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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Camusdi Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Erotico, Romantico
PersonaggiPrincipali:Gemini Kanon, Wyvern
Rating:NC-17
Avvertimenti:
 Lemon,OneShot, Yaoi
In proposito:
"Seisolito entrare dalle finestre, Kanon?”
Sogghignò, stavolta, accavallando le gambe nei suoi abitieleganti, ma sobri.
“È un ingresso alternativo”alzò le spalle quello. “Visto come sei rimastosorpreso?”
Lui lo guardò serio. Per l’inglesissima educazionedella Viverna,questo genere di entrate erano decisamente sopra le righe. Era moltorigido, Rhadamantis, sulle formalità. Ma ad un certo puntoghignò:
“Tu ti salvi perché sei simpatico.”

 Cose: ChristmasLEMON.  SpiareRhada e Kanon in un contestosimile equivale rischiare la morte.Beh. Fuori nevica. Le slitte sono agghindate con i campanellini el'agrifoglio è ancora appeso.

Nevicava. Molto.
Nevicava come in quelle illustrazioni di favole per bambini, fiocchi grandi come nuvole di cotone che cadevano lenti e fittissimi su alti pini neri, bianchi come già bianca e perfetta era l’intera distesa della tenuta inglese. L’immagine idilliaca di un giorno di festività prenatalizia. Una figurina da calendario dell’avvento. Pareva di poter tirare su il bordo cartonato per avere in cambio un cioccolatino a forma di campana. O di Santa Claus.
I preparativi per l’allestimento natalizio della villa erano solo al terzo giorno, e di decorazioni se ne potevano piazzare per almeno altri due. Le luci scaldavano ogni finestra. Il grande abete decorato scintillava, nel giardino, svettando nel bianco immacolato. Uno scenario tale, insomma, da credere di poter prenderlo in mano come una boccia e poterlo semplicemente capovolgere per far ricominciare a nevicare, caso mai avesse smesso. Caso mai. Non che ne avesse l’aria.
I batuffoli scendevano dal cielo grigio senza sosta, placidamente, in diagonale sui pini bianchi, danzando a spirale sulla coltre morbida che ricopriva il giardino.
In breve, tutto ciò era talmente dickensiano da risultare faticoso al padrone di casa, che, inappuntabile nel suo inglesissimo tweed, marciava ora verso le proprie stanze, per lasciarsi ricadere sulla sua poltrona accanto al caminetto, spossato ma soddisfatto. Manie da romanzo vittoriano a parte, le tradizioni erano tradizioni.
Jingle bells, jingle bells…
Insomma. Le sue stanze, naturalmente, erano state le prime ad essere approntate, assieme al soggiorno. Lo spirito natalizio permeava la magione in ogni suo più piccolo rametto d’agrifoglio, e Rhadamantis giudicò che era tempo di concedersi un ottimo bicchiere di whiskey. , pensò, versandoselo. Natale, neve, caminetto e Jack Daniel’s. Questi erano i punti fermi di un Lord nei giorni di vigilia. Pertanto, si godette il suo bicchiere, finché non sentì bussare.
Toc toc.
“Avanti.”
Poggiò fermamente il bicchiere.
Toc toc.
God bless:
veniva dalla finestra. Leggero leggero, un colpetto.
Aprimi, toc.
E chi mai poteva arrivare passando per la finestra?
Sospirò, spalancando i vetri, e squadrando con un’occhiata scettica l’ospite appollaiato sul davanzale innevato; sorrideva scanzonato, ma fu impagabile il cambio d’espressione, improvvisamente seria, con cui lo salutò:
“Sono il fantasma del Natale passato!”
Il suo sopracciglio color champagne vibrò appena.
Rhadamantis non aveva voglia di scherzare in generale.
Figuriamoci se si parlava di Dickens.
“Vieni dentro”, si scostò, evitando di commentare altro. Gli erano venuti in mente la faccia di quegli altri due Idioti Infernali quando gli avevano regalato Oliver Twist.
“Ah, è vero che non ti piace.”
Kanon distese le sopracciglia, inarcandole appena. Poggiò le mani sul davanzale, per saltare dentro. “Che ne dici del fantasma del Natale presente?”
E detto ciò, si abbarbicò con la famigliarità dell’amante alla vita dell’uomo davanti. Strusciò la guancia contro la sua schiena, soddisfatto: meglio, decisamente meglio il presente. Presente, per antonomasia, uguale carpe diem. Si strusciò. Si strusciò. E si strusciò, contento. Poi rimase in silenzio, cercando di sbirciare oltre la sua spalla. Il suo uomo lo stava ignorando troppo. A cosa stava pensando? Allungò mani decise al suo fondoschiena per attirare la sua attenzione.
“Kanon!”
Ci fu il ruggito della Viverna, un rigirarsi fra le sue braccia, e poi un’artigliata identica alla sua, per istinto. Succedeva spesso. Oh, bene, meglio, Kanon strinse la presa, ingaggiando battaglia, e sul volto gli apparve un sogghigno trionfante, che durò il tempo che Rhadamantis gli concesse prima d’infilargli la lingua in bocca. Touché.
“…se è una sfida, la perdi.”
Fu così che duellarono per minuti di apnea: erano entrambi valorosi combattenti, d’altro canto. Kanon sapeva essere davvero bravo, quando voleva – così pensava, perlomeno. Cedi, maledetto, cedi, era il suo baciare, succhiare, mordere. E mai più proposito fu tanto lodevole, ma Rhadamantis era della scuola più tu sei bravo, Gemini, più io m’impegno. Lo sbatté praticamente al muro, continuano a lavorarselo. E insistette fino a sentire i primi sospiri, e soprattutto il cavallo dei pantaloni premuto al suo. Lo specter contraccambiò, interessato.
“Rhada…”
Merry Christmas, Kanon.”
Ghignò, beffardo, quello, da dov’era premuto. Kanon si ammorbidì contro il suo petto, sfuggendo alle sue labbra per ricambiare il tono ironico:
“Mmh, non sono convinto del tuo accento inglese. Non è che in realtà sei un fake?”
“Certo.” Replicò l’altro con la massima serietà, le mani ancora ben salde sul suo didietro: “In realtà sono Zellos di Frog.”
E qui di volle tutta la sua abilità consumata di generale per schivare il fenomenale calcio dal basso all’alto che era partito alla velocità della luce.
“…KANON!” ruggì, parandolo. Doveva stare attento con quel maledetto humour inglese che gli achei davano segno di non intendere.
“Che schifo! Non farlo mai più” digrignava i denti l’acheo, appunto, riaprendo le finestre. “Mai più!”
Rhadamantis fece in tempo a riacchiapparlo e a spingerlo cortesemente verso il centro del salottino, mentre richiudeva tutto.
“Siediti” sospirò, cavernoso, prendendogli dalle spalle la giacca che il compagno stava spazzolando dalla neve, con aria indignata. La ripulì con pochi gesti eleganti e anglosassoni – come a voler dissipare ogni dubbio – e gliela appese ordinatamente, dopo avergli indicato la poltrona accanto al camino. Kanon rimase lì a guardarlo fare il padrone di casa inglese.
“Sì, scusa.”
Rhadamantis fece un gesto col polso, sedendosi di fronte a lui, come se non importasse, e passò oltre: “Sei solito entrare dalle finestre, Kanon?”
Sogghignò, stavolta, accavallando le gambe nei suoi abiti eleganti, ma sobri.
“È un ingresso alternativo” alzò le spalle quello. “Visto come sei rimasto sorpreso?”
Lui lo guardò serio. Per l’inglesissima educazione della Viverna, questo genere di entrate erano decisamente sopra le righe. Era molto rigido, Rhadamantis, sulle formalità. Ma ad un certo punto ghignò:
“Tu ti salvi perché sei simpatico.”
E con questa sentenza fece scorrere uno sguardo giallo e rapace dalla testa ai piedi del greco. Kanon rabbrividì appena, di soddisfazione. Forse quello non era solo perché era simpatico. Si rilassò sulla sedia, con un sorrisetto. Mento su una mano, gomito appoggiato al bracciolo, occhi nei suoi. Il sogghigno di Rhadamantis si allargò: Natale, neve, caminetto e Jack Daniel’s. e ora pure Kanon di Gemini. Ottimo.
“Sei venuto a cantare qualche carola?”
“Non scherzare.” Le scure sopracciglia s’inarcarono, scettiche: “Sono qui per te.”
“Ah.” Gli sfuggì, il tono di malcelato compiacimento. La Viverna affilava gli artigli: “Sfidando i pericoli.”
“Tsk.” Fu l’unica replica di Kanon, finché il biondo non si allungò a versarsi un altro bicchiere di whiskey. Allora lo prese in giro: “Non vale, nel Meikai, l’universale legge a Natale siamo tutti più buoni?
“Perché non vai a chiederlo a Minos?”
“Bah!”
S’indispettì Kanon a sentirlo nominare, quel figlio di puttana di Minos, lui e i suoi giochetti sadici. Solo il secondo bicchiere di Jack Daniel’s lo riscosse dai suoi pensieri. Fissò quello e poi l’uomo che glielo porgeva, con espressione eloquente, ben sapendo che il suo greco palato, abituato ai vini di uve dolci delle colline di Samo, gradiva quella robaccia tanto quanto la tempera delle matite. Rhadamantis gli scoccò uno sguardo giallo che non ammetteva repliche, serissimo e crudele:
“Brindiamo al tuo arrivo.”
Kanon prese il bicchiere con uno sbuffo, e buttò giù, mentre l’altro sorseggiava. Bastardo.
“Bleah” sillabò, senza cura di nascondere il suo disgusto, e l’altro sghignazzava:
“È un gusto per uomini forti.”
“Sì” rispose il greco, guardandolo divertirsi a mescolare con movimenti del polso e a suggere la tempera da matite come fosse ambrosia “è la solita storia che tirano fuori i barbari per dar sfoggio di presunta virilità.” Sciacquarsi in bocca benzina, pensò intanto. Ma non lo disse. Sottolineò, invece, in un momento ispirato, con aria fin troppo artificiosa: “Fatti non foste a viver come bruti…
…ma per seguir virtute e canoscenza.” Completò sereno l’altro. Che per tutta risposta fu strattonato di sorpresa per la cravatta dal ragazzo che si era allungato sulla tavola, scandendo con aria serafica: “Quindi butta via questo schifo e vieni a letto con me.”
La Viverna non si mosse di un millimetro.
Al piano di sotto cominciarono le prove per le musiche natalizie.
E Rhadamantis, con uno scatto fulmineo, affondò un attacco.
Kanon, afferrato brutalmente per i fianchi e per la nuca, si trovò ribaltato con rapidità impressionante sulla poltrona su cui fino ad un secondo prima se non ricordava male era seduto il padrone di casa. Che ora si chinava su di lui, vicino, drammaticamente vicino.
“Hai fretta. Devo dedurre che non ti tratterrai a lungo.”
“Sai com’è. Natale con i tuoi…” scosse le spalle Kanon, divertito.
“Vedremo di utilizzare ogni minuto disponibile.”
Kanon fissò interessato il ginocchio fra le sue gambe. Provò a muovere il bacino, rialzando gli occhi nei suoi, malizioso. Senti cosa ne penso, dell’utilizzo dei minuti. E Rhada sentì bene, o così parve.
“Qui?” domandò intanto il gold saint, con deliziosa ironia. Bianco Natal dava le prime innocenti note, là sotto. E la finestra si era lievemente riaperta, fioccando la pura magia del Natale proprio vicino a loro, con qualche scampanellio. Rhadamantis non parve turbato:
“Qui.”
Un ghignaccio contro un sopracciglio inarcato.
“Qui.”
L’aveva ripetuto per sincerarsene, il santo di Athena, giusto per prendere tempo e poter ritardare lo scoppio di risa che minacciava di rovinare la situazione. Rhadamantis notò il vibrare del labbro, ma, Kanon volente o nolente, lì il Natale era una cosa seria. Prima che il compagno potesse dire qualsiasi cosa, pensò bene di schiudergli le labbra con le proprie, in un bacio appassionato che gli premette la testa sullo schienale morbido. Kanon, giocando con le sue labbra, lo chiamò per nome, divertito, senza trattenere una risata, nel bacio, di cui Rhadamantis avvertì il sapore; tutto quello del ribelle che raggira gli dèi con un sorriso innocente. Ghignò. Gli morse le labbra, per ricondurlo all’ordine, e quello boccheggiò un attimo, ma non poté fare a meno di rovesciare il capo all’indietro in un attacco d’ilarità:
“Rhada!” si stava soffocando. “Rhada, ma questo è Bianco Natal!”
“Lo preferivi nero?” lo artigliò l’altro fra le gambe.
“Ah! No. No.”
Kanon si concentrò, per isolare le musichette lì dove dovevano rimanere. Al piano terra. Sospirò, piegando il capo di lato, e decise: no. Non sarebbe scoppiato a ridere, non in quel momento. Si concentrò sui bottoni della camicia del suo uomo, che alzava ora lo sguardo verso le decorazioni di agrifoglio, rosse e verdi in quel modo così lucido. No, Kanon non avrebbe resistito a lungo.

Un bottone.
Due.
Lento, sensuale.
Kanon sorrise, gli occhi nei suoi, sensuale e consapevole. Tre.
Sapeva sfiorargli il petto statuario con le dita in quella maniera tutta sua, e lo fece, schiudendo le labbra, e scese, implacabile. Quattro.
Quattro bottoni.
E, dietro le spalle di Rhadamantis, scintillio di perline rosse e dorate.
Ci fu un momento di profondo silenzio.
E poi Kanon gli diede le spalle. Lentamente.
Un passo falso e sarebbe scoppiato a ridere in faccia a Rhadamantis della Viverna; la Viverna, animale silenzioso, letale, terribile e in punta, in quel momento, che si mordeva le labbra a sua volta – non doveva in nessun modo fargli capire quanto l’ilarità della situazione lo stesse contagiando – e, duro, lo chiamava, fingendosi oltraggiato:
“Kanon.”
Aspettaspettaspetta.”
“Kanon.”
Una manaccia da specter sul suo sedere.
Kanon si drizzò appena, cercando di ricomporsi, ma aveva le lacrime agli occhi.
“Devo pensare di non interessarti più, Kanon?”
“Ah!” Un po’ più dritto, Kanon rantolò: “No, no.”
Tenendo ad ogni buon conto il fondoschiena ben appoggiato alla sua mano, sospirò, ricomponendosi: “No, ma portami a letto e tira su le lenzuola, Rhada. O avrai vita difficile, dico sul serio.” Terminò, asciugandosi una lacrima dall’angolo dell’occhio.
“È il Natale, Kanon.”
Le parole parevano il preludio a una tortura a suon di White Christmas, e invece mani forti sollevarono il greco dalla poltrona, e lo spinsero verso la camera da letto, dopo un intenso scambio di sguardi. Trattenne un sospiro di sollievo.
“Oh, grazie.” Grazie, aggiunse mentalmente, chiudendo con decisione la porta. Fuori i carols. “Spero che tu non abbia candele a forma di Santa Claus o cose del genere almeno qui.”
Fu la minaccia serissima a cui dovette far fronte lo specter mentre veniva trascinato a letto, cadendovi sopra morbidamente. Serio almeno quanto il suo interlocutore, indicò alle sue spalle:
“Solo una.”
“…non la voglio vedere.”
Rhada approvò, stendendolo sul materasso, e Kanon lo baciò furiosamente per scacciare il pensiero. Baciò un sogghigno maledetto:
“Ti annienterebbe.”
“Smettila!”
Gli cacciò la lingua in bocca, senza troppi indugi, e Rhadamantis la morse, vorace, ridendo sommesso. Poco dopo si staccò, succhiandogli il labbro inferiore:
“Davvero non la vuoi vedere?”
No.” Kanon aveva un tono di voce funereo, forse per il retrogusto di Jack Daniel’s che sentiva ad ogni bacio. Ci mancava Santa che lo fissasse. In quel momento poi! “Non mi schioderò da questa posizione.”
“Ma che bella notizia.”
Lo specter si alzò, le ginocchia strette al suo bacino. Guardandolo dall’alto, si sfilò la camicia, già sbottonata dall’amante, e poi si chinò con le mani sulla sua maglia. La sfilò, salendo sugli addominali scolpiti, per la testa, scompigliandogli i capelli. Poi lo contemplò per bene, ammirato. Si specchiò nei suoi occhi blu, che si socchiudevano assieme ad un inclinarsi del capo, malizioso. Rhadamantis distolse lo sguardo da quella magnifica visione solo un attimo: naturalmente non c’era nessun Babbo Natale alle spalle di Kanon, ma bastò alzare la testa, appena turbato, come se ci fosse. Questo piccolo, semplice gesto, per far sì che il suo amante si aggrappasse con terrore reverenziale a lui, il suo solido punto di riferimento in mezzo a tutta quell’atmosfera dickensiana. Beh. Dopotutto era uno specter.
In quel momento il Gigante Infernale si calò, sfruttando l’irrigidimento, come un avvoltoio, a succhiargli la pelle del collo, non appena l’ebbe sollevato a sé. Kanon gemette, e lui seppe di aver fatto centro.
Attraverso la stoffa dei pantaloni, strusciavano l’uno contro l’altro. E lo specter, da specter quale era, si appoggiò con tutto il peso del corpo sui palmi, tenendogli gli avambracci bloccati al letto. E dal collo passò al petto, divorandoselo con tutta calma, il bacino sul suo.
“Mmh, Rhada.” Gli offrì petto e ventre Kanon, gemendo deliziosamente. Sapeva farlo, quando voleva: “Mi mangi?”
“Ti ho detto che rischiavi, venendo qui.” Affilò lo sguardo l’altro. “Potresti farla davvero, quella fine…”Passò una mano sul suo petto, tra i muscoli: “Se per qualche ragione ti spingessi troppo oltre e io non dovessi essere presente.”
“Tsk.”
“Hai idea, Kanon di Athena, di quanti guerrieri di Hades vorrebbero anche solo incontrarti per i miei corridoi?”
“Non siamo nell’Oltretomba, Rhadamantis. E non sarebbe la prima volta in cui mi c’inoltro. Mi pare di essermela cavata bene, la prima volta…”
“La prima volta hai incontrato me.”
“Non mi hai certo fatto da babysitter.”
“Ah no? Minos ha ancora da dire.”
“Minos deve solo stare zit-hhhhm.”
Una mano si era insinuata nei suoi pantaloni, con una certa decisione.
Quando Kanon cominciò a muoversi, fu certamente per chiedere di più, ma per il momento l’altro si limitava a massaggiarlo come si conviene, saggiando la consistenza di un gold saint.
“Come dici?” sussurrò, piegandosi su di lui.
Kanon si aggrappò alle sue spalle con foga, e gli morse le labbra, rapace. Ecco, quel che ne diceva. Spinse il bacino verso la sua mano, per rimarcare il concetto, mugolando basso sulla sua bocca.
Rhadamantis, compiaciuto, scorse le mani sul suo petto, dalla gola delicata ai muscoli scattanti, facendogli sentire la tensione dei propri attorno alle gambe. Poi, con entrambe le mani, gli strappò i pantaloni.
“…Rha-da.”
Sillabò Kanon. Sentiva che la cosa avrebbe dovuto suscitare un altro tipo di reazione in lui, ma non se ne dette pena, estasiato dalla dimostrazione di forza. E, con un ruggito, gli fu addosso.
Rhadamantis ricadde all’indietro sul materasso, mentre il ragazzo sopra come una furia gli sbottonava i pantaloni. Non si sa se per in grazia del settimo senso o altro, ma in meno di un secondo se li ritrovò dall’altra parte della stanza, e Kanon gli si stava spalmando addosso, petto contro petto, suggendogli il collo con fame.
Lo specter sogghignò da sotto, stranamente docile; ma i muscoli tradivano la tensione di chi è pronto per scattare. Inoltre, il suo sopracciglio non gli conferiva un’aria particolarmente tranquillizzante. Ciononostante, gambe contro gambe, il membro duro contro al suo, Kanon si strusciava su di lui, il respiro sempre più pesante. Gli carezzò le spalle, gliene morse una.
Rhadamantis se lo posizionò meglio addosso, e gli afferrò entrambe le natiche con le mani, impastando i muscoli sodi, la linea eccitante e piena. Kanon ansimò, gustando il momento, e alzandosi sulle ginocchia si godette il massaggio, le mani a lisciare l’ampio petto del suo amante; si offrì, quel petto, saldo, mentre le mani intente nel massaggio scorrevano ora sui fianchi del greco per risalire sul suo, sfiorando nel tragitto una grande cicatrice che gli sfregiava il ventre. Come sempre, Rhadamantis gliela sfiorò in punta di dita, con innaturale delicatezza, come sempre facendolo sorridere; poi, con uno scatto di reni, si alzò su, a sedere, e gliela baciò, strappandogli un moto di tenerezza.
Kanon gli circondò il collo con le braccia, con amore:
“Dai…” sussurrò, dolcemente, per non spezzare il momento, ma aggiungendo man mano carica alla voce: “Prendimi, specteraccio.” Ridacchiò, ma con più garbo, prima di concludere, gli occhi luminosi e brillanti: “Muoio dalla voglia.”
Voglia che traspariva perfino dagli occhiacci gialli della Viverna.
Of course.”
So british, avrebbe commentato ironicamente Kanon, ironizzando sullo scambio di battute di poco prima. In realtà, quello che successe, Kanon non poté dirlo subito, perché gli mancò l’aria: ma si ritrovò rapidamente disteso sul piumino, le spalle incollate al materasso. Un braccio possente gli sollevò il bacino, e in fondo continuava a suonare Bianco Natal. Ma chi se ne accorgeva?
La porta della camera era chiusa e le note attutite, un po’ di cigolio di materasso e tutto sarebbe stato risolto, tentò di ammortizzare Kanon, poi smise di pensarci perché dita calde e ruvide gli stavano scorrendo sulla schiena e fra le sue natiche, a metà fra il tocco leggero e il graffio di un rapace. Trattenne il respiro, un singulto eccitato. Le dita lo allargarono, con la calma che precede la tempesta, e lui si lamentò, sentendola penetrargli nelle ossa assieme ad un languore fuori posto.
E la tempesta giunse, in un lampo potente: il maledetto, sopra di lui, mani salde al materasso, lo prese, con un colpo feroce, spingendosi in lui interamente, un gemito roco, lo sguardo fisso nel suo. Godeva, nel lasciarlo senza scampo. Kanon sentì i suoi occhi accendersi, in uno sfavillare di verde e blu, facendosi feroce a sua volta, e non li abbassò affatto. Stringendo i denti, rilassò i muscoli per farlo entrare. Sospirò, forte, e si tese, dopo un attimo di pausa, contraendoli, per sentirlo bene dentro e stringerlo. E, oh, l’effetto era mozzafiato.
Boccheggiò, eccitato.
Rhadamantis uscì di nuovo, con ferocia, e si respinse in lui, un ghignaccio sul suo volto di specter, mentre avvolgeva Kanon fra le sue braccia muscolose, tirandoselo contro. E lo penetrò una terza volta, i capelli sul viso, cercando quello di lui.
Lo trovò, contratto dal piacere.
Il greco s’inarcava, a più riprese, gemendo.
Stringeva – strinse – tra le cosce il suo amante, possessivo, nella foga, e si morse le labbra, appena. Inumidendosele, le schiuse per ansimare, forte, guardandolo, fra le spinte, imponente e forte su di sé. Poi dovette richiudere gli occhi, un brivido e una scossa.
Si tese.
AH.”
Ancora.
“Ancora, Rhada. Non fermar-ah!”
“Sì…”
Ruggì la viverna, roca e rovente, al suo orecchio.
Non aveva l’aria di uno che si volesse fermare.
“Ah, sì…!”
Anzi.
Lo teneva in posizione, ben saldo, la muscolatura flessa e compatta di una creatura mitologica. Kanon lo divorò con gli occhi, affamato, e Rhadamantis affondava in più riprese, rapido, i piedi ben piantati fra le pieghe del lenzuolo di seta.
E Kanon, Kanon non era un’amante che riusciva a stare fermo facilmente.
Si morse, si leccò le labbra, pur nell’abbandono, scolpendosi negli occhi le forme dei suoi muscoli: I pettorali, fermi, il collo teso; le cosce, forti; le anche, scattanti nelle spinte. Oh, sì, spingevano. Se spingevano! Dovette gemere più volte, inarcandosi ancora per lui, avvolgendolo con forza, facendolo penetrare a fondo, rilassandosi e contraendosi a tempo, per farlo scivolare e poi faticare, e farlo godere di più. Prese un gran respiro, nel delirio di corpi, l’ampio petto che si gonfiava, accaldato, le braccia abbandonate sul cuscino.
Appassionato, Rhadamantis spingeva, la schiena inarcata all’indietro, gli occhi al soffitto, chiusi, nella passione. Ruggì, rifacendosi su di lui. S’immobilizzò, addirittura, nella tensione, spinto al massimo dentro il suo amante – e in quell’attimo di attesa gli sfiorò il viso, lo sguardo fisso come se il Giudice, in quel solo istante, potesse rubargli l’anima.
Kanon fece l’errore di incrociare quello sguardo. Gemette, socchiudendo gli occhi per sfuggirli, ma senza riuscire a serrarli; e improvvisamente dovette arrendersi, anche solo per un istante, ad un’espressione implorante, che gli si dipinse in volto senza che riuscisse a trattenerla in alcun modo, nel languore della passione crescente. Ansimò e scostò il viso per liberarsi di lui.
Rhadamantis spalancò gli occhi nella vittoria, infliggendo colpi più potenti e dolorosi, un sogghigno tremendo a segnargli il volto. Poi si sciolse appena, parve, in un attimo di cedimento.
E come aveva baciato la cicatrice fissa di silenziosi perché, baciò quel viso implorante e bellissimo, e addolcì le spinte in movimenti fluidi, che lo sollevassero, il bacino che s’inarcava, morbidamente.
Kanon gemeva, e gemette una volta di più, più alto.
Voleva dargli del maledetto.
Maledetto, maledetto e ancora maledetto.
Gli stava facendo male. Molto male.
Lo stava facendo godere moltissimo.
E continuava a fargli male.
“Ah…”
Ma prima l’aveva guardato così. Come Giudice nell’anima. E lui gliel’aveva fatta vedere.
“Ah…!”
Maledetto.
“AH!”
Lo amava.
“Io ti…”
E il resto fu sussurrato in un fiato scomposto, inarcandosi, sollevato, boccheggiando dal piacere.
“AH!”
‘sto stronzo, davvero.
La Viverna si bloccò d’istinto, quasi soffiando, come se quella parola fosse acqua santa gettata sul diavolo. L’espressione del volto come se avesse voluto dilaniarlo, gelida e tagliente, nella furia.
Si abbassò su di lui nello stesso momento in cui Kanon scattava verso l’altro, serrandogli il volto fra le mani, fortissimo, una stretta furiosa. Entrambe le mani fra i capelli biondi, scomposti, ormai, gemeva senza freni, più intensamente quando Rhadamantis lo alzò ulteriormente, sfruttando il suo slancio, e se lo calò sopra, afferrato a sua volta nelle ultime, potenti spinte.
“Ah! Ah! Ah! Aah!”
Le lacrime agli occhi, dannazione. Quant’era forte.
E il suo sguardo giallo, nel suo, quando lo incontrava, cupo, senza più ferocia, ma intensissimo. Le labbra sottili da predatore dischiuse, ma senza un suono, nel respiro affannato. Dea, com’era eccitante – Kanon si aggrappò come se stesse affogando, soffocava, la sua presa era terribile. Soffocava. Moriva. Adesso moriva, se lo sentiva, moriva. Adesso, mentre s’irrigidiva allo spasmo, bruciando davanti e dietro. Adesso moriva.

No.
No, non moriva.
Anche se Rhadamantis lo trascinò vicino alla fine, sicuramente, quando venne in lui con un grido rauco, nell’ultima spinta che inarcò entrambi, spezzando loro il fiato. Kanon lo artigliò, le dita fra i capelli, gridando quanto lui, forte e profondamente maschile.
E poi… e poi gli girò forte la testa, quando l’orgasmo si esaurì e Rhadamantis ricadde al suo fianco, dopo essersi teso dentro di lui nell’ultimo spasmo: ricadde trascinandolo sdraiato con lui, non appena ebbe ripreso il respiro, e lo guardò, gli occhi penetranti ancora straordinariamente fissi sulla preda. Kanon ansimava, ripiegando e distendendo le gambe, flash dietro le palpebre chiuse. L’uomo accanto si spinse verso di lui, e lui riaprì debolmente gli occhi, sentendolo avvicinarsi. Rimase fermo a respirare guardandolo: adesso Rhadamantis lo toccava, ma con la grazia pulita di un lord, prendendogli il viso fra le mani. Fresco, nonostante il calore di prima.
E finalmente lo avvolse in un abbraccio rassicurante, e si chinò su di lui che gli circondava il collo con le braccia, ad alzargli il mento e a baciarlo, nella serenità totale di un parco irlandese. Quel maledetto specter. Un bel bacio, e gli diede sottovoce la risposta a quello che il greco gli aveva sussurrato nel famelico calore dell’amplesso, piano, orgoglioso: I love you so…
Kanon arrossì.
Il vecchio Rhada non lo vedeva, perché era rivolto verso il basso, intento a baciarlo, ma lui sì.
Quel germoglio decorato che la servitù aveva usato per decorare anche la stanza da letto del signore. Pendeva, innocente e di buon auspicio. Rhadamantis, non vedendolo, faceva il figo, ma lui dovette trattenerla, la risata.
Ma in fondo non c’era tanto di che ridere; lo strinse alla vita, contento, godendosi il bacio.
Vabbè, và. Il vischio poteva ancora andare.
 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Romantico
PersonaggiPrincipali:Andromeda Shun, Cygnus Hyoga
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,ShonenAi
Inproposito: Strappandola carta come se strappasse un velo sulla parte piùintima di sé stesso, gli occhi azzurri innaturalmente fermi,pensò cheera questo il modo, che se solo avesse potuto avrebbe parlato persempre così. Aveva scelto i fiori perché essiparlavano chiaro, e senzaun suono.
Per augurare buon compleanno a Shun, Hyogasceglie i fiori. E, per la prima volta, anche le parole.Disclaimer: Hyoga e Shun appartengono aKurumada. La poesia appartiene a Verlaine.
Cose:

HANAKOTOBA:Linguaggio dei fiori (eccolo qui)
- AISHITERU: “Ti amo”. E chealtro mai poteva essere. <3
AuguriShun. Chissà come la prenderà. Quella stanzasarà diventata un vivaio.
Per la poesiacomplimentatevi con Paul Verlaine. Non èstrettamente legata alla storiané vuole riprenderne i temi, ma ho pensato subito a lei comesottofondo ad unaHyoga/Shun, trattando in maniera così hyoghescamentestruggente dell’amore nondetto e sospeso. Aw, Verlaine è il mio preferito. ;_;

Dedicato a chi attendeva unaHyoga/Shun e a chiunque è riuscito a sopravvivere allamelensaggine del tutto.E ai miei soliti partners in crime, sottolineandoche questa è la mia rispostaalle angherie che deve subireCygnus in play.Spero che ve la siate sciroppata tutta. Vi vogliobene, anche seapparentemente sembra un tentativo di omicidio tramite glucosio. Allaprossima.

Hanakotoba
Il linguaggio dei fiori.

Si era alzatoaccuratamente mentre lui dormiva, con nessunaltro rumore che lo sciabordio delle onde, da lontano, e il suo respirodolceed alternato sulle coperte. Avrebbe dovuto fare più o menoin fretta, perchéShun era solito svegliarsi quasi sempre quando avvertiva il sonnoaltruiinterrompersi; ma dalla parte di Hyoga c’era il silenzio e ladecisione deimovimenti.

 

Parlavamo, ieri, delpiù e del meno:

i miei occhiandavano cercando i vostri;

e il vostro sguardocercava il mio,

mentre il discorsocontinuava a svolgersi.

 

Dieci minuti soltantosarebbero bastati per svolgere conmani delicate la carta che, come un velo, se squarciata brano a branoavrebberivelato un messaggio. Hyoga lo fece piano, con un rumore quasi dolce,gliocchi fissi su quella piccola nascita come se si fosse dimenticato delresto. Unfiore dopo l’altro, sbocciavano dal loro involucro come sefossero destinati acrescere sino a ricoprirlo, e quando finalmente emersero, splendenti,era unmazzo talmente grande che per prenderlo lo si sarebbe dovutoabbracciare.Rimase muto a guardarli. Fermò le dita. Fermò ipensieri. Chiuse gli occhi.
A Hyoga erano sempre piaciuti i fiori.
Le sue mani si erano fatte abili, nel maneggiarli, negli anni.
Nell’acqua gelida, sparsi sul ghiaccio. Fiore dopo fiore,petalo dopo petalo.
Tanto i suoi occhi erano pieni di fiori che, con il tempo, avevaimparato asceglierli con cura per comporre dei messaggi silenziosi. Puri,minuscoli,magniloquenti. Strappando la carta come se strappasse un velo sullaparte piùintima di sé stesso, gli occhi azzurri innaturalmente fermi,pensò che eraquesto il modo, che se solo avesse potuto avrebbe parlato per semprecosì.Aveva scelto i fiori perché essi parlavano chiaro, e senzaun suono.

 

Sotto il peso banaledi frasi calcolate

l'amore mio erravadietro i vostri pensieri,

e quando parlavate,distratto ad arte,

Prestavo ascolto alvostro segreto:

poichè lavoce, comegli occhi di quella

che ti fa seren etriste, svela,

malgrado ogni sforzotriste e allegro

e mette in pienaluce il mistero dell'anima.

 

Aveva scelto quattromessaggeri per quello che quel giornovoleva dire. Quattro eleganti messaggeri intrecciati in quattro colorisoavi,distinti in un mazzo talmente grande da poterti sopraffare edaddormentare nelsuo profumo.  Quattro messaggeri per quattro semplici sillabe:un messaggioinvero importante, se aveva deciso di suddividere cosìsolennemente il carico. Sorrise,prima di carezzare lentamente con il pollice, gli occhi chiusi, ilpennello chereggeva fra le dita. Ad intingerlo nell’inchiostro avrebbeaspettato qualcheminuto. Poi avrebbe mosso le dita per squarciare un nuovo velo, moltopiùimportante, molto più nascosto, per affidare, per una volta,i suoi sentimentialle parole. Quattro ideogrammi, quattro messaggeri.

Ai.

Aveva sceltol’azalea dai petali fragili ma di un rosa dolce,da accarezzare ed avvolgere gli occhi.
L’azalea era: la modestia. La timidabellezza. La virtù. Il germoglionascosto e raggiante.

Shi.

Aveva scelto lagardenia, dai petali bianchi cadenti comemantelli, da raccogliere ogni lacrima.
La gardenia era: l’amore segreto. Quelloche aspettava ed aveva aspettato,discreto come la neve.

Te.

Aveva scelto lamargherita, forte e raggiante assieme amille sorelle.
La margherita era: la fede. Incrollabile e certa,sveglia ed orgogliosa,ed assieme tanto pura.

Ru.

Aveva scelto il non tiscordar di me, il più piccolo, il piùfiorente, blu come il cielo, come vividi punti sperduti.
Il non ti scordar di me era: l’amore vero.Talmente assoluto da vibrarein quel blu così muto come occhi spalancati.

Ieri perciòsonopartito totalmente ebbro:

è unasperanza vanache il mio cuore carezza,

una vana speranza,falsa o dolce compagna?

 

Dovette affrettarsi aprendere in mano il foglio dipinto difresco, che Shun non avrebbe tardato a svegliarsi, e lo sapeva. Sentivagià ilsuo respiro farsi meno pesante, qualche movimento impercettibilegiungerglialle orecchie. Soffiò senza fretta, però, per nonrovinare quelle quattrosillabe tanto preziose. Quando fu certo che l’inchiostro siera asciugato,senza perderlo di vista, in quel rituale sciocco e tanto importante,piegò ilbiglietto. Due volte. Se lo appoggiò alla fronte, per unmomento ancora,sorridendo di sé stesso. Poi lo affidò ai fiori,che ora riempivano la stanzadal loro angolo colorato. Se avesse potuto, Hyoga avrebbe parlato persemprecosì, come loro, lasciando i suoi messaggi tanto grandisenza un suono.
Rinfilandosi nel suo futon, un vago sorriso in volto, si rese conto cheallo stessotempo non poteva fare a meno delle parole: un augurio di buoncompleanno, equattro sillabe affidate ai fiori erano quello che attendeva Shun alrisveglio.E chissà quali attendevano lui.

 

Oh! Non puòesserevero? Non è vero che no?

 

 

 

Autore:Aphrodite dei Pesci e Milo di Scorpio
Genere:Commedia, Satira
PersonaggiPrincipali:  Capricorn Shura, Una Mary Sue
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot
Inproposito: Unafanciulla che è la reincarnazione di una potentedivinità. Un GoldSaint che viene a darle la sua protezione. Una storia che nasce come unsogno e, si sa, i sogni son desideri.
Disclaimer:
LaMary Sue è nostra. Shura è di Masami Kurumada
Cose: 
 Dedicatoatutte le Mary Sue dell'Efp della sezione Saint Seiya. Vi amiamo.
E dedicato al nostro Camus di Aquarius che oggiva al mare e ci mancherà.E al nostro Hadessama  che da oggi è finalmente invacanza! *C* Bravissimo!


Roxanne
I'll Be Your Mary Sue

ROXANNE:

Roxanne chiuse il manga con un sospiro.
Lei era la reincarnazione di Efesto, ma lo avrebbe scoperto solo a fine fanfic. In quel momento guardò fuori dalla finestra della sua cameretta con aria sognante, pensando che sarebbe stato davvero bellissimo se i Saint di Athena fossero esistiti davvero e uno di loro, ma anche tutti e dodici, volendo, fossero venuti a salvarla dalla sua grigia quotidianità.
…se poi volevano venire anche tutti e ottantotto, che male poteva esserci?
Accarezzò con la mano la copertina del volumetto appoggiata sulle coperte rosa. Il volto del cavaliere di Dragone la guardava di rimando con lo sguardo fiero.
Fu in quel momento che sentì quella voce:
Madre de Dios!”
Roxanne sbatté le palpebre.
Chi parlava in spagnolo in casa sua? Non poteva esserci nessuno, dal momento che la villetta era  deserta, da quando i genitori erano morti in un incidente stradale: era successo prima che lei scoprisse che erano dei maghi, e lei… ma questo è un altro fandom.
Si girò di scatto verso la finestra da cui proveniva il tenue bagliore lunare, annichilito dall’inquinamento luminoso del pub di fronte.
Qualcuno stava cercando di entrare.
Roxanne si illuminò. Guardò il manga sulle coperte.
Ma forse… e poi quelle parole in spagnolo…
Ci mise poco a fare due più due: il Cavaliere d’Oro della Decima Casa era di certo lì per lei. Si riassettò i capelli in fretta, si schiarì la voce e si mise ad aspettarlo accavallando voluttuosamente le gambe: del resto lei si chiamava Roxanne e sarebbe stata di certo, più di chiunque altra, la Mary Sue perfetta per Capricorn.
Le tende si mossero e qualcuno si spinse all’interno della stanza.
Ma non era Shura.
Era uno degli ubriaconi del bar di sotto.
“No…” disse lei sconsolata.
Lui si fece avanti con un ghignaccio, spostandola, deciso a rubarle l’argenteria per andarsi a fare un’altra bevuta.
“Ehi” disse Roxanne, affranta: non cercava nemmeno di metterle le mani addosso? Ma che razza di cafone!
L’ubriacone stava per protestare, ma venne spalmato a terra da un lampo di luce dorata.

SHURA:

Era giunto in Sicilia, alle falde dell’Etna dalla Grecia, in un lampo grazie al Settimo Senso.
Aveva trovato la ragazza grazie al Sesto.
E per non utilizzare oltre il Cosmo, si era messo volenteroso a scassinare la finestra.
Madre de Dios!” imprecò quando si schiacciò un dito tra le imposte. Entrare di soppiatto nelle abitazioni dei civili era una competenza ancora non richiesta a un Cavaliere d’Athena.
Si era scostato stringendo i denti e un ubriacone puzzolente gli era passato davanti.
“Grazie Capo! A buon rendere!”
Cosa? Pensò Shura. Il tempo di placare il dolore e lo aveva inseguito, prima che gli mandasse a monte la missione. Sarebbe bastato un solo segno di violenza per risvegliare Efesto e Capricorn doveva evitarlo ad ogni costo.
Tramortì l’alzagomito con una bordata di Cosmo e si trovò davanti la fanciulla: lei sgranò gli occhioni acquamarina, il visetto alabastrino incorniciato da lunghissimi capelli boccolosi color dell’ala di corvo che le giungevano fino alle chiappe.
Chiappe sode da Mary Sue.

ROXANNE:

Sgranò gli occhioni acquamarina, il visetto alabastrino incorniciato da lunghissimi capelli boccolosi color dell’ala di corvo che le giungevano fino alle chiappe.
Chiappe sode da Mary Sue.
"Oh, Shura!” miagolò “sapevo che saresti giunto a salvarmi!”
“Madre de Dios” ribadì Shura, ma si costrinse a farle un sorriso. Un sorriso che riuscì estremamente caldo, latino e sensuale.
“Oh, SHURA!” lei era estasiata. “Adesso mi porterai via con te, vero? Faremo tutte le cose che ho sempre sognato, vero? Andremo ad abitare al Santuario, faremo tante feste in casa di Aldebaran – ho sentito dire che è un ottimo cuoco – Milo e Kanon faranno lo spogliarello sulle sacre pietre del tempio – ma io non li guarderò… beh, non tanto, perché avrò occhi solo per te, Shura, e poi Milo è un maniaco, il peggiore, mica come questo qui” e giù una pedata all’ubriacone svenuto “e tu dovrai difendermi e vi picchierete nell’arena e io vi fermerò piangendo perché ci deve pur essere qualcuno che difenda la pace e si occupi di voi, mica come quella troietta con i capelli lilla che vi ritrovate per dea, poi diventerò la confidente di Muino Puccino Carino e andrò dall’estetista con Aphrodite e spiegherò le parabole buddhiste a Shaka che secondo me non le ha mica capite tanto bene, sai che ho comprato il libro Piccole Perle di Saggezza che ha scritto un monaco tibetano? Secondo me Shaka non l’ha mica letto! E Doko e Shion non li voglio conoscere, tanto sono vecchi, e neanche Cancer, ma ti sembra che uno possa chiamarsi Maschera di Morte e far del male al povero Shiryu che te gli hai regalato l’Excalibur, quindi è un bravo ragazzo. Aioros poi è vivo? Saga è ancora schizzato? Aioria ha davvero fatto fuori i Titani tutto da solo? Camus è un ghiacciolo, ma io saprò scioglierlo e diventeremo amici! Non trovi che Marin e Shaina siano due rompipalle? Comunque ci sposeremo, tu vivrai alla Decima e io alla Tredicesima e avremo tanti bambini e anche qualche gatto! Yay!” Saltellò.
Passo qualche secondo di silenzio gelido. Poi, Shura fece un movimento del polso, un movimento molto, molto sexy, e le offrì una rosa scarlatta.
“Per te”.
“OH SHURA!” strillò lei, afferrò la rosa e la portò al viso annusandone il delicato profumo, estasiata. E cadde a terra svenuta.
Shura sorrise.

SHURA:

Era fatta.
Più semplice di quanto avesse creduto.
La rosa era stata uno stratagemma geniale. Ricordava perfettamente le parole di Aphrodite.“Shura, ascoltami bene: qualunque cosa accada non portarla al Tempio. Mai. Mai portare al Santuario le Mary Sue, non hai idea di cosa possano fare”.
Que?” aveva domandato lui.
Que!? BALLANO nei Templi. Calpestano le rose, cercano di penetrare nelle riunioni private dei Gold Saint e, soprattutto, non entra loro in testa che sono incredibilmente, esondantemente, irrimediabilmente gay. …ma diamine, Shura, non vai mai sull’EFP?”
“L’EFP? È forse un qualche anatema antico?”
“Sì, più o meno. Lascia perdere. Non ho idea di come ti sbarazzerai di lei, ma sai il fatto tuo. Se ti trovi in difficoltà, dalle questa: la tramortirà e avrai guadagnato tempo”.
E Capricorn si era trovato in difficoltà. La rosa di Aphrodite - che non era mai stato da un estetista perché, semplicemente, non ne aveva alcun bisogno - si era rivelata provvidenziale.
Si fece su di lei e alzò il braccio caricando Excalibur.
“Non devi ucciderla” si era raccomandato il Pontefice “a meno che non miri a mettere le sue unghiette su Mu, intesi?” Shion era molto protettivo nei confronti del suo allievo. “O su Doko”,precisò, che era protettivo anche con l’amante.
Shura aveva annuito, che tanto Doko non lo puntava mai nessuna: il Roshi era basso.
Il punto, però, era che tutte le cose che la ragazza aveva detto su Athena e i compagni gli avevano fatto girare le palle.
Il braccio in cui risiedeva Excalibur, carico di Cosmo, però, richiamò il bagliore sopito nel corpo della fanciulla.
Merda, pensò Shura, abbassando subito la mano. C’era mancato poco. L’atto di violenza avrebbe risvegliato Efesto. Non poteva fare niente.
In quell’attimo di ineluttabilità, Roxanne aprì gli occhi.

 ROXANNE:
“Oh, Shura!” Roxanne si svegliò con la sua battuta standard sulle labbra “Devo essere svenuta. Mi accompagni a prendere un tè?” domandò cortesemente. Dopotutto era l’attività abituale dei cavalieri a riposo.
Shura poté solo sospirare – e Roxanne credette fosse un sospiro d’amore – e  portarla in cucina.
“Faccio io,” disse lui, che era pur sempre un Cavaliere.
“Ma no, faccio io!” trillò lei.
“Guarda che sei appena svenuta” Shura diede prova di una faccia di bronzo encomiabile.
“Ma tu sei mio ospite!”
“Guarda ho già visto dove sono le cose…” la interruppe allungando il braccio verso il barattolo dello zucchero.
“Ma che pessima padrona di casa, sarei!”
Roxanne, che già sentiva il dolce avvampare dell’amore e voleva essere una Mary Sue con tutte le carte in regola, balzò verso la credenza, aprì l’anta con tutta la forza di un corpo di fanciulla innamorata che ospitava un fabbro divino, e spiaccicò con precisione invidiabile la mano di Capricorn nello sportello. Excalibur era fuori uso.
MADRE DE DIOS!” fu il grido che attraversò la Sicilia fino all’Etna.
“Oh, Shura! Perdonami!” e gli prese la mano tra le sue.

SHURA:

Perdonami un corno, pensò.
Strinse i denti, che un Saint è abituato al dolore, però non è che ci sia proprio affezionato.
Non poté fare a meno di ripensare al modo in cui era stato incastrato.
La piccola Athena sedeva sul trono accanto al Pontefice Shion. Doko sorrideva a entrambi e palesemente era chiaro che non avrebbe mosso un muscolo per aiutarlo.
Shura si era ritrovato candidato alla missione ancor prima di poter dire  per intero Athena Exclamation. Non che potesse dirlo, comunque.
“Vacci tu, Shura” lo spinse amichevolmente avanti DeathMask “Che sei l’unico etero qui in mezzo”.
"Ehi” protestò Aioria, ma ebbe il buon senso di tacere, dal momento che non aveva nessuna voglia di misurarsi con Efesto formato ragazzina.
Era stato uno sciocco ad accettare, ma in quel momento l’espressione piena di orgoglio di Aioros e Saga lo avevano reso fiero. Il Sacerdote non aveva perso tempo e gli aveva consegnato il Sigillo di Athena, con cui avrebbe dovuto chiudere Efesto da qualche parte e liberare la ragazza.
E adesso si trovava con un’Excalibur da riparare.
Trattenne tra i denti una bestemmia ad Hades e si volse verso la ragazza.
Se la ritrovò con il viso a due centimetri dal suo.

ROXANNE:

“Oh, Shura… sono così maldestra… ma so io come farmi perdonare!” Roxanne frullò le ciglia, chiuse gli occhi e protese le labbra coralline verso il Cavaliere.

SHURA:

Capricorn saettò lo sguardo attorno. Il barattolo dello zucchero era perfetto, se ne rese conto. Pur nel dolore, riuscì ad elaborare un piano.
Se la violenza avrebbe risvegliato Efesto, ecco allora che quella diventava la strada da seguire. Prima che le labbra di lei si incollassero alle sue la colpì sulla fronte con una tazzina da caffè.
Fragile fronte di Mary Sue.
Per la seconda volta in dieci minuti, Roxanne finì a tappeto.
Il cosmo di Efesto brillò ferocemente, spandendosi nella stanza.Ci fu un attimo di sospensione, in chi Shura bruciò il suo, fino ai limiti estremi della propria costellazione. Comprese il Cosmo della divinità, ancora non pienamente risvegliato. Lo guidò verso il barattolo dello zucchero, consapevole e amareggiato di stare giocando al Fabbro divino un tiro poco piacevole.
Pronunciò le parole rituali e sigillò il barattolo con il Sigillo di Athena, rapidissimo.
Era tutto finito.
Sospirò di sollievo.
Si chinò sulla ragazza, deciso a prenderla in braccio e a sistemarla sul letto, dove avrebbe potuto riposare. Era pur sempre un cavaliere.
Con ogni probabilità avrebbe creduto di avere sognato, complice il manga che stava leggendo.
Solo, quando si abbassò, nel sonno lei protese ancora le labbra.
“Oh, Shura…” mormorò languida.
Carramba!” esclamò lui, balzò all’indietro, sbattè la testa contro la lavagnetta con lista della spesa e bestemmiò silenziosamente mezzo Pantheon.
Aveva ragione Aphrodite, pensò. Queste Mary Sue sono pericolosissime.
Senza perdere altro tempo, strinse a sé il barattolo dello zucchero e fuggì da dove era entrato, usando tutti i sensi a propria disposizione per mettere più distanza possibile tra sé e l’Etna.
Il Santuario l’avrebbe accolto come un eroe.
Grazie, Shura.
 








Autore:Camus di Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Introspettivo
PersonaggiPrincipali:  Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Doveil buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonnee imuri di fumo dell’incenso e della mirra,c’è un portone di legnointarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, diindiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Oltre ilportone, c'è un giardino.
Disclaimer:
Noinon abbiamo fatto niente, è tutta colpa dei protagonisti,prendetevelacon loro. Ufficialmente sono di un certo Masami Kurumada, ma abbiamoidea che siano abbastanza indipendenti. Lo shonen ai Kurumada non loinclude nel prezzo ma noi sì, perché abbiamocominciato a shipparli, equindi ormai per il vecchio Masami è troppo tardi.
Cose: 
 RimbaudleggevaSaint Seiya e il suo personaggio preferito era Shaka.
Ciha mandato in totale svalvolamento angst una scena che ci era passatainosservata fino a stamattina, nell’undicesimo OAVdell’Hades: mentre Tikyugici strazia il cuore, Athena cade a terra nel sangue, Saga grida, ibronze arrancano, tutti piangono e si disperano, tu vorresti solomorire, Ikki comparsa, di spalle, in un posto figo, lasciando al ventouna manciata di sabbia. Non avevamo bene realizzato che quelmaledettissimo posto è lo Sharasojo, e nonostante il pipponeche hatirato a Shiryu sul non intervenire, la Fenice èlì. A raccogliere leceneri di Shaka e a spargerle sotto i salici. Lasciamo stare. A quelpunto l’abbiamo presa sul personale. Stupida Fenice!

Sharasojo 
Tingendo di colpo
azzurrità e deliri.
(A.Rimbaud)

“Tu sei…”
L’hai indovinata bene, Ikki di Phoenix, un passo dopo l’altro, e sai già che le tue parole non verranno comprese. Ma avanzi e dici, interrompendo ciò che già sai: “Perché sei andato via dai Cinque Picchi?”
“Ikki! Perché mi hai attaccato?”
“Athena ci ha proibito di avvicinarci al Santuario.”
Com’è limpido, ciò che non viene compreso, vero? Sai già che sarà così. Già Shiryu trema. Già senti come ferocemente ti fisserebbe, se non fosse mutilato. Dalle guerre. Dall’onore. Già percepisci sottilissimo rancore. Nato da frustrazione. E tristezza. E…
“Cosa stai dicendo?”
“Athena pensa che i Cavalieri di Bronzo potrebbero essere solo d’impiccio.”
Athena lo pensa.
Lui lo pensa.
Molti lo pensano.
Pensano ad un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, tu, maturato troppo presto, lo senti quel gioco di chi appartiene ad una sfera al di sopra della tua, quella che la volta che hai provato a camminarci ti sei ritrovato sul palmo di una mano. Quindi taci.
“Non mi dire che vuoi abbandonarla! Ikki! Anche tu sei un cavaliere di Athena! Non vorrai tradirci, vero?”
Ti rivolge l’indice accusatorio contro, già tradito in partenza – lo sente. La voce trasuda indignazione. Shiryu sa essere così ingenuo, così stolidamente ingenuo, come se ogni volta qualcosa di nuovo lo ferisse. Nuovamente, lo stesso, mille volte. Non fa l’abitudine ai perché. E tu chiudi gli occhi, Ikki di Phoenix, ripensando alle stelle che intuisci, molto più in alto di te.
“Non voglio aiutare nessuno.”
“Come? E perché indossi l’armatura?!”
“Sono qui solo come spettatore. Forse questa sarà l’ultima battaglia, una guerra sacra…”
“Non vedi la gravità della situazione! Come puoi dire che sarai solo uno spettatore?!”
Shiryu trema. Trema, dalla rabbia. Trema e si lancia con un braccio in avanti, vuole colpirti – nobile fratello – ma tu ti scosti, provando nulla di più che la sensazione del vento mentre lo schivi. Chissà se provi tenerezza, mentre lo afferri per il bavero della casacca e lo sollevi alla tua altezza, anche se non può vederti. Anche se non può farlo, sogghigni. Anche se non come un tempo. Che la provi o meno, tenerezza rude, tu gli parli fermamente:
“Shiryu… perché tu sei così fiero del titolo di cavaliere di Athena? È per proteggerla? O perché qualcuno te l’ha ordinato?”
Lo lasci andare, Ikki di Phoenix? Sai già che risponderà…
“Ti stai sbagliando! Nessuno mi ha forzato! E Athena non me l’ha ordinato!”
“Quindi… perché?”
“Perché io ho deciso di proteggere Atena, i miei amici, e tutta l’umanità che lei ama!”
Chiudi gli occhi e sogghigni, Ikki di Phoenix, e lui non ti vede ma ti sente.
“Cos’è questa risata?!”
Schivi un altro pugno. Con scioltezza che quasi non desideri. Come vento. La ginocchiata che sferri, pulita e liscia, gli arriva in pieno petto e te lo consegna tra le mani, con cui poi lo scagli lontano. Lontano, Shiryu. Non è il tuo posto, questo. Torna a casa. Qui qualcuno ha preso decisioni troppo grandi che la tua ingenuità non può comprendere. Shiryu che soffre e cerca disperatamente di convincerti con le sue apologie, con le sue dichiarazioni disperate e a voce alta: lui non teme la lotta, lui non fuggirà. Sciocco, Shiryu. Non ha capito che lo sai benissimo anche tu. O forse sì, ma è confuso e non sa più cosa può convincerti. Chiudi gli occhi, Ikki, allora, chiudi gli occhi mentre senti il vento, le stelle le hai viste, chiudi gli occhi e diglielo:
“Anch’io voglio proteggere te, come anche gli altri…”
“Cosa…?”
Guarda altrove, Ikki. Dove ci sono le stelle. Quelle che sai già cosa dicono.
“Proprio così. Tu e gli altri idioti che stanno nell’arena…”
Non ci vai giù leggero, Ikki di Phoenix. Che capiscano come la pensi, e che capiscano tutto quello che vogliono capire. Sapevi già che le tue parole non sarebbero state comprese.
“Gli altri… “ parve distrarsi, il Dragone, ergendosi appena, per poi capire: “Seiya!”
Sempre prima i compagni. Sempre prima di ogni altra cosa. Non guardi il valoroso guerriero cominciare a correre verso l’arena, ti sei già voltato, cavaliere, con un mezzo sospiro, mezzo represso, mezzo chiuso dalla gola, gutturale. E Shiryu lo senti che si volta, fermando passi sicuri per te:“Aspetta, Ikki! Aiutaci!”
Ma sai già cosa rispondere.
Perché è tutto ciò che sarai stasera.
Nemmeno ti volti, volgendo all’orizzonte lo sguardo.
“Non dimenticarti che ho detto che non aiuterò nessuno.”


     
“Tembu Horin.”
Tutt’intorno era odore di incensi e di mirra. L’illuminato Shaka di Virgo aveva aperto gli occhi e Ikki aveva compreso che tutto quell’azzurro gli sarebbe stato fatale: in realtà, lo sarebbe stato per entrambi.
In quell’azzurrità accecante e bellissima, anche il piccolo Shun scompariva e tutta la sua vita passata si faceva nebbia.
Anche dopo, sul pavimento gelido, senza più alcun senso se non il settimo, aveva pensato che sarebbe stato tutto nebbia, da quel momento in avanti, nella vita come nella morte.
Era stato in quel momento che gli erano girate le palle.
Non era andato al Santuario di Athena per finire lì, come il primo scagnozzo del Sacerdote. Non davanti a Virgo, arrogante divinità splendente, unico avversario che aveva reclamato da lui anche l’ultima goccia di potere e al quale lui, Phoenix, l’aveva richiesta. Non avrebbe strisciato davanti a Virgo, non davanti a lui!
Ed erano state esplosioni di luce allora, ad inondare la Sesta Casa e lui, sciolto in essa, aveva vinto e sconfitto il suo custode, esplodendo il Cosmo con quello di lui.
“Fermati!” aveva gridato Shaka, gli occhi azzurri della dimenticanza spalancati nella luminosità “Ci oscureremo in un mondo di luce!”


  Un passo dopo l’altro, avanzi, Ikki di Phoenix, poiché avevi promesso che stasera saresti stato qui solo come spettatore, e da dove ti trovi, ai piedi della scalinata, i tuoi occhi non vedono.
La strada è sgombera. C’è tutto il tempo che ti serve. L’hai calcolato da quando hai sentito quella luce dalla sensazione bianca e infinita espandersi in un attacco che ben conoscevi. Contavi.
Non sapevi cosa pensare, in verità, c’era solo quella sensazione che conoscevi bene – perché sei un uomo, Ikki di Phoenix, non certo un ragazzo, e sebbene i tuoi occhi siano ancora grandi, le labbra sono dure, le mani ruvide – di stare sotto ad un cielo troppo grande. Ma non è quello che vai a vedere, Ikki. Per quanto poco tu possa conoscerlo, di tutto ciò che sta sopra di te hai una ben precisa sensazione, e non andrai ad immergerci le mani. No. Tu vai per essere solo spettatore. L’hai detto, a Shiryu.
Forse questa sarà l’ultima battaglia… una guerra sacra…
Il metallo dell’armatura risuona secco sul selciato, appena calpestato di tutta fretta da due guerrieri antichissimi, che corrono sotto la luna per fermare la strage avvertita di lontano. Ma per quello che puoi saperne, Ikki di Phoenix, quei gradini sono stati calpestati da tante altre persone prima di te.
La Seconda Casa ospita un’atmosfera rarefatta in cui ancora vibra l’aria scossa e sconvolta da cosmi poderosi, e un’armatura vuota che brilla di un bagliore innaturale. La guardi mentre passi. Guardi il fiore ai suoi piedi. Prosegui oltre, perché sarebbe profano attardarsi, lo senti dalla tristezza e dall’orgoglio di quel fiore, e tu hai intrecciato molti fiori, con le tue mani ruvide, e ben conosci tristezza e orgoglio. Non vorresti che qualcuno profanasse le tue corone, intrecciate con cordoglio sempre più addolcito negli anni. Volgi lo sguardo subito.
Ma non affretti il passo, Ikki di Phoenix. C’è tempo. Anche quando senti dischiudersi universi di luce. L’hai detto prima a Shiryu, l’hai detto: non sei qui per aiutare nessuno. Non affretti il passo anche se sai cosa sta succedendo. Lo senti con la netta chiarezza di un profumo distinto nella sera: l’odore dolciastro, fresco e denso di magnolia nelle notti di primavera, dopo che la pioggia ha colmato, come fossero un calice da cui bere, i petali morbidi e bianchissimi di una brusca purezza. Altrettanto intenso, senti e cammini senza affrettarti, senza sapere bene che cosa provare, mentre il bianco da lontano ti sfiora, t’illumina, e sai che al centro di quel boato immenso, che alzando il mento vedi prorompere dalla Sesta Casa, ci sono due occhi terribili.


  Dove il buio diventava più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo era.
Il portone, ampio, si apriva sulla parete lunga del Tempio.
Nessuno sapeva dove dava, esattamente. Tutti avevano sentito dire che dava sullo Sharasojo, il Giardino della Vergine.
Chi aveva girato attorno alla Casa, curioso, per scoprire quel luogo, si era trovato ad un tratto, con disappunto, davanti al portone esterno, senza trovare alcun giardino, solo le rocce scoscese del Santuario che davano sul mare, appena prima della scalinata di marmo che portava alla Settima.
Il Giardino della Vergine era un mistero per tutti.
Meno che per Ikki di Phoenix.
Di tanto in tanto Ikki si era allontanato, dopo la battaglia delle Dodici Case, cercando altri luoghi e meno vincoli rispetto a quelli dei suoi amici e fratelli. Non perché non sopportasse la loro presenza, tutt’altro. Ma piuttosto per l’insostenibile insofferenza che lo prendeva spesso, per la necessità di andare sempre oltre e di non poter calcare troppo a lungo lo stesso suolo.
In alcuni casi si era recato da Shaka di Virgo.
Era vero che si erano spenti in un mondo di luce, ma Siddartha Gautama Shakamuni, il Buddha, non aveva l’abitudine di restare troppo a lungo nell’oscurità ed era tornato, facendo in modo che anche la Fenice potesse scegliere il mondo dei vivi, a quelli dell’Ade.
Alla domanda che Ikki gli aveva posto: “Perché mi hai salvato?”, Shaka aveva risposto con un’alzata delle spalle esili, come se non ci fosse una vera ragione.
Poi aveva aggiunto, ad occhi aperti, tingendo tutto per un attimo d’azzurrità e deliri: “Perché per la prima volta nel mio cuore è nato un dubbio. E sei stato tu a far nascere questo dubbio”.
Così era tornato. Senza armatura, ma con il sogghigno strafottente sulle labbra e le mani in tasca.
Come si va a trovare un amico.
Di tanto in tanto.
Shaka lo aveva accolto come se lo stesse aspettando sa sempre, ad occhi chiusi, il volto delicato e sereno, fatta eccezione per l’angolo della bocca, sollevato in un sorrisetto di superiorità.
“Benvenuto, Ikki. Hai ancora il
genmaken facile?”
Ikki aveva risposto con una frecciatina mirata e Shaka non aveva lasciato cadere la provocazione. Così si erano susseguiti più incontri e più duelli verbali.
Man mano, si erano placati, senza spegnersi del tutto.
Un giorno Shaka gli aveva fatto un cenno, e l’aveva guidato verso dove il buio si faceva più fitto, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra.
C’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia.
Shaka l’aveva aperto e davanti a loro si era dispiegato un giardino, come un tappeto che si srotola, con l’erba alta che ondeggiava al vento, con due soli alberi, alti a carezzare il cielo ombroso, e petali strappati ai rami in fiore che il vento rapiva e portava, come un omaggio, fino al portone del Sesto Tempio.
Ikki aveva avuto come l’impressione che quella porta si fosse aperta sull’India.


  Sei lì che osservi la luce ed è come se una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, paralizzasse ogni foglia, ma non tu che cammini. Guardi.
Esplode. Tutto.
Qualcun altro piangerebbe.
Qualcun altro urlerebbe il suo nome.
Shaka!
Qualcun altro.
Tu sei solo uno spettatore.
No! Shaka!
Non ci posso credere!
Shaka!
SHAKA!

Non sei qui per aiutare nessuno.
Ignori le voci, la luce e la messa da requiem, e il tuo cuore è di marmo in un petto di marmo.
Vai ad assistere ad un esplodere che è l’universo quando nasce. Quindi vai. Vai ad assistere.
Era questo, che dicevano, le stelle, Ikki di Phoenix? Ce n’erano forse due fisse in cielo, come occhi azzurri della dimenticanza spalancati nel buio, e tu non le hai sapute leggere correttamente. Può essere.
Ma in fondo, pensi, senza piangere, senza gridare il suo nome, ha davvero importanza?
Quel gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, non era il tuo, lo pensavi, non è vero, guardando Shiryu pregarti di correre con i tuoi compagni a sfidarle una per una, disperato e forte nei suoi occhi ciechi?


  “Devo fare una cosa” aveva detto Shakamuni. “Niente di entusiasmante. Puoi andare a casa se vuoi. Oppure puoi restare”.
Aveva tolto i sandali, lasciandoli sulla soglia, e a piedi nudi era entrato nell’erba.
Ikki non aveva detto niente; aveva osservato quel giovane dagli occhi chiusi senza combatterlo nemmeno dialetticamente, per una volta.
Shaka aveva guardato per terra. Seguendo il suo sguardo, Ikki aveva notato delle zolle smosse, la terra inaridita. L’aveva sentito parlare della stagione delle piogge, che tardava ad arrivare.
“Ma che giungerà. Per quanto si possa rallentare la ruota del Karma, gli avvenimenti che devono avvenire avverranno”.
Ikki aveva aggrottato le sopracciglia. Non aveva capito, subito. Avrebbe capito più avanti, il giorno in cui Virgo, con la stessa serenità di quel momento, avrebbe accettato di morire sotto i salici, per onorare la ruota del Karma, per un disegno più grande.
In quel momento non aveva potuto comprendere quelle parole oscure. Lo aveva visto chinarsi - con quei gesti puliti e delicati, eppure estremamente virili – allungare una mano, elegante, appoggiandola sulla terra nuda. Sembrava un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Silenzioso com’era.
Ikki l’aveva guardato chinato sulla terra, con i capelli biondi che ricadevano sul davanti, sul petto, senza che perdesse nulla in dignità.
C’era qualcosa di sacro e ancestrale, in quella scena. C’era così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed era bellissimo.
“Ma no. Potrei darti una mano, Virgo”.
Che cosa hai fatto domenica, Ikki? Mh. Ho aiutato il Buddha a tenere un orto.
Così lo aveva aiutato: aveva fatto come lui, onorando il Karma e la ruota della stagione delle piogge, dopo aver sparso semi nuovi, chinandosi e unendo le mani su ogni chicco che cadeva tra le zolle.
Aveva alzato lo sguardo su Shaka, in piedi, al centro del suo Sharasojo, che teneva della terra nella mano a coppa.
Il Buddha l’aveva guardata per un attimo.
“E’ finito il tempo delle lacrime” aveva detto, come al terreno “Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo”.
La strinse nel palmo, mentre le folate la portavano via, a coprire i semi, poi strinse il pugno, come in un rito. Lo allentò, alla fine, e lasciò andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma portasse la vita dove c’era stata la morte.


  Era un gioco grande e superiore a cui hai deciso di assistere, e così te ne fai una ragione, lasciandoti alle spalle una casa vecchia, malinconico mistico rudere di morte, che hai attraversato mentre pensavi.
Forse quelle due stelle come occhi nel cielo c’erano davvero.
Forse il destino si può leggere negli astri fiammeggianti.
Forse il destino si può leggere nel volo degli uccelli, nelle  viscere degli animali offerti in sacrificio.
Forse il destino si può leggere nel numero di gradini che lasci alle tue spalle.
Ma in ogni caso -  pensi, investito da una luce come mai ne hai viste prima -  in ogni caso rimane sopra. Rimane che qualcuno l’ha deciso. Rimane che chi l’ha deciso sapeva i cazzi suoi. Rimane che quelle stelle possono stare dove sono e le puoi interpretare, ma non sai bene a che cosa serve, adesso, mentre vai lì come spettatore del cielo che alla morte di un dio si è oscurato come nella peggiore apocalisse, ma era bello, terribile e bello. Un azzurro gli era stato fatale.
Muovi un passo, allora.
Verso l’esplosione che dilaga davanti a te.
Senza paura, coraggio. Nel fuoco da dove vieni.
L’hai sentita assieme a tutti gli altri, la sua intenzione, Ikki di Phoenix.
Né prima né dopo. Come tutti e basta.
Ma a differenza degli altri, non hai affatto pensato d’intervenire.
Ti pare che una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, accompagni pure te, adesso, perché mentre passi tutto davanti a te salta in aria, in una luce dorata e rovente.
Allora ti fermi e aspetti. Sei serio, Ikki. E sai aspettare.


      Un vortice di petali ti accompagna già da un po’, e tu lo segui, Ikki di Phoenix, senza chiedergli niente.
Tanto, facevate la stessa strada.
C’è nell’aria qualcosa di peggiore dell’apocalisse, Ikki.
Qualcosa di peggiore del cielo che si è annerito per un requiem bellissimo ed inquietante, per un dio che si oscurava. Minaccia agitazione e brividi, nei cosmi che risuonano in una tensione crescente. Senti tutto, Ikki di Phoenix, senti le paure e i dolori e le angosce e la dolcezza, e in qualche modo, senza dover guardare le stelle e cercare d’interpretare il loro gioco, chissà come lo sai già, come va a finire.
Non fai nulla.
Cammini e basta.
Non sei lì per aiutare nessuno.
Athena la pensa proprio come te.
Shaka la pensa proprio come te.
Tutti e due hanno i loro piani.
L’ultima battaglia…
Una guerra sacra…
Arrivi dove vuoi, Ikki di Phoenix, arrivi fin dove i petali vengono trascinati dal vento che sentivi mentre glielo dicevi, a Shiryu, che volevi proteggere lui e tutti quanti. Tutti quelli che amavi. Ma Athena li voleva fuori. Athena aveva i suoi piani. Shaka aveva i suoi piani. Le stelle erano al di sopra di loro, il gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata ancora al di là, quella sfera al di sopra della tua.
La mano su cui corri mentre pensi di scappare in capo al mondo. Così, sei lì solo come spettatore.
Dove il buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’è un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo è. Lo era. Adesso è vuota e distrutta. Molto più in alto, un cielo che alla morte di una dea si oscura come nella peggiore apocalisse. Già un azzurro gli è stato fatale. Senti morte e sangue e l’universo che esplode in pianto, ma tu sei solo uno spettatore in una casa vuota e distrutta. Il portone è ancora lì.
Poggi le mani sul legno. Non hai smesso di camminare né smetterai ora: ti ci vuole un attimo solo. Forzi nella tua mente un silenzio che non esiste, nell’aria densa che assume significato di tenebra, forzi al di fuori voci e cosmi risuonanti in panico e in un solenne coro, tremendo e dolcissimo, struggente come il pianto di una civetta, il lutto della fine dell’uomo. Lo forzi fuori, Ikki di Phoenix. Oltre il portone c’è un giardino.


Devo fare una cosa, ti sei detto. Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Ti sei tolto le scarpe, lasciandole sulla soglia, e a piedi nudi sei entrato nell’erba.
Com’è limpido ciò che non viene compreso, vero? Un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix.
Hai pensato alla stagione delle piogge, che tarda ad arrivare, ma che giungerà. All’incomprensibile ruota del Karma.
Ti sembra di vederlo chinarsi, laggiù, in mezzo ai salici, con i capelli biondi che ricadono sul davanti, sul petto. Ti sembra un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Ma tanto hai poco da immaginare, Shaka di Virgo non c’è.
Fai come ha fatto lui, camminando piano nell’erba, fino agli alberi gemelli.
Sai che è morto lì. E’ rimasto qualcosa, sulla terra, come le sue ceneri di fenice che non risorge.
Ti chini e sfiori la terra, unendo le mani come su un chicco caduto tra le zolle.
C’è qualcosa di sacro e ancestrale, in quello che fai. C’è così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed è tremendo.
Ti sei alzato, tenendo quella terra e quelle ceneri nella mano a coppa. Tenendo Shaka.
Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Lo stringi nel palmo, mentre le folate lo portano via, a coprire i semi che ancora riposano, poi stringi il pugno, come chi sta per piangere e non lo fa, rabbiosamente.
Non piangere. E’ finito il tempo delle lacrime. Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo.
Lo allenti alla fine, lasciando andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma porti la vita dove c’è stata la morte.

 
Autore:Camus di Aquarius
Genere:Commedia, Romantico
PersonaggiPrincipali: Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Phoenix Ikki,Scorpion Milo, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Hyogasi ritrova davanti alla Casa che, al Santuario, meno si sente ingrado di affrontare. E non per viltà: ben pochi inverità sarebberodavvero sicuri di voler conoscere il ragazzo diIkki di Phoenix. Specie quando con Ikki di Phoenix hai una qualsiasiquestione in sospeso. { Hyoga/Shun, Shaka/Ikki and Milo/Camusimplied }
Disclaimer:
Kurumada, guardaci! Guardaci!
Cose: 
Oneshot dallo strano cast,senza pretese, confezionata grazie all’impagabile aiuto diMilo di Scorpio evagliato dall’imbizzarrimento di Aphrodite dei Pesci, volto auccidere o comunque fare moltomale Hadessama. Così, in simpatia. E per fargli capire isuperpoteri malefici diShun nelle dinamiche di gruppo. Mi sono divertita molto ad entrareinsintonia con Hyoga, per scrivere questa, e ve la lasciocosì, sperando chefaccia sorridere. Shaka è il vero protagonista senza volere,e questo mi faridere. Ikki mi ammazza. Milo e Camus sono due genitori. Hyoga/Shun,wah, cheemozione. Sono una semplice simpatizzante della Hyoga/Shun ma...chissà cosa ciriserva il futuro. <3 (sono piccoli e spuccevoli!>O<) Baci e abbraccia chiunque legga. <3

Squarciareilvelo

Ovvero: ipoteri del Buddha.

 

 

 

Quelloera davvero, davvero l’ultimo posto in cuiHyoga di Cygnus avrebbe voluto trovarsi. Era arrivato con entusiasmo aipiedidel Santuario di Athena, aveva accolto persino con gioial’aria polverosa e troppocalda per i suoi gusti, al pensiero di potere rivedere il suo Maestro,e conlui la persona che più vicino ad un maestro poteva essere.Camus di Aquarius,Milo di Scorpio: aveva teso le mani ad entrambi, commosso e felice divederli,con la sensazione di non avere più un problema al mondo.
Ora, invece, davanti a quel Tempio, avrebbe volutosolamente sprofondare.
Sprofondare, e scavare con l’uso di un cucchiaioun tunnel che risbucasse direttamente sulla scalinata della SettimaCasa. Masfortunatamente non aveva con sé un cucchiaio.

 Erasuccesso tutto molto alla svelta.
Hyoga stava facendo l’inventario dei vestitipiù estivi del suo armadio, le valige aperte sul letto e duebiglietti d’aereoappoggiati poco lontano. Ikki gli era apparso alle spalle, avevaaspettato chesi girasse, e l’aveva guardato come si guarda lo yakuza dellabanda avversariaa cui stai per puntare il coltello a serramanico sotto la gola.
“Dov’è Shun?”
“Fuori.”
“Fuori dove?”
“Al cinema. È uscito con Shiryu e Shunrei,prima che partissero per la Cina.”
“E Seiya è già partito? Con Saori? Ocon chidiavolo altri?”
“Non ancora. La signorina Saori invece è via daun pezzo.” Il biondino tornò a dedicarsi alle suegrucce, radunando quellevuote in un angolo. Riattaccò bottone, giusto per fare duechiacchiere: “E tu,invece, dove sei stato?”
“Non sono affari tuoi.”
“Ehi, ma che modi. Che…?”
“Piuttosto. ‘sta storia del mare?”tagliò cortola Fenice. Lo spinse sul letto, la mano aperta sul suo petto. E Hyogacapì cheera cominciato il terzo grado.
“Oh. Ah. Sì. Io e Shun andiamo al mare.”
Semplice onesto, diretto. Per ricompensa ottenneun grugnito.
“Hn.”
“Sai... rimarremmo qui da soli, io e lui.”Tentò di approfondire il giovane saint, senza mostrare peril momento alcunsegno di cedimento. Proseguì, in tono ragionevole:“Quest’estate non c’ènemmeno la signorina Saori. Lo zoo è divertente. Per leprime due volte delmese. Poi sai com’è. E Shun…”Qui distolse lo sguardo, per grattarsi appena lanuca, un’occhiata distratta alle valige, come se ci fossequalcosa d’importanteda controllare. “Insomma, sembrava felice di andare adOkinawa. Diceva che nonc’era mai stato, e…”
“Sentimi bene.” Ikki lo fissò senzascamponegli occhi, facendoglisi sopra, minaccioso sino alla soglia delfraintendibile. L’altro si fece più serio,facendosi indietro. “Che cosa proviper Shun?”
Hyoga ebbe uno scatto indietro con la testa,corrugando le sopracciglia. Ma arrossì. Dopodichénon ci fu un bel niente dadire, mentre il cavaliere della Fenice si ergeva in tutta la suastatura equello del Cigno si preparava alla sfuriata del secolo, conscio che lacosapeggiore, in tutto questo, era che c’era da aspettarselo. CheIkki lo capisseprima di Shun, perlomeno. Si prese la testa fra le mani, un rantolo disconforto, e si subì ogni insulto – una saporitagamma di variazioni sul tema“idiota” – ogni imprecazione ed ogniminaccia. Dall’inizio alla fine. Tuttoquanto.
“È Shun!” sbottò alla fine,esasperato e inimbarazzo. Che diamine, era pure sempre Ikki! “Gli vogliobene! Lo sai!”
“Seh. E a me? A me vuoi bene, Hyoga?”
Raramente il mondo aveva accolto note tantosardoniche nella voce di un uomo. Hyoga si spinse ancora piùindietro, sedutosul letto, borbottando cautamente  che sì, certo,in un certo qual modo, forse.A quel punto si beccò una sfuriata maggiore dellaprecedente: Phoenix non amavasentirsi preso in giro, né tantomeno ricevere dichiarazionida finocchio.
“Sai di cosa parlo, Cygnus!”
“È lo stesso, ti dico! Come puoidire…”
“Non sono idiota. Mbè? Hai perso la lingua, cosinodei ghiacci?”
Hyoga avvampò e si alzò in piedi, il cuore chegli martellava nelle orecchie, da adolescente che era: “Checosa vuoi sapere,Ikki? Che cosa provo per Shun? Beh, non è quello che provoper un fratello,nemmeno per un amico: se lo sai, smettila di tormentarmi!”
Un conto era saperlo, un altro dirlo ad altavoce.
Hyoga ci aveva messo coraggio, tanto percominciare.
Ikki da parte sua la prese più o meno bene.Come una martellata nello stomaco, grossomodo.
Contò fino a tre, poi fino a dieci. Poi decisedi accertarsi personalmente del livello di idiozia di Cygnus:
“Molto bene. E lui?”
“E…?” Assistette ad un cambio repentinodiespressione facciale. Grandi occhi azzurri sbattevano davanti alle suepalpebre, ogni piglio combattivo andato a farsi benedire: “E…lui? Non lo so…”
Il vulcano stava per eruttare tutta la suafuria.
Volò una sberla che prese Hyoga ruvidamente intesta, ma, contro ogni aspettativa, meno forte di quanto credeva. Unnormalescappellotto, mentre Phoenix più che ringhiare borbottava:“Te lo dico io,scemo. Anzi, non te lo dico nemmeno. Non te lo meriti. Ma ti avverto,Cygnus.”
Lo sovrastò un dito, minacciosamente teso inavanti.
“Spezzagli il cuore,
e io ti spezzo latesta.”
“M… ma smettila!” Adesso era veramenterossocome un peperone. Non voleva indagare oltre, gli sembrava che Ikki colsuoatteggiamento rivelasse già qualcosa a cui non volevapensare, a scanso di farsitroppe illusioni. Aveva già le idee confuse per conto suo, equesto per lui eraveramente troppo! Si innervosì: “E non capisco ilsenso di questo discorso!Non… intendevo fare niente di
strano,durante questa vacanza, e il fattoche tu sia venuto qui a farmi questo discorso mi irrita!” Efu così che se lofece sfuggire: “Insomma! È che se io venissi achiederti conto di che cosa faialla Sest-”
Se ne accorse in tempo e si morse la lingua. Sene accorse in tempo, ma non
abbastanza in tempo.
Ikki si era girato, ignorando quasi totalmenteil suo bel discorsetto, del tutto innocente: nella sua ottica, lui eravenuto adargli una mano, a quell’idiota di Cygnus. Stava anziraccogliendo un paio digrucce vuote, per farsi spazio sul letto. Ma a quel punto, lentamente,si girò:

“Scusa?”
“Niente.”
Aveva risposto troppo prontamente. Ingenuo.
“Hyoga. Vieni qui.”
A Hyoga era rimasta solo una cosa da fare, e lafece.
Aprì la porta dietro le sue spalle, e scappò.

 “MaestroCamus?”
“Dimmi, Hyoga.”
“Non c’è modo di passare per lascalinata senzaattraversare le Dodici Case?”
Camus sollevò le eleganti sopracciglia, mentrepasseggiava accanto all’allievo, che aveva Miloall’altro fianco. Un Miloparticolarmente di buonumore, che contribuiva a spandereserenità sulquadretto: “Dovresti saperlo bene, giovane saint!”
“Ah, certo. Mi chiedevo solo se…”
“Dal momento che sei in visita, facciamociannunciare!” rise, Scorpio, una mano a stringergliaffettuosamente la spalla.Era davvero contento che Hyoga avesse accettato l’invito diCamus di passare lìcon loro qualche giorno, durante quelle vacanze estive, e volevaadoperarsi perrenderglieli decisamente memorabili. Qualche giorno, prima dipartire perOkinawa, aveva considerato Hyoga. Considerato che la data delvolo suo e diShun era stata posticipata di una settimana, aveva tutto il tempo delmondo perandare a trovare i suoi maestri. E aveva accettato contento. Anche oralo era,e sorrise volentieri di rimando al cavaliere dello Scorpione; salvo poisbiancare, quando lo vide entrare a passo baldanzoso nel mistico atriodelSesto Tempio dello Zodiaco: “Virgo! Haiospiti!”
Oh, Athena, poté solo pensare. E nessuno,aTokyo, se avesse saputo, gli avrebbe dato torto.
Nessuno si sarebbe sentito tanto sicuro di volerconoscere il ragazzo di Ikki di Phoenix.

Primauna pantofola, dritta in faccia.
Così, perché Ikki era un tipo bene educato, ele scarpe se le toglieva, ad entrare in casa altrui.
Un attimo dopo era Ikki stesso a sovrastarlo,scuoterlo e ringhiargli nelle orecchie:
“E seanche fosse? Hai qualcosa dadire? EH?”
“E se… anche…niente!”riuscì a infilare Hyoga,prima di venire sbattuto al muro. E trovarsi la faccia di Ikki diPhoenix, nerocome la morte, a cinque centimetri di distanza, non eraun’esperienzapiacevole. Affatto.
“Cosa ne sai, tu?”
“Non sono idiota” sbottò, restituendoglicongli interessi la stoccata di prima. E gli scrollò anche viale manacce. “Senti,non è colpa mia se noto le cose. Non lo sapevo per certo!Però sento in chedirezione sparisci, di tanto in tanto. E ti conosco. EShun…” Distolse losguardo, sospirando, e si scrocchiò anche il collo, ora cheera libero. “Senti,non è che mi abbia detto niente. Però diventatutto rosso quando parla di te elui.”
Ikki fece un passo indietro, sonoramente, erimase immobile.
Il suo piccolo, dolce fratellino, che stavadifendendo.
Tradito dal suo candore.
“Hm.”
“Non fraintendermi. Se non ne vuoiparlare…”
“Bah, non c’è niente da dire.”
“Ci verrai a salutare, all’aeroporto?”
Toccò alla Fenice barcollare, e a mugugnare didoversene andare. Prima di tutto, partivano per il mare, non per latrincea.Non era il tipo da commoventi saluti al gate, sventolamento difazzolettinibianchi e altre baggianate del genere. In secondo luogo, quellaconversazionel’aveva già prosciugato di gran parte delle sueenergie. Nello sguardo con cuilasciò Hyoga alle sue valige, dopo pochi, sbrigativi saluti,si ripromise diriprendere il discorso dove l’aveva interrotto. Ma primaaveva bisogno diriordinare un po’ le idee, e magari anche di uncaffè.

Intendiamoci.Hyoga non pensava un bel niente, inmerito.
Hyoga neppure l’aveva attraversata, la Sesta Casa.
Hyoga, mentre Ikki si oscurava in un mondo diluce, era intrappolato in una bara di ghiaccio un piano piùin su, spedito indirettissima dall’allora Pontefice di Athena in persona, unviaggio che gliaveva risparmiato molte scale, una collezione di teste,un’ingloriosafiguraccia di Seiya, e un tour per le Sei Vie della Trasmigrazione. Chedettacosì sembrava una cosa carina, ma non ci avrebbe giurato,almeno a giudicaredalla fama che precedeva Virgo, che ora emergeva dall’ombradelle sue stanze rispondendoal richiamo di Milo.
Hyoga si tenne religiosamente in disparte, insecondo piano rispetto alle sue guide, limitandosi ad osservarediscretamentequella che per lui poteva benissimo essere una creatura mitologica. Cheper ilmomento chiacchierava normalmente:
 “Ospiti?”
“Ben due gold saint” sogghignava Milo, fiero e beneretto. “E niente meno che un guerriero divino.”
“Che magnifica notizia” li accolse il Buddha, laserenità incarnata. Non mise particolare enfasi nellaconstatazione, ma neppurescortesia. E voltò appena il capo verso i corridoi dellaCasa, i lunghissimicapelli biondi che gli scoprivano impercettibilmente il collo:“Ikki!”
Hyoga, a quel punto, cominciò a passarementalmente in rassegna sigle di cartoni animati.
Non trovò niente di meglio, in alternativa allaprospettiva dell’incontro che lo aspettava.
“Ma prego, entrate. Milo, Camus.”Incontrò losguardo azzurro di Shaka di Virgo mentre la regia stava trasmettendo Georgie.“E Hyoga di Cygnus, presumo.”
“È un onore, Cavaliere di Virgo.”
Per fortuna Cygnus era di Aquarius degno allievo,e nulla scalfì la sua espressione.

In capo a due minuti, erano tutti seduti suicuscini ad un tavolo basso, del tutto simile a quelli tradizionaligiapponesi:Shaka, impassibile, offriva infuso fresco di karkadè ai suoiospiti, Milo eCamus con lui scambiavano brevi, sintetiche chiacchiere e Hyoga eraancora inbalia delle sigle dei cartoni animati. Ikki si era fatto uncaffè, per sommadisperazione dell’inserviente a capo della servitùdella Sesta Casa, che nonriusciva mai a fare il suo lavoro, quando la Fenice era nei paraggi.Andava,veniva, puliva e si preparava le cose da solo, mandandola in crisi.L’avevalasciata mentre si sfogava ripulendo ossessivamente i fornelli dallepochemacchie che il santo di bronzo si era lasciato sfuggire nella sua operaimplacabile; il suddetto guerriero, per conto suo, sedeva di fronte aHyoga e afianco di Shaka con la sua tazzina fumante, e pareva perfettamentetranquillo.
“…e Aioria è tornato ieri.”
“Mh. Interessante.”
“Giusto, Hyoga. Non hai visto Aioria a Tokyo,negli scorsi giorni?”
Interpellato, il giovane saint di Athena spense l’audiosu La Rosa di Versailles e appoggiò ilbicchiere sul ripiano: “Oh, sì.Fino a pochi giorni fa. Seiya ne ha approfittato per allungare la suapermanenza a Villa Kido, con Shiryu e Shunrei. Ah, e naturalmente conShun.”
Ikki aguzzò le orecchie, ma non disse niente. Nonaveva ancora detto una parola, d’altro canto: si limitava afare presenza, comesuo solito.
“Ah, sì, me l’ha dettoAioria.” Milo sistiracchiava, perfettamente a suo agio nel gruppetto seduto a quellatavola –sebbene avesse sempre trovato balzana l’idea tutta orientaledi un tavolino conle gambe tanto corte. Ma si stava comodi, seduti sui cuscini, e lui neapprofittava per stirarsi come un gatto, soddisfatto: “Visiete divertiti?”
“Oh, sì. Il gruppo si è mezzoricomposto prima dipartire per le vacanze. Dato che rimangono tutti a casa piùdel previsto, ne hoapprofittato per passare a salutarvi.”
“Hai fatto solo bene.” Camus sorrideva,quietamente, seduto composto. Chi conosceva bene Aquarius potevacogliere lasfumatura d’affetto con cui gli si rivolse: “Ti hogià detto che puoi restareil tempo che vuoi.”
“Sì, maestro.”
Shaka sorseggiava infuso fresco, di fronte aquell’idilliaca scenetta.
Se non fosse stato il Buddha, lo si sarebbe potutodefinire annoiato.
Milo, che ben conosceva i suoi polli, si preparò aprovocarlo con un’uscita delle sue, nascondendo un ghigno nelsuo bicchiere.Shaka lo ignorava, ben conscio del suo proposito, e lui si divertiva amorte apensare a cos’avrebbe potuto escogitare per alterare ilcontegnodell’Illuminato. Hyoga, intanto, una volta libero dallacolonna sonora che gliera partita in testa, ricominciava a chiacchierare normalmente:
“Ah, Ikki!”
“Mh?”
“Tu hai deciso dove andare? In vacanza,intendo.”ì
Per Ikki il concetto di vacanza era abbastanzarelativo. Sollevò le sopracciglia, senza rispondere niente.Era uno di queitipi per cui “vacanza” non esiste, abituato adassociare il sole e il caldo piùagli allenamenti roventi della sua isola che ad ombrellini nei cocktailespiagge tropicali. Per evitare di intavolare un discorso del genere, silimitòad essere vago:
“Dipende. Non  ho ancora deciso.”
“Perché sai…”Contò fino a tre. Sorrise, volenteroso.Era deciso. Era lanciato. “Così. Il volo perOkinawa mio e di Shun, ricordi… èstato spostato di una settimana. Ecco, potremmo chiedere sec’è un altro posto,ora che la data non è più cosìprossima.”
Era un altruista cavaliere di Athena.
Il silenzio fu tanto forte da ronzare. Hyogasorrideva, ignaro. Shaka sorseggiava karkadè, senza un soloproblema al mondo.Camus, poco empatico in generale, si domandò ilperché di quell’interruzione.Milo qualcosa nasò, soprattutto perché Ikki sirabbuiò.
E si alzò in piedi, senza indugiare oltre.
Cupo come un temporale all’orizzonte.
“Hyoga. Vieni con me.”
“Eh? Ah. Sì.” Cygnus si alzò,preso incontropiede, saettando subito dopo gli occhi sui presenti:“Scusate.”
Uno sguardo di scusa al maestro, e a Milo, che liosservava attentamente, un cenno a Shaka, e seguìl’amico fuori, confuso. Ilsilenzio continuò a ronzare. Shaka poggiò conaria estremamente zen ilbicchiere sul ripiano, in un impercettibile rumore, e si sarebbe dettoche dalì a poco sarebbe arrivata una perla di saggezza che avrebberischiarato lasituazione come una lama di luce nel buio. Invece non arrivòun bel nulla.
“Jasmina. Abbiamo anche del tè freddo, incasa?”
“Sì, nobile Shaka!”
“Virgo” lo interpellò immediatamenteScorpio, mentrel’inserviente svolazzava via a prendere il tè.“Che cosa succede?”
“Eh?”
Camus continuava a non seguirli per niente.

Intanto, là fuori, Ikki prendeva Hyoga per ilbavero e lo spalmava tra sé e una colonna, continuando laserie di orribilicomportamenti equivoci che fanno di uno shonen manga terreno fertileper lunghitopic su forum yaoi. Hyoga gemette, una volta di più,sentendo il principio diuna depressione da record: se fosse stato libero di muoversi, ciavrebbesbattuto più volte la testa, contro quella maledettacolonna, chiedendosiperché, perché, perché, perchéfinisse ogni volta a quella maniera eperché, perché, perché, perchénon riuscisse mai a tenere la boccachiusa.
“Cygnus. Ripeti quello che hai detto.”
“Scusa” preventivò istantaneamente.
Ikki contò fino a diecimila, chiudendo gli occhi.Molto rapidamente.
“Ripeti. Quello. Che hai. Detto.”
Perlomeno, Ikki aveva il dono di farlo pentireimmediatamente delle boiate che di tanto in tanto riusciva a farsisfuggire.Per quanto raramente potesse accadere, non una volta che glielalasciassepassare. Questa volta, Hyoga si rese più o meno conto diquello che volessefargli capire, ma cercò comunque di giustificarsi:“Scusa. Davvero. Cercavosolo di essere gentile!”
Silenzio. Ikki sospirò. Se l’era aspettato. Ilvecchio, prevedibile Hyoga.
“Nel senso, a me farebbe piacere se tu venissi connoi. È una cosa che mi è venuta in mente, tuttoqui! Era una bella idea…”
Il vecchio, idiota Hyoga. Tardo come unatartaruga rincoglionita, altro che Cigno del Nord e balle varie.
“Anche a Shun farebbe piacere!” stava perdendoenergie, e gli fece quasi tenerezza quando finì perpigolare, confuso: “No?”
Ikki lasciò appena la presa sulle sue spalle, dopoavere assorbito e valutato per bene le parole dell’altro. Poisollevò il viso egli sorrise. Solo Athena poteva immaginare gliinsulti che stavano perscaricarsi su di lui, ed era bene che da brava signorina educata cheera sitappasse momentaneamente le orecchie.

Shaka di Virgo si limitò ad alzare le spalle,serafico.
“È leggermente iperprotettivonei confrontidi suo fratello.” Ottenuto il suo tè freddo,offertone anche agli altri duecavalieri d’oro, concluse la sua spiegazione: “Edato che fra quei due ragazzisembra esserci qualcosa, vuole tenere la situazione sottocontrollo.”
Prese un sorso della bevanda dolce, elogiandonementalmente la freschezza.
Shaka di Virgo, semplicemente, era quello cheaccoglieva il passo furibondo di Phoenix, di ritorno dal Giappone, ilqualearrovellandosi suoi propri problemi cominciava a camminare in tondo e asbottare in mezzi sfoghi e mezze confessioni, ringhiando, brontolando escaldandosi come una teiera sul fuoco. Tutto questo davanti agli occhidelBuddha, serenamente seduto nella posizione del Loto, che essendodisabituatoper natura agli adolescenti mortali si limitava a guardarlo dare inescandescenze e a non dire niente.
In tutto questo, nemmeno si immaginava delleproporzioni della sua rivelazione.
Camus e Milo lo guardarono come se con le suestesse mani egli avesse strappato il velo di Maya, che ottenebrava iloro sensicon la fallacità dell’illusione, e ora rivelavaloro il Reale. E tutto questobevendo tè freddo. Senza dubbio, Shaka di Virgo eral’uomo più vicino agli dèi.
“Ora scusate. Vado controllare che il sangue nonsporchi le mie scale.”

 

“Hyoga.”Là fuori, intanto, si consumava undramma. “A Shun farebbe piacere, se io venissi. A tefarebbe piacere.Anche a me. Forse. Non è questo ilpunto.”
Che fatica che si doveva fare. Ikki eraammirato, tuttavia, della calma che stava ancora mantenendo, purritrovandosi –uno come lui, che diamine, e parlando di suo fratello!Cygnus gli dovevaun favore – ad insegnare a quel cretino l’ABC.
“Sì, lo so, lo so! Scusa, sono un idiota. Macercavo solo di essere gentile!” rimarcò,energicamente, in tutta onestà. Fu ilcolpo di grazia per il cavaliere della Fenice, che, afferratolo dinuovo per lespalle, cominciò a scuoterlo violentemente contro quellastramaledettissimacolonna:
“Non devi essere gentile! DEVI SBRANARE CONFEROCIA CHIUNQUE TENTI DI METTERSI TRA DI VOI!”
“E… eh?” sillabò Hyoga,piantando una sonoracraniata.
“Cosa te l’ho affidato a fare, incapace!”ruggìl’altro.
“Ma quando mai me-”
“Niente. Ascolta. Non invitare gente. Staglivicino. Mi hai capito?”
“O… ok.” Hyoga arrossì,stavolta, nonostante labotta in testa. Aveva persino le lacrime agli occhi dal dolore, macominciavadavvero a capire che cosa Ikki stava cercando di digli. E,paradossalmente, gliera davvero, davvero grato.
“Bravo” sospirò quello, allentandofinalmente lapresa.
Certo che poi si disegnavano doujinshi su di loro,ad ogni modo. Bastava guardare la scena in muto.
Un po’ come stava facendo Shaka, decisamenteperplesso, dalla finestra alla quale si era avvicinato.
“Dentro, adesso!” berciò Ikki, facendostradaimperiosamente verso l’interno della Casa. Si sentivainternamente esausto.Affrontare un esercito per lui era roba da niente, ma dover ritrovarsia dareconsigli all’amico d’infanzia con una cotta per ilproprio fratello minore,beh, quello poteva davvero metterlo ko.
“Scusate.” Hyoga si risedette, la testa ancora unpo’ dolorante, ma senza trattenete un sorriso, di fronte aIkki. Shaka eraesattamente al suo posto di prima, Milo sorrideva ancora piùdi lui senza unapparente motivo, e il maestro sembrava immerso in una profondariflessione.
“Oh, di nulla” flautò il padrone dicasa, attirandol’attenzione per la maniera lenta e posata con cui sicalò su un fianco, comese si stesse accomodando su un triclinio.
Ci misero un po’ a capire che cos’aveva fattoShaka. Ikki in primis.
Hyoga però sentì distintamente la gambedell’Illuminato stendersi flessuosamente e posarsi conimplacabile precisionesu quelle del ragazzo che gli sedeva di fianco, senza curarsi dinasconderlo, eprecludendo così implacabilmente qualsiasi intrusioneesterna. Quando,incredulo, poi, vide posarsi nel suo sguardo quello eloquente di duecrudelissime lame azzurre, a monito, capì.
Capì che cosa il Buddha stesse facendo.
Sbranava con ferocia chiunque tentasse dimettersi fra di loro.
“Ve… Venerabile Shaka!”esclamò, senzatrattenersi, tirandosi quasi indietro per la sorpresa.“Venerabile Shaka,voi…!”
“Ahn?”
Grazie, Venerabile Shaka!”boccheggiòCygnus, osservandolo con autentica, profonda ammirazione, come se conle suestesse mani egli avesse strappato il velo di Maya, che ottenebrava isuoi sensicon la fallacità dell’illusione, e ora glirivelava il Reale. E tutto questoaccomodandosi al tavolo. Senza dubbio, Shaka di Virgo eral’uomo più vicinoagli dèi.
“Il… il Venerabile Shaka!” Hyoga sivoltò precipitosamenteverso Milo e Camus. “È davvero come sidice!”
“Sì!” confermò subito Milo,brillando della stessaluce.
Sembravano entrambi increduli, per due rivelazionidiverse.
“Possiede il potere di illuminare la mente!”
“Altroché!”
“E squarciare il velo di Maya!”
“È questo, Hyoga! Il Risveglio!”
Ma che cazz-?
Nessuno badò a Ikki, il quale non aveva capito niente.
Se ne stava basito con il suo caffè in mano,osservando un bronze e un gold saint comportarsi come due cretinirimbecilliti,mentre quell’altro si era bellamente appoggiato su di luicome su un trespolo,a scanso di affaticare le candide gambe, probabilmente.L’unico sano parevaessere rimasto Camus, che però proprio in quel momentopoggiò con un rumoresecco il bicchiere da cui stava bevendo, constatando, con aria pregnadisolennità: “Già.” E rivolselo sguardo all’orizzonte.
Ecco perché Hyoga di quel periodo era tantostrano, stava riflettendo.
Ne abbiamo perso un altro, si sconvolgevainvece Phoenix. Ma possibile che in difesa del Grande Tempio, che aquanto nesapeva lui era la base centrale di tutta la baracca, ci mettessero ipiùflippati? Ma li sceglievano apposta? Roba da non credere.Così, nell’elogiocomune di Shaka, che il Buddha non commentava ma si guardava bene dalmettere atacere, Ikki di Phoenix si finì il suo caffè ecominciò a pensare a dove andaredavvero, in vacanza.
Sicuramente in un posto molto, molto lontano dalì.

 
Autore:Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
PersonaggiPrincipali: Gemini Saga, Sagitter Aioros
Rating:PG-14
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
Inproposito: “Perchémai sei venuto qui, amico diletto?” chiese ancora e rese lavoce più affabile, quasi dolce. Ingannevole in quel modoletale. “Oraavvicinati. Per un istante almeno abbracciamoci e abbandoniamoci alpianto e al dolore”.
Saga sta esercitando il potere alSantuario, dopo avere effettuato il colpo di stato. In preda allafollia e al rimorso, non si addormenta. E Aioros torna dal mondo deimorti a fargli visita.
Una Aioros/Saga che segue una Achille/Patroclo.

Disclaimer:Kurumada, regalameli
Cose: Dedichiamolaal mio Camus,che mi chiama dal mare leggendomi saggi suimiti Greci e che il giorno successivo piange e mi insultaperchè si becca una vagonata angst con la coppiapiù epica del Santuario. La dedichiamo ad Aphroditeperchè  cerca con me i passi più bellisu Skype e  con me ci  gnaula sopra. Al nostro PonteficeShion e  ad Hadessamache di certoapprezzeranno. E a  Philosa  cui spero che piaccia. Stousando il plurale maiestatis perchè, oltreche Milo, stasera faccio anche un po' Aioros. .__.  <3


Che amai sempre
 questo ti sia prova:
che per quanto abbia amato
non ho vissuto abbastanza.
Emily Dickinson


Dalla finestra giungeva solo il rumore delle onde del mare che si frangevano sulla battigia.
Il sonno lo aveva quasi vinto e aveva appoggiato la nuca allo schienale del seggio – convinto di non meritare il letto, gli agi che allentano gli affanni dal cuore – quindi credette di sognare quando vide venire a lui l’ombra infelice di Aioros, a Sagitter simile in tutto e per tutto: la figura, gli occhi bellissimi, la voce, gli abiti che vestivano il suo corpo di fanciullo.
Si fermò davanti al trono.
“Perché mai sei venuto qui, amico diletto?” domandò Saga e già stringeva il pugno fino a farsi sbiancare le nocche. Poiché Aioros non rispondeva, odiato Aioros, si sporse in avanti, caricò il pugno e scaricò il colpo contro la povera ombra. Non la ferì più di quanto colpì la penombra della sala. Scoprì i denti in un sorriso ferino e i capelli scuri gli scivolarono in avanti, sul petto.
Sentì l’antico odio montargli dentro come un fuoco, una pira funebre, prendergli il cuore. L’antico desiderio ardente.
“Perché mai sei venuto qui, amico diletto?” chiese ancora e rese la voce più affabile, quasi dolce. Ingannevole in quel modo letale. “Ora avvicinati. Per un istante almeno abbracciamoci e abbandoniamoci al pianto e al dolore”.
Si sporse in avanti ancora, gli occhi riarsi dalla follia e dalla febbre, arrossati dai capillari in tensione. Li puntò verso l’ombra defunta del bastardo che nel sole di Atene gli sorrideva ottuso, lo toccava con la mano di un compagno d’arme, senza mai concedersi.
Senza mai capire, Aioros di Sagitter, povera triste ombra tornata dall’Ade.
Ah, ma c’era modo di fargli intendere tutto, adesso. L’avrebbe afferrato, strattonato per i capelli - morbidi riccioli come di Febo Apollo – piegato con forza, l’avrebbe sbattuto a terra, sul pavimento. E che ringraziasse, che non stava domandando soddisfazione appieno, altrimenti avrebbe dovuto sdraiarlo nel fango, nella polvere, nel liquame.
L’avrebbe sopraffatto, umiliato, smembrato, usato violenza fino a farlo gridare e sanguinare. L’antico odio, l’antico desiderio ardente. “Ora avvicinati, Aioros”.
Così disse e tese le braccia, ma non strinse nulla.
Tale fu l’impeto con cui lo fece che sibilò quando chiuse le membra su se stesso, affondando le unghie nella carne delle proprie costole.
Ruggì, gli occhi secchi e doloranti, la testa che gli pulsava dolorosamente imponendogli l’unica urgenza di sottomettere Aioros. Sì girò a cercarlo.
Il ragazzo defunto lo guardava sereno di rimando. Ombra nell’ombra rivolgeva lo sguardo con gli occhi colmi di una tristezza ancestrale, che ha conosciuto la rassegnazione e poi la pace. Gli sarebbe balzato addosso e l’avrebbe preso con la forza, pretendendo il piacere che Sagitter non gli aveva mai dato.
“Tu dormi e di me ti sei dimenticato, Nobile Saga”.
“Dimenticarti?” latrò il Pontefice “Credi sia possibile?”
Sentì il dolore sgorgargli nel petto come se Sagitter il maledetto – nella polvere, deve stare nella polvere – ci avesse piantato la daga d’oro capace di uccidere gli dèi. Sentì la mente che minacciava di strappare il suo grigio, delicato tessuto. Sentì le lacrime sulla soglia delle palpebre.
“Non mi trascuravi da vivo” mormorò Aioros “Non ti curi di me ora che sono morto”.
“Aioros”.
“Dammi la mano. Mai più tornerò dall’Ade, dopo che ti avrò detto quello che ho da comunicarti, Nobile Saga. Mai più nella vita, come accadeva nei giorni degli allenamenti nel sole, ci scambieremo consigli. Mai più sarò tuo modello e mai più tu lo sarai per me. Mi ha inghiottito, ormai, la morte che ebbi in sorte alla nascita. Anche per te è destino, Saga di Gemini, pari degli dèi, morire sotto queste sacre mura.”
Saga strinse i denti.
La collera si sgonfiava, la sentiva abbandonare il suo corpo come l’acqua delle terme nascoste quando si sollevava, fiero e potente, dopo avere preso il bagno quotidiano. Non c’era niente di autorevole, adesso, nel proprio fisico tremante, le spalle larghe incassate, le braccia modellate dalla guerra abbandonate ai fianchi. Si maledisse per la propria debolezza. Maledisse Aioros perché anche da morto riusciva a fare ciò che aveva sempre fatto da vivo: trasformare il suo acciaio in languore.
“Ti odio” disse all’ombra dell’Ade, ma ormai le lacrime – umilianti e sincere – scivolavano sulla sua guancia di uomo. Erano passati anni da quando era stato fanciullo, al fianco di Sagitter che ancora viveva. “Mio Aioros”.
Singhiozzò.
Mio Aioros.
“Ma un’altra cosa ti dico e ti chiedo, se vuoi ascoltarmi” domandò ancora la misera anima, innocente e crudele com’era stata da viva, limpida e feroce come acqua di ruscello, che esisteva e non si curava del dolore di Saga, come il sole non si cura dell’ombra che scaccia.
“Parla”.
“Non dare il tormento al tuo cuore più di quanto il fato ne abbia già messo sulle tue spalle. Nei momenti in cui le tenebre ti abbandonano stremato, smetti di darti pena per il mio destino. Non pensare noi due nella notte che ingannò il Santuario di Athena Glaukopis. Pensa a me e a te nei pomeriggi di luce e di pioggia, fanciulli, o al giorno in cui giungesti al Tempio con tuo fratello. A come i tutori e il Sommo Shion ci allevarono con dedizione perché, una volta ricevuta l’investitura a Cavaliere, ci prendessimo cura l’uno dell’altro”.
Saga singhiozzò ancora, sinistro: il riferimento al fratello che aveva annegato a Capo Sounion lo fece tremare, eppure annuì. Le lacrime che piangeva erano dolci e lenitive, pulivano l’occhio e lo rinfrescavano, dando sollievo ai capillari. La mente più lucida gli offriva pace dall’emicrania. Con il respiro affannoso si rese conto che si andavano schiarendo i suoi capelli neri, mutando nel colore familiare che era stato della sua fanciullezza, quando ancora nessun demone gli albergava nel cuore.
Benedisse Aioros perché anche da morto riusciva a fare ciò che aveva sempre fatto da vivo: trasformare il suo dolore in quiete.
“Come puoi chiedermelo? A me che sono stato la tua rovina e la mia? Quella di tutto il Tempio?”
“Te lo chiedo, Nobile Saga, perché mi tengono lontano le ombre, i fantasmi dei morti. Non lasciano che passi il fiume e che a loro mi unisca”.
“Come puoi chiedermelo, mio Aioros, amato Aioros?” sussurrò il Sacerdote e cadde sulle ginocchia davanti al trono, davanti all’ombra fredda del fanciullo guerriero. “Come puoi pretendere che il mio peccato non mi dilani?”
“Vado errando davanti alla dimora di Hades dalle ampie porte”. Sembrò preda del dolore e del gelo, mentre glielo diceva.
“Cosa ti trattiene? Non ti favorisce il mio rimorso? La colpa che dilania il tuo assassino?”
“No. Mi trattiene l’averti sorriso senza capire, nel sole di Atene. Il toccarti con la mano di compagno d’arme senza concedermi come un amante”.
“Taci!”
Saga spalancò gli occhi, blu come il mare, non nella follia demoniaca da cui era invaso, ma nella collera del giusto. Afferrò da terra il bruciatore di olii sacri e lo scagliò contro l’ombra di Sagitter. Il recipiente andò a sbattere contro al trono, in un rumore metallico che risuonò dolorosamente, poi fracassò a terra, rimanendo basculante sul marmo.
Aioros non si era mosso, perfettamente calmo e innaturale. La compostezza dei morti.
Saga sentì il petto pieno di lacrime e ne pianse ancora.
Come per metterlo più a suo agio, Aioros sedette sul seggio. Occhi dell’uno appoggiati negli occhi dell’altro.
“Taci! Non sei tu Sagitter, ma un ombra ingannevole venuta a gettar sale sulle ferite aperte! Vattene adesso!” Saga si spinse verso l’ombra, camminano sulle ginocchia nella tunica pontificia scomposta. “Vattene, sirena incantatrice! Ombra degli inferi, mi torturerai quando sarò morto!”
“Non ti inganno. Non ti torturo. Devi smettere di piangere perché io trovi pace, Nobile Saga”.
“Taci!”
“Mio Saga”.
“Taci, che il Padre Zeus abbia pietà di te, ombra, taci”. Le parole di Saga scivolarono in un pianto sconnesso, virile, seppur in quell’assenza di consolo. Crollò disperato, la fronte sulle ginocchia del fanciullo Aioros, seduto sul trono che il Sommo Shion aveva a lui affidato.
Mio Saga, mi ha chiamato. Mio Saga.
“Ti ho amato quanto tu hai amato me, mio Saga. Sulle colline sacre, negli uliveti, sulla costa a strapiombo io ti amavo del tuo stesso amore. Ma per quanto ti abbia amato, non ho vissuto abbastanza”.
Gemini che era diventato Pontefice con la forza pensò alle luci dell’alba che avevano visto insieme, aurora dopo aurora, agli allenamenti nell’arena, alle mattine di sole ad ascoltare i mentori declamare Omero ed Eschilo, alle missioni che Shion affidava loro a Rodorio, ai pomeriggi di pioggia, dopo gli allenamenti, in cui si sdraiavano negli alloggi l’uno di fianco all’altro, seminudi. Aioros chiudeva gli occhi con un sorriso sulle labbra piene, i riccioli abbandonati sul cuscino, una mano sul ventre l’altra appoggiata al lato del viso. Ascoltava la pioggia cadere. Saga lo guardava come si sarebbe guardato un dio e fremeva dalla voglia di toccarlo – amante e non compagno d’arme – e invece non lo faceva, mordendosi le labbra.
Ti amavo del tuo stesso amore.
“Taci, ombra. Se sei davvero il mio Aioros, taci.” Gemette.
Aioros tacque.
Saga sospirò abbandonato sul suo grembo. Non lo sentiva nemmeno più freddo, come un’ombra sarebbe dovuta essere. Sotto la guancia, appoggiata sulle sue cosce, adesso sentiva quasi calore.
Pensò a quello che avevano perso – uno la vita, l’altro l’anima – e si sentì tremare.
Gli sarebbe bastata una parola di Sagitter, la sua luce, per scacciare il buio che lo divorava. Aioros che era al suo fianco, ma guardava l’orizzonte e non lui, non l’ombra nei suoi occhi.
Non avrebbe dovuto lasciarlo. Morendo aveva incrinato il patto tacito che li vedeva uno modello dell’altro. Aveva spezzato l’equilibrio. Aveva interrotto quello che Saga aveva aspettato da sempre, sdraiato sulla branda sotto al temporale accanto caro, caldo corpo di Sagitter.
“Non avresti dovuto, Aioros” disse soltanto.
“Perdonami, mio Saga”.
“Tu devi perdonare un folle”. Lo disse rapidamente, prima che il demone tornasse a prenderlo, prima del sorgere del sole, prima dei suoi capelli scuriti, da affondare sotto all’elmo. “Ma io non posso non versare lacrime per te, amico mio amatissimo, che ora giaci con il corpo straziato, perché io non patirò mai più dolore più grande, finché sarò in vita. Ho incrinato il patto tacito che ci vedeva uno modello dell’altro. Ho spezzato l’equilibrio. E adesso piango per te, mio Aioros, che sei sempre stato così dolce”.
Ancora strinse i pugni facendo sbiancare le nocche. Affondò il viso nelle cosce di Aioros, amato e amante che si riconoscevano dopo l’abisso della morte e pianse ancora, a lungo. 
“Dammi la mano, adesso” domandò Sagitter, fanciullo defunto, che era venuto ad affermare l’amore per Saga “Un’ultima volta, perché anche se veglierò sul Tempio, mai più tornerò dall’Ade ora che ti ho detto ciò che dovevi sapere”.
Il Pontefice singhiozzò senza vergogna, sollevò il viso a quello dell’amato che gli sorrideva, col terrore di vederlo dissolversi sotto ai propri occhi.
“Certo, ti obbedirò, farò tutto quello che chiedi. Ora, però, avvicinati. Per un istante almeno abbracciamoci e abbandoniamoci al pianto e al dolore”.
Così disse e tese le braccia, ma non strinse nulla.
Come fumo scomparve l’anima sotto la terra. Se ne andò sibilando.
Saga afferrò con le mani sbiancate il seggio vuoto e gemette, solo con il rumore delle onde del mare che si frangevano sulla battigia, dalla finestra.
 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Erotico, Introspettivo
Personaggi Principali:Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: NC-17
Avvertimenti:
 OneShot, Lemon, Yaoi
In proposito:
Erala Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Era Shaka; tornavi ed era turbine e profumi stordenti, labirinto senzafine.

Il laccio, la trappola in agguato, nonè affatto facile da distinguere.
Non sempre ha la forma di un laccio. E non sempre lasciarti legareè poi così doloroso
.
Disclaimer: Kurumada non scrive lemon per ilgusto di farlo fare a noi.
Cose: Questa èuna LEMON SHAKA/IKKI. EShaka è il seme, sì! <3Non liavete trovati adorabili? Come avrò già detto unpo’ ovunque, ho cominciato daun (bel) po’ a shippare la Shaka/Ikki, ingiustamenteimpopolare in Italia. Io e Milodi Scorpiostiamo dedicando una serie di drabblealnobilissimo scopo di diffonderla, e oggi ilDio del Porno mi ha fatto dono anchedi questa. Ringraziamolo tutte assieme.Ildialogo finale… a voiattribuire il senso di legame. È chiaroche si tratta di un legamesentimentale. È anche vero che sono due tipi strani, questiqua, decisamentepoco sentimentali. Ma…<3 Vabè, no, non mi sbilancio.Ghhh.

Tornare dalla polvere, da un lungo viaggio, e sentirsi soffiare verso l’entrata di un luogo sacro.
Tornare dalla polvere e aspettare a farsi strada nei corridoi freschi. Ancora un po’.
Si poteva rimanere in piedi ancora a lungo, a sentire il vento tra i capelli, il vento che era stato un fastidio lungo tutto il cammino in salita, ed ora solo una blanda carezza sul collo, stranamente piacevole. Phoenix, che di rispetto per il sacro ne aveva sempre avuto solo lo stretto necessario, piantò i piedi fermi a terra per una manciata di minuti, studiando l’interno oscuro del tempio. Non l’avrebbe studiato in maniera tanto intensa neppure se all’interno lo stesse attendendo un nemico. E aveva le sue buone ragioni.
Storie antiche di chi aveva visto si erano dilungate, nei secoli, a descrivere l’espressione di Siddharta Gautama, che aveva stravolto le folle: un viso tranquillo, né allegro né triste, solo illuminato da un sorriso interiore. Quietamente raggiava, in piena calma, il suo viso imperscrutabile, un mezzo sorriso nascosto sulle labbra. Un sorriso dolcissimo, un sorriso di scherno.
Incastrare i corpi era sempre una sfida, per loro due.
Due prevaricatori, si ritrovò a constatare Ikki, un mezzo ghigno in faccia, sicuramente meno silenzioso e meno soave di quello del Buddha. Che lo restituiva, tuttavia, senza vederlo da sotto le palpebre abbassate.
Shaka gli sorrideva spesso, con aria beffarda. Era una cattiva abitudine che si portava dietro dal memorabile scontro alla Sesta Casa, e nessuno sarebbe riuscito a lavargliela via dalla faccia. Ikki poteva ruggire, dibattersi, insultarlo, piegarlo a viva forza. Ma non c’era modo di cancellare quel mezzo sorriso che, anche se svaniva, ricompariva nei momenti più inaspettati. Era qualche residuo testimone di una superiorità troppo connaturata nelle carni di un uomo che è anche l’Illuminato, che è colui che sa. La cecità di questa vita mortale gli aveva fatto commettere degli errori per cui si era costretto a fare voto di umiltà: grosso smacco. Trattava Ikki come suo pari, dunque, contentandosi di schernirlo in quella sua maniera, soave, quasi distratta.
“Maledetto figlio di puttana!”
D’altro canto, Ikki non era certo uno che le mandava a dire.
Shhht.”
“Mmmh.”
Dita sulle labbra, complici, come altri sorrisi.
Gemito contrariato.
Gemito soddisfatto.
Ah, sì. Incastrare i corpi, per loro due, era davvero una sfida.
Shhht.” Dita seriche sulle labbra, ancora. “Silenzio. Ascolta.”
Ikki chiuse gli occhi, e le mani di Shaka cominciarono a scendere lentamente dalle sue labbra al suo collo, carezzando piano le clavicole sporgenti, il petto gonfio di parole non dette e trattenute con stizza. Il santo della Vergine si domandava, con un sorriso impercettibile, quante di queste fossero insulti diretti a lui. Domare la Fenice, irrequieta e sfuggente, non era cosa facile. E come fermò le mani, gli occhi di Ikki si riaprirono di scatto, attenti, come se non si fossero persi un movimento fino a quel momento.
“Rilassati.”
“Tsk.”
Lo provocò l’altro, passandogli sbrigativamente una mano dietro la nuca.
Shaka gli prese il viso fra le dita, e si fece attirare in un bacio profondo, sbrigativo, in cui lo trattenne a lungo, mentre le loro gambe si sfioravano, si toccavano, e le mani di Ikki gli scorrevano pesanti lungo tutta la schiena. Un sospiro nervoso, quasi stizzito. Un sorriso di Shaka. E improvvisamente l’incastro era preso, le membra si muovevano assieme, negli impercettibili, morbidi rumori che avevano le cose più preziose e sfuggenti. Le foglie rosse morenti d’autunno, fruscianti. I rovesci estivi, le onde del mare che s’ingigantiscono e s’infrangono.
Tutto come corpi caldi, in subbuglio, come i muscoli inquieti che si premevano e si tendevano e si scioglievano l’un l’altro, fra baci sempre più umidi, sempre più pressanti. Sempre più aggressivi.
“Shaka…” sibilò Ikki. Ed era impossibile dire se fosse più un’invocazione o una minaccia.
Se prima i loro tocchi erano le carezze insinuanti scambiate addosso a un muro, a una colonna, che passavano attraverso vestiti sempre più stretti, ora Shaka lo stravolgeva, rovesciandolo sui cuscini. Petto contro petto, non gli lasciava aria da respirare, soffocandolo con il suo corpo, con i capelli lunghissimi e insidiosi, con le mani che lo toccavano ovunque, come creta da modellare. Non gli lasciava aria da respirare. Occupava tutto con la sua presenza. Ogni anfratto e ogni cosa davanti ai suoi occhi, ogni odore ed ogni respiro, fin dentro. Fin dentro.
Prepotente.
Gli apriva le gambe.
Lo baciava caldo, instancabile, lo guardava.
Lo guardava, senza una parola.
Mandava Ikki su tutte le furie.
“Cosa aspetti?”
Roco, scalpitante, Ikki lo afferrò senza delicatezza, tirandolo a sé, cercandolo senza pace.
Ubriaco, Ikki ansimò sotto di lui, gli occhi adirati piantati su quel corpo candido, su quel corpo puro. Su quel viso maledetto che l’aveva ucciso. Molte volte, in uno stillicidio degno delle migliori antiche torture.
Cosa aspetti?
Non gli lasciava aria da respirare.
Era la Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Era Shaka; tornavi ed era turbine e profumi stordenti, labirinto senza fine.
Ikki si ritrovò sotto di lui, a gemere roco, preso – l’aveva fatto. L’aveva afferrato per le anche con tutta la dolcezza e la fermezza di cui era capace, Shaka, e aveva inarcato quella splendida schiena per rovesciarsi all’indietro, sotto i suoi occhi fiammeggianti, ed entrargli dentro, tra le cosce muscolose salde ai suoi fianchi che gli offrivano resistenza. L’aveva preso e con un movimento sciolto si era spinto dentro, facendo forza, chinandosi su di lui in un ansito bollente, in un guizzare di spalle che Ikki andò a stringere come se ne dipendesse dalla sua vita. Forte. Stringendo i denti. Si chinò ancora, Shaka, sfiorando con il ventre la sua erezione, e fu allora che Ikki lasciò andare un gemito profondo, al suo turno di inarcare la schiena e lasciarselo scivolare dentro. E sentirselo scivolare dentro.
Era la Sesta Casa; si trovava preso e vinto, ad imprecare tra i denti, perché tutto ciò che si era faticosamente costruito, che aveva faticosamente messo in piedi a sudore e sangue, in quella manciata d’anni, Dio, se aveva sputato sangue, tutto di fronte a quella gloriosa bellezza, tutto si sbriciolava in frantumi nuovi fiammanti. Ad ogni spinta, ad ogni morso alla sua bocca, era schiacciato e soverchiato, mentre il suo corpo gli urlava di no, e gli urlava di sì, di dargliene ancora e di dargliene di più.
Perché Shaka era forte, e l’aveva saputo catturare.
Perché Shaka spingeva con un ritmo lento, un ritmo che gli si scioglieva dentro come tutto quello che era suo, potente e superbo. Lo faceva affondare tra i cuscini, una spinta dopo l’altra, una carezza dopo l’altra, a risvegliare brividi sempre più violenti. Sorrideva. Un sorriso dolcissimo, un sorriso di scherno.

“Sei tornato.”
Ikki non risponde, continuando a fissare le pieghe bianche delle lenzuola. Appoggia il capo di lato, tuttavia, posandolo sulle braccia conserte. Rilassa il collo, forse per la prima volta in quelle ore.
“Mh” mugugna, affermativo, senza voler evitare una risposta. Solo pensoso.
“Devo pensare che ti tratterrai, questa volta?”
“Chi lo sa.”
“Non fraintendermi.”

Shaka lo tocca delicatamente sulla schiena, come la carezza del vento sulla nuca, saliti i gradini. La stessa sensazione di essere in qualche modo accolto. E intona a voce bassa, senza sfumature di emozione personale, in una voce abituata ad indottrinare le folle e rassicurare il più ferito degli animali:
“Puoi tornare quando vuoi. Puoi andartene. Io non ti tratterrò.”
Lo sa.
Lui non lo tratterrebbe.
Affatto.
“Hai paura, Ikki?”
“No.” Ikki alza lo sguardo, e quando risponde è sincero, né più né meno: “Io non ho paura di niente.”
“Sì. Era quello che volevo sentirmi dire da te.”

E detto ciò, il suo discorso si snoda come è d’uso in metafore più grandi – come se Shaka non fosse capace di parlare altrimenti. Ricche parole, come le ricche illusioni che sa snodare dalla punta delle dita, ferme nelle figure di mille mudra diversi, e per ognuno un’illusione, una dottrina, una parabola.
“Qui non troverai labirinti in cui perderti, neppure demoni che cercheranno di trattenerti. Non hai nessun legame, qui. Nessun laccio che ti costringa, nessun cappio attorno al collo.”
Sciocchezze, belle sciocchezze. Il labirinto è nella sua testa, e non solo i demoni decidono di trattenere i mortali, men che meno in quella terra mediterranea, ospite di dèi superbi, avvezzi a rapire le loro vittime.
Ma nessun legame, no? Nessuna di quelle scomode pretese, di occhi fiduciosi. Nessun laccio, nessun cappio. Non c’è rumore di strida ferite, né di artigli che raspano il terreno.
Ah, è bravo, Shaka, a rassicurarlo. Senza dubbio. Non lo sente quasi, il laccio, un filo invisibile, teso a tarpargli le ali se solo azzardasse una mossa troppo secca. Se c’è, non lo sente, addolcito da quelle parole confortevoli.
Se c’è. Ikki stringe i denti, rabbioso, attirando l’altro uomo a sé, seccamente:
“Lo so. Lo so.”


Era un bisogno insopprimibile. Una volta che le loro mani si erano posate l’uno sull’altro, smettere era fuori discussione. Così, le mani bianche sul corpo dell’altro, Shaka aveva finito per lasciare da parte ogni proposito, di qualunque genere. Non che se ne fosse mai posto alcuno.
C’era che Ikki era arrivato, un giorno, stagliandosi all’ingresso con una spavalderia mai vista in un mortale, con quell’irritante mezzo sorriso da uomo vissuto sul viso abbronzato. Era giovane, e sembrava tutt’altro che un ragazzino. Era un uomo, ma era ancora testardo e caparbio, e troppo, troppo orgoglioso. Un po’ come lui.
C’era che Ikki aveva due occhi scuri e penetranti, e un modo di muoversi come animale selvatico, sempre irrequieto, sempre girovago. Mescolava la postura rilassata e strafottente di chi ha la situazione sotto controllo e i sensi all’erta di chi si aspetta sempre che tu sia pronto a colpirlo con una mazzata alle spalle.
C’era che Ikki lo trattava da pari a pari senza farsi scrupolo sulle formalità, e c’era che poteva pure permetterselo. O se non era così, riusciva quasi a convincertene. Ed era tutto lì.
Shaka seguiva i contorni dei pettorali, degli addominali scalpitanti. Tra i solchi di quella pelle di bronzo, senza trascurare un centimetro, vagava perdendosi in migliaia di viaggi, senza una rotta che non fosse quella dettata dal calore sotto i suoi palmi. Ikki si sporse verso di lui, i muscoli molto più rilassati rispetto a quando era arrivato, e senza una parola lo attirò a sé, di nuovo, la mano ruvida sulla sua nuca. Senza il minimo imbarazzo, assecondando il suo movimento, Shaka appoggiò le labbra dove veniva guidato, ripercorrendo le stesse mete, il petto forte, il ventre, l’inguine, le gambe scattanti, la vita che poteva circondare con le braccia.
Lentamente, passò il palmo sul suo ventre, scendendo verso l’inguine, risalendo nell’impugnare la sua eccitazione, calda e più dura, adesso che reagiva alle sue carezze. Lentamente, la strinse, piegando ogni singolo dito della mano per sentirlo gemere, roco, sopra di lui. Adorava sentirlo tendersi e sentirlo mettersi in moto, quella macchina perfetta e reattiva, quando i loro corpi con tutta quella naturalezza prendevano a desiderarsi, ad attrarsi come poli magnetici, una vibrazione, uno schianto.
Ikki si inarcava.
Shaka gli scorreva le mani nella conca della schiena, sollevandolo per le reni.
Si intrecciavano, premendosi l’uno contro l’altro, ed era già un moto innescato.
“Shaka…”
Ore ed ore a quel modo, dondolando in un’estasi bruciante.
Shaka!
Rare, le volte in cui invocava il suo nome.
Moltissime quelle in cui tratteneva i gemiti rauchi.
Poche quelle in cui vi riusciva.
Preferisce che rimanga una passione senza nome, qualche cosa di ingovernabile e selvaggio che non è in suo potere controllare. Poi cambia idea e leva la voce, perché tutta la bellezza lo colpisce come uno schiaffo, ed è umiliante lasciarla senza nome.
Shaka gli rovesciò il capo all’indietro, lo baciò sul collo, sulla gola da cui vibravano versi rochi; perdeva la delicatezza mano a mano che carezzava, e poi toccava, e poi afferrava. E poi fu una lotta, e poi s’innescò il fuoco, e piovvero baci e morsi, mentre il fuoco bruciava trascinandoli dentro in due.
Per l’ennesima volta in quel pomeriggio afoso, Shaka immerse la mano fra le sue gambe, gliele divaricò, ansioso ed affamato, e con un lampo indecifrabile negli occhi azzurri spalancati, come se avesse subito un oltraggio, lo penetrò con forza, godendo del suo gemito rabbioso, del suo abbandono fra le lenzuola.
Ikki serrò le cosce attorno al suo membro duro, carne su carne, stringendolo dentro di sé, tanto da mozzargli il respiro. E Virgo fu costretto a rilasciare lentamente il fiato, bollente, tremando come mai aveva tremato in vita sua.
“Ikki…” soffiò, labbra su labbra, subito divorate. E i loro corpi diedero il via ad una danza frenetica, le mani di Shaka che gli sollevavano il bacino per impartire spinte ben assestate, ritmiche, Ikki che inarcava la schiena e muoveva il bacino in un controtempo mortale. Stringeva i denti, Ikki, si aggrappava alle sue spalle, come in una lotta all’ultimo sangue, ed assecondava, ed ostacolava i suoi scatti, brividi su tutto il corpo. Shaka contraeva il viso, quel bellissimo, immacolato viso, in espressioni furiose, sconvolte, di puro piacere. Ikki non poteva fare a meno di gridare. Non poteva farne a meno. Mentre aumentavano e aumentavano ancora il ritmo, assieme, le cosce spalancate dalle sue mani – che erano più forti di quanto sembravano – Ikki godeva. E Shaka, su di lui, lo catturava e veniva catturato senza scampo, divorato dalle fiamme, gli scatti del bacino sempre più irregolari, le mani a manovrarlo, a stringere forte tra le sue gambe, a dirgli con ogni più piccolo tocco bruciante che era suo, che stava stringendo il laccio. Che si stava facendo male a sua volta, forse, a tendergli quest’enorme, dolorosissima trappola.
“Ah! Shaka…!”
Ah.”
Ahh.”
 Bruciava, però, molto più di prima. Le spinte erano irregolari. Shaka aveva perso il sorriso beffardo, aveva perso l’aria composta, aveva perso tutto ciò che di lui Ikki aveva odiato e temuto ed ammirato nella battaglia. Restava quel corpo magnifico tutt’uno col proprio, macchina perfetta di dolore e di piacere, e lui stesso si stava inarcando al massimo, abbandonando le braccia sui cuscini, invocandolo un’ultima volta, una ancora, nel delirio che gli pizzicava le carni, i muscoli gonfi, ribollendo per liberarsi.
E quando lo fece, nel piacere straniante, Shaka lo sentì irrigidirsi e contrarsi in quella maniera spaventosamente eccitante, serrandolo dentro come non avrebbe mai potuto fare. Affondò in lui con un gemito profondo, di gola, e lo riempì, esplodendo in un orgasmo furibondo.
Era la Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Ed eri sicuro che ogni grido che levavi in quella casa, il vento l’avrebbe portato via.

“Nessun legame.”
Phoenix contemplava il cielo stellato, dall’altra parte della stanza. Ormai era notte, e Shaka giaceva al suo fianco, apparentemente addormentato, il fianco scoperto. La luce notturna lo faceva sembrare ancora più candido, una macchia opaca tra le lenzuola, nella sua innaturale perfezione. Si era chiesto spesso perché, indiano d’India, Shaka si presentasse così a lui, con quei capelli biondi di ninfa, la pelle candida. E quegli occhi. Ma immaginava che fosse una di quelle domande a cui lui, elegantemente, non avrebbe risposto. Giaceva composto a letto, nella sua immagine incontaminata, dai lineamenti perfetti, come si addice alla creatura più preziosa dell’Universo. Probabilmente era giusto così.
“Come dici?”
“L’hai detto tu.”
L’illuminato, il santo più vicino ad Atena, si rigirò leggermente, appoggiando meglio il viso al cucino, il ventre al materasso. Pareva quasi avere risposto per riflesso, già per metà addormentato. Ikki fissava il suo fianco scoperto, troppo stanco per meravigliarsi di come si addormentasse così placidamente al suo fianco, uno accorto e prudente al pari di Virgo. Ma forse, anche questo era giusto così. Si accese una sigaretta, aspettando che al suono dell’accendino seguissero gli strepiti del padrone di casa, e uno schiaffo dritto alla mano che inquinava la sua casa, e invece niente. Doveva essersi veramente addormentato.
Si alzò dal letto, pensieroso, per andare a fumare direttamente nella notte buia e stellata, accostandosi alla finestra.
 “Nessun legame.” Soffiò, quasi, appoggiato al davanzale. In una boccata profonda, girò appena il capo verso il letto bianco, senza particolari sfumature di emozione nella voce. Poi sorrise. “Certo che, per essere l’Illuminato, sei anche molto sciocco, Shakamuni.”

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Azione, Commedia
Personaggi Principali:Gemini Kanon. Leo Aioria, Scorpion Milo
Altri Personaggi: AquariusCamus,Aries Mu, Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai, What If
In proposito:Milo,cavaliere di Scorpio, ne aveva viste tante nel corso dei suoi anni dicombattimento.
{WHAT IF: post-Hades con presenza di cavalieri vivi e vegeti, yay!}

Disclaimer: Tutto del Kuru, tutto del Kuru!
Cose: 
Tantiauguri al nostro splendido Milo,che compie gli anni.Avendo Athena usato su di noi il Misophetamenos,ovviamente, per noi il tempo è un’inezia e saremotutte per sempre splendide diciottenni.Ad ogni buon conto, le feste sono sempre una buona occasione diprodurre stronzate come questa fanfic, quindi le teniamo daconto. <3  Titolodella fic & relativa citazionesono © degli ABBA.Wahahah!
Il suggerimento poteva venire solo da Hades,comunque. Grazie, Hadessama!
Il suggerimento è venuto da Hades solo perché inquel momento Aphroditeera a cena.
Ringrazio tutti e due in quanto cavie da imbizzarrimento. Ghghgh.

Ununico rimpianto riguardo a questa fanfic. Ilmalefico canarino Biki– sì, si chiama Biki, non chiedetemiperché – non è farina del miosacco, e questo mi spezza il cuore a metà. Diamo a Cesareciò che è diCesare: il concept del personaggio che si è formatoè tutto per meritodei roleplay miei e di Fleur, ma la fonte d’ispirazioneè la serie afumetti parodica SD Seiya.Non conosco l’autore/gli autori, ma se capite lo spagnolopotete trovare le scans in questo sito. Mentre questo sulla spalla di Shakaè Biki. Veneratelo come si conviene.

Waterloo

You won the war



My my, I tried to hold you back but you were stronger

Oh yeah, and now it seems my only chance is giving up the fight!


“Avete visto Camus?”
Esordì così, Milo, affacciandosi tra le colonne più interne della Quinta Casa.
Rilassò impercettibilmente le spalle, il peso dell’aria afosa che si sollevava mano a mano che il cavaliere si addentrava nel fresco del Tempio. Il sole di Grecia sapeva spaccare le rocce, d’estate, eppure di solito le brezze marine soffiavano sui templi arroccati sull’altura dello Zodiaco; quel giorno l’aria era ferma. E se c’era una cosa peggiore dell’afa, senza dubbio erano gli effetti imprevedibili che essa aveva sul cavaliere di Aquarius. Lo cercava fin dalla prima mattina, senza risultato, seguendo la discesa soleggiata sino oltre la metà della scalinata del Santuario.
Una botta sorda, un colpo secco, e finalmente, un paio di risposte bofonchiate:

“Veramente, no.”
“Con questo caldo, non sarà uscito di casa!”
“Atterrato!”

“Cos…?!”
“A casa non c’è” informò Scorpio, per poi arricciare buffamente il naso, sporgendosi ancora di più. Sul momento non aveva fatto caso ai rumori confusi – normali, considerato l’ospite di Aioria – ma una volta entrato dovette ritrarre i piedi e fare un salto per impedire ai due valorosi guerrieri in piena lotta di rotolargli addosso.
“Molla la presa! Molla la presa!”

“Kanon!” rise Milo, sollevando un altro piede, e guizzò di lato, divertito. “Ma che diamine ti hanno fatto giù da Poseidon, eh?”
“Le alghe nel cervello, gli hanno messo!” ululò Aioria, schiacciato dal peso del suo avversario.
“Bada a come parli, spelacchiotto!” se la sghignazzava il più recente acquisto del Santuario. Gran bell’acquisto, doveva ammettere Milo di Scorpio. Gonfiò il petto, orgoglioso, al ricordo di quel riconoscimento sanguinoso, quel battesimo in una notte nera e inquieta. Lui l’aveva riconosciuto a nome di tutti, aveva visto le lacrime sincere e commosse rigare il volto del suo nuovo compagno. Gran bel colpo, Kanon di Gemini. Forza da vendere, coraggio da veterano, la scaltrezza di Ulisse, e il più veloce dito di Grecia ad apprendere la combo pugno-pugno-calcio-salto-sfondamento, per chiudere con L1 e mossa speciale.
“Questo è sleale!”

“Non lo è affatto!”
“Mi hai messo tu per primo le mani sul joystick!”
“Perché ti si stava staccand—”
 “Vallo a dire a Poseidon!”
E giù un’altra zuffa. Milo li seguiva con lo sguardo, felino, valutando per che pertugio infilarsi nel rotolamento selvaggio e dimenticare il caldo asfissiante con una bella rissa, ma il caldo gli fece ritornare in mente Camus.

“No, davvero, ragazzi, avete visto Camus?”
“Di qui non è passato!” Si riscosse Aioria, sempre sveglio. Si allungò diffidente a regolare ed azzerare il volume della televisione – i Gemini e Leo sullo schermo si erano bloccati in pieno caricamento cosmo, e facevano da sottofondo alla conversazione con le loro urla elettroniche – ma Kanon sembrava più che altro concentrato su quel che diceva Milo. Tanto meglio. Gli rifilò un pugno mentre lui non vedeva. E poi un altro.
“Altrimenti l’avremmo invitato a giocare.”
Milo scosse bonariamente la testa, allungandosi a scompigliare brutalmente i capelli a tutti e due e sghignazzando ai loro brontolii contrariati:
“Vi avrebbe battuti entrambi.”
“Ehi, non resti?”
“No, vado a cercarlo. Magari più giù. Magari è andato a chiedere a Mu di scalpellargli una macchina per le granite.”

“Vengo con t--Aioria, hai barato!”
“Questo è per il calcio che mi hai dato quando stavo per pararti la Galaxian Explosion!”

“Non era un calcio, era un…”
Scorpio se la batté, voltando le spalle alla lotta.
D’altro canto, due gold saint che si scontrano fronte contro fronte hanno un unico destino: la Guerra dei Mille Giorni. Aveva un buon margine di tempo per ritrovare Camus, bersi una granita e ributtarsi nella rissa.
Un’altra ora al sole senza traccia né di Camus né di un filo di vento resero Milo irrequieto e sbuffante. Sbuffante piuttosto che irrequieto, per il semplice fatto che poteva continuare a sbuffare come una vecchia locomotiva senza posa, mentre brontolare e digrignare i denti gli portavano via più energia. Un allenamento valido e sfiancante, scendere sino da Mu a piedi sotto il caldo afoso del mezzogiorno. Era approdato alla Prima Casa come l’esule peregrino errante, da uomo che aveva vissuto sia lo Sconforto che la Salvezza; ma mai come quel giorno, una in fila all’altro, in tempo dieci minuti da che ebbe varcata la soglia.
Mu, per prima cosa, gli aveva detto che no, di Camus purtroppo non aveva alcuna notizia: non l’aveva visto scendere né lasciare il Santuario, il suo cosmo era celato ai sensi di tutti, la scarpinata era stata, oltre che sfiancante, inutile, e le previsioni davano le temperature in rialzo.

Poi gli sorrise. E gli offrì del succo d’arancia e dei biscotti.
Milo cominciò a capire vagamente il debito di riconoscenza che vedeva brillare negli occhi dei giovani bronze saint nei confronti di Aries mentre era intento a mangiucchiare i biscotti più buoni che avesse mai assaggiato. E facendolo gli sovvenne:
“A proposito. Dici che nessuno è uscito, stamane, dal Tempio.”
“Nessuno.”
“Ma qualcuno è entrato?”

Mu sorrise e non disse niente. Milo strabuzzò gli occhi e appoggiò con virile foga il bicchiere sul tavolo: “E non me l’hai detto? Chi!”
“Attento al succo, Milo.”

“Oh, scusa.”
Così, mentre in due virilmente ripulivano il ripiano della cucina, il padrone di casa, garbato, e senz’alcun tono di rimprovero per l’increscioso incidente, vuotò e non vuotò il sacco:
“Non è propriamente una visita ufficiale.”
“Ma… come! Non ti ha chiesto il permesso?”
I sorrisi di Mu erano dolcissimi, ma non rispondevano propriamente ad ogni cosa.

 “…ma tu l’hai visto.”
“L’ho sentito, sì.”

“Ma hai finto che così non fosse.”
Nessuna risposta. Mu di Aries quando voleva era la cosa più adorabile e muta che Milo avesse visto. Una sfinge. Un animaletto di Pet Society. Comunque lo prese per un non pronunciato, molto politically correct per il santo che difendeva l’entrata al Grande Tempio. Si alzò, confuso.
“Non mi è parso volesse dare nell’occhio, tutto qua. Ah! Porta pure i biscotti con te!” Il compagno d’arme lo accompagnò alla porta, cordiale come sempre.

“Ti ringrazio, Mu!” Sospirò grato Milo. La prospettiva di avere con sé dei deliziosi biscotti per la lunga scarpinata del ritorno era più di quanto potesse immaginare. E Mu era veramente, veramente molto gentile. Dissipò qualsiasi confusione e dubbio rimasto – in fondo, non erano affari suoi – e tornò alla risalita. Adesso, però, il mistero non era da poco. In che cespuglio si sarà mai rintanato, Camus, pensava, per sfuggire al caldo? Non si sarebbe rassegnato. Non ora che aveva i biscotti.

“Muori, Aioros! Muori, muori, muori!
“Hah! Prendi questo!”

“Ah!”
“E questo!”
“Maledetto!”
“Sarai tu a morire, Saga!”
“Nooo!”

“Ehm, scusate…”
Aioros emise un urlo gutturale e poco credibile, nello scagliarsi su Saga. Kanon imprecò:
“Dai, Saga, non morire! Nonmorirenonmorirenonmorire!
 “Muore, invece! Il suo livello di cosmo è troppo basso!”

“Assassino!”
“Non riesco davvero a trovare Camus” miagolò Milo, nel tono più possibile convincente, per farsi ascoltare. “Siete sicuri di non averlo visto passare? Mu dice che non è uscito!”

“Hah!” Kanon, dopo un grande smanettare con la levetta analogica, era riuscito a fare alzare Saga, e ora era Aioros che le stava prendendo. Aioria si gettò sui tasti, senza perderlo di vista un solo nanosecondo.
“Te l’ho detto che… ah, ma brutto… sarà…!, se lo rifai di nuovo ti… a casa sua, no?”
“Uffa, ma non c’è, ti ho detto!”
A Milo stava pure venendo il mal di mare per i movimenti convulsi del cavaliere di Leo, che si dondolava sulle ginocchia, joystick alla mano, come se si stesse davvero piegando sui fianchi per assestare pugni sul muso di Saga di Gemini. Kanon parava e lo sbeffeggiava.

“Io torno su per l’ennesima volta” sbuffò Milo, che ne aveva abbastanza del caldo e della scarsa collaborazione dei suoi migliori amici. “Ma se non lo trovo vi scollate di lì e mi aiutate una buona volta!”
“Dopo, dopo!”
Ho vinto!
Scorpio affrettò il passo, risoluto, decidendo di tenere tutti i biscotti per sé. E mentre Kanon urlava alla rivincita, lui si apprestava alla scalata. Di nuovo. Sospirò, prese la rincorsa e si lanciò fuori, andando a sbattere contro il primo che passava.
Il primo che passava imprecò, andando a rotolare sui gradini, o quasi. Quello che stupì Milo è che anche lui barcollò per un buon passo a ritroso, a causa dell’urto, e dire che raramente un gold saint rimbalzava all’indietro così facilmente.
“Ah, scus…” Una volta che fu inquadrato il primo che passava, tutto fu un po’ più chiaro. “Ah. Che ci fai tu qui?”
“Siete molto accoglienti, qui al Santuario” borbottò tra i denti Ikki di Phoenix, spolverandosi i pantaloni, per tutta risposta. Milo inarcò un sopracciglio. Il sarcasmo non era nella lista dei requisiti più apprezzati in un bronze saint, ma, come sempre, lasciò passare. Se fosse stato un altro, probabilmente, Ikki sarebbe finito fronte a terra – anche se il cipiglio della Fenice faceva come intendere che non sarebbe stata un’impresa facile – ma Scorpio non era mai stato tipo da usare due pesi e due misure in base alla scala gerarchica. I soldati semplici, in particolare gli energumeni posti a guardia del Tredicesimo Tempio, erano i più temibili giocatori di poker che avesse mai conosciuto, e non c’era da scherzarci sopra.
“Scusa” alleggerì, senza farsi problemi. “Ma non sapevo fossi in visita al Grande Tempio. È successo qualcosa?”
“Deve succedere per forza qualcosa?”
“Come non detto, come non detto.”

Sopracciglia più in alto. Il ragazzo non aveva modi di fare nervosi, ma di certo le sue erano le difese più ostinatamente all’erta che Milo avesse mai visto in vita sua.
“Dormi, la notte, Ikki di Phoenix?”
“Saporitamente.” Fu la sbrigativa risposta, mentre il giovane bronze si accingeva a riprendere la salita delle scale. Milo lo seguì, senza prenderlo come un affronto. Se avesse desiderato provocarlo, gli avrebbe voltato le spalle in maniera più eclatante, o non gli avrebbe direttamente risposto.

“Perché hai l’aria di uno che sta all’erta da quando è nato.”
“Io sto all’erta da quando sono nato.”

Milo lo seguiva divertito. Adesso cominciava a capire perché Shaka se lo fosse tirato dietro dall’altro mondo: “Anche qui?”
“Soprattutto qui.”
Milo non lo sapeva, ma i pensieri di Ikki erano rivolti al novanta per cento alla dolce dea che presidiava le Case dall’alto. Se si fosse minimamente accorta della sua presenza, gli avrebbe attaccato un bottone da non riuscire più a scrollarsela di dosso.

E come sta Seiya? E come sta Shun? Ikki, stai composto! Ti va un tè? Non dire di no, ti prego. E Hyoga come sta? E Shiryu? E Tatsumi? E…
Mentre Phoenix così drammaticamente andava ragionando, Milo badava ai fatti suoi. E mentre badava ai fatti suoi, un uccellino gli volò appresso. Lì per lì non ci fece caso, ma lo distrasse abbastanza da smettere di fare domande al taciturno ospite.
“Ma questo…?”
Ikki camminava, sbrigativo.

“Phoenix!”
“Che c’è?”
A Milo per la prima volta venne voglia di far rispettare la gerarchia.

“Non lo vedi?”
“È un canarino, Milo di Scorpio.”

Era un canarino, sì. Ma non gli pareva tanto normale.
L’animaletto si posò sulla gradinata senza timore alcuno, muovendo gli occhietti vispi. Poi li richiuse. E fu allora che Scorpio si bloccò. Quel canarino aveva gli occhi chiusi e lo stava guardando.
“Non è un canarino normale.”
Smettila di dire stronzate, avrebbe detto Ikki se quello lì fosse stato Seiya.

“Smettila di…” tacque, dato che era un gold saint. “È normalissimo. Io vado.”
E così Scorpio venne abbandonato con quell’essere inquietante.
Prima si disse che era uno sciocco, e fece un passo.
Il canarino gli zompettò dietro.
Milo si fermò.
Il canarino anche.
Milo osò salire di un gradino.
Il canarino di due.
Il cavaliere si guardò attorno, perplesso. Phoenix si era già oscurato fra le colonne della Sesta Casa, dritta avanti a lui, che aveva lasciato tanto determinato il Tempio di Leo. Il canarino zompettò ancora, silenzioso, in due saltelli leggiadri, avanti a lui. L’aveva superato. Ora si voltava verso le scale più in basso. Milo corrugò le sopracciglia e fece per muovere un passo. Il canarino assottigliò gli occhi e cirpò.
Il lungo momento che seguì fu pieno di densi perché.
Milo, cavaliere di Scorpio, si fermò, sentendosi minacciato, e arretrò di un passo per inquadrare il proprio nemico, ora ad occhi chiusi, immobile e silenzioso come una sfinge.
Il canarino. Il canarino si era parato sul suo cammino!
Il volatile lo stava sfidando, eretto e fiero: “Cirp!
Milo espanse allora il proprio cosmo, per imporre la propria volontà.
E giurò – giurò – di sentire quello del canarino entrare in risonanza col suo.

“Aioria! Kanon! È terribile!”
“Muori, una buona volta! Muori! Muori!”
“Muwahahahahahah!”
“Aaaah, muoriii!”

Questa volta Kanon c’era andato giù pesante, scegliendo Rhadamantis della Viverna, che sullo schermo della televisione lanciava Greatest Caution come se fossero noccioline. Aioria, strenuamente fedele ad Aioros, invece, cercava di mascherare il proprio terrore premendo i tasti del joystick al limite dell’isteria.
“Spegnete quell’affare e statemi ad ascoltare!” tuonò Milo, decidendosi a mettere piede nel groviglio di fili e prendere entrambi gli amici per la collottola. “Sta arrivando…!”
Non fece in tempo a finire la frase, che un lampo giallo si avventò su di loro.

“Che?! Cosa?! Lightin’ plasma!
I nervi di Aioria di Leo, tesi come corde di violino, cedettero. Era tutta la mattina che Kanon lo metteva a continua prova, tra un avversario e l’altro, e proprio al culmine, durante lo scontro degli scontri – il Gigante Infernale numero Uno e la sua barriera del castello di Hades, stramaledizione a lui, e che Athena gliela perdoni ma Aioria di Leo non dimentica gli affronti – quell’attacco improvviso, come un proiettile. Per puro gesto istintivo, senza pensare, schizzò via da dov’era seduto, esplodendo il proprio cosmo dorato, e trasformando l’atrio della Quinta Casa in una pista da discoteca.

“Aioria! Ma sei impazzito, vuoi ammazzarci?!”
“Che cos’è stato?! Chi è?!”
“È ancora lì!”
“Ma che cosa?” Kanon era rotolato via rapido come i lampi luminosi di Aioria, per evitare di venirne investito in pieno, e ora guardava in alto, sopra di loro. “Milo!”
“Dimmi!”
“Quello è…?”

“…un canarino, Kanon.”
“Ma è…”
“Mi ha inseguito sin qui!”

“E tu hai attirato il nemico nella mia casa?!”
“Aioria, per Athena, datti una calmata!”
Leo era schizzato sin sul divano, decisamente lontano, in piedi, e con l’identica espressione del gatto che è appena caduto nell’acqua. Decisamente non aveva inquadrato la situazione. D’altro canto, un momento prima stava combattendo con Rhadamanthis l’Atroce Monociglio, e quello dopo gli era piombata una furia alata addosso. Aveva tutto il diritto di arruffare il pelo e sguainare gli artigli.
“Non è un nemico, è un… canarino… ma come fa ad essere ancora lì?!”
L’abominevole uccellaccio si era graziosamente appollaiato sul televisore, incurante di tutto ciò che gli stava attorno. Si becchettò le zampe, sollevò l’aluccia, si ripulì. Era indenne, dopo il Lightin’ Plasma di Aioria. Tre gold saint lo contemplarono tra l’inorridito e l’ammirato.
“Ma cosa…?”
Cirp!

I tre ammutolirono. Istintivamente, si misero spalla contro spalla, tutti e tre, serrando i ranghi, e rivolgendo al volatile ogni fibra della loro attenzione.
“Qui sta succedendo qualcosa di strano, Milo!”
“È  tutta la mattina che cerco di dirvelo!”

“Quest’uccello… non è normale.”
“Che cosa vuole da noi?”
“Si è messo sulla mia strada! Mi ha sbarrato il passo alla Sesta Casa!”

“Non hai ancora trovato Camus?”
Un brivido giù per la schiena.

“Dici che… lui c’entra qualcosa?”
Cirp!
Silenzio.

Sotto gli occhi dei tre guerrieri, l’uccellino svolazzò più in là, in un frullio melodioso d’ali. Senza che nessuno glielo impedisse, si diresse a colpo sicuro verso la presa della corrente.
“Che cosa fa?”
“Non oserà…!”

La vibrazione elettrica della corrente che si staccava senza preavviso li fece sobbalzare, internamente. Quando la testolina piumata si voltò verso di loro, in uno scatto, nel becco stringeva la spina della consolle.
Quel maledetto!” un ringhio riempì la stanza: “Non avevo salvato la partita!”
“Aioria! Stai fermo!”
Milo scattò avanti, sfidando lo sguardo improvvisamente torvo dell’uccellino.
“Fermi! Ho un’arma!”
Si preannunciava la sfida del secolo, quella che avrebbe impegnato gli occupanti della Quinta Casa.
Milo, il cipiglio serio e concentrato, estrasse un involto dalla tasca e lo scartò, lentamente. Vide il volatile fremere, il suo sguardo farsi più feroce, il suo cosmo tremare.

“Fatti avanti, se vuoi questi biscotti!”

Un respiro lento, senza intervalli.
La schiena perfettamente eretta facilitava inspirazione ed espirazione, la gabbia toracica si espandeva e contraeva leggerissimamente, come fosse aria a sua volta. I pollici, premuti dolcemente contro lo sterno, quasi non ne percepivano il movimento.

“Finalmente” sillabò infine l’asceta, interrompendo il momento di quiete per crearne uno nuovo. Gustò il suono delle parole disperdersi nell’aria silenziosa del pomeriggio, osservandolo tramutarsi in sera, sebbene il tramonto fosse ancora lontano. Egli non soffriva il caldo. Non la fame, non la sete. Aveva appreso a non farlo, e poteva osservare cose che ad altri sfuggivano. Il pomeriggio e il suo scivolare verso la sera, nonostante il sole alto. L’ondeggiare lieve dell’erba, nonostante l’assenza di vento. Molte cose sapeva centellinare, altre sapeva risolvere.
“Guarda che questo tè fa veramente schifo!”
Altre no.

“Per cortesia, lasciami godere il silenzio.”
“E certo, e come no. Vengo qui per questo. Però la prossima volta ti porto un tè decente.”
“Sta rientrando.”
“Eh? Chi?”
Ikki alzo il capo, istintivamente, le sopracciglia corrugate.
Cirp!

 “Ancora quello stramaledetto uccellaccio. Ma non se ne va più?”
“Da quando ha nidificato qui, pare che non voglia più andarsene.”
Ikki, un passo dopo l’altro, in falcate sicure, si fece strada sull’erba immacolata dello Sharasojo. Sapeva che a pochi era concesso di posarvi piede, ed infatti lo considerava un onore; un onore talmente alto da imprimere decisione e fierezza ai suoi passi. Così raggiunse – non senza poche perplessità, appena inquadrò la scena davanti a sé – il monaco biondo, serenamente immerso in meditazione, il canarino zompettante davanti a lui, un cavo di alimentazione, e un fazzolettino colmo di fragranti biscotti appena sfornati.

“Ma che diavolo…?”
“Trovo così notevole il suo coraggio e la sua dedizione nel difendere il nido” interloquì Shaka, gli occhi chiusi, e l’aria distesa di chi si sta godendo il finesettimana “che gli permetto di stare qui.”

“…difendere il nido.”
Lo sguardo di Phoenix raggiunse punte di diffidenza mai prima sfidate, nello squadrare il cavo d’alimentazione, talmente fuori luogo in quell’idilliaca armonia di natura, venire fatto a brani dal beccuccio del piccolo, dolce canarino trillante.

“Anche l’inquinamento acustico è considerato un attacco.”
“Dì la verità. È tutta la mattina che Leo e Gemini schiamazzano come due disperati, attaccati alla playstation” incrociò le braccia, quello che aveva risalito le prime cinque case in sordina, vedendo più di quanto desiderasse vedere, qua e là “e tu non ne potevi più. Hai mandato il pennuto a fare il lavoro sporco.”

“È  solo un innocuo uccello.” Shaka tese il braccio, e l’animaletto compì un breve volo per raggiungerlo. Una volta a casa, cominciò a spiumettarsi, trillando. Ikki lo guardò storto.
Ci aveva combattuto, una volta, con uno della stessa razza. Biondo, delicato, dal viso dolce, rassicurante, dall’ovale grazioso – un po’ troppo grazioso. Aveva aperto due occhi come non ne aveva mai visti, di un azzurro sconvolgente, ammaliante. E poi erano stati cazzi amari.

“Seh. Innocuo un paio di palle.”
“Ti sembro una persona del genere?”

“Eccome.”
“Non essere sciocco, Phoenix. Vuoi un biscotto?”


Milo, cavaliere di Scorpio, ne aveva viste tante nel corso dei suoi anni di combattimento.
Se si contavano quelle che aveva letto su Episode G, che Aioria conservava in copie imbustate sullo scaffale sopra il letto di camera sua, arrivava a centinaia e centinaia.

Ma la disfatta di quel giorno, quella era senza dubbio la più atroce ferita di guerra mai riportata.
Quella creatura demoniaca era volata via, dopo avere strappato con gli artigli il cavo di alimentazione della playstation, in un gran stridere e sbatter d’ali in faccia a chiunque cercasse di fermarlo. Dei dettagli della battaglia, nessuno dei tre volle parlarne, in seguito, così che rimase un mistero l’alone cupo che li attorniò per giorni. Solo a Camus Milo osò confidarne il perché, giorni più tardi. In toni vaghi e criptici. Comunque c’entravano dei biscotti.
“E tu, Camus, non c’eri! Non ti si trovava da nessuna parte!”
“Ma te l’ho detto almeno un centinaio di volte, Milo. Ero a udienza dal Pontefice.”
“Ci sei stato un sacco.”
“No. Ci sono stato solo in mattinata. Ma poi tu sei stato…” tentennò Camus “…trattenuto da…”

“Non farmici ripensare!”
“Va bene, va bene, non parliamone.”
“Ti rendi conto?” borbottò Milo, scavandosi il perfetto incastro, sul divano, tra lui e Camus. Sorrise, al ricordo del suo stanco e sfinito rientro a casa dopo la battaglia. Dopo tanto cercare, era rimasto in piedi, a sbattere gli occhi, alla scena che si era ritrovato di fronte: Camus, evidentemente stanco di aspettarlo, era lì, addormentato sul suo divano come se fosse casa sua. In cerca di refrigerio, dopo l’udienza col Pontefice era sgattaiolato nell’antro più fresco dell’Ottava Casa, dove si era addormentato come un orso polare in letargo. Sentendo immediatamente tutta la tensione della giornata sciogliersi, Milo si era gettato su di lui, svegliandolo, dispettoso, solo per raccontargli tutto e farsi consolare. Nei secoli dei secoli, amen.
“Ma ti rendi conto?” insisté comunque, giacché era lì.
Camus sospirò. “Tre gold saint! Da che mondo e mondo, mai si è sentito di tre gold saint sconfitti da un solo—”
Camus ebbe una vaga sensazione di déjà-vu, a quelle parole.
Di tre gold saint contro un solo individuo, e dello stato pietoso in cui ne erano usciti.

Di petali di ciliegio, di un mondo di luce e… no, impossibile.
“Spaventoso” commentò, carezzando gentilmente i capelli di Milo. “Davvero spaventoso.”




 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Gemini Saga, Sagitter Aioros
Rating: R
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
In proposito:“Unbando intima a questa città di non degnarlo del sepolcroné del lamento funebre
ma di lasciarlo senza tomba, carogna mutilata, sotto gli occhi ditutti, banchetto di uccelli e cani.”

C'è la legge degli uomini, e c'è la legge deglidèi.
C'è la legge del potere e quella del cuore.
Esattamente come in una tragedia antica, maschere bianche che danzanodavanti agli occhi in una notte scurissima. L'ultima notte di Saga diGemini.
{shonen ai Aioros/Saga implied} {Saga-centric} {angst}

Disclaimer: Qui c'è un sacco diroba di Masami Kurumada e molta anche di Sofocle. Il resto ènostro.
Cose: Wow.E così ha termine un Parto Angst, scritto in unasola giornata in cui mi sono isolatadal mondo.
Il parto è statosommariamente breve, ma il travaglio immenso, dato che me lotrascino dietro da mesi (una gravidanza pesante, a tutti gli effetti).Ringrazio spietatamente Milo di Scorpioche mi incitava e ricattava e che alla fine ha tentato di ammazzarmi, Aphrodite di Piscesper ignaulii e il supporto dolcissimo e costante, e il Dolce Mu perl’estremo betaggio(che fa molto estrema unzione, ma nelle dolcimanine di un abitante del Jamirè tutt’altro <3)

Antigone

Molte sono le cose tremende,
ma nulla è più tremendo dell’uomo.

 

 Beaticoloro che vivono
senza provare sventura.
Maquando un dio sconvolge la casa,
ognigenere di sciagura
siabbatte su tutta la sua discendenza:
così, sospinta dalle raffiche maligne dei venti traci,
l’onda corre sull’abisso buio del mare
e rovescia dal fondo la sabbia scura;

rimbombano,gemono, le coste
battute dalle onde, dai venti ostili.

[Sofocle,ANTIGONE]

 

 

I.

 
Era stata la notte più nera, ad Atene, che si sarebbe mairicordata,nonostante lo sfolgorio di mille e mille stelle, sulla volta celeste:il buiole rendeva piccole e lontane. Era un buio di sventura, quel cielo violache leinghiottiva, testimoni piccoli e sconsolati di una notte dove la lucefu datapiuttosto dalle torce agitate dai soldati, nello scompiglio. Urla efuoco, ecomandi imperiosi.
La luce e il destino erano in mano ai mortali.
Le costellazioni si eclissarono, allora, non interpellate.
Chiudendosi in uno sdegnoso silenzio.

 


“Diconoche un editto abbia imposto aicittadini
che nessuno lo seppellisse o lo onorasse dipianto,
ma fosse lasciato senza compianto, senzatomba,
tesoro gradito per gli uccelli che lospiano ansiosi del pasto.”

Furonogiorni tristi.
Si mormorava sul cadavere di un eroe traditore.
Si diceva – pare almeno – che fosse mortoall’Acropoli, sporcando di rosso lesacre colonne del Partenone. Il corpo non fu mai ritrovato, personell’oblio, enon mancò chi disse che era solo un bene: ché illimpido sguardo di Athena dall’altodel Santuario non avesse di che crucciarsi.
Per il resto, erano state date precise disposizioni, che nessuno locercasse: chegli spettasse la sorte che era sempre spettata agli infami, dai tempidei tempi,la stessa che Achille aveva deciso per Ettore, mentre si straziavad’amorperduto, su Patroclo,l’amico Patroclo,freddo e senza vita, e infieriva sul cadavere dell’odiatouccisore, legato peri piedi al carro di guerra.
Che nessuno lo seppellisse o lo onorassedi pianto, si era detto, lasciatosenza compianto, senza tomba!
Quante volte l’Atrideavrà trascinato l’odiatoassassino negli sterpi e nella polvere attorno all’ormaivinta Troia, in segnodi disprezzo, tante volte il Pontefice pareva determinato a gettaredisonore suchi aveva tradito. Si mormorava.
Ma la sua maschera lucida era più muta ed inflessibile chemai – più di quantolo fosse stato negli ultimi anni. Un rigurgito di ferocia come fiammanuova. Lamaschera era muta, ma i suoi occhi brillavano.

Era stato emanato un editto.
Suscitò sgomento, perché tuttiricordarono con un sussulto i biondi riccioli diAioros nel vento, la carezza paterna che aveva avuto per ognuno diloro. Larisata, l’allegria. Il bel volto di Aioros, innocente.
Ma era il destino di un traditore, dai tempi più antichi.
Pagare disonore con disonore.
E la parola del Pontefice fu Legge.

“Un bando intima aquesta città di nondegnarlo del sepolcro né del lamento funebre
 ma di lasciarlosenza tomba, carognamutilata, sotto gli occhi di tutti, banchetto di uccelli ecani.”

 
Saga digrignava i denti, sotto quella maschera.
Senza scoprirsi. Ancora con il fiato corto, come una bestia braccatanellatana.
Ce l’aveva fatta. Ce l’aveva fatta. E la sua parolaora era legge. Era vergatanero su bianco, era stata scritta, era stata annunciata. E ad ognifiatopossente del banditore che annunciava il suo decreto, ilsuo decreto, i denti si stringevano in una morsa compiaciuta,ilbattito accelerava nei polsi, sanguigno e forte, inquell’esplosione della suaschiacciante vittoria: un godimento animale, un brivido erotico, cheeraincapace di trattenere in pieno trionfo. La legge, lapropria legge, l’umiliazione, la sua.
Decretata ed applaudita.
Aioros, l’odiato rivale, giaceva insepolto. Morto einsepolto.
Avrebbe dormito, in quel letto sontuoso, i migliori sonnidella sua vita.
Si sarebbe coricato tra le lenzuola di seta, senza smetteredi assaporare il potere che sentiva metallico sulla punta della lingua,negliavambracci forti, nelle dita affusolate che ora avevano potere di vitao dimorte grazie al cenno più insignificante. Avrebbe dormito ilmiglior sonnodella sua vita, quella prima notte dopo l’edittodall’ingiustizia piùmagnifica, più eccelsa; ma non si accorse, nella sua gloria,della figuraammantata di nero che lasciava, silenziosa, il palazzo, senza farsivedere néudire da nessuno.

- Hai qualche altradisposizione da darci?
- Di non schierarvi con i ribelli.
- Chi è così folle da desiderare la morte?
- Sarebbe proprio questa la ricompensa.

 
La figura procedeva con passo svelto ma cauto, guidata daniente se non dall’istinto.
Sotto il mantello recava con sé unguenti e libagioni, inpiccole anfore, bendedi lino, e un cuore carico di cordoglio. Se non l’avessefatto lui, chi maiavrebbe potuto? Soltanto lui sapeva la verità.
E avrebbe dovuto abbandonare Aioros agli artigli dei rapaci, ai dentidei canicrudeli? Lasciare che la sua carne rosea fosse deturpata, che il suocuoreforte e giusto divenisse immondo pasto per le fiere?
Aioros, anima bella, come farai senza l’obolo di Carontesotto la lingua apagare pedaggio ed oltrepassare la palude dei morti insepolti e senzaonore?Era questo che spingeva i suoi passi furtivi, ma pervasi da una stranacalma.La serenità del martire che va incontro alla propria sorte,certo la morte nonla teme, e allora tanto vale affrettarsi, sì, ma perl’ansia di rivedere quelcorpo amato e sperare di ritrovarlo il più possibile salvo,salvo, che gli dèi possano averlopreservato sinoal suo arrivo!

Si era mosso in fretta, più in fretta che avevapotuto.
In un momento in cui il Pontefice non vegliasse. Dinascosto.
Quella che sarebbe poi stata nota come la Notte degli Ingannil’aveva tenutofermo, trattenendo il respiro, in attesa del compiersi del destino, chequellanotte pareva in mano ai mortali, più che alle stelle. Tra lescie delle torcefuriose, aveva gioito e tremato, e poi c’era stato il sangue.Il giorno dopo,l’editto; e i pianti che si sarebbero levati al cielo avevanotaciuto, perchéal morto erano stati vietati persino i lamenti funebri. Appena eracalato ilsole, dunque, senza esitazione, lui aveva cominciato a muoversinell’ombra,quieto. E nella notte più fonda, aveva lasciato il palazzo,recando con séunguenti e libagioni, bende di lino, e l’obolo per iltraghettatore dei morti,che il pensiero di Aioros, anima bella e splendente destinata a vagareineterno, gli stringeva il cuore, già inaridito e prosciugatodalla sua morteingiusta.

Il nuovo Pontefice,l’usurpatore e il traditore, se neaccorse troppo tardi, di quel che stava succedendo.
Si risvegliò di soprassalto, in una notte nerissima, quellache avrebbe dovuto cullare il sonno più lieto.

“Che cosa?”
E non era fra le lenzuola di seta che dovevano avvolgereil suo corpotrionfante.
Inizialmente non capì, poi l’oscuro presagio gliraggiunse le narici sottoforma di olio profumato, e di essenze dolci. E gli dettero la nausea.Nauseache un corpo più solido del suo represse, intentocom’era a rendere delicati isuoi movimenti: mani pietose stavano lavando ed asciugando un corpo chelalegge gettava al disonore. Mani tremanti, in certi momenti, salde, inaltri,che detergevano la pelle bruna di quello che un tempo era stato ilcavalierepiù ammirato del Santuario. Lavavano via il sangue, lavavanol’infamia.
Mi dispiace, Aioros
,scorrevano giù le lacrime. Midispiaceche non vi siano donne a compiangere il tuo corpo amato, a lavarlo ecospargerlo di essenze, ad avvolgerlo nel lino candido.
“Smettila!” tuonò il santo che avevatradito, gli occhi iniettati disangue, non appena tutto l’orrore dell’infrazioneal suo decreto gli fecevenire la pelle d’oca. “Che cosa staifacendo?”
Mi dispiace che la mia veglia possadurare una notte sola.
“Come osi?!”
Che la tua tomba debba essere scavata infretta, che non vi siano corone di fiori ad ornarti il capo. Nonsboccianofiori notturni, tra queste sterpaglie, ed io ho solo questa notte perrendertionore.

Per un attimo l’uomo più potente del Santuariodovette tacere, tremando dirabbia e di sgomento.
Non riusciva a crederci.
Che non possano essere indetti giochi,come per l’innocente e coraggioso Patroclo,infunerali solenni e pubblici. Mi dispiace, Aioros. Mi dispiace.

“Folle!” la bocca del Pontefice si distorce in unringhio ferino, che fasobbalzare la figura ammantata. “Folle e scriteriato! Credevodi averti messo atacere per sempre, ma cesserai presto di perseguitarmi: non ti accorgidiquello che stai facendo?”
Onorava e preparava la sepoltura al cadavere di un traditore.
La pena era la morte. La pena… madovette interrompersi.
Il mantello nero si dovette sciogliere dalla fibbia che lo tenevaallacciato,nei movimenti difficoltosi delle braccia che soccorrevano pietosamenteil lorofardello, perché una cascata di capelli color del mare eranoemersi,sparpagliandosi sulla schiena e sul petto. Luccicavano sotto le stelle.Questavolta, nessuna torcia.

- Sarò io adargli sepoltura.
E sarà bello, per me, morire in questo slancio.

 
Il Pontefice tacque. Saga alzava gli occhi al cielostellato, che si riflesse nei suoi occhi blu silenziosi. Assorto, senzacederealle lacrime che in un attimo di debolezza avevano risvegliato coluiche dovevadormire, chinò il capo per riprendere il lavoro. Ecarezzò con dolcezza il visoper miracolo incorrotto dell’uomo per cui un tempo avrebbedato la vita, primadi avvolgere il suo corpo offeso nei teli funebri, ignorando quellegrottescheminacce di morte che lui gliingiungeva.

 - Amata giaceròcol mio amato, compiuto uncrimine sacro: è più lungo
 il tempo in cuidovrò piacere ai morti,che non ai vivi. Perché là giacerò persempre.

 

 

 II.

 

La terraera dura.
Saga scavava.
Aveva acquietato la voce feroce che gli rimbombava in testa,e aveva smesso di piangere.
Per fare ciò, aveva dovuto smettere di guardare in visoAioros, l’amato Aioros.Le lacrime non l’avrebbero riportato in vita;cercò di isolare qualsiasipensiero al di fuori di sé, limitandosi ai gesti meccanicicon cui trarlo insalvo dall’onta, con cui dargli una sepoltura onorevole,laggiù, così lontanodal Santuario, di nascosto da tutti, dopo averne decretato la morte eildisonore. Infrangeva il suo stesso decreto. L’avevagià infranto.

 -E hai osato calpestare queste leggi?
- Non era certo stato Zeus a proclamarle,né Dike cheabita con gli dèi di sottoterra.

 Scavava.
A capo chino, senza tempo per la vergogna, per il senso di colpa.Accumulava laterra lontano dall’involto bianco latte, che volevapreservare – spostò contenerezza un lembo della stoffa bianca troppo vicino alla fossa– da ogniulteriore male.

- Non furono loro astabilire queste leggi per gliumani.
E non pensavo che i tuoi bandi avessero tanta forza da consentire a chièmortale
di trascurare le leggi non scritte, ma salde, degli dèi, chenon sono nateoggi, non ieri,
 ma vivonodall’eternità e nessuno saquando si rivelarono.

 Senzatempo per il dolore.
Quello l’avrebbe assalito dopo.
Per Saga era abbastanza essere sgattaiolato via da palazzo, in unanotte nera,mentre Saga il Pontefice e l’usurpatore el’assassino dormiva, ed accorrereguidato da niente se non dall’istinto, sotto il mantellounguenti per lavare ilcorpo e libagioni da tributare agli dèi degli Inferi, inpiccole anfore, comevoleva la tradizione. Se non l’avesse fatto lui, chi maiavrebbe potuto?Soltanto lui sapeva la verità.
Sciagurato”ringhiava qualche oscuroanfratto dentro di lui, nel nero. “Mentecatto!Perché lo fai? Perché mi sfidi?Perché?”
Saga non rispose, sbattendo le palpebre per richiudere lavoce al di fuori.
O al di dentro, ma più in fondo. Per qualche ora ancora. Perquella che forsesarebbe stata la sua ultima notte.
Perché per non pensare alle lacrime chel’avrebbero risvegliato, furente, lasue mente vagava tra le parole solenni di una tragedia antica…

 

-Perché mi accorgo che offendi lagiustizia.
- La offendo, se onoro le mie prerogative?
- Non le onori, se calpesti quelle deglidèi.

La moraledi Saga, Antigone la martire.
Il potere del Pontefice, Creonteil tiranno.
Come in sogno, Saga prese tra le mani quell’involto pesante,che era piuma frale sue braccia di santo d’oro che frantumava le rocce.Tremò, ma fu con manoferma che gli diede sepoltura, nella fossa che lo aveva fatto sudare difaticae timore, che gli aveva rotto le unghie, che gli aveva spezzato ilcuore.
Antigone, la martire, Creonte,il tiranno. Come echinella sua testa, da un anfiteatro dove le maschere si scagliavanoimproperidavanti ai suoi occhi di fanciullo. Eccoli, si susseguivano nella suamentesenza rispettare l’ordine delle battute, come ogni eco difantasma fa. Ed eccole maschere, bianche, dietro le palpebre affaticate – lanotte, il lino biancoche avvolgeva Aioros, tutto era confuso – ecco Antigone, eccoCreonte!

-Il nemico non è mai amico, nemmeno dopomorto!

Trattenne il fiato.
Aioros non era nemico. Era l’amico più amato. Era…
Ed era rivale
, avrebbe replicato il Pontefice,l’assassino. Rivale dannato, chepossa marcire nellapalude stigia!, rimbombava latrando nei suoi timpani, comese l’avessedetto. Marcisca!
Era l’amico più amato. Era l’amore. Eral’amore che aveva lasciato marciredentro inconfessato. Ma era l’amore, e l’amore eraAthena, che li facevanascere per proteggere Giustizia, per proteggere ancora Amore.
Trattenne il fiato di nuovo, barcollando. Eccola, Antigone, bianca, chesiergeva:

 

- Non sono nata percondividere l’odio, maper amare con chi ama.


Lo trattenne ancora. Sapeva cosa sarebbe seguito.

 
- E allora, se deviamare, vattene laggiù,ad amarli!

Seppellìil volto tra le mani.
La serenità del martire che va incontro alla propria sorte,certo la morte nonla teme, e allora tanto vale affrettarsi, sì, ma perl’ansia: Aioros, animabella, come pagherai pedaggio a Caronte senza l’obolo dorato?
Lentamente, Saga scostò i lembi del lenzuolo che giacevainfagottato nellafossa che aveva scavato tutta notte, mentre il Pontefice dormiva.Aiorosdormiva, come l’aveva visto dormire tante volte al suofianco, nei pomeriggipiovosi, dopo l’addestramento spalla a spalla. Si eraripromesso di nonguardarlo in viso, ma non poté farne a meno. Doveva pagarepegno. Si eraripromesso anche questo.

“Quale giustiziaho violato, dèi divini?
ma perché, nella mia sventura,
dovrei rivolgere ancora lo sguardo agli dèi?
Chi chiamerò a combattere al mio fianco,
se sono stata dichiarata, per troppa pietà, empia?”

 
Saga annaspava, correndo, ormai, i capelli abbandonati nelvento.
Ogni immagine negli occhi, ogni profumo, ogni sensazione che non fosseilvento, cercava correndo di imprimerla a fuoco dentro di sé,in un luogo molto,molto nascosto. Per ogni tocco delle sue dita impregnated’olio, per ognisguardo ferito che aveva posato su quel corpo che nessuno dovevapiù vedere.Era sotterrato, era al sicuro. Era stato onorato. Era stato interratoassiemealle libagioni offerte agli dèi dell’Ade, le manitremanti di Saga, sì, sì, gliavevano schiuso le labbra – labbra amate, dèi delcielo, che gli dèi del cielolo perdonassero, se il pianto l’aveva scosso – egli avevano porto in boccal’obolo rituale, prima di sotterrarlo in un mare di lacrime.Adesso correva viada quella tomba segreta, nascondendo ogni dettaglio ed ogni ricordo,all’impazzata,nelle pieghe più recondite di sé stesso, in unpunto in cui nessuno avrebbepotuto trovarle. Poiché la sua condanna era stata segnata,correva perché nonfosse sorpreso, perché la tomba fosse lontana e lui potessenascondere tutto,prima, prima, prima.
Nella sua testa vorticavano impazziti fantasmi di maschere bianche,Antigone e Creonte.
Una tragedia antica. Un Coro che ne decretava il destino.

“Sacrapietà, rendere onore ai morti.
Ma chi ama il potere
non consente mai che qualcuno lo calpesti.
Ti ha uccisa il tuo slancio di orgoglio ostinato.”

 

 

III.

 

IlPontefice si svegliò di tarda mattina, baciato dal sole.
Non c’era spossatezza nelle sue membra che potesse sopraffarela scarica diadrenalina che lo attraversò selvaggia: vincitore!Vincitore, sì, su tutto etutti!
Ignaro di quanto fosse accaduto durante la notte, ignaro della tombalontana,coronata di mirto e alloro, Saga il Pontefice, l’usurpatore el’assassino sirisvegliava con la sensazione di trionfo su tutto. Aveva sentito, nelleprime oredel mattino, gli ultimi echi stanchi di quella voce bella che avevasollevatogli ultimi lamenti per contrastarlo. Aveva fatto appello allapietà e all’amore– all’amore per quelbabbeo, per giunta– e l’aveva sentita fremere come se volesse correrelui di persona, lui, a seppellirecon le sue manicorrotte dal peccato il corpo di Aioros di Sagitter,contro ogni decreto. Ma adesso era mattino inoltrato, e di quella vocenon erarimasta traccia. Il nuovo Pontefice, creatura dagli occhi di brace,l’aveva inghiottita.Era sparita per sempre.
Era una nuova era.
Era una nuova era su cui poter estendere il proprio dominio.
Era una nuova era, e nessun atto di pietàl’inaugurava: si augurò in un ultimofremito d’odio di poter ritrovare un giorno il cadavere diAioros, colui chel’aveva intralciato, dilaniato e fatto a pezzi dalle aquile.
Ma per il momento assaporava il senso di vittoria incontrastata, sulpalato: ilsuo decreto era Legge, come tutti quelli che l’avrebberoseguito. Aveva ilpotere assoluto nelle sue mani. Aveva ogni cosa.

“E tu sappi chenon si compiranno ancoramolti giri del sole senza che tu abbia fornito, cadavere in cambio dicadaveri,
un frutto delle tue viscere, a baratto dei vivi che hai cacciatolaggiù!”

 
Certo, se non avesse ancora in testa echi strani, versialti, in lingua antica.
Una di quelle tragedie a cui da fanciullo aveva senz’altroassistito, gli occhigrandi sulle maschere degli attori. Sono versi che rimangono impressi.

“E di una vitamutata in un sepolcro,nell’infamia, e del morto che tieni qui, dopo averlosottratto agli dèi disottoterra,
senza onori funebri, senza sepoltura, carogna sconsacrata!”

 
Ghignò, quasi compiaciuto.
Un indovino di sciagura.
Era quel tipo di personaggio chein una tragedia scatenava le calamità sulla testa deltiranno.
E provasse un indovino, ora, un profeta cieco ed invasato, a fermarlo!       

 

“E nonè compito tuo, né degli dèi Olimpi,
che subiscono da te questa prepotenza.
Già ti preparano agguati le Erinni di Ades e deglidèi,
le distruttrici, che prima o poi colpiscono,
per intrappolarti in questa stessa rovina!”

Sialzò, lasciando che le lenzuola scivolassero da quelcorpo scultoreo e nel pieno delle forze. Lasciò che quegliechi minacciosi gliattraversassero soffusi le tempie. Le unghie e i palmi delle mani eranorovinati, rifletté stendendo e ripiegando le dita. Possibileche fosse dovutoalla troppa tensione con cui aveva stretto i pugni quei giorni. Ma oraavevavinto.

 “Epresto urla di uomini e di donnerisuoneranno nel tuo palazzo
e tutte le città sono squassate dall’odio,perché le membra dei loro guerrieri
sono state sì onorate di sepoltura,
ma dai cani o dalle fiere o da qualche uccello alato,
che trasporta un tanfo impuro ai focolari dellacittà!”

 
Ignorò ogni ricordo di voce tremula e minacciosa. Ogniprofezia di sventura.
Il Pontefice regnava. Saga di Gemini taceva. L’avevacondannato a morte.

 “Sonoquesti i dardi che ti scaglio nelcuore,
con mano salda, come un arciere, nella furia!

E ti bruceranno dentro, senza scampo.”


Note e commenti:

Credo che non ci sia molto da aggiungere; spero solo che la fanfic sia stata di vostro gradimento, e di non avervi stufato, e che tutto risulti chiaro, perché qua e là la mia vena sadico/masochista ha deciso di far fare capriole al testo, sperando di cogliervi in contropiede. Prego Athena affinché la sua efficacia non ne abbia risentito. *C*;
   I.     La bella edizione di Antigone cui mi sono servita per produrre questo scempio shonen ai angst è quella dei Grandi classici tascabili Marsilio (Sofocle, “Le Tragedie”), traduzione e cura di Angelo Tonelli. Non capendo una cispa di greco, una valutazione della sua traduzione la lascio a chi di dovere: io personalmente l’ho trovata perfettamente scorrevole e molto bella da leggere.
   II.   A Sofocle comunque spettano tutti i credits per ogni parola in corsivo su cui posate l’occhio. Tranne quando Arles il Pazzoide urla improperi contro Sagitter, ovviamente. *O* Un’ovazione per Sofocle!

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Commedia
Personaggi Principali:Leo Aioria, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti: OneShot
In proposito:Unagiornata assolata.
"Aioria, non puoi...!"
"Posso."

Bianco come il marmo. Rosso come...

Disclaimer: Anche noi apparteniamo a MasamiKurumada.
Cose: 
A tuttele fan del crack, per dimostrareloro che voglio beneh.


“Aioria, non puoi…!”
”Posso.”
Shaka si morse le labbra.
Il cavaliere di Leo stava mettendo le mani dove non doveva.


E il santo più vicino agli dèi diede mostra per la prima volta di un tremore delle mani. Sospirò, teso. E alle sue orecchie, quella voce, che tentava di essere rassicurante: “Stai fermo, Shaka.”
A quell’oltraggio, Virgo spalancò gli occhi, sottraendosi:
“Non dirmi quello che devo fare!”
Aioria sospirò, sedendosi con un piccolo tonfo sul marmo bianco.
Un sospiro rassegnato, come se accennasse a rinunciarci, ma Shaka non gli levava gli occhi di dosso. Era difficile, con quello sguardo azzurrissimo e glaciale puntato sulla nuca, e Leo si alzò, con uno sbuffo nervoso.
“Dato che la pensi così, me ne vado.”
“Torna qui.”
“Davvero, Shaka, io non ti capisco.” Erano onesti e verdi, gli occhi del cavaliere. Shaka richiuse i propri, come per non guardarlo in viso, e Aioria si accigliò. Azzardò ad avvicinarsi, di nuovo: “Te l’ho detto. Penso a tutto io. Tu non devi preoccuparti di niente…
“Non mi piace il modo in cui lo fai.” Sibilò il biondo. Non c’era ombra di veleno nel suo sussurro, ma una verità tanto schietta da ferire. Aioria si sentì offeso. E si alzò in piedi, dandogli le spalle nel sole.
Shaka non disse nulla, per un po’. Il sole scottava il marmo bianco, e quel bianco scintillava silenzioso nel caldo.
Lo guardò rivestirsi, i muscoli scattanti sotto la pelle di miele. Le sue mani si riavviavano scompostamente i riccioli dai riflessi dorati, che catturarono il suo sguardo distratto, sotto la luce del sole. Eppure, non disse niente.


Aioria si voltò verso di lui, un ultimo lampo verde di occhi. Shaka rimase ostinatamente ad occhi chiusi, irremovibile.
“Sai? È colpa del tuo brutto carattere.”
“Fai attenzione a quello che dici, santo di Leo.”
“Dico proprio come la penso!” rincarò il giovane, con un ampio gesto delle braccia. Descrivevano le curve dei grandi vasi bianchi come il marmo delle scale, e Shaka socchiuse le ciglia per scorgere il rosso dei fiori. Erano scarlatti. Aioria, ai movimenti distratti dei suoi occhi, che non lo fissavano in volto, attirò la sua attenzione a forza:
“Non ci metteremo mai d’accordo su questi dannati vasi, se tu non scendi a compromessi!” minacciò.
“Se lascio fare a te” si degnò finalmente il cavaliere della Vergine, alzando il mento con fare orgoglioso “mi ritroverò le scale imbrattate di quegli orrendi petali rossi.”
“Ma insomma! Credevo che ti piacessero!”


“E quando mai me l’hai chiesto?”

“Shaka, sto perdendo la pazienza. Non sei tu che stai spostando questi benedetti gerani, sono io!
Sbottò il santo d’oro, indicandosi con eloquenza. Shaka sollevò signorilmente un sopracciglio: effettivamente, sì. E allora? Non era fatto per i lavori di fatica. E poi era il vicino di casa ad essersi offerto. Chi era lui per opporsi alle entusiastiche voglie di sollevamento pesi altrui?
“Effettivamente, sì” riassunse, mandando Aioria su tutte le furie.
“Shaka!”
Mh.”
“State ancora litigando, voi due?”
Una risata divertita, assieme ai passi di fretta. Shaka salutò con un neutro cenno del capo il cavaliere di passaggio per le scale, e Milo ridacchiò all’espressione infuriata di Leo.
“Non farete scoppiare una nuova guerra dei mille giorni, eh, ragazzi?”
“La scorsa volta stavo per vincere io.”
Shaka roteò gli occhi al cielo, commentando esaustivamente.
Shaka…” minacciò Aioria.
“Poche storie e prendi in mano quel vaso: ti dico che ad Est c’è più ombra.”