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LA REGINA DEI SERPENTI
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, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
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Un Mondo di Luce
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Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Kanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Risvegliarsicon il rumore delle onde nelle orecchie. // Risvegliarsidisteso, tra morbide, bianche lenzuola.
Disclaimer: Sono personaggi che appartengonopa Masami Kurumada. Ancora per poco, perchè progettiamo dirapirli e di rapire anche lui.
Cose: 
 Questafanfic è dedicata come sempre alle mie muse (Deathmaskdi Cancer, Aphrodite di Pisces, Milo di Scorpio)
CAPITOLO:2 di 2


Risvegliarsi
Capitolo 2

 

Risvegliarsi disteso, tra morbide, bianche lenzuola.
No. No.
Quel crudele sogno.
Si sarebbe alzato, gli ultimi strascichi del dolce, indolente sonno. Placidi raggi di sole l'avrebbero accarezzato, adulato; dita dorate che lo invitavano a stendere le flessuosa membra così che esse potessero accarezzarle, seducenti, e tirarlo per le vesti, allegre e divertite, come amanti in un gioco sciocco e delizioso. Tirato per le vesti dalle dita del sole, Saga si sarebbe voltato e avrebbe riempito gli occhi dell'unica, pregnante visione che il mattino gli avrebbe regalato: una statua perfetta, un Adone scolpito nel marmo più pregiato, Endimione dalle labbra piene, i riccioli composti sul viso, intrecciati di rame e legno di ciliegio. Il fiato gli si mozzava in gola ogni volta. Mai mancava di trattenerlo, ed era una piccola morte e risurrezione. Ogni mattina.
"Nobile Saga."
Verde mare, gli occhi che si aprivano. Sorridenti.

"Nobile Saga?"
"Aioros. Sei tornato."
"Sì, Saga. Sono qui. Sono sempre stato qui."


"Devi smetterla di guardarmi così. Saga!" Un riso aperto, anche se contenuto. Aioros lo scrutava indagatore, con l'aria buffamente curiosa. Si divertiva. Saga lo contemplava, adesso sorridendo a sua volta, disteso tra le lenzuola. Tutto lo accarezzava in maniera così suadente. Il lino, l'aria tiepida. Quel sole.
"Hai nuovamente fatto un sogno angoscioso. Non è così?"
Saga rise gradevolmente, con la sua voce profonda, all'aria più cupa e seria che il cavaliere aveva assunto. Già si preparava a trarne degli auspici, dall'espressione.
"Nulla di tutto questo. Tranquillo."
"Non mentirmi."
Più caldo, questa volta. Si rilassava con lui. Il sole lo graziava ed illuminava come se fosse stato un dio. Tutti quegli omaggi ultraterreni, Saga lo sapeva, erano per Aioros. Aioros che era tornato. Luce, aria, e acqua che sgorgava. E terra e germogli che fiorivano sui verdi prati lontani dal Santuario. Prati mille volte percorsi assieme, dall'erba alta e verde, lucente, fresca al tatto; l'accompagnavano i boccioli chiusi sui piccoli rami, e quelli delle siepi. Saga sapeva che tutto questo era per lui. Lo guardava incantato e rapito, la guancia appoggiata al palmo della mano.
"Non mento. Non ricordo che cos'ho sognato."
"Non ricordi?"
"Nulla. Il nero. È una bella giornata, oggi, vero?" Gli sorrise, timidamente, per poi sporgere mani più audaci. Accarezzavano Aioros sui fianchi, sfiorando gli addominali perfetti.
"Una bellissima giornata!" A lui s'illuminò lo sguardo, scalpitante di pura energia. Il sole, il sole stesso lo animava. In lui c'era quella stesso palpitante vigore di tanti anni prima, imbrigliato in redini di cuoio rosso. Il giovane al suo fianco vi s'immergeva, inebriato, riconoscendolo e conoscendolo più mitigato, reso più temperato dagli anni. Riscaldava senza rischiare di accecare, o bruciare. Come il divino Zeus al fianco dell'incosciente Semele. O come gl'irrefrenabili cavalli di Febo, folgori di luce, che avevano disarcionato Fetonte. Il cavaliere del Sagittario fremeva di pura vita - vita, vita! Saga lo strinse tra le proprie braccia, fuggendo da quel sorriso sereno, adulto, diverso ed identico al giovanile illuminarsi nel saluto, nelle passeggiate e nel dirigersi fianco a fianco nell'arena polverosa. Tanti anni prima… loro usavano…
"Mio nobile Saga."
Usavano passeggiare… moltissimo.
"Mio Saga."
Attraverso sentieri polverosi e prati verdi, lontani dal Santuario. Verso le antiche rovine. Verso le scogliere. Verso boschi. Verso colline deserte. Verso acque e soli splendenti.
"Saga."
Sentì le sue labbra, morbide e piene.
Sensuale, vi si abbandonò, fondendosi con lui.
E rami, e frasche, e canti d'uccelli, e un timido gocciolare…


Era tanto che non ripercorrevano quel sentiero. Era ormai poco battuto, e il sole preludeva dirigendo il coro di luci rosse e rosate ad un tramonto malinconico. Ma loro camminavano, infaticabili, tra l'erba alta, Aioros ed i suoi passi atletici, Saga e il suo incedere sontuoso. Camminavano da ore, parlando. Tanti anni erano stati loro negati. E fendevano nuovi sentieri, riconoscendo le prime stelle, e aspettando Venere irradiarsi bianca nel cielo. Saga lo fissava, scrutando i toni del turchese che si faceva violaceo, lungo la linea dell'orizzonte frastagliato. Venere, Stella della Sera e del Mattino, dov'era?
Parlavano di poesia.
Di guerra.
D'amore.
Di vita.
E Venere, la Stella della Sera, si era accesa per Aioros.
Di nuovo di guerra.
E di Giustizia.
E di quanto più bello potesse esistere e l'Attica vasta offriva loro. Leggende di dèi, leggende di eroi. Imprese in miti e storia, in sogni e terra, e Venere, Stella del Mattino, si era accesa per Aioros. Saga la contemplava, splendente, inferiore solo alla luna, e l'ammirava. Piano piano, tutte le stelle. Discretamente, comparendo schive, poi a gruppi, sfumate, e in crescendo di scie. Le stelle tutte fiorirono per Aioros, e poterono distinguere le costellazioni e chiamarle per nome, tra il debole frinire delle cicale.
Perché non credere alle stelle, e alle cicale?
Perché non credere ad Aioros?
Senza di lui, quale vita?
Per chi avrebbe desiderato, palpitato, vissuto, se non per lui? La stessa sua vita era fiorente testimonianza della presenza della voce limpida e profonda che al suo fianco declamava, al pari delle gemme in fiore tra rami e cespugli, rigogliosi di vita assieme a lui.
"Che qualcuno mi svegli da questo sogno" pregava silenziosamente Saga tra i sorrisi estasiati, "ora, prima che il mio animo venga rapito per sempre."
Ma nessuna mano fredda lo attanagliava alla gola, strattonandolo bruscamente all'indietro. Le uniche dita erano quelle dorate della luce del mattino. Giochi, risa, e labbra più dolci del miele. Venere, astro lucente del mattino e della sera, scintillava negli occhi di Aioros, bellissimo, rilucente Aioros. La brezza tiepida gli scompigliava ad arte i riccioli perfetti. Era troppo bello da credersi vero. Perciò lo toccava, perso nell'estasi, carezze lievi, a dita aperte, audaci i palmi sui suoi fianchi, sulle braccia muscolose, ardenti le labbra sulle sue. Ed inchiodava occhi in occhi che lo affrontavano apertamente, senza paura. Aioros l'incorruttibile. La loro limpidezza era quella che sollevava il vento e rendeva le foglie simili a violini nel fruscio della sera, che attirava il sole ed accendeva le stelle del firmamento. Verde mare, azzurro di bosco, cielo riflesso in laghi persi nel verde di querce, pini, castagni e faggi.
"Saga? A cosa stai pensando?"
Lo riscosse dai suoi pensieri. Sorrise. E tacque.
"Dimmelo, te ne prego."
"Mi sgrideresti." Allungò una mano a carezzargli il volto, mentre lo diceva, incapace di staccare gli occhi dall'amato compagno. Carezzevoli le dita che col dorso scendevano dallo zigomo al mento, il Santo di Gemini aggiunse, perso com'era nella sua contemplazione: "È tutto talmente bello da non sembrare vero."
"Nobile Saga!" La voce era un dolce rimprovero. Gli occhi si erano istantaneamente fatti più severi, fermi nel ritratto della determinazione. Voleva essere convincente, Aioros di Sagitter. Saga sorrise.
"Nobile Saga, devi scacciare la paura che alberga nel tuo cuore."
"Sono debole. Perdonami."
"Non sei affatto debole, mio splendido amico. Ma oscuri demoni lottano nel tuo cuore."
Saga sapeva che non si stava riferendo agli sciagurati avvenimenti di quella notte. Abbassò comunque lo sguardo, intrecciando le dita alle dita di Aioros. Ruvide sui polpastrelli e forti, scurite dal sole, contrapposte alle sue, più pallide, e flessuose ed eleganti. Ne saggiò il tocco e il calore. Sospirò.
"Sono qui, Saga" la voce profonda di Aioros si abbassava in un sussurro dolce, come a stemperare la gravità delle sue parole. Sussurro caldo profumato di vita. "Sono qui con te. Non me ne andrò più."
E mentre il cuore gli si spalancava verso di lui nuovamente allungava le braccia, con un che di triste che tintinnava come eco distante in tutta quella trepida gioia. Gioia di vivere. Gioia di essere vivo. E baci a cascate, e carezze, e parole d'amore. Le mormorava come qualcosa di sacro, mai ad alta voce, e come mistico canto le sentiva librarsi in cielo solo quando accompagnate dalle stesse, dolci insensatezze di quelle labbra accostate alle sue, oro, incenso e mirra. Aioros l'invincibile.
Che qualcuno…
Strascichi argento di luna non impallidivano la sua pelle di guerriero; in quella estenuante calura di notte, Saga pensò fosse dolce soffocare. L'apnea era spezzata da boccate d'aria calda come vapore. Aioros diveniva sfocato, visione appannata dietro un vetro, Aioros il magnifico, lo splendente, diletto degli dèi…



"Vostra Santità? Dormite ancora?"



Note di Aquarius ~

Epilogo:

Nessun epilogo felice, qui. Questo era puro sfogo di angst. Ma Aioros è ancora vivo, lo so, da qualche parte, tornerà e si scatenerà un'intensa storia d'amore che ai tempi bui non ebbe tempo di sbocciare, ecco. *IO CREDO NELLE FATE, LO GIURO, LO GIURO!*


Note più serie
:
1) Fanfic in due parti. La precedente riguardava Kanon e Rhadamantis. Il risveglio è il punto di partenza, loro fanno il resto. I personaggi appartengono a Masami Kurumada, non a me, ma io li amo tanto tutti quanti. E li slasho.

2) Che dite, Kanon se l'è passata meglio? Temo di sì. Ma non è colpa mia. Non so quale imperscrutabile bilancia cosmica del karma abbia deciso di ripartire in questo modo le sorti dei due fratelli, a suo modo riequilibrando disparità. Uno tanto amato rimasto completamente solo e l'altro, rinnegato, che si lega a qualcuno. Potrebbe vedersi così. Sono ignara quanto voi.

(andiamo, comunque. AiorosxSaga = Angst. Non poteva andare diversamente. Me ne scuso)


 

Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Kanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Risvegliarsicon il rumore delle onde nelle orecchie. // Risvegliarsidisteso, tra morbide, bianche lenzuola.
Disclaimer: Sono personaggi che appartengonopa Masami Kurumada. Ancora per poco, perchè progettiamo dirapirli e di rapire anche lui.
Cose: 
 Questafanfic è dedicata come sempre alle mie muse (DeathMaskdi Cancer, Aphrodite di Pisces, Milo diScorpio),ma questa volta con particolare riguardo a Rhadamantis di Wyvern,che non commenta ma legge, inarcando il suo elegante monosopracciglioall’inglese, e a Kanon di Gemini,nel tempo libero Kanon di Gemini, che tra le altre cose ci harecentemente deliziato di questa.Che io fossi in voi andrei a leggere. E ho l’accortezza dipubblicarequesta fanfic oggi (14/08/2008,sull'EFP),che se non vado errata è un anno esattoche sonodiventati un dolce duo, e a breve andranno a spassarsela al mare. <3 Auguri a Rhada eKanon. ~
CAPITOLO:1 di 2


Risvegliarsi
Capitolo 1
 

Risvegliarsi con il rumore delle onde nelle orecchie.
Oh, no.
Di nuovo.

Da quale dei suoi incubi si sarebbe risvegliato, ora? Era tornato laggiù? Generale degli abissi, accolto dal mare che aveva tentato di ucciderlo, quel mare stesso lo mondava con la sua rudezza di padre severo e lo accoglieva come un figlio inasprito – era il mare di Poseidone? Si sarebbe risvegliato dal grande incubo di una Guerra Santa solo sognata e si sarebbe ritrovato laggiù? Erano queste le onde?
O si sarebbe risvegliato ancora più indietro, tra i flutti di un mare non ancora padre, dall’ennesimo incubo in cui il fratello lo abbandonava voltandogli la schiena? In quale dei due casi avrebbe perso di più?
Perdere l’oro che sapeva di sangue fraterno e di negata appartenenza finalmente concessa, e di onore, e riscoprirsi il generale votato al dio avverso, traditore tradito?
Perdere la stessa veste di Marine, e ritornare agli stracci e ad una grotta scavata dai sali, senza dio alcuno, nemmeno il padre Poseidone che aveva avuto egoistica pietà di lui?
O perdere quegli stracci stessi?
Tornare un uomo e scenderne al di sotto.
Affrontare la morte…
Con quel rumore di onde nelle orecchie.
Che onde erano? Che mare? Da quale incubo si stava svegliando?


Il sole bianco, accecante, e le strida dei gabbiani. Kanon viveva.
Rimase ancora abbagliato dal sole, ferito, abbattuto come straccio bagnato sugli scogli pietrosi. L’odore acre e familiare del mare lo soffocava, il sole batteva sul suo corpo dal sapore di salsedine, sulle alghe vaganti che erano state strappate al mare da correnti e fato e tempo, si raggrumavano ed imputridivano lì, assieme ai crostacei e i piccoli insetti che vivevano soltanto sotto la sabbia e negli anfratti delle rocce porose. Il sole era accecante. Bianco da ferire. Kanon era già ferito, e voleva solo riposare.
Da seduto, fu come vedere un mondo diverso. Distesa di blu a braccia aperte, il mare lo chiamava, eppure non si muoveva. Kanon rimase immobile per molto tempo, instupidito, la testa inclinata su un lato. Le braccia si muovevano, ma era come se non facessero più parte di lui. Aveva ancora un dito rotto. Vi pensò distrattamente, lo sguardo vacuo sul mare e le labbra dischiuse, quel figlio di puttana di Minos.
Rimase così qualche altro minuto, prima che il suo sguardo riuscisse ad essere catturato dalla figura galleggiante sul mare. Scattò in piedi. Il suo corpo lo punì con ogni dolore possibile, tutte le ossa bruciarono eseguendo i suoi movimenti – ed era come correre con gambe di cristallo – eppure Kanon correva.
Il mare gli diede vita.
Di nuovo.
L’acqua fredda gli diede un senso e lo riscosse, i suoi arti gli rispondevano, i brividi gli diedero velocità. Il mare gli restituiva la vita. Fu ghiaccio ed ossigeno, vampata d’aria, e così le sue mani poterono afferrare e trascinare, e parve come risvegliarsi da un sogno – di nuovo – il rumore delle onde nelle orecchie – di nuovo – solo nel distendere Rhadamantis della Viverna, Giudice Infernale, grande generale di Hades, nemico di Athena, rovesciato a testa indietro sulla sabbia ruvida che scarsamente ricopriva a manciate l’insenatura rocciosa del mare. Tossì, con voce cavernosa. Rhadamantis viveva.
Kanon rimase in ginocchio, gocciolando, mentre la testa gli girava che sembrava stesse per cadere, fischi d’aria alle tempie. Per minuti, ancora, ripiombò in quella specie di trance, chiuse gli occhi, il sole era bianco e accecante anche da dietro le palpebre, e Kanon era ferito e voleva solo riposare. L’unica cosa tangibile, lacrime del padre mare a scivolare dai capelli alle tempie alla fronte al naso agli zigomi alla bocca, e il salato sulla lingua. Ansimava. Il mare li aveva salvati entrambi.
“Kanon!”
Fu la voce a svegliarlo.
Kanon mise a fuoco l’uomo che aveva davanti.
Anche privo dell’armatura, Rhadamantis il gigante infernale era temibile come una fiera dalle maestose sembianze. Il suo ampio torace si alzava ed abbassava in faticosi respiri come la schiena di un drago che ansima terribile, imperscrutabile, occhi di lama. Può non attaccare, ma tu sei paralizzato dal terrore.
“Rhada… mantis…” sillabò. La sua gola era secca. Le parole raschiavano. Sentì sapore di sangue, dolorosamente mischiato alla salsedine. Per l’altro doveva essere lo stesso. In bocca a lui quell’ansito era stato un ruggito, ma la sofferenza in quel momento – il saint lo sapeva bene – apparteneva ad entrambi. Entrambi sarebbero dovuti morire nell’esplosione causata dallo stesso Kanon, erano finiti lontani, molto lontani, fino ad esplodere oltre il mondo dei morti, sulla terraferma, ma il mare li aveva graziati. Entrambi.
“Kanon… perché…” raschiò l’uomo che si sforzava di puntellarsi sulle braccia possenti, trapassandolo con occhi iniettati di sangue. Ma Kanon non aveva paura. Né di lui né di niente. Il sole era accecante, e bianco, e nelle orecchie c’era il rumore del mare. Rhadamantis aveva rischiato di morire.
“Perché sì” sbottò, senza nemmeno sforzarsi di cercare una frase ad effetto tra le tante che avrebbe potuto dire. Anche un non lo so sarebbe stato di grande effetto scenico, ma non è che esattamente non lo sapesse. Come se non lo sapesse. Un motivo c’è sempre, a quello che si fa, al mondo. Kanon stava seduto cercando di non morire e Rhadamantis, il suo avversario, il suo nemico, l’uomo che aveva sbarrato la strada all’esercito di Athena e aveva ucciso i suoi compagni, l’uomo che aveva allacciato lo sguardo al suo non curandosi né degnandosi più di nessun altro

Sospettavo che fossi tu...
L’uomo che è riuscito ad ingannare anche gli dèi…

e che l’aveva chiamato per primo

…Kanon dei Gemelli!
come nessun altro prima aveva fatto, in quella corsa affrettata contro il tempo, investito cerimoniosamente a sangue e lacrime un’ora prima che la sua dea morisse – Rhadamantis lo specter, generale di Hades giaceva a peso morto a faccia in giù sull’acqua, e lui era corso per tirargli i capelli – e ora ricordava, le seriche chiome bionde sotto le sue dita ferite – riversargli il capo all’indietro e farlo respirare. E l’aveva portato a riva prima che, privo di sensi, non ricevesse la morte, per scoprire che il padre mare davvero aveva voluto salvarlo. Come Kanon. Entrambi vivi. Entrambi salvi.
Respirava a fatica, Rhadamantis, e non gli staccava gli occhi di dosso. La sua risposta l’aveva preso in contropiede, e nei suoi occhi era passato di sfuggita un lampo di smarrimento. Kanon lo riconobbe. Era lo stesso che aveva trasformato il suo volto quando aveva visto Gemini chinarsi su di lui, in un gesto naturale, dopo avergli inferto un colpo tremendo – e anche allora non seppe perché lo stesse facendo, solo gli venne naturale chinarsi su Rhadamantis così scioccamente, come a sincerarsi se stesse bene, come nel più assurdo dei racconti – e quando ad interrompere il loro scontro erano arrivati gli altri due Giudici dell’Oltretomba. Rhadamantis aveva gridato “No!” – per lo stesso motivo per cui Kanon si era chinato su di lui senza pensare, e rabbioso aveva perso il controllo perché la sua preda era stata toccata da altri. E smarrito, quello sguardo regalava furia ai suoi no, un impeto che aveva lasciato i due giganti sconcertati, due sorrisi perplessi sui volti in ombra. Quello stesso lampo aveva ingentilito l’espressione dura per un secondo mentre il rumore delle onde riempiva le orecchie di Kanon, e non c’era molto di superfluo da dire. Ricordava tutto perfettamente.
Gli sorrise, debolmente.
“Kanon… tu… sei un uomo avventato.”
“Può darsi.”
“Mi hai salvato la vita.”
“L’ho fatto.”
“Potrei approfittarne per ucciderti.” Raschiava, col fiato, la terribile fiera. Non aveva perso niente della sua minacciosità. Era un mostro ferito, e quindi più irritabile e pericoloso. Lo guardava. Ma non si muoveva.
“Non credo che lo farai.”
Una debole risata. Kanon osservò con inaspettato piacere le labbra dello specter deformarsi in un ghigno da lui subito prontamente imitato, mentre dall’altro usciva una breve, roca risata. Riconosceva il suo tono di voce, elegante ma cupo, come se provenisse davvero dalle profondità stesse dell’Inferno.
Saint e specter si fronteggiavano.
Erano due esseri ricoperti di ferite, striscianti. Non si reggevano in piedi. Guerrieri privi di armatura, si fissavano senza abbassare la guardia, mentre il sole accecante batteva su tutto, sulle rocce porose salate, sul mare blu come lapislazzuli lucenti, sulla pelle dei due uomini ricoperta di ustioni, abrasioni e tagli non più sanguinanti. Tutto aveva lavato via l’acqua del mare. Kanon spezzò per primo la posizione di guardia, con grande naturalezza. Si lasciò scivolare all’indietro, per distendersi. Voleva appoggiare la schiena alla terra e ricordarsi di essere vivo. Passarono dei minuti. Quando riaprì gli occhi il sole era sempre lì, sembravano essere passate ore e invece era nella stessa identica posizione, e Rhadamantis giaceva disteso accanto a lui. Riprendevano entrambi fiato e vita.
“Rhadamantis.”
“Mh?”
“Come stai?”
“Potrei stare peggio.”
“Già. Senz’altro.”
“…E tu?”
“Ah, io? Mh. Bene.”
“Mh.”
Kanon rilasciò il fiato, con grande fatica. Tutte le membra si stavano sciogliendo. Non sapeva dire se era un buono o cattivo segno. L’abbandono era piacevole, ma aveva al tempo stesso paura di quell’abbandono. Era l’invitante richiamo della morte, o poteva fidarsi? Kanon non si era mai fidato molto di nessuno. Anche in quel momento, si faceva un po’ pietà. Tremava, nel caldo del sole accecante. Non voleva morire. Non adesso.
“Io dormo.”
“Dormi?”
“Sì. Non morire mentre io dormo.”
Rhadamantis pensò che Kanon dei Gemelli era più che un uomo avventato. Era veramente eccentrico. Aveva salvato la vita ad un suo nemico, gli aveva ingiunto di non morire mentre lui non poteva sorvegliarlo, poi si era addormentato. Le membra intorpidite, il gigante infernale fece uno sforzo col capo per girarsi ad osservare i lineamenti del volto dell’avversario. Lo fece finché non fu sicuro di distinguere l’espandersi ed il contrarsi dell’ampio petto. Appena se ne fu sincerato, si abbandonò senza forze disteso nella posizione di prima, e chiuse gli occhi a sua volta.

“Kanon.”
La voce ferma lo riportava alla realtà.
Era vivo. Di nuovo. Ancora.
“Kanon.”

Rhadamantis della Viverna torreggiava su di lui, come l’aquila che scende a cerchi sulla preda prima di ghermirla. Strano che non provasse paura.
“Nh?”
Si sentì tornare ad una posizione naturale. Si rese conto di essere stato spostato, perché prima evidentemente doveva trovarsi più in alto.
“Ti dimenavi. Stai bene?”
“Sì. Sì, sto bene. No. Mi fa un male atroce.”
Il saint di Gemini portò entrambe le mani al fianco destro. Cos’era all’improvviso tutta questa cosa del corpo che pretendeva di riacquistare sensibilità? All’anima se era vivo, era vivo sin troppo. Prima non gli faceva così male. Scoppiò a ridere.
“Che c’è da ridere?”
“Niente. Siamo vivi.”
Lo stesso sorriso si dipinse sulle labbra arroganti del’altro. Per la seconda volta, Kanon le osservò con piacere. Ed interesse.
“Sì, siamo vivi.” E sogghignò, guardando il mare, come a sottolineare il sarcasmo – neanche l’ironia – della situazione. Erano entrambi vivi. Kanon riuscì a mettersi seduto. Erano ancora laceri e sporchi, e feriti. E più sofferenti che mai. Ma il mare li aveva graziati entrambi. Non aveva scelto il figlio Kanon, donandogli la vittoria dell’eroe che paga il suo spirito di sacrificio. Non aveva scelto Rhadamantis, assegnandogli la vittoria della forza di Hades su Athena. Aveva salvato entrambi, ed ora erano lì, striscianti, a vivere, senza vinto né vincitore, senza poter tornare sul campo di battaglia, che si sarebbe conclusa prima che loro potessero essere di nuovo in grado di rimettersi in piedi. E chiunque avesse vinto, loro erano entrambi vivi.
Il sole era basso. Ancora non tramontava. Non c’era freddo. L’odore del mare era più forte che mai, e la risacca copriva qualsiasi altro suono. Respiravano con dolore. Kanon aveva salvato Rhadamantis, e il mare aveva salvato entrambi. Si chinò a guardarlo, la fiera vinta e non vinta, spossata al suo fianco, ma che non abbassava la guardia. Puntò gli occhi nei suoi, come se fosse pronto a scattare in qualsiasi momento, mentre entrambi non sarebbero stati in grado di imprimere forza ad un misero calcio senza frantumarsi le ossa. Ma erano vivi. Vivi.
Scattarono praticamente contemporaneamente. Il sole non era più bianco, ma l’odore della salsedine soffocava, la sabbia era ruvida, il vento inclemente, e non si sentiva altro che il rumore delle onde nell’eco di ogni roccia avvinghiati l’uno nelle braccia dell’altro, labbra che si divoravano a vicenda con una fame morbosa, voglie alimentate a fuoco da scintille di ferro che si affila, respiri e bruciore e sangue e vita. Ignorando l’amaro, l’aspro e il salato quanto il sapore ferroso del sangue. Prendere tutto, fin quello che c’è, perché c’è, e non è andato distrutto. Non se l’è preso Hades, non se l’è preso Athena. Non se l’è preso l’inferno, non l’Elisio. Nemmeno il mare.

Si staccarono ansanti dopo un’infinità di tempo, e gli occhi di Rhadamantis sempre duri agganciarono quelli di Kanon, fissi, tanto che non li poté muovere, mentre con espressione seria andava a prendergli la mano offesa, la mano che avevano torturato davanti ai suoi occhi. La teneva stretta, perché non si facesse male, la tenne stretta mentre si chinava su di lui, aquila e drago e leone e maestosa viverna, e si avvinghiava a lui come lui prima gli si era gettato addosso, avido di un sentimento senza nome. Il mare aveva risvegliato Kanon con il rumore di onde nelle orecchie, e aveva risvegliato Rhadamantis della Viverna, di Athena nemico giurato, servo di Hades, l’uomo al quale il destino aveva già cominciato a legarlo a doppio filo. Giacevano assieme, labbra affamate, riprendendosi tutta la vita che era stata loro restituita.

“E adesso?”
Rhadamantis rimaneva in silenzio, guardando il mare, padre patrigno di Kanon dei Gemelli. Adesso?
“Abbiamo vinto entrambi, Kanon. O siamo stati entrambi sconfitti. O forse nessuno ha vinto.”
“Non t’interessano le sorti della Guerra?”
“Comunque sia, è finita. E noi ne siamo usciti. Come se fossimo morti entrambi. Ma non lo siamo. E non possiamo tornare indietro dicendoci vincitori. Non siamo neanche questo.”
Kanon rimase a riflettere per un po’. Ora che riusciva a stare in piedi, doveva reggersi la mano ferita. Rhadamantis gliel’aveva fasciata con quel che rimaneva della veste che indossava sotto la surplice. Si chinò seduto di fianco a lui. Rhadamantis che era stato salvato dal mare. Che viveva.
“E quindi?”
“Un’alternativa c’è sempre.”

Note di Aquarius ~

Epilogo:

Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli scapparono assieme alle isole Shetland, dove lo specter ha residenza. Lì hanno avuto tempo e modo di riprendersi dallo scontro ed instaurare un solido rapporto di coppia. Vanno molto d’accordo e seguitano imperterriti a concupirsi apertamente ed anche in pubblico. Non si sprecano a tentare di negarlo. Litigano moderatamente. Sono felici. Il tè preferito di Kanon è diventato il Russian Earl Grey. Ogni tanto tornano al mare. Appena si saranno un attimo organizzati con ogni probabilità formeranno un’associazione a delinquere per conquistare il mondo.


Note più serie
:
1) Fanfic in due parti. La prossima, conclusiva, sarà dedicata ad Aioros e Saga. Il risveglio è il punto di partenza, loro fanno il resto. I personaggi appartengono a Masami Kurumada, non a me, ma io li amo tanto tutti quanti. E li slasho.

2) Uhm, sì. Lo so. Teoricamente Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli non sono sopravvissuti affatto. Si sono disintegrati nell’ultimo atto di eroismo di Kanon, esplodendo fra le stelle. Non ho la pretesa di insinuare il dubbio nelle vostre anime innocenti. Ma… dite un po’. Ne avete l’assoluta CERTEZZA? °_* <3

(ahimé, nota più seria sin lì)

(tutto ciò per dire che questo capitolo è classificabile come WHAT IF. Oppure no. Dipende a cosa si decide di credere. È a libera scelta. Io dopotutto con quei due lì ci cenavo fino a tre sere fa. E c’era davvero tè ad ogni ora del giorno.)


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:3 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 3
Nigredo


Corri leggero, pettinatore di comete!
La tua chioma sarà erba nel vento:

sgusceranno dal tuo occhio allucinato
prigionieri di povere teste, i fuochi fatui…
Ti crederanno morto, questi stupidi.
Corri leggero, pettinatore di comete.

Tristan Corbière, Morticino per ridere


 
Lo aveva sentito così chiaramente che aveva tremato, nel silenzio notturno. Milo si era girato di scatto, in un fluttuare del mantello, e si era sentito nudo e scoperto nella luce tenue della luna che filtrava nel Tredicesimo Tempio, disarmato come quella bambina dea che aveva accanto, appena svegliata da un incubo. Quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare, Milo l’aveva sentito come si sente bruciare uno schiaffo; quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso.
Lo aveva riconosciuto.
E’ da molto che mi aspetti?
Aveva sperato si trattasse di un sogno, un’impressione falsata, perché quel Cosmo era sporco di tenebra; si era detto che doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Se lo era detto, ma non era riuscito a convincersi.

“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
“Mi sono fermato all’uliveto. Quello accanto all’Arena. Dove mi hai trovato la prima volta, ti ricordi? Quando abbiamo giocato da bambini”.
Camus sorrise.
Camus era scivolato a terra ansimante, dopo lo sforzo dell’Athena Exclamation, sotto il peso della fatica e del Tempio che era crollato, sotto lo sguardo feroce di Scorpio.
L’aveva trafitto, quello sguardo, e Camus aveva nascosto il volto sotto una pioggia di capelli rossi. Aveva udito distintamente il veleno delle parole di Milo, perché tra tutti i sensi era l’udito che Shaka gli aveva lasciato. Era stato crudele, Shaka di Virgo. Di una crudeltà raffinata.
Così Camus poteva ascoltare il veleno delle parole di Milo e il canto sinistro degli spettri nella notte e nei frutteti, con l’unico conforto del mare sulla risacca e del suo ritmo lento.
Quel canto si sente di notte. Si sente nel crepuscolo, nel meriggio. Si infila molto piano tra gli uliveti e i santuari e convince, molto piano, della verità di tutte le leggende in cui si crede.
Milo – che lo aspettava da tanto – lo afferrò per le spalle e lo caricò sulle proprie.
Rudemente, senza mostrare riguardo per quel corpo amato e martoriato. Senza lasciare, tuttavia, che alcuno potesse avvicinarvisi all’infuori di lui.
La luna era immensa, come se fosse molto, troppo vicina alla terra; come se potesse, ad un tratto, divorarla e inglobarla nella luce malata e lattiginosa.
In quella luce stregata erano giunti gli specters, inguainati in un’armatura nera.
Era una notte fitta di tenebra. Le ombre si addensavano tra i gradini, negli uliveti deserti e pieni di cicale, masserie e solitari santuari. Era una notte che non aveva reso sereno il sonno di Athena e lei aveva voluto Milo di Scorpio al suo fianco, al Tredicesimo Tempio.
Come una bambina terrorizzata dai fantasmi.
Dolcemente, nel buio, entrambi avevano sentito quel canto dolce e metallico, quel frinire beffardo e solenne. Sirene dei boschi e dei frutteti, le cicale: annunciavano gli spettri e ti incantavano per loro. Bisognava continuare a camminare, a discutere come se niente fosse.
Athena poi si era svegliata di soprassalto: gli spettri erano arrivati.
Gli spettri si sentono di notte. Si sentono nel crepuscolo, nel meriggio. Si infilano molto piano tra gli uliveti e i santuari e convincono, molto piano, della verità di tutte le trepidazioni in cui si crede.
Dalle stanze della dea, Milo era sceso fino al Tempio della Vergine e se li era ritrovati davanti: Shura dal viso scuro e turbato, Saga dagli occhi lucenti – l’unico a cui Shaka di Virgo li aveva lasciati – e Camus dagli occhi spenti.
Camus senz’ombra, lì, nella tenebra.
Camus.
“Interessante,” aveva detto Scorpio, sprezzante mentre li sfidava. Ma dentro aveva tremato.

“Mi manchi, Camus. Mi manchi da morire”.
Perché glielo diceva adesso, che era lì davanti a lui?
“Mi manchi da morire”.
Adesso che lo aveva sulle spalle e correva, con il peso familiare, il calore strano della sua pelle – d’amante morto che ha fatto ritorno, inaspettatamente – e i capelli rossi mischiati ai suoi, era molto più difficile, per Milo.
Più difficile di quando l’aveva avuto davanti alla Sesta Casa, a ripetere i movimenti che egli stesso produceva, come fosse davanti ad uno specchio oscuro, senza espressione.
Milo da bambino aveva ascoltato molte storie di spettri che appaiono nella bruma, nelle notti di luna, allora si era concentrato. Era rimasto cosciente solo della propria posizione accanto ad Aioria, amico di infanzia e di sempre, e a Mu, in ginocchio; del rosario di Shaka che si muoveva nella sua mano, ondeggiando al ritmo delle cicale.  Aveva guardato in faccia i tre amati traditori ritornati, pregando che nessuno di loro fosse chi dichiarava di essere. Gli spiriti che appaiono nella bruma, nelle notti stregate, possono prendere le sembianze che desiderano, al canto dei grilli.
Milo si era trastullato con quell’idea, pur sapendo quanto la verità fosse diversa.
Lo aveva sentito, Camus lo spettro, appena aveva messo piede al Santuario.
E’ da molto che mi aspetti?
Lo aveva sentito così chiaramente che era sobbalzato, nel silenzio notturno della Tredicesima Casa, con la luce tenue della luna che entrava e una bambina dea accanto: quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare; quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso. Aveva sperato si trattasse di un sogno, un’impressione falsata, perché quel Cosmo era sporco di tenebra; si era detto che doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Mi manchi, Camus.
Lo aveva sentito e aveva sperato si trattasse di Hyoga, giovane nuovo pupillo che con i suoi fratelli era giunto ai templi.
Non è stato invaso il Santuario, mai.
Aveva sperato si trattasse di Hyoga, che sporcava di buio il proprio Cosmo per fargli uno stupido scherzo da bambini.
Non c’è mai stato il tuo sacrificio, un attacco troppo gelato che ha violato la tua Casa, nessun inganno ci ha dimezzato.
Perché se fosse stato davvero Camus, avrebbe dovuto…
La tua vita e la mia non sono mai state interrotte da una Polvere di Diamanti.
…avrebbe dovuto ucciderlo. Giustiziarlo di persona per quell’alto tradimento.
Nessuna mia bestemmia è salita al cielo come una preghiera
Invece era Camus. Era Camus davvero. Il suo Camus.
Serrò le labbra e aumentò l’andatura sui gradini di marmo gelido e lunare invocando la pulizia totale e la dea Athena
e la dea Athena ha soccorso anche te sulla soglia dell’Undicesimo Tempio.
lasciando andare il Cosmo alle stelle e alle cicale.
Te e tutti i Cavalieri d’Oro caduti che non avevano capito quella beffa di costellazioni.
A quel loro pianto.

La corsa sulle scale fu breve, eppure a Camus e Milo parve non finire mai.
Parve anche durare così poco: la luce lattiginosa della luna distorceva le distanze e illudeva i passi.
Durante quella salita, Aioria, anche lui con il suo carico, si voltò più di una volta a guardare Milo nel buio, e Milo ricambiò lo sguardo ostentando serenità, forse troppo fissamente per risultare credibile agli occhi di Leo, amico d’infanzia e di epilogo.
Vieni via di qui, Milo.
Durante quella salita Milo pensò di uccidere Camus prima di giungere alla dea, perché lei non dovesse vederlo in quegli abiti di traditore, o perché lui non dovesse vedere lei.
Se non riusciva a dare spiegazioni a Milo, amante ed amico, che come lui aveva visto quanto straordinario era Hyoga, come poteva darle ad Athena?
Durante quella salita pensò di invertire la corsa e scomparire per sempre, da qualche parte, con il suo fardello dagli occhi spenti e senz’ombra. Furono gli sguardi di Aioria, che di tanto in tanto voltava il viso da sopra la spalla come per richiamarlo e tenerselo vicino, a rompere gli incanti e le seduzioni della sua mente confusa.
Per favore, Milo. Vieni via.
Aioria di Leo, amico di infanzia e di sempre, amico di infanzia e di epilogo.
Esausto su quelle spalle amate, Camus avrebbe voluto spiegare molte cose. Tutte quelle complicate e tremende che erano state intessute come inganno dentro un inganno alle soglie del regno degli inferi. Poteva essere un buon momento per spiegare a Milo, quello: il viso dell’uno era affondato nei capelli dell’altro e i profumi familiari della terra e del mare che giungeva della costa, inducevano alle confidenze. Avrebbe voluto spiegare molte cose, invece non disse niente.
Un po’ perché aveva la bocca sigillata, che Shaka era stato crudele.
Un po’ perché aveva lo spirito suggellato, che Hades è sempre in ascolto.
Più di una volta Milo aveva girato appena il viso verso di lui, premendo la propria guancia contro quella di Camus: la ripetizione involontaria di un gesto tenero che avevano usato spesso, in passato, l’uno con l’altro. Come se sperasse di avere davvero una spiegazione agognata. Come in sogno, verso chissà quale mattino.
Più di una volta, Milo tornò a distogliere lo sguardo, abbassandolo sui gradini.
Al termine di quella salita, ai piedi della dea, Scorpio gettò il proprio fardello a terra, per primo.
Il rumore sinistro del corpo che colpiva il suolo non gli provocò piacere e intensificò il dolore. Ma continuò a guardare avanti a sé, eretto e fiero, forse un po’ troppo fissamente per risultare credibile agli occhi della sua dea.

Da terra, con la faccia nella polvere, Camus si accorse di tutto, ma come da un punto troppo lontano per poter fare qualunque cosa.
Athena li aveva guardati, uno per uno, e il suo Cosmo divino non aveva vibrato di risentimento, ma di calore. Qualcuno si era avvicinato e c’erano stati gemiti di sorpresa o di qualcos’altro. La sabbia che il vento trascinava sui marmi, dalla costa, gli sfregiava le labbra. Se le umettò, ma servì a poco. Dov’era Milo? Non lo sentiva. Avrebbe voluto girarsi, ma poi…
Arayashiki.
Saori bambina, Athena divina, squarciò la propria gola in un istante troppo breve che non permise altro che muta sorpresa terrificata; la mano di Saga di Gemini si spinse in avanti febbrile, a cercare l’appiglio dei capelli leggeri nel vento della sua dea in caduta, che non afferrò mai.
Sdraiato sotto la luna, Camus senz’ombra avvertì tutto da un punto molto distante. Vicino c’era solo il canto metallico delle cicale, denso come la notte, fuso con essa.
Bisogna stare attenti, l’incanto degli spettri somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia. Camus lo sapeva, perché glielo aveva raccontato Milo, petto contro petto nei pomeriggi afosi, sotto gli ulivi.
Aquarius si rialzò a fatica, sulle gambe vacillanti, e Saori Athena morì prima di toccare terra. Immediatamente, le cicale tacquero.
Arayashiki.
Per Milo di Scorpio, fu troppo: non emise un gemito, ammutolito dentro per quanto avrebbe voluto ruggire, e afferrò Camus per il collo. Strinse, sollevandolo da terra, con soddisfazione inumana, cattiva.

Traditore di Athena, che giaceva nel sangue.
Traditore di Milo di Scorpio, che voleva ruggire.
Quando aveva avuto davanti i compagni perduti, e Aquarius tra loro, il suo cuore aveva mancato un battito. Un po’ per amore incontrollabile, l’impossibilità di spiegare un desiderio assurdo che invece si avverava.
Un po’ per l’ira vomitata nel ritrovarli nemici. Spettri.
“Interessante,” aveva detto, con spregio. Ma dentro aveva tremato.
Sentì gli occhi riempirsi di lacrime e fu grato alla notte, alla luce pallida della luna che le nascondeva ad Aioria e a Mu. A Shaka che aveva reso ciechi e senza luce gli occhi vividi di Camus, fu grato, Camus che adesso lo guardava senza vederlo, senza implorarlo per liberarsi da quella stretta. Non implorava mai il volto di Camus.
Traditore di Athena e di Milo di Scorpio.
Strinse di più.
Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno, che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente gli disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura.
Essendo nella sua natura, Milo strinse di più.
Poi gli mancarono le forze nelle mani e nel petto. Per qualcosa che disse Mu, forse, o la dea prima di offrirsi al taglio di una lama.
Per lo sguardo di Aioria, probabilmente, in piedi nel vento, che si rendeva conto che non c’erano più Gold Saints e Specter traditori. C’erano Mu, lui e Milo, Camus, Saga e Shura.
E Athena senza vita.

“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
Milo invece l’aveva aspettato per tanto tempo: nella canicola del mezzogiorno, in un Tempio troppo caldo, sulla scogliera dietro al Santuario con Aioria, negli uliveti vicino all’Arena.
Lo aveva aspettato senza aspettarlo davvero, perché Camus era morto. E non ci si arrende ai sentimentalismi. Non ci si arrende alle cicale, per Athena.
Ma quel loro canto si sente di notte. Si sente nel crepuscolo, nel meriggio. Si infila molto piano tra gli uliveti e i santuari e convince, molto piano, della verità di tutte le leggende in cui si crede.
In quel modo, e nel viso esangue e sereno della sua dea a terra, la verità frammentata giunse al cuore e alla mente di Milo: un tradimento che non c’era stato, un inganno dentro un inganno ordito alle spalle del re degli inferi. Allora ricadde sulle ginocchia, in un singhiozzo.
Fu il primo.
Ne seguirono altri di dolore, spavento e sollievo. Altri singhiozzi soffocati nel ventre di Camus, la fronte e le labbra premuti crudelmente contro la surplice scura, le proprie mani, dorate, salire come gabbiani bianchi, dispersi, al petto del compagno ritornato.
Gli si aggrappò, come se dovesse dissolversi tra le sue mani da un momento all’altro. Per un attimo, fu come se tutto fosse tornato ad essere com’era e come doveva essere, quando lui e Camus restavano petto contro petto e fronte contro fronte nelle serate tranquille di Atene. Era come se fosse così davvero.
Non è stato invaso il santuario, mai. Non c’è mai stato il tuo sacrificio. Un attacco troppo gelato che ha violato la tua Casa. Nessun inganno ci ha dimezzato. La tua vita e la mia non sono mai state interrotte da una Polvere di Diamanti. Nessuna mia bestemmia è salita al cielo come una preghiera e la dea Athena ha soccorso anche te sulla soglia dell’Undicesimo Tempio. Te e tutti i Cavalieri d’Oro caduti che non hanno capito questa beffa di costellazioni.
Camus, la bocca e lo spirito suggellati, gli occhi ciechi, sollevò le proprie mani, come gabbiani bianchi, dispersi, e le affondò nei capelli di Milo, in silenzio, con l’urgenza di toccarlo trattenuta fino a quel momento.
Abbassò la testa, come se potesse guardarlo.
E anche se non pianse, fu come se lo facesse.


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:2 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 2
Rubedo


E strani sogni – come il sole
che tramonta sulle spiagge -
rossi fantasmi passano senza sosta,
passano simili

a grandi soli
che tramontano sulle spiagge.

Paul Veraline, Payesages Tristes



Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno, che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente gli disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
Questo pensava Hyoga, mentre varcava la soglia dell’Ottava Casa. Pensava all’incipit di una fiaba greca, con un finale amaro. Perché gli fosse venuta in mente, questo non lo sapeva. Forse era per via delle cicale e del loro canto insistente. Forse a causa del tramonto sanguigno. Preferiva non interrogarsi sui finali amari in un luogo sacro come il Santuario di Athena, dove lui stesso tanta amarezza aveva dispensato.
Era buia, la Casa dello Scorpione del Cielo. Sembrava che ci fosse la notte, dentro, mentre fuori il sole ardeva ancora, scarlatto nel vespro.
Hyoga aveva salito le scale da solo. Non aveva voluto la compagnia di nessuno dei suoi fratelli, insieme a lui in terra di Grecia. Con Athena, erano lì per far riparare le armature distrutte durante la guerra al Grande Tempio.
L’intenzione era stata quella di salire fino all’Undicesima Casa. Un pellegrinaggio strano.
Poi aveva avuto come l’impressione che Camus - defunto amato maestro, defunto Cavaliere d’Oro - non avrebbe approvato, che recarsi all’Undicesimo Tempio sarebbe stato, ai suoi occhi, come nuotare con un fiore dalla madre negli abissi del mare.
Era stato sul punto di tornare indietro. Poi aveva pensato che c’era qualcuno ancora vivo che aveva bisogno di incontrare. Un pellegrinaggio strano.
Il Santuario era bellissimo, avvolto in un cielo fiammeggiato. La luce tingeva di porpora la terra e il marmo della scalinata, scivolava all’interno dell’Ottava Casa, ritagliando la sagoma delle colonne nell’ombra che la riempiva: presto il sole sarebbe scomparso, morendo in un lampo verde nell’Egeo.
Un piede dopo l’altro, lentamente, scivolò all’interno del Tempio. Le cicale in sottofondo sembrarono così vicine, che il loro canto lo turbò. Cosa diceva Platone a proposito delle cicale? Non se lo ricordava.
Si ricordava solo
Uno scorpione doveva attraversare un fiume,
della favola del cigno e dello scorpione
ma non sapendo nuotare chiese aiuto ad un cigno,
In quel tramonto sanguigno.
che si trovava lì accanto.
I suoi passi echeggiarono nel silenzio. Avvertì un fruscio appena e, alzando lo sguardo, sussultò: dall’ombra, lo Scorpione lo fissava.
Così
“Cavaliere d’Oro di Scorpio,” lo salutò Hyoga, scoprendo con imbarazzo di non poter alzare lo sguardo dai propri piedi. Seguirono lunghi istanti di silenzio, poi Milo gli si avvicinò e, con voce dolce e suadente, gli disse:
con voce dolce e suadente, gli disse:
“Hyoga”.
“Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.

La mano di Milo era scattata in avanti, serrandosi sul collo del Cigno. Hyoga aveva spalancato gli occhi e serrato le mani attorno al braccio che lo aggrediva, ma non aveva potuto opporre resistenza alla forza del Gold Saint. Si trovò strappato dalla soglia e trascinato nell’ombra, lontano dalla luce vermiglia tramonto.
“Niente affatto!” rispose il cigno “Appena saremo in acqua mi pungerai e mi ucciderai!”
“E per quale motivo dovrei farlo?”
Hyoga ricadde sul pavimento, sbattendo la schiena, e la nuca trattenendo un gemito di dolore. La battaglia delle Dodici Ore, nonostante le scrupolose cure mediche immediatamente successive, aveva causato ferite profonde nel corpo quanto nello spirito che ancora non si erano rimarginate completamente.
“E per quale motivo dovrei farlo?” chiese innocente lo scorpione.
Hyoga scrollò il capo e si liberò il viso dai capelli. Si rialzò sulle ginocchia, istintivamente, ma non tentò nemmeno di difendersi. A conti fatti, aveva preso coscienza di essere andato lì per quello: per pagare per ciò di cui era colpevole.
“Milo…”
Milo avanzò verso di lui, il bel volto serio e immobile, nell’ombra, i capelli scomposti. Avanzò letale e silenzioso, nell’ombra. Sul suo viso Hyoga lesse accuse precise.
I Cavalieri di Bronzo avevano lottato e combattuto contro tutto, per assicurare la giustizia al Grande Tempio. Avevano salvato Athena da un duro destino e questo era il compito di ogni Saint a lei devoto. Ma lui, Hyoga, era stato la causa della morte di Camus dell’Acquario – defunto amato maestro, defunto Cavaliere d’Oro – e quella morte lo aveva spezzato.
Aveva spezzato Milo, che adesso avanzava con quel giudizio inappellabile negli occhi blu come il mare di Grecia, come quelli di Athena inflessibili: colpevole, Hyoga del Cigno.
Il suono immateriale delle cicale era come un richiamo lontano. Cygnus vi si abbandonò, come ad una preghiera.
“Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”.
Milo lo riafferrò, trascinandolo in piedi e piantandogli le unghie nelle spalle, con ira. Aveva sentito Hyoga non appena aveva messo piede al Santuario.
Lo aveva sentito così chiaramente che era sobbalzato, nel buio dell’Ottava Casa al tramonto, con la luce che entrava dalle colonne ritagliando sul marmo ricami sanguigni. Quel breve lampo del Cosmo, freddo in modo dolorosamente familiare. Quel bagliore fiero come di neve, a tormentare il suo spirito riarso. Aveva creduto si trattasse di un sogno, un’impressione falsata. Doveva essere colpa dei grilli e delle cicale, che cantavano tutto il giorno e tutta la notte. Incantato e incantevole quel canto. Ingannevole. Le sirene degli alberi e dei frutteti. Spettri.
Invece era vero, quel bagliore di neve. Tutto ciò che era stato di Camus ora apparteneva a Hyoga, assassino dei ghiacci in nome di Athena.
Piantò le unghie nelle spalle del ragazzo e lo trascinò su, quanto più possibile alla propria altezza per guardarlo negli occhi.
Questa volta Hyoga non abbassò lo sguardo. Lo lasciò appoggiato in quello di Milo, senza arroganza, ma anche senza vergogna.
Le unghie sprofondate nelle spalle del ragazzo erano così dolorose da temere che stessero conficcandovi il veleno, insieme alla collera. Ma Milo non aveva dato fondo al Cosmo: affondava senza pensare, d’istinto, per trattenere una preda che non sarebbe dovuta scappare. Mai più.
“E per quale motivo dovrei farlo?”
Milo li aveva i suoi motivi. Li aveva eccome.
“E per quale motivo doveri farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei”.  Il cigno ci pensò un attimo, convinto della sensatezza dell’obiezione dello scorpione. Lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
Hyoga pensò che adesso poteva essere una buona idea, quella: essere punto dalle quindici cuspidi di Scorpio e morire lì. Era venuto per quello, no? Un pellegrinaggio strano.
Adesso che non c’era più niente da dire o da fare, che Athena era salva e sovrana sulla Grecia, adesso si poteva andare in pace, no? Pagare i debiti. Tutti. Da quello con la mama a quello con Camus. Tutti.
Anche Milo stava pensando che fosse una buona idea. Milo, per amore del vero, era un passo avanti: pensava che fosse un’ottima idea. Non aveva mai avuto remore ad uccidere, era la sua natura. Non più scrupoli di uno scorpione che punge una caviglia distratta.
Non si era mai tirato indietro.
Lo spinse con più forza contro la colonna.
In quello stesso punto lo aveva già spinto una volta, non era così? E lì, poco lontano, lo aveva lasciato sollevarsi sulle ginocchia e gli aveva spiegato quali intenzioni aveva avuto Camus, quando aveva rinchiuso Hyoga in un feretro di ghiaccio. Quali aspettative, quali timori, quali ragioni.
E più oltre, nella tenebra più scura del tempio, lì era dove Hyoga era arrancato.
Milo aveva ammirato quel ragazzo dal viso fragile e gli occhi enormi, che però non si arrendeva. Che con il suo non cedere instillava in lui il dubbio. L’aveva salvato, spontaneamente.
La luce del tramonto era scarlatta e si arrampicava fino a loro, stirandosi sui pavimenti del Tempio. Rossa come il sangue. Presto ne sarebbe scorso a fiumi, di sangue vero, si sarebbe mischiato con la luce e Camus sarebbe stato vendicato.
Camus che amava Hyoga ed era morto per renderlo degno del proprio nome.
Camus che amava Hyoga. Milo si morse il labbro inferiore.
I grilli, fuori, tormentavano l’aria di un frinire incessante.
Cosa diceva Platone, dei grilli e delle cicale? Che erano stati uomini, una volta. Che non avevano più smesso di cantare, da quando erano nate le Muse. Che avevano cantato per sempre senza mai dormire né mangiare. Lo raccontava a Camus, nei pomeriggi assolati sotto gli ulivi, petto contro petto tra le stoffe leggere. Camus che non le aveva viste mai, in Siberia, le cicale, che si incantava ad ascoltarle nel sole del meriggio, quando era più pericoloso e bisognava parlare ad alta voce, per sovrastarle.
Camus che amava Hyoga come un figlio.
Milo non aveva commesso alcun errore fidandosi di Hyoga e dei Bronze Saint che avevano occupato il Santuario: avevano avuto ragione di ogni affermazione sostenuta, di ogni sfida lanciata.
Athena era salva. Alto sollievo per i suoi Cavalieri d’Oro che avrebbero dovuto proteggerla e non attaccarla.
La sua fiducia di Saint era stata ben riposta. Quella di uomo, era stata tradita.
E che smacco, per Milo, scoprire che esse non coincidevano.
“E’ come se fossi morto anche per mia mano, Camus”.
Sollevò il braccio su Hyoga di Cygnus che teneva gli occhi grandi e gravi, fissi nei suoi, grandi e gravi. Occhi azzurri in occhi azzurri, colpa nella colpa.
A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura"

Milo non ricadde sulle ginocchia, anche se temette di farlo, quando vide Camus riverso a terra, poco lontano rispetto a Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare.
Non ricadde sulle ginocchia, ma gli s’inchiodò il respiro. Senza pensare, con la meridiana che ormai non ardeva più di nessun fuoco, aveva preso il corpo di Aquarius tra le braccia, e lo aveva appoggiato alla colonna.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.
Aveva guardato incredulo quel viso bellissimo e familiare e aveva passato le dita sulle palpebre tondeggianti, sulle sopracciglia sottili. Non si era mosso, ma dentro di sé era inorridito, sentendo quel corpo freddo come la neve, duro come il marmo. Alieno ed estraneo.
Aveva guardato Hyoga del Cigno esanime, faccia a terra. Esanime, ma vivo, Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare. Il ragazzo dal viso sottile e gli occhi enormi che in quella battaglia tremenda aveva avuto salva la vita due volte e che la vita del Cavaliere dei Ghiacci aveva reciso.
“È come se fossi morto anche per mia mano, Camus”. Ammutolì.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.
Guardò solo il volto di Camus, quindi, svuotato di vita.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Lo prese tra le braccia e lo avvolse nel proprio candido mantello.
Avrebbe ottenuto, poi, che venisse sepolto con esso.

A metà tragitto il cigno sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stato punto dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire il cigno chiese all'insano ospite il perché del folle gesto. "Perché sono uno scorpione..." rispose lui "E' la mia natura"

Hyoga si morse il labbro inferiore, come se lo era morso Milo e indurì lo sguardo.
Non si sarebbe sottratto alla giusta punizione che doveva essergli impartita. Era colpevole dell’omicidio del suo Maestro e se alla morte il destino aveva voluto condurlo quel giorno, non l’avrebbe ostacolato.
Un Santo devoto ad Athena non fugge. Si mantiene impavido davanti al pericolo come davanti al dovere: suo dovere, adesso, era lavare l’onta. Era contento sapendo che il fato, tra tutti, aveva scelto proprio Milo per attuarsi. Affilò lo sguardo e attese, puntandolo sul colpo di Scorpio che si abbassava.
Milo calò la mano sulla spalla del ragazzo. L’unghia scarlatta mandò un lampo, nella luce tenue che fiammeggiava da fuori. Fulmineo gli afferrò le spalle con forza. Hyoga, sbalordito, venne spinto in avanti, e perse l’equilibrio.
Le braccia di Scorpio si chiusero dietro la sua schiena, in un abbraccio feroce.
Milo soffocò un singulto.
Hyoga trattenne il respiro.
Poi, semplicemente, non accadde nulla.
Milo lo tenne stretto in un abbraccio un po’ rude, un po’ affettuoso, di quelli che danno i fratelli più grandi a quelli più giovani. Un abbraccio impacciato dalla compostezza di un guerriero inadatto a manifestazioni simili d’affetto.
“Perché non ti sei difeso?” la voce dello Scorpione del Cielo suonò piatta, nell’eco gentile sui muri.
Hyoga lo fissò con gli occhi spalancati, sbalorditi.
“Quando ti ho attaccato, perché non ti sei difeso? Mi sembra che Aquarius ti abbia insegnato che si combatte sempre, fino alla fine. Che non ci si arrende ai sentimentalismi. Non è questo che ti ha insegnato, Hyoga di Cygnus?”
Tacque, comprendendo di parlare anche a se stesso e non permise di scendere alle lacrime che gli pizzicavano le palpebre. Gli parve di vedere qualcosa nel buio dell’Ottava Casa.
Qualcosa che c’era stato anche prima, quando aveva levato il braccio su Hyoga con l’intenzione di ucciderlo, e che anche in quel momento era lì: un guizzo familiare, di passi abituati a calcare quelle pietre. Un lampo di capelli rossi nel sole della sera. Non ci si arrende ai sentimentalismi. Non ci si arrende alle cicale, per Athena.
Anche Hyoga tacque, annuendo e deglutendo i sensi di colpa. Poi Milo lo lasciò andare.
“Domani, quando il rito lo richiederà, sarò io a dare il mio sangue per la vita della tua armatura. Lo devo a Camus che ha fatto di te un uomo. Quindi alza il mento e non ti girare indietro, Hyoga.” Suo malgrado, sorrise. Quei sorrisi un po’ dolci un po’ strafottenti che facevano scuotere la testa ad Aquarius, in una smorfia tenera. “Hai le spalle coperte”.
Gli era sembrato di vederlo, nel buio, Camus: un lampo di capelli rossi nel sangue del vespro. Nel frinire delle cicale. Bisognava stare attenti e parlare a voce alta per sovrastarle; l’incanto degli spettri meridiani somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia.
Milo si staccò da Hyoga e lo tenne davanti a sé, per le spalle.
Ne riconobbe l’aria familiare, il cosmo bianco della neve di Siberia e della purezza dell’uomo che gliel’aveva instillato. Riconobbe in Hyoga l’allievo che Camus aveva amato, nel suo modo immenso e strano, come di padre severo. In qualche modo – in un modo immenso e strano – lo riconobbe in quel tramonto scarlatto come proprio allievo.
L’epilogo di una favola greca che finiva in modo meno amaro. E al Grande Tempio c’era stata già tanta amarezza.
Gli era sembrato di vederlo, nel buio, Camus. E senza parlare mormorava con le labbra qualcosa che Milo aveva già sentito:
Ti ringrazio per avere capito quanto straordinario sia Hyoga.
Gli era sembrato di vederlo, ma durò poco: un lampo nel buio; il raggio verde del sole che muore. Poi anche il crepuscolo ritrasse le sue dita di porpora e restarono solo il caldo della sera, il vento che soffiava dal mare e il frinire dei grilli.


 

Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Scorpion Milo

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Sitratta di un trittico sull'assenza di Camus e il lutto di Milo, nelperiodo compreso dalla morte di Aquarius all'Undicesimo Tempio e il suoritorno come Specter di Hades.
Tre parti: ognuna delle quali simboleggia una delle tre fasi alchemichedi rinascita - Albedo, Rubedo, Nigredo - ognuna ambientata in unadiversa parte della giornata, a prenderne il colore. Tutto sul suonodelle cicale e dei grilli, che - si dice - richiama gli spettrimeditarranei.
Disclaimer: Kurumada se me li regali tu puoitornare a fare un'altra serie di Ring Ni Kakero e siamo contenti tuttie due. Dai, regalameli.
Cose: 
Tutti i versi ad inizio capitolo sono di autori francesi, in omaggioalla francesaggine di Camus. Per quanto io presuma che di franceseAquarius non sappia nemmeno una parola. <3
CAPITOLO:1 di 3


Il Canto delle Cicale

Capitolo 1
Albedo


Inerte, tutto brucia
Nell’ora fulva.
Stéphane Mallarmè, L’aprèsmidi d’un faune

 
La mattina era stata torrida e il calore intenso inaridiva la terra battuta dell’Arena, irradiandosi dalle rocce e dai marmi.
Milo terminò l’allenamento quotidiano, da solo, e si fermò stanco sotto un ulivo. L’ombra offriva un ristoro fresco e i grilli tormentavano l’aria in un frinire incessante.
Socchiuse gli occhi azzurri nel calore e guardò l’acqua salata lambire la terra in onde leggere, lontano. La costa era bellissima.
Tutt’intorno, a parte il mare instancabile, era immobile, il Santuario.
Qualcuno vociava, infondo, dagli alloggi degli allievi.
Ma era lontano e l’afa pesante faceva sembrare tutto più distante. Mu era ripartito per il Tibet o per qualche altra regione strana che Milo aveva sempre solo immaginato. Aldebaran, se era alla Seconda Casa, non lo faceva notare, silenzioso in quel frinire di grilli.
Era quasi mezzogiorno.
Milo di Scorpio sollevò un angolo della bella bocca in un sorriso strano.
Mezzogiorno. L’ora dei fantasmi, mezzogiorno, in Grecia.
L’ora in cui apparivano gli spettri sulle scogliere e nei campi consacrati, vicino ai Templi in rovina.
Acheloo si manifestò in un altro pomeriggio abbacinante come quello, ma più antico, e nel sole non proiettava ombra. L’incanto degli spettri meridiani somiglia a quello dei grilli: fa cadere il vento, addormenta le onde, immobilizza le navi nella bonaccia.
I grilli e le cicale osservano gli uomini, in quei pomeriggi, e con la loro musica cercano di ammaliarli, come le sirene. Bisogna prestare attenzione a non cedere alla sonnolenza, all’inerzia. Bisogna continuare a camminare, a conversare, come se niente fosse.
Milo si tirò su, spezzando quell’incanto innaturale.
Andò a farsi una doccia fredda, a mettersi vestiti puliti. Poi salì le scale fino all’Undicesima Casa.

“Ciao, Camus”.
Fece il suo ingresso nel Tempio, quasi di corsa.
Una corsa dall’Arena, giù, avrebbe spezzato il fiato di chiunque. Ma Milo era allenato e temprato e amava recarsi a trovare Aquarius da sempre, da quando aveva memoria. Da quando aveva stretto amicizia con lui a sei anni e mezzo, dopo essersi fatto trovare a nascondino.
Era giunto in fretta e non aveva incontrato troppi ostacoli, sulla sua strada, né contrattempi. Doko, l’anziano Roshi, era tornato in Cina a fare chissà cosa sulla sua cascata e Shaka di Virgo non aveva offerto molte parole né sguardi, seduto in contemplazione alla Sesta Casa.
“Ciao, Camus. E’ così caldo là fuori”.
A dire il vero era caldo anche lì.
La canicola del mezzogiorno aveva aggredito i marmi del Tempio e diffondeva il calore all’interno da quella mattina. Ed era strano, perché aveva sempre fatto freddo all’Undicesima Casa.
Più freddo che altrove, almeno.
D’estate era piacevole, perché ci si poteva sedere sui primi gradini, ad esempio, e restare lì a sfidare il sole, con la Casa fresca e in ombra del Maestro dei Ghiacci alle spalle, a irradiare un’ombra pallida del freddo di Siberia che Camus riusciva a ricreare tra le mani.
D’inverno era scomodo.
Era dolce l’inverno, ad Atene, il mare mitigava gli effetti del vento freddo che veniva da est. Ma Milo amava il caldo e più di una volta in quegli anni aveva protestato, ridendo, che erano troppo fredde quelle mura.
Ma d’inverno e d’estate era sempre una bella scusa quella, per rannicchiarsi contro il fianco del compagno, per prenderlo contro il proprio petto e appoggiare la fronte alla sua, nelle notti in cui si fermava lì. Camus protestava appena, le sopracciglia aggrottate e un sorriso che gli sfuggiva.
Milo raccolse i capelli, spingendosi avanti. Com’era innaturale quel caldo, lì.
Camus era in piedi, poco dietro alle colonne. Appoggiato allo stipite dell’entrata agli appartamenti privati, più nascosti, lo guardava.
“E’ da molto che mi aspetti?”
“Non da molto, no”.
“Mi sono fermato all’uliveto. Quello accanto all’Arena. Dove mi hai trovato la prima volta, ti ricordi? Quando abbiamo giocato da bambini”.
Camus sorrise.
Era cosa rara, vedere sorridere Camus, ma non impossibile. Milo ce la faceva spesso e quando ci riusciva, a strappargli il sorriso, era come avere staccato dal cielo un pezzo e tenerlo davanti, per guardarlo. Era cosa rara e bellissima vedere sorridere Camus dei Ghiacci.
Si avvicinò e i suoi passi risuonarono nell’eco. Appoggiò la schiena allo stipite opposto di fronte al compagno. Fiero e serio, Aquarius, com’era sempre stato, le braccia abbandonate lungo i fianchi, nel chitone da allenamento.
Provò l’impulso di toccargli il viso e i capelli, in una ricerca di contatto che lo prendeva sempre. Il bisogno costante di sentirlo vicino e concreto, quel suo compagno così algido e altero.
Provò l’impulso di prendergli la mano diafana abbandonata contro la coscia.
Camus che sorrideva.
Per qualche ragione, non lo fece.
“Dovevi sentire i grilli e le cicale, Camus, giù all’Arena, nel sole. Roba da pazzi. Era quasi ipnotico”.
“Bisogna prestare attenzione ai grilli e alle cicale, con questo caldo”.
“Perché non vieni con me, una mattina di queste? Fino all’uliveto. O all’Arena”.
“Non ti alleni con Aioria, la mattina?”
Aioria. Milo sbottò in sogghigno, pensando all’amico. Da sempre era così. Aioria che sfidava Milo. Milo che sfidava Aioria, sempre, anche quando il resto del Santuario prendeva riposo.
“Fa bene cambiare, ogni tanto, Camus. Vieni anche tu. Farà piacere anche a lui, lo sai”.
Camus parve pensoso.
“Avanti. Vieni”. Milo parlò sottovoce, accattivante. Di nuovo volle prendergli la mano, di nuovo non lo fece. “Farà piacere anche a lui. Il Santuario è così vuoto, in questi giorni, Camus. Mu è ripartito per il Tibet o per qualche altra regione strana  e Aldebaran, se è alla Seconda Casa, non lo fa notare. Il Roshi, è tornato in Cina a fare chissà cosa sulla sua cascata e Shaka di Virgo non offre molte parole né sguardi, seduto in contemplazione. Mi manchi, Camus.”
Non era quello che gli diceva anche quando tornava dalla Siberia, raramente, quando vi si era recato per allenare Hyoga?
“Mi manchi da morire”.
Perché glielo diceva adesso, che era lì davanti a lui?
“Mi manchi da morire”.
Camus alzò lo sguardo, nel silenzio e nel calore strano dell’Undicesima Casa, che era sempre stata fresca, quasi fredda.
La luce arrivava da fuori, scivolava sui pavimenti e tra le colonne. Bianca, sui marmi.
Qualcuno vociava, dagli alloggi degli allievi, lontano, molto lontano e l’afa la faceva apparire più distante. Il vento era immobile in quel meriggio di Atene.
Milo ascoltò il frinire dei grilli, che li raggiungeva come una musica ipnotica. Forte e metallica, come se fossero accanto a loro. Bisogna prestare attenzione ai grilli e alle cicale.
“Milo?”
“Sì, Camus?”
Ma Camus non aveva parlato e Milo si sentì sciocco.
“Milo?”
Milo sorrise a Camus e si girò, verso l’entrata del tempio.
Una sagoma familiare era stagliata nella luce bianca, nello stormire dei grilli. Nel caldo innaturale dell’Undicesima Casa.
“Milo. Sei qui”.
“Sì, Aioria”. Fu felice di vederlo, Aioria di Leo, amico di infanzia e di sempre: si morse le labbra, però, interrotto nel suo parlare con Camus, di tutto e di niente. Voleva dirgli ancora una cosa, e non poteva con Leo lì.
Camus che gli sorrideva, adesso, dopo quel momento in cui era rimasto assorto. Non era facile vedere sorridere Camus, ma non era nemmeno impossibile.
Milo ricambiò il sorriso. Avrebbe allungato la mano verso di lui, adesso, se non ci fosse stato Aioria.
“Vieni via di qui, Milo”. Aioria si avvicinò. Aveva lo sguardo triste, imbarazzato appena. Ci fu qualcosa in quello sguardo che colpì Milo come un pugno allo stomaco.
“Lasciami qui ancora un momento, Aioria” Milo fece uno sforzo per mantenersi calmo, seccato dalla mano di Leo sulla sua spalla, che cercava di girarlo, di portarlo verso la luce e verso i grilli.
“Non ti fa bene stare qui. Perché sei venuto?”
Milo guardò Aioria irritato, adesso. Che domande erano?
Camus guardò entrambi in silenzio, Camus senz’ombra.
“Lo so che è difficile, Milo. E venire qui non ti aiuterà”. Aioria lo sapeva bene. Aioria alla Nona Casa, dal fratello defunto – Aioros il Modello e non più Aioros il Traditore adesso che Athena e Cinque Cavalieri di Bronzo erano venuti a ripristinare la sua memoria – dal fratello defunto Aioria non ci andava mai. Faceva male e lo aveva fatto per tredici anni.
Essere un Gold Saint, uno dei dodici uomini più forti del mondo, non aiutava. Faceva solo sentire più impotenti, nel non concederti il lusso di un pianto liberatorio.
“Per favore, Milo. Vieni via”.

Quando era arrivato su era tutto già finito, lasciando l’Undicesima Casa più fredda del solito.
Milo lo sapeva, perché quella temperatura la conosceva bene.
D’estate era piacevole, perché ci si poteva sedere sui primi gradini, ad esempio, e restare lì a sfidare il sole, con la Casa fresca e in ombra del Maestro dei Ghiacci alle spalle, a irradiare un’ombra pallida del freddo di Siberia che Camus riusciva a ricreare tra le mani.
D’inverno era scomodo.
Era dolce l’inverno, ad Atene, il mare mitigava gli effetti del vento freddo che veniva da est. Ma Milo amava il caldo e più di una volta in quegli anni aveva protestato, ridendo, che erano troppo fredde quelle mura.
Ma d’inverno e d’estate era sempre una bella scusa quella, per rannicchiarsi contro il fianco del compagno, per prenderlo contro il proprio petto e appoggiare la fronte alla sua, nelle notti in cui si fermava lì. Camus protestava appena, le sopracciglia aggrottate e un sorriso che gli sfuggiva.
Ma adesso era più freddo del solito.
Milo non ricadde sulle ginocchia, anche se temette di farlo, quando vide Camus riverso a terra, poco lontano rispetto a Hyoga del Cigno che lui stesso aveva lasciato passare.
Non ricadde sulle ginocchia, ma gli si inchiodò il respiro. Senza pensare, con la meridiana che ormai non ardeva più di nessun fuoco, aveva preso il corpo di Aquarius tra le braccia, e lo aveva appoggiato alla colonna.
Sembrava che dormisse.
Sembrava.
Milo non ricordava di avere mai avuto tanto freddo come in quel momento.

“Per favore, Milo. Andiamo”.
Milo stava guardando Camus sorridere e la richiesta di Aioria fu provante. Non era sicuro di avere capito quello che aveva detto, quindi dovette voltarsi verso di lui, interrogativo.
Fu un errore. Perché quando tornò a girarsi, Camus non c’era più.
C’era solo quel caldo inumano, nel meriggio di Atene, in quella Casa vuota e priva di vita. C’era il canto delle cicale e dei grilli.
Con il petto pesante non oppose resistenza, quando Aioria lo spinse verso l’uscita, lento, ma inesorabile. Non si voltò.
Nei giorni seguenti, però, torno ancora all’Undicesima Casa, di nascosto da Leo, a cercare Camus.
A cercare di dirgli quello che non era riuscito.
Non lo rivide più.
Quel meriggio si lasciò condurre fuori da Aioria, amico di infanzia e di sempre, nel sole bianco di Atene, nel calore intenso che inaridiva la terra battuta dell’Arena, irradiandosi dalle rocce e dai marmi.
Nel vento caduto, nel rumore lontano e sommesso delle onde addormentate, i grilli e le cicale frinivano, instancabili.


 








Autore:Camus di Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Introspettivo
PersonaggiPrincipali:  Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Doveil buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonnee imuri di fumo dell’incenso e della mirra,c’è un portone di legnointarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, diindiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Oltre ilportone, c'è un giardino.
Disclaimer:
Noinon abbiamo fatto niente, è tutta colpa dei protagonisti,prendetevelacon loro. Ufficialmente sono di un certo Masami Kurumada, ma abbiamoidea che siano abbastanza indipendenti. Lo shonen ai Kurumada non loinclude nel prezzo ma noi sì, perché abbiamocominciato a shipparli, equindi ormai per il vecchio Masami è troppo tardi.
Cose: 
 RimbaudleggevaSaint Seiya e il suo personaggio preferito era Shaka.
Ciha mandato in totale svalvolamento angst una scena che ci era passatainosservata fino a stamattina, nell’undicesimo OAVdell’Hades: mentre Tikyugici strazia il cuore, Athena cade a terra nel sangue, Saga grida, ibronze arrancano, tutti piangono e si disperano, tu vorresti solomorire, Ikki comparsa, di spalle, in un posto figo, lasciando al ventouna manciata di sabbia. Non avevamo bene realizzato che quelmaledettissimo posto è lo Sharasojo, e nonostante il pipponeche hatirato a Shiryu sul non intervenire, la Fenice èlì. A raccogliere leceneri di Shaka e a spargerle sotto i salici. Lasciamo stare. A quelpunto l’abbiamo presa sul personale. Stupida Fenice!

Sharasojo 
Tingendo di colpo
azzurrità e deliri.
(A.Rimbaud)

“Tu sei…”
L’hai indovinata bene, Ikki di Phoenix, un passo dopo l’altro, e sai già che le tue parole non verranno comprese. Ma avanzi e dici, interrompendo ciò che già sai: “Perché sei andato via dai Cinque Picchi?”
“Ikki! Perché mi hai attaccato?”
“Athena ci ha proibito di avvicinarci al Santuario.”
Com’è limpido, ciò che non viene compreso, vero? Sai già che sarà così. Già Shiryu trema. Già senti come ferocemente ti fisserebbe, se non fosse mutilato. Dalle guerre. Dall’onore. Già percepisci sottilissimo rancore. Nato da frustrazione. E tristezza. E…
“Cosa stai dicendo?”
“Athena pensa che i Cavalieri di Bronzo potrebbero essere solo d’impiccio.”
Athena lo pensa.
Lui lo pensa.
Molti lo pensano.
Pensano ad un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, tu, maturato troppo presto, lo senti quel gioco di chi appartiene ad una sfera al di sopra della tua, quella che la volta che hai provato a camminarci ti sei ritrovato sul palmo di una mano. Quindi taci.
“Non mi dire che vuoi abbandonarla! Ikki! Anche tu sei un cavaliere di Athena! Non vorrai tradirci, vero?”
Ti rivolge l’indice accusatorio contro, già tradito in partenza – lo sente. La voce trasuda indignazione. Shiryu sa essere così ingenuo, così stolidamente ingenuo, come se ogni volta qualcosa di nuovo lo ferisse. Nuovamente, lo stesso, mille volte. Non fa l’abitudine ai perché. E tu chiudi gli occhi, Ikki di Phoenix, ripensando alle stelle che intuisci, molto più in alto di te.
“Non voglio aiutare nessuno.”
“Come? E perché indossi l’armatura?!”
“Sono qui solo come spettatore. Forse questa sarà l’ultima battaglia, una guerra sacra…”
“Non vedi la gravità della situazione! Come puoi dire che sarai solo uno spettatore?!”
Shiryu trema. Trema, dalla rabbia. Trema e si lancia con un braccio in avanti, vuole colpirti – nobile fratello – ma tu ti scosti, provando nulla di più che la sensazione del vento mentre lo schivi. Chissà se provi tenerezza, mentre lo afferri per il bavero della casacca e lo sollevi alla tua altezza, anche se non può vederti. Anche se non può farlo, sogghigni. Anche se non come un tempo. Che la provi o meno, tenerezza rude, tu gli parli fermamente:
“Shiryu… perché tu sei così fiero del titolo di cavaliere di Athena? È per proteggerla? O perché qualcuno te l’ha ordinato?”
Lo lasci andare, Ikki di Phoenix? Sai già che risponderà…
“Ti stai sbagliando! Nessuno mi ha forzato! E Athena non me l’ha ordinato!”
“Quindi… perché?”
“Perché io ho deciso di proteggere Atena, i miei amici, e tutta l’umanità che lei ama!”
Chiudi gli occhi e sogghigni, Ikki di Phoenix, e lui non ti vede ma ti sente.
“Cos’è questa risata?!”
Schivi un altro pugno. Con scioltezza che quasi non desideri. Come vento. La ginocchiata che sferri, pulita e liscia, gli arriva in pieno petto e te lo consegna tra le mani, con cui poi lo scagli lontano. Lontano, Shiryu. Non è il tuo posto, questo. Torna a casa. Qui qualcuno ha preso decisioni troppo grandi che la tua ingenuità non può comprendere. Shiryu che soffre e cerca disperatamente di convincerti con le sue apologie, con le sue dichiarazioni disperate e a voce alta: lui non teme la lotta, lui non fuggirà. Sciocco, Shiryu. Non ha capito che lo sai benissimo anche tu. O forse sì, ma è confuso e non sa più cosa può convincerti. Chiudi gli occhi, Ikki, allora, chiudi gli occhi mentre senti il vento, le stelle le hai viste, chiudi gli occhi e diglielo:
“Anch’io voglio proteggere te, come anche gli altri…”
“Cosa…?”
Guarda altrove, Ikki. Dove ci sono le stelle. Quelle che sai già cosa dicono.
“Proprio così. Tu e gli altri idioti che stanno nell’arena…”
Non ci vai giù leggero, Ikki di Phoenix. Che capiscano come la pensi, e che capiscano tutto quello che vogliono capire. Sapevi già che le tue parole non sarebbero state comprese.
“Gli altri… “ parve distrarsi, il Dragone, ergendosi appena, per poi capire: “Seiya!”
Sempre prima i compagni. Sempre prima di ogni altra cosa. Non guardi il valoroso guerriero cominciare a correre verso l’arena, ti sei già voltato, cavaliere, con un mezzo sospiro, mezzo represso, mezzo chiuso dalla gola, gutturale. E Shiryu lo senti che si volta, fermando passi sicuri per te:“Aspetta, Ikki! Aiutaci!”
Ma sai già cosa rispondere.
Perché è tutto ciò che sarai stasera.
Nemmeno ti volti, volgendo all’orizzonte lo sguardo.
“Non dimenticarti che ho detto che non aiuterò nessuno.”


     
“Tembu Horin.”
Tutt’intorno era odore di incensi e di mirra. L’illuminato Shaka di Virgo aveva aperto gli occhi e Ikki aveva compreso che tutto quell’azzurro gli sarebbe stato fatale: in realtà, lo sarebbe stato per entrambi.
In quell’azzurrità accecante e bellissima, anche il piccolo Shun scompariva e tutta la sua vita passata si faceva nebbia.
Anche dopo, sul pavimento gelido, senza più alcun senso se non il settimo, aveva pensato che sarebbe stato tutto nebbia, da quel momento in avanti, nella vita come nella morte.
Era stato in quel momento che gli erano girate le palle.
Non era andato al Santuario di Athena per finire lì, come il primo scagnozzo del Sacerdote. Non davanti a Virgo, arrogante divinità splendente, unico avversario che aveva reclamato da lui anche l’ultima goccia di potere e al quale lui, Phoenix, l’aveva richiesta. Non avrebbe strisciato davanti a Virgo, non davanti a lui!
Ed erano state esplosioni di luce allora, ad inondare la Sesta Casa e lui, sciolto in essa, aveva vinto e sconfitto il suo custode, esplodendo il Cosmo con quello di lui.
“Fermati!” aveva gridato Shaka, gli occhi azzurri della dimenticanza spalancati nella luminosità “Ci oscureremo in un mondo di luce!”


  Un passo dopo l’altro, avanzi, Ikki di Phoenix, poiché avevi promesso che stasera saresti stato qui solo come spettatore, e da dove ti trovi, ai piedi della scalinata, i tuoi occhi non vedono.
La strada è sgombera. C’è tutto il tempo che ti serve. L’hai calcolato da quando hai sentito quella luce dalla sensazione bianca e infinita espandersi in un attacco che ben conoscevi. Contavi.
Non sapevi cosa pensare, in verità, c’era solo quella sensazione che conoscevi bene – perché sei un uomo, Ikki di Phoenix, non certo un ragazzo, e sebbene i tuoi occhi siano ancora grandi, le labbra sono dure, le mani ruvide – di stare sotto ad un cielo troppo grande. Ma non è quello che vai a vedere, Ikki. Per quanto poco tu possa conoscerlo, di tutto ciò che sta sopra di te hai una ben precisa sensazione, e non andrai ad immergerci le mani. No. Tu vai per essere solo spettatore. L’hai detto, a Shiryu.
Forse questa sarà l’ultima battaglia… una guerra sacra…
Il metallo dell’armatura risuona secco sul selciato, appena calpestato di tutta fretta da due guerrieri antichissimi, che corrono sotto la luna per fermare la strage avvertita di lontano. Ma per quello che puoi saperne, Ikki di Phoenix, quei gradini sono stati calpestati da tante altre persone prima di te.
La Seconda Casa ospita un’atmosfera rarefatta in cui ancora vibra l’aria scossa e sconvolta da cosmi poderosi, e un’armatura vuota che brilla di un bagliore innaturale. La guardi mentre passi. Guardi il fiore ai suoi piedi. Prosegui oltre, perché sarebbe profano attardarsi, lo senti dalla tristezza e dall’orgoglio di quel fiore, e tu hai intrecciato molti fiori, con le tue mani ruvide, e ben conosci tristezza e orgoglio. Non vorresti che qualcuno profanasse le tue corone, intrecciate con cordoglio sempre più addolcito negli anni. Volgi lo sguardo subito.
Ma non affretti il passo, Ikki di Phoenix. C’è tempo. Anche quando senti dischiudersi universi di luce. L’hai detto prima a Shiryu, l’hai detto: non sei qui per aiutare nessuno. Non affretti il passo anche se sai cosa sta succedendo. Lo senti con la netta chiarezza di un profumo distinto nella sera: l’odore dolciastro, fresco e denso di magnolia nelle notti di primavera, dopo che la pioggia ha colmato, come fossero un calice da cui bere, i petali morbidi e bianchissimi di una brusca purezza. Altrettanto intenso, senti e cammini senza affrettarti, senza sapere bene che cosa provare, mentre il bianco da lontano ti sfiora, t’illumina, e sai che al centro di quel boato immenso, che alzando il mento vedi prorompere dalla Sesta Casa, ci sono due occhi terribili.


  Dove il buio diventava più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo era.
Il portone, ampio, si apriva sulla parete lunga del Tempio.
Nessuno sapeva dove dava, esattamente. Tutti avevano sentito dire che dava sullo Sharasojo, il Giardino della Vergine.
Chi aveva girato attorno alla Casa, curioso, per scoprire quel luogo, si era trovato ad un tratto, con disappunto, davanti al portone esterno, senza trovare alcun giardino, solo le rocce scoscese del Santuario che davano sul mare, appena prima della scalinata di marmo che portava alla Settima.
Il Giardino della Vergine era un mistero per tutti.
Meno che per Ikki di Phoenix.
Di tanto in tanto Ikki si era allontanato, dopo la battaglia delle Dodici Case, cercando altri luoghi e meno vincoli rispetto a quelli dei suoi amici e fratelli. Non perché non sopportasse la loro presenza, tutt’altro. Ma piuttosto per l’insostenibile insofferenza che lo prendeva spesso, per la necessità di andare sempre oltre e di non poter calcare troppo a lungo lo stesso suolo.
In alcuni casi si era recato da Shaka di Virgo.
Era vero che si erano spenti in un mondo di luce, ma Siddartha Gautama Shakamuni, il Buddha, non aveva l’abitudine di restare troppo a lungo nell’oscurità ed era tornato, facendo in modo che anche la Fenice potesse scegliere il mondo dei vivi, a quelli dell’Ade.
Alla domanda che Ikki gli aveva posto: “Perché mi hai salvato?”, Shaka aveva risposto con un’alzata delle spalle esili, come se non ci fosse una vera ragione.
Poi aveva aggiunto, ad occhi aperti, tingendo tutto per un attimo d’azzurrità e deliri: “Perché per la prima volta nel mio cuore è nato un dubbio. E sei stato tu a far nascere questo dubbio”.
Così era tornato. Senza armatura, ma con il sogghigno strafottente sulle labbra e le mani in tasca.
Come si va a trovare un amico.
Di tanto in tanto.
Shaka lo aveva accolto come se lo stesse aspettando sa sempre, ad occhi chiusi, il volto delicato e sereno, fatta eccezione per l’angolo della bocca, sollevato in un sorrisetto di superiorità.
“Benvenuto, Ikki. Hai ancora il
genmaken facile?”
Ikki aveva risposto con una frecciatina mirata e Shaka non aveva lasciato cadere la provocazione. Così si erano susseguiti più incontri e più duelli verbali.
Man mano, si erano placati, senza spegnersi del tutto.
Un giorno Shaka gli aveva fatto un cenno, e l’aveva guidato verso dove il buio si faceva più fitto, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra.
C’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia.
Shaka l’aveva aperto e davanti a loro si era dispiegato un giardino, come un tappeto che si srotola, con l’erba alta che ondeggiava al vento, con due soli alberi, alti a carezzare il cielo ombroso, e petali strappati ai rami in fiore che il vento rapiva e portava, come un omaggio, fino al portone del Sesto Tempio.
Ikki aveva avuto come l’impressione che quella porta si fosse aperta sull’India.


  Sei lì che osservi la luce ed è come se una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, paralizzasse ogni foglia, ma non tu che cammini. Guardi.
Esplode. Tutto.
Qualcun altro piangerebbe.
Qualcun altro urlerebbe il suo nome.
Shaka!
Qualcun altro.
Tu sei solo uno spettatore.
No! Shaka!
Non ci posso credere!
Shaka!
SHAKA!

Non sei qui per aiutare nessuno.
Ignori le voci, la luce e la messa da requiem, e il tuo cuore è di marmo in un petto di marmo.
Vai ad assistere ad un esplodere che è l’universo quando nasce. Quindi vai. Vai ad assistere.
Era questo, che dicevano, le stelle, Ikki di Phoenix? Ce n’erano forse due fisse in cielo, come occhi azzurri della dimenticanza spalancati nel buio, e tu non le hai sapute leggere correttamente. Può essere.
Ma in fondo, pensi, senza piangere, senza gridare il suo nome, ha davvero importanza?
Quel gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, non era il tuo, lo pensavi, non è vero, guardando Shiryu pregarti di correre con i tuoi compagni a sfidarle una per una, disperato e forte nei suoi occhi ciechi?


  “Devo fare una cosa” aveva detto Shakamuni. “Niente di entusiasmante. Puoi andare a casa se vuoi. Oppure puoi restare”.
Aveva tolto i sandali, lasciandoli sulla soglia, e a piedi nudi era entrato nell’erba.
Ikki non aveva detto niente; aveva osservato quel giovane dagli occhi chiusi senza combatterlo nemmeno dialetticamente, per una volta.
Shaka aveva guardato per terra. Seguendo il suo sguardo, Ikki aveva notato delle zolle smosse, la terra inaridita. L’aveva sentito parlare della stagione delle piogge, che tardava ad arrivare.
“Ma che giungerà. Per quanto si possa rallentare la ruota del Karma, gli avvenimenti che devono avvenire avverranno”.
Ikki aveva aggrottato le sopracciglia. Non aveva capito, subito. Avrebbe capito più avanti, il giorno in cui Virgo, con la stessa serenità di quel momento, avrebbe accettato di morire sotto i salici, per onorare la ruota del Karma, per un disegno più grande.
In quel momento non aveva potuto comprendere quelle parole oscure. Lo aveva visto chinarsi - con quei gesti puliti e delicati, eppure estremamente virili – allungare una mano, elegante, appoggiandola sulla terra nuda. Sembrava un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Silenzioso com’era.
Ikki l’aveva guardato chinato sulla terra, con i capelli biondi che ricadevano sul davanti, sul petto, senza che perdesse nulla in dignità.
C’era qualcosa di sacro e ancestrale, in quella scena. C’era così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed era bellissimo.
“Ma no. Potrei darti una mano, Virgo”.
Che cosa hai fatto domenica, Ikki? Mh. Ho aiutato il Buddha a tenere un orto.
Così lo aveva aiutato: aveva fatto come lui, onorando il Karma e la ruota della stagione delle piogge, dopo aver sparso semi nuovi, chinandosi e unendo le mani su ogni chicco che cadeva tra le zolle.
Aveva alzato lo sguardo su Shaka, in piedi, al centro del suo Sharasojo, che teneva della terra nella mano a coppa.
Il Buddha l’aveva guardata per un attimo.
“E’ finito il tempo delle lacrime” aveva detto, come al terreno “Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo”.
La strinse nel palmo, mentre le folate la portavano via, a coprire i semi, poi strinse il pugno, come in un rito. Lo allentò, alla fine, e lasciò andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma portasse la vita dove c’era stata la morte.


  Era un gioco grande e superiore a cui hai deciso di assistere, e così te ne fai una ragione, lasciandoti alle spalle una casa vecchia, malinconico mistico rudere di morte, che hai attraversato mentre pensavi.
Forse quelle due stelle come occhi nel cielo c’erano davvero.
Forse il destino si può leggere negli astri fiammeggianti.
Forse il destino si può leggere nel volo degli uccelli, nelle  viscere degli animali offerti in sacrificio.
Forse il destino si può leggere nel numero di gradini che lasci alle tue spalle.
Ma in ogni caso -  pensi, investito da una luce come mai ne hai viste prima -  in ogni caso rimane sopra. Rimane che qualcuno l’ha deciso. Rimane che chi l’ha deciso sapeva i cazzi suoi. Rimane che quelle stelle possono stare dove sono e le puoi interpretare, ma non sai bene a che cosa serve, adesso, mentre vai lì come spettatore del cielo che alla morte di un dio si è oscurato come nella peggiore apocalisse, ma era bello, terribile e bello. Un azzurro gli era stato fatale.
Muovi un passo, allora.
Verso l’esplosione che dilaga davanti a te.
Senza paura, coraggio. Nel fuoco da dove vieni.
L’hai sentita assieme a tutti gli altri, la sua intenzione, Ikki di Phoenix.
Né prima né dopo. Come tutti e basta.
Ma a differenza degli altri, non hai affatto pensato d’intervenire.
Ti pare che una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, accompagni pure te, adesso, perché mentre passi tutto davanti a te salta in aria, in una luce dorata e rovente.
Allora ti fermi e aspetti. Sei serio, Ikki. E sai aspettare.


      Un vortice di petali ti accompagna già da un po’, e tu lo segui, Ikki di Phoenix, senza chiedergli niente.
Tanto, facevate la stessa strada.
C’è nell’aria qualcosa di peggiore dell’apocalisse, Ikki.
Qualcosa di peggiore del cielo che si è annerito per un requiem bellissimo ed inquietante, per un dio che si oscurava. Minaccia agitazione e brividi, nei cosmi che risuonano in una tensione crescente. Senti tutto, Ikki di Phoenix, senti le paure e i dolori e le angosce e la dolcezza, e in qualche modo, senza dover guardare le stelle e cercare d’interpretare il loro gioco, chissà come lo sai già, come va a finire.
Non fai nulla.
Cammini e basta.
Non sei lì per aiutare nessuno.
Athena la pensa proprio come te.
Shaka la pensa proprio come te.
Tutti e due hanno i loro piani.
L’ultima battaglia…
Una guerra sacra…
Arrivi dove vuoi, Ikki di Phoenix, arrivi fin dove i petali vengono trascinati dal vento che sentivi mentre glielo dicevi, a Shiryu, che volevi proteggere lui e tutti quanti. Tutti quelli che amavi. Ma Athena li voleva fuori. Athena aveva i suoi piani. Shaka aveva i suoi piani. Le stelle erano al di sopra di loro, il gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata ancora al di là, quella sfera al di sopra della tua.
La mano su cui corri mentre pensi di scappare in capo al mondo. Così, sei lì solo come spettatore.
Dove il buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’è un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo è. Lo era. Adesso è vuota e distrutta. Molto più in alto, un cielo che alla morte di una dea si oscura come nella peggiore apocalisse. Già un azzurro gli è stato fatale. Senti morte e sangue e l’universo che esplode in pianto, ma tu sei solo uno spettatore in una casa vuota e distrutta. Il portone è ancora lì.
Poggi le mani sul legno. Non hai smesso di camminare né smetterai ora: ti ci vuole un attimo solo. Forzi nella tua mente un silenzio che non esiste, nell’aria densa che assume significato di tenebra, forzi al di fuori voci e cosmi risuonanti in panico e in un solenne coro, tremendo e dolcissimo, struggente come il pianto di una civetta, il lutto della fine dell’uomo. Lo forzi fuori, Ikki di Phoenix. Oltre il portone c’è un giardino.


Devo fare una cosa, ti sei detto. Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Ti sei tolto le scarpe, lasciandole sulla soglia, e a piedi nudi sei entrato nell’erba.
Com’è limpido ciò che non viene compreso, vero? Un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix.
Hai pensato alla stagione delle piogge, che tarda ad arrivare, ma che giungerà. All’incomprensibile ruota del Karma.
Ti sembra di vederlo chinarsi, laggiù, in mezzo ai salici, con i capelli biondi che ricadono sul davanti, sul petto. Ti sembra un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Ma tanto hai poco da immaginare, Shaka di Virgo non c’è.
Fai come ha fatto lui, camminando piano nell’erba, fino agli alberi gemelli.
Sai che è morto lì. E’ rimasto qualcosa, sulla terra, come le sue ceneri di fenice che non risorge.
Ti chini e sfiori la terra, unendo le mani come su un chicco caduto tra le zolle.
C’è qualcosa di sacro e ancestrale, in quello che fai. C’è così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed è tremendo.
Ti sei alzato, tenendo quella terra e quelle ceneri nella mano a coppa. Tenendo Shaka.
Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Lo stringi nel palmo, mentre le folate lo portano via, a coprire i semi che ancora riposano, poi stringi il pugno, come chi sta per piangere e non lo fa, rabbiosamente.
Non piangere. E’ finito il tempo delle lacrime. Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo.
Lo allenti alla fine, lasciando andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma porti la vita dove c’è stata la morte.

 
Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
PersonaggiPrincipali: Gemini Saga, Sagitter Aioros
Rating:PG-14
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
Inproposito: “Perchémai sei venuto qui, amico diletto?” chiese ancora e rese lavoce più affabile, quasi dolce. Ingannevole in quel modoletale. “Oraavvicinati. Per un istante almeno abbracciamoci e abbandoniamoci alpianto e al dolore”.
Saga sta esercitando il potere alSantuario, dopo avere effettuato il colpo di stato. In preda allafollia e al rimorso, non si addormenta. E Aioros torna dal mondo deimorti a fargli visita.
Una Aioros/Saga che segue una Achille/Patroclo.

Disclaimer:Kurumada, regalameli
Cose: Dedichiamolaal mio Camus,che mi chiama dal mare leggendomi saggi suimiti Greci e che il giorno successivo piange e mi insultaperchè si becca una vagonata angst con la coppiapiù epica del Santuario. La dedichiamo ad Aphroditeperchè  cerca con me i passi più bellisu Skype e  con me ci  gnaula sopra. Al nostro PonteficeShion e  ad Hadessamache di certoapprezzeranno. E a  Philosa  cui spero che piaccia. Stousando il plurale maiestatis perchè, oltreche Milo, stasera faccio anche un po' Aioros. .__.  <3


Che amai sempre
 questo ti sia prova:
che per quanto abbia amato
non ho vissuto abbastanza.
Emily Dickinson


Dalla finestra giungeva solo il rumore delle onde del mare che si frangevano sulla battigia.
Il sonno lo aveva quasi vinto e aveva appoggiato la nuca allo schienale del seggio – convinto di non meritare il letto, gli agi che allentano gli affanni dal cuore – quindi credette di sognare quando vide venire a lui l’ombra infelice di Aioros, a Sagitter simile in tutto e per tutto: la figura, gli occhi bellissimi, la voce, gli abiti che vestivano il suo corpo di fanciullo.
Si fermò davanti al trono.
“Perché mai sei venuto qui, amico diletto?” domandò Saga e già stringeva il pugno fino a farsi sbiancare le nocche. Poiché Aioros non rispondeva, odiato Aioros, si sporse in avanti, caricò il pugno e scaricò il colpo contro la povera ombra. Non la ferì più di quanto colpì la penombra della sala. Scoprì i denti in un sorriso ferino e i capelli scuri gli scivolarono in avanti, sul petto.
Sentì l’antico odio montargli dentro come un fuoco, una pira funebre, prendergli il cuore. L’antico desiderio ardente.
“Perché mai sei venuto qui, amico diletto?” chiese ancora e rese la voce più affabile, quasi dolce. Ingannevole in quel modo letale. “Ora avvicinati. Per un istante almeno abbracciamoci e abbandoniamoci al pianto e al dolore”.
Si sporse in avanti ancora, gli occhi riarsi dalla follia e dalla febbre, arrossati dai capillari in tensione. Li puntò verso l’ombra defunta del bastardo che nel sole di Atene gli sorrideva ottuso, lo toccava con la mano di un compagno d’arme, senza mai concedersi.
Senza mai capire, Aioros di Sagitter, povera triste ombra tornata dall’Ade.
Ah, ma c’era modo di fargli intendere tutto, adesso. L’avrebbe afferrato, strattonato per i capelli - morbidi riccioli come di Febo Apollo – piegato con forza, l’avrebbe sbattuto a terra, sul pavimento. E che ringraziasse, che non stava domandando soddisfazione appieno, altrimenti avrebbe dovuto sdraiarlo nel fango, nella polvere, nel liquame.
L’avrebbe sopraffatto, umiliato, smembrato, usato violenza fino a farlo gridare e sanguinare. L’antico odio, l’antico desiderio ardente. “Ora avvicinati, Aioros”.
Così disse e tese le braccia, ma non strinse nulla.
Tale fu l’impeto con cui lo fece che sibilò quando chiuse le membra su se stesso, affondando le unghie nella carne delle proprie costole.
Ruggì, gli occhi secchi e doloranti, la testa che gli pulsava dolorosamente imponendogli l’unica urgenza di sottomettere Aioros. Sì girò a cercarlo.
Il ragazzo defunto lo guardava sereno di rimando. Ombra nell’ombra rivolgeva lo sguardo con gli occhi colmi di una tristezza ancestrale, che ha conosciuto la rassegnazione e poi la pace. Gli sarebbe balzato addosso e l’avrebbe preso con la forza, pretendendo il piacere che Sagitter non gli aveva mai dato.
“Tu dormi e di me ti sei dimenticato, Nobile Saga”.
“Dimenticarti?” latrò il Pontefice “Credi sia possibile?”
Sentì il dolore sgorgargli nel petto come se Sagitter il maledetto – nella polvere, deve stare nella polvere – ci avesse piantato la daga d’oro capace di uccidere gli dèi. Sentì la mente che minacciava di strappare il suo grigio, delicato tessuto. Sentì le lacrime sulla soglia delle palpebre.
“Non mi trascuravi da vivo” mormorò Aioros “Non ti curi di me ora che sono morto”.
“Aioros”.
“Dammi la mano. Mai più tornerò dall’Ade, dopo che ti avrò detto quello che ho da comunicarti, Nobile Saga. Mai più nella vita, come accadeva nei giorni degli allenamenti nel sole, ci scambieremo consigli. Mai più sarò tuo modello e mai più tu lo sarai per me. Mi ha inghiottito, ormai, la morte che ebbi in sorte alla nascita. Anche per te è destino, Saga di Gemini, pari degli dèi, morire sotto queste sacre mura.”
Saga strinse i denti.
La collera si sgonfiava, la sentiva abbandonare il suo corpo come l’acqua delle terme nascoste quando si sollevava, fiero e potente, dopo avere preso il bagno quotidiano. Non c’era niente di autorevole, adesso, nel proprio fisico tremante, le spalle larghe incassate, le braccia modellate dalla guerra abbandonate ai fianchi. Si maledisse per la propria debolezza. Maledisse Aioros perché anche da morto riusciva a fare ciò che aveva sempre fatto da vivo: trasformare il suo acciaio in languore.
“Ti odio” disse all’ombra dell’Ade, ma ormai le lacrime – umilianti e sincere – scivolavano sulla sua guancia di uomo. Erano passati anni da quando era stato fanciullo, al fianco di Sagitter che ancora viveva. “Mio Aioros”.
Singhiozzò.
Mio Aioros.
“Ma un’altra cosa ti dico e ti chiedo, se vuoi ascoltarmi” domandò ancora la misera anima, innocente e crudele com’era stata da viva, limpida e feroce come acqua di ruscello, che esisteva e non si curava del dolore di Saga, come il sole non si cura dell’ombra che scaccia.
“Parla”.
“Non dare il tormento al tuo cuore più di quanto il fato ne abbia già messo sulle tue spalle. Nei momenti in cui le tenebre ti abbandonano stremato, smetti di darti pena per il mio destino. Non pensare noi due nella notte che ingannò il Santuario di Athena Glaukopis. Pensa a me e a te nei pomeriggi di luce e di pioggia, fanciulli, o al giorno in cui giungesti al Tempio con tuo fratello. A come i tutori e il Sommo Shion ci allevarono con dedizione perché, una volta ricevuta l’investitura a Cavaliere, ci prendessimo cura l’uno dell’altro”.
Saga singhiozzò ancora, sinistro: il riferimento al fratello che aveva annegato a Capo Sounion lo fece tremare, eppure annuì. Le lacrime che piangeva erano dolci e lenitive, pulivano l’occhio e lo rinfrescavano, dando sollievo ai capillari. La mente più lucida gli offriva pace dall’emicrania. Con il respiro affannoso si rese conto che si andavano schiarendo i suoi capelli neri, mutando nel colore familiare che era stato della sua fanciullezza, quando ancora nessun demone gli albergava nel cuore.
Benedisse Aioros perché anche da morto riusciva a fare ciò che aveva sempre fatto da vivo: trasformare il suo dolore in quiete.
“Come puoi chiedermelo? A me che sono stato la tua rovina e la mia? Quella di tutto il Tempio?”
“Te lo chiedo, Nobile Saga, perché mi tengono lontano le ombre, i fantasmi dei morti. Non lasciano che passi il fiume e che a loro mi unisca”.
“Come puoi chiedermelo, mio Aioros, amato Aioros?” sussurrò il Sacerdote e cadde sulle ginocchia davanti al trono, davanti all’ombra fredda del fanciullo guerriero. “Come puoi pretendere che il mio peccato non mi dilani?”
“Vado errando davanti alla dimora di Hades dalle ampie porte”. Sembrò preda del dolore e del gelo, mentre glielo diceva.
“Cosa ti trattiene? Non ti favorisce il mio rimorso? La colpa che dilania il tuo assassino?”
“No. Mi trattiene l’averti sorriso senza capire, nel sole di Atene. Il toccarti con la mano di compagno d’arme senza concedermi come un amante”.
“Taci!”
Saga spalancò gli occhi, blu come il mare, non nella follia demoniaca da cui era invaso, ma nella collera del giusto. Afferrò da terra il bruciatore di olii sacri e lo scagliò contro l’ombra di Sagitter. Il recipiente andò a sbattere contro al trono, in un rumore metallico che risuonò dolorosamente, poi fracassò a terra, rimanendo basculante sul marmo.
Aioros non si era mosso, perfettamente calmo e innaturale. La compostezza dei morti.
Saga sentì il petto pieno di lacrime e ne pianse ancora.
Come per metterlo più a suo agio, Aioros sedette sul seggio. Occhi dell’uno appoggiati negli occhi dell’altro.
“Taci! Non sei tu Sagitter, ma un ombra ingannevole venuta a gettar sale sulle ferite aperte! Vattene adesso!” Saga si spinse verso l’ombra, camminano sulle ginocchia nella tunica pontificia scomposta. “Vattene, sirena incantatrice! Ombra degli inferi, mi torturerai quando sarò morto!”
“Non ti inganno. Non ti torturo. Devi smettere di piangere perché io trovi pace, Nobile Saga”.
“Taci!”
“Mio Saga”.
“Taci, che il Padre Zeus abbia pietà di te, ombra, taci”. Le parole di Saga scivolarono in un pianto sconnesso, virile, seppur in quell’assenza di consolo. Crollò disperato, la fronte sulle ginocchia del fanciullo Aioros, seduto sul trono che il Sommo Shion aveva a lui affidato.
Mio Saga, mi ha chiamato. Mio Saga.
“Ti ho amato quanto tu hai amato me, mio Saga. Sulle colline sacre, negli uliveti, sulla costa a strapiombo io ti amavo del tuo stesso amore. Ma per quanto ti abbia amato, non ho vissuto abbastanza”.
Gemini che era diventato Pontefice con la forza pensò alle luci dell’alba che avevano visto insieme, aurora dopo aurora, agli allenamenti nell’arena, alle mattine di sole ad ascoltare i mentori declamare Omero ed Eschilo, alle missioni che Shion affidava loro a Rodorio, ai pomeriggi di pioggia, dopo gli allenamenti, in cui si sdraiavano negli alloggi l’uno di fianco all’altro, seminudi. Aioros chiudeva gli occhi con un sorriso sulle labbra piene, i riccioli abbandonati sul cuscino, una mano sul ventre l’altra appoggiata al lato del viso. Ascoltava la pioggia cadere. Saga lo guardava come si sarebbe guardato un dio e fremeva dalla voglia di toccarlo – amante e non compagno d’arme – e invece non lo faceva, mordendosi le labbra.
Ti amavo del tuo stesso amore.
“Taci, ombra. Se sei davvero il mio Aioros, taci.” Gemette.
Aioros tacque.
Saga sospirò abbandonato sul suo grembo. Non lo sentiva nemmeno più freddo, come un’ombra sarebbe dovuta essere. Sotto la guancia, appoggiata sulle sue cosce, adesso sentiva quasi calore.
Pensò a quello che avevano perso – uno la vita, l’altro l’anima – e si sentì tremare.
Gli sarebbe bastata una parola di Sagitter, la sua luce, per scacciare il buio che lo divorava. Aioros che era al suo fianco, ma guardava l’orizzonte e non lui, non l’ombra nei suoi occhi.
Non avrebbe dovuto lasciarlo. Morendo aveva incrinato il patto tacito che li vedeva uno modello dell’altro. Aveva spezzato l’equilibrio. Aveva interrotto quello che Saga aveva aspettato da sempre, sdraiato sulla branda sotto al temporale accanto caro, caldo corpo di Sagitter.
“Non avresti dovuto, Aioros” disse soltanto.
“Perdonami, mio Saga”.
“Tu devi perdonare un folle”. Lo disse rapidamente, prima che il demone tornasse a prenderlo, prima del sorgere del sole, prima dei suoi capelli scuriti, da affondare sotto all’elmo. “Ma io non posso non versare lacrime per te, amico mio amatissimo, che ora giaci con il corpo straziato, perché io non patirò mai più dolore più grande, finché sarò in vita. Ho incrinato il patto tacito che ci vedeva uno modello dell’altro. Ho spezzato l’equilibrio. E adesso piango per te, mio Aioros, che sei sempre stato così dolce”.
Ancora strinse i pugni facendo sbiancare le nocche. Affondò il viso nelle cosce di Aioros, amato e amante che si riconoscevano dopo l’abisso della morte e pianse ancora, a lungo. 
“Dammi la mano, adesso” domandò Sagitter, fanciullo defunto, che era venuto ad affermare l’amore per Saga “Un’ultima volta, perché anche se veglierò sul Tempio, mai più tornerò dall’Ade ora che ti ho detto ciò che dovevi sapere”.
Il Pontefice singhiozzò senza vergogna, sollevò il viso a quello dell’amato che gli sorrideva, col terrore di vederlo dissolversi sotto ai propri occhi.
“Certo, ti obbedirò, farò tutto quello che chiedi. Ora, però, avvicinati. Per un istante almeno abbracciamoci e abbandoniamoci al pianto e al dolore”.
Così disse e tese le braccia, ma non strinse nulla.
Come fumo scomparve l’anima sotto la terra. Se ne andò sibilando.
Saga afferrò con le mani sbiancate il seggio vuoto e gemette, solo con il rumore delle onde del mare che si frangevano sulla battigia, dalla finestra.
 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Gemini Saga, Sagitter Aioros
Rating: R
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
In proposito:“Unbando intima a questa città di non degnarlo del sepolcroné del lamento funebre
ma di lasciarlo senza tomba, carogna mutilata, sotto gli occhi ditutti, banchetto di uccelli e cani.”

C'è la legge degli uomini, e c'è la legge deglidèi.
C'è la legge del potere e quella del cuore.
Esattamente come in una tragedia antica, maschere bianche che danzanodavanti agli occhi in una notte scurissima. L'ultima notte di Saga diGemini.
{shonen ai Aioros/Saga implied} {Saga-centric} {angst}

Disclaimer: Qui c'è un sacco diroba di Masami Kurumada e molta anche di Sofocle. Il resto ènostro.
Cose: Wow.E così ha termine un Parto Angst, scritto in unasola giornata in cui mi sono isolatadal mondo.
Il parto è statosommariamente breve, ma il travaglio immenso, dato che me lotrascino dietro da mesi (una gravidanza pesante, a tutti gli effetti).Ringrazio spietatamente Milo di Scorpioche mi incitava e ricattava e che alla fine ha tentato di ammazzarmi, Aphrodite di Piscesper ignaulii e il supporto dolcissimo e costante, e il Dolce Mu perl’estremo betaggio(che fa molto estrema unzione, ma nelle dolcimanine di un abitante del Jamirè tutt’altro <3)

Antigone

Molte sono le cose tremende,
ma nulla è più tremendo dell’uomo.

 

 Beaticoloro che vivono
senza provare sventura.
Maquando un dio sconvolge la casa,
ognigenere di sciagura
siabbatte su tutta la sua discendenza:
così, sospinta dalle raffiche maligne dei venti traci,
l’onda corre sull’abisso buio del mare
e rovescia dal fondo la sabbia scura;

rimbombano,gemono, le coste
battute dalle onde, dai venti ostili.

[Sofocle,ANTIGONE]

 

 

I.

 
Era stata la notte più nera, ad Atene, che si sarebbe mairicordata,nonostante lo sfolgorio di mille e mille stelle, sulla volta celeste:il buiole rendeva piccole e lontane. Era un buio di sventura, quel cielo violache leinghiottiva, testimoni piccoli e sconsolati di una notte dove la lucefu datapiuttosto dalle torce agitate dai soldati, nello scompiglio. Urla efuoco, ecomandi imperiosi.
La luce e il destino erano in mano ai mortali.
Le costellazioni si eclissarono, allora, non interpellate.
Chiudendosi in uno sdegnoso silenzio.

 


“Diconoche un editto abbia imposto aicittadini
che nessuno lo seppellisse o lo onorasse dipianto,
ma fosse lasciato senza compianto, senzatomba,
tesoro gradito per gli uccelli che lospiano ansiosi del pasto.”

Furonogiorni tristi.
Si mormorava sul cadavere di un eroe traditore.
Si diceva – pare almeno – che fosse mortoall’Acropoli, sporcando di rosso lesacre colonne del Partenone. Il corpo non fu mai ritrovato, personell’oblio, enon mancò chi disse che era solo un bene: ché illimpido sguardo di Athena dall’altodel Santuario non avesse di che crucciarsi.
Per il resto, erano state date precise disposizioni, che nessuno locercasse: chegli spettasse la sorte che era sempre spettata agli infami, dai tempidei tempi,la stessa che Achille aveva deciso per Ettore, mentre si straziavad’amorperduto, su Patroclo,l’amico Patroclo,freddo e senza vita, e infieriva sul cadavere dell’odiatouccisore, legato peri piedi al carro di guerra.
Che nessuno lo seppellisse o lo onorassedi pianto, si era detto, lasciatosenza compianto, senza tomba!
Quante volte l’Atrideavrà trascinato l’odiatoassassino negli sterpi e nella polvere attorno all’ormaivinta Troia, in segnodi disprezzo, tante volte il Pontefice pareva determinato a gettaredisonore suchi aveva tradito. Si mormorava.
Ma la sua maschera lucida era più muta ed inflessibile chemai – più di quantolo fosse stato negli ultimi anni. Un rigurgito di ferocia come fiammanuova. Lamaschera era muta, ma i suoi occhi brillavano.

Era stato emanato un editto.
Suscitò sgomento, perché tuttiricordarono con un sussulto i biondi riccioli diAioros nel vento, la carezza paterna che aveva avuto per ognuno diloro. Larisata, l’allegria. Il bel volto di Aioros, innocente.
Ma era il destino di un traditore, dai tempi più antichi.
Pagare disonore con disonore.
E la parola del Pontefice fu Legge.

“Un bando intima aquesta città di nondegnarlo del sepolcro né del lamento funebre
 ma di lasciarlosenza tomba, carognamutilata, sotto gli occhi di tutti, banchetto di uccelli ecani.”

 
Saga digrignava i denti, sotto quella maschera.
Senza scoprirsi. Ancora con il fiato corto, come una bestia braccatanellatana.
Ce l’aveva fatta. Ce l’aveva fatta. E la sua parolaora era legge. Era vergatanero su bianco, era stata scritta, era stata annunciata. E ad ognifiatopossente del banditore che annunciava il suo decreto, ilsuo decreto, i denti si stringevano in una morsa compiaciuta,ilbattito accelerava nei polsi, sanguigno e forte, inquell’esplosione della suaschiacciante vittoria: un godimento animale, un brivido erotico, cheeraincapace di trattenere in pieno trionfo. La legge, lapropria legge, l’umiliazione, la sua.
Decretata ed applaudita.
Aioros, l’odiato rivale, giaceva insepolto. Morto einsepolto.
Avrebbe dormito, in quel letto sontuoso, i migliori sonnidella sua vita.
Si sarebbe coricato tra le lenzuola di seta, senza smetteredi assaporare il potere che sentiva metallico sulla punta della lingua,negliavambracci forti, nelle dita affusolate che ora avevano potere di vitao dimorte grazie al cenno più insignificante. Avrebbe dormito ilmiglior sonnodella sua vita, quella prima notte dopo l’edittodall’ingiustizia piùmagnifica, più eccelsa; ma non si accorse, nella sua gloria,della figuraammantata di nero che lasciava, silenziosa, il palazzo, senza farsivedere néudire da nessuno.

- Hai qualche altradisposizione da darci?
- Di non schierarvi con i ribelli.
- Chi è così folle da desiderare la morte?
- Sarebbe proprio questa la ricompensa.

 
La figura procedeva con passo svelto ma cauto, guidata daniente se non dall’istinto.
Sotto il mantello recava con sé unguenti e libagioni, inpiccole anfore, bendedi lino, e un cuore carico di cordoglio. Se non l’avessefatto lui, chi maiavrebbe potuto? Soltanto lui sapeva la verità.
E avrebbe dovuto abbandonare Aioros agli artigli dei rapaci, ai dentidei canicrudeli? Lasciare che la sua carne rosea fosse deturpata, che il suocuoreforte e giusto divenisse immondo pasto per le fiere?
Aioros, anima bella, come farai senza l’obolo di Carontesotto la lingua apagare pedaggio ed oltrepassare la palude dei morti insepolti e senzaonore?Era questo che spingeva i suoi passi furtivi, ma pervasi da una stranacalma.La serenità del martire che va incontro alla propria sorte,certo la morte nonla teme, e allora tanto vale affrettarsi, sì, ma perl’ansia di rivedere quelcorpo amato e sperare di ritrovarlo il più possibile salvo,salvo, che gli dèi possano averlopreservato sinoal suo arrivo!

Si era mosso in fretta, più in fretta che avevapotuto.
In un momento in cui il Pontefice non vegliasse. Dinascosto.
Quella che sarebbe poi stata nota come la Notte degli Ingannil’aveva tenutofermo, trattenendo il respiro, in attesa del compiersi del destino, chequellanotte pareva in mano ai mortali, più che alle stelle. Tra lescie delle torcefuriose, aveva gioito e tremato, e poi c’era stato il sangue.Il giorno dopo,l’editto; e i pianti che si sarebbero levati al cielo avevanotaciuto, perchéal morto erano stati vietati persino i lamenti funebri. Appena eracalato ilsole, dunque, senza esitazione, lui aveva cominciato a muoversinell’ombra,quieto. E nella notte più fonda, aveva lasciato il palazzo,recando con séunguenti e libagioni, bende di lino, e l’obolo per iltraghettatore dei morti,che il pensiero di Aioros, anima bella e splendente destinata a vagareineterno, gli stringeva il cuore, già inaridito e prosciugatodalla sua morteingiusta.

Il nuovo Pontefice,l’usurpatore e il traditore, se neaccorse troppo tardi, di quel che stava succedendo.
Si risvegliò di soprassalto, in una notte nerissima, quellache avrebbe dovuto cullare il sonno più lieto.

“Che cosa?”
E non era fra le lenzuola di seta che dovevano avvolgereil suo corpotrionfante.
Inizialmente non capì, poi l’oscuro presagio gliraggiunse le narici sottoforma di olio profumato, e di essenze dolci. E gli dettero la nausea.Nauseache un corpo più solido del suo represse, intentocom’era a rendere delicati isuoi movimenti: mani pietose stavano lavando ed asciugando un corpo chelalegge gettava al disonore. Mani tremanti, in certi momenti, salde, inaltri,che detergevano la pelle bruna di quello che un tempo era stato ilcavalierepiù ammirato del Santuario. Lavavano via il sangue, lavavanol’infamia.
Mi dispiace, Aioros
,scorrevano giù le lacrime. Midispiaceche non vi siano donne a compiangere il tuo corpo amato, a lavarlo ecospargerlo di essenze, ad avvolgerlo nel lino candido.
“Smettila!” tuonò il santo che avevatradito, gli occhi iniettati disangue, non appena tutto l’orrore dell’infrazioneal suo decreto gli fecevenire la pelle d’oca. “Che cosa staifacendo?”
Mi dispiace che la mia veglia possadurare una notte sola.
“Come osi?!”
Che la tua tomba debba essere scavata infretta, che non vi siano corone di fiori ad ornarti il capo. Nonsboccianofiori notturni, tra queste sterpaglie, ed io ho solo questa notte perrendertionore.

Per un attimo l’uomo più potente del Santuariodovette tacere, tremando dirabbia e di sgomento.
Non riusciva a crederci.
Che non possano essere indetti giochi,come per l’innocente e coraggioso Patroclo,infunerali solenni e pubblici. Mi dispiace, Aioros. Mi dispiace.

“Folle!” la bocca del Pontefice si distorce in unringhio ferino, che fasobbalzare la figura ammantata. “Folle e scriteriato! Credevodi averti messo atacere per sempre, ma cesserai presto di perseguitarmi: non ti accorgidiquello che stai facendo?”
Onorava e preparava la sepoltura al cadavere di un traditore.
La pena era la morte. La pena… madovette interrompersi.
Il mantello nero si dovette sciogliere dalla fibbia che lo tenevaallacciato,nei movimenti difficoltosi delle braccia che soccorrevano pietosamenteil lorofardello, perché una cascata di capelli color del mare eranoemersi,sparpagliandosi sulla schiena e sul petto. Luccicavano sotto le stelle.Questavolta, nessuna torcia.

- Sarò io adargli sepoltura.
E sarà bello, per me, morire in questo slancio.

 
Il Pontefice tacque. Saga alzava gli occhi al cielostellato, che si riflesse nei suoi occhi blu silenziosi. Assorto, senzacederealle lacrime che in un attimo di debolezza avevano risvegliato coluiche dovevadormire, chinò il capo per riprendere il lavoro. Ecarezzò con dolcezza il visoper miracolo incorrotto dell’uomo per cui un tempo avrebbedato la vita, primadi avvolgere il suo corpo offeso nei teli funebri, ignorando quellegrottescheminacce di morte che lui gliingiungeva.

 - Amata giaceròcol mio amato, compiuto uncrimine sacro: è più lungo
 il tempo in cuidovrò piacere ai morti,che non ai vivi. Perché là giacerò persempre.

 

 

 II.

 

La terraera dura.
Saga scavava.
Aveva acquietato la voce feroce che gli rimbombava in testa,e aveva smesso di piangere.
Per fare ciò, aveva dovuto smettere di guardare in visoAioros, l’amato Aioros.Le lacrime non l’avrebbero riportato in vita;cercò di isolare qualsiasipensiero al di fuori di sé, limitandosi ai gesti meccanicicon cui trarlo insalvo dall’onta, con cui dargli una sepoltura onorevole,laggiù, così lontanodal Santuario, di nascosto da tutti, dopo averne decretato la morte eildisonore. Infrangeva il suo stesso decreto. L’avevagià infranto.

 -E hai osato calpestare queste leggi?
- Non era certo stato Zeus a proclamarle,né Dike cheabita con gli dèi di sottoterra.

 Scavava.
A capo chino, senza tempo per la vergogna, per il senso di colpa.Accumulava laterra lontano dall’involto bianco latte, che volevapreservare – spostò contenerezza un lembo della stoffa bianca troppo vicino alla fossa– da ogniulteriore male.

- Non furono loro astabilire queste leggi per gliumani.
E non pensavo che i tuoi bandi avessero tanta forza da consentire a chièmortale
di trascurare le leggi non scritte, ma salde, degli dèi, chenon sono nateoggi, non ieri,
 ma vivonodall’eternità e nessuno saquando si rivelarono.

 Senzatempo per il dolore.
Quello l’avrebbe assalito dopo.
Per Saga era abbastanza essere sgattaiolato via da palazzo, in unanotte nera,mentre Saga il Pontefice e l’usurpatore el’assassino dormiva, ed accorrereguidato da niente se non dall’istinto, sotto il mantellounguenti per lavare ilcorpo e libagioni da tributare agli dèi degli Inferi, inpiccole anfore, comevoleva la tradizione. Se non l’avesse fatto lui, chi maiavrebbe potuto?Soltanto lui sapeva la verità.
Sciagurato”ringhiava qualche oscuroanfratto dentro di lui, nel nero. “Mentecatto!Perché lo fai? Perché mi sfidi?Perché?”
Saga non rispose, sbattendo le palpebre per richiudere lavoce al di fuori.
O al di dentro, ma più in fondo. Per qualche ora ancora. Perquella che forsesarebbe stata la sua ultima notte.
Perché per non pensare alle lacrime chel’avrebbero risvegliato, furente, lasue mente vagava tra le parole solenni di una tragedia antica…

 

-Perché mi accorgo che offendi lagiustizia.
- La offendo, se onoro le mie prerogative?
- Non le onori, se calpesti quelle deglidèi.

La moraledi Saga, Antigone la martire.
Il potere del Pontefice, Creonteil tiranno.
Come in sogno, Saga prese tra le mani quell’involto pesante,che era piuma frale sue braccia di santo d’oro che frantumava le rocce.Tremò, ma fu con manoferma che gli diede sepoltura, nella fossa che lo aveva fatto sudare difaticae timore, che gli aveva rotto le unghie, che gli aveva spezzato ilcuore.
Antigone, la martire, Creonte,il tiranno. Come echinella sua testa, da un anfiteatro dove le maschere si scagliavanoimproperidavanti ai suoi occhi di fanciullo. Eccoli, si susseguivano nella suamentesenza rispettare l’ordine delle battute, come ogni eco difantasma fa. Ed eccole maschere, bianche, dietro le palpebre affaticate – lanotte, il lino biancoche avvolgeva Aioros, tutto era confuso – ecco Antigone, eccoCreonte!

-Il nemico non è mai amico, nemmeno dopomorto!

Trattenne il fiato.
Aioros non era nemico. Era l’amico più amato. Era…
Ed era rivale
, avrebbe replicato il Pontefice,l’assassino. Rivale dannato, chepossa marcire nellapalude stigia!, rimbombava latrando nei suoi timpani, comese l’avessedetto. Marcisca!
Era l’amico più amato. Era l’amore. Eral’amore che aveva lasciato marciredentro inconfessato. Ma era l’amore, e l’amore eraAthena, che li facevanascere per proteggere Giustizia, per proteggere ancora Amore.
Trattenne il fiato di nuovo, barcollando. Eccola, Antigone, bianca, chesiergeva:

 

- Non sono nata percondividere l’odio, maper amare con chi ama.


Lo trattenne ancora. Sapeva cosa sarebbe seguito.

 
- E allora, se deviamare, vattene laggiù,ad amarli!

Seppellìil volto tra le mani.
La serenità del martire che va incontro alla propria sorte,certo la morte nonla teme, e allora tanto vale affrettarsi, sì, ma perl’ansia: Aioros, animabella, come pagherai pedaggio a Caronte senza l’obolo dorato?
Lentamente, Saga scostò i lembi del lenzuolo che giacevainfagottato nellafossa che aveva scavato tutta notte, mentre il Pontefice dormiva.Aiorosdormiva, come l’aveva visto dormire tante volte al suofianco, nei pomeriggipiovosi, dopo l’addestramento spalla a spalla. Si eraripromesso di nonguardarlo in viso, ma non poté farne a meno. Doveva pagarepegno. Si eraripromesso anche questo.

“Quale giustiziaho violato, dèi divini?
ma perché, nella mia sventura,
dovrei rivolgere ancora lo sguardo agli dèi?
Chi chiamerò a combattere al mio fianco,
se sono stata dichiarata, per troppa pietà, empia?”

 
Saga annaspava, correndo, ormai, i capelli abbandonati nelvento.
Ogni immagine negli occhi, ogni profumo, ogni sensazione che non fosseilvento, cercava correndo di imprimerla a fuoco dentro di sé,in un luogo molto,molto nascosto. Per ogni tocco delle sue dita impregnated’olio, per ognisguardo ferito che aveva posato su quel corpo che nessuno dovevapiù vedere.Era sotterrato, era al sicuro. Era stato onorato. Era stato interratoassiemealle libagioni offerte agli dèi dell’Ade, le manitremanti di Saga, sì, sì, gliavevano schiuso le labbra – labbra amate, dèi delcielo, che gli dèi del cielolo perdonassero, se il pianto l’aveva scosso – egli avevano porto in boccal’obolo rituale, prima di sotterrarlo in un mare di lacrime.Adesso correva viada quella tomba segreta, nascondendo ogni dettaglio ed ogni ricordo,all’impazzata,nelle pieghe più recondite di sé stesso, in unpunto in cui nessuno avrebbepotuto trovarle. Poiché la sua condanna era stata segnata,correva perché nonfosse sorpreso, perché la tomba fosse lontana e lui potessenascondere tutto,prima, prima, prima.
Nella sua testa vorticavano impazziti fantasmi di maschere bianche,Antigone e Creonte.
Una tragedia antica. Un Coro che ne decretava il destino.

“Sacrapietà, rendere onore ai morti.
Ma chi ama il potere
non consente mai che qualcuno lo calpesti.
Ti ha uccisa il tuo slancio di orgoglio ostinato.”

 

 

III.

 

IlPontefice si svegliò di tarda mattina, baciato dal sole.
Non c’era spossatezza nelle sue membra che potesse sopraffarela scarica diadrenalina che lo attraversò selvaggia: vincitore!Vincitore, sì, su tutto etutti!
Ignaro di quanto fosse accaduto durante la notte, ignaro della tombalontana,coronata di mirto e alloro, Saga il Pontefice, l’usurpatore el’assassino sirisvegliava con la sensazione di trionfo su tutto. Aveva sentito, nelleprime oredel mattino, gli ultimi echi stanchi di quella voce bella che avevasollevatogli ultimi lamenti per contrastarlo. Aveva fatto appello allapietà e all’amore– all’amore per quelbabbeo, per giunta– e l’aveva sentita fremere come se volesse correrelui di persona, lui, a seppellirecon le sue manicorrotte dal peccato il corpo di Aioros di Sagitter,contro ogni decreto. Ma adesso era mattino inoltrato, e di quella vocenon erarimasta traccia. Il nuovo Pontefice, creatura dagli occhi di brace,l’aveva inghiottita.Era sparita per sempre.
Era una nuova era.
Era una nuova era su cui poter estendere il proprio dominio.
Era una nuova era, e nessun atto di pietàl’inaugurava: si augurò in un ultimofremito d’odio di poter ritrovare un giorno il cadavere diAioros, colui chel’aveva intralciato, dilaniato e fatto a pezzi dalle aquile.
Ma per il momento assaporava il senso di vittoria incontrastata, sulpalato: ilsuo decreto era Legge, come tutti quelli che l’avrebberoseguito. Aveva ilpotere assoluto nelle sue mani. Aveva ogni cosa.

“E tu sappi chenon si compiranno ancoramolti giri del sole senza che tu abbia fornito, cadavere in cambio dicadaveri,
un frutto delle tue viscere, a baratto dei vivi che hai cacciatolaggiù!”

 
Certo, se non avesse ancora in testa echi strani, versialti, in lingua antica.
Una di quelle tragedie a cui da fanciullo aveva senz’altroassistito, gli occhigrandi sulle maschere degli attori. Sono versi che rimangono impressi.

“E di una vitamutata in un sepolcro,nell’infamia, e del morto che tieni qui, dopo averlosottratto agli dèi disottoterra,
senza onori funebri, senza sepoltura, carogna sconsacrata!”

 
Ghignò, quasi compiaciuto.
Un indovino di sciagura.
Era quel tipo di personaggio chein una tragedia scatenava le calamità sulla testa deltiranno.
E provasse un indovino, ora, un profeta cieco ed invasato, a fermarlo!       

 

“E nonè compito tuo, né degli dèi Olimpi,
che subiscono da te questa prepotenza.
Già ti preparano agguati le Erinni di Ades e deglidèi,
le distruttrici, che prima o poi colpiscono,
per intrappolarti in questa stessa rovina!”

Sialzò, lasciando che le lenzuola scivolassero da quelcorpo scultoreo e nel pieno delle forze. Lasciò che quegliechi minacciosi gliattraversassero soffusi le tempie. Le unghie e i palmi delle mani eranorovinati, rifletté stendendo e ripiegando le dita. Possibileche fosse dovutoalla troppa tensione con cui aveva stretto i pugni quei giorni. Ma oraavevavinto.

 “Epresto urla di uomini e di donnerisuoneranno nel tuo palazzo
e tutte le città sono squassate dall’odio,perché le membra dei loro guerrieri
sono state sì onorate di sepoltura,
ma dai cani o dalle fiere o da qualche uccello alato,
che trasporta un tanfo impuro ai focolari dellacittà!”

 
Ignorò ogni ricordo di voce tremula e minacciosa. Ogniprofezia di sventura.
Il Pontefice regnava. Saga di Gemini taceva. L’avevacondannato a morte.

 “Sonoquesti i dardi che ti scaglio nelcuore,
con mano salda, come un arciere, nella furia!

E ti bruceranno dentro, senza scampo.”


Note e commenti:

Credo che non ci sia molto da aggiungere; spero solo che la fanfic sia stata di vostro gradimento, e di non avervi stufato, e che tutto risulti chiaro, perché qua e là la mia vena sadico/masochista ha deciso di far fare capriole al testo, sperando di cogliervi in contropiede. Prego Athena affinché la sua efficacia non ne abbia risentito. *C*;
   I.     La bella edizione di Antigone cui mi sono servita per produrre questo scempio shonen ai angst è quella dei Grandi classici tascabili Marsilio (Sofocle, “Le Tragedie”), traduzione e cura di Angelo Tonelli. Non capendo una cispa di greco, una valutazione della sua traduzione la lascio a chi di dovere: io personalmente l’ho trovata perfettamente scorrevole e molto bella da leggere.
   II.   A Sofocle comunque spettano tutti i credits per ogni parola in corsivo su cui posate l’occhio. Tranne quando Arles il Pazzoide urla improperi contro Sagitter, ovviamente. *O* Un’ovazione per Sofocle!

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Angst,Introspettivo, Drammatico
Personaggi Principali:Aries Shion, Libra Doko
Rating: PG
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
In proposito: La guerra aveva lasciato dietrodi sé tanti morti e tante macerie che l'addio era stato solouna delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta diHades aveva tranciato a metà. Giungevano, attutiti, isentimenti delal battaglia. E gli anni che passano non fanno cheattutirli di più. Doko e Shion continuano a cercarsi e sonoduecento anni  che i loro cosmi risuonano da lontano, senzaessersi detti un vero addio. Ma prima o poi la resta dei conti giunge.
Disclaimer: Tutta roba di Masami Kurumada,che Dio lo benedica.
Cose: 
Nonè necessariamente spoiler per chi stia leggendo il Lost Canvas, dato che si fa riferimentoalla Guerra Santa precedente ma solo nei termini vaghi che Kurumadanella seriecanonica già dispensa. Ho saltato un giorno di lezioni perfinire questostramaledetto lavoro, e il minimo che mi aspetto è un saccodi elogi! *O*
Dedicata al dolce Mu, che mi ha dato l'imbeccata e che ha sfornato per me tanti biscotti.Per ringraziamento, l'ho fatto comparsare in tutta la sua lillità.

La guerra aveva lasciato dietro di sé tanti morti e tante macerie che l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà. Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. Come se un colpo troppo forte alla testa, uno dei tanti, avesse annebbiato vista e udito, tu solo nel polverone, in una nebbia di ombre colorate. Nessun colpo fatale, nessuna percezione del dolore. Eppure, alla fine di tutto, ad abbassare lo sguardo, quella falce di morte tante volte sfiorata aveva deciso di non tagliarti la testa; in campo, si era piantata nel cuore come un paletto, senza riguardi, e ne stillavano lacrime e sangue. Lacrime e sangue.
Corpi di cavalieri giacevano avvolti in guaine di metalli preziosi, e mantelli bianchi che nascondevano loro il viso. Era pallido, il viso, ed il bianco aveva particolare riguardo per gli occhi spenti. Oro, argento e bronzo rendevano loro l’ultimo tributo prima di lasciare i guerrieri, pronti per un nuovo destino, pronti per la speranza, i germogli e i fiori. I mantelli invece li avrebbero accompagnati. Dall’alto del cielo, le costellazioni sfavillavano feroci, ricevendo il sacrificio di sangue. Ariete e Bilancia, opposti, brillavano di luce trionfante, bianca e pura. Ma l’alone rosso delle stelle pulsanti lungo tutta la volta celeste palpitava, come gli ultimi spasmi potenti e fieri di un cosmo che si spegne.


Il contegno dei due cavalieri d’oro sopravvissuti era irreprensibile, come i volti dei bassorilievi, immobili eroi, che emergono dal passato sulle pareti di pietra delle cattedrali. Anche loro erano eroi. Anche loro già appartenevano al passato. Era già stato deciso. Athena l’aveva voluto. La dolce Athena dalle bianche braccia, commossa, aveva sorriso con gli occhi pieni di lacrime che erano stelle (altre stelle bianche e pure, e talmente più lucenti), e li aveva ricoperti dell’onore più grande. Si erano inchinati assieme, i mantelli bianchi come bandiere sventolanti.
Come lenzuoli di sepolcri.
Anche, sì. Ma era meglio non pensarci.
Stelle rosse palpitavano, fiere, e troppe lacrime erano state versate. La Terra non sapeva più piangere, asciutta. Giaceva stanca con gli occhi rossi, la vista e l’udito annebbiati. Non era davvero il caso di pensarci.
Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. E l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà.


    Chi sei tu
     che nella sera ti fai sentire fioco
     da così lontano,
     come accendersi di torce?

Doko era andato in Cina respirando l’aria famigliare e antica delle cascate, il cuore gonfio di onore e responsabilità, che gravava sulle sue spalle larghe, così forte, Doko, in quel corpo così piccolo. Era giovane, allora. Ma con il cappello calato in testa e senza fare domande, come i vecchi, era partito.
Shion era rimasto in terra attica, la grande antica straniera, un mantello e paramenti carichi di potere e responsabilità, che pesavano sulle sue spalle larghe, elegante, Shion, in quel suo ergersi così carismatico. Era giovane, allora. Ma con la maschera d’avorio sul volto, senza fare domande, come i vecchi, era rimasto.


In Cina c’era l’aria pura di un tempo che non scorre, silenzio e tempo per pensare. Molto tempo per pensare. E Doko, così giovane, così vecchio, era l’unica persona che aveva scelto con un sorriso il luogo all’ombra dove si sarebbe seduto a vegliare per due secoli. Nei primi tempi avrebbe potuto muoversi, avrebbe potuto costruirsi una piccola casa, e sistemare per la vita quei terreni tanto generosi della Cina. La Cina gliel’avrebbe permesso. Ma col passare del tempo, era inevitabile, quando il sigillo avrebbe incominciato a cedere sotto il peso degli anni e del cosmo di un dio potente e crudele un santo di Athena si sarebbe seduto, immobile, di guardia e sentinella, concentrando ogni più piccola fibra di sé stesso per contrastare gli spettri ululanti di cui i bambini di solito hanno tanta paura. Avrebbero battuto colpi e ringhiato, senza voce, sempre più insistentemente, fino a quando non si sarebbe rotto. E sarebbe occorsa molta più attenzione, per sentirli. Lungo gli anni avrebbe cominciato a muoversi sempre meno, e sarebbe arrivato il giorno in cui sarebbe stato necessario non potere più sciogliere le gambe intrecciate, e viaggiare solo con la mente. Dolcemente, un giorno sarebbe successo, in maniera molto naturale, alle prime paure di quella bambina dagli enormi occhi neri.
Roshi? Ho fatto un brutto sogno. C’era un fantasma, nella notte.”
Allora ossa stanche di duecento anni si sarebbero posate per l’immobilità, senza una spiegazione, sotto l’acqua, il gelo e il sole, un sorriso senza un perché, nel vento, leggero come uno scacciapensieri che tiene gli incubi lontani. Ma Doko non sapeva nulla di tutto questo mentre sceglieva con un sorriso più giovane il luogo dove si sarebbe seduto a vegliare per due secoli. Vi si sedette per la prima volta, scattante, senza un solo pensiero al mondo che non fosse il vento, per il momento. E pensò a che ora potesse essere, mentre la nebbia purissima dell’acqua della cascata gli riempiva i polmoni, per chi assaggiava l’acqua salata del Mar Egeo.


Chi sei tu…?

Si era illuminato da lontano, come la fiamma di una candela. Appena un punto.
Nella sera ancora blu di quando si accendevano le candele prima che arrivasse la Notte a distendere il suo mantello intessuto. Nύξ, la chiamavano, dove il Mar Egeo bagna la terra, e i greci dicevano del suo mantello che era nerissimo, come la pece, come l’inchiostro, come il mare quando va più a fondo, e a Shion pareva naturale. Solo così le stelle avrebbero potuto risaltare. Bianche splendenti come gioielli.
Ma era prima che Nύξ calasse il suo manto tenebroso che si accendevano le candele, subito dopo che Shion poteva deporre il peso dei paramenti, appena prima che il nero tingesse come acquerello le coste frastagliate. Ed era proprio come la loro luce fioca che si accendeva, quel punto lontano. Invisibile, minuscolo astro, poi la luce rossa, poi la fiamma lontana. Oltre il mare.

    …che nella sera ti fai sentire fioco
     da così lontano…

Morti e macerie, e l’addio era stato solo una delle tante emozioni che il passaggio della falce scarlatta di Ade aveva tranciato a metà. Giungevano attutiti, i sentimenti, dalla battaglia. E la separazione tra di loro era stata svelta. Erano gli eroi già scolpiti nei bassorilievi, già pronti al passato. La loro generazione era già ricordo. Shion vedeva ogni sera le tende immacolate spostate dal vento tiepido verso l’orizzonte, verso quella luce di candele, sventolare come mantelli bianchi.
Come lenzuola di sepolcri.
Come sudari.
Ma ancora non era tempo per pensarci.
Athena dalle bianche braccia, dagli occhi commossi che rifulgevano di tenerezza li aveva veramente ricoperti di onori grandi. Erano ciò che rimaneva. Erano i guerrieri della speranza. E in fondo, giungevano attutiti, i sentimenti, anche dopo la battaglia. Erano ombre colorate. Era un richiamo lontano oltre il mare.

   …come accendersi di torce?

“Amico mio, mi cerchi da molto lontano.”
“Il cosmo fa molta strada, e supera i mari.”
“Lo avverto distintamente, come nel mezzo della battaglia, quando ci cercavamo, per sostenerci l’un l’altro. Quando dovevo accorrere, quando lo facevi tu. E allora risuonava alto per sollevarsi dalla polvere e dalle grida. Ma ora mi giunge distante, Doko, amico mio. Come accendersi di torce, da lontano. Sui bastioni.”
“È tempo di smettere di parlare di guerra. È tempo di pensare alla pace.”
“C’è pace, lì, presso i cinque picchi?”
“Pace da morire di noia. C’è pace, lì, presso il Santuario?”
“La guerra lascia le macerie da ricostruire.”
“Non un attimo di pace, Pontefice.”
“Ma ora che ti sento, mi pare di sentire anche la cascata.”
“È sempre qui, Pontefice, e non si sposta.”
“Mi rincuora.”
Shion non poté sentire la risata.
La intuì nelle ossa, come un impercettibile vibrare, e non seppe sorridere di rimando.
Provò nostalgia.
“L’addio è stato confuso, amico mio.” Si risvegliò a sorpresa, la torcia lontana al di là del mare, di luce dorata e fioca: “Ricordo il tuo volto come se fossi lì, eppure ti cerco senza poterti parlare, e ti sento senza poterti udire.”
“L’addio è stato solo una delle tante emozioni che ci hanno sopraffatto, come in sogno. Athena, il silenzio, la polvere. Si è mischiato tutto, annebbiandoci.”
“Non ricordo di averti salutato.”
“Lo hai fatto, Doko.”
“L’ho fatto, sì. Eppure non me ne ricordo.”
“E mi cerchi la sera, quando ancora non fa buio, come un fantasma. Noi non siamo morti.”
“È sera, lì?”
“Le candele sono accese da poco.”
“Non è ancora nera, la notte?”
“No. Sono rientrato da poco nelle mie stanze, e ti ho trovato quasi ad aspettarmi.”
Doko non rispose nulla, allora.
Però quando tornò a cercarlo lo fece sempre alla stessa ora, illuminandosi da lontano, come la fiamma di una candela. Appena un punto. Sempre lontano. Sempre oltre il mare. Prima che la notte si facesse nera.

Gli anni che passano attutiscono i sentimenti ancor più che la battaglia.
Scorrono come cenere fra le dita, palpabile e morbida. Lasciano aloni grigi. Sfumano.
La luce che si accende da lontano, come le torce sui bastioni, segnali luminosi attraverso i chilometri, è alla pari di un eco confuso in mezzo a tutto il resto. Sorprende sempre, e non giunge improvvisa. Non si accende nella notte più nera, spaventandoti. Segue sempre il tramonto, con delicatezza. È l’unica musica dolce nell’amarezza, una corrente d’acqua calda in alto mare. Non sai quasi più da dove provenga, ma le sei grato. Non ricordi quasi più quel volto. Non ricordi quasi più quella risata. Sono sprazzi confusi ed incredibilmente dolorosi che avvolgono il corpo in vampate, quando t’immergi nei ricordi, e i ricordi sono troppi, e per questo sono dolorosi. Rimani l’unico testimone al mondo di un’epoca bruciata, Athena, Athena, non è troppo?, pensa, Shion, quando tutto tace sul mare e il silenzio si fa innaturale, e le voci spente da un secolo – un gran Signore, un secolo, passa a larghe falcate, il mento rivolto in avanti, trascinandosi dietro il suo mantello – riemergono dalle profondità del niente. Suonano di una musica così diversa da quella del presente. Il pianoforte trova nuovi accordi, i pennelli marcano nuovi colori, ed improvvisamente i volti di un tempo hanno la consistenza bellissima e vecchia degli affreschi sulle cattedrali. Dei bassorilievi. Sono Storia. Perché li ricordi come vivi, pontefice di Athena?
Ma l’universo attorno è colorato, e più sonoro.
E altri anni attutiscono ancora i sentimenti. Un po’ come la battaglia.
Per un bambino dagli occhi grandi, Shion allunga la mano.
Riprende in mano strumenti e polveri di stelle, trasmette conoscenze e virtù.
Lo guarda, serio e coscienzioso, adoperare materiale celeste e parole misurate.
Pensa che vorrebbe guidarlo a lungo. Pensa che le sue spalle diverranno forti.
Lo vede già ammantato d’oro, chiudendo gli occhi, ed il suo cuore trova pace in un orgoglio gonfio di sicurezza. Per fortuna, per fortuna, prega Athena, per fortuna posso guardare in quegli occhi sicuri che lo trattengono alla realtà, di quella sola dolcezza che possiede il fatto di avere qualcuno accanto. Un po’ come gli occhi enormi e neri di una bambina in Cina, per cui Doko si deciderà fra poco ad intrecciare le gambe per sempre, su una roccia lontana. Per Mu Shion apre con gesti sacri un baule vecchio di tanti di quegli anni da non poterli contare, sotto uno sguardo silenzioso e carico di aspettativa. E gli tremano anche un po’ le mani affusolate e solcate dalle vene, mentre lo fa, ma sorride. Deve cercare, ma cerca poco, perché si fa trovare, ciò che cerca, e può prenderlo tra mani vecchie e spiegarlo come una bandiera.
Come lenzuola di sepolcri.
No, stavolta no.
Non ancora.
Si commuove anche, Shion. Facendogli dono di quello che ha, ammantandogli le spalle di mantelli bianchi, che per lui sono molto. Sono bandiere nel vento e negli inchini solenni, sono stralci di nuvole abbaglianti contro un cielo tanto turchese che la prima volta l’aveva meravigliato, sono il riserbo candido per l’onore di uomini che ricorda come fratelli. I nomi si confondono, mentre le lacrime minacciano di uscire, pizzicando gli occhi stanchi, e le ciglia sempre belle, verso cui il ragazzo che ora si trova di fronte da piccolo allungava dita minuscole, come se per lui fossero farfalle. Mu ha rispetto e sorride, e china il capo, per l’onore. Percepisce l’emozione del maestro e non dice nulla, come sempre, perfetto nella sola dolcezza che possiede il fatto di avere qualcuno accanto. Shion lo abbraccia, sospirando, e i ricordi sono troppi. Sorride, vinto. Già il presente è colorato e sonoro, e luminoso. Quando i ricordi pretendono di riavere luce è troppo, Athena, oh, è troppo.


Per Doko i ricordi erano meno attutiti, e meno spenti. Laggiù tra le nebbie purissime e il verde assoluto della natura nella sua perfezione, il tempo diventava un concetto astratto, ed ogni viso, luogo, sentimento era sullo stesso piano. Solo lui invecchiava, a guardia di un sigillo pieno di incubi.
Aveva visto nuovi volti, qualche volta. Li aveva conservati come tesori. Erano tutti passati.
Ma si avvicinava il tempo in cui avrebbe dovuto rimanere a vegliare più attento, più cauto, in cui i suoi passi avrebbero dovuto essere sempre più brevi. Già le sue stesse gambe cominciavano a cedere, ormai vecchie di tanti anni che nemmeno li si poteva confidare senza suscitare una bella risata. E ancora non c’era nessuna bambina dagli occhi enormi, lì, a fare risuonare belle risate. Solo la cascata, e un cosmo lontano, ancora dorato, colmo di ricordi belli e distanti.
Ah, ma gli anni scorrono come cenere ovunque, e sempre tra le dita, ingrigendo. I sentimenti si racchiudono, lasciando spazio al mondo e ai suoi cicli più grandi.
Così dall’universalità attratto, Doko viaggia con la mente e con lo spirito, soffermandosi di tanto in tanto su luoghi che i suoi occhi hanno visto, percependo il nascere di piccoli cosmi, che vede ogni tanto accendersi come torce, da lontano, sui bastioni. Sentinelle. Intuisce l’arrivo di una generazione nuova. Capisce che Shion, in terra di Grecia, sta radunando a sé bambini dall’animo puro e giovani uomini con forza nelle braccia, per risvegliare i loro universi nascosti. Li cerca. Da un bassorilievo bianco sulla parete di una cattedrale, conta sulla sua discrezione, la discrezione dei vecchi, sempre inosservati, per sorvolare con la mente quei luoghi, attento, gli occhi spalancati sul mondo come quando vide per la prima volta il cielo turchese del Mediterraneo e se ne meravigliò. Doko, solo nella sua solitudine e nel suo assoluto, un anno dopo l’altro, medita ed invecchia; e ascolta il palpito del mondo e la trasformazione nelle cose. E un giorno, costernato, si ritrova gli occhi pieni di lacrime.


“A volte ripenso al tempo trascorso, sorprendendomi di quanto sia. Ogni volta affiorano sempre più ricordi. Ma li sento sempre più distanti. Sono lontani, e ormai sfocati.”
“Lo pensi davvero?”
“Per te non è così?”
“Nella mia mente non c’è nessuna ombra. I ricordi si susseguono in ordine, assieme alle sensazioni. Qui è così facile ricordare. Quasi piacevole, nonostante la nostalgia. Ma è così amica, la nostalgia, per i vecchi, Shion: qui la mia sola compagna è la cascata immortale, che mi prega di raccontarle le mie storie. Per te è diverso.”
“Ti ricordi di me?”
“Mi ricordo di te? Certo che mi ricordo.”
“E come era, allora, Doko? Come ero, io? Gli anni scorrono tra le dita come cenere, ed ingrigiscono i colori. Anche adesso, ti sento come la prima sera in cui ti sentii da così lontano, ed anche allora le candele erano appena accese, e tu baluginavi da lontano come se fossi già un ricordo.”
“Vuoi che ti racconti com’era?”
“Sì, se c’è stato un tempo in cui noi due marciavamo fianco a fianco. Sono così vecchio, Doko, e il tempo mi scorre addosso sempre con più pesantezza. Ricordami com’ero.”
“Era l’epoca in cui l’uomo ancora non volava, eppure tu toccavi le stelle.”
“Era così.”
“Eri forte e giovane, allora, il più elegante, fra di noi. Passavi emanando autorità, alto com’eri, solenne. Una nave fra cortei di mantelli bianchi.”
A questo punto, era solo silenzio.
“Ma forse ero io che ti vedevo così. Non ero più alto di un soprammobile cinese.”
Doko non poté sentire la risata.
La intuì nelle ossa, come un impercettibile vibrare, e sorrise di rimando.
Provò nostalgia.

I sentimenti si dischiusero di colpo, come la corolla di un fiore sotto il primo sole.
Erano i mille petali bianchi delle ninfee sulla superficie della cascata, e Doko le vide stendere mille dita come per consolarlo, disperate, per raccogliere le lacrime a cui non arrivavano. Laggiù tra le nebbie purissime e il verde assoluto della natura nella sua perfezione, il tempo diventava un concetto astratto, e così i sentimenti, perfetti nella loro immutabilità, ignorando il mondo, persi nei suoi cicli infiniti. Così Doko accolse con sofferenza l’incrinatura crudele in quel ritmo perfetto, provando per la prima volta, da quand’era lì, vero dolore.


    
    Shion.
    Shion, amico mio, cosa è accaduto?


I fiori erano di sangue.

    
Perché non sento più il tuo cosmo, da lontano…?

Il sangue sapeva di tradimento.

    
…come accendersi di torce?

Assisteva ad una rivolta senza precedenti. Il Pontefice era stato assassinato da un Santo.
Muto, seduto sulla sua cascata, venne inondato dal corso della storia che accelerava, lontano da lui, che prendeva pieghe insospettate, che si ribellava ad ogni regola. Il sigillo, dietro di sé, sembrava vibrasse. Qualcosa turbava la quiete di quel luogo. Qualcosa l’avrebbe turbata per decenni. Si alzò, faticosamente. Mettere i passi uno di fronte all’altro era faticoso, constatò amaramente, quando le membra vecchie di secoli avevano dimenticato come si camminava e le lacrime offuscavano gli occhi.
È difficile, quando soffri. Oh, com’è difficile. Trattenere al di fuori i cicli del mondo, il sorgere e il tramontare, il vivere e il morire. Lo scorrere del tempo.
Sollevare le braccia lo è altrettanto – minuscole, rachitiche braccia, rattrappite dal tempo, come soffrì, per una volta assalito dai ricordi con più intensità del solito – e deve anche cercare, ma cerca poco, perché si fa trovare, ciò che cerca, e può prenderlo tra mani vecchie e spiegarlo come una bandiera.
Non smise di piangere, guardando la stoffa bianca gonfiarsi nel vento, tra gli spruzzi, come la vela di una nave. Pensò a Shion, e pensò ad un veliero imponente, una nave fra cortei di mantelli bianchi.
Zai Jian, amico mio.”
Lo guardò fluttuare nell’aria, elegante, librandosi nel vento.
Come lenzuola di sepolcri.
Come sudari.
Sì.
Proprio così.