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LA REGINA DEI SERPENTI
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, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







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Un Mondo di Luce
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Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Kanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Risvegliarsicon il rumore delle onde nelle orecchie. // Risvegliarsidisteso, tra morbide, bianche lenzuola.
Disclaimer: Sono personaggi che appartengonopa Masami Kurumada. Ancora per poco, perchè progettiamo dirapirli e di rapire anche lui.
Cose: 
 Questafanfic è dedicata come sempre alle mie muse (Deathmaskdi Cancer, Aphrodite di Pisces, Milo di Scorpio)
CAPITOLO:2 di 2


Risvegliarsi
Capitolo 2

 

Risvegliarsi disteso, tra morbide, bianche lenzuola.
No. No.
Quel crudele sogno.
Si sarebbe alzato, gli ultimi strascichi del dolce, indolente sonno. Placidi raggi di sole l'avrebbero accarezzato, adulato; dita dorate che lo invitavano a stendere le flessuosa membra così che esse potessero accarezzarle, seducenti, e tirarlo per le vesti, allegre e divertite, come amanti in un gioco sciocco e delizioso. Tirato per le vesti dalle dita del sole, Saga si sarebbe voltato e avrebbe riempito gli occhi dell'unica, pregnante visione che il mattino gli avrebbe regalato: una statua perfetta, un Adone scolpito nel marmo più pregiato, Endimione dalle labbra piene, i riccioli composti sul viso, intrecciati di rame e legno di ciliegio. Il fiato gli si mozzava in gola ogni volta. Mai mancava di trattenerlo, ed era una piccola morte e risurrezione. Ogni mattina.
"Nobile Saga."
Verde mare, gli occhi che si aprivano. Sorridenti.

"Nobile Saga?"
"Aioros. Sei tornato."
"Sì, Saga. Sono qui. Sono sempre stato qui."


"Devi smetterla di guardarmi così. Saga!" Un riso aperto, anche se contenuto. Aioros lo scrutava indagatore, con l'aria buffamente curiosa. Si divertiva. Saga lo contemplava, adesso sorridendo a sua volta, disteso tra le lenzuola. Tutto lo accarezzava in maniera così suadente. Il lino, l'aria tiepida. Quel sole.
"Hai nuovamente fatto un sogno angoscioso. Non è così?"
Saga rise gradevolmente, con la sua voce profonda, all'aria più cupa e seria che il cavaliere aveva assunto. Già si preparava a trarne degli auspici, dall'espressione.
"Nulla di tutto questo. Tranquillo."
"Non mentirmi."
Più caldo, questa volta. Si rilassava con lui. Il sole lo graziava ed illuminava come se fosse stato un dio. Tutti quegli omaggi ultraterreni, Saga lo sapeva, erano per Aioros. Aioros che era tornato. Luce, aria, e acqua che sgorgava. E terra e germogli che fiorivano sui verdi prati lontani dal Santuario. Prati mille volte percorsi assieme, dall'erba alta e verde, lucente, fresca al tatto; l'accompagnavano i boccioli chiusi sui piccoli rami, e quelli delle siepi. Saga sapeva che tutto questo era per lui. Lo guardava incantato e rapito, la guancia appoggiata al palmo della mano.
"Non mento. Non ricordo che cos'ho sognato."
"Non ricordi?"
"Nulla. Il nero. È una bella giornata, oggi, vero?" Gli sorrise, timidamente, per poi sporgere mani più audaci. Accarezzavano Aioros sui fianchi, sfiorando gli addominali perfetti.
"Una bellissima giornata!" A lui s'illuminò lo sguardo, scalpitante di pura energia. Il sole, il sole stesso lo animava. In lui c'era quella stesso palpitante vigore di tanti anni prima, imbrigliato in redini di cuoio rosso. Il giovane al suo fianco vi s'immergeva, inebriato, riconoscendolo e conoscendolo più mitigato, reso più temperato dagli anni. Riscaldava senza rischiare di accecare, o bruciare. Come il divino Zeus al fianco dell'incosciente Semele. O come gl'irrefrenabili cavalli di Febo, folgori di luce, che avevano disarcionato Fetonte. Il cavaliere del Sagittario fremeva di pura vita - vita, vita! Saga lo strinse tra le proprie braccia, fuggendo da quel sorriso sereno, adulto, diverso ed identico al giovanile illuminarsi nel saluto, nelle passeggiate e nel dirigersi fianco a fianco nell'arena polverosa. Tanti anni prima… loro usavano…
"Mio nobile Saga."
Usavano passeggiare… moltissimo.
"Mio Saga."
Attraverso sentieri polverosi e prati verdi, lontani dal Santuario. Verso le antiche rovine. Verso le scogliere. Verso boschi. Verso colline deserte. Verso acque e soli splendenti.
"Saga."
Sentì le sue labbra, morbide e piene.
Sensuale, vi si abbandonò, fondendosi con lui.
E rami, e frasche, e canti d'uccelli, e un timido gocciolare…


Era tanto che non ripercorrevano quel sentiero. Era ormai poco battuto, e il sole preludeva dirigendo il coro di luci rosse e rosate ad un tramonto malinconico. Ma loro camminavano, infaticabili, tra l'erba alta, Aioros ed i suoi passi atletici, Saga e il suo incedere sontuoso. Camminavano da ore, parlando. Tanti anni erano stati loro negati. E fendevano nuovi sentieri, riconoscendo le prime stelle, e aspettando Venere irradiarsi bianca nel cielo. Saga lo fissava, scrutando i toni del turchese che si faceva violaceo, lungo la linea dell'orizzonte frastagliato. Venere, Stella della Sera e del Mattino, dov'era?
Parlavano di poesia.
Di guerra.
D'amore.
Di vita.
E Venere, la Stella della Sera, si era accesa per Aioros.
Di nuovo di guerra.
E di Giustizia.
E di quanto più bello potesse esistere e l'Attica vasta offriva loro. Leggende di dèi, leggende di eroi. Imprese in miti e storia, in sogni e terra, e Venere, Stella del Mattino, si era accesa per Aioros. Saga la contemplava, splendente, inferiore solo alla luna, e l'ammirava. Piano piano, tutte le stelle. Discretamente, comparendo schive, poi a gruppi, sfumate, e in crescendo di scie. Le stelle tutte fiorirono per Aioros, e poterono distinguere le costellazioni e chiamarle per nome, tra il debole frinire delle cicale.
Perché non credere alle stelle, e alle cicale?
Perché non credere ad Aioros?
Senza di lui, quale vita?
Per chi avrebbe desiderato, palpitato, vissuto, se non per lui? La stessa sua vita era fiorente testimonianza della presenza della voce limpida e profonda che al suo fianco declamava, al pari delle gemme in fiore tra rami e cespugli, rigogliosi di vita assieme a lui.
"Che qualcuno mi svegli da questo sogno" pregava silenziosamente Saga tra i sorrisi estasiati, "ora, prima che il mio animo venga rapito per sempre."
Ma nessuna mano fredda lo attanagliava alla gola, strattonandolo bruscamente all'indietro. Le uniche dita erano quelle dorate della luce del mattino. Giochi, risa, e labbra più dolci del miele. Venere, astro lucente del mattino e della sera, scintillava negli occhi di Aioros, bellissimo, rilucente Aioros. La brezza tiepida gli scompigliava ad arte i riccioli perfetti. Era troppo bello da credersi vero. Perciò lo toccava, perso nell'estasi, carezze lievi, a dita aperte, audaci i palmi sui suoi fianchi, sulle braccia muscolose, ardenti le labbra sulle sue. Ed inchiodava occhi in occhi che lo affrontavano apertamente, senza paura. Aioros l'incorruttibile. La loro limpidezza era quella che sollevava il vento e rendeva le foglie simili a violini nel fruscio della sera, che attirava il sole ed accendeva le stelle del firmamento. Verde mare, azzurro di bosco, cielo riflesso in laghi persi nel verde di querce, pini, castagni e faggi.
"Saga? A cosa stai pensando?"
Lo riscosse dai suoi pensieri. Sorrise. E tacque.
"Dimmelo, te ne prego."
"Mi sgrideresti." Allungò una mano a carezzargli il volto, mentre lo diceva, incapace di staccare gli occhi dall'amato compagno. Carezzevoli le dita che col dorso scendevano dallo zigomo al mento, il Santo di Gemini aggiunse, perso com'era nella sua contemplazione: "È tutto talmente bello da non sembrare vero."
"Nobile Saga!" La voce era un dolce rimprovero. Gli occhi si erano istantaneamente fatti più severi, fermi nel ritratto della determinazione. Voleva essere convincente, Aioros di Sagitter. Saga sorrise.
"Nobile Saga, devi scacciare la paura che alberga nel tuo cuore."
"Sono debole. Perdonami."
"Non sei affatto debole, mio splendido amico. Ma oscuri demoni lottano nel tuo cuore."
Saga sapeva che non si stava riferendo agli sciagurati avvenimenti di quella notte. Abbassò comunque lo sguardo, intrecciando le dita alle dita di Aioros. Ruvide sui polpastrelli e forti, scurite dal sole, contrapposte alle sue, più pallide, e flessuose ed eleganti. Ne saggiò il tocco e il calore. Sospirò.
"Sono qui, Saga" la voce profonda di Aioros si abbassava in un sussurro dolce, come a stemperare la gravità delle sue parole. Sussurro caldo profumato di vita. "Sono qui con te. Non me ne andrò più."
E mentre il cuore gli si spalancava verso di lui nuovamente allungava le braccia, con un che di triste che tintinnava come eco distante in tutta quella trepida gioia. Gioia di vivere. Gioia di essere vivo. E baci a cascate, e carezze, e parole d'amore. Le mormorava come qualcosa di sacro, mai ad alta voce, e come mistico canto le sentiva librarsi in cielo solo quando accompagnate dalle stesse, dolci insensatezze di quelle labbra accostate alle sue, oro, incenso e mirra. Aioros l'invincibile.
Che qualcuno…
Strascichi argento di luna non impallidivano la sua pelle di guerriero; in quella estenuante calura di notte, Saga pensò fosse dolce soffocare. L'apnea era spezzata da boccate d'aria calda come vapore. Aioros diveniva sfocato, visione appannata dietro un vetro, Aioros il magnifico, lo splendente, diletto degli dèi…



"Vostra Santità? Dormite ancora?"



Note di Aquarius ~

Epilogo:

Nessun epilogo felice, qui. Questo era puro sfogo di angst. Ma Aioros è ancora vivo, lo so, da qualche parte, tornerà e si scatenerà un'intensa storia d'amore che ai tempi bui non ebbe tempo di sbocciare, ecco. *IO CREDO NELLE FATE, LO GIURO, LO GIURO!*


Note più serie
:
1) Fanfic in due parti. La precedente riguardava Kanon e Rhadamantis. Il risveglio è il punto di partenza, loro fanno il resto. I personaggi appartengono a Masami Kurumada, non a me, ma io li amo tanto tutti quanti. E li slasho.

2) Che dite, Kanon se l'è passata meglio? Temo di sì. Ma non è colpa mia. Non so quale imperscrutabile bilancia cosmica del karma abbia deciso di ripartire in questo modo le sorti dei due fratelli, a suo modo riequilibrando disparità. Uno tanto amato rimasto completamente solo e l'altro, rinnegato, che si lega a qualcuno. Potrebbe vedersi così. Sono ignara quanto voi.

(andiamo, comunque. AiorosxSaga = Angst. Non poteva andare diversamente. Me ne scuso)


 

Autore:Camus di Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico, Introspettivo
Personaggi Principali:Gemini Kanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
PG
Avvertimenti:
Shonen Ai
In proposito:
 Risvegliarsicon il rumore delle onde nelle orecchie. // Risvegliarsidisteso, tra morbide, bianche lenzuola.
Disclaimer: Sono personaggi che appartengonopa Masami Kurumada. Ancora per poco, perchè progettiamo dirapirli e di rapire anche lui.
Cose: 
 Questafanfic è dedicata come sempre alle mie muse (DeathMaskdi Cancer, Aphrodite di Pisces, Milo diScorpio),ma questa volta con particolare riguardo a Rhadamantis di Wyvern,che non commenta ma legge, inarcando il suo elegante monosopracciglioall’inglese, e a Kanon di Gemini,nel tempo libero Kanon di Gemini, che tra le altre cose ci harecentemente deliziato di questa.Che io fossi in voi andrei a leggere. E ho l’accortezza dipubblicarequesta fanfic oggi (14/08/2008,sull'EFP),che se non vado errata è un anno esattoche sonodiventati un dolce duo, e a breve andranno a spassarsela al mare. <3 Auguri a Rhada eKanon. ~
CAPITOLO:1 di 2


Risvegliarsi
Capitolo 1
 

Risvegliarsi con il rumore delle onde nelle orecchie.
Oh, no.
Di nuovo.

Da quale dei suoi incubi si sarebbe risvegliato, ora? Era tornato laggiù? Generale degli abissi, accolto dal mare che aveva tentato di ucciderlo, quel mare stesso lo mondava con la sua rudezza di padre severo e lo accoglieva come un figlio inasprito – era il mare di Poseidone? Si sarebbe risvegliato dal grande incubo di una Guerra Santa solo sognata e si sarebbe ritrovato laggiù? Erano queste le onde?
O si sarebbe risvegliato ancora più indietro, tra i flutti di un mare non ancora padre, dall’ennesimo incubo in cui il fratello lo abbandonava voltandogli la schiena? In quale dei due casi avrebbe perso di più?
Perdere l’oro che sapeva di sangue fraterno e di negata appartenenza finalmente concessa, e di onore, e riscoprirsi il generale votato al dio avverso, traditore tradito?
Perdere la stessa veste di Marine, e ritornare agli stracci e ad una grotta scavata dai sali, senza dio alcuno, nemmeno il padre Poseidone che aveva avuto egoistica pietà di lui?
O perdere quegli stracci stessi?
Tornare un uomo e scenderne al di sotto.
Affrontare la morte…
Con quel rumore di onde nelle orecchie.
Che onde erano? Che mare? Da quale incubo si stava svegliando?


Il sole bianco, accecante, e le strida dei gabbiani. Kanon viveva.
Rimase ancora abbagliato dal sole, ferito, abbattuto come straccio bagnato sugli scogli pietrosi. L’odore acre e familiare del mare lo soffocava, il sole batteva sul suo corpo dal sapore di salsedine, sulle alghe vaganti che erano state strappate al mare da correnti e fato e tempo, si raggrumavano ed imputridivano lì, assieme ai crostacei e i piccoli insetti che vivevano soltanto sotto la sabbia e negli anfratti delle rocce porose. Il sole era accecante. Bianco da ferire. Kanon era già ferito, e voleva solo riposare.
Da seduto, fu come vedere un mondo diverso. Distesa di blu a braccia aperte, il mare lo chiamava, eppure non si muoveva. Kanon rimase immobile per molto tempo, instupidito, la testa inclinata su un lato. Le braccia si muovevano, ma era come se non facessero più parte di lui. Aveva ancora un dito rotto. Vi pensò distrattamente, lo sguardo vacuo sul mare e le labbra dischiuse, quel figlio di puttana di Minos.
Rimase così qualche altro minuto, prima che il suo sguardo riuscisse ad essere catturato dalla figura galleggiante sul mare. Scattò in piedi. Il suo corpo lo punì con ogni dolore possibile, tutte le ossa bruciarono eseguendo i suoi movimenti – ed era come correre con gambe di cristallo – eppure Kanon correva.
Il mare gli diede vita.
Di nuovo.
L’acqua fredda gli diede un senso e lo riscosse, i suoi arti gli rispondevano, i brividi gli diedero velocità. Il mare gli restituiva la vita. Fu ghiaccio ed ossigeno, vampata d’aria, e così le sue mani poterono afferrare e trascinare, e parve come risvegliarsi da un sogno – di nuovo – il rumore delle onde nelle orecchie – di nuovo – solo nel distendere Rhadamantis della Viverna, Giudice Infernale, grande generale di Hades, nemico di Athena, rovesciato a testa indietro sulla sabbia ruvida che scarsamente ricopriva a manciate l’insenatura rocciosa del mare. Tossì, con voce cavernosa. Rhadamantis viveva.
Kanon rimase in ginocchio, gocciolando, mentre la testa gli girava che sembrava stesse per cadere, fischi d’aria alle tempie. Per minuti, ancora, ripiombò in quella specie di trance, chiuse gli occhi, il sole era bianco e accecante anche da dietro le palpebre, e Kanon era ferito e voleva solo riposare. L’unica cosa tangibile, lacrime del padre mare a scivolare dai capelli alle tempie alla fronte al naso agli zigomi alla bocca, e il salato sulla lingua. Ansimava. Il mare li aveva salvati entrambi.
“Kanon!”
Fu la voce a svegliarlo.
Kanon mise a fuoco l’uomo che aveva davanti.
Anche privo dell’armatura, Rhadamantis il gigante infernale era temibile come una fiera dalle maestose sembianze. Il suo ampio torace si alzava ed abbassava in faticosi respiri come la schiena di un drago che ansima terribile, imperscrutabile, occhi di lama. Può non attaccare, ma tu sei paralizzato dal terrore.
“Rhada… mantis…” sillabò. La sua gola era secca. Le parole raschiavano. Sentì sapore di sangue, dolorosamente mischiato alla salsedine. Per l’altro doveva essere lo stesso. In bocca a lui quell’ansito era stato un ruggito, ma la sofferenza in quel momento – il saint lo sapeva bene – apparteneva ad entrambi. Entrambi sarebbero dovuti morire nell’esplosione causata dallo stesso Kanon, erano finiti lontani, molto lontani, fino ad esplodere oltre il mondo dei morti, sulla terraferma, ma il mare li aveva graziati. Entrambi.
“Kanon… perché…” raschiò l’uomo che si sforzava di puntellarsi sulle braccia possenti, trapassandolo con occhi iniettati di sangue. Ma Kanon non aveva paura. Né di lui né di niente. Il sole era accecante, e bianco, e nelle orecchie c’era il rumore del mare. Rhadamantis aveva rischiato di morire.
“Perché sì” sbottò, senza nemmeno sforzarsi di cercare una frase ad effetto tra le tante che avrebbe potuto dire. Anche un non lo so sarebbe stato di grande effetto scenico, ma non è che esattamente non lo sapesse. Come se non lo sapesse. Un motivo c’è sempre, a quello che si fa, al mondo. Kanon stava seduto cercando di non morire e Rhadamantis, il suo avversario, il suo nemico, l’uomo che aveva sbarrato la strada all’esercito di Athena e aveva ucciso i suoi compagni, l’uomo che aveva allacciato lo sguardo al suo non curandosi né degnandosi più di nessun altro

Sospettavo che fossi tu...
L’uomo che è riuscito ad ingannare anche gli dèi…

e che l’aveva chiamato per primo

…Kanon dei Gemelli!
come nessun altro prima aveva fatto, in quella corsa affrettata contro il tempo, investito cerimoniosamente a sangue e lacrime un’ora prima che la sua dea morisse – Rhadamantis lo specter, generale di Hades giaceva a peso morto a faccia in giù sull’acqua, e lui era corso per tirargli i capelli – e ora ricordava, le seriche chiome bionde sotto le sue dita ferite – riversargli il capo all’indietro e farlo respirare. E l’aveva portato a riva prima che, privo di sensi, non ricevesse la morte, per scoprire che il padre mare davvero aveva voluto salvarlo. Come Kanon. Entrambi vivi. Entrambi salvi.
Respirava a fatica, Rhadamantis, e non gli staccava gli occhi di dosso. La sua risposta l’aveva preso in contropiede, e nei suoi occhi era passato di sfuggita un lampo di smarrimento. Kanon lo riconobbe. Era lo stesso che aveva trasformato il suo volto quando aveva visto Gemini chinarsi su di lui, in un gesto naturale, dopo avergli inferto un colpo tremendo – e anche allora non seppe perché lo stesse facendo, solo gli venne naturale chinarsi su Rhadamantis così scioccamente, come a sincerarsi se stesse bene, come nel più assurdo dei racconti – e quando ad interrompere il loro scontro erano arrivati gli altri due Giudici dell’Oltretomba. Rhadamantis aveva gridato “No!” – per lo stesso motivo per cui Kanon si era chinato su di lui senza pensare, e rabbioso aveva perso il controllo perché la sua preda era stata toccata da altri. E smarrito, quello sguardo regalava furia ai suoi no, un impeto che aveva lasciato i due giganti sconcertati, due sorrisi perplessi sui volti in ombra. Quello stesso lampo aveva ingentilito l’espressione dura per un secondo mentre il rumore delle onde riempiva le orecchie di Kanon, e non c’era molto di superfluo da dire. Ricordava tutto perfettamente.
Gli sorrise, debolmente.
“Kanon… tu… sei un uomo avventato.”
“Può darsi.”
“Mi hai salvato la vita.”
“L’ho fatto.”
“Potrei approfittarne per ucciderti.” Raschiava, col fiato, la terribile fiera. Non aveva perso niente della sua minacciosità. Era un mostro ferito, e quindi più irritabile e pericoloso. Lo guardava. Ma non si muoveva.
“Non credo che lo farai.”
Una debole risata. Kanon osservò con inaspettato piacere le labbra dello specter deformarsi in un ghigno da lui subito prontamente imitato, mentre dall’altro usciva una breve, roca risata. Riconosceva il suo tono di voce, elegante ma cupo, come se provenisse davvero dalle profondità stesse dell’Inferno.
Saint e specter si fronteggiavano.
Erano due esseri ricoperti di ferite, striscianti. Non si reggevano in piedi. Guerrieri privi di armatura, si fissavano senza abbassare la guardia, mentre il sole accecante batteva su tutto, sulle rocce porose salate, sul mare blu come lapislazzuli lucenti, sulla pelle dei due uomini ricoperta di ustioni, abrasioni e tagli non più sanguinanti. Tutto aveva lavato via l’acqua del mare. Kanon spezzò per primo la posizione di guardia, con grande naturalezza. Si lasciò scivolare all’indietro, per distendersi. Voleva appoggiare la schiena alla terra e ricordarsi di essere vivo. Passarono dei minuti. Quando riaprì gli occhi il sole era sempre lì, sembravano essere passate ore e invece era nella stessa identica posizione, e Rhadamantis giaceva disteso accanto a lui. Riprendevano entrambi fiato e vita.
“Rhadamantis.”
“Mh?”
“Come stai?”
“Potrei stare peggio.”
“Già. Senz’altro.”
“…E tu?”
“Ah, io? Mh. Bene.”
“Mh.”
Kanon rilasciò il fiato, con grande fatica. Tutte le membra si stavano sciogliendo. Non sapeva dire se era un buono o cattivo segno. L’abbandono era piacevole, ma aveva al tempo stesso paura di quell’abbandono. Era l’invitante richiamo della morte, o poteva fidarsi? Kanon non si era mai fidato molto di nessuno. Anche in quel momento, si faceva un po’ pietà. Tremava, nel caldo del sole accecante. Non voleva morire. Non adesso.
“Io dormo.”
“Dormi?”
“Sì. Non morire mentre io dormo.”
Rhadamantis pensò che Kanon dei Gemelli era più che un uomo avventato. Era veramente eccentrico. Aveva salvato la vita ad un suo nemico, gli aveva ingiunto di non morire mentre lui non poteva sorvegliarlo, poi si era addormentato. Le membra intorpidite, il gigante infernale fece uno sforzo col capo per girarsi ad osservare i lineamenti del volto dell’avversario. Lo fece finché non fu sicuro di distinguere l’espandersi ed il contrarsi dell’ampio petto. Appena se ne fu sincerato, si abbandonò senza forze disteso nella posizione di prima, e chiuse gli occhi a sua volta.

“Kanon.”
La voce ferma lo riportava alla realtà.
Era vivo. Di nuovo. Ancora.
“Kanon.”

Rhadamantis della Viverna torreggiava su di lui, come l’aquila che scende a cerchi sulla preda prima di ghermirla. Strano che non provasse paura.
“Nh?”
Si sentì tornare ad una posizione naturale. Si rese conto di essere stato spostato, perché prima evidentemente doveva trovarsi più in alto.
“Ti dimenavi. Stai bene?”
“Sì. Sì, sto bene. No. Mi fa un male atroce.”
Il saint di Gemini portò entrambe le mani al fianco destro. Cos’era all’improvviso tutta questa cosa del corpo che pretendeva di riacquistare sensibilità? All’anima se era vivo, era vivo sin troppo. Prima non gli faceva così male. Scoppiò a ridere.
“Che c’è da ridere?”
“Niente. Siamo vivi.”
Lo stesso sorriso si dipinse sulle labbra arroganti del’altro. Per la seconda volta, Kanon le osservò con piacere. Ed interesse.
“Sì, siamo vivi.” E sogghignò, guardando il mare, come a sottolineare il sarcasmo – neanche l’ironia – della situazione. Erano entrambi vivi. Kanon riuscì a mettersi seduto. Erano ancora laceri e sporchi, e feriti. E più sofferenti che mai. Ma il mare li aveva graziati entrambi. Non aveva scelto il figlio Kanon, donandogli la vittoria dell’eroe che paga il suo spirito di sacrificio. Non aveva scelto Rhadamantis, assegnandogli la vittoria della forza di Hades su Athena. Aveva salvato entrambi, ed ora erano lì, striscianti, a vivere, senza vinto né vincitore, senza poter tornare sul campo di battaglia, che si sarebbe conclusa prima che loro potessero essere di nuovo in grado di rimettersi in piedi. E chiunque avesse vinto, loro erano entrambi vivi.
Il sole era basso. Ancora non tramontava. Non c’era freddo. L’odore del mare era più forte che mai, e la risacca copriva qualsiasi altro suono. Respiravano con dolore. Kanon aveva salvato Rhadamantis, e il mare aveva salvato entrambi. Si chinò a guardarlo, la fiera vinta e non vinta, spossata al suo fianco, ma che non abbassava la guardia. Puntò gli occhi nei suoi, come se fosse pronto a scattare in qualsiasi momento, mentre entrambi non sarebbero stati in grado di imprimere forza ad un misero calcio senza frantumarsi le ossa. Ma erano vivi. Vivi.
Scattarono praticamente contemporaneamente. Il sole non era più bianco, ma l’odore della salsedine soffocava, la sabbia era ruvida, il vento inclemente, e non si sentiva altro che il rumore delle onde nell’eco di ogni roccia avvinghiati l’uno nelle braccia dell’altro, labbra che si divoravano a vicenda con una fame morbosa, voglie alimentate a fuoco da scintille di ferro che si affila, respiri e bruciore e sangue e vita. Ignorando l’amaro, l’aspro e il salato quanto il sapore ferroso del sangue. Prendere tutto, fin quello che c’è, perché c’è, e non è andato distrutto. Non se l’è preso Hades, non se l’è preso Athena. Non se l’è preso l’inferno, non l’Elisio. Nemmeno il mare.

Si staccarono ansanti dopo un’infinità di tempo, e gli occhi di Rhadamantis sempre duri agganciarono quelli di Kanon, fissi, tanto che non li poté muovere, mentre con espressione seria andava a prendergli la mano offesa, la mano che avevano torturato davanti ai suoi occhi. La teneva stretta, perché non si facesse male, la tenne stretta mentre si chinava su di lui, aquila e drago e leone e maestosa viverna, e si avvinghiava a lui come lui prima gli si era gettato addosso, avido di un sentimento senza nome. Il mare aveva risvegliato Kanon con il rumore di onde nelle orecchie, e aveva risvegliato Rhadamantis della Viverna, di Athena nemico giurato, servo di Hades, l’uomo al quale il destino aveva già cominciato a legarlo a doppio filo. Giacevano assieme, labbra affamate, riprendendosi tutta la vita che era stata loro restituita.

“E adesso?”
Rhadamantis rimaneva in silenzio, guardando il mare, padre patrigno di Kanon dei Gemelli. Adesso?
“Abbiamo vinto entrambi, Kanon. O siamo stati entrambi sconfitti. O forse nessuno ha vinto.”
“Non t’interessano le sorti della Guerra?”
“Comunque sia, è finita. E noi ne siamo usciti. Come se fossimo morti entrambi. Ma non lo siamo. E non possiamo tornare indietro dicendoci vincitori. Non siamo neanche questo.”
Kanon rimase a riflettere per un po’. Ora che riusciva a stare in piedi, doveva reggersi la mano ferita. Rhadamantis gliel’aveva fasciata con quel che rimaneva della veste che indossava sotto la surplice. Si chinò seduto di fianco a lui. Rhadamantis che era stato salvato dal mare. Che viveva.
“E quindi?”
“Un’alternativa c’è sempre.”

Note di Aquarius ~

Epilogo:

Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli scapparono assieme alle isole Shetland, dove lo specter ha residenza. Lì hanno avuto tempo e modo di riprendersi dallo scontro ed instaurare un solido rapporto di coppia. Vanno molto d’accordo e seguitano imperterriti a concupirsi apertamente ed anche in pubblico. Non si sprecano a tentare di negarlo. Litigano moderatamente. Sono felici. Il tè preferito di Kanon è diventato il Russian Earl Grey. Ogni tanto tornano al mare. Appena si saranno un attimo organizzati con ogni probabilità formeranno un’associazione a delinquere per conquistare il mondo.


Note più serie
:
1) Fanfic in due parti. La prossima, conclusiva, sarà dedicata ad Aioros e Saga. Il risveglio è il punto di partenza, loro fanno il resto. I personaggi appartengono a Masami Kurumada, non a me, ma io li amo tanto tutti quanti. E li slasho.

2) Uhm, sì. Lo so. Teoricamente Rhadamantis della Viverna e Kanon dei Gemelli non sono sopravvissuti affatto. Si sono disintegrati nell’ultimo atto di eroismo di Kanon, esplodendo fra le stelle. Non ho la pretesa di insinuare il dubbio nelle vostre anime innocenti. Ma… dite un po’. Ne avete l’assoluta CERTEZZA? °_* <3

(ahimé, nota più seria sin lì)

(tutto ciò per dire che questo capitolo è classificabile come WHAT IF. Oppure no. Dipende a cosa si decide di credere. È a libera scelta. Io dopotutto con quei due lì ci cenavo fino a tre sere fa. E c’era davvero tè ad ogni ora del giorno.)


 

Autore:Camusdi Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali: GeminiKanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
G
Avvertimenti:
-
In proposito:
Eidelon come immagine, come riflesso in uno specchio. Due coppie difratelli, l'una davanti all'altra. Nella loro diversità liscopriamoperfettamente speculari, da togliere il fiato. Aioros e Aioria da unaparte, Saga e Kanon dall'altra, durante la stessa notte, nello stessoambiente, nella stessa situazione. E due capitoli: ve li proponiamoinsieme - in un unica volta - perchè sono inscindibili l'unodall'altro, come i loro protagonisti.
Disclaimer: Kurumada voleva questo, losappiamo.
Cose:
un omaggio all'amore fraterno.
CAPITOLO: 2di 2


Eidelon
Ti ho creato nella gioia e nel pianto:
tanti sono i fatti, tanti gli eventi
che sei diventato tutto sentimento, per me.
[C. KAVAFIS, Sullo stesso luogo]


Sbadigliò e si appoggiò al tavolo con aria annoiata. La fiamma della lampada, sul tavolo davanti a lui, venne scossa dal suo respiro e tornò calma. Allora Kanon avvicinò il viso, curioso, nonostante la spossatezza, allungò il collo bianco – serici fili, sottili, danzavano giù dalle sue spalle – e guardò la fiamma dentro il capannello di vetro, con enorme interesse.
Saga, seduto sul bordo della branda, senza battere il ciglio lo osservava inclinare il capo, intento com’era nella sua contemplazione, e poi tornò a slacciarsi i calzari: era stata una giornata lunga che lo aveva visto impegnarsi nel proprio allenamento, separato, come di rigore, da quello del fratello gemello.
Cavaliere d’Oro dei Gemelli, gli avevano detto. Cavaliere d’Oro dei Gemelli, tu o tuo fratello, saranno le stelle a decidere. Castore e Polluce, Diòscuri signori della guerra, stabiliranno a chi conferire l’armatura che fa esplodere le galassie. Vi sceglieranno le stelle.
Saga era orgoglioso e grato dell’onore concesso e ogni giorno chiedeva il massimo al proprio corpo e al proprio spirito. E ogni sera, dopo gli estenuanti soli roventi e piogge battenti sulle loro fatiche individuali, si allenava di nuovo con il fratello gemello, giocando con le stelle, le stelle che vegliavano il Santuario.
Kanon s’inumidì le dita, pensieroso, e fece per spegnere la fiamma pizzicando il cordoncino di stoppa. La fiamma tremò, alla vicinanza dei suoi polpastrelli, poi sgusciò via, indignata dalla tracotanza del ragazzino.
“Kanon” lo rimproverò gentilmente il fratello. Stava sistemando gli abiti sulla sedia di legno appoggiata al muro e i maneggi dell’altro sull’unica fonte di luce non gli permettevano di vedere bene.
Saga non aveva bisogno di parlare troppo per redarguire: bastava che lo chiamasse perché l’attenzione del fratello gemello fosse completamente catalizzata, sia che i suoi occhi si rivolgessero a lui sia che rimanessero fissi sull’oggetto davanti a sé. Kanon si rilassò all’indietro con un sospiro, per niente composto, ma lontano dal fuoco, e si appoggiò allo schienale.
Sbatté le palpebre. Sbadigliò ancora. E si appoggiò coi gomiti.
La notte era calata da tempo e le stelle erano luminose. Le avevano guardate fino ad un attimo prima, riconoscendo le costellazioni più nitide, poi erano rientrati.
Era, la loro, una casa piccola e modesta, con le pareti di pietra nuda e di due stanze. Una con un tavolo e un paio di sedie, qualche conchiglia che Kanon raccoglieva sul mare, e fiori secchi, rimasugli dalle corone che intrecciava ridendo fra i capelli di Saga, e una cassapanca con i motivi artigianali di Atene, contenete gli abiti e gli accessori necessari all’addestramento.
L’altra stanza, più piccola, vedeva due brande al centro della stanza, unite insieme. Le lenzuola erano pulite, anche se ruvide. In un angolo, il necessario togliersi di dosso la polvere e la fatica della giornata.
Era tutto quello che offriva il Santuario di Atene ai suoi allievi, che dovevano formarsi nel rigore fisico e morale per essere in grado di affrontare le prove dure che la dea metteva sulla strada di un suo Sacro Guerriero. Una volta ricevuta l’investitura, Saga o Kanon avrebbe avuto la possibilità di ascendere agli alloggi dei Dodici Templi, nel nucleo del Santuario, ma adesso era in quella casa spoglia eppure così intima che conducevano le loro esistenze.
A compensare la rigidità c’era la bellezza della campagna di Atene, con i suoi rumori ovattati dal caldo, l’odore del mare che saliva dalla costa e colli e stelle a perdita d’occhio sino a toccare lo Star Hill.
Né Saga né Kanon si erano mai lamentati, finché erano l’uno con l’altro.
“Hai sonno?” il maggiore dei gemelli, finalmente libero dai paramenti, raggiunse il minore. Appoggiò i palmi delle mani forti - per quanto fossero quelle di un ragazzo così giovane – sulla tavola a fianco del ragazzo, e si chinò ravviandosi i capelli. Gli sorrise, nonostante la stanchezza, e riuscì ad ottenere un sorriso anche dalle labbra dell’altro, identiche e diverse.
L’affetto che lo legava a Kanon era inesprimibile e indistricabile nel groviglio dei sentimenti che provava per il fratello: uno e solo, eppure distinti, due perle di rugiada nate dalla stessa goccia di pioggia.
Saga aveva passato la sua vita conoscendo a memoria i suoi pensieri, persino quando i suoi occhi si facevano più sottili, dal blu più profondo, e s’inabissava dove la natura lo rendeva sé stesso, grande e distante. Gli piaceva pensare, però, che Kanon fosse un germoglio nato da poco che aveva bisogno di cure e di luce, di rettitudine e guida.
Il ragazzino sbadigliò di nuovo, senza curarsi di schermare la bocca. “No”.
Uno scappellotto leggero sulla nuca, reso dolce dal tono armonioso con lui lo rimbrottò: “La mano davanti alla bocca”.
“Mh. No, non ho sonno, Saga”.
“A me pare di si”.
“No… Non è vero. Cos’è, tu vuoi la favola della buonanotte?” non trattenne uno sbadiglio, che gli deformò la faccia in una smorfia così divertente che gli venne da ridere, poi si alzò in piedi un poco più sveglio, e cinse per scherzo la vita del gemello con le mani, lo sguardo brillante.
Saga sorrise, più pacato, e gli riavviò i capelli folti con le dita.
“Sono grande, ormai. E anche tu. Vai a lavarti”.
Kanon sbuffò, ma perlopiù per questioni sceniche. Cedette presto e si lavò, assieme al fratello, come tutte le sere, con l’attenzione nello sguardo che lampeggiava dal suo al proprio riflesso su quel minuscolo rettangolo che era lo specchio sopra il lavabo.
Mentre Kanon si lavava i denti, producendo con lo spazzolino una schiuma fresca di arancia, Saga si spogliava dei vestiti, lentamente, in un rituale silenzioso, e si rivestiva per la notte, cotone pulito e fresco. Tutte le sere, andava avanti così.
Era con il languore della sera che i gesti di Kanon acquisivano man mano sempre più dolcezza, sino a farsi sempre più affettuoso. Aspettava sempre a letto, Saga, che il gemello lo raggiungesse per l’abbraccio con cui intrecciavano le dita in maniera talmente naturale da sembrare miracolosa.
“Pensi che sarà una bella giornata, domani, fratello? Il caldo non accenna a diminuire.”
Il futuro Cavaliere d’Oro di Gemini scostò le lenzuola, per tutta risposta, e Kanon rispose immediatamente all’invito, con quella sua prontezza così caratteristica nei suoi movimenti. Come se non fosse mai stanco.

Kanon riaprì gli occhi nella penombra. Saga aveva aspettato che si addormentasse, prima di spegnere la lampada nella stanzetta da letto, e l’unica fiamma che ardeva era quella piccola e vibrante sul tavolo, che inondava d’ombre dense la casa di pietra.
Kanon non aveva paura di niente, eppure provava un caldo senso di appagamento contro il corpo caldo del fratello maggiore, Saga, che già chiamavano “dio”, bello e potente. Come lui. Non aveva paura delle ombre, mai avuta. Che suo fratello ancora non gli aveva voltato le spalle sotto la litania del mare oscuro. Non aveva paura delle ombre, ma quelle dense negli angoli sembravano minacciare qualcosa di sibillino e avrebbe preferito non vederle se fosse stato solo. Ma non era solo, era con Saga.
“Saga?”
Squillante, chiamò nel silenzio della notte ateniese.
Il giovane aprì gli occhi in quelli del gemello: iridi blu spalancate in iridi blu. Fece scivolare una mano al di fuori delle lenzuola per accarezzare il braccio tiepido del fratello.
“Che cosa c’è?”
“Niente. Volevo vedere se rispondevi”.
Saga increspò le labbra in un sorriso. “E perché non avrei dovuto?”
Kanon sporse il labbro inferiore. Fece spallucce. “Così”.
Il fratello si puntellò sul gomito, per guardarlo meglio, ma Kanon si raggomitolò meglio contro di lui, senza una parola. Era bello, con Saga. Solo con Saga. Perché erano due metà.
“Sai che non c’è bisogno di chiamarmi.”
“Lo so.”
C’erano momenti, invece, in cui Saga era lontano, e Kanon non sapeva come chiamarlo. C’erano momenti in cui i suoi sentimenti gli sfuggivano, fluttuanti, vibranti come solo i sentimenti di Saga sapevano essere, intessendosi a capelli bruni ed occhi verdi che non erano i suoi; lo stinse meglio, lo sguardo corrucciato, sentendo acuto e doloroso il morso della gelosia.
Il fratello gli sorrise, senza comprendere – o senza darne mostra. “Conosci il mio Cosmo, Kanon. Ovunque sarò, ti sentirò.”
“Ma non saremo mai troppo lontani” lo interruppe Kanon, aprendo finestre di mare sconfinato negli occhi, e Saga non seppe spiegare il brivido che lo aveva attraversato. “Perché siamo due metà della stessa cosa.”
Kanon pensava, in quel momento, agli allenamenti che Saga teneva solo, nelle piane deserte, oppure con Aioros, lontano dal fratello, o ancora a qualche missione lontana dalla terra di Grecia che avrebbero potuto affidargli. E temeva, e non temeva. “Me l’hai detto tu. Non è vero, Saga?”
Non immaginava che, negli anni a venire, molte volte Saga avrebbe spalancato il Cosmo senza desiderare di chiamarlo a sé e lui, al suo turno di chiamarlo, avrebbe visto solo le sue spalle allontanarsi.
Saga sorrise dolcemente, ignaro allo stesso modo.
“Sì. Noi siamo…”
“Noi siamo uno e solo, Saga. Siamo due metà indivisibili.”
E allora rise, elettrizzato. Si aggrappò con le braccia al collo del fratello maggiore e appoggiò morbidamente le labbra sulle sue, come ogni sera faceva, per augurargli la buonanotte. Uno e solo con Saga, abbracciato a lui, a mescolare i propri respiri.
Saga accolse il gesto d’amore chiudendo gli occhi, senza sorprendersi. Poco dopo, il fratello gemello respirava lentamente con le dita e le braccia aggrappate alle sue, sprofondato nel sonno.
Uno e Solo, non lo abbracciò: erano le due metà che trovavano la loro conclusione solo nella simmetria. Intrecciarono i loro corpi per completarsi. La fiamma della lampada, sul tavolo nell’altra stanza, venne scossa un alito di vento e tornò calma.
Si spense dopo che anche Saga ebbe chiuso gli occhi, abbandonandosi a sonni profondi.


 

Autore:Camusdi Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Introspettivo, Romantico
Personaggi Principali: GeminiKanon, Gemini Saga, Leo Aioria, Sagitter Aioros

Rating:
G
Avvertimenti:
-
In proposito:
Eidelon come immagine, come riflesso in uno specchio. Due coppie difratelli, l'una davanti all'altra. Nella loro diversità liscopriamoperfettamente speculari, da togliere il fiato. Aioros e Aioria da unaparte, Saga e Kanon dall'altra, durante la stessa notte, nello stessoambiente, nella stessa situazione. E due capitoli: ve li proponiamoinsieme - in un unica volta - perchè sono inscindibili l'unodall'altro, come i loro protagonisti.
Disclaimer: Kurumada voleva questo, losappiamo.
Cose:
un omaggio all'amore fraterno.
CAPITOLO: 1di 2


Eidelon
Ti ho creato nella gioia e nel pianto:
tanti sono i fatti, tanti gli eventi
che sei diventato tutto sentimento, per me.
[C. KAVAFIS, Sullo stesso luogo]


Sbadigliò e si strofinò gli occhi con le mani. La fiamma della lampada, sul tavolo davanti a lui, venne scossa dal suo respiro e tornò calma. Allora Aioria si alzò sulla sedia, puntellandosi sulle ginocchia, si spalmò per metà sul tavolo e guardò la fiamma dentro il capannello di vetro, con enorme interesse.
Aioros, seduto sul bordo della branda, si sporse a controllare che il fratellino non si bruciasse la faccia, intento com’era nella sua contemplazione, poi tornò a slacciarsi i calzari: era stata una giornata lunga che lo aveva visto impegnarsi nel proprio allenamento e nell’accurato addestramento del fratello minore.
Cavaliere d’Oro del Sagittario, gli avevano detto. Sarai Cavaliere d’Oro del Sagittario, le stelle ti hanno scelto. E tuo fratello, il tuo piccolo Aioria, lo sarà del Leone. Vi hanno scelto le stelle.
Aioros era orgoglioso e grato dell’onore concesso e ogni giorno chiedeva il massimo al proprio corpo e al proprio spirito. E chiedeva il più possibile al piccolo affidatogli prima dal destino – che li aveva privati della famiglia – poi dal Santuario.
Aioria  piantò le manine ai lati della lampada e, con cautela, soffiò dentro. La fiamma danzò, solleticata, poi si mosse rabbiosa, per l’oltraggio del soffio più forte del bambino.
“Aioria” lo rimproverò gentilmente il fratello. Stava sistemando gli abiti sulla sedia di legno appoggiata al muro e aveva visto le ciocche ribelli del bambino pericolosamente vicine alla fiamma.
Aioros non aveva bisogno di parlare troppo per redarguire: bastava che lo chiamasse perché il piccolo gli dedicasse la più competa attenzione. Aioria si sedette composto, lasciando in pace il fuoco, e si appoggiò allo schienale.
Sbatté le palpebre. Sbadigliò ancora. E si sfregò gli occhi.
La notte era calata da tempo e le stelle erano luminose. Le avevano guardate fino ad un attimo prima, riconoscendo le costellazioni più nitide, poi erano rientrati.
Era, la loro, una casa piccola e modesta, con le pareti di pietra nuda e di due stanze. Una con un tavolo e un paio di sedie, qualche sasso che Aioria aveva voluto conservare a tutti i costi, perché gli ricordavano animali fantastici con le loro forme strane, e una cassapanca con i motivi artigianali di Atene, contenete gli abiti e gli accessori necessari all’addestramento.
L’altra stanza, più piccola, vedeva due brande appoggiate al muro, unite insieme. Le lenzuola erano grezze, ma pulite. In un angolo, il necessario togliersi di dosso la polvere e la fatica della giornata.
Era tutto quello che offriva il Santuario di Atene ai suoi allievi, che dovevano formarsi nel rigore fisico e morale per essere in grado di affrontare le prove dure che la dea metteva sulla strada di un suo Sacro Guerriero. Una volta ricevuta l’investitura, Aioria ed Aioros avrebbero avuto la possibilità di ascendere agli alloggi dei Dodici Templi, nel nucleo del Santuario, ma adesso era in quella casa spoglia eppure così intima che conducevano le loro esistenze.
A compensare la rigidità c’era la bellezza della campagna di Atene, con le sue stelle e i suoi grilli, l’odore del mare che saliva dalla costa e degli ulivi arrampicati fino allo Star Hill.
Né Aioros né Aioria si erano mai sentiti in diritto di lamentarsi di quello che avevano.
“Hai sonno?” il fratello maggiore, finalmente libero dai paramenti, raggiunse il più piccolo. Appoggiò i palmi delle mani forti - per quanto fossero quelle di un ragazzo così giovane – sulla tavola ai lati del bambino, e si chinò protettivo su di lui. Gli smosse i riccioli con le labbra, poi lo baciò sulla nuca, fraterno.
L’affetto che lo legava ad Aioria era così potente che era come se il piccolo fosse una parte di sé: il suo cuore, forse, o il suo stesso spirito.
Aioros era troppo giovane per farsi un’idea a tutto tondo dell’amore che provava per il bambino, l’amore orgoglioso di un padre che desidera che il figlio cresca forte e senza paure. Gli piaceva pensare, però, che Aioria fosse un germoglio nato da poco che aveva bisogno di cure e di luce, di rettitudine e guida.
Il ragazzino si strofinò gli occhi. “No”.
Aioros gli tolse le mani impolverate dagli occhi, pazientemente. “Così ti farai male”.
“Mh. No, non ho sonno, Aioros”.
“A me pare di si”.
“No… Non è vero. Voglio una storia. Me la racconti?” non trattenne uno sbadiglio, che gli deformò la faccia in una smorfia così divertente che la ripropose al fratello, aggiungendo le mani all’altezza delle orecchie: un mostro marino.
Aioros rise e gli scompigliò i capelli.
“Te la racconto. Ma tu devi lavarti”.
Aioria si imbronciò, ma perlopiù per questioni sceniche. Perché non si poteva andare a letto e basta? Poi, però, cedette e si lavò, assieme al fratello, come tutte le sere, con l’attenzione che Aioros gli insegnava nella cura di sé come nelle tecniche di combattimento – nonostante fosse lui un bambino così piccolo, osservando il fratello più grande, il maestro attraverso il riflesso di quel minuscolo rettangolo che era lo specchio sopra il lavabo.
Mentre Aioria si lavava i denti, producendo con lo spazzolino una schiuma fresca di menta, Aioros finì la storia, rubata ad Esopo. Una tutte le sere, andava avanti così, l’appallottolarsi di Aioria contro il petto del fratello come un cucciolo assonnato.
Ormai le aveva finite, ma aveva scoperto che mischiando eventi e personaggi poteva arricchire i sogni del fratellino – di tutta la famiglia che gli restava – con colori e forme sempre nuove.
“Svelto, a letto, adesso. Domani sarà una bellissima giornata.”
Il futuro Cavaliere d’Oro di Sagitter sollevò il lenzuolo e batte la mano sul materasso. Aioria rispose immediatamente all’invito e ci corse sotto, raggomitolandosi contro di lui.

Aioria riaprì gli occhi nella penombra. Aioros aveva aspettato che si addormentasse, prima di spegnere la lampada nella stanzetta da letto, e l’unica fiamma che ardeva era quella piccola e vibrante sul tavolo, che inondava d’ombre dense la casa di pietra.
Aioria era un bambino coraggioso, eppure fu contento di essere al sicuro contro il corpo caldo del fratello maggiore, che tutto poteva, invece che in un lettino da solo, come molti allievi del Santuario erano. Non aveva paura delle ombre, non ancora. Che suo fratello non era stato ancora accusato di tradimento e ancora era vivo accanto a lui. Non aveva paura delle ombre, ma quelle dense negli angoli sembravano minacciose e forse avrebbe chiuso gli occhi per dormire e non vederle se fosse stato solo. Ma non era solo, era con Aioros.
“Aioros?”

Argentino, chiamò nel silenzio della notte ateniese.
Il giovane aprì gli occhi in quelli del bambino: iridi verdi spalancate in iridi verdi. Fece scivolare una mano al di fuori delle lenzuola per accarezzare i capelli del piccolo.
“Che cosa c’è?”
“Niente. Volevo vedere se rispondevi”.
Aioros increspò le labbra in un sorriso. “E perché non avrei dovuto?”
Il piccolo sporse il labbro inferiore. Fece spallucce. “Così”.
Il fratello si puntellò sul gomito, per guardarlo meglio, il bel volto serio: “Qualunque cosa accada, piccolo Aioria, io risponderò, quando tu mi chiamerai. Sempre. Non dovrai fare altro che chiamarmi e mettere il Cosmo in comunione con il mio.”
“Come?” domandò il bambino affascinato, spalancando gli occhi. Conosceva il Cosmo da un paio d’anni, ma da meno aveva imparato ad usarlo. Era difficile concentrarlo in sé ed impiegarlo così, come si impugna una matita.
“Prova.” Aioros lo incoraggiò. Gli accarezzò i riccioli, attento, mentre bruciava il proprio, per confortare quello del bambino. Il piccolo annuì, pieno di fiducia, cercando in sé la scintilla di vita.
Quando la trovò, poco a poco, la fece divampare.
Allora spalancò gli occhioni e la bocca, fremente, perché il suo cosmo aveva toccato quello di Aioros e insieme avevano risuonato.
“Aioros! Aioros! Hai sentito?” trillò.
Il fratello gli sorrise, pieno di orgoglio, che aveva sentito. “Conosci ora il potere del Cosmo anche in questo modo, piccolo Aioria. Quando mi chiamerai e sarò troppo lontano per udirti, cercami così. Ovunque sarò, ti sentirò.”
Aioros pensava, in quel momento, agli allenamenti che teneva solo, alla scogliera, oppure con Saga, lontano dal fratello, o ancora a qualche missione lontana dalla terra di Grecia che avrebbero potuto affidargli.
Non immaginava che, negli anni a venire, molte volte Aioria avrebbe spalancato il Cosmo per chiamarlo a sé e lui, dai Campi Elisi, non avrebbe potuto rispondere quasi mai. Quasi.
Il bambino rise, ignaro allo stesso modo.
“Aioros è una cosa bellissima!” lo fece risuonare ancora. E ancora rise, elettrizzato. Si aggrappò con le braccia al collo del fratello maggiore e appoggiò brevemente le labbra sulle sue, in un bacio morbido, da bambino.
Aioros accolse il gesto tenero e gli scompigliò i capelli, affettuoso. Poco dopo, il fratellino respirava sereno contro al suo petto, sprofondato nel sonno.
Il giovane sbadigliò nel cuscino, le braccia strette protettivamente attorno al piccolo. La fiamma della lampada, sul tavolo nell’altra stanza, venne scossa un alito di vento e tornò calma.
Si spense dopo che anche Aioros ebbe chiuso gli occhi, abbandonandosi a sonni sereni.


 
Autore:Camusdi Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Erotico, Romantico
PersonaggiPrincipali:Gemini Kanon, Wyvern
Rating:NC-17
Avvertimenti:
 Lemon,OneShot, Yaoi
In proposito:
"Seisolito entrare dalle finestre, Kanon?”
Sogghignò, stavolta, accavallando le gambe nei suoi abitieleganti, ma sobri.
“È un ingresso alternativo”alzò le spalle quello. “Visto come sei rimastosorpreso?”
Lui lo guardò serio. Per l’inglesissima educazionedella Viverna,questo genere di entrate erano decisamente sopra le righe. Era moltorigido, Rhadamantis, sulle formalità. Ma ad un certo puntoghignò:
“Tu ti salvi perché sei simpatico.”

 Cose: ChristmasLEMON.  SpiareRhada e Kanon in un contestosimile equivale rischiare la morte.Beh. Fuori nevica. Le slitte sono agghindate con i campanellini el'agrifoglio è ancora appeso.

Nevicava. Molto.
Nevicava come in quelle illustrazioni di favole per bambini, fiocchi grandi come nuvole di cotone che cadevano lenti e fittissimi su alti pini neri, bianchi come già bianca e perfetta era l’intera distesa della tenuta inglese. L’immagine idilliaca di un giorno di festività prenatalizia. Una figurina da calendario dell’avvento. Pareva di poter tirare su il bordo cartonato per avere in cambio un cioccolatino a forma di campana. O di Santa Claus.
I preparativi per l’allestimento natalizio della villa erano solo al terzo giorno, e di decorazioni se ne potevano piazzare per almeno altri due. Le luci scaldavano ogni finestra. Il grande abete decorato scintillava, nel giardino, svettando nel bianco immacolato. Uno scenario tale, insomma, da credere di poter prenderlo in mano come una boccia e poterlo semplicemente capovolgere per far ricominciare a nevicare, caso mai avesse smesso. Caso mai. Non che ne avesse l’aria.
I batuffoli scendevano dal cielo grigio senza sosta, placidamente, in diagonale sui pini bianchi, danzando a spirale sulla coltre morbida che ricopriva il giardino.
In breve, tutto ciò era talmente dickensiano da risultare faticoso al padrone di casa, che, inappuntabile nel suo inglesissimo tweed, marciava ora verso le proprie stanze, per lasciarsi ricadere sulla sua poltrona accanto al caminetto, spossato ma soddisfatto. Manie da romanzo vittoriano a parte, le tradizioni erano tradizioni.
Jingle bells, jingle bells…
Insomma. Le sue stanze, naturalmente, erano state le prime ad essere approntate, assieme al soggiorno. Lo spirito natalizio permeava la magione in ogni suo più piccolo rametto d’agrifoglio, e Rhadamantis giudicò che era tempo di concedersi un ottimo bicchiere di whiskey. , pensò, versandoselo. Natale, neve, caminetto e Jack Daniel’s. Questi erano i punti fermi di un Lord nei giorni di vigilia. Pertanto, si godette il suo bicchiere, finché non sentì bussare.
Toc toc.
“Avanti.”
Poggiò fermamente il bicchiere.
Toc toc.
God bless:
veniva dalla finestra. Leggero leggero, un colpetto.
Aprimi, toc.
E chi mai poteva arrivare passando per la finestra?
Sospirò, spalancando i vetri, e squadrando con un’occhiata scettica l’ospite appollaiato sul davanzale innevato; sorrideva scanzonato, ma fu impagabile il cambio d’espressione, improvvisamente seria, con cui lo salutò:
“Sono il fantasma del Natale passato!”
Il suo sopracciglio color champagne vibrò appena.
Rhadamantis non aveva voglia di scherzare in generale.
Figuriamoci se si parlava di Dickens.
“Vieni dentro”, si scostò, evitando di commentare altro. Gli erano venuti in mente la faccia di quegli altri due Idioti Infernali quando gli avevano regalato Oliver Twist.
“Ah, è vero che non ti piace.”
Kanon distese le sopracciglia, inarcandole appena. Poggiò le mani sul davanzale, per saltare dentro. “Che ne dici del fantasma del Natale presente?”
E detto ciò, si abbarbicò con la famigliarità dell’amante alla vita dell’uomo davanti. Strusciò la guancia contro la sua schiena, soddisfatto: meglio, decisamente meglio il presente. Presente, per antonomasia, uguale carpe diem. Si strusciò. Si strusciò. E si strusciò, contento. Poi rimase in silenzio, cercando di sbirciare oltre la sua spalla. Il suo uomo lo stava ignorando troppo. A cosa stava pensando? Allungò mani decise al suo fondoschiena per attirare la sua attenzione.
“Kanon!”
Ci fu il ruggito della Viverna, un rigirarsi fra le sue braccia, e poi un’artigliata identica alla sua, per istinto. Succedeva spesso. Oh, bene, meglio, Kanon strinse la presa, ingaggiando battaglia, e sul volto gli apparve un sogghigno trionfante, che durò il tempo che Rhadamantis gli concesse prima d’infilargli la lingua in bocca. Touché.
“…se è una sfida, la perdi.”
Fu così che duellarono per minuti di apnea: erano entrambi valorosi combattenti, d’altro canto. Kanon sapeva essere davvero bravo, quando voleva – così pensava, perlomeno. Cedi, maledetto, cedi, era il suo baciare, succhiare, mordere. E mai più proposito fu tanto lodevole, ma Rhadamantis era della scuola più tu sei bravo, Gemini, più io m’impegno. Lo sbatté praticamente al muro, continuano a lavorarselo. E insistette fino a sentire i primi sospiri, e soprattutto il cavallo dei pantaloni premuto al suo. Lo specter contraccambiò, interessato.
“Rhada…”
Merry Christmas, Kanon.”
Ghignò, beffardo, quello, da dov’era premuto. Kanon si ammorbidì contro il suo petto, sfuggendo alle sue labbra per ricambiare il tono ironico:
“Mmh, non sono convinto del tuo accento inglese. Non è che in realtà sei un fake?”
“Certo.” Replicò l’altro con la massima serietà, le mani ancora ben salde sul suo didietro: “In realtà sono Zellos di Frog.”
E qui di volle tutta la sua abilità consumata di generale per schivare il fenomenale calcio dal basso all’alto che era partito alla velocità della luce.
“…KANON!” ruggì, parandolo. Doveva stare attento con quel maledetto humour inglese che gli achei davano segno di non intendere.
“Che schifo! Non farlo mai più” digrignava i denti l’acheo, appunto, riaprendo le finestre. “Mai più!”
Rhadamantis fece in tempo a riacchiapparlo e a spingerlo cortesemente verso il centro del salottino, mentre richiudeva tutto.
“Siediti” sospirò, cavernoso, prendendogli dalle spalle la giacca che il compagno stava spazzolando dalla neve, con aria indignata. La ripulì con pochi gesti eleganti e anglosassoni – come a voler dissipare ogni dubbio – e gliela appese ordinatamente, dopo avergli indicato la poltrona accanto al camino. Kanon rimase lì a guardarlo fare il padrone di casa inglese.
“Sì, scusa.”
Rhadamantis fece un gesto col polso, sedendosi di fronte a lui, come se non importasse, e passò oltre: “Sei solito entrare dalle finestre, Kanon?”
Sogghignò, stavolta, accavallando le gambe nei suoi abiti eleganti, ma sobri.
“È un ingresso alternativo” alzò le spalle quello. “Visto come sei rimasto sorpreso?”
Lui lo guardò serio. Per l’inglesissima educazione della Viverna, questo genere di entrate erano decisamente sopra le righe. Era molto rigido, Rhadamantis, sulle formalità. Ma ad un certo punto ghignò:
“Tu ti salvi perché sei simpatico.”
E con questa sentenza fece scorrere uno sguardo giallo e rapace dalla testa ai piedi del greco. Kanon rabbrividì appena, di soddisfazione. Forse quello non era solo perché era simpatico. Si rilassò sulla sedia, con un sorrisetto. Mento su una mano, gomito appoggiato al bracciolo, occhi nei suoi. Il sogghigno di Rhadamantis si allargò: Natale, neve, caminetto e Jack Daniel’s. e ora pure Kanon di Gemini. Ottimo.
“Sei venuto a cantare qualche carola?”
“Non scherzare.” Le scure sopracciglia s’inarcarono, scettiche: “Sono qui per te.”
“Ah.” Gli sfuggì, il tono di malcelato compiacimento. La Viverna affilava gli artigli: “Sfidando i pericoli.”
“Tsk.” Fu l’unica replica di Kanon, finché il biondo non si allungò a versarsi un altro bicchiere di whiskey. Allora lo prese in giro: “Non vale, nel Meikai, l’universale legge a Natale siamo tutti più buoni?
“Perché non vai a chiederlo a Minos?”
“Bah!”
S’indispettì Kanon a sentirlo nominare, quel figlio di puttana di Minos, lui e i suoi giochetti sadici. Solo il secondo bicchiere di Jack Daniel’s lo riscosse dai suoi pensieri. Fissò quello e poi l’uomo che glielo porgeva, con espressione eloquente, ben sapendo che il suo greco palato, abituato ai vini di uve dolci delle colline di Samo, gradiva quella robaccia tanto quanto la tempera delle matite. Rhadamantis gli scoccò uno sguardo giallo che non ammetteva repliche, serissimo e crudele:
“Brindiamo al tuo arrivo.”
Kanon prese il bicchiere con uno sbuffo, e buttò giù, mentre l’altro sorseggiava. Bastardo.
“Bleah” sillabò, senza cura di nascondere il suo disgusto, e l’altro sghignazzava:
“È un gusto per uomini forti.”
“Sì” rispose il greco, guardandolo divertirsi a mescolare con movimenti del polso e a suggere la tempera da matite come fosse ambrosia “è la solita storia che tirano fuori i barbari per dar sfoggio di presunta virilità.” Sciacquarsi in bocca benzina, pensò intanto. Ma non lo disse. Sottolineò, invece, in un momento ispirato, con aria fin troppo artificiosa: “Fatti non foste a viver come bruti…
…ma per seguir virtute e canoscenza.” Completò sereno l’altro. Che per tutta risposta fu strattonato di sorpresa per la cravatta dal ragazzo che si era allungato sulla tavola, scandendo con aria serafica: “Quindi butta via questo schifo e vieni a letto con me.”
La Viverna non si mosse di un millimetro.
Al piano di sotto cominciarono le prove per le musiche natalizie.
E Rhadamantis, con uno scatto fulmineo, affondò un attacco.
Kanon, afferrato brutalmente per i fianchi e per la nuca, si trovò ribaltato con rapidità impressionante sulla poltrona su cui fino ad un secondo prima se non ricordava male era seduto il padrone di casa. Che ora si chinava su di lui, vicino, drammaticamente vicino.
“Hai fretta. Devo dedurre che non ti tratterrai a lungo.”
“Sai com’è. Natale con i tuoi…” scosse le spalle Kanon, divertito.
“Vedremo di utilizzare ogni minuto disponibile.”
Kanon fissò interessato il ginocchio fra le sue gambe. Provò a muovere il bacino, rialzando gli occhi nei suoi, malizioso. Senti cosa ne penso, dell’utilizzo dei minuti. E Rhada sentì bene, o così parve.
“Qui?” domandò intanto il gold saint, con deliziosa ironia. Bianco Natal dava le prime innocenti note, là sotto. E la finestra si era lievemente riaperta, fioccando la pura magia del Natale proprio vicino a loro, con qualche scampanellio. Rhadamantis non parve turbato:
“Qui.”
Un ghignaccio contro un sopracciglio inarcato.
“Qui.”
L’aveva ripetuto per sincerarsene, il santo di Athena, giusto per prendere tempo e poter ritardare lo scoppio di risa che minacciava di rovinare la situazione. Rhadamantis notò il vibrare del labbro, ma, Kanon volente o nolente, lì il Natale era una cosa seria. Prima che il compagno potesse dire qualsiasi cosa, pensò bene di schiudergli le labbra con le proprie, in un bacio appassionato che gli premette la testa sullo schienale morbido. Kanon, giocando con le sue labbra, lo chiamò per nome, divertito, senza trattenere una risata, nel bacio, di cui Rhadamantis avvertì il sapore; tutto quello del ribelle che raggira gli dèi con un sorriso innocente. Ghignò. Gli morse le labbra, per ricondurlo all’ordine, e quello boccheggiò un attimo, ma non poté fare a meno di rovesciare il capo all’indietro in un attacco d’ilarità:
“Rhada!” si stava soffocando. “Rhada, ma questo è Bianco Natal!”
“Lo preferivi nero?” lo artigliò l’altro fra le gambe.
“Ah! No. No.”
Kanon si concentrò, per isolare le musichette lì dove dovevano rimanere. Al piano terra. Sospirò, piegando il capo di lato, e decise: no. Non sarebbe scoppiato a ridere, non in quel momento. Si concentrò sui bottoni della camicia del suo uomo, che alzava ora lo sguardo verso le decorazioni di agrifoglio, rosse e verdi in quel modo così lucido. No, Kanon non avrebbe resistito a lungo.

Un bottone.
Due.
Lento, sensuale.
Kanon sorrise, gli occhi nei suoi, sensuale e consapevole. Tre.
Sapeva sfiorargli il petto statuario con le dita in quella maniera tutta sua, e lo fece, schiudendo le labbra, e scese, implacabile. Quattro.
Quattro bottoni.
E, dietro le spalle di Rhadamantis, scintillio di perline rosse e dorate.
Ci fu un momento di profondo silenzio.
E poi Kanon gli diede le spalle. Lentamente.
Un passo falso e sarebbe scoppiato a ridere in faccia a Rhadamantis della Viverna; la Viverna, animale silenzioso, letale, terribile e in punta, in quel momento, che si mordeva le labbra a sua volta – non doveva in nessun modo fargli capire quanto l’ilarità della situazione lo stesse contagiando – e, duro, lo chiamava, fingendosi oltraggiato:
“Kanon.”
Aspettaspettaspetta.”
“Kanon.”
Una manaccia da specter sul suo sedere.
Kanon si drizzò appena, cercando di ricomporsi, ma aveva le lacrime agli occhi.
“Devo pensare di non interessarti più, Kanon?”
“Ah!” Un po’ più dritto, Kanon rantolò: “No, no.”
Tenendo ad ogni buon conto il fondoschiena ben appoggiato alla sua mano, sospirò, ricomponendosi: “No, ma portami a letto e tira su le lenzuola, Rhada. O avrai vita difficile, dico sul serio.” Terminò, asciugandosi una lacrima dall’angolo dell’occhio.
“È il Natale, Kanon.”
Le parole parevano il preludio a una tortura a suon di White Christmas, e invece mani forti sollevarono il greco dalla poltrona, e lo spinsero verso la camera da letto, dopo un intenso scambio di sguardi. Trattenne un sospiro di sollievo.
“Oh, grazie.” Grazie, aggiunse mentalmente, chiudendo con decisione la porta. Fuori i carols. “Spero che tu non abbia candele a forma di Santa Claus o cose del genere almeno qui.”
Fu la minaccia serissima a cui dovette far fronte lo specter mentre veniva trascinato a letto, cadendovi sopra morbidamente. Serio almeno quanto il suo interlocutore, indicò alle sue spalle:
“Solo una.”
“…non la voglio vedere.”
Rhada approvò, stendendolo sul materasso, e Kanon lo baciò furiosamente per scacciare il pensiero. Baciò un sogghigno maledetto:
“Ti annienterebbe.”
“Smettila!”
Gli cacciò la lingua in bocca, senza troppi indugi, e Rhadamantis la morse, vorace, ridendo sommesso. Poco dopo si staccò, succhiandogli il labbro inferiore:
“Davvero non la vuoi vedere?”
No.” Kanon aveva un tono di voce funereo, forse per il retrogusto di Jack Daniel’s che sentiva ad ogni bacio. Ci mancava Santa che lo fissasse. In quel momento poi! “Non mi schioderò da questa posizione.”
“Ma che bella notizia.”
Lo specter si alzò, le ginocchia strette al suo bacino. Guardandolo dall’alto, si sfilò la camicia, già sbottonata dall’amante, e poi si chinò con le mani sulla sua maglia. La sfilò, salendo sugli addominali scolpiti, per la testa, scompigliandogli i capelli. Poi lo contemplò per bene, ammirato. Si specchiò nei suoi occhi blu, che si socchiudevano assieme ad un inclinarsi del capo, malizioso. Rhadamantis distolse lo sguardo da quella magnifica visione solo un attimo: naturalmente non c’era nessun Babbo Natale alle spalle di Kanon, ma bastò alzare la testa, appena turbato, come se ci fosse. Questo piccolo, semplice gesto, per far sì che il suo amante si aggrappasse con terrore reverenziale a lui, il suo solido punto di riferimento in mezzo a tutta quell’atmosfera dickensiana. Beh. Dopotutto era uno specter.
In quel momento il Gigante Infernale si calò, sfruttando l’irrigidimento, come un avvoltoio, a succhiargli la pelle del collo, non appena l’ebbe sollevato a sé. Kanon gemette, e lui seppe di aver fatto centro.
Attraverso la stoffa dei pantaloni, strusciavano l’uno contro l’altro. E lo specter, da specter quale era, si appoggiò con tutto il peso del corpo sui palmi, tenendogli gli avambracci bloccati al letto. E dal collo passò al petto, divorandoselo con tutta calma, il bacino sul suo.
“Mmh, Rhada.” Gli offrì petto e ventre Kanon, gemendo deliziosamente. Sapeva farlo, quando voleva: “Mi mangi?”
“Ti ho detto che rischiavi, venendo qui.” Affilò lo sguardo l’altro. “Potresti farla davvero, quella fine…”Passò una mano sul suo petto, tra i muscoli: “Se per qualche ragione ti spingessi troppo oltre e io non dovessi essere presente.”
“Tsk.”
“Hai idea, Kanon di Athena, di quanti guerrieri di Hades vorrebbero anche solo incontrarti per i miei corridoi?”
“Non siamo nell’Oltretomba, Rhadamantis. E non sarebbe la prima volta in cui mi c’inoltro. Mi pare di essermela cavata bene, la prima volta…”
“La prima volta hai incontrato me.”
“Non mi hai certo fatto da babysitter.”
“Ah no? Minos ha ancora da dire.”
“Minos deve solo stare zit-hhhhm.”
Una mano si era insinuata nei suoi pantaloni, con una certa decisione.
Quando Kanon cominciò a muoversi, fu certamente per chiedere di più, ma per il momento l’altro si limitava a massaggiarlo come si conviene, saggiando la consistenza di un gold saint.
“Come dici?” sussurrò, piegandosi su di lui.
Kanon si aggrappò alle sue spalle con foga, e gli morse le labbra, rapace. Ecco, quel che ne diceva. Spinse il bacino verso la sua mano, per rimarcare il concetto, mugolando basso sulla sua bocca.
Rhadamantis, compiaciuto, scorse le mani sul suo petto, dalla gola delicata ai muscoli scattanti, facendogli sentire la tensione dei propri attorno alle gambe. Poi, con entrambe le mani, gli strappò i pantaloni.
“…Rha-da.”
Sillabò Kanon. Sentiva che la cosa avrebbe dovuto suscitare un altro tipo di reazione in lui, ma non se ne dette pena, estasiato dalla dimostrazione di forza. E, con un ruggito, gli fu addosso.
Rhadamantis ricadde all’indietro sul materasso, mentre il ragazzo sopra come una furia gli sbottonava i pantaloni. Non si sa se per in grazia del settimo senso o altro, ma in meno di un secondo se li ritrovò dall’altra parte della stanza, e Kanon gli si stava spalmando addosso, petto contro petto, suggendogli il collo con fame.
Lo specter sogghignò da sotto, stranamente docile; ma i muscoli tradivano la tensione di chi è pronto per scattare. Inoltre, il suo sopracciglio non gli conferiva un’aria particolarmente tranquillizzante. Ciononostante, gambe contro gambe, il membro duro contro al suo, Kanon si strusciava su di lui, il respiro sempre più pesante. Gli carezzò le spalle, gliene morse una.
Rhadamantis se lo posizionò meglio addosso, e gli afferrò entrambe le natiche con le mani, impastando i muscoli sodi, la linea eccitante e piena. Kanon ansimò, gustando il momento, e alzandosi sulle ginocchia si godette il massaggio, le mani a lisciare l’ampio petto del suo amante; si offrì, quel petto, saldo, mentre le mani intente nel massaggio scorrevano ora sui fianchi del greco per risalire sul suo, sfiorando nel tragitto una grande cicatrice che gli sfregiava il ventre. Come sempre, Rhadamantis gliela sfiorò in punta di dita, con innaturale delicatezza, come sempre facendolo sorridere; poi, con uno scatto di reni, si alzò su, a sedere, e gliela baciò, strappandogli un moto di tenerezza.
Kanon gli circondò il collo con le braccia, con amore:
“Dai…” sussurrò, dolcemente, per non spezzare il momento, ma aggiungendo man mano carica alla voce: “Prendimi, specteraccio.” Ridacchiò, ma con più garbo, prima di concludere, gli occhi luminosi e brillanti: “Muoio dalla voglia.”
Voglia che traspariva perfino dagli occhiacci gialli della Viverna.
Of course.”
So british, avrebbe commentato ironicamente Kanon, ironizzando sullo scambio di battute di poco prima. In realtà, quello che successe, Kanon non poté dirlo subito, perché gli mancò l’aria: ma si ritrovò rapidamente disteso sul piumino, le spalle incollate al materasso. Un braccio possente gli sollevò il bacino, e in fondo continuava a suonare Bianco Natal. Ma chi se ne accorgeva?
La porta della camera era chiusa e le note attutite, un po’ di cigolio di materasso e tutto sarebbe stato risolto, tentò di ammortizzare Kanon, poi smise di pensarci perché dita calde e ruvide gli stavano scorrendo sulla schiena e fra le sue natiche, a metà fra il tocco leggero e il graffio di un rapace. Trattenne il respiro, un singulto eccitato. Le dita lo allargarono, con la calma che precede la tempesta, e lui si lamentò, sentendola penetrargli nelle ossa assieme ad un languore fuori posto.
E la tempesta giunse, in un lampo potente: il maledetto, sopra di lui, mani salde al materasso, lo prese, con un colpo feroce, spingendosi in lui interamente, un gemito roco, lo sguardo fisso nel suo. Godeva, nel lasciarlo senza scampo. Kanon sentì i suoi occhi accendersi, in uno sfavillare di verde e blu, facendosi feroce a sua volta, e non li abbassò affatto. Stringendo i denti, rilassò i muscoli per farlo entrare. Sospirò, forte, e si tese, dopo un attimo di pausa, contraendoli, per sentirlo bene dentro e stringerlo. E, oh, l’effetto era mozzafiato.
Boccheggiò, eccitato.
Rhadamantis uscì di nuovo, con ferocia, e si respinse in lui, un ghignaccio sul suo volto di specter, mentre avvolgeva Kanon fra le sue braccia muscolose, tirandoselo contro. E lo penetrò una terza volta, i capelli sul viso, cercando quello di lui.
Lo trovò, contratto dal piacere.
Il greco s’inarcava, a più riprese, gemendo.
Stringeva – strinse – tra le cosce il suo amante, possessivo, nella foga, e si morse le labbra, appena. Inumidendosele, le schiuse per ansimare, forte, guardandolo, fra le spinte, imponente e forte su di sé. Poi dovette richiudere gli occhi, un brivido e una scossa.
Si tese.
AH.”
Ancora.
“Ancora, Rhada. Non fermar-ah!”
“Sì…”
Ruggì la viverna, roca e rovente, al suo orecchio.
Non aveva l’aria di uno che si volesse fermare.
“Ah, sì…!”
Anzi.
Lo teneva in posizione, ben saldo, la muscolatura flessa e compatta di una creatura mitologica. Kanon lo divorò con gli occhi, affamato, e Rhadamantis affondava in più riprese, rapido, i piedi ben piantati fra le pieghe del lenzuolo di seta.
E Kanon, Kanon non era un’amante che riusciva a stare fermo facilmente.
Si morse, si leccò le labbra, pur nell’abbandono, scolpendosi negli occhi le forme dei suoi muscoli: I pettorali, fermi, il collo teso; le cosce, forti; le anche, scattanti nelle spinte. Oh, sì, spingevano. Se spingevano! Dovette gemere più volte, inarcandosi ancora per lui, avvolgendolo con forza, facendolo penetrare a fondo, rilassandosi e contraendosi a tempo, per farlo scivolare e poi faticare, e farlo godere di più. Prese un gran respiro, nel delirio di corpi, l’ampio petto che si gonfiava, accaldato, le braccia abbandonate sul cuscino.
Appassionato, Rhadamantis spingeva, la schiena inarcata all’indietro, gli occhi al soffitto, chiusi, nella passione. Ruggì, rifacendosi su di lui. S’immobilizzò, addirittura, nella tensione, spinto al massimo dentro il suo amante – e in quell’attimo di attesa gli sfiorò il viso, lo sguardo fisso come se il Giudice, in quel solo istante, potesse rubargli l’anima.
Kanon fece l’errore di incrociare quello sguardo. Gemette, socchiudendo gli occhi per sfuggirli, ma senza riuscire a serrarli; e improvvisamente dovette arrendersi, anche solo per un istante, ad un’espressione implorante, che gli si dipinse in volto senza che riuscisse a trattenerla in alcun modo, nel languore della passione crescente. Ansimò e scostò il viso per liberarsi di lui.
Rhadamantis spalancò gli occhi nella vittoria, infliggendo colpi più potenti e dolorosi, un sogghigno tremendo a segnargli il volto. Poi si sciolse appena, parve, in un attimo di cedimento.
E come aveva baciato la cicatrice fissa di silenziosi perché, baciò quel viso implorante e bellissimo, e addolcì le spinte in movimenti fluidi, che lo sollevassero, il bacino che s’inarcava, morbidamente.
Kanon gemeva, e gemette una volta di più, più alto.
Voleva dargli del maledetto.
Maledetto, maledetto e ancora maledetto.
Gli stava facendo male. Molto male.
Lo stava facendo godere moltissimo.
E continuava a fargli male.
“Ah…”
Ma prima l’aveva guardato così. Come Giudice nell’anima. E lui gliel’aveva fatta vedere.
“Ah…!”
Maledetto.
“AH!”
Lo amava.
“Io ti…”
E il resto fu sussurrato in un fiato scomposto, inarcandosi, sollevato, boccheggiando dal piacere.
“AH!”
‘sto stronzo, davvero.
La Viverna si bloccò d’istinto, quasi soffiando, come se quella parola fosse acqua santa gettata sul diavolo. L’espressione del volto come se avesse voluto dilaniarlo, gelida e tagliente, nella furia.
Si abbassò su di lui nello stesso momento in cui Kanon scattava verso l’altro, serrandogli il volto fra le mani, fortissimo, una stretta furiosa. Entrambe le mani fra i capelli biondi, scomposti, ormai, gemeva senza freni, più intensamente quando Rhadamantis lo alzò ulteriormente, sfruttando il suo slancio, e se lo calò sopra, afferrato a sua volta nelle ultime, potenti spinte.
“Ah! Ah! Ah! Aah!”
Le lacrime agli occhi, dannazione. Quant’era forte.
E il suo sguardo giallo, nel suo, quando lo incontrava, cupo, senza più ferocia, ma intensissimo. Le labbra sottili da predatore dischiuse, ma senza un suono, nel respiro affannato. Dea, com’era eccitante – Kanon si aggrappò come se stesse affogando, soffocava, la sua presa era terribile. Soffocava. Moriva. Adesso moriva, se lo sentiva, moriva. Adesso, mentre s’irrigidiva allo spasmo, bruciando davanti e dietro. Adesso moriva.

No.
No, non moriva.
Anche se Rhadamantis lo trascinò vicino alla fine, sicuramente, quando venne in lui con un grido rauco, nell’ultima spinta che inarcò entrambi, spezzando loro il fiato. Kanon lo artigliò, le dita fra i capelli, gridando quanto lui, forte e profondamente maschile.
E poi… e poi gli girò forte la testa, quando l’orgasmo si esaurì e Rhadamantis ricadde al suo fianco, dopo essersi teso dentro di lui nell’ultimo spasmo: ricadde trascinandolo sdraiato con lui, non appena ebbe ripreso il respiro, e lo guardò, gli occhi penetranti ancora straordinariamente fissi sulla preda. Kanon ansimava, ripiegando e distendendo le gambe, flash dietro le palpebre chiuse. L’uomo accanto si spinse verso di lui, e lui riaprì debolmente gli occhi, sentendolo avvicinarsi. Rimase fermo a respirare guardandolo: adesso Rhadamantis lo toccava, ma con la grazia pulita di un lord, prendendogli il viso fra le mani. Fresco, nonostante il calore di prima.
E finalmente lo avvolse in un abbraccio rassicurante, e si chinò su di lui che gli circondava il collo con le braccia, ad alzargli il mento e a baciarlo, nella serenità totale di un parco irlandese. Quel maledetto specter. Un bel bacio, e gli diede sottovoce la risposta a quello che il greco gli aveva sussurrato nel famelico calore dell’amplesso, piano, orgoglioso: I love you so…
Kanon arrossì.
Il vecchio Rhada non lo vedeva, perché era rivolto verso il basso, intento a baciarlo, ma lui sì.
Quel germoglio decorato che la servitù aveva usato per decorare anche la stanza da letto del signore. Pendeva, innocente e di buon auspicio. Rhadamantis, non vedendolo, faceva il figo, ma lui dovette trattenerla, la risata.
Ma in fondo non c’era tanto di che ridere; lo strinse alla vita, contento, godendosi il bacio.
Vabbè, và. Il vischio poteva ancora andare.
 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Romantico
PersonaggiPrincipali:Andromeda Shun, Cygnus Hyoga
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,ShonenAi
Inproposito: Strappandola carta come se strappasse un velo sulla parte piùintima di sé stesso, gli occhi azzurri innaturalmente fermi,pensò cheera questo il modo, che se solo avesse potuto avrebbe parlato persempre così. Aveva scelto i fiori perché essiparlavano chiaro, e senzaun suono.
Per augurare buon compleanno a Shun, Hyogasceglie i fiori. E, per la prima volta, anche le parole.Disclaimer: Hyoga e Shun appartengono aKurumada. La poesia appartiene a Verlaine.
Cose:

HANAKOTOBA:Linguaggio dei fiori (eccolo qui)
- AISHITERU: “Ti amo”. E chealtro mai poteva essere. <3
AuguriShun. Chissà come la prenderà. Quella stanzasarà diventata un vivaio.
Per la poesiacomplimentatevi con Paul Verlaine. Non èstrettamente legata alla storiané vuole riprenderne i temi, ma ho pensato subito a lei comesottofondo ad unaHyoga/Shun, trattando in maniera così hyoghescamentestruggente dell’amore nondetto e sospeso. Aw, Verlaine è il mio preferito. ;_;

Dedicato a chi attendeva unaHyoga/Shun e a chiunque è riuscito a sopravvivere allamelensaggine del tutto.E ai miei soliti partners in crime, sottolineandoche questa è la mia rispostaalle angherie che deve subireCygnus in play.Spero che ve la siate sciroppata tutta. Vi vogliobene, anche seapparentemente sembra un tentativo di omicidio tramite glucosio. Allaprossima.

Hanakotoba
Il linguaggio dei fiori.

Si era alzatoaccuratamente mentre lui dormiva, con nessunaltro rumore che lo sciabordio delle onde, da lontano, e il suo respirodolceed alternato sulle coperte. Avrebbe dovuto fare più o menoin fretta, perchéShun era solito svegliarsi quasi sempre quando avvertiva il sonnoaltruiinterrompersi; ma dalla parte di Hyoga c’era il silenzio e ladecisione deimovimenti.

 

Parlavamo, ieri, delpiù e del meno:

i miei occhiandavano cercando i vostri;

e il vostro sguardocercava il mio,

mentre il discorsocontinuava a svolgersi.

 

Dieci minuti soltantosarebbero bastati per svolgere conmani delicate la carta che, come un velo, se squarciata brano a branoavrebberivelato un messaggio. Hyoga lo fece piano, con un rumore quasi dolce,gliocchi fissi su quella piccola nascita come se si fosse dimenticato delresto. Unfiore dopo l’altro, sbocciavano dal loro involucro come sefossero destinati acrescere sino a ricoprirlo, e quando finalmente emersero, splendenti,era unmazzo talmente grande che per prenderlo lo si sarebbe dovutoabbracciare.Rimase muto a guardarli. Fermò le dita. Fermò ipensieri. Chiuse gli occhi.
A Hyoga erano sempre piaciuti i fiori.
Le sue mani si erano fatte abili, nel maneggiarli, negli anni.
Nell’acqua gelida, sparsi sul ghiaccio. Fiore dopo fiore,petalo dopo petalo.
Tanto i suoi occhi erano pieni di fiori che, con il tempo, avevaimparato asceglierli con cura per comporre dei messaggi silenziosi. Puri,minuscoli,magniloquenti. Strappando la carta come se strappasse un velo sullaparte piùintima di sé stesso, gli occhi azzurri innaturalmente fermi,pensò che eraquesto il modo, che se solo avesse potuto avrebbe parlato per semprecosì.Aveva scelto i fiori perché essi parlavano chiaro, e senzaun suono.

 

Sotto il peso banaledi frasi calcolate

l'amore mio erravadietro i vostri pensieri,

e quando parlavate,distratto ad arte,

Prestavo ascolto alvostro segreto:

poichè lavoce, comegli occhi di quella

che ti fa seren etriste, svela,

malgrado ogni sforzotriste e allegro

e mette in pienaluce il mistero dell'anima.

 

Aveva scelto quattromessaggeri per quello che quel giornovoleva dire. Quattro eleganti messaggeri intrecciati in quattro colorisoavi,distinti in un mazzo talmente grande da poterti sopraffare edaddormentare nelsuo profumo.  Quattro messaggeri per quattro semplici sillabe:un messaggioinvero importante, se aveva deciso di suddividere cosìsolennemente il carico. Sorrise,prima di carezzare lentamente con il pollice, gli occhi chiusi, ilpennello chereggeva fra le dita. Ad intingerlo nell’inchiostro avrebbeaspettato qualcheminuto. Poi avrebbe mosso le dita per squarciare un nuovo velo, moltopiùimportante, molto più nascosto, per affidare, per una volta,i suoi sentimentialle parole. Quattro ideogrammi, quattro messaggeri.

Ai.

Aveva sceltol’azalea dai petali fragili ma di un rosa dolce,da accarezzare ed avvolgere gli occhi.
L’azalea era: la modestia. La timidabellezza. La virtù. Il germoglionascosto e raggiante.

Shi.

Aveva scelto lagardenia, dai petali bianchi cadenti comemantelli, da raccogliere ogni lacrima.
La gardenia era: l’amore segreto. Quelloche aspettava ed aveva aspettato,discreto come la neve.

Te.

Aveva scelto lamargherita, forte e raggiante assieme amille sorelle.
La margherita era: la fede. Incrollabile e certa,sveglia ed orgogliosa,ed assieme tanto pura.

Ru.

Aveva scelto il non tiscordar di me, il più piccolo, il piùfiorente, blu come il cielo, come vividi punti sperduti.
Il non ti scordar di me era: l’amore vero.Talmente assoluto da vibrarein quel blu così muto come occhi spalancati.

Ieri perciòsonopartito totalmente ebbro:

è unasperanza vanache il mio cuore carezza,

una vana speranza,falsa o dolce compagna?

 

Dovette affrettarsi aprendere in mano il foglio dipinto difresco, che Shun non avrebbe tardato a svegliarsi, e lo sapeva. Sentivagià ilsuo respiro farsi meno pesante, qualche movimento impercettibilegiungerglialle orecchie. Soffiò senza fretta, però, per nonrovinare quelle quattrosillabe tanto preziose. Quando fu certo che l’inchiostro siera asciugato,senza perderlo di vista, in quel rituale sciocco e tanto importante,piegò ilbiglietto. Due volte. Se lo appoggiò alla fronte, per unmomento ancora,sorridendo di sé stesso. Poi lo affidò ai fiori,che ora riempivano la stanzadal loro angolo colorato. Se avesse potuto, Hyoga avrebbe parlato persemprecosì, come loro, lasciando i suoi messaggi tanto grandisenza un suono.
Rinfilandosi nel suo futon, un vago sorriso in volto, si rese conto cheallo stessotempo non poteva fare a meno delle parole: un augurio di buoncompleanno, equattro sillabe affidate ai fiori erano quello che attendeva Shun alrisveglio.E chissà quali attendevano lui.

 

Oh! Non puòesserevero? Non è vero che no?

 

 

 








Autore:Camus di Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Angst, Drammatico, Introspettivo
PersonaggiPrincipali:  Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Doveil buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonnee imuri di fumo dell’incenso e della mirra,c’è un portone di legnointarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, diindiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Oltre ilportone, c'è un giardino.
Disclaimer:
Noinon abbiamo fatto niente, è tutta colpa dei protagonisti,prendetevelacon loro. Ufficialmente sono di un certo Masami Kurumada, ma abbiamoidea che siano abbastanza indipendenti. Lo shonen ai Kurumada non loinclude nel prezzo ma noi sì, perché abbiamocominciato a shipparli, equindi ormai per il vecchio Masami è troppo tardi.
Cose: 
 RimbaudleggevaSaint Seiya e il suo personaggio preferito era Shaka.
Ciha mandato in totale svalvolamento angst una scena che ci era passatainosservata fino a stamattina, nell’undicesimo OAVdell’Hades: mentre Tikyugici strazia il cuore, Athena cade a terra nel sangue, Saga grida, ibronze arrancano, tutti piangono e si disperano, tu vorresti solomorire, Ikki comparsa, di spalle, in un posto figo, lasciando al ventouna manciata di sabbia. Non avevamo bene realizzato che quelmaledettissimo posto è lo Sharasojo, e nonostante il pipponeche hatirato a Shiryu sul non intervenire, la Fenice èlì. A raccogliere leceneri di Shaka e a spargerle sotto i salici. Lasciamo stare. A quelpunto l’abbiamo presa sul personale. Stupida Fenice!

Sharasojo 
Tingendo di colpo
azzurrità e deliri.
(A.Rimbaud)

“Tu sei…”
L’hai indovinata bene, Ikki di Phoenix, un passo dopo l’altro, e sai già che le tue parole non verranno comprese. Ma avanzi e dici, interrompendo ciò che già sai: “Perché sei andato via dai Cinque Picchi?”
“Ikki! Perché mi hai attaccato?”
“Athena ci ha proibito di avvicinarci al Santuario.”
Com’è limpido, ciò che non viene compreso, vero? Sai già che sarà così. Già Shiryu trema. Già senti come ferocemente ti fisserebbe, se non fosse mutilato. Dalle guerre. Dall’onore. Già percepisci sottilissimo rancore. Nato da frustrazione. E tristezza. E…
“Cosa stai dicendo?”
“Athena pensa che i Cavalieri di Bronzo potrebbero essere solo d’impiccio.”
Athena lo pensa.
Lui lo pensa.
Molti lo pensano.
Pensano ad un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, tu, maturato troppo presto, lo senti quel gioco di chi appartiene ad una sfera al di sopra della tua, quella che la volta che hai provato a camminarci ti sei ritrovato sul palmo di una mano. Quindi taci.
“Non mi dire che vuoi abbandonarla! Ikki! Anche tu sei un cavaliere di Athena! Non vorrai tradirci, vero?”
Ti rivolge l’indice accusatorio contro, già tradito in partenza – lo sente. La voce trasuda indignazione. Shiryu sa essere così ingenuo, così stolidamente ingenuo, come se ogni volta qualcosa di nuovo lo ferisse. Nuovamente, lo stesso, mille volte. Non fa l’abitudine ai perché. E tu chiudi gli occhi, Ikki di Phoenix, ripensando alle stelle che intuisci, molto più in alto di te.
“Non voglio aiutare nessuno.”
“Come? E perché indossi l’armatura?!”
“Sono qui solo come spettatore. Forse questa sarà l’ultima battaglia, una guerra sacra…”
“Non vedi la gravità della situazione! Come puoi dire che sarai solo uno spettatore?!”
Shiryu trema. Trema, dalla rabbia. Trema e si lancia con un braccio in avanti, vuole colpirti – nobile fratello – ma tu ti scosti, provando nulla di più che la sensazione del vento mentre lo schivi. Chissà se provi tenerezza, mentre lo afferri per il bavero della casacca e lo sollevi alla tua altezza, anche se non può vederti. Anche se non può farlo, sogghigni. Anche se non come un tempo. Che la provi o meno, tenerezza rude, tu gli parli fermamente:
“Shiryu… perché tu sei così fiero del titolo di cavaliere di Athena? È per proteggerla? O perché qualcuno te l’ha ordinato?”
Lo lasci andare, Ikki di Phoenix? Sai già che risponderà…
“Ti stai sbagliando! Nessuno mi ha forzato! E Athena non me l’ha ordinato!”
“Quindi… perché?”
“Perché io ho deciso di proteggere Atena, i miei amici, e tutta l’umanità che lei ama!”
Chiudi gli occhi e sogghigni, Ikki di Phoenix, e lui non ti vede ma ti sente.
“Cos’è questa risata?!”
Schivi un altro pugno. Con scioltezza che quasi non desideri. Come vento. La ginocchiata che sferri, pulita e liscia, gli arriva in pieno petto e te lo consegna tra le mani, con cui poi lo scagli lontano. Lontano, Shiryu. Non è il tuo posto, questo. Torna a casa. Qui qualcuno ha preso decisioni troppo grandi che la tua ingenuità non può comprendere. Shiryu che soffre e cerca disperatamente di convincerti con le sue apologie, con le sue dichiarazioni disperate e a voce alta: lui non teme la lotta, lui non fuggirà. Sciocco, Shiryu. Non ha capito che lo sai benissimo anche tu. O forse sì, ma è confuso e non sa più cosa può convincerti. Chiudi gli occhi, Ikki, allora, chiudi gli occhi mentre senti il vento, le stelle le hai viste, chiudi gli occhi e diglielo:
“Anch’io voglio proteggere te, come anche gli altri…”
“Cosa…?”
Guarda altrove, Ikki. Dove ci sono le stelle. Quelle che sai già cosa dicono.
“Proprio così. Tu e gli altri idioti che stanno nell’arena…”
Non ci vai giù leggero, Ikki di Phoenix. Che capiscano come la pensi, e che capiscano tutto quello che vogliono capire. Sapevi già che le tue parole non sarebbero state comprese.
“Gli altri… “ parve distrarsi, il Dragone, ergendosi appena, per poi capire: “Seiya!”
Sempre prima i compagni. Sempre prima di ogni altra cosa. Non guardi il valoroso guerriero cominciare a correre verso l’arena, ti sei già voltato, cavaliere, con un mezzo sospiro, mezzo represso, mezzo chiuso dalla gola, gutturale. E Shiryu lo senti che si volta, fermando passi sicuri per te:“Aspetta, Ikki! Aiutaci!”
Ma sai già cosa rispondere.
Perché è tutto ciò che sarai stasera.
Nemmeno ti volti, volgendo all’orizzonte lo sguardo.
“Non dimenticarti che ho detto che non aiuterò nessuno.”


     
“Tembu Horin.”
Tutt’intorno era odore di incensi e di mirra. L’illuminato Shaka di Virgo aveva aperto gli occhi e Ikki aveva compreso che tutto quell’azzurro gli sarebbe stato fatale: in realtà, lo sarebbe stato per entrambi.
In quell’azzurrità accecante e bellissima, anche il piccolo Shun scompariva e tutta la sua vita passata si faceva nebbia.
Anche dopo, sul pavimento gelido, senza più alcun senso se non il settimo, aveva pensato che sarebbe stato tutto nebbia, da quel momento in avanti, nella vita come nella morte.
Era stato in quel momento che gli erano girate le palle.
Non era andato al Santuario di Athena per finire lì, come il primo scagnozzo del Sacerdote. Non davanti a Virgo, arrogante divinità splendente, unico avversario che aveva reclamato da lui anche l’ultima goccia di potere e al quale lui, Phoenix, l’aveva richiesta. Non avrebbe strisciato davanti a Virgo, non davanti a lui!
Ed erano state esplosioni di luce allora, ad inondare la Sesta Casa e lui, sciolto in essa, aveva vinto e sconfitto il suo custode, esplodendo il Cosmo con quello di lui.
“Fermati!” aveva gridato Shaka, gli occhi azzurri della dimenticanza spalancati nella luminosità “Ci oscureremo in un mondo di luce!”


  Un passo dopo l’altro, avanzi, Ikki di Phoenix, poiché avevi promesso che stasera saresti stato qui solo come spettatore, e da dove ti trovi, ai piedi della scalinata, i tuoi occhi non vedono.
La strada è sgombera. C’è tutto il tempo che ti serve. L’hai calcolato da quando hai sentito quella luce dalla sensazione bianca e infinita espandersi in un attacco che ben conoscevi. Contavi.
Non sapevi cosa pensare, in verità, c’era solo quella sensazione che conoscevi bene – perché sei un uomo, Ikki di Phoenix, non certo un ragazzo, e sebbene i tuoi occhi siano ancora grandi, le labbra sono dure, le mani ruvide – di stare sotto ad un cielo troppo grande. Ma non è quello che vai a vedere, Ikki. Per quanto poco tu possa conoscerlo, di tutto ciò che sta sopra di te hai una ben precisa sensazione, e non andrai ad immergerci le mani. No. Tu vai per essere solo spettatore. L’hai detto, a Shiryu.
Forse questa sarà l’ultima battaglia… una guerra sacra…
Il metallo dell’armatura risuona secco sul selciato, appena calpestato di tutta fretta da due guerrieri antichissimi, che corrono sotto la luna per fermare la strage avvertita di lontano. Ma per quello che puoi saperne, Ikki di Phoenix, quei gradini sono stati calpestati da tante altre persone prima di te.
La Seconda Casa ospita un’atmosfera rarefatta in cui ancora vibra l’aria scossa e sconvolta da cosmi poderosi, e un’armatura vuota che brilla di un bagliore innaturale. La guardi mentre passi. Guardi il fiore ai suoi piedi. Prosegui oltre, perché sarebbe profano attardarsi, lo senti dalla tristezza e dall’orgoglio di quel fiore, e tu hai intrecciato molti fiori, con le tue mani ruvide, e ben conosci tristezza e orgoglio. Non vorresti che qualcuno profanasse le tue corone, intrecciate con cordoglio sempre più addolcito negli anni. Volgi lo sguardo subito.
Ma non affretti il passo, Ikki di Phoenix. C’è tempo. Anche quando senti dischiudersi universi di luce. L’hai detto prima a Shiryu, l’hai detto: non sei qui per aiutare nessuno. Non affretti il passo anche se sai cosa sta succedendo. Lo senti con la netta chiarezza di un profumo distinto nella sera: l’odore dolciastro, fresco e denso di magnolia nelle notti di primavera, dopo che la pioggia ha colmato, come fossero un calice da cui bere, i petali morbidi e bianchissimi di una brusca purezza. Altrettanto intenso, senti e cammini senza affrettarti, senza sapere bene che cosa provare, mentre il bianco da lontano ti sfiora, t’illumina, e sai che al centro di quel boato immenso, che alzando il mento vedi prorompere dalla Sesta Casa, ci sono due occhi terribili.


  Dove il buio diventava più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo era.
Il portone, ampio, si apriva sulla parete lunga del Tempio.
Nessuno sapeva dove dava, esattamente. Tutti avevano sentito dire che dava sullo Sharasojo, il Giardino della Vergine.
Chi aveva girato attorno alla Casa, curioso, per scoprire quel luogo, si era trovato ad un tratto, con disappunto, davanti al portone esterno, senza trovare alcun giardino, solo le rocce scoscese del Santuario che davano sul mare, appena prima della scalinata di marmo che portava alla Settima.
Il Giardino della Vergine era un mistero per tutti.
Meno che per Ikki di Phoenix.
Di tanto in tanto Ikki si era allontanato, dopo la battaglia delle Dodici Case, cercando altri luoghi e meno vincoli rispetto a quelli dei suoi amici e fratelli. Non perché non sopportasse la loro presenza, tutt’altro. Ma piuttosto per l’insostenibile insofferenza che lo prendeva spesso, per la necessità di andare sempre oltre e di non poter calcare troppo a lungo lo stesso suolo.
In alcuni casi si era recato da Shaka di Virgo.
Era vero che si erano spenti in un mondo di luce, ma Siddartha Gautama Shakamuni, il Buddha, non aveva l’abitudine di restare troppo a lungo nell’oscurità ed era tornato, facendo in modo che anche la Fenice potesse scegliere il mondo dei vivi, a quelli dell’Ade.
Alla domanda che Ikki gli aveva posto: “Perché mi hai salvato?”, Shaka aveva risposto con un’alzata delle spalle esili, come se non ci fosse una vera ragione.
Poi aveva aggiunto, ad occhi aperti, tingendo tutto per un attimo d’azzurrità e deliri: “Perché per la prima volta nel mio cuore è nato un dubbio. E sei stato tu a far nascere questo dubbio”.
Così era tornato. Senza armatura, ma con il sogghigno strafottente sulle labbra e le mani in tasca.
Come si va a trovare un amico.
Di tanto in tanto.
Shaka lo aveva accolto come se lo stesse aspettando sa sempre, ad occhi chiusi, il volto delicato e sereno, fatta eccezione per l’angolo della bocca, sollevato in un sorrisetto di superiorità.
“Benvenuto, Ikki. Hai ancora il
genmaken facile?”
Ikki aveva risposto con una frecciatina mirata e Shaka non aveva lasciato cadere la provocazione. Così si erano susseguiti più incontri e più duelli verbali.
Man mano, si erano placati, senza spegnersi del tutto.
Un giorno Shaka gli aveva fatto un cenno, e l’aveva guidato verso dove il buio si faceva più fitto, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra.
C’era un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia.
Shaka l’aveva aperto e davanti a loro si era dispiegato un giardino, come un tappeto che si srotola, con l’erba alta che ondeggiava al vento, con due soli alberi, alti a carezzare il cielo ombroso, e petali strappati ai rami in fiore che il vento rapiva e portava, come un omaggio, fino al portone del Sesto Tempio.
Ikki aveva avuto come l’impressione che quella porta si fosse aperta sull’India.


  Sei lì che osservi la luce ed è come se una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, paralizzasse ogni foglia, ma non tu che cammini. Guardi.
Esplode. Tutto.
Qualcun altro piangerebbe.
Qualcun altro urlerebbe il suo nome.
Shaka!
Qualcun altro.
Tu sei solo uno spettatore.
No! Shaka!
Non ci posso credere!
Shaka!
SHAKA!

Non sei qui per aiutare nessuno.
Ignori le voci, la luce e la messa da requiem, e il tuo cuore è di marmo in un petto di marmo.
Vai ad assistere ad un esplodere che è l’universo quando nasce. Quindi vai. Vai ad assistere.
Era questo, che dicevano, le stelle, Ikki di Phoenix? Ce n’erano forse due fisse in cielo, come occhi azzurri della dimenticanza spalancati nel buio, e tu non le hai sapute leggere correttamente. Può essere.
Ma in fondo, pensi, senza piangere, senza gridare il suo nome, ha davvero importanza?
Quel gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix, non era il tuo, lo pensavi, non è vero, guardando Shiryu pregarti di correre con i tuoi compagni a sfidarle una per una, disperato e forte nei suoi occhi ciechi?


  “Devo fare una cosa” aveva detto Shakamuni. “Niente di entusiasmante. Puoi andare a casa se vuoi. Oppure puoi restare”.
Aveva tolto i sandali, lasciandoli sulla soglia, e a piedi nudi era entrato nell’erba.
Ikki non aveva detto niente; aveva osservato quel giovane dagli occhi chiusi senza combatterlo nemmeno dialetticamente, per una volta.
Shaka aveva guardato per terra. Seguendo il suo sguardo, Ikki aveva notato delle zolle smosse, la terra inaridita. L’aveva sentito parlare della stagione delle piogge, che tardava ad arrivare.
“Ma che giungerà. Per quanto si possa rallentare la ruota del Karma, gli avvenimenti che devono avvenire avverranno”.
Ikki aveva aggrottato le sopracciglia. Non aveva capito, subito. Avrebbe capito più avanti, il giorno in cui Virgo, con la stessa serenità di quel momento, avrebbe accettato di morire sotto i salici, per onorare la ruota del Karma, per un disegno più grande.
In quel momento non aveva potuto comprendere quelle parole oscure. Lo aveva visto chinarsi - con quei gesti puliti e delicati, eppure estremamente virili – allungare una mano, elegante, appoggiandola sulla terra nuda. Sembrava un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Silenzioso com’era.
Ikki l’aveva guardato chinato sulla terra, con i capelli biondi che ricadevano sul davanti, sul petto, senza che perdesse nulla in dignità.
C’era qualcosa di sacro e ancestrale, in quella scena. C’era così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed era bellissimo.
“Ma no. Potrei darti una mano, Virgo”.
Che cosa hai fatto domenica, Ikki? Mh. Ho aiutato il Buddha a tenere un orto.
Così lo aveva aiutato: aveva fatto come lui, onorando il Karma e la ruota della stagione delle piogge, dopo aver sparso semi nuovi, chinandosi e unendo le mani su ogni chicco che cadeva tra le zolle.
Aveva alzato lo sguardo su Shaka, in piedi, al centro del suo Sharasojo, che teneva della terra nella mano a coppa.
Il Buddha l’aveva guardata per un attimo.
“E’ finito il tempo delle lacrime” aveva detto, come al terreno “Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo”.
La strinse nel palmo, mentre le folate la portavano via, a coprire i semi, poi strinse il pugno, come in un rito. Lo allentò, alla fine, e lasciò andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma portasse la vita dove c’era stata la morte.


  Era un gioco grande e superiore a cui hai deciso di assistere, e così te ne fai una ragione, lasciandoti alle spalle una casa vecchia, malinconico mistico rudere di morte, che hai attraversato mentre pensavi.
Forse quelle due stelle come occhi nel cielo c’erano davvero.
Forse il destino si può leggere negli astri fiammeggianti.
Forse il destino si può leggere nel volo degli uccelli, nelle  viscere degli animali offerti in sacrificio.
Forse il destino si può leggere nel numero di gradini che lasci alle tue spalle.
Ma in ogni caso -  pensi, investito da una luce come mai ne hai viste prima -  in ogni caso rimane sopra. Rimane che qualcuno l’ha deciso. Rimane che chi l’ha deciso sapeva i cazzi suoi. Rimane che quelle stelle possono stare dove sono e le puoi interpretare, ma non sai bene a che cosa serve, adesso, mentre vai lì come spettatore del cielo che alla morte di un dio si è oscurato come nella peggiore apocalisse, ma era bello, terribile e bello. Un azzurro gli era stato fatale.
Muovi un passo, allora.
Verso l’esplosione che dilaga davanti a te.
Senza paura, coraggio. Nel fuoco da dove vieni.
L’hai sentita assieme a tutti gli altri, la sua intenzione, Ikki di Phoenix.
Né prima né dopo. Come tutti e basta.
Ma a differenza degli altri, non hai affatto pensato d’intervenire.
Ti pare che una musica solenne, un requiem ad organi e cori e melodie straniere, sconosciute e tremende, accompagni pure te, adesso, perché mentre passi tutto davanti a te salta in aria, in una luce dorata e rovente.
Allora ti fermi e aspetti. Sei serio, Ikki. E sai aspettare.


      Un vortice di petali ti accompagna già da un po’, e tu lo segui, Ikki di Phoenix, senza chiedergli niente.
Tanto, facevate la stessa strada.
C’è nell’aria qualcosa di peggiore dell’apocalisse, Ikki.
Qualcosa di peggiore del cielo che si è annerito per un requiem bellissimo ed inquietante, per un dio che si oscurava. Minaccia agitazione e brividi, nei cosmi che risuonano in una tensione crescente. Senti tutto, Ikki di Phoenix, senti le paure e i dolori e le angosce e la dolcezza, e in qualche modo, senza dover guardare le stelle e cercare d’interpretare il loro gioco, chissà come lo sai già, come va a finire.
Non fai nulla.
Cammini e basta.
Non sei lì per aiutare nessuno.
Athena la pensa proprio come te.
Shaka la pensa proprio come te.
Tutti e due hanno i loro piani.
L’ultima battaglia…
Una guerra sacra…
Arrivi dove vuoi, Ikki di Phoenix, arrivi fin dove i petali vengono trascinati dal vento che sentivi mentre glielo dicevi, a Shiryu, che volevi proteggere lui e tutti quanti. Tutti quelli che amavi. Ma Athena li voleva fuori. Athena aveva i suoi piani. Shaka aveva i suoi piani. Le stelle erano al di sopra di loro, il gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata ancora al di là, quella sfera al di sopra della tua.
La mano su cui corri mentre pensi di scappare in capo al mondo. Così, sei lì solo come spettatore.
Dove il buio diventa più fitto, alla Sesta Casa, oltre le colonne e i muri di fumo dell’incenso e della mirra, c’è un portone di legno intarsiato, rinforzato di placche di metallo lavorato e cesellato, di indiscutibile sapore orientale in mezzo a tutta quella Grecia. Del resto tutta la Sesta Casa lo è. Lo era. Adesso è vuota e distrutta. Molto più in alto, un cielo che alla morte di una dea si oscura come nella peggiore apocalisse. Già un azzurro gli è stato fatale. Senti morte e sangue e l’universo che esplode in pianto, ma tu sei solo uno spettatore in una casa vuota e distrutta. Il portone è ancora lì.
Poggi le mani sul legno. Non hai smesso di camminare né smetterai ora: ti ci vuole un attimo solo. Forzi nella tua mente un silenzio che non esiste, nell’aria densa che assume significato di tenebra, forzi al di fuori voci e cosmi risuonanti in panico e in un solenne coro, tremendo e dolcissimo, struggente come il pianto di una civetta, il lutto della fine dell’uomo. Lo forzi fuori, Ikki di Phoenix. Oltre il portone c’è un giardino.


Devo fare una cosa, ti sei detto. Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Ti sei tolto le scarpe, lasciandole sulla soglia, e a piedi nudi sei entrato nell’erba.
Com’è limpido ciò che non viene compreso, vero? Un gioco di cui riesci a malapena ad afferrare la portata al di là delle stelle, Ikki di Phoenix.
Hai pensato alla stagione delle piogge, che tarda ad arrivare, ma che giungerà. All’incomprensibile ruota del Karma.
Ti sembra di vederlo chinarsi, laggiù, in mezzo ai salici, con i capelli biondi che ricadono sul davanti, sul petto. Ti sembra un po’ più piccolo del solito, senza armatura, senza posa eretta e senza Cosmo dispiegato. Ma tanto hai poco da immaginare, Shaka di Virgo non c’è.
Fai come ha fatto lui, camminando piano nell’erba, fino agli alberi gemelli.
Sai che è morto lì. E’ rimasto qualcosa, sulla terra, come le sue ceneri di fenice che non risorge.
Ti chini e sfiori la terra, unendo le mani come su un chicco caduto tra le zolle.
C’è qualcosa di sacro e ancestrale, in quello che fai. C’è così tanta luce da potercisi oscurare dentro. Ed è tremendo.
Ti sei alzato, tenendo quella terra e quelle ceneri nella mano a coppa. Tenendo Shaka.
Niente di entusiasmante. Devo aiutare il Buddha a tenere un orto.
Lo stringi nel palmo, mentre le folate lo portano via, a coprire i semi che ancora riposano, poi stringi il pugno, come chi sta per piangere e non lo fa, rabbiosamente.
Non piangere. E’ finito il tempo delle lacrime. Resta il tempo per la luce. Come in Grecia, così nel mondo.
Lo allenti alla fine, lasciando andare anche il resto nel vento, a permettere che la ruota del Karma porti la vita dove c’è stata la morte.

 
Autore:Camus di Aquarius
Genere:Commedia, Romantico
PersonaggiPrincipali: Aquarius Camus, Cygnus Hyoga, Phoenix Ikki,Scorpion Milo, Virgo Shaka
Rating: G
Avvertimenti:
 OneShot,Shonen Ai
Inproposito: Hyogasi ritrova davanti alla Casa che, al Santuario, meno si sente ingrado di affrontare. E non per viltà: ben pochi inverità sarebberodavvero sicuri di voler conoscere il ragazzo diIkki di Phoenix. Specie quando con Ikki di Phoenix hai una qualsiasiquestione in sospeso. { Hyoga/Shun, Shaka/Ikki and Milo/Camusimplied }
Disclaimer:
Kurumada, guardaci! Guardaci!
Cose: 
Oneshot dallo strano cast,senza pretese, confezionata grazie all’impagabile aiuto diMilo di Scorpio evagliato dall’imbizzarrimento di Aphrodite dei Pesci, volto auccidere o comunque fare moltomale Hadessama. Così, in simpatia. E per fargli capire isuperpoteri malefici diShun nelle dinamiche di gruppo. Mi sono divertita molto ad entrareinsintonia con Hyoga, per scrivere questa, e ve la lasciocosì, sperando chefaccia sorridere. Shaka è il vero protagonista senza volere,e questo mi faridere. Ikki mi ammazza. Milo e Camus sono due genitori. Hyoga/Shun,wah, cheemozione. Sono una semplice simpatizzante della Hyoga/Shun ma...chissà cosa ciriserva il futuro. <3 (sono piccoli e spuccevoli!>O<) Baci e abbraccia chiunque legga. <3

Squarciareilvelo

Ovvero: ipoteri del Buddha.

 

 

 

Quelloera davvero, davvero l’ultimo posto in cuiHyoga di Cygnus avrebbe voluto trovarsi. Era arrivato con entusiasmo aipiedidel Santuario di Athena, aveva accolto persino con gioial’aria polverosa e troppocalda per i suoi gusti, al pensiero di potere rivedere il suo Maestro,e conlui la persona che più vicino ad un maestro poteva essere.Camus di Aquarius,Milo di Scorpio: aveva teso le mani ad entrambi, commosso e felice divederli,con la sensazione di non avere più un problema al mondo.
Ora, invece, davanti a quel Tempio, avrebbe volutosolamente sprofondare.
Sprofondare, e scavare con l’uso di un cucchiaioun tunnel che risbucasse direttamente sulla scalinata della SettimaCasa. Masfortunatamente non aveva con sé un cucchiaio.

 Erasuccesso tutto molto alla svelta.
Hyoga stava facendo l’inventario dei vestitipiù estivi del suo armadio, le valige aperte sul letto e duebiglietti d’aereoappoggiati poco lontano. Ikki gli era apparso alle spalle, avevaaspettato chesi girasse, e l’aveva guardato come si guarda lo yakuza dellabanda avversariaa cui stai per puntare il coltello a serramanico sotto la gola.
“Dov’è Shun?”
“Fuori.”
“Fuori dove?”
“Al cinema. È uscito con Shiryu e Shunrei,prima che partissero per la Cina.”
“E Seiya è già partito? Con Saori? Ocon chidiavolo altri?”
“Non ancora. La signorina Saori invece è via daun pezzo.” Il biondino tornò a dedicarsi alle suegrucce, radunando quellevuote in un angolo. Riattaccò bottone, giusto per fare duechiacchiere: “E tu,invece, dove sei stato?”
“Non sono affari tuoi.”
“Ehi, ma che modi. Che…?”
“Piuttosto. ‘sta storia del mare?”tagliò cortola Fenice. Lo spinse sul letto, la mano aperta sul suo petto. E Hyogacapì cheera cominciato il terzo grado.
“Oh. Ah. Sì. Io e Shun andiamo al mare.”
Semplice onesto, diretto. Per ricompensa ottenneun grugnito.
“Hn.”
“Sai... rimarremmo qui da soli, io e lui.”Tentò di approfondire il giovane saint, senza mostrare peril momento alcunsegno di cedimento. Proseguì, in tono ragionevole:“Quest’estate non c’ènemmeno la signorina Saori. Lo zoo è divertente. Per leprime due volte delmese. Poi sai com’è. E Shun…”Qui distolse lo sguardo, per grattarsi appena lanuca, un’occhiata distratta alle valige, come se ci fossequalcosa d’importanteda controllare. “Insomma, sembrava felice di andare adOkinawa. Diceva che nonc’era mai stato, e…”
“Sentimi bene.” Ikki lo fissò senzascamponegli occhi, facendoglisi sopra, minaccioso sino alla soglia delfraintendibile. L’altro si fece più serio,facendosi indietro. “Che cosa proviper Shun?”
Hyoga ebbe uno scatto indietro con la testa,corrugando le sopracciglia. Ma arrossì. Dopodichénon ci fu un bel niente dadire, mentre il cavaliere della Fenice si ergeva in tutta la suastatura equello del Cigno si preparava alla sfuriata del secolo, conscio che lacosapeggiore, in tutto questo, era che c’era da aspettarselo. CheIkki lo capisseprima di Shun, perlomeno. Si prese la testa fra le mani, un rantolo disconforto, e si subì ogni insulto – una saporitagamma di variazioni sul tema“idiota” – ogni imprecazione ed ogniminaccia. Dall’inizio alla fine. Tuttoquanto.
“È Shun!” sbottò alla fine,esasperato e inimbarazzo. Che diamine, era pure sempre Ikki! “Gli vogliobene! Lo sai!”
“Seh. E a me? A me vuoi bene, Hyoga?”
Raramente il mondo aveva accolto note tantosardoniche nella voce di un uomo. Hyoga si spinse ancora piùindietro, sedutosul letto, borbottando cautamente  che sì, certo,in un certo qual modo, forse.A quel punto si beccò una sfuriata maggiore dellaprecedente: Phoenix non amavasentirsi preso in giro, né tantomeno ricevere dichiarazionida finocchio.
“Sai di cosa parlo, Cygnus!”
“È lo stesso, ti dico! Come puoidire…”
“Non sono idiota. Mbè? Hai perso la lingua, cosinodei ghiacci?”
Hyoga avvampò e si alzò in piedi, il cuore chegli martellava nelle orecchie, da adolescente che era: “Checosa vuoi sapere,Ikki? Che cosa provo per Shun? Beh, non è quello che provoper un fratello,nemmeno per un amico: se lo sai, smettila di tormentarmi!”
Un conto era saperlo, un altro dirlo ad altavoce.
Hyoga ci aveva messo coraggio, tanto percominciare.
Ikki da parte sua la prese più o meno bene.Come una martellata nello stomaco, grossomodo.
Contò fino a tre, poi fino a dieci. Poi decisedi accertarsi personalmente del livello di idiozia di Cygnus:
“Molto bene. E lui?”
“E…?” Assistette ad un cambio repentinodiespressione facciale. Grandi occhi azzurri sbattevano davanti alle suepalpebre, ogni piglio combattivo andato a farsi benedire: “E…lui? Non lo so…”
Il vulcano stava per eruttare tutta la suafuria.
Volò una sberla che prese Hyoga ruvidamente intesta, ma, contro ogni aspettativa, meno forte di quanto credeva. Unnormalescappellotto, mentre Phoenix più che ringhiare borbottava:“Te lo dico io,scemo. Anzi, non te lo dico nemmeno. Non te lo meriti. Ma ti avverto,Cygnus.”
Lo sovrastò un dito, minacciosamente teso inavanti.
“Spezzagli il cuore,
e io ti spezzo latesta.”
“M… ma smettila!” Adesso era veramenterossocome un peperone. Non voleva indagare oltre, gli sembrava che Ikki colsuoatteggiamento rivelasse già qualcosa a cui non volevapensare, a scanso di farsitroppe illusioni. Aveva già le idee confuse per conto suo, equesto per lui eraveramente troppo! Si innervosì: “E non capisco ilsenso di questo discorso!Non… intendevo fare niente di
strano,durante questa vacanza, e il fattoche tu sia venuto qui a farmi questo discorso mi irrita!” Efu così che se lofece sfuggire: “Insomma! È che se io venissi achiederti conto di che cosa faialla Sest-”
Se ne accorse in tempo e si morse la lingua. Sene accorse in tempo, ma non
abbastanza in tempo.
Ikki si era girato, ignorando quasi totalmenteil suo bel discorsetto, del tutto innocente: nella sua ottica, lui eravenuto adargli una mano, a quell’idiota di Cygnus. Stava anziraccogliendo un paio digrucce vuote, per farsi spazio sul letto. Ma a quel punto, lentamente,si girò:

“Scusa?”
“Niente.”
Aveva risposto troppo prontamente. Ingenuo.
“Hyoga. Vieni qui.”
A Hyoga era rimasta solo una cosa da fare, e lafece.
Aprì la porta dietro le sue spalle, e scappò.

 “MaestroCamus?”
“Dimmi, Hyoga.”
“Non c’è modo di passare per lascalinata senzaattraversare le Dodici Case?”
Camus sollevò le eleganti sopracciglia, mentrepasseggiava accanto all’allievo, che aveva Miloall’altro fianco. Un Miloparticolarmente di buonumore, che contribuiva a spandereserenità sulquadretto: “Dovresti saperlo bene, giovane saint!”
“Ah, certo. Mi chiedevo solo se…”
“Dal momento che sei in visita, facciamociannunciare!” rise, Scorpio, una mano a stringergliaffettuosamente la spalla.Era davvero contento che Hyoga avesse accettato l’invito diCamus di passare lìcon loro qualche giorno, durante quelle vacanze estive, e volevaadoperarsi perrenderglieli decisamente memorabili. Qualche giorno, prima dipartire perOkinawa, aveva considerato Hyoga. Considerato che la data delvolo suo e diShun era stata posticipata di una settimana, aveva tutto il tempo delmondo perandare a trovare i suoi maestri. E aveva accettato contento. Anche oralo era,e sorrise volentieri di rimando al cavaliere dello Scorpione; salvo poisbiancare, quando lo vide entrare a passo baldanzoso nel mistico atriodelSesto Tempio dello Zodiaco: “Virgo! Haiospiti!”
Oh, Athena, poté solo pensare. E nessuno,aTokyo, se avesse saputo, gli avrebbe dato torto.
Nessuno si sarebbe sentito tanto sicuro di volerconoscere il ragazzo di Ikki di Phoenix.

Primauna pantofola, dritta in faccia.
Così, perché Ikki era un tipo bene educato, ele scarpe se le toglieva, ad entrare in casa altrui.
Un attimo dopo era Ikki stesso a sovrastarlo,scuoterlo e ringhiargli nelle orecchie:
“E seanche fosse? Hai qualcosa dadire? EH?”
“E se… anche…niente!”riuscì a infilare Hyoga,prima di venire sbattuto al muro. E trovarsi la faccia di Ikki diPhoenix, nerocome la morte, a cinque centimetri di distanza, non eraun’esperienzapiacevole. Affatto.
“Cosa ne sai, tu?”
“Non sono idiota” sbottò, restituendoglicongli interessi la stoccata di prima. E gli scrollò anche viale manacce. “Senti,non è colpa mia se noto le cose. Non lo sapevo per certo!Però sento in chedirezione sparisci, di tanto in tanto. E ti conosco. EShun…” Distolse losguardo, sospirando, e si scrocchiò anche il collo, ora cheera libero. “Senti,non è che mi abbia detto niente. Però diventatutto rosso quando parla di te elui.”
Ikki fece un passo indietro, sonoramente, erimase immobile.
Il suo piccolo, dolce fratellino, che stavadifendendo.
Tradito dal suo candore.
“Hm.”
“Non fraintendermi. Se non ne vuoiparlare…”
“Bah, non c’è niente da dire.”
“Ci verrai a salutare, all’aeroporto?”
Toccò alla Fenice barcollare, e a mugugnare didoversene andare. Prima di tutto, partivano per il mare, non per latrincea.Non era il tipo da commoventi saluti al gate, sventolamento difazzolettinibianchi e altre baggianate del genere. In secondo luogo, quellaconversazionel’aveva già prosciugato di gran parte delle sueenergie. Nello sguardo con cuilasciò Hyoga alle sue valige, dopo pochi, sbrigativi saluti,si ripromise diriprendere il discorso dove l’aveva interrotto. Ma primaaveva bisogno diriordinare un po’ le idee, e magari anche di uncaffè.

Intendiamoci.Hyoga non pensava un bel niente, inmerito.
Hyoga neppure l’aveva attraversata, la Sesta Casa.
Hyoga, mentre Ikki si oscurava in un mondo diluce, era intrappolato in una bara di ghiaccio un piano piùin su, spedito indirettissima dall’allora Pontefice di Athena in persona, unviaggio che gliaveva risparmiato molte scale, una collezione di teste,un’ingloriosafiguraccia di Seiya, e un tour per le Sei Vie della Trasmigrazione. Chedettacosì sembrava una cosa carina, ma non ci avrebbe giurato,almeno a giudicaredalla fama che precedeva Virgo, che ora emergeva dall’ombradelle sue stanze rispondendoal richiamo di Milo.
Hyoga si tenne religiosamente in disparte, insecondo piano rispetto alle sue guide, limitandosi ad osservarediscretamentequella che per lui poteva benissimo essere una creatura mitologica. Cheper ilmomento chiacchierava normalmente:
 “Ospiti?”
“Ben due gold saint” sogghignava Milo, fiero e beneretto. “E niente meno che un guerriero divino.”
“Che magnifica notizia” li accolse il Buddha, laserenità incarnata. Non mise particolare enfasi nellaconstatazione, ma neppurescortesia. E voltò appena il capo verso i corridoi dellaCasa, i lunghissimicapelli biondi che gli scoprivano impercettibilmente il collo:“Ikki!”
Hyoga, a quel punto, cominciò a passarementalmente in rassegna sigle di cartoni animati.
Non trovò niente di meglio, in alternativa allaprospettiva dell’incontro che lo aspettava.
“Ma prego, entrate. Milo, Camus.”Incontrò losguardo azzurro di Shaka di Virgo mentre la regia stava trasmettendo Georgie.“E Hyoga di Cygnus, presumo.”
“È un onore, Cavaliere di Virgo.”
Per fortuna Cygnus era di Aquarius degno allievo,e nulla scalfì la sua espressione.

In capo a due minuti, erano tutti seduti suicuscini ad un tavolo basso, del tutto simile a quelli tradizionaligiapponesi:Shaka, impassibile, offriva infuso fresco di karkadè ai suoiospiti, Milo eCamus con lui scambiavano brevi, sintetiche chiacchiere e Hyoga eraancora inbalia delle sigle dei cartoni animati. Ikki si era fatto uncaffè, per sommadisperazione dell’inserviente a capo della servitùdella Sesta Casa, che nonriusciva mai a fare il suo lavoro, quando la Fenice era nei paraggi.Andava,veniva, puliva e si preparava le cose da solo, mandandola in crisi.L’avevalasciata mentre si sfogava ripulendo ossessivamente i fornelli dallepochemacchie che il santo di bronzo si era lasciato sfuggire nella sua operaimplacabile; il suddetto guerriero, per conto suo, sedeva di fronte aHyoga e afianco di Shaka con la sua tazzina fumante, e pareva perfettamentetranquillo.
“…e Aioria è tornato ieri.”
“Mh. Interessante.”
“Giusto, Hyoga. Non hai visto Aioria a Tokyo,negli scorsi giorni?”
Interpellato, il giovane saint di Athena spense l’audiosu La Rosa di Versailles e appoggiò ilbicchiere sul ripiano: “Oh, sì.Fino a pochi giorni fa. Seiya ne ha approfittato per allungare la suapermanenza a Villa Kido, con Shiryu e Shunrei. Ah, e naturalmente conShun.”
Ikki aguzzò le orecchie, ma non disse niente. Nonaveva ancora detto una parola, d’altro canto: si limitava afare presenza, comesuo solito.
“Ah, sì, me l’ha dettoAioria.” Milo sistiracchiava, perfettamente a suo agio nel gruppetto seduto a quellatavola –sebbene avesse sempre trovato balzana l’idea tutta orientaledi un tavolino conle gambe tanto corte. Ma si stava comodi, seduti sui cuscini, e lui neapprofittava per stirarsi come un gatto, soddisfatto: “Visiete divertiti?”
“Oh, sì. Il gruppo si è mezzoricomposto prima dipartire per le vacanze. Dato che rimangono tutti a casa piùdel previsto, ne hoapprofittato per passare a salutarvi.”
“Hai fatto solo bene.” Camus sorrideva,quietamente, seduto composto. Chi conosceva bene Aquarius potevacogliere lasfumatura d’affetto con cui gli si rivolse: “Ti hogià detto che puoi restareil tempo che vuoi.”
“Sì, maestro.”
Shaka sorseggiava infuso fresco, di fronte aquell’idilliaca scenetta.
Se non fosse stato il Buddha, lo si sarebbe potutodefinire annoiato.
Milo, che ben conosceva i suoi polli, si preparò aprovocarlo con un’uscita delle sue, nascondendo un ghigno nelsuo bicchiere.Shaka lo ignorava, ben conscio del suo proposito, e lui si divertiva amorte apensare a cos’avrebbe potuto escogitare per alterare ilcontegnodell’Illuminato. Hyoga, intanto, una volta libero dallacolonna sonora che gliera partita in testa, ricominciava a chiacchierare normalmente:
“Ah, Ikki!”
“Mh?”
“Tu hai deciso dove andare? In vacanza,intendo.”ì
Per Ikki il concetto di vacanza era abbastanzarelativo. Sollevò le sopracciglia, senza rispondere niente.Era uno di queitipi per cui “vacanza” non esiste, abituato adassociare il sole e il caldo piùagli allenamenti roventi della sua isola che ad ombrellini nei cocktailespiagge tropicali. Per evitare di intavolare un discorso del genere, silimitòad essere vago:
“Dipende. Non  ho ancora deciso.”
“Perché sai…”Contò fino a tre. Sorrise, volenteroso.Era deciso. Era lanciato. “Così. Il volo perOkinawa mio e di Shun, ricordi… èstato spostato di una settimana. Ecco, potremmo chiedere sec’è un altro posto,ora che la data non è più cosìprossima.”
Era un altruista cavaliere di Athena.
Il silenzio fu tanto forte da ronzare. Hyogasorrideva, ignaro. Shaka sorseggiava karkadè, senza un soloproblema al mondo.Camus, poco empatico in generale, si domandò ilperché di quell’interruzione.Milo qualcosa nasò, soprattutto perché Ikki sirabbuiò.
E si alzò in piedi, senza indugiare oltre.
Cupo come un temporale all’orizzonte.
“Hyoga. Vieni con me.”
“Eh? Ah. Sì.” Cygnus si alzò,preso incontropiede, saettando subito dopo gli occhi sui presenti:“Scusate.”
Uno sguardo di scusa al maestro, e a Milo, che liosservava attentamente, un cenno a Shaka, e seguìl’amico fuori, confuso. Ilsilenzio continuò a ronzare. Shaka poggiò conaria estremamente zen ilbicchiere sul ripiano, in un impercettibile rumore, e si sarebbe dettoche dalì a poco sarebbe arrivata una perla di saggezza che avrebberischiarato lasituazione come una lama di luce nel buio. Invece non arrivòun bel nulla.
“Jasmina. Abbiamo anche del tè freddo, incasa?”
“Sì, nobile Shaka!”
“Virgo” lo interpellò immediatamenteScorpio, mentrel’inserviente svolazzava via a prendere il tè.“Che cosa succede?”
“Eh?”
Camus continuava a non seguirli per niente.

Intanto, là fuori, Ikki prendeva Hyoga per ilbavero e lo spalmava tra sé e una colonna, continuando laserie di orribilicomportamenti equivoci che fanno di uno shonen manga terreno fertileper lunghitopic su forum yaoi. Hyoga gemette, una volta di più,sentendo il principio diuna depressione da record: se fosse stato libero di muoversi, ciavrebbesbattuto più volte la testa, contro quella maledettacolonna, chiedendosiperché, perché, perché, perchéfinisse ogni volta a quella maniera eperché, perché, perché, perchénon riuscisse mai a tenere la boccachiusa.
“Cygnus. Ripeti quello che hai detto.”
“Scusa” preventivò istantaneamente.
Ikki contò fino a diecimila, chiudendo gli occhi.Molto rapidamente.
“Ripeti. Quello. Che hai. Detto.”
Perlomeno, Ikki aveva il dono di farlo pentireimmediatamente delle boiate che di tanto in tanto riusciva a farsisfuggire.Per quanto raramente potesse accadere, non una volta che glielalasciassepassare. Questa volta, Hyoga si rese più o meno conto diquello che volessefargli capire, ma cercò comunque di giustificarsi:“Scusa. Davvero. Cercavosolo di essere gentile!”
Silenzio. Ikki sospirò. Se l’era aspettato. Ilvecchio, prevedibile Hyoga.
“Nel senso, a me farebbe piacere se tu venissi connoi. È una cosa che mi è venuta in mente, tuttoqui! Era una bella idea…”
Il vecchio, idiota Hyoga. Tardo come unatartaruga rincoglionita, altro che Cigno del Nord e balle varie.
“Anche a Shun farebbe piacere!” stava perdendoenergie, e gli fece quasi tenerezza quando finì perpigolare, confuso: “No?”
Ikki lasciò appena la presa sulle sue spalle, dopoavere assorbito e valutato per bene le parole dell’altro. Poisollevò il viso egli sorrise. Solo Athena poteva immaginare gliinsulti che stavano perscaricarsi su di lui, ed era bene che da brava signorina educata cheera sitappasse momentaneamente le orecchie.

Shaka di Virgo si limitò ad alzare le spalle,serafico.
“È leggermente iperprotettivonei confrontidi suo fratello.” Ottenuto il suo tè freddo,offertone anche agli altri duecavalieri d’oro, concluse la sua spiegazione: “Edato che fra quei due ragazzisembra esserci qualcosa, vuole tenere la situazione sottocontrollo.”
Prese un sorso della bevanda dolce, elogiandonementalmente la freschezza.
Shaka di Virgo, semplicemente, era quello cheaccoglieva il passo furibondo di Phoenix, di ritorno dal Giappone, ilqualearrovellandosi suoi propri problemi cominciava a camminare in tondo e asbottare in mezzi sfoghi e mezze confessioni, ringhiando, brontolando escaldandosi come una teiera sul fuoco. Tutto questo davanti agli occhidelBuddha, serenamente seduto nella posizione del Loto, che essendodisabituatoper natura agli adolescenti mortali si limitava a guardarlo dare inescandescenze e a non dire niente.
In tutto questo, nemmeno si immaginava delleproporzioni della sua rivelazione.
Camus e Milo lo guardarono come se con le suestesse mani egli avesse strappato il velo di Maya, che ottenebrava iloro sensicon la fallacità dell’illusione, e ora rivelavaloro il Reale. E tutto questobevendo tè freddo. Senza dubbio, Shaka di Virgo eral’uomo più vicino agli dèi.
“Ora scusate. Vado controllare che il sangue nonsporchi le mie scale.”

 

“Hyoga.”Là fuori, intanto, si consumava undramma. “A Shun farebbe piacere, se io venissi. A tefarebbe piacere.Anche a me. Forse. Non è questo ilpunto.”
Che fatica che si doveva fare. Ikki eraammirato, tuttavia, della calma che stava ancora mantenendo, purritrovandosi –uno come lui, che diamine, e parlando di suo fratello!Cygnus gli dovevaun favore – ad insegnare a quel cretino l’ABC.
“Sì, lo so, lo so! Scusa, sono un idiota. Macercavo solo di essere gentile!” rimarcò,energicamente, in tutta onestà. Fu ilcolpo di grazia per il cavaliere della Fenice, che, afferratolo dinuovo per lespalle, cominciò a scuoterlo violentemente contro quellastramaledettissimacolonna:
“Non devi essere gentile! DEVI SBRANARE CONFEROCIA CHIUNQUE TENTI DI METTERSI TRA DI VOI!”
“E… eh?” sillabò Hyoga,piantando una sonoracraniata.
“Cosa te l’ho affidato a fare, incapace!”ruggìl’altro.
“Ma quando mai me-”
“Niente. Ascolta. Non invitare gente. Staglivicino. Mi hai capito?”
“O… ok.” Hyoga arrossì,stavolta, nonostante labotta in testa. Aveva persino le lacrime agli occhi dal dolore, macominciavadavvero a capire che cosa Ikki stava cercando di digli. E,paradossalmente, gliera davvero, davvero grato.
“Bravo” sospirò quello, allentandofinalmente lapresa.
Certo che poi si disegnavano doujinshi su di loro,ad ogni modo. Bastava guardare la scena in muto.
Un po’ come stava facendo Shaka, decisamenteperplesso, dalla finestra alla quale si era avvicinato.
“Dentro, adesso!” berciò Ikki, facendostradaimperiosamente verso l’interno della Casa. Si sentivainternamente esausto.Affrontare un esercito per lui era roba da niente, ma dover ritrovarsia dareconsigli all’amico d’infanzia con una cotta per ilproprio fratello minore,beh, quello poteva davvero metterlo ko.
“Scusate.” Hyoga si risedette, la testa ancora unpo’ dolorante, ma senza trattenete un sorriso, di fronte aIkki. Shaka eraesattamente al suo posto di prima, Milo sorrideva ancora piùdi lui senza unapparente motivo, e il maestro sembrava immerso in una profondariflessione.
“Oh, di nulla” flautò il padrone dicasa, attirandol’attenzione per la maniera lenta e posata con cui sicalò su un fianco, comese si stesse accomodando su un triclinio.
Ci misero un po’ a capire che cos’aveva fattoShaka. Ikki in primis.
Hyoga però sentì distintamente la gambedell’Illuminato stendersi flessuosamente e posarsi conimplacabile precisionesu quelle del ragazzo che gli sedeva di fianco, senza curarsi dinasconderlo, eprecludendo così implacabilmente qualsiasi intrusioneesterna. Quando,incredulo, poi, vide posarsi nel suo sguardo quello eloquente di duecrudelissime lame azzurre, a monito, capì.
Capì che cosa il Buddha stesse facendo.
Sbranava con ferocia chiunque tentasse dimettersi fra di loro.
“Ve… Venerabile Shaka!”esclamò, senzatrattenersi, tirandosi quasi indietro per la sorpresa.“Venerabile Shaka,voi…!”
“Ahn?”
Grazie, Venerabile Shaka!”boccheggiòCygnus, osservandolo con autentica, profonda ammirazione, come se conle suestesse mani egli avesse strappato il velo di Maya, che ottenebrava isuoi sensicon la fallacità dell’illusione, e ora glirivelava il Reale. E tutto questoaccomodandosi al tavolo. Senza dubbio, Shaka di Virgo eral’uomo più vicinoagli dèi.
“Il… il Venerabile Shaka!” Hyoga sivoltò precipitosamenteverso Milo e Camus. “È davvero come sidice!”
“Sì!” confermò subito Milo,brillando della stessaluce.
Sembravano entrambi increduli, per due rivelazionidiverse.
“Possiede il potere di illuminare la mente!”
“Altroché!”
“E squarciare il velo di Maya!”
“È questo, Hyoga! Il Risveglio!”
Ma che cazz-?
Nessuno badò a Ikki, il quale non aveva capito niente.
Se ne stava basito con il suo caffè in mano,osservando un bronze e un gold saint comportarsi come due cretinirimbecilliti,mentre quell’altro si era bellamente appoggiato su di luicome su un trespolo,a scanso di affaticare le candide gambe, probabilmente.L’unico sano parevaessere rimasto Camus, che però proprio in quel momentopoggiò con un rumoresecco il bicchiere da cui stava bevendo, constatando, con aria pregnadisolennità: “Già.” E rivolselo sguardo all’orizzonte.
Ecco perché Hyoga di quel periodo era tantostrano, stava riflettendo.
Ne abbiamo perso un altro, si sconvolgevainvece Phoenix. Ma possibile che in difesa del Grande Tempio, che aquanto nesapeva lui era la base centrale di tutta la baracca, ci mettessero ipiùflippati? Ma li sceglievano apposta? Roba da non credere.Così, nell’elogiocomune di Shaka, che il Buddha non commentava ma si guardava bene dalmettere atacere, Ikki di Phoenix si finì il suo caffè ecominciò a pensare a dove andaredavvero, in vacanza.
Sicuramente in un posto molto, molto lontano dalì.

 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Erotico, Introspettivo
Personaggi Principali:Phoenix Ikki, Virgo Shaka
Rating: NC-17
Avvertimenti:
 OneShot, Lemon, Yaoi
In proposito:
Erala Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Era Shaka; tornavi ed era turbine e profumi stordenti, labirinto senzafine.

Il laccio, la trappola in agguato, nonè affatto facile da distinguere.
Non sempre ha la forma di un laccio. E non sempre lasciarti legareè poi così doloroso
.
Disclaimer: Kurumada non scrive lemon per ilgusto di farlo fare a noi.
Cose: Questa èuna LEMON SHAKA/IKKI. EShaka è il seme, sì! <3Non liavete trovati adorabili? Come avrò già detto unpo’ ovunque, ho cominciato daun (bel) po’ a shippare la Shaka/Ikki, ingiustamenteimpopolare in Italia. Io e Milodi Scorpiostiamo dedicando una serie di drabblealnobilissimo scopo di diffonderla, e oggi ilDio del Porno mi ha fatto dono anchedi questa. Ringraziamolo tutte assieme.Ildialogo finale… a voiattribuire il senso di legame. È chiaroche si tratta di un legamesentimentale. È anche vero che sono due tipi strani, questiqua, decisamentepoco sentimentali. Ma…<3 Vabè, no, non mi sbilancio.Ghhh.

Tornare dalla polvere, da un lungo viaggio, e sentirsi soffiare verso l’entrata di un luogo sacro.
Tornare dalla polvere e aspettare a farsi strada nei corridoi freschi. Ancora un po’.
Si poteva rimanere in piedi ancora a lungo, a sentire il vento tra i capelli, il vento che era stato un fastidio lungo tutto il cammino in salita, ed ora solo una blanda carezza sul collo, stranamente piacevole. Phoenix, che di rispetto per il sacro ne aveva sempre avuto solo lo stretto necessario, piantò i piedi fermi a terra per una manciata di minuti, studiando l’interno oscuro del tempio. Non l’avrebbe studiato in maniera tanto intensa neppure se all’interno lo stesse attendendo un nemico. E aveva le sue buone ragioni.
Storie antiche di chi aveva visto si erano dilungate, nei secoli, a descrivere l’espressione di Siddharta Gautama, che aveva stravolto le folle: un viso tranquillo, né allegro né triste, solo illuminato da un sorriso interiore. Quietamente raggiava, in piena calma, il suo viso imperscrutabile, un mezzo sorriso nascosto sulle labbra. Un sorriso dolcissimo, un sorriso di scherno.
Incastrare i corpi era sempre una sfida, per loro due.
Due prevaricatori, si ritrovò a constatare Ikki, un mezzo ghigno in faccia, sicuramente meno silenzioso e meno soave di quello del Buddha. Che lo restituiva, tuttavia, senza vederlo da sotto le palpebre abbassate.
Shaka gli sorrideva spesso, con aria beffarda. Era una cattiva abitudine che si portava dietro dal memorabile scontro alla Sesta Casa, e nessuno sarebbe riuscito a lavargliela via dalla faccia. Ikki poteva ruggire, dibattersi, insultarlo, piegarlo a viva forza. Ma non c’era modo di cancellare quel mezzo sorriso che, anche se svaniva, ricompariva nei momenti più inaspettati. Era qualche residuo testimone di una superiorità troppo connaturata nelle carni di un uomo che è anche l’Illuminato, che è colui che sa. La cecità di questa vita mortale gli aveva fatto commettere degli errori per cui si era costretto a fare voto di umiltà: grosso smacco. Trattava Ikki come suo pari, dunque, contentandosi di schernirlo in quella sua maniera, soave, quasi distratta.
“Maledetto figlio di puttana!”
D’altro canto, Ikki non era certo uno che le mandava a dire.
Shhht.”
“Mmmh.”
Dita sulle labbra, complici, come altri sorrisi.
Gemito contrariato.
Gemito soddisfatto.
Ah, sì. Incastrare i corpi, per loro due, era davvero una sfida.
Shhht.” Dita seriche sulle labbra, ancora. “Silenzio. Ascolta.”
Ikki chiuse gli occhi, e le mani di Shaka cominciarono a scendere lentamente dalle sue labbra al suo collo, carezzando piano le clavicole sporgenti, il petto gonfio di parole non dette e trattenute con stizza. Il santo della Vergine si domandava, con un sorriso impercettibile, quante di queste fossero insulti diretti a lui. Domare la Fenice, irrequieta e sfuggente, non era cosa facile. E come fermò le mani, gli occhi di Ikki si riaprirono di scatto, attenti, come se non si fossero persi un movimento fino a quel momento.
“Rilassati.”
“Tsk.”
Lo provocò l’altro, passandogli sbrigativamente una mano dietro la nuca.
Shaka gli prese il viso fra le dita, e si fece attirare in un bacio profondo, sbrigativo, in cui lo trattenne a lungo, mentre le loro gambe si sfioravano, si toccavano, e le mani di Ikki gli scorrevano pesanti lungo tutta la schiena. Un sospiro nervoso, quasi stizzito. Un sorriso di Shaka. E improvvisamente l’incastro era preso, le membra si muovevano assieme, negli impercettibili, morbidi rumori che avevano le cose più preziose e sfuggenti. Le foglie rosse morenti d’autunno, fruscianti. I rovesci estivi, le onde del mare che s’ingigantiscono e s’infrangono.
Tutto come corpi caldi, in subbuglio, come i muscoli inquieti che si premevano e si tendevano e si scioglievano l’un l’altro, fra baci sempre più umidi, sempre più pressanti. Sempre più aggressivi.
“Shaka…” sibilò Ikki. Ed era impossibile dire se fosse più un’invocazione o una minaccia.
Se prima i loro tocchi erano le carezze insinuanti scambiate addosso a un muro, a una colonna, che passavano attraverso vestiti sempre più stretti, ora Shaka lo stravolgeva, rovesciandolo sui cuscini. Petto contro petto, non gli lasciava aria da respirare, soffocandolo con il suo corpo, con i capelli lunghissimi e insidiosi, con le mani che lo toccavano ovunque, come creta da modellare. Non gli lasciava aria da respirare. Occupava tutto con la sua presenza. Ogni anfratto e ogni cosa davanti ai suoi occhi, ogni odore ed ogni respiro, fin dentro. Fin dentro.
Prepotente.
Gli apriva le gambe.
Lo baciava caldo, instancabile, lo guardava.
Lo guardava, senza una parola.
Mandava Ikki su tutte le furie.
“Cosa aspetti?”
Roco, scalpitante, Ikki lo afferrò senza delicatezza, tirandolo a sé, cercandolo senza pace.
Ubriaco, Ikki ansimò sotto di lui, gli occhi adirati piantati su quel corpo candido, su quel corpo puro. Su quel viso maledetto che l’aveva ucciso. Molte volte, in uno stillicidio degno delle migliori antiche torture.
Cosa aspetti?
Non gli lasciava aria da respirare.
Era la Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Era Shaka; tornavi ed era turbine e profumi stordenti, labirinto senza fine.
Ikki si ritrovò sotto di lui, a gemere roco, preso – l’aveva fatto. L’aveva afferrato per le anche con tutta la dolcezza e la fermezza di cui era capace, Shaka, e aveva inarcato quella splendida schiena per rovesciarsi all’indietro, sotto i suoi occhi fiammeggianti, ed entrargli dentro, tra le cosce muscolose salde ai suoi fianchi che gli offrivano resistenza. L’aveva preso e con un movimento sciolto si era spinto dentro, facendo forza, chinandosi su di lui in un ansito bollente, in un guizzare di spalle che Ikki andò a stringere come se ne dipendesse dalla sua vita. Forte. Stringendo i denti. Si chinò ancora, Shaka, sfiorando con il ventre la sua erezione, e fu allora che Ikki lasciò andare un gemito profondo, al suo turno di inarcare la schiena e lasciarselo scivolare dentro. E sentirselo scivolare dentro.
Era la Sesta Casa; si trovava preso e vinto, ad imprecare tra i denti, perché tutto ciò che si era faticosamente costruito, che aveva faticosamente messo in piedi a sudore e sangue, in quella manciata d’anni, Dio, se aveva sputato sangue, tutto di fronte a quella gloriosa bellezza, tutto si sbriciolava in frantumi nuovi fiammanti. Ad ogni spinta, ad ogni morso alla sua bocca, era schiacciato e soverchiato, mentre il suo corpo gli urlava di no, e gli urlava di sì, di dargliene ancora e di dargliene di più.
Perché Shaka era forte, e l’aveva saputo catturare.
Perché Shaka spingeva con un ritmo lento, un ritmo che gli si scioglieva dentro come tutto quello che era suo, potente e superbo. Lo faceva affondare tra i cuscini, una spinta dopo l’altra, una carezza dopo l’altra, a risvegliare brividi sempre più violenti. Sorrideva. Un sorriso dolcissimo, un sorriso di scherno.

“Sei tornato.”
Ikki non risponde, continuando a fissare le pieghe bianche delle lenzuola. Appoggia il capo di lato, tuttavia, posandolo sulle braccia conserte. Rilassa il collo, forse per la prima volta in quelle ore.
“Mh” mugugna, affermativo, senza voler evitare una risposta. Solo pensoso.
“Devo pensare che ti tratterrai, questa volta?”
“Chi lo sa.”
“Non fraintendermi.”

Shaka lo tocca delicatamente sulla schiena, come la carezza del vento sulla nuca, saliti i gradini. La stessa sensazione di essere in qualche modo accolto. E intona a voce bassa, senza sfumature di emozione personale, in una voce abituata ad indottrinare le folle e rassicurare il più ferito degli animali:
“Puoi tornare quando vuoi. Puoi andartene. Io non ti tratterrò.”
Lo sa.
Lui non lo tratterrebbe.
Affatto.
“Hai paura, Ikki?”
“No.” Ikki alza lo sguardo, e quando risponde è sincero, né più né meno: “Io non ho paura di niente.”
“Sì. Era quello che volevo sentirmi dire da te.”

E detto ciò, il suo discorso si snoda come è d’uso in metafore più grandi – come se Shaka non fosse capace di parlare altrimenti. Ricche parole, come le ricche illusioni che sa snodare dalla punta delle dita, ferme nelle figure di mille mudra diversi, e per ognuno un’illusione, una dottrina, una parabola.
“Qui non troverai labirinti in cui perderti, neppure demoni che cercheranno di trattenerti. Non hai nessun legame, qui. Nessun laccio che ti costringa, nessun cappio attorno al collo.”
Sciocchezze, belle sciocchezze. Il labirinto è nella sua testa, e non solo i demoni decidono di trattenere i mortali, men che meno in quella terra mediterranea, ospite di dèi superbi, avvezzi a rapire le loro vittime.
Ma nessun legame, no? Nessuna di quelle scomode pretese, di occhi fiduciosi. Nessun laccio, nessun cappio. Non c’è rumore di strida ferite, né di artigli che raspano il terreno.
Ah, è bravo, Shaka, a rassicurarlo. Senza dubbio. Non lo sente quasi, il laccio, un filo invisibile, teso a tarpargli le ali se solo azzardasse una mossa troppo secca. Se c’è, non lo sente, addolcito da quelle parole confortevoli.
Se c’è. Ikki stringe i denti, rabbioso, attirando l’altro uomo a sé, seccamente:
“Lo so. Lo so.”


Era un bisogno insopprimibile. Una volta che le loro mani si erano posate l’uno sull’altro, smettere era fuori discussione. Così, le mani bianche sul corpo dell’altro, Shaka aveva finito per lasciare da parte ogni proposito, di qualunque genere. Non che se ne fosse mai posto alcuno.
C’era che Ikki era arrivato, un giorno, stagliandosi all’ingresso con una spavalderia mai vista in un mortale, con quell’irritante mezzo sorriso da uomo vissuto sul viso abbronzato. Era giovane, e sembrava tutt’altro che un ragazzino. Era un uomo, ma era ancora testardo e caparbio, e troppo, troppo orgoglioso. Un po’ come lui.
C’era che Ikki aveva due occhi scuri e penetranti, e un modo di muoversi come animale selvatico, sempre irrequieto, sempre girovago. Mescolava la postura rilassata e strafottente di chi ha la situazione sotto controllo e i sensi all’erta di chi si aspetta sempre che tu sia pronto a colpirlo con una mazzata alle spalle.
C’era che Ikki lo trattava da pari a pari senza farsi scrupolo sulle formalità, e c’era che poteva pure permetterselo. O se non era così, riusciva quasi a convincertene. Ed era tutto lì.
Shaka seguiva i contorni dei pettorali, degli addominali scalpitanti. Tra i solchi di quella pelle di bronzo, senza trascurare un centimetro, vagava perdendosi in migliaia di viaggi, senza una rotta che non fosse quella dettata dal calore sotto i suoi palmi. Ikki si sporse verso di lui, i muscoli molto più rilassati rispetto a quando era arrivato, e senza una parola lo attirò a sé, di nuovo, la mano ruvida sulla sua nuca. Senza il minimo imbarazzo, assecondando il suo movimento, Shaka appoggiò le labbra dove veniva guidato, ripercorrendo le stesse mete, il petto forte, il ventre, l’inguine, le gambe scattanti, la vita che poteva circondare con le braccia.
Lentamente, passò il palmo sul suo ventre, scendendo verso l’inguine, risalendo nell’impugnare la sua eccitazione, calda e più dura, adesso che reagiva alle sue carezze. Lentamente, la strinse, piegando ogni singolo dito della mano per sentirlo gemere, roco, sopra di lui. Adorava sentirlo tendersi e sentirlo mettersi in moto, quella macchina perfetta e reattiva, quando i loro corpi con tutta quella naturalezza prendevano a desiderarsi, ad attrarsi come poli magnetici, una vibrazione, uno schianto.
Ikki si inarcava.
Shaka gli scorreva le mani nella conca della schiena, sollevandolo per le reni.
Si intrecciavano, premendosi l’uno contro l’altro, ed era già un moto innescato.
“Shaka…”
Ore ed ore a quel modo, dondolando in un’estasi bruciante.
Shaka!
Rare, le volte in cui invocava il suo nome.
Moltissime quelle in cui tratteneva i gemiti rauchi.
Poche quelle in cui vi riusciva.
Preferisce che rimanga una passione senza nome, qualche cosa di ingovernabile e selvaggio che non è in suo potere controllare. Poi cambia idea e leva la voce, perché tutta la bellezza lo colpisce come uno schiaffo, ed è umiliante lasciarla senza nome.
Shaka gli rovesciò il capo all’indietro, lo baciò sul collo, sulla gola da cui vibravano versi rochi; perdeva la delicatezza mano a mano che carezzava, e poi toccava, e poi afferrava. E poi fu una lotta, e poi s’innescò il fuoco, e piovvero baci e morsi, mentre il fuoco bruciava trascinandoli dentro in due.
Per l’ennesima volta in quel pomeriggio afoso, Shaka immerse la mano fra le sue gambe, gliele divaricò, ansioso ed affamato, e con un lampo indecifrabile negli occhi azzurri spalancati, come se avesse subito un oltraggio, lo penetrò con forza, godendo del suo gemito rabbioso, del suo abbandono fra le lenzuola.
Ikki serrò le cosce attorno al suo membro duro, carne su carne, stringendolo dentro di sé, tanto da mozzargli il respiro. E Virgo fu costretto a rilasciare lentamente il fiato, bollente, tremando come mai aveva tremato in vita sua.
“Ikki…” soffiò, labbra su labbra, subito divorate. E i loro corpi diedero il via ad una danza frenetica, le mani di Shaka che gli sollevavano il bacino per impartire spinte ben assestate, ritmiche, Ikki che inarcava la schiena e muoveva il bacino in un controtempo mortale. Stringeva i denti, Ikki, si aggrappava alle sue spalle, come in una lotta all’ultimo sangue, ed assecondava, ed ostacolava i suoi scatti, brividi su tutto il corpo. Shaka contraeva il viso, quel bellissimo, immacolato viso, in espressioni furiose, sconvolte, di puro piacere. Ikki non poteva fare a meno di gridare. Non poteva farne a meno. Mentre aumentavano e aumentavano ancora il ritmo, assieme, le cosce spalancate dalle sue mani – che erano più forti di quanto sembravano – Ikki godeva. E Shaka, su di lui, lo catturava e veniva catturato senza scampo, divorato dalle fiamme, gli scatti del bacino sempre più irregolari, le mani a manovrarlo, a stringere forte tra le sue gambe, a dirgli con ogni più piccolo tocco bruciante che era suo, che stava stringendo il laccio. Che si stava facendo male a sua volta, forse, a tendergli quest’enorme, dolorosissima trappola.
“Ah! Shaka…!”
Ah.”
Ahh.”
 Bruciava, però, molto più di prima. Le spinte erano irregolari. Shaka aveva perso il sorriso beffardo, aveva perso l’aria composta, aveva perso tutto ciò che di lui Ikki aveva odiato e temuto ed ammirato nella battaglia. Restava quel corpo magnifico tutt’uno col proprio, macchina perfetta di dolore e di piacere, e lui stesso si stava inarcando al massimo, abbandonando le braccia sui cuscini, invocandolo un’ultima volta, una ancora, nel delirio che gli pizzicava le carni, i muscoli gonfi, ribollendo per liberarsi.
E quando lo fece, nel piacere straniante, Shaka lo sentì irrigidirsi e contrarsi in quella maniera spaventosamente eccitante, serrandolo dentro come non avrebbe mai potuto fare. Affondò in lui con un gemito profondo, di gola, e lo riempì, esplodendo in un orgasmo furibondo.
Era la Sesta Casa; tornavi dalla polvere, lasciandoti investire dal vento.
Ed eri sicuro che ogni grido che levavi in quella casa, il vento l’avrebbe portato via.

“Nessun legame.”
Phoenix contemplava il cielo stellato, dall’altra parte della stanza. Ormai era notte, e Shaka giaceva al suo fianco, apparentemente addormentato, il fianco scoperto. La luce notturna lo faceva sembrare ancora più candido, una macchia opaca tra le lenzuola, nella sua innaturale perfezione. Si era chiesto spesso perché, indiano d’India, Shaka si presentasse così a lui, con quei capelli biondi di ninfa, la pelle candida. E quegli occhi. Ma immaginava che fosse una di quelle domande a cui lui, elegantemente, non avrebbe risposto. Giaceva composto a letto, nella sua immagine incontaminata, dai lineamenti perfetti, come si addice alla creatura più preziosa dell’Universo. Probabilmente era giusto così.
“Come dici?”
“L’hai detto tu.”
L’illuminato, il santo più vicino ad Atena, si rigirò leggermente, appoggiando meglio il viso al cucino, il ventre al materasso. Pareva quasi avere risposto per riflesso, già per metà addormentato. Ikki fissava il suo fianco scoperto, troppo stanco per meravigliarsi di come si addormentasse così placidamente al suo fianco, uno accorto e prudente al pari di Virgo. Ma forse, anche questo era giusto così. Si accese una sigaretta, aspettando che al suono dell’accendino seguissero gli strepiti del padrone di casa, e uno schiaffo dritto alla mano che inquinava la sua casa, e invece niente. Doveva essersi veramente addormentato.
Si alzò dal letto, pensieroso, per andare a fumare direttamente nella notte buia e stellata, accostandosi alla finestra.
 “Nessun legame.” Soffiò, quasi, appoggiato al davanzale. In una boccata profonda, girò appena il capo verso il letto bianco, senza particolari sfumature di emozione nella voce. Poi sorrise. “Certo che, per essere l’Illuminato, sei anche molto sciocco, Shakamuni.”