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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Un Mondo di Luce
100 Drabble Themes
Shaka/Ikki
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 Fanfic100_ita

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Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Azione, Commedia
Personaggi Principali:Gemini Kanon. Leo Aioria, Scorpion Milo
Altri Personaggi: AquariusCamus,Aries Mu, Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai, What If
In proposito:Milo,cavaliere di Scorpio, ne aveva viste tante nel corso dei suoi anni dicombattimento.
{WHAT IF: post-Hades con presenza di cavalieri vivi e vegeti, yay!}

Disclaimer: Tutto del Kuru, tutto del Kuru!
Cose: 
Tantiauguri al nostro splendido Milo,che compie gli anni.Avendo Athena usato su di noi il Misophetamenos,ovviamente, per noi il tempo è un’inezia e saremotutte per sempre splendide diciottenni.Ad ogni buon conto, le feste sono sempre una buona occasione diprodurre stronzate come questa fanfic, quindi le teniamo daconto. <3  Titolodella fic & relativa citazionesono © degli ABBA.Wahahah!
Il suggerimento poteva venire solo da Hades,comunque. Grazie, Hadessama!
Il suggerimento è venuto da Hades solo perché inquel momento Aphroditeera a cena.
Ringrazio tutti e due in quanto cavie da imbizzarrimento. Ghghgh.

Ununico rimpianto riguardo a questa fanfic. Ilmalefico canarino Biki– sì, si chiama Biki, non chiedetemiperché – non è farina del miosacco, e questo mi spezza il cuore a metà. Diamo a Cesareciò che è diCesare: il concept del personaggio che si è formatoè tutto per meritodei roleplay miei e di Fleur, ma la fonte d’ispirazioneè la serie afumetti parodica SD Seiya.Non conosco l’autore/gli autori, ma se capite lo spagnolopotete trovare le scans in questo sito. Mentre questo sulla spalla di Shakaè Biki. Veneratelo come si conviene.

Waterloo

You won the war



My my, I tried to hold you back but you were stronger

Oh yeah, and now it seems my only chance is giving up the fight!


“Avete visto Camus?”
Esordì così, Milo, affacciandosi tra le colonne più interne della Quinta Casa.
Rilassò impercettibilmente le spalle, il peso dell’aria afosa che si sollevava mano a mano che il cavaliere si addentrava nel fresco del Tempio. Il sole di Grecia sapeva spaccare le rocce, d’estate, eppure di solito le brezze marine soffiavano sui templi arroccati sull’altura dello Zodiaco; quel giorno l’aria era ferma. E se c’era una cosa peggiore dell’afa, senza dubbio erano gli effetti imprevedibili che essa aveva sul cavaliere di Aquarius. Lo cercava fin dalla prima mattina, senza risultato, seguendo la discesa soleggiata sino oltre la metà della scalinata del Santuario.
Una botta sorda, un colpo secco, e finalmente, un paio di risposte bofonchiate:

“Veramente, no.”
“Con questo caldo, non sarà uscito di casa!”
“Atterrato!”

“Cos…?!”
“A casa non c’è” informò Scorpio, per poi arricciare buffamente il naso, sporgendosi ancora di più. Sul momento non aveva fatto caso ai rumori confusi – normali, considerato l’ospite di Aioria – ma una volta entrato dovette ritrarre i piedi e fare un salto per impedire ai due valorosi guerrieri in piena lotta di rotolargli addosso.
“Molla la presa! Molla la presa!”

“Kanon!” rise Milo, sollevando un altro piede, e guizzò di lato, divertito. “Ma che diamine ti hanno fatto giù da Poseidon, eh?”
“Le alghe nel cervello, gli hanno messo!” ululò Aioria, schiacciato dal peso del suo avversario.
“Bada a come parli, spelacchiotto!” se la sghignazzava il più recente acquisto del Santuario. Gran bell’acquisto, doveva ammettere Milo di Scorpio. Gonfiò il petto, orgoglioso, al ricordo di quel riconoscimento sanguinoso, quel battesimo in una notte nera e inquieta. Lui l’aveva riconosciuto a nome di tutti, aveva visto le lacrime sincere e commosse rigare il volto del suo nuovo compagno. Gran bel colpo, Kanon di Gemini. Forza da vendere, coraggio da veterano, la scaltrezza di Ulisse, e il più veloce dito di Grecia ad apprendere la combo pugno-pugno-calcio-salto-sfondamento, per chiudere con L1 e mossa speciale.
“Questo è sleale!”

“Non lo è affatto!”
“Mi hai messo tu per primo le mani sul joystick!”
“Perché ti si stava staccand—”
 “Vallo a dire a Poseidon!”
E giù un’altra zuffa. Milo li seguiva con lo sguardo, felino, valutando per che pertugio infilarsi nel rotolamento selvaggio e dimenticare il caldo asfissiante con una bella rissa, ma il caldo gli fece ritornare in mente Camus.

“No, davvero, ragazzi, avete visto Camus?”
“Di qui non è passato!” Si riscosse Aioria, sempre sveglio. Si allungò diffidente a regolare ed azzerare il volume della televisione – i Gemini e Leo sullo schermo si erano bloccati in pieno caricamento cosmo, e facevano da sottofondo alla conversazione con le loro urla elettroniche – ma Kanon sembrava più che altro concentrato su quel che diceva Milo. Tanto meglio. Gli rifilò un pugno mentre lui non vedeva. E poi un altro.
“Altrimenti l’avremmo invitato a giocare.”
Milo scosse bonariamente la testa, allungandosi a scompigliare brutalmente i capelli a tutti e due e sghignazzando ai loro brontolii contrariati:
“Vi avrebbe battuti entrambi.”
“Ehi, non resti?”
“No, vado a cercarlo. Magari più giù. Magari è andato a chiedere a Mu di scalpellargli una macchina per le granite.”

“Vengo con t--Aioria, hai barato!”
“Questo è per il calcio che mi hai dato quando stavo per pararti la Galaxian Explosion!”

“Non era un calcio, era un…”
Scorpio se la batté, voltando le spalle alla lotta.
D’altro canto, due gold saint che si scontrano fronte contro fronte hanno un unico destino: la Guerra dei Mille Giorni. Aveva un buon margine di tempo per ritrovare Camus, bersi una granita e ributtarsi nella rissa.
Un’altra ora al sole senza traccia né di Camus né di un filo di vento resero Milo irrequieto e sbuffante. Sbuffante piuttosto che irrequieto, per il semplice fatto che poteva continuare a sbuffare come una vecchia locomotiva senza posa, mentre brontolare e digrignare i denti gli portavano via più energia. Un allenamento valido e sfiancante, scendere sino da Mu a piedi sotto il caldo afoso del mezzogiorno. Era approdato alla Prima Casa come l’esule peregrino errante, da uomo che aveva vissuto sia lo Sconforto che la Salvezza; ma mai come quel giorno, una in fila all’altro, in tempo dieci minuti da che ebbe varcata la soglia.
Mu, per prima cosa, gli aveva detto che no, di Camus purtroppo non aveva alcuna notizia: non l’aveva visto scendere né lasciare il Santuario, il suo cosmo era celato ai sensi di tutti, la scarpinata era stata, oltre che sfiancante, inutile, e le previsioni davano le temperature in rialzo.

Poi gli sorrise. E gli offrì del succo d’arancia e dei biscotti.
Milo cominciò a capire vagamente il debito di riconoscenza che vedeva brillare negli occhi dei giovani bronze saint nei confronti di Aries mentre era intento a mangiucchiare i biscotti più buoni che avesse mai assaggiato. E facendolo gli sovvenne:
“A proposito. Dici che nessuno è uscito, stamane, dal Tempio.”
“Nessuno.”
“Ma qualcuno è entrato?”

Mu sorrise e non disse niente. Milo strabuzzò gli occhi e appoggiò con virile foga il bicchiere sul tavolo: “E non me l’hai detto? Chi!”
“Attento al succo, Milo.”

“Oh, scusa.”
Così, mentre in due virilmente ripulivano il ripiano della cucina, il padrone di casa, garbato, e senz’alcun tono di rimprovero per l’increscioso incidente, vuotò e non vuotò il sacco:
“Non è propriamente una visita ufficiale.”
“Ma… come! Non ti ha chiesto il permesso?”
I sorrisi di Mu erano dolcissimi, ma non rispondevano propriamente ad ogni cosa.

 “…ma tu l’hai visto.”
“L’ho sentito, sì.”

“Ma hai finto che così non fosse.”
Nessuna risposta. Mu di Aries quando voleva era la cosa più adorabile e muta che Milo avesse visto. Una sfinge. Un animaletto di Pet Society. Comunque lo prese per un non pronunciato, molto politically correct per il santo che difendeva l’entrata al Grande Tempio. Si alzò, confuso.
“Non mi è parso volesse dare nell’occhio, tutto qua. Ah! Porta pure i biscotti con te!” Il compagno d’arme lo accompagnò alla porta, cordiale come sempre.

“Ti ringrazio, Mu!” Sospirò grato Milo. La prospettiva di avere con sé dei deliziosi biscotti per la lunga scarpinata del ritorno era più di quanto potesse immaginare. E Mu era veramente, veramente molto gentile. Dissipò qualsiasi confusione e dubbio rimasto – in fondo, non erano affari suoi – e tornò alla risalita. Adesso, però, il mistero non era da poco. In che cespuglio si sarà mai rintanato, Camus, pensava, per sfuggire al caldo? Non si sarebbe rassegnato. Non ora che aveva i biscotti.

“Muori, Aioros! Muori, muori, muori!
“Hah! Prendi questo!”

“Ah!”
“E questo!”
“Maledetto!”
“Sarai tu a morire, Saga!”
“Nooo!”

“Ehm, scusate…”
Aioros emise un urlo gutturale e poco credibile, nello scagliarsi su Saga. Kanon imprecò:
“Dai, Saga, non morire! Nonmorirenonmorirenonmorire!
 “Muore, invece! Il suo livello di cosmo è troppo basso!”

“Assassino!”
“Non riesco davvero a trovare Camus” miagolò Milo, nel tono più possibile convincente, per farsi ascoltare. “Siete sicuri di non averlo visto passare? Mu dice che non è uscito!”

“Hah!” Kanon, dopo un grande smanettare con la levetta analogica, era riuscito a fare alzare Saga, e ora era Aioros che le stava prendendo. Aioria si gettò sui tasti, senza perderlo di vista un solo nanosecondo.
“Te l’ho detto che… ah, ma brutto… sarà…!, se lo rifai di nuovo ti… a casa sua, no?”
“Uffa, ma non c’è, ti ho detto!”
A Milo stava pure venendo il mal di mare per i movimenti convulsi del cavaliere di Leo, che si dondolava sulle ginocchia, joystick alla mano, come se si stesse davvero piegando sui fianchi per assestare pugni sul muso di Saga di Gemini. Kanon parava e lo sbeffeggiava.

“Io torno su per l’ennesima volta” sbuffò Milo, che ne aveva abbastanza del caldo e della scarsa collaborazione dei suoi migliori amici. “Ma se non lo trovo vi scollate di lì e mi aiutate una buona volta!”
“Dopo, dopo!”
Ho vinto!
Scorpio affrettò il passo, risoluto, decidendo di tenere tutti i biscotti per sé. E mentre Kanon urlava alla rivincita, lui si apprestava alla scalata. Di nuovo. Sospirò, prese la rincorsa e si lanciò fuori, andando a sbattere contro il primo che passava.
Il primo che passava imprecò, andando a rotolare sui gradini, o quasi. Quello che stupì Milo è che anche lui barcollò per un buon passo a ritroso, a causa dell’urto, e dire che raramente un gold saint rimbalzava all’indietro così facilmente.
“Ah, scus…” Una volta che fu inquadrato il primo che passava, tutto fu un po’ più chiaro. “Ah. Che ci fai tu qui?”
“Siete molto accoglienti, qui al Santuario” borbottò tra i denti Ikki di Phoenix, spolverandosi i pantaloni, per tutta risposta. Milo inarcò un sopracciglio. Il sarcasmo non era nella lista dei requisiti più apprezzati in un bronze saint, ma, come sempre, lasciò passare. Se fosse stato un altro, probabilmente, Ikki sarebbe finito fronte a terra – anche se il cipiglio della Fenice faceva come intendere che non sarebbe stata un’impresa facile – ma Scorpio non era mai stato tipo da usare due pesi e due misure in base alla scala gerarchica. I soldati semplici, in particolare gli energumeni posti a guardia del Tredicesimo Tempio, erano i più temibili giocatori di poker che avesse mai conosciuto, e non c’era da scherzarci sopra.
“Scusa” alleggerì, senza farsi problemi. “Ma non sapevo fossi in visita al Grande Tempio. È successo qualcosa?”
“Deve succedere per forza qualcosa?”
“Come non detto, come non detto.”

Sopracciglia più in alto. Il ragazzo non aveva modi di fare nervosi, ma di certo le sue erano le difese più ostinatamente all’erta che Milo avesse mai visto in vita sua.
“Dormi, la notte, Ikki di Phoenix?”
“Saporitamente.” Fu la sbrigativa risposta, mentre il giovane bronze si accingeva a riprendere la salita delle scale. Milo lo seguì, senza prenderlo come un affronto. Se avesse desiderato provocarlo, gli avrebbe voltato le spalle in maniera più eclatante, o non gli avrebbe direttamente risposto.

“Perché hai l’aria di uno che sta all’erta da quando è nato.”
“Io sto all’erta da quando sono nato.”

Milo lo seguiva divertito. Adesso cominciava a capire perché Shaka se lo fosse tirato dietro dall’altro mondo: “Anche qui?”
“Soprattutto qui.”
Milo non lo sapeva, ma i pensieri di Ikki erano rivolti al novanta per cento alla dolce dea che presidiava le Case dall’alto. Se si fosse minimamente accorta della sua presenza, gli avrebbe attaccato un bottone da non riuscire più a scrollarsela di dosso.

E come sta Seiya? E come sta Shun? Ikki, stai composto! Ti va un tè? Non dire di no, ti prego. E Hyoga come sta? E Shiryu? E Tatsumi? E…
Mentre Phoenix così drammaticamente andava ragionando, Milo badava ai fatti suoi. E mentre badava ai fatti suoi, un uccellino gli volò appresso. Lì per lì non ci fece caso, ma lo distrasse abbastanza da smettere di fare domande al taciturno ospite.
“Ma questo…?”
Ikki camminava, sbrigativo.

“Phoenix!”
“Che c’è?”
A Milo per la prima volta venne voglia di far rispettare la gerarchia.

“Non lo vedi?”
“È un canarino, Milo di Scorpio.”

Era un canarino, sì. Ma non gli pareva tanto normale.
L’animaletto si posò sulla gradinata senza timore alcuno, muovendo gli occhietti vispi. Poi li richiuse. E fu allora che Scorpio si bloccò. Quel canarino aveva gli occhi chiusi e lo stava guardando.
“Non è un canarino normale.”
Smettila di dire stronzate, avrebbe detto Ikki se quello lì fosse stato Seiya.

“Smettila di…” tacque, dato che era un gold saint. “È normalissimo. Io vado.”
E così Scorpio venne abbandonato con quell’essere inquietante.
Prima si disse che era uno sciocco, e fece un passo.
Il canarino gli zompettò dietro.
Milo si fermò.
Il canarino anche.
Milo osò salire di un gradino.
Il canarino di due.
Il cavaliere si guardò attorno, perplesso. Phoenix si era già oscurato fra le colonne della Sesta Casa, dritta avanti a lui, che aveva lasciato tanto determinato il Tempio di Leo. Il canarino zompettò ancora, silenzioso, in due saltelli leggiadri, avanti a lui. L’aveva superato. Ora si voltava verso le scale più in basso. Milo corrugò le sopracciglia e fece per muovere un passo. Il canarino assottigliò gli occhi e cirpò.
Il lungo momento che seguì fu pieno di densi perché.
Milo, cavaliere di Scorpio, si fermò, sentendosi minacciato, e arretrò di un passo per inquadrare il proprio nemico, ora ad occhi chiusi, immobile e silenzioso come una sfinge.
Il canarino. Il canarino si era parato sul suo cammino!
Il volatile lo stava sfidando, eretto e fiero: “Cirp!
Milo espanse allora il proprio cosmo, per imporre la propria volontà.
E giurò – giurò – di sentire quello del canarino entrare in risonanza col suo.

“Aioria! Kanon! È terribile!”
“Muori, una buona volta! Muori! Muori!”
“Muwahahahahahah!”
“Aaaah, muoriii!”

Questa volta Kanon c’era andato giù pesante, scegliendo Rhadamantis della Viverna, che sullo schermo della televisione lanciava Greatest Caution come se fossero noccioline. Aioria, strenuamente fedele ad Aioros, invece, cercava di mascherare il proprio terrore premendo i tasti del joystick al limite dell’isteria.
“Spegnete quell’affare e statemi ad ascoltare!” tuonò Milo, decidendosi a mettere piede nel groviglio di fili e prendere entrambi gli amici per la collottola. “Sta arrivando…!”
Non fece in tempo a finire la frase, che un lampo giallo si avventò su di loro.

“Che?! Cosa?! Lightin’ plasma!
I nervi di Aioria di Leo, tesi come corde di violino, cedettero. Era tutta la mattina che Kanon lo metteva a continua prova, tra un avversario e l’altro, e proprio al culmine, durante lo scontro degli scontri – il Gigante Infernale numero Uno e la sua barriera del castello di Hades, stramaledizione a lui, e che Athena gliela perdoni ma Aioria di Leo non dimentica gli affronti – quell’attacco improvviso, come un proiettile. Per puro gesto istintivo, senza pensare, schizzò via da dov’era seduto, esplodendo il proprio cosmo dorato, e trasformando l’atrio della Quinta Casa in una pista da discoteca.

“Aioria! Ma sei impazzito, vuoi ammazzarci?!”
“Che cos’è stato?! Chi è?!”
“È ancora lì!”
“Ma che cosa?” Kanon era rotolato via rapido come i lampi luminosi di Aioria, per evitare di venirne investito in pieno, e ora guardava in alto, sopra di loro. “Milo!”
“Dimmi!”
“Quello è…?”

“…un canarino, Kanon.”
“Ma è…”
“Mi ha inseguito sin qui!”

“E tu hai attirato il nemico nella mia casa?!”
“Aioria, per Athena, datti una calmata!”
Leo era schizzato sin sul divano, decisamente lontano, in piedi, e con l’identica espressione del gatto che è appena caduto nell’acqua. Decisamente non aveva inquadrato la situazione. D’altro canto, un momento prima stava combattendo con Rhadamanthis l’Atroce Monociglio, e quello dopo gli era piombata una furia alata addosso. Aveva tutto il diritto di arruffare il pelo e sguainare gli artigli.
“Non è un nemico, è un… canarino… ma come fa ad essere ancora lì?!”
L’abominevole uccellaccio si era graziosamente appollaiato sul televisore, incurante di tutto ciò che gli stava attorno. Si becchettò le zampe, sollevò l’aluccia, si ripulì. Era indenne, dopo il Lightin’ Plasma di Aioria. Tre gold saint lo contemplarono tra l’inorridito e l’ammirato.
“Ma cosa…?”
Cirp!

I tre ammutolirono. Istintivamente, si misero spalla contro spalla, tutti e tre, serrando i ranghi, e rivolgendo al volatile ogni fibra della loro attenzione.
“Qui sta succedendo qualcosa di strano, Milo!”
“È  tutta la mattina che cerco di dirvelo!”

“Quest’uccello… non è normale.”
“Che cosa vuole da noi?”
“Si è messo sulla mia strada! Mi ha sbarrato il passo alla Sesta Casa!”

“Non hai ancora trovato Camus?”
Un brivido giù per la schiena.

“Dici che… lui c’entra qualcosa?”
Cirp!
Silenzio.

Sotto gli occhi dei tre guerrieri, l’uccellino svolazzò più in là, in un frullio melodioso d’ali. Senza che nessuno glielo impedisse, si diresse a colpo sicuro verso la presa della corrente.
“Che cosa fa?”
“Non oserà…!”

La vibrazione elettrica della corrente che si staccava senza preavviso li fece sobbalzare, internamente. Quando la testolina piumata si voltò verso di loro, in uno scatto, nel becco stringeva la spina della consolle.
Quel maledetto!” un ringhio riempì la stanza: “Non avevo salvato la partita!”
“Aioria! Stai fermo!”
Milo scattò avanti, sfidando lo sguardo improvvisamente torvo dell’uccellino.
“Fermi! Ho un’arma!”
Si preannunciava la sfida del secolo, quella che avrebbe impegnato gli occupanti della Quinta Casa.
Milo, il cipiglio serio e concentrato, estrasse un involto dalla tasca e lo scartò, lentamente. Vide il volatile fremere, il suo sguardo farsi più feroce, il suo cosmo tremare.

“Fatti avanti, se vuoi questi biscotti!”

Un respiro lento, senza intervalli.
La schiena perfettamente eretta facilitava inspirazione ed espirazione, la gabbia toracica si espandeva e contraeva leggerissimamente, come fosse aria a sua volta. I pollici, premuti dolcemente contro lo sterno, quasi non ne percepivano il movimento.

“Finalmente” sillabò infine l’asceta, interrompendo il momento di quiete per crearne uno nuovo. Gustò il suono delle parole disperdersi nell’aria silenziosa del pomeriggio, osservandolo tramutarsi in sera, sebbene il tramonto fosse ancora lontano. Egli non soffriva il caldo. Non la fame, non la sete. Aveva appreso a non farlo, e poteva osservare cose che ad altri sfuggivano. Il pomeriggio e il suo scivolare verso la sera, nonostante il sole alto. L’ondeggiare lieve dell’erba, nonostante l’assenza di vento. Molte cose sapeva centellinare, altre sapeva risolvere.
“Guarda che questo tè fa veramente schifo!”
Altre no.

“Per cortesia, lasciami godere il silenzio.”
“E certo, e come no. Vengo qui per questo. Però la prossima volta ti porto un tè decente.”
“Sta rientrando.”
“Eh? Chi?”
Ikki alzo il capo, istintivamente, le sopracciglia corrugate.
Cirp!

 “Ancora quello stramaledetto uccellaccio. Ma non se ne va più?”
“Da quando ha nidificato qui, pare che non voglia più andarsene.”
Ikki, un passo dopo l’altro, in falcate sicure, si fece strada sull’erba immacolata dello Sharasojo. Sapeva che a pochi era concesso di posarvi piede, ed infatti lo considerava un onore; un onore talmente alto da imprimere decisione e fierezza ai suoi passi. Così raggiunse – non senza poche perplessità, appena inquadrò la scena davanti a sé – il monaco biondo, serenamente immerso in meditazione, il canarino zompettante davanti a lui, un cavo di alimentazione, e un fazzolettino colmo di fragranti biscotti appena sfornati.

“Ma che diavolo…?”
“Trovo così notevole il suo coraggio e la sua dedizione nel difendere il nido” interloquì Shaka, gli occhi chiusi, e l’aria distesa di chi si sta godendo il finesettimana “che gli permetto di stare qui.”

“…difendere il nido.”
Lo sguardo di Phoenix raggiunse punte di diffidenza mai prima sfidate, nello squadrare il cavo d’alimentazione, talmente fuori luogo in quell’idilliaca armonia di natura, venire fatto a brani dal beccuccio del piccolo, dolce canarino trillante.

“Anche l’inquinamento acustico è considerato un attacco.”
“Dì la verità. È tutta la mattina che Leo e Gemini schiamazzano come due disperati, attaccati alla playstation” incrociò le braccia, quello che aveva risalito le prime cinque case in sordina, vedendo più di quanto desiderasse vedere, qua e là “e tu non ne potevi più. Hai mandato il pennuto a fare il lavoro sporco.”

“È  solo un innocuo uccello.” Shaka tese il braccio, e l’animaletto compì un breve volo per raggiungerlo. Una volta a casa, cominciò a spiumettarsi, trillando. Ikki lo guardò storto.
Ci aveva combattuto, una volta, con uno della stessa razza. Biondo, delicato, dal viso dolce, rassicurante, dall’ovale grazioso – un po’ troppo grazioso. Aveva aperto due occhi come non ne aveva mai visti, di un azzurro sconvolgente, ammaliante. E poi erano stati cazzi amari.

“Seh. Innocuo un paio di palle.”
“Ti sembro una persona del genere?”

“Eccome.”
“Non essere sciocco, Phoenix. Vuoi un biscotto?”


Milo, cavaliere di Scorpio, ne aveva viste tante nel corso dei suoi anni di combattimento.
Se si contavano quelle che aveva letto su Episode G, che Aioria conservava in copie imbustate sullo scaffale sopra il letto di camera sua, arrivava a centinaia e centinaia.

Ma la disfatta di quel giorno, quella era senza dubbio la più atroce ferita di guerra mai riportata.
Quella creatura demoniaca era volata via, dopo avere strappato con gli artigli il cavo di alimentazione della playstation, in un gran stridere e sbatter d’ali in faccia a chiunque cercasse di fermarlo. Dei dettagli della battaglia, nessuno dei tre volle parlarne, in seguito, così che rimase un mistero l’alone cupo che li attorniò per giorni. Solo a Camus Milo osò confidarne il perché, giorni più tardi. In toni vaghi e criptici. Comunque c’entravano dei biscotti.
“E tu, Camus, non c’eri! Non ti si trovava da nessuna parte!”
“Ma te l’ho detto almeno un centinaio di volte, Milo. Ero a udienza dal Pontefice.”
“Ci sei stato un sacco.”
“No. Ci sono stato solo in mattinata. Ma poi tu sei stato…” tentennò Camus “…trattenuto da…”

“Non farmici ripensare!”
“Va bene, va bene, non parliamone.”
“Ti rendi conto?” borbottò Milo, scavandosi il perfetto incastro, sul divano, tra lui e Camus. Sorrise, al ricordo del suo stanco e sfinito rientro a casa dopo la battaglia. Dopo tanto cercare, era rimasto in piedi, a sbattere gli occhi, alla scena che si era ritrovato di fronte: Camus, evidentemente stanco di aspettarlo, era lì, addormentato sul suo divano come se fosse casa sua. In cerca di refrigerio, dopo l’udienza col Pontefice era sgattaiolato nell’antro più fresco dell’Ottava Casa, dove si era addormentato come un orso polare in letargo. Sentendo immediatamente tutta la tensione della giornata sciogliersi, Milo si era gettato su di lui, svegliandolo, dispettoso, solo per raccontargli tutto e farsi consolare. Nei secoli dei secoli, amen.
“Ma ti rendi conto?” insisté comunque, giacché era lì.
Camus sospirò. “Tre gold saint! Da che mondo e mondo, mai si è sentito di tre gold saint sconfitti da un solo—”
Camus ebbe una vaga sensazione di déjà-vu, a quelle parole.
Di tre gold saint contro un solo individuo, e dello stato pietoso in cui ne erano usciti.

Di petali di ciliegio, di un mondo di luce e… no, impossibile.
“Spaventoso” commentò, carezzando gentilmente i capelli di Milo. “Davvero spaventoso.”




 
Autore:Milodi Scorpio
Genere:Azione, Drammatico, Introspettivo
Personaggi Principali:Kraken Isaac, SeaDragon Kanon
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot
In proposito: ComeOdisseo, Kanon opera le sue trame e lavora alle spalle del dioPoseidon. Un gioco difficile che trova il primo ostacolo in Isaac,allievo di Camus e giunto da poco nel regno sottomarino. Kanon fa iconti con uno spirito nobile e combattivo avendo dalla sua una tecnicaproibita.
Disclaimer: Masami Kurumada,guarda là!*C*   *scappa con i suoi personaggi*
Cose:
La resa di Kanon in questa fanfiction si deve alla straordinaria interpretazione di Camus dell'Acquario e allo stesso Kanon di Gemini.

Non aveva mai contemplato la verità dentro la bugia. Per quanto lo riguardava, la verità era sempre stata la verità, la forza del Bianco che il suo Maestro gli aveva insegnato, e la menzogna era stata la menzogna.
Pose un piede inguainato nell’armatura, con deferenza, su uno dei gradini che conducevano al Tempio. Alzò lo sguardo al cielo d’acqua, che gravava su di lui e su quella città ancora in rovina. Anche il cielo fatto d’acqua era una verità dentro una menzogna e Isaac fu costretto a vagliarla perché gli pesava addosso: non aveva mai avuto dubbi, lui, così netto, conclusivo e apocalittico, senza mezzi toni o mezze tinte. Adesso invece ne aveva da vendere.
Stranieri, chi siete? Da dove venite, navigando sulle vie d’acqua? Avete qualche commercio o senza meta vagate sul mare, come i predoni che vanno, rischiando la vita e a tutti portando rovina?
Salì un gradino. E un altro.
Il cielo d’acqua sulla sua testa aveva smesso di sorprenderlo diverso tempo prima. Aveva sentito dire di un saggio cinese convinto che un arcobaleno di quindici minuti nessuno lo guardasse più. Era vero. Quando era rinvenuto e aveva capito di essere ancora vivo, era rimasto steso sulla pietra a respirare piano in quel silenzio e in quella pace ultraterrena, come per prenderne coscienza. Aveva voluto aprire gli occhi, per capire dove fosse, per cercare il Maestro Camus, per vedere se Hyoga stesse bene, da qualche parte, ma era riuscito a socchiudere una palpebra sola. L’occhio sinistro era un’unica fitta di dolore. Aveva cercato di sollevare una mano per portarsela al viso, ma si era scoperto troppo esausto, allora era rimasto lì, a respirare e basta. Con l’unico occhio aperto sul mondo aveva visto una colonna altissima, di pietra e ghiaccio, gravare su di lui: sembrava vegliarlo. S’innalzava imponente e il suo vertice scompariva nell’acqua. Nell’acqua? Aveva sbattuto la palpebra e assottigliato l’occhio verde, per guardare meglio in alto, perché una colonna parte da terra, ma poi ci vuole un soffitto, sopra, o il cielo. Il cielo c’era, ma era fatto d’acqua. Una volta compreso di non trovarsi davanti un’illusione, né uno scherzo della sua vista dolorante, spalancò la bocca per la sorpresa, per quel miracolo di bellezza impossibile.
Poi erano trascorsi i mesi nel regno di Poseidon. E il cielo d’acqua era diventato per lui naturale come un cielo d’aria. Il mantello volteggiò sulle sue spalle, come un’onda, quando giunse all’apice della scalinata. Tra le colonne ioniche, il tempio si spalancava davanti a lui scuro e placido, come gli abissi stessi.
Senza fretta, ma anche senza esitare, si diresse al nahos, per chiedere udienza al dio Poseidon.Non si aspettava di vederlo andare al Tempio, quel ragazzo che veniva da sopra, con il suo scale nuovo fiammante di Marine. Lo vide da lontano e allarmato decise di seguirlo, senza farsi scoprire, lungo le strade ancora male assestate, sotto un cielo d’acqua. Odisseo in incognito, Kanon occultò la propria presenza e rimase nell’ombra, dove sarebbe rimasto fino alla caduta di Poseidon. L’uomo, cantami, dea, l’eroe del lungo viaggio, colui che errò per tanto tempo dopo che distrusse la città sacra di Ilio.
Il ragazzo, Isaac, salì i gradini lentamente, solenne.
Era stata Tetis a trovarlo. La giovane era corsa a chiamare Kanon perché non c’erano altri, a parte lui e a parte i soldati, nella città in rovina di Poseidon, e lui, Odisseo ignoto, il Marine di Sea Dragon era il più alto in carica. L’unico Marine, fino a quel momento. Gli altri, sarebbero stati chiamati a raccolta a breve. Tetis era corsa da lui che elaborava, Odisseo in incognito, le maglie per piegare il dio dei mari alla propria volontà.
“C’è un ragazzo svenuto, Sea Dragon. Perde sangue”.
Kanon l’aveva guardata come si guarda una diga che si para davanti al proprio flusso di coscienza.”Dov’è?”
“Ai piedi della Colonna del Mar Glaciale Artico”
“Come c’è arrivato qualcuno lì?”
Fu il turno di Tetis di guardare stranita il misterioso Marine.
“…portami da lui”.
Tetis lo aveva condotto, preoccupata del significato che poteva avere un intruso nel regno di Poseidon, come la divinità marina aveva giunto le mani in preghiera per il figlio Achille. Il ragazzo c’era, ed era a terra, e con l’unico occhio che gli restava fissava la colonna di pietra e di ghiaccio, enorme ed alta, su di lui, e un cielo d’acqua.
Li sentì avvicinarsi. Aprì la bocca, ma non emise un suono.
“Chi sei? Di che stirpe?” domandò lei, nell’uso antico di Itaca.
Siamo Achei di ritorno da Ilio che i venti hanno deviato sul grande abisso del mare.
“Non può parlare, guarda” sospirò Kanon, che si rigirava Omero per la testa. “E’ intirizzito dal freddo. Stava facendosi un bagnetto a nord, si vede. C’è gente strana al mondo, eh?”
Tetis lo guardò, gli occhi azzurri adombrati. Senti chi parla.
“Strano è strano,” borbottò Sea Dragon, e lui stesso – che non poteva percepirsi da fuori – né Tetis che non l’aveva mai visto, seppero quanto somigliasse a suo fratello Saga, mentre si accarezzava il mento in quel modo, gli occhi fissi su un bambino semicosciente. “Nessuno arriva quaggiù così, se non per qualche ragione. Non è un posto che si raggiunge facilmente”.
“Kraken” sibilò il ragazzo a terra, cercando di comunicare, cercando di spiegare qual era stata la sua splendida, terribile guida nel mondo degli abissi.
“Kraken?” ripetè Tetis della Sirena e i soldati semplici di Poseidon radunati a capannello attorno a loro mormorarono stupiti e fecero un passo indietro, istintivamente. Perché il cosmo di Isaac, a terra, prostrato dallo sforzo, si era espanso e aveva baluginato, inconfondibile.
“Kraken”. Sogghignò Sea Dragon, quando lo riconobbe e inaspettatamente le cose cominciarono a mettersi per il verso giusto. Per i suoi piani, naturalmente.
Bel colpo, Kanon, pensò. Ma disse: “Portatelo al coperto. Il primo dei General Marine, dopo di me, è giunto nei domini di Poseidon, nostro signore!” - Bleah, aggiunse dopo. Ma solo mentalmente.
Adesso il primo General Marine – dopo di lui, certo -  veniva avanti nel Tempio solenne e altero, come solo uno dei più alti in grado poteva, riconosciuto dallo scale del Kraken e dal suo spirito.
Come poteva solo un allievo di Camus dell’Acquario.
Quando Kanon aveva preso da parte Saga per spiegargli due o tre cosette su come impadronirsi del Santuario di Athena – ed era stato per tutta risposta condannato a morte, rinchiuso in una grotta a Capo Sounion ad aspettare la marea –  di Gold Saints ne conosceva pochi.
Conosceva Saga, ovviamente, quel maledetto, amato bastardo, e Aioros, il fastidioso, perfetto prototipo di perfetto cavaliere e perfetta perfezione. Conosceva vagamente Aioria, che, si diceva, di lì a poco sarebbe stato cavaliere di Leo e Mu, l’allievo del Sacerdote incartapecorito. Gli altri non li aveva visti nemmeno con il binocolo. Sapeva che erano giunti al Santuario uno dopo l’altro, bambini investiti dell’onore d’oro che a lui era stato negato, che erano arrivati quando lui l’onore  dorato se l’era già andato a prendere infondo al mare, da solo.
Non li aveva mai visti, però qualcosa di loro sapeva: il nemico va tenuto d’occhio e Kanon, Odisseo per vocazione, non era uno sprovveduto. E qualcosa di Camus delle Energie Fredde e di qualche moccioso che allevava in Siberia gli era giunto alle orecchie, col passare degli anni.
In Isaac dei Ghiacci, che lo spirito del Kraken era andato a cercare fin sopra la superficie, Kanon riconosceva lo stampo del Maestro e avere per il proprio esercito un virgulto che era stato destinato ad Athena lo rendeva orgoglioso. In qualche modo, era come avere piazzato un bel cavallo di legno infiocchettato sotto le mura di Ilio. Un gran bel colpo davvero, Kanon.

Isaac del Kraken aveva piegato il ginocchio davanti a Poseidon dopo avere vagliato la situazione con scrupolo. Sea Dragon, imponente davanti a lui, era rimasto al suo fianco mentre veniva curato e nutrito. Isaac dei Ghiacci era indipendente e forte, anche se aveva solo tredici anni, ma aveva apprezzato quella presenza carismatica.
Quando lo aveva ritenuto opportuno, Sea Dragon gli aveva parlato.
Gli aveva detto di Poseidon che viveva in quel luogo, in un regno di luce serena e verde filtrata dal cielo d’acqua. Un regno di pace e giustizia che il dio si proponeva di portare sulla terra.
“Athena, la mia dea, desidera la pace e la giustizia. E so che rinchiuse Poseidon ai tempi del mito, che desiderava lo scontro.”
“Ah, ragazzo. Poseidon non desidera lo scontro più di quanto lo brami io” Kanon fu abile a nascondere un sorriso affilato. Anzi: produsse una convincente espressione accorata “Sei Cavaliere di Athena?”
Isaac esitò: “Non ancora. Il mio Maestro mi stava addestrando per esserlo, tra i ghiacci della Siberia, nel nome della giustizia”.
“Della giustizia.” Ripetè Kanon e dovette reprimere la nausea a quel termine. Dov’era la giustizia ad Atene?  “E non c’è giustizia nel Kraken, che attacca gli uomini empi e che esce dagli abissi per punirli? Eh?” Kanon sorrise, affabile, immaginando una manta assassina da far piovere in testa a suo fratello, che ci pensasse due volte a chiuderlo in una grotta con l’alta marea, la prossima volta.
Isaac venne colpito da quelle parole. Erano le stesse che aveva usato con entusiasmo, davanti al Maestro Camus, qualche anno prima. Camus l’aveva sconsigliato di trovare nel Kraken un modello, ma Isaac ne era sempre stato attratto.
Si ricordò dell’isba sulla piana ghiacciata di Peveck, in quel piccolo nido d’oro che erano state le modeste stanze di legno inondate di luce, con i letti, il tavolo e la stufa, con il vecchio samovar ammaccato. Ricordò Camus e i suoi capelli rossi, come fuoco che arde al mattino, e Hyoga che gli sembrava tanto più piccolo con quegli occhi luminosi. Si domandò dove fossero, ancora una volta. E come avrebbe preso Camus, che non aveva mai approvato la sua simpatia per il Kraken, se avesse saputo della sua adesione alle fila di Poseidon.
Nello stesso momento in cui ebbe quel pensiero, seppe di avere accettato la silente proposta di Sea Dragon.
“Non puoi fare altrimenti, ragazzo. Non sei tu a scegliere” flautò l’altro, come se avesse ascoltato ogni sua riflessione. Quando Isaac si trovò in una stanza di pietre nude, con il riflesso verde dell’acqua sulla volta circolare, comprese che quella era la verità assoluta. Lo scale del Kraken, dorato e opaco, come il metallo puro che aspetta a lungo sott’acqua, vibrò nella sua direzione.
Sea Dragon lo spinse avanti, con qualcosa di simile al rude affetto di un fratello maggiore e allora tra lui e quell’armatura, fu la comunione completa. Quello che avrebbe potuto dire Camus , per quanto ancora pensasse a lui, era assolutamente irrilevante.
D’altra parte Isaac amava la giustizia. Quella di Athena, fanciulla dea. Ma di più quella di Poseidon, aveva scoperto, pura e fredda come i ghiacci di Siberia, che non scendeva a compromessi, che esaltava quando doveva esaltare e puniva, se necessario, senza scrupoli, come aveva sempre pensato che dovesse essere.
Isaac del Kraaken aveva piegato il ginocchio davanti a Poseidon e adesso, nel nahos, si preparava a farlo una seconda volta.
Era entrato nel Tempio e i suoi passi risuonavano sicuri, spandendo un’eco leggera tra il colonnato. L’ambiente era fresco e in penombra, pieno di  una serenità insonnolita tipica degli abissi. Era come entrare in una grotta.
Voleva chiedere udienza, domandare al dio riguardo i piani che aveva per la terra.
Isaac amava la giustizia di Poseidon che esaltava quando doveva esaltare e puniva, se necessario, senza scrupoli. Eppure le voci che circolavano tra i soldati, ultimamente, erano quelle di uno scontro imminente, dell’unica soluzione che era quella del mare che straripava dalle coste e affossava i continenti, per ripulire il mondo dalla sua malvagità, per vivificarlo e purificarlo. Per causa della piccola Athena che era appena nata, reincarnata per dare battaglia al dio del mare, come ai tempi del mito. Si diceva così, tra i soldati.
Isaac si era domandato come fosse possibile, quando aveva ascoltato. Conosceva Athena e non poteva credere a simili voci. Voleva chiedere a Poseidon, appellarsi alla sua giustizia pura e fredda, come i ghiacci di Siberia, e domandare se poteva risalire sulla superficie per cercare Camus, il suo Maestro, e Hyoga, per interrogarli.
Perché come poteva essere vera una simile notizia, se nell’esercito di Athena c’erano uomini giusti e puri come Camus, che lo aveva guidato, o come Hyoga, per la cui limpidezza si era sacrificato?
Oltrepassò la soglia del nahos e davanti al primo gradino piegò il ginocchio e chinò il capo, lasciando ricadere in avanti i capelli castani.
“Divino Poseidon”, mormorò, e aspettò il permesso di poter parlare.
Non giunse. La serenità intorno era verde e adamantina. I riflessi d’acqua vibravano sulle pareti in pietra e l’atmosfera era intima e fredda come un canto di sirena.
Ma vuota. Isaac alzò il viso e attese. Ancora niente.
Lo alzò ancora, seguendo con lo sguardo l’alta scalinata interna, gradino dopo gradino fino al trono del dio del mare. Il seggio aureo era imponente, ma non c’era alcun dio a prendervi posto.
Isaac schiuse le labbra per la sorpresa.
Solo l’armatura, vestigia vuote, delineava il sembiante divino. L’aura che emanava l’aveva ingannato diffondendo nel Tempio quell’atmosfera pregna, intima e fredda.
Non c’era nessun dio, su quel trono.
Dov’è? Dov’è Poseidon?E da quanto tempo non c’era?
Isaac richiamò alla mente la presenza divina, ma ricordò solo lo spirito del Kraken, che l’aveva guidato e l’aura intima e fredda come un canto di sirena, che l’aveva incantato.
Oltraggiato, si alzò e fece un passo indietro.
“Dov’è Poseidon?” mormorò a fior di labbra.
“Il nostro signore dorme” la voce di Sea Dragon suonò giovanile e ironica, rimbalzò contro le colonne e tornò indietro. Isaac si girò di scatto, facendo fluttuare il mantello.
Sea Dragon gli sorrise. Si era tolto l’elmo e i capelli gli ricadevano sulle spalle come le onde del mare e gli occhi tradivano un’allegria insana.
Avanzò. Nè lui stesso – che non poteva percepirsi da fuori – né Isaac che non l’aveva mai visto, seppero quanto mai somigliasse a suo fratello Saga, mentre metteva un piede dopo l’altro, puntando la sua vittima come un gatto fa col topo.
“Mi hai mentito in ogni tua parola”
“Ti ho mentito, ragazzo?”
“Dov’è Poseidon?”
“Poseidon dorme”
“L’hai già detto. Dove dorme? Dov’è?”
Kanon si strinse nelle spalle. “Nella sua anfora. Da qualche centinaio d’anni. Ma si sveglierà in tempo per la guerra contro Athena, non ti preoccupare.”
"Non c’è guerra contro Athena” Isaac portò alla mente l’immagine di un uomo giusto, dai capelli rossi come fuoco che arde al mattino e di un bambino biondo con gli occhi luminosi.
“Ci sarà. Tra breve. Ed entrambi gli eserciti si scontreranno nel sangue”. Kanon rise. Non c’era motivo per non dire le cose come stavano. Si scusò allegramente con le vestigia di Poseidon, lassù, sul trono, che sarebbe stato al suo risveglio un burattino nelle sue mani. Tirò qualche bestemmia contro Athena che raggelò perfino Isaac dei Ghiacci e alla fine si gloriò di essere l’uomo che aveva raggirato Poseidon, che avrebbe sconfitto Athena e che, di carambola, l’avrebbe messa in quel posto persino a Zeus.
"Ma tu chi diavolo sei?"
"Sono Kanon e lo sono sempre stato", fu la risposta laconica. "Fratello di Saga di Gemini, Cavaliere d'Oro d'Atena" aggiunse con disprezzo. "Perchè, ti cambierebbe qualcosa, nel caso? Cambierebbe quello che sto per fare?"
Isaac strinse i denti.
“Io non te lo permetterò”.
Kanon di Sea Dragon scoppiò a ridere.

Il ragazzo del Kraken  espanse il Cosmo. Spezzò con la sua furia l’atmosfera di grotta marina attorno a sé e alle povere vestigia vuote di un dio. Kanon avanzò ancora di un passo, le labbra increspate in un sorriso.
“A che gioco vuoi giocare, ragazzino?”
“Taci, traditore!” sentì in sé lo spirito antico di un mostro abissale ruggire, tradito quanto Poseidon. Si sentì tradito Isaac stesso,  che era indipendente, nonostante i suoi tredici anni, ma che aveva gradito al fianco la presenza e carismatica di Sea Dragon quando era giunto lì.
Primo Generale Marine - dopo di me, s’intende - l’aveva chiamato, con l’affetto ruvido di un camerata. Adesso invece lo chiamò:
“Moccioso. Falla finita o la finirò io in un modo che ti piacerà pochissimo”.
Così parlai e lui invocava il dio Poseidone, tendendo le braccia al cielo stellato.
Isaac ruggì d’ira, ma la controllò, come gli era stato insegnato. Il suo occhio sinistro era solo una cicatrice bianca di qualcosa di perduto per un bene più grande. Richiamò alla mente un uomo giusto dai capelli rossi, come fuoco che arde al mattino, e un bambino biondo dagli occhi luminosi e con il loro pensiero scagliò il suo colpo di furia ghiacciata.
E con il cuore rivolto a Poseidon, con l’idea di giustizia tanto simile alla sua, che non meritava di venire tradito.
Kanon lo vide e riconobbe una forza pura, nel ragazzo che lo attaccava. Qualcosa che lo rimandava fastidiosamente indietro ai tempi in cui Saga e Aioros si aggiravano per le strade schifosamente avvolti dalla loro aurea di integerrima santità. Che Hades se li portasse.
Si piantò bene sui piedi, racchiuse il Cosmo nella mano destra e si spinse in avanti, tra il ghiaccio e l’energia della tecnica rivolta contro di lui.
Per nove giorni fui trascinato dai venti funesti sul mare ricco di pesci. Il decimo giorno approdammo alla terra dei Lotofagi, i mangiatori di loto.
Genro Mahoken!” ruggì.
Un colpo tra i più letali. Manipolava le menti e creava illusioni. Chiudeva le verità dentro la bugia e di esse non ci si poteva liberare mai, se non mietendo un grande sacrificio od offrendosi come tale.
I Lotofagi offrirono da mangiare del loto.
Un giorno, per difendere la dea bambina che adesso voleva annietata, avrebbe voluto affrontare proprio con quel colpo un guerriero dell’oltretomba, un Gigante Infernale tra i più forti che l’avrebbe chiamato “l’uomo che ingannò perfino gli dèi”. Avrebbe voluto affrontarlo proprio con quella tecnica, così, per impressionarlo. Kanon era fierissimo del suo Genro Mahoken.

Isaac ricadde all’indietro. Sbatté la schiena sulla pietra fredda, poi la testa. E se lo scale di Kraken lo protesse dall’impatto, non poté fare niente per le dita sottili e impalpabili che gli frugarono la mente, invasive. Tentò di gridare quando scelsero immagini e colori dalla sua mente, ma non ci riuscì. Hyoga, come se lo ricordava nel suo cuore, mutò. I suoi occhi luminosi persero limpidezza, nel suo ricordo, sembrarono dileggiarlo. Due occhi, quando Isaac non ne aveva ormai che uno solo, dato per salvargli la vita. Non gli sembrava più un atto eroico, il suo adesso, solo un sacrificio sciocco, una stupidità imperdonabile. Cercò di scacciare le dita fredde, ma ormai non vedeva più nemmeno Kanon davanti a sé, ma una voragine nei ghiacci eterni che qualcuno aveva aperto, sulla profondità oscura degli abissi marini.
Cercò di ricordare Hyoga e la sua innocenza, ma nel proprio cuore lo trovò solo incosciente e infantile. O estremamente furbo, per essere riuscito a scambiare la sua vita con la propria, con un inganno, sott’acqua, per poi tornare in superficie e prendersi senza merito la cloth del cigno. Poteva immaginarselo, fiero e splendente, in quell’armatura sacra. E assolutamente inadeguato.
Qualcuno, del resto, lo aveva ingannato. Dove essere stato Hyoga, senz’altro. Tutte le altre piccolezze, andavano dimenticate.
E coloro che mangiarono il dolce frutto non volevano più tornare a dare notizie, volevano invece restare là con i Lotofagi a mangiare loto, dimenticando il ritorno.
Da lontano sentì una voce familiare, che lo confortava. Non conosceva nessuno Hyoga, gli diceva, ma assicurava anche che se avesse voluto farlo a pezzi avrebbe avuto tutta la sua simpatia, per quello che gli aveva fatto. La voce di Sea Dragon. Isaac era indipendente, nonostante i suoi tredici anni, ma apprezzava la presenza carismatica di Kanon da quando era giunto lì. Mosse una mano e sentì crescere in sé il germe dell’odio per Hyoga e per Athena, che a Hyoga aveva permesso di ottenere qualcosa che non gli spettava.
Kanon guidò la sua tecnica con maestria – la prima volta che la provava davvero - e guidò l’ odio di Isaac, lo sentì sbocciare e crescere finché la sua mente non si ritirò da quella del ragazzo, alterando i ricordi e i sentimenti.
Gran bel colpo, Kanon, vecchio mio. Sì batté appagato il la mano sulla coscia, poi lo aiutò a rialzarsi.
“Non è il caso di inciamparsi, eh?”
Sorrise affabile al ragazzo che lo guardò confuso e accettò l’aiuto, rimettendosi in piedi.
Alle navi li trascinai con la forza e li legai alle concavi navi, perché qualcuno non mangiasse del loto dimenticando il ritorno.
Con soddisfazione notò la pupilla rimpicciolita, la bocca di Isaac prendere quell’espressione dura che non lo avrebbe più abbandonato fino a che non avesse avuto davvero Hyoga tra le mani.
Meglio prima che dopo, pensò Kanon, che con quel colpo si era coperto le spalle. I giovani idealisti sono i peggiori.
E lui, Odisseo per necessità, era l’uomo che avrebbe ingannato gli dei.