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Radio Sanctuary - Gold Insanity
LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore: Milo di Scorpio 
Genere: Introspettivo
Personaggio Principale: Pisces Aphrodite, Cancer DeathMask
Rating: G
Avvertimenti: One Shot, Shonen Ai
In proposito: "Bellezza è verità e verità è bellezza. Questo solo sulla terra sappiate e questo vi basti." Aphrodite lo sa meglio di chiunque altro. Più intuitivamente lo sa anche DeathMask che coglie al volo le occasioni che gli si presentano. Le frasi in corsivo sono di Keats, naturalmente, non mie, rubate a "Ode on a Grecian Urn"
Disclaimer: I personaggi naturalmente non mi appartengono e sono di Masami Kurumada. Ma io li tratto meglio. Almeno questi due.
Cose: Tanti auguri, Phro. Scusa il ritardo. Rimedierò portandoti dei muffin freschi.

Narratrice silvana, tu che una favola fiorita racconti. La mano abbandonata gentilmente accanto ad una corolla rossa, alzò annoiato lo sguardo al cielo di Atene, latteo in quella tarda mattina. Riguardo a sé stesso Aphrodite dei Pesci pensava molte cose. La maggior parte delle volte preferiva passare in mezzo a tutti quei pensieri come passava tra le proprie rose, senza toccarle, come se potessero sfiorire al contatto, come se potessero rovinarsi. Ma le rose non erano così fragili, né i suoi pensieri.
Aphrodite però vi scivolava in mezzo comunque, leggero, tanto da apparire leggiadro; altero, tanto da apparire indifferente.
Non era leggiadro.
Non era indifferente.
Tant’è vero che si schiantava – talvolta senza volere – contro riflessioni d’ansia che gli si paravano davanti come un muro, come rovi che si avvinghiavano, ferendolo, senza dargli spazio o tempo per uscire dal viluppo, anche solo per respirare. Non che ne avesse bisogno, Aphrodite dei Pesci di uscire dal viluppo: avvinto, non necessitava muoversi, infrangere il composto decoro. Non che ne avesse bisogno, Aphrodite dei Pesci, di respirare, di muovere il petto in quel movimento involontario che insegnava all’avversario quando colpire, che insegnava la vulnerabilità del momento in cui si chiede ossigeno per vivere.
Allungò le dita al fiore più vicino, questa volta. Lo prese con delicatezza.
Ad un occhio esterno sarebbe parso un gesto indolente, mosso per caso. Il Gold Saint di Pisces, però, non faceva nulla per caso.
Narratrice silvana. Tu che una favola fiorita racconti.
Contro al muro d’ansia di riflessione che lo assaliva – talvolta con crudeltà – sotto il cielo
di Atene, latteo come in quella tarda mattina, Aphrodite si schiantava e si contrapponeva, con la compostezza algida con cui andava contro al nemico.

Sbuffò, e una ciocca leggera gli cadde sulla fronte. La lasciò lì. Doveva avere un’aria così deliziosa, del resto. Poi, sospirò profondamente.

Quello che lo lasciava interdetto era il paradosso che adesso stringeva nel palmo: i petali
carnosi, fragranti, premuti appena contro la carne della propria mano.

La bellezza. Narratrice silvana.
E bastava scendere appena per sfiorare la punta sadica di spine aguzze, feroci. Le spine velenose. Tu che una favola fiorita racconti.
“Che cos’è successo? Hai dimenticato di pettinarti, stamattina?” lo apostrofò una voce poco lontano. Aphrodite si girò verso DeathMask e i suoi occhi rossi con una smorfia acida. Scostò la ciocca dalla fronte quasi solennemente e lo osservò a lungo, comefargli pesare l’inopportunità di quell’osservazione.
“Tsk.” DeathMask colse in pieno, l’armatura dorata scintillò appena, come un rimbrotto, nella luce bianca. “Dicevo per dire”
“Stupido granchio”
“Imbecille”
Le labbra di entrambi, in quell’istante, si distesero in un sorriso rilassato. DeathMask non aspettò nessun invito per sedersi sul muretto di pietra riscaldata dal sole primaverile, e quell’impertinenza, pur così minuscola, gli fece allargare il sorriso in un ghigno divertito.
Aphrodite lasciò la presa sul paradosso scarlatto che teneva nella mano, e indugiò ancora accanto a quel muro di riflessioni d’ansia che non si dipanava: il paradosso che era egli stesso. Era bello, il suo viso delicato. Bello nel modo greco, di canone classico. Bello nel modo in cui si prova piacere osservando un oggetto piacevole. Bello come petali odorosi e variopinti.
Bello.
E, per lo più, ci si fermava lì. A considerarlo un bellissimo guerriero vuoto, senza desideri nel suo sedere indolente tra le sue rose, senza comprendere. Senza chiedere. Sacerdote misterioso. In un verde altare.
DeathMask si sporse in avanti, la bocca atteggiata ad una smorfia. “A che scemenze stai pensando? Il sole ti da alla testa, puttanella.” Lo studiava senza capire, mentre si grattava dietro l’orecchio, in un baluginio d’oro.
Se un altro Cavaliere gli avesse rivolto le stesse parole, si sarebbe trovato spalmato contro una colonna prima di avere tempo di rendersene conto. Nel caso di Cancer, Aphrodite
Sacerdote misterioso in un verde altare
decise di mantenere una pacata indulgenza: DeathMask con i suoi occhi scarlatti e il ghigno beffardo - vuoi per talento innato, vuoi per approssimativa violenza- riusciva a scavalcare il problema e ad arginare il paradosso. DeathMask passava oltre. Non che l’avesse mai detto, quello stupido granchio, che avesse coscientemente capito. Se l’avesse detto, probabilmente, si sarebbe rotto tutto, lasciando macerie ben più gravi di quel muro di pensiero contro cui Aphrodite, talvolta, si schiantava. Di fatto taceva e si comportava come se comprendesse e non diceva una parola a riguardo.
“Sono fatti miei quello a cui sto pensando.”
DeathMask rivolse gli occhi al cielo, come se si confrontasse complice con le entità superiori per denigrare l’acidità dell’interlocutore.
Aphrodite sogghignò, suo malgrado.
Non c’era nessuno, al Santuario, che apprezzasse l’avvenenza di Aphrodite più di quanto l’apprezzasse DeathMask. Tuttavia il Cavaliere di Cancer, che teneva i piedi sulla Bocca dell’Ade e che sapeva bene di cosa parlava, quando lodava la bellezza del suo viso faceva un salto in più, apprezzando quello che Aphrodite celava: le spine sotto la rosa.
Quando lodava la bellezza del suo viso DeathMask contemplava l’abisso, l’orrido profondo che affascina. Vedeva l’inganno dietro la bellezza innocente e lui li gradiva entrambi: il pericolo letale, la più forte emozione che animo umano sia in grado di provare. Dietro la Bellezza, DeathMask scorgeva il Sublime.
E non fuggiva.
“Non. Toccare. Quelle. Rose.” Scandì bene Aphrodite, d’un tratto.
“Oi, datti una calmata, signorina!” ringhiò DeathMask “Non sto toccando proprio un cavolo!”
Aphrodite, irrigidito, indicò con un cenno del mento un punto a terra. Seguendo quella traiettoria, DeathMask osservò il proprio piede – invadente e dorato nell’armatura- che aveva scavato appena nella terra, a pochi centimetri dal fusto di una pianta rigogliosa.
“Oh.” Disse. E basta.
Ancora, un altro Cavaliere si sarebbe trovato spalmato contro la colonna più vicina. Ma non il Gold Saint di Cancer che appiattì il terreno smosso sotto il tacco luccicante, come una scusa superficiale.
Non il Gold Saint di Cancer davanti al quale Aphrodite si sentiva in qualche modo risolto, come un enigma.
Rimasero a guardarsi in silenzio, come sul punto di attaccarsi.
Sono dei o mortali. O entrambi insieme a Tempe o in Arcadia? E che uomini sono? Che dei? Qual è la folle ricerca? E la fuga tentata?
Rimasero a guardarsi in silenzio, come sul punto di attaccarsi. Poi fu DeathMask di Cancer a rompere l’illusione.
Come sempre, ancora una volta.
“Non ho toccato proprio un accidente. Per ora.” E prima ancora di terminare, afferro il braccio di Aphrodite, premendosi contro di lui.
“Che diavolo fai?!” In un sibilo basso, Pisces tentò di sottrarsi, ma solo per un attimo, in cui si passò le mani tra i capelli soffici, spingendoli all’indietro. E spinse le proprie dita nella carne brunita di Cancer, afferrandolo a sua volta, stretti in quell’abbraccio violento.
“Tocco te. Molto semplice.”
Qual è la folle ricerca? E la fuga tentata? E i flauti, e i cembali? Quale estasi selvaggia?
Gli occhi azzurri e penetranti di Aphrodite mandarono un luccichio e si passò la lingua sulle labbra, lentamente, come il gatto che osserva la preda muoversi nell’erba. “Dimmi che è una sfida.”
“Acuto” ghignò l’altro. Che credeva nella forza come metro di giustizia. L’altro che teneva i piedi in bilico sulla bocca dell’Ade e sotto la Bellezza scorgeva il Sublime.
Aphrodite si alzò, fulmineo, senza lasciare la presa sulla carne nuda delle braccia di Cancer, ma DeathMask fu più veloce e lo afferrò alla vita, ricadendo su di lui e sul tappeto di erba profumata del Giardino Perfetto, tra le rose e i rovi.
Tra la Bellezza e il Sublime, che le battaglie le vince chi è più forte, chi è più potente. Per sempre caldo e ancora da godere. Per sempre ansimante, giovane in eterno. Nel Giardino Perfetto, tra le rose e i rovi.
Aphrodite dimenticò il paradosso nel momento stesso in cui vi si immerse, nell’istante, familiare e insieme assurdo, in cui si lasciò immergere nello sguardo di brace del maledetto granchio. Nella bellezza strana di DeathMask, nel suo Sublime così sfrontato, Aphrodite perdonava il proprio e per un attimo tutto combaciò perfettamente. La bellezza del suo viso coincise con la tempra burrascosa del guerriero che uccide senza compassione e la perfezione lo lasciò senza respiro. Come se non ci fosse stato nient’altro da sapere in quel momento, nient’altro di importante.
Se non.
Che.
Bellezza è verità e verità è bellezza. Questo solo sulla terra sappiate e questo vi basti.




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