gradino.
Il canarino di due.
Il cavaliere si guardò attorno, perplesso. Phoenix si era già oscurato fra le colonne della Sesta Casa, dritta avanti a lui, che aveva lasciato tanto determinato il Tempio di Leo. Il canarino zompettò ancora, silenzioso, in due saltelli leggiadri, avanti a lui. L’aveva superato. Ora si voltava verso le scale più in basso. Milo corrugò le sopracciglia e fece per muovere un passo. Il canarino assottigliò gli occhi e cirpò.
Il lungo momento che seguì fu pieno di densi perché.
Milo, cavaliere di Scorpio, si fermò, sentendosi minacciato, e arretrò di un passo per inquadrare il proprio nemico, ora ad occhi chiusi, immobile e silenzioso come una sfinge.
Il canarino. Il canarino si era parato sul suo cammino!
Il volatile lo stava sfidando, eretto e fiero: “Cirp!
Milo espanse allora il proprio cosmo, per imporre la propria volontà.
E giurò – giurò – di sentire quello del canarino entrare in risonanza col suo.

“Aioria! Kanon! È terribile!”
“Muori, una buona volta! Muori! Muori!”
“Muwahahahahahah!”
“Aaaah, muoriii!”

Questa volta Kanon c’era andato giù pesante, scegliendo Rhadamantis della Viverna, che sullo schermo della televisione lanciava Greatest Caution come se fossero noccioline. Aioria, strenuamente fedele ad Aioros, invece, cercava di mascherare il proprio terrore premendo i tasti del joystick al limite dell’isteria.
“Spegnete quell’affare e statemi ad ascoltare!” tuonò Milo, decidendosi a mettere piede nel groviglio di fili e prendere entrambi gli amici per la collottola. “Sta arrivando…!”
Non fece in tempo a finire la frase, che un lampo giallo si avventò su di loro.

“Che?! Cosa?! Lightin’ plasma!
I nervi di Aioria di Leo, tesi come corde di violino, cedettero. Era tutta la mattina che Kanon lo metteva a continua prova, tra un avversario e l’altro, e proprio al culmine, durante lo scontro degli scontri – il Gigante Infernale numero Uno e la sua barriera del castello di Hades, stramaledizione a lui, e che Athena gliela perdoni ma Aioria di Leo non dimentica gli affronti – quell’attacco improvviso, come un proiettile. Per puro gesto istintivo, senza pensare, schizzò via da dov’era seduto, esplodendo il proprio cosmo dorato, e trasformando l’atrio della Quinta Casa in una pista da discoteca.

“Aioria! Ma sei impazzito, vuoi ammazzarci?!”
“Che cos’è stato?! Chi è?!”
“È ancora lì!”
“Ma che cosa?” Kanon era rotolato via rapido come i lampi luminosi di Aioria, per evitare di venirne investito in pieno, e ora guardava in alto, sopra di loro. “Milo!”
“Dimmi!”
“Quello è…?”

“…un canarino, Kanon.”
“Ma è…”
“Mi ha inseguito sin qui!”

“E tu hai attirato il nemico nella mia casa?!”
“Aioria, per Athena, datti una calmata!”
Leo era schizzato sin sul divano, decisamente lontano, in piedi, e con l’identica espressione del gatto che è appena caduto nell’acqua. Decisamente non aveva inquadrato la situazione. D’altro canto, un momento prima stava combattendo con Rhadamanthis l’Atroce Monociglio, e quello dopo gli era piombata una furia alata addosso. Aveva tutto il diritto di arruffare il pelo e sguainare gli artigli.
“Non è un nemico, è un… canarino… ma come fa ad essere ancora lì?!”
L’abominevole uccellaccio si era graziosamente appollaiato sul televisore, incurante di tutto ciò che gli stava attorno. Si becchettò le zampe, sollevò l’aluccia, si ripulì. Era indenne, dopo il Lightin’ Plasma di Aioria. Tre gold saint lo contemplarono tra l’inorridito e l’ammirato.
“Ma cosa…?”
Cirp!

I tre ammutolirono. Istintivamente, si misero spalla contro spalla, tutti e tre, serrando i ranghi, e rivolgendo al volatile ogni fibra della loro attenzione.
“Qui sta succedendo qualcosa di strano, Milo!”
“È  tutta la mattina che cerco di dirvelo!”

“Quest’uccello… non è normale.”
“Che cosa vuole da noi?”
“Si è messo sulla mia strada! Mi ha sbarrato il passo alla Sesta Casa!”

“Non hai ancora trovato Camus?”
Un brivido giù per la schiena.

“Dici che… lui c’entra qualcosa?”
Cirp!
Silenzio.

Sotto gli occhi dei tre guerrieri, l’uccellino svolazzò più in là, in un frullio melodioso d’ali. Senza che nessuno glielo impedisse, si diresse a colpo sicuro verso la presa della corrente.
“Che cosa fa?”
“Non oserà…!”

La vibrazione elettrica della corrente che si staccava senza preavviso li fece sobbalzare, internamente. Quando la testolina piumata si voltò verso di loro, in uno scatto, nel becco stringeva la spina della consolle.
Quel maledetto!” un ringhio riempì la stanza: “Non avevo salvato la partita!”
“Aioria! Stai fermo!”
Milo scattò avanti, sfidando lo sguardo improvvisamente torvo dell’uccellino.
“Fermi! Ho un’arma!”
Si preannunciava la sfida del secolo, quella che avrebbe impegnato gli occupanti della Quinta Casa.
Milo, il cipiglio serio e concentrato, estrasse un involto dalla tasca e lo scartò, lentamente. Vide il volatile fremere, il suo sguardo farsi più feroce, il suo cosmo tremare.

“Fatti avanti, se vuoi questi biscotti!”

Un respiro lento, senza intervalli.
La schiena perfettamente eretta facilitava inspirazione ed espirazione, la gabbia toracica si espandeva e contraeva leggerissimamente, come fosse aria a sua volta. I pollici, premuti dolcemente contro lo sterno, quasi non ne percepivano il movimento.

“Finalmente” sillabò infine l’asceta, interrompendo il momento di quiete per crearne uno nuovo. Gustò il suono delle parole disperdersi nell’aria silenziosa del pomeriggio, osservandolo tramutarsi in sera, sebbene il tramonto fosse ancora lontano. Egli non soffriva il caldo. Non la fame, non la sete. Aveva appreso a non farlo, e poteva osservare cose che ad altri sfuggivano. Il pomeriggio e il suo scivolare verso la sera, nonostante il sole alto. L’ondeggiare lieve dell’erba, nonostante l’assenza di vento. Molte cose sapeva centellinare, altre sapeva risolvere.
“Guarda che questo tè fa veramente schifo!”
Altre no.

“Per cortesia, lasciami godere il silenzio.”
“E certo, e come no. Vengo qui per questo. Però la prossima volta ti porto un tè decente.”
“Sta rientrando.”
“Eh? Chi?”
Ikki alzo il capo, istintivamente, le sopracciglia corrugate.
Cirp!

 “Ancora quello stramaledetto uccellaccio. Ma non se ne va più?”
“Da quando ha nidificato qui, pare che non voglia più andarsene.”
Ikki, un passo dopo l’altro, in falcate sicure, si fece strada sull’erba immacolata dello Sharasojo. Sapeva che a pochi era concesso di posarvi piede, ed infatti lo considerava un onore; un onore talmente alto da imprimere decisione e fierezza ai suoi passi. Così raggiunse – non senza poche perplessità, appena inquadrò la scena davanti a sé – il monaco biondo, serenamente immerso in meditazione, il canarino zompettante davanti a lui, un cavo di alimentazione, e un fazzolettino colmo di fragranti biscotti appena sfornati.

“Ma che diavolo…?”
“Trovo così notevole il suo coraggio e la sua dedizione nel difendere il nido” interloquì Shaka, gli occhi chiusi, e l’aria distesa di chi si sta godendo il finesettimana “che gli permetto di stare qui.”

“…difendere il nido.”
Lo sguardo di Phoenix raggiunse punte di diffidenza mai prima sfidate, nello squadrare il cavo d’alimentazione, talmente fuori luogo in quell’idilliaca armonia di natura, venire fatto a brani dal beccuccio del piccolo, dolce canarino trillante.

“Anche l’inquinamento acustico è considerato un attacco.”
“Dì la verità. È tutta la mattina che Leo e Gemini schiamazzano come due disperati, attaccati alla playstation” incrociò le braccia, quello che aveva risalito le prime cinque case in sordina, vedendo più di quanto desiderasse vedere, qua e là “e tu non ne potevi più. Hai mandato il pennuto a fare il lavoro sporco.”

“È  solo un innocuo uccello.” Shaka tese il braccio, e l’animaletto compì un breve volo per raggiungerlo. Una volta a casa, cominciò a spiumettarsi, trillando. Ikki lo guardò storto.
Ci aveva combattuto, una volta, con uno della stessa razza. Biondo, delicato, dal viso dolce, rassicurante, dall’ovale grazioso – un po’ troppo grazioso. Aveva aperto due occhi come non ne aveva mai visti, di un azzurro sconvolgente, ammaliante. E poi erano stati cazzi amari.

“Seh. Innocuo un paio di palle.”
“Ti sembro una persona del genere?”

“Eccome.”
“Non essere sciocco, Phoenix. Vuoi un biscotto?”


Milo, cavaliere di Scorpio, ne aveva viste tante nel corso dei suoi anni di combattimento.
Se si contavano quelle che aveva letto su Episode G, che Aioria conservava in copie imbustate sullo scaffale sopra il letto di camera sua, arrivava a centinaia e centinaia.

Ma la disfatta di quel giorno, quella era senza dubbio la più atroce ferita di guerra mai riportata.
Quella creatura demoniaca era volata via, dopo avere strappato con gli artigli il cavo di alimentazione della playstation, in un gran stridere e sbatter d’ali in faccia a chiunque cercasse di fermarlo. Dei dettagli della battaglia, nessuno dei tre volle parlarne, in seguito, così che rimase un mistero l’alone cupo che li attorniò per giorni. Solo a Camus Milo osò confidarne il perché, giorni più tardi. In toni vaghi e criptici. Comunque c’entravano dei biscotti.
“E tu, Camus, non c’eri! Non ti si trovava da nessuna parte!”
“Ma te l’ho detto almeno un centinaio di volte, Milo. Ero a udienza dal Pontefice.”
“Ci sei stato un sacco.”
“No. Ci sono stato solo in mattinata. Ma poi tu sei stato…” tentennò Camus “…trattenuto da…”

“Non farmici ripensare!”
“Va bene, va bene, non parliamone.”
“Ti rendi conto?” borbottò Milo, scavandosi il perfetto incastro, sul divano, tra lui e Camus. Sorrise, al ricordo del suo stanco e sfinito rientro a casa dopo la battaglia. Dopo tanto cercare, era rimasto in piedi, a sbattere gli occhi, alla scena che si era ritrovato di fronte: Camus, evidentemente stanco di aspettarlo, era lì, addormentato sul suo divano come se fosse casa sua. In cerca di refrigerio, dopo l’udienza col Pontefice era sgattaiolato nell’antro più fresco dell’Ottava Casa, dove si era addormentato come un orso polare in letargo. Sentendo immediatamente tutta la tensione della giornata sciogliersi, Milo si era gettato su di lui, svegliandolo, dispettoso, solo per raccontargli tutto e farsi consolare. Nei secoli dei secoli, amen.
“Ma ti rendi conto?” insisté comunque, giacché era lì.
Camus sospirò. “Tre gold saint! Da che mondo e mondo, mai si è sentito di tre gold saint sconfitti da un solo—”
Camus ebbe una vaga sensazione di déjà-vu, a quelle parole.
Di tre gold saint contro un solo individuo, e dello stato pietoso in cui ne erano usciti.

Di petali di ciliegio, di un mondo di luce e… no, impossibile.
“Spaventoso” commentò, carezzando gentilmente i capelli di Milo. “Davvero spaventoso.”




 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Commedia
Personaggi Principali:Leo Aioria, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
In proposito:Unagiornata assolata.
"Aioria, non puoi...!"
"Posso."

Bianco come il marmo. Rosso come...

Disclaimer: Anche noi apparteniamo a MasamiKurumada.
Cose: 
A tuttele fan del crack, per dimostrareloro che voglio beneh.


“Aioria, non puoi…!”
”Posso.”
Shaka si morse le labbra.
Il cavaliere di Leo stava mettendo le mani dove non doveva.


E il santo più vicino agli dèi diede mostra per la prima volta di un tremore delle mani. Sospirò, teso. E alle sue orecchie, quella voce, che tentava di essere rassicurante: “Stai fermo, Shaka.”
A quell’oltraggio, Virgo spalancò gli occhi, sottraendosi:
“Non dirmi quello che devo fare!”
Aioria sospirò, sedendosi con un piccolo tonfo sul marmo bianco.
Un sospiro rassegnato, come se accennasse a rinunciarci, ma Shaka non gli levava gli occhi di dosso. Era difficile, con quello sguardo azzurrissimo e glaciale puntato sulla nuca, e Leo si alzò, con uno sbuffo nervoso.
“Dato che la pensi così, me ne vado.”
“Torna qui.”
“Davvero, Shaka, io non ti capisco.” Erano onesti e verdi, gli occhi del cavaliere. Shaka richiuse i propri, come per non guardarlo in viso, e Aioria si accigliò. Azzardò ad avvicinarsi, di nuovo: “Te l’ho detto. Penso a tutto io. Tu non devi preoccuparti di niente…
“Non mi piace il modo in cui lo fai.” Sibilò il biondo. Non c’era ombra di veleno nel suo sussurro, ma una verità tanto schietta da ferire. Aioria si sentì offeso. E si alzò in piedi, dandogli le spalle nel sole.
Shaka non disse nulla, per un po’. Il sole scottava il marmo bianco, e quel bianco scintillava silenzioso nel caldo.
Lo guardò rivestirsi, i muscoli scattanti sotto la pelle di miele. Le sue mani si riavviavano scompostamente i riccioli dai riflessi dorati, che catturarono il suo sguardo distratto, sotto la luce del sole. Eppure, non disse niente.


Aioria si voltò verso di lui, un ultimo lampo verde di occhi. Shaka rimase ostinatamente ad occhi chiusi, irremovibile.
“Sai? È colpa del tuo brutto carattere.”
“Fai attenzione a quello che dici, santo di Leo.”
“Dico proprio come la penso!” rincarò il giovane, con un ampio gesto delle braccia. Descrivevano le curve dei grandi vasi bianchi come il marmo delle scale, e Shaka socchiuse le ciglia per scorgere il rosso dei fiori. Erano scarlatti. Aioria, ai movimenti distratti dei suoi occhi, che non lo fissavano in volto, attirò la sua attenzione a forza:
“Non ci metteremo mai d’accordo su questi dannati vasi, se tu non scendi a compromessi!” minacciò.
“Se lascio fare a te” si degnò finalmente il cavaliere della Vergine, alzando il mento con fare orgoglioso “mi ritroverò le scale imbrattate di quegli orrendi petali rossi.”
“Ma insomma! Credevo che ti piacessero!”


“E quando mai me l’hai chiesto?”

“Shaka, sto perdendo la pazienza. Non sei tu che stai spostando questi benedetti gerani, sono io!
Sbottò il santo d’oro, indicandosi con eloquenza. Shaka sollevò signorilmente un sopracciglio: effettivamente, sì. E allora? Non era fatto per i lavori di fatica. E poi era il vicino di casa ad essersi offerto. Chi era lui per opporsi alle entusiastiche voglie di sollevamento pesi altrui?
“Effettivamente, sì” riassunse, mandando Aioria su tutte le furie.
“Shaka!”
Mh.”
“State ancora litigando, voi due?”
Una risata divertita, assieme ai passi di fretta. Shaka salutò con un neutro cenno del capo il cavaliere di passaggio per le scale, e Milo ridacchiò all’espressione infuriata di Leo.
“Non farete scoppiare una nuova guerra dei mille giorni, eh, ragazzi?”
“La scorsa volta stavo per vincere io.”
Shaka roteò gli occhi al cielo, commentando esaustivamente.
Shaka…” minacciò Aioria.
“Poche storie e prendi in mano quel vaso: ti dico che ad Est c’è più ombra.”

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Commedia
Personaggi Principali:Andromeda Shun, Dragon Shiryu, Cygnus Hyoga, Pegasus Seiya, PhoenixIkki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
In proposito:Ikki diPhoenix giunge sempre per ultimo sul campo di battaglia. Ma nonè per colpa sua.
Disclaimer: Ikki è di MasamiKurumada, ma lavora più di lui
Cose: 
AMilo, per il pigiama a pinguini che mi ha regalato.

“…cross, e con un colpo di testa…!”
Ikki riagganciò.
Che peccato.
La linea era talmente instabile.
Driiin.
No, per Athena, no.
Driiin.
No.
No, si concentrava ad ogni movimento di polso, sicuro di sé: no.
“Ikki! Suona il telefono!”
No.
È solo follia, solo immaginazione.
“IKKI!”
Riprese la cornetta in mano. Sapeva cosa lo aspettava.
“Ikki, ma è la quinta volta che cade la linea, oggi! Dove ero rimasto? Ah, sì, il colpo di testa manda la palla dritta in rete, ma…”
“Non ora, Seiya.”
E riagganciò.
Che peccato.
Di nuovo.


“Ikki-nii-saan!”
“Non ora, Shun.”
“Ma Ikki-nii-san! Ho bisogno…!”
“Devi cavartela da solo, Shun.”
“Prometto che farò da solo” la voce dall’altro capo del filo cercò di farsi più determinata. “Mi serve solo…”
“Che cosa? Aiuto psicologico?”
“Dimmi dove tieni il cacciavite e io…!”
“Non ora, Shun.”
“Ma Ikki-nii-san!”
Supplichevole.
“Ho detto non ora.”
E riagganciò.


“Ascoltami, Ikki.”
“Per favore. Sono molto impegnato.”
“Sai bene che è sempre per necessità se ti contatto. Non voglio…”
“Taglia corto, ho da fare.”
“Ebbene, dato che lo vuoi. Non mi vedrai mai immischiarmi in una contesa fra due cavalieri, Ikki, ma la tua condotta è imperdonabile! Non riesco a spiegarmi il tuo comportamento, Phoenix, l’atteggiamento crudele di chi nega aiuto al sangue del proprio sangue, al fratello che…”
“Ma per… Shiryu! Si è rotto l’asciugacapelli!”
“Ebbene, con questo freddo, non rischia di farsi venire un serio malanno?”
“Non dire stronzate.”
“Ikki!”
“Piantatela di chiamare. Ciao.”
“Ikki! Non è comportamento da ca-!”
E riagganciò.


“Sì, lo so, è quello che penso anche io.”
“Dici così e poi fai tutt’altro.”
“No. Cerco solo di farti ragionare.”
“Seh.”
“Se solo tu…”
“Torna a portare fiori alla mamma, va’.”
E riagganciò.


Dieci minuti di silenzio se li era meritati.
Driiin.
No.
Driiin.
No, aveva deciso che no.
Driiin.
“Ikki! Quel telefono!”
Ma porca…
“Pronto.”
Rispose con voce burbera. Cercò di risultare scoraggiante. Se non minaccioso.
“Ikki-nii-san.” Un cosmo dolcemente rosato lo raggiunse rimbalzando di ripetitore in ripetitore. Un eco dolce, stanco, reduce da una lotta, ma che trovava ancora la forza di sorridere, velato appena di orgoglio per la forza dimostrata. “Ce l’ho fatta.”
“Si era rotto il diffusore.”
“Sì, e io…”
“Sì, bravo, Shun.”
Meditò di riagganciare.
“Sì, io…”
“Bravo.”
Stava per cogliere l’occasione, ma la vocina prendeva coraggio.
“Però…!”
“Va bene così, Shun. Ti prego, sto-”
“Hyoga mi ha aiutato!”
Confessò, pigolando.
“…va bene.” Tentò, esasperato, e prese la rincorsa: “Va bene. Fa lo ste-”
“Un pochino.”
“Fa lo stesso. Ti richiamo io. Dopo. Ok? Ho da fare.”
“Chiama presto…!”
E riagganciò. Di fretta.
Stava cominciando a meditare sulle prossime mosse.
Non poteva finire così. Troppo facile. Il prossimo sarebbe stato…!
Strinse gli occhi, riducendole a due fessure. Senza dimenticare il proprio compito, rimase a fissare il telefono, quasi avesse voluto estorcergli qualche informazione con la tortura di lì a poco. Il telefono non sembrava affatto intimorito, ma probabilmente sotto sotto si sentì arricciare il cavo del ricevitore. Le fiamme del cosmo del bronze saint crepitarono. Il povero elettrodomestico pregava. O Grande Telefono Rosa, padre di noi tutti, salva la vita ad un tuo piccolo figlio, che ha un fax che lo aspetta dietro il bancone dei tabacchi e un cordless nella stanza accanto da crescere: fa’ che non…
Driiin.
Venne preso al volo.
Non ora, Seiya!
“Ikki! Come…?”
E Phoenix riagganciò con malcelata soddisfazione.


“Sappi che non ti ho perdonato per prima!”
“Sì, sì. ‘Sono d’accordo con te’, ‘sono il primo a dire che’… poi al primo paio di ciglia sbattute caschi come un…”
“Ti avverto, Ikki!”
“Ti avverto, Cygnus. Fra tre secondi riattacco.”
“MALEDE-”
Tu-tu-tu-tu-tu…


Driiin.
Pronto, maledizione. PRONTO.
“C’è Argo?”
“Non c’è nessun Argo, qui. Ti sei bevuto il cervello?”
“Ehi, scusa, eh. Senti. Fate consegne a domicilio?”
E riagganciò.


“Ikki-nii-saaan!”
“Shun, hai passato il limite. So che senti odore di bruciato, devi togliere la polvere. Mi hai sentito? Togli la polvere. E ora addio. Ho da fare.”
“No! Ikki-nii-san! Non è questo! Ascoltami!”
“Che cosa? Cos’hai mandato a fuoco?”
“Nii-san!”
“Non disturbarmi per sciocchezze. Vai a prendere a pugni quella quercia, se vuoi diventare un vero uomo. La solita quercia. Ora va’.”
“Nii-san, non è questo! Saori-san… Athena…!”
No. No, davvero, no.
C’erano ancora tanti di quei bicchieri da asciugare…!
“È scoppiata una nuova Guerra Sacra, fratello! Tu devi…!”
“Di nuovo?”
“Ikki! Non abbandonarci!”
“Andromeda, lo sai.”
“No!”
“Non disturbarmi più.”
“Ikki! IKKI! IKKIII!”
E riagganciò.
Amaramente.


         



“La retta parola” scandiva la voce nel ricevitore “è uno dei sentieri.”
“La retta parola non mi aiuterà.”
“Perché non ti assumi la responsabilità delle tue parole, Phoenix? Le parole vanno ponderate. Poni attenzione nella loro scelta di modo che non siano nocive per gli altri e quindi per te stesso.”
“Hai finito con la predica? Che cosa c’entra?”
“Se tu fossi più sincero i tuoi amici capirebbero. Che cosa mi dicevi a proposito dell’amicizia?”
“L’amicizia non cambia il fatto che ci voglia un giorno di preavviso per chiedere una giornata di ferie. E no, non lo capirebbero.”
“Questo è vero.”
Un breve silenzio pieno di verità.
Ikki teneva la cornetta del telefono tra la spalla e il mento, senza cessare di asciugare con rapidi e decisi movimenti di polso i bicchieri di fronte a lui, ordinati in pile precise: bagnati, asciutti. Il canovaccio andava che era un piacere. Il saint di Athena giudicò con soddisfazione il luccichio impeccabile del vetro nella pila alla sua destra.
“Comunque” riprese la cantilena pacata al suo orecchio sinistro, senz’ombra di fretta né di turbamento alcuno. “Sono passate settimane dall’ultima volta che mi hai preparato una tisana decente. Lo stress non ti giova. Non lavori forse troppo?”
“Oh, senti, non sono come quegli altri là. Io ho una vita. Ho un lavoro e mi serve una giornata di preavviso, prima di prendere su armi e bagagli. E non sono ferie pagate.”
Ikki! Tre ordinazioni al banco!
“Arrivano!”
“La retta condotta di vita è un altro dei sentieri. Condurre la propria vita senza eccessi. E la prossima volta, Phoenix, meno zucchero nella tisana. Dico davvero. È stucchevole.”
“Ne ho abbastanza delle tue chiacchiere.” Esasperato, cessò per un momento il suo interminabile asciugare per guardare la cornetta in faccia: “Torna alla tua Guerra Sacra!”
“I tempi non sono ancora maturi.”
“Al diavolo, Virgo!”
E riagganciò.



NOTE:

 1)       Dedica: Al mio Milo, per farlo ridere e perché questo Ikki è in gran parte suo. E sì, mi ha comprato DAVVERO un pigiama a pinguini. Che è BELLISSIMO.

2)       Fill up your glasses – Bottles to the ground: Il titolo (“Riempi i tuoi bicchieri”) è completamente random. “Bottles to the ground” è il titolo di una canzone dei NOFX, invece, che stavo ascoltando nel mentre. Bicchieri, bottiglie, in tema stiamo, no?

3)       È solo follia, solo immaginazione: Citazione da “Il processo” dal musical Notre Dame de Paris, all’esclusivo scopo di far imbizzarrire Kijomi.

Esmeralda:
C'è un prete infernale contro di me
Mi perseguita ovunque, io so chi è!

Frollo:
Sono soltanto allucinazioni
E' solo follia, solo immaginazione.

Esmeralda:
Soltanto che lui somiglia a voi!

Frollo:
Guardate gli occhi, c'è fuoco in lei!


4)       “Ikki-nii-saan!”: …devo commentare? Guardatevi il doppiaggio giapponese. XD

5)       “C’è Argo?”: Mi faccio schifo. Autoquoto da una fanfic a sei mani, LOL.
Argo e Giasone vengono dall’Heramachia [click] e anche questo intervento è puro fan service per le mie due co-autrici. XDDD


6)       “Vai a prendere a pugni quella quercia”: questa dovreste ricordarvela TUTTI, dall’anime.

7)       L’ottuplice sentiero è ciò di cui ciancia Shaka nell’epiloghetto. Non badategli, voleva solo darsi un tono mentre pensava farsi portare una tisana da Ikki. Sono le uniche che danno sollievo alla sua gastrite, perché Ikki con il suo lavoro di barman ormai è diventato un esperto delle temperature giuste di infusione.

  Fine.
Ora sapete TUTTI perché Ikki arriva sempre dopo agli altri.
Un po’ perché gli tira. Un po’ perché lui ha un lavoro a cui badare. Che cazzo.


 
Autore: Milo di Scorpio 
Genere: Commedia, Romantico
Personaggio Principale: Aquarius Camus, Scorpion Milo
Rating: PG
Avvertimenti: One Shot,Yaoi
In proposito: "Camus strinse le labbra. Milo non l’avrebbe sorpreso. Raccolse il cosmo tra le dita intrecciate e si preparò ad abbassare le braccia. Fu in quel momento che Scorpio scattò in avanti. Un attacco frontale che Camus in un’altra occasione – ma anche in quella, sebbene si trattasse di una sfida giocosa e nient’altro – avrebbe giudicato incosciente."
Disclaimer: I personaggi naturalmente non mi appartengono e sono di Masami Kurumada. E in originale non è che Milo non baci Camus. E' solo che non lo fanno vedere.
Cose: Buon compleanno, Camus.

“Ne sei ancora convinto?”
"Mh?” Camus alzò lo sguardo dall’ombra sulla terra umida e contemplò Milo, a lungo, prima di rispondergli come si conveniva: “Se hai paura, Scorpio, basta che tu lo dica”
Fu gelido e inflessibile – e stranamente non parve insolito, come sarebbe stato naturale per un ragazzino della sua età - ma nella sua voce serpeggiò una nota flautata, divertita, forse.
Bastò, naturalmente, per infiammare Milo.
“Io? Lo dicevo per te, Esperto dei Ghiacci. Fammi un po’ vedere di cosa sei capace, vuoi?”
“Finirà per farti male” concluse Camus, e non sorrise nel farlo.

“Non ti preoccupare, non resterò di certo fermo a prenderla.”
I due ragazzi si fronteggiarono, agguerriti. Camus ascoltò ridere l’amico e lo guardò scettico: non aveva il minimo dubbio riguardo al fatto che Milo non avrebbe avuto alcuna possibilità contro le tecniche che aveva appreso in Siberia. Erano troppo potenti perché chiunque potesse contrapporvisi. Gli lanciò un’occhiata, come se volesse stimare a lungo l’idea di attaccarlo con una di esse lì, in mezzo al vento e al rumore delle foglie degli ulivi. Milo l’osservava di rimando, la testa reclinata sulla spalla, un sorrisetto appena accennato sulle labbra che gli brillava negli occhi.
“E comunque ho una tecnica nuova, Camus.” Il ragazzino lo informò, malizioso “Una tecnica segreta, pensata apposta”
“Come vuoi,” il giovane Cavaliere di Aquarius si strinse nelle spalle, come se non gli importasse. Milo esitò un momento, colpito dalla bellezza di Camus nella luce del mattino.
Valutò se dirglielo o meno. Non si aspettava certo che una simile dichiarazione potesse turbare la serenità del suo animo o influenzare la gara: Camus si sarebbe limitato a sollevare le sopracciglia - le  belle sopracciglia sottili e nient’altro, senza coinvolgere nessun altro muscolo del viso- e avrebbe caricato lo sguardo di esasperazione. Appena imbarazzata, forse.
Milo…  avrebbe sospirato, alla fine, con quel tono di gentile rimprovero.
Milo, così, alla fine scelse di non dire nulla. Nascose un sorrisetto nel palmo della mano e  poi fece alcuni passi indietro, assumendo la posizione di guardia.

Era una gradevole mattina d’estate. Mancavano ancora diverse ore al momento in cui il sole avrebbe riscaldato la terra lambita dal mare e riarso le rocce polverose della scalinata del Santuario.
Il vento soffiava mite, ancora fresco di notte, portando con sé l’odore del sale della risacca e quello della macchia mediterranea.
Camus era andato a svegliare Milo, sapendo bene che l’amico non si sarebbe alzato dal letto di propria volontà se non a sole più alto, quando la luce fosse corsa a svegliarlo, dorata, sui pavimenti dell’Ottava Casa fino alle stanze private.
Erano passati diversi anni da quando avevano ricevuto l’investitura ed erano giunti ad Atene. Il Santuario, che era diventato la loro dimora, li vedeva adesso appena adolescenti, ma già guerrieri formidabili.
”Sarei in grado di battere la tua tecnica ad occhi chiusi.” Aveva detto Milo di Scorpio - appena adolescente e già guerriero formidabile -  a Camus, suo pari e suo amico più caro, soltanto la sera prima.

Se avesse usato un’inflessione di voce anche solo appena diversa, Camus si sarebbe offeso mortalmente e, con ogni probabilità, avrebbe cercato di congelarlo lì sul posto. Ma il ragazzino era stato divertente, aveva incupito la voce in un’imitazione riuscita di quella di Shura di Capricorn: “Non hai scampo, ragazzo.” E la sfida era stata fissata alla mattina seguente.
Milo si era stiracchiato come un gatto, nell’aria profumata, e insieme erano andati oltre i campi di addestramento, dove gli uliveti erano abbracciati dall’edera e l’ombra avrebbe portato ristoro anche nelle ore pomeridiane.
Era una gradevole mattina d’estate e il Cavaliere di Scorpio fece alcuni passi indietro, assumendo la posizione di guardia, allontanandosi dai tronchi ritorti degli alberi per avere più margine di movimento.
“Bene, Camus.” ghignò “Sono pronto per il tuo…  Must e poi?”
Diamond Dust, Milo.” Sospirò Camus e con  uno sforzo di volontà notevole ignorò l’ironia dell’altro. Con deliberata lentezza, spinse  le dita intrecciate davanti a sé. Il suo cosmo si espanse tutt’attorno, cristallino e pieno di luce.
Provocatorio, Scorpio si piegò appena sulle ginocchia, con un sorriso sornione: rimase in ascolto, i muscoli tesi allo spasmo, sotto l’apparenza tranquilla, con la sensazione che quell’energia fredda gli serpeggiasse sulla pelle quasi per trattenerlo dov’era, per evitare che scappasse.
Non ce ne sarà bisogno. Sentì il proprio sorriso allargarsi.
Lui e Camus erano amici da tanto, da quando erano arrivati al Santuario in età ben più tenera. Milo aveva sentito da subito una specie di tenero affetto per quel ragazzino esile dall’aria seria e distante. Era come se guardasse tutto e sentisse tutto, ma da lontano, dove le cose del mondo non lo potessero toccare.
Naturalmente Milo aveva fatto quello che era in suo potere perché le cose del mondo finissero per toccarlo più o meno impetuosamente, come quando – da bambini – lo aveva quasi costretto a mancare una cerimonia importante pur di farsi trovare: era sempre stato del parere che giocare a nascondino fosse una cosa seria, dopotutto. Con il passare del tempo l’amicizia si era fatta sempre più stretta, intima.
Quindi Scorpio non si sentì minimamente in imbarazzo mettendo a punto la propria controffensiva.
Aquarius sollevò le braccia al cielo. L’aria si caricò di tensione e forza repressa.
“Che potere tremendo” Milo spalancò gli occhi azzurri e si leccò appena le labbra. Era la prima volta che quel colpo gli veniva rivolto contro, ma non la prima che lo vedeva. Questo tornava inequivocabilmente a suo vantaggio: gli sarebbe bastato calcolare bene i tempi.
Non ancora. Non ancora. Attese.
Camus affilò lo sguardo, notandone l’’immobilità insolita.
“Cosa aspetti a contrattaccare, Scorpio?”
Si era aspettato che bruciasse il cosmo a sua volta e preparasse lo Scarlet Needle. Non mancava mai occasione per sfruttarla, no? Perché quella volta avrebbe dovuto essere diverso?
Poi
“Ho una tecnica nuova, Camus.”
Si era ricordato
“Una tecnica segreta.”
Di quello che gli aveva detto poco prima.
“Pensata apposta.”
Camus strinse le labbra. Milo non l’avrebbe sorpreso. Raccolse il cosmo tra le dita intrecciate e si preparò ad abbassare le braccia.
Fu in quel momento che Scorpio scattò in avanti. Un attacco frontale che Camus in un’altra occasione – ma anche in quella, sebbene si trattasse di una sfida giocosa e nient’altro – avrebbe giudicato incosciente.
Le sue braccia si abbassarono e la Polvere di Diamanti creata ad arte sfrecciò davanti a lui, luminosa e glaciale, raggelando l’area più esterna dell’uliveto.
Ma Milo era già passato.
Quando Camus abbassò le braccia se lo trovò contro il petto, la schiena di lui premuta contro i palmi delle proprie mani intrecciate, il viso a meno di due centimetri dal suo.
Le braccia di Milo si chiusero e cinsero la loro morsa attorno alla vita di Aquarius, oro contro oro nella luce del mattino.
“Questo,” gli disse, gli occhi trasparenti di Camus che si sgranavano nei suoi “questo è il mio nuovo colpo, Esperto dei Ghiacci.”
Roco, Milo, prima di avvicinare il viso a quello di Aquarius nell’impeto del contrattacco, premendo con foga le labbra sulle sue.
Camus, sbalordito, sentì la Diamond Dust vacillare, fino ad esaurirsi del tutto, e le sue braccia si chiusero del tutto sulla schiena del compagno, le dita catturate dai suoi capelli.

Furono entrambi contro al tronco di un ulivo abbracciato dall’edera.
Milo rise, sulle labbra di Camus.
Aquarius morse quelle di Scorpio, per vendetta.
Era una gradevole mattina d’estate. Mancavano ancora diverse ore al momento in cui il sole avrebbe riscaldato la terra lambita dal mare e riarso le rocce polverose della scalinata del Santuario.
Il vento soffiava mite, ancora fresco di notte, portando con sé l’odore del sale della risacca e quello della macchia mediterranea.
Camus affondò le unghie curate nella carne delle braccia di Milo, scostandolo appena da sé per guardarlo. I suoi occhi limpidi come il ghiaccio mandarono un lampo freddo.
“Non hai intenzione di usare il tuo nuovo colpo in combattimento con altri, vero?”