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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Camusdi Aquarius
Genere:Angst, Drammatico, Romantico
Personaggi Principali:Gemini Saga, Sagitter Aioros
Rating: R
Avvertimenti: OneShot,Shonen Ai
In proposito:“Unbando intima a questa città di non degnarlo del sepolcroné del lamento funebre
ma di lasciarlo senza tomba, carogna mutilata, sotto gli occhi ditutti, banchetto di uccelli e cani.”

C'è la legge degli uomini, e c'è la legge deglidèi.
C'è la legge del potere e quella del cuore.
Esattamente come in una tragedia antica, maschere bianche che danzanodavanti agli occhi in una notte scurissima. L'ultima notte di Saga diGemini.
{shonen ai Aioros/Saga implied} {Saga-centric} {angst}

Disclaimer: Qui c'è un sacco diroba di Masami Kurumada e molta anche di Sofocle. Il resto ènostro.
Cose: Wow.E così ha termine un Parto Angst, scritto in unasola giornata in cui mi sono isolatadal mondo.
Il parto è statosommariamente breve, ma il travaglio immenso, dato che me lotrascino dietro da mesi (una gravidanza pesante, a tutti gli effetti).Ringrazio spietatamente Milo di Scorpioche mi incitava e ricattava e che alla fine ha tentato di ammazzarmi, Aphrodite di Piscesper ignaulii e il supporto dolcissimo e costante, e il Dolce Mu perl’estremo betaggio(che fa molto estrema unzione, ma nelle dolcimanine di un abitante del Jamirè tutt’altro <3)

Antigone

Molte sono le cose tremende,
ma nulla è più tremendo dell’uomo.

 

 Beaticoloro che vivono
senza provare sventura.
Maquando un dio sconvolge la casa,
ognigenere di sciagura
siabbatte su tutta la sua discendenza:
così, sospinta dalle raffiche maligne dei venti traci,
l’onda corre sull’abisso buio del mare
e rovescia dal fondo la sabbia scura;

rimbombano,gemono, le coste
battute dalle onde, dai venti ostili.

[Sofocle,ANTIGONE]

 

 

I.

 
Era stata la notte più nera, ad Atene, che si sarebbe mairicordata,nonostante lo sfolgorio di mille e mille stelle, sulla volta celeste:il buiole rendeva piccole e lontane. Era un buio di sventura, quel cielo violache leinghiottiva, testimoni piccoli e sconsolati di una notte dove la lucefu datapiuttosto dalle torce agitate dai soldati, nello scompiglio. Urla efuoco, ecomandi imperiosi.
La luce e il destino erano in mano ai mortali.
Le costellazioni si eclissarono, allora, non interpellate.
Chiudendosi in uno sdegnoso silenzio.

 


“Diconoche un editto abbia imposto aicittadini
che nessuno lo seppellisse o lo onorasse dipianto,
ma fosse lasciato senza compianto, senzatomba,
tesoro gradito per gli uccelli che lospiano ansiosi del pasto.”

Furonogiorni tristi.
Si mormorava sul cadavere di un eroe traditore.
Si diceva – pare almeno – che fosse mortoall’Acropoli, sporcando di rosso lesacre colonne del Partenone. Il corpo non fu mai ritrovato, personell’oblio, enon mancò chi disse che era solo un bene: ché illimpido sguardo di Athena dall’altodel Santuario non avesse di che crucciarsi.
Per il resto, erano state date precise disposizioni, che nessuno locercasse: chegli spettasse la sorte che era sempre spettata agli infami, dai tempidei tempi,la stessa che Achille aveva deciso per Ettore, mentre si straziavad’amorperduto, su Patroclo,l’amico Patroclo,freddo e senza vita, e infieriva sul cadavere dell’odiatouccisore, legato peri piedi al carro di guerra.
Che nessuno lo seppellisse o lo onorassedi pianto, si era detto, lasciatosenza compianto, senza tomba!
Quante volte l’Atrideavrà trascinato l’odiatoassassino negli sterpi e nella polvere attorno all’ormaivinta Troia, in segnodi disprezzo, tante volte il Pontefice pareva determinato a gettaredisonore suchi aveva tradito. Si mormorava.
Ma la sua maschera lucida era più muta ed inflessibile chemai – più di quantolo fosse stato negli ultimi anni. Un rigurgito di ferocia come fiammanuova. Lamaschera era muta, ma i suoi occhi brillavano.

Era stato emanato un editto.
Suscitò sgomento, perché tuttiricordarono con un sussulto i biondi riccioli diAioros nel vento, la carezza paterna che aveva avuto per ognuno diloro. Larisata, l’allegria. Il bel volto di Aioros, innocente.
Ma era il destino di un traditore, dai tempi più antichi.
Pagare disonore con disonore.
E la parola del Pontefice fu Legge.

“Un bando intima aquesta città di nondegnarlo del sepolcro né del lamento funebre
 ma di lasciarlosenza tomba, carognamutilata, sotto gli occhi di tutti, banchetto di uccelli ecani.”

 
Saga digrignava i denti, sotto quella maschera.
Senza scoprirsi. Ancora con il fiato corto, come una bestia braccatanellatana.
Ce l’aveva fatta. Ce l’aveva fatta. E la sua parolaora era legge. Era vergatanero su bianco, era stata scritta, era stata annunciata. E ad ognifiatopossente del banditore che annunciava il suo decreto, ilsuo decreto, i denti si stringevano in una morsa compiaciuta,ilbattito accelerava nei polsi, sanguigno e forte, inquell’esplosione della suaschiacciante vittoria: un godimento animale, un brivido erotico, cheeraincapace di trattenere in pieno trionfo. La legge, lapropria legge, l’umiliazione, la sua.
Decretata ed applaudita.
Aioros, l’odiato rivale, giaceva insepolto. Morto einsepolto.
Avrebbe dormito, in quel letto sontuoso, i migliori sonnidella sua vita.
Si sarebbe coricato tra le lenzuola di seta, senza smetteredi assaporare il potere che sentiva metallico sulla punta della lingua,negliavambracci forti, nelle dita affusolate che ora avevano potere di vitao dimorte grazie al cenno più insignificante. Avrebbe dormito ilmiglior sonnodella sua vita, quella prima notte dopo l’edittodall’ingiustizia piùmagnifica, più eccelsa; ma non si accorse, nella sua gloria,della figuraammantata di nero che lasciava, silenziosa, il palazzo, senza farsivedere néudire da nessuno.

- Hai qualche altradisposizione da darci?
- Di non schierarvi con i ribelli.
- Chi è così folle da desiderare la morte?
- Sarebbe proprio questa la ricompensa.

 
La figura procedeva con passo svelto ma cauto, guidata daniente se non dall’istinto.
Sotto il mantello recava con sé unguenti e libagioni, inpiccole anfore, bendedi lino, e un cuore carico di cordoglio. Se non l’avessefatto lui, chi maiavrebbe potuto? Soltanto lui sapeva la verità.
E avrebbe dovuto abbandonare Aioros agli artigli dei rapaci, ai dentidei canicrudeli? Lasciare che la sua carne rosea fosse deturpata, che il suocuoreforte e giusto divenisse immondo pasto per le fiere?
Aioros, anima bella, come farai senza l’obolo di Carontesotto la lingua apagare pedaggio ed oltrepassare la palude dei morti insepolti e senzaonore?Era questo che spingeva i suoi passi furtivi, ma pervasi da una stranacalma.La serenità del martire che va incontro alla propria sorte,certo la morte nonla teme, e allora tanto vale affrettarsi, sì, ma perl’ansia di rivedere quelcorpo amato e sperare di ritrovarlo il più possibile salvo,salvo, che gli dèi possano averlopreservato sinoal suo arrivo!

Si era mosso in fretta, più in fretta che avevapotuto.
In un momento in cui il Pontefice non vegliasse. Dinascosto.
Quella che sarebbe poi stata nota come la Notte degli Ingannil’aveva tenutofermo, trattenendo il respiro, in attesa del compiersi del destino, chequellanotte pareva in mano ai mortali, più che alle stelle. Tra lescie delle torcefuriose, aveva gioito e tremato, e poi c’era stato il sangue.Il giorno dopo,l’editto; e i pianti che si sarebbero levati al cielo avevanotaciuto, perchéal morto erano stati vietati persino i lamenti funebri. Appena eracalato ilsole, dunque, senza esitazione, lui aveva cominciato a muoversinell’ombra,quieto. E nella notte più fonda, aveva lasciato il palazzo,recando con séunguenti e libagioni, bende di lino, e l’obolo per iltraghettatore dei morti,che il pensiero di Aioros, anima bella e splendente destinata a vagareineterno, gli stringeva il cuore, già inaridito e prosciugatodalla sua morteingiusta.

Il nuovo Pontefice,l’usurpatore e il traditore, se neaccorse troppo tardi, di quel che stava succedendo.
Si risvegliò di soprassalto, in una notte nerissima, quellache avrebbe dovuto cullare il sonno più lieto.

“Che cosa?”
E non era fra le lenzuola di seta che dovevano avvolgereil suo corpotrionfante.
Inizialmente non capì, poi l’oscuro presagio gliraggiunse le narici sottoforma di olio profumato, e di essenze dolci. E gli dettero la nausea.Nauseache un corpo più solido del suo represse, intentocom’era a rendere delicati isuoi movimenti: mani pietose stavano lavando ed asciugando un corpo chelalegge gettava al disonore. Mani tremanti, in certi momenti, salde, inaltri,che detergevano la pelle bruna di quello che un tempo era stato ilcavalierepiù ammirato del Santuario. Lavavano via il sangue, lavavanol’infamia.
Mi dispiace, Aioros
,scorrevano giù le lacrime. Midispiaceche non vi siano donne a compiangere il tuo corpo amato, a lavarlo ecospargerlo di essenze, ad avvolgerlo nel lino candido.
“Smettila!” tuonò il santo che avevatradito, gli occhi iniettati disangue, non appena tutto l’orrore dell’infrazioneal suo decreto gli fecevenire la pelle d’oca. “Che cosa staifacendo?”
Mi dispiace che la mia veglia possadurare una notte sola.
“Come osi?!”
Che la tua tomba debba essere scavata infretta, che non vi siano corone di fiori ad ornarti il capo. Nonsboccianofiori notturni, tra queste sterpaglie, ed io ho solo questa notte perrendertionore.

Per un attimo l’uomo più potente del Santuariodovette tacere, tremando dirabbia e di sgomento.
Non riusciva a crederci.
Che non possano essere indetti giochi,come per l’innocente e coraggioso Patroclo,infunerali solenni e pubblici. Mi dispiace, Aioros. Mi dispiace.

“Folle!” la bocca del Pontefice si distorce in unringhio ferino, che fasobbalzare la figura ammantata. “Folle e scriteriato! Credevodi averti messo atacere per sempre, ma cesserai presto di perseguitarmi: non ti accorgidiquello che stai facendo?”
Onorava e preparava la sepoltura al cadavere di un traditore.
La pena era la morte. La pena… madovette interrompersi.
Il mantello nero si dovette sciogliere dalla fibbia che lo tenevaallacciato,nei movimenti difficoltosi delle braccia che soccorrevano pietosamenteil lorofardello, perché una cascata di capelli color del mare eranoemersi,sparpagliandosi sulla schiena e sul petto. Luccicavano sotto le stelle.Questavolta, nessuna torcia.

- Sarò io adargli sepoltura.
E sarà bello, per me, morire in questo slancio.

 
Il Pontefice tacque. Saga alzava gli occhi al cielostellato, che si riflesse nei suoi occhi blu silenziosi. Assorto, senzacederealle lacrime che in un attimo di debolezza avevano risvegliato coluiche dovevadormire, chinò il capo per riprendere il lavoro. Ecarezzò con dolcezza il visoper miracolo incorrotto dell’uomo per cui un tempo avrebbedato la vita, primadi avvolgere il suo corpo offeso nei teli funebri, ignorando quellegrottescheminacce di morte che lui gliingiungeva.

 - Amata giaceròcol mio amato, compiuto uncrimine sacro: è più lungo
 il tempo in cuidovrò piacere ai morti,che non ai vivi. Perché là giacerò persempre.

 

 

 II.

 

La terraera dura.
Saga scavava.
Aveva acquietato la voce feroce che gli rimbombava in testa,e aveva smesso di piangere.
Per fare ciò, aveva dovuto smettere di guardare in visoAioros, l’amato Aioros.Le lacrime non l’avrebbero riportato in vita;cercò di isolare qualsiasipensiero al di fuori di sé, limitandosi ai gesti meccanicicon cui trarlo insalvo dall’onta, con cui dargli una sepoltura onorevole,laggiù, così lontanodal Santuario, di nascosto da tutti, dopo averne decretato la morte eildisonore. Infrangeva il suo stesso decreto. L’avevagià infranto.

 -E hai osato calpestare queste leggi?
- Non era certo stato Zeus a proclamarle,né Dike cheabita con gli dèi di sottoterra.

 Scavava.
A capo chino, senza tempo per la vergogna, per il senso di colpa.Accumulava laterra lontano dall’involto bianco latte, che volevapreservare – spostò contenerezza un lembo della stoffa bianca troppo vicino alla fossa– da ogniulteriore male.

- Non furono loro astabilire queste leggi per gliumani.
E non pensavo che i tuoi bandi avessero tanta forza da consentire a chièmortale
di trascurare le leggi non scritte, ma salde, degli dèi, chenon sono nateoggi, non ieri,
 ma vivonodall’eternità e nessuno saquando si rivelarono.

 Senzatempo per il dolore.
Quello l’avrebbe assalito dopo.
Per Saga era abbastanza essere sgattaiolato via da palazzo, in unanotte nera,mentre Saga il Pontefice e l’usurpatore el’assassino dormiva, ed accorrereguidato da niente se non dall’istinto, sotto il mantellounguenti per lavare ilcorpo e libagioni da tributare agli dèi degli Inferi, inpiccole anfore, comevoleva la tradizione. Se non l’avesse fatto lui, chi maiavrebbe potuto?Soltanto lui sapeva la verità.
Sciagurato”ringhiava qualche oscuroanfratto dentro di lui, nel nero. “Mentecatto!Perché lo fai? Perché mi sfidi?Perché?”
Saga non rispose, sbattendo le palpebre per richiudere lavoce al di fuori.
O al di dentro, ma più in fondo. Per qualche ora ancora. Perquella che forsesarebbe stata la sua ultima notte.
Perché per non pensare alle lacrime chel’avrebbero risvegliato, furente, lasue mente vagava tra le parole solenni di una tragedia antica…

 

-Perché mi accorgo che offendi lagiustizia.
- La offendo, se onoro le mie prerogative?
- Non le onori, se calpesti quelle deglidèi.

La moraledi Saga, Antigone la martire.
Il potere del Pontefice, Creonteil tiranno.
Come in sogno, Saga prese tra le mani quell’involto pesante,che era piuma frale sue braccia di santo d’oro che frantumava le rocce.Tremò, ma fu con manoferma che gli diede sepoltura, nella fossa che lo aveva fatto sudare difaticae timore, che gli aveva rotto le unghie, che gli aveva spezzato ilcuore.
Antigone, la martire, Creonte,il tiranno. Come echinella sua testa, da un anfiteatro dove le maschere si scagliavanoimproperidavanti ai suoi occhi di fanciullo. Eccoli, si susseguivano nella suamentesenza rispettare l’ordine delle battute, come ogni eco difantasma fa. Ed eccole maschere, bianche, dietro le palpebre affaticate – lanotte, il lino biancoche avvolgeva Aioros, tutto era confuso – ecco Antigone, eccoCreonte!

-Il nemico non è mai amico, nemmeno dopomorto!

Trattenne il fiato.
Aioros non era nemico. Era l’amico più amato. Era…
Ed era rivale
, avrebbe replicato il Pontefice,l’assassino. Rivale dannato, chepossa marcire nellapalude stigia!, rimbombava latrando nei suoi timpani, comese l’avessedetto. Marcisca!
Era l’amico più amato. Era l’amore. Eral’amore che aveva lasciato marciredentro inconfessato. Ma era l’amore, e l’amore eraAthena, che li facevanascere per proteggere Giustizia, per proteggere ancora Amore.
Trattenne il fiato di nuovo, barcollando. Eccola, Antigone, bianca, chesiergeva:

 

- Non sono nata percondividere l’odio, maper amare con chi ama.


Lo trattenne ancora. Sapeva cosa sarebbe seguito.

 
- E allora, se deviamare, vattene laggiù,ad amarli!

Seppellìil volto tra le mani.
La serenità del martire che va incontro alla propria sorte,certo la morte nonla teme, e allora tanto vale affrettarsi, sì, ma perl’ansia: Aioros, animabella, come pagherai pedaggio a Caronte senza l’obolo dorato?
Lentamente, Saga scostò i lembi del lenzuolo che giacevainfagottato nellafossa che aveva scavato tutta notte, mentre il Pontefice dormiva.Aiorosdormiva, come l’aveva visto dormire tante volte al suofianco, nei pomeriggipiovosi, dopo l’addestramento spalla a spalla. Si eraripromesso di nonguardarlo in viso, ma non poté farne a meno. Doveva pagarepegno. Si eraripromesso anche questo.

“Quale giustiziaho violato, dèi divini?
ma perché, nella mia sventura,
dovrei rivolgere ancora lo sguardo agli dèi?
Chi chiamerò a combattere al mio fianco,
se sono stata dichiarata, per troppa pietà, empia?”

 
Saga annaspava, correndo, ormai, i capelli abbandonati nelvento.
Ogni immagine negli occhi, ogni profumo, ogni sensazione che non fosseilvento, cercava correndo di imprimerla a fuoco dentro di sé,in un luogo molto,molto nascosto. Per ogni tocco delle sue dita impregnated’olio, per ognisguardo ferito che aveva posato su quel corpo che nessuno dovevapiù vedere.Era sotterrato, era al sicuro. Era stato onorato. Era stato interratoassiemealle libagioni offerte agli dèi dell’Ade, le manitremanti di Saga, sì, sì, gliavevano schiuso le labbra – labbra amate, dèi delcielo, che gli dèi del cielolo perdonassero, se il pianto l’aveva scosso – egli avevano porto in boccal’obolo rituale, prima di sotterrarlo in un mare di lacrime.Adesso correva viada quella tomba segreta, nascondendo ogni dettaglio ed ogni ricordo,all’impazzata,nelle pieghe più recondite di sé stesso, in unpunto in cui nessuno avrebbepotuto trovarle. Poiché la sua condanna era stata segnata,correva perché nonfosse sorpreso, perché la tomba fosse lontana e lui potessenascondere tutto,prima, prima, prima.
Nella sua testa vorticavano impazziti fantasmi di maschere bianche,Antigone e Creonte.
Una tragedia antica. Un Coro che ne decretava il destino.

“Sacrapietà, rendere onore ai morti.
Ma chi ama il potere
non consente mai che qualcuno lo calpesti.
Ti ha uccisa il tuo slancio di orgoglio ostinato.”

 

 

III.

 

IlPontefice si svegliò di tarda mattina, baciato dal sole.
Non c’era spossatezza nelle sue membra che potesse sopraffarela scarica diadrenalina che lo attraversò selvaggia: vincitore!Vincitore, sì, su tutto etutti!
Ignaro di quanto fosse accaduto durante la notte, ignaro della tombalontana,coronata di mirto e alloro, Saga il Pontefice, l’usurpatore el’assassino sirisvegliava con la sensazione di trionfo su tutto. Aveva sentito, nelleprime oredel mattino, gli ultimi echi stanchi di quella voce bella che avevasollevatogli ultimi lamenti per contrastarlo. Aveva fatto appello allapietà e all’amore– all’amore per quelbabbeo, per giunta– e l’aveva sentita fremere come se volesse correrelui di persona, lui, a seppellirecon le sue manicorrotte dal peccato il corpo di Aioros di Sagitter,contro ogni decreto. Ma adesso era mattino inoltrato, e di quella vocenon erarimasta traccia. Il nuovo Pontefice, creatura dagli occhi di brace,l’aveva inghiottita.Era sparita per sempre.
Era una nuova era.
Era una nuova era su cui poter estendere il proprio dominio.
Era una nuova era, e nessun atto di pietàl’inaugurava: si augurò in un ultimofremito d’odio di poter ritrovare un giorno il cadavere diAioros, colui chel’aveva intralciato, dilaniato e fatto a pezzi dalle aquile.
Ma per il momento assaporava il senso di vittoria incontrastata, sulpalato: ilsuo decreto era Legge, come tutti quelli che l’avrebberoseguito. Aveva ilpotere assoluto nelle sue mani. Aveva ogni cosa.

“E tu sappi chenon si compiranno ancoramolti giri del sole senza che tu abbia fornito, cadavere in cambio dicadaveri,
un frutto delle tue viscere, a baratto dei vivi che hai cacciatolaggiù!”

 
Certo, se non avesse ancora in testa echi strani, versialti, in lingua antica.
Una di quelle tragedie a cui da fanciullo aveva senz’altroassistito, gli occhigrandi sulle maschere degli attori. Sono versi che rimangono impressi.

“E di una vitamutata in un sepolcro,nell’infamia, e del morto che tieni qui, dopo averlosottratto agli dèi disottoterra,
senza onori funebri, senza sepoltura, carogna sconsacrata!”

 
Ghignò, quasi compiaciuto.
Un indovino di sciagura.
Era quel tipo di personaggio chein una tragedia scatenava le calamità sulla testa deltiranno.
E provasse un indovino, ora, un profeta cieco ed invasato, a fermarlo!       

 

“E nonè compito tuo, né degli dèi Olimpi,
che subiscono da te questa prepotenza.
Già ti preparano agguati le Erinni di Ades e deglidèi,
le distruttrici, che prima o poi colpiscono,
per intrappolarti in questa stessa rovina!”

Sialzò, lasciando che le lenzuola scivolassero da quelcorpo scultoreo e nel pieno delle forze. Lasciò che quegliechi minacciosi gliattraversassero soffusi le tempie. Le unghie e i palmi delle mani eranorovinati, rifletté stendendo e ripiegando le dita. Possibileche fosse dovutoalla troppa tensione con cui aveva stretto i pugni quei giorni. Ma oraavevavinto.

 “Epresto urla di uomini e di donnerisuoneranno nel tuo palazzo
e tutte le città sono squassate dall’odio,perché le membra dei loro guerrieri
sono state sì onorate di sepoltura,
ma dai cani o dalle fiere o da qualche uccello alato,
che trasporta un tanfo impuro ai focolari dellacittà!”

 
Ignorò ogni ricordo di voce tremula e minacciosa. Ogniprofezia di sventura.
Il Pontefice regnava. Saga di Gemini taceva. L’avevacondannato a morte.

 “Sonoquesti i dardi che ti scaglio nelcuore,
con mano salda, come un arciere, nella furia!

E ti bruceranno dentro, senza scampo.”


Note e commenti:

Credo che non ci sia molto da aggiungere; spero solo che la fanfic sia stata di vostro gradimento, e di non avervi stufato, e che tutto risulti chiaro, perché qua e là la mia vena sadico/masochista ha deciso di far fare capriole al testo, sperando di cogliervi in contropiede. Prego Athena affinché la sua efficacia non ne abbia risentito. *C*;
   I.     La bella edizione di Antigone cui mi sono servita per produrre questo scempio shonen ai angst è quella dei Grandi classici tascabili Marsilio (Sofocle, “Le Tragedie”), traduzione e cura di Angelo Tonelli. Non capendo una cispa di greco, una valutazione della sua traduzione la lascio a chi di dovere: io personalmente l’ho trovata perfettamente scorrevole e molto bella da leggere.
   II.   A Sofocle comunque spettano tutti i credits per ogni parola in corsivo su cui posate l’occhio. Tranne quando Arles il Pazzoide urla improperi contro Sagitter, ovviamente. *O* Un’ovazione per Sofocle!




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