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LA REGINA DEI SERPENTI
-online dal o3/06/o9-




Aggiornamenti:
19/07/10
Cambio di grafica per GOLD INSANITYInoltre, ben due nuovi video ed è aperta per voi anche la sezione FANART.
Senza contare che è online la quinta puntata di RADIO SANCTUARY
, la radio online dei Gold Saint. Cogliamo l'occasione di dirvi che è partito il progetto LA REGINA DEI SERPENTI: non lasciateci soli! Notizie più approfondite QUI
Ore wa! Athena no Sainto da!







Volete forse lasciare il Santuario senza salutarne i Custodi? Scriveteci!




 
Autore:Camusdi Aquarius e Milo di Scorpio
Genere:Erotico, Romantico
PersonaggiPrincipali:Gemini Kanon, Wyvern
Rating:NC-17
Avvertimenti:
 Lemon,OneShot, Yaoi
In proposito:
"Seisolito entrare dalle finestre, Kanon?”
Sogghignò, stavolta, accavallando le gambe nei suoi abitieleganti, ma sobri.
“È un ingresso alternativo”alzò le spalle quello. “Visto come sei rimastosorpreso?”
Lui lo guardò serio. Per l’inglesissima educazionedella Viverna,questo genere di entrate erano decisamente sopra le righe. Era moltorigido, Rhadamantis, sulle formalità. Ma ad un certo puntoghignò:
“Tu ti salvi perché sei simpatico.”

 Cose: ChristmasLEMON.  SpiareRhada e Kanon in un contestosimile equivale rischiare la morte.Beh. Fuori nevica. Le slitte sono agghindate con i campanellini el'agrifoglio è ancora appeso.

Nevicava. Molto.
Nevicava come in quelle illustrazioni di favole per bambini, fiocchi grandi come nuvole di cotone che cadevano lenti e fittissimi su alti pini neri, bianchi come già bianca e perfetta era l’intera distesa della tenuta inglese. L’immagine idilliaca di un giorno di festività prenatalizia. Una figurina da calendario dell’avvento. Pareva di poter tirare su il bordo cartonato per avere in cambio un cioccolatino a forma di campana. O di Santa Claus.
I preparativi per l’allestimento natalizio della villa erano solo al terzo giorno, e di decorazioni se ne potevano piazzare per almeno altri due. Le luci scaldavano ogni finestra. Il grande abete decorato scintillava, nel giardino, svettando nel bianco immacolato. Uno scenario tale, insomma, da credere di poter prenderlo in mano come una boccia e poterlo semplicemente capovolgere per far ricominciare a nevicare, caso mai avesse smesso. Caso mai. Non che ne avesse l’aria.
I batuffoli scendevano dal cielo grigio senza sosta, placidamente, in diagonale sui pini bianchi, danzando a spirale sulla coltre morbida che ricopriva il giardino.
In breve, tutto ciò era talmente dickensiano da risultare faticoso al padrone di casa, che, inappuntabile nel suo inglesissimo tweed, marciava ora verso le proprie stanze, per lasciarsi ricadere sulla sua poltrona accanto al caminetto, spossato ma soddisfatto. Manie da romanzo vittoriano a parte, le tradizioni erano tradizioni.
Jingle bells, jingle bells…
Insomma. Le sue stanze, naturalmente, erano state le prime ad essere approntate, assieme al soggiorno. Lo spirito natalizio permeava la magione in ogni suo più piccolo rametto d’agrifoglio, e Rhadamantis giudicò che era tempo di concedersi un ottimo bicchiere di whiskey. , pensò, versandoselo. Natale, neve, caminetto e Jack Daniel’s. Questi erano i punti fermi di un Lord nei giorni di vigilia. Pertanto, si godette il suo bicchiere, finché non sentì bussare.
Toc toc.
“Avanti.”
Poggiò fermamente il bicchiere.
Toc toc.
God bless:
veniva dalla finestra. Leggero leggero, un colpetto.
Aprimi, toc.
E chi mai poteva arrivare passando per la finestra?
Sospirò, spalancando i vetri, e squadrando con un’occhiata scettica l’ospite appollaiato sul davanzale innevato; sorrideva scanzonato, ma fu impagabile il cambio d’espressione, improvvisamente seria, con cui lo salutò:
“Sono il fantasma del Natale passato!”
Il suo sopracciglio color champagne vibrò appena.
Rhadamantis non aveva voglia di scherzare in generale.
Figuriamoci se si parlava di Dickens.
“Vieni dentro”, si scostò, evitando di commentare altro. Gli erano venuti in mente la faccia di quegli altri due Idioti Infernali quando gli avevano regalato Oliver Twist.
“Ah, è vero che non ti piace.”
Kanon distese le sopracciglia, inarcandole appena. Poggiò le mani sul davanzale, per saltare dentro. “Che ne dici del fantasma del Natale presente?”
E detto ciò, si abbarbicò con la famigliarità dell’amante alla vita dell’uomo davanti. Strusciò la guancia contro la sua schiena, soddisfatto: meglio, decisamente meglio il presente. Presente, per antonomasia, uguale carpe diem. Si strusciò. Si strusciò. E si strusciò, contento. Poi rimase in silenzio, cercando di sbirciare oltre la sua spalla. Il suo uomo lo stava ignorando troppo. A cosa stava pensando? Allungò mani decise al suo fondoschiena per attirare la sua attenzione.
“Kanon!”
Ci fu il ruggito della Viverna, un rigirarsi fra le sue braccia, e poi un’artigliata identica alla sua, per istinto. Succedeva spesso. Oh, bene, meglio, Kanon strinse la presa, ingaggiando battaglia, e sul volto gli apparve un sogghigno trionfante, che durò il tempo che Rhadamantis gli concesse prima d’infilargli la lingua in bocca. Touché.
“…se è una sfida, la perdi.”
Fu così che duellarono per minuti di apnea: erano entrambi valorosi combattenti, d’altro canto. Kanon sapeva essere davvero bravo, quando voleva – così pensava, perlomeno. Cedi, maledetto, cedi, era il suo baciare, succhiare, mordere. E mai più proposito fu tanto lodevole, ma Rhadamantis era della scuola più tu sei bravo, Gemini, più io m’impegno. Lo sbatté praticamente al muro, continuano a lavorarselo. E insistette fino a sentire i primi sospiri, e soprattutto il cavallo dei pantaloni premuto al suo. Lo specter contraccambiò, interessato.
“Rhada…”
Merry Christmas, Kanon.”
Ghignò, beffardo, quello, da dov’era premuto. Kanon si ammorbidì contro il suo petto, sfuggendo alle sue labbra per ricambiare il tono ironico:
“Mmh, non sono convinto del tuo accento inglese. Non è che in realtà sei un fake?”
“Certo.” Replicò l’altro con la massima serietà, le mani ancora ben salde sul suo didietro: “In realtà sono Zellos di Frog.”
E qui di volle tutta la sua abilità consumata di generale per schivare il fenomenale calcio dal basso all’alto che era partito alla velocità della luce.
“…KANON!” ruggì, parandolo. Doveva stare attento con quel maledetto humour inglese che gli achei davano segno di non intendere.
“Che schifo! Non farlo mai più” digrignava i denti l’acheo, appunto, riaprendo le finestre. “Mai più!”
Rhadamantis fece in tempo a riacchiapparlo e a spingerlo cortesemente verso il centro del salottino, mentre richiudeva tutto.
“Siediti” sospirò, cavernoso, prendendogli dalle spalle la giacca che il compagno stava spazzolando dalla neve, con aria indignata. La ripulì con pochi gesti eleganti e anglosassoni – come a voler dissipare ogni dubbio – e gliela appese ordinatamente, dopo avergli indicato la poltrona accanto al camino. Kanon rimase lì a guardarlo fare il padrone di casa inglese.
“Sì, scusa.”
Rhadamantis fece un gesto col polso, sedendosi di fronte a lui, come se non importasse, e passò oltre: “Sei solito entrare dalle finestre, Kanon?”
Sogghignò, stavolta, accavallando le gambe nei suoi abiti eleganti, ma sobri.
“È un ingresso alternativo” alzò le spalle quello. “Visto come sei rimasto sorpreso?”
Lui lo guardò serio. Per l’inglesissima educazione della Viverna, questo genere di entrate erano decisamente sopra le righe. Era molto rigido, Rhadamantis, sulle formalità. Ma ad un certo punto ghignò:
“Tu ti salvi perché sei simpatico.”
E con questa sentenza fece scorrere uno sguardo giallo e rapace dalla testa ai piedi del greco. Kanon rabbrividì appena, di soddisfazione. Forse quello non era solo perché era simpatico. Si rilassò sulla sedia, con un sorrisetto. Mento su una mano, gomito appoggiato al bracciolo, occhi nei suoi. Il sogghigno di Rhadamantis si allargò: Natale, neve, caminetto e Jack Daniel’s. e ora pure Kanon di Gemini. Ottimo.
“Sei venuto a cantare qualche carola?”
“Non scherzare.” Le scure sopracciglia s’inarcarono, scettiche: “Sono qui per te.”
“Ah.” Gli sfuggì, il tono di malcelato compiacimento. La Viverna affilava gli artigli: “Sfidando i pericoli.”
“Tsk.” Fu l’unica replica di Kanon, finché il biondo non si allungò a versarsi un altro bicchiere di whiskey. Allora lo prese in giro: “Non vale, nel Meikai, l’universale legge a Natale siamo tutti più buoni?
“Perché non vai a chiederlo a Minos?”
“Bah!”
S’indispettì Kanon a sentirlo nominare, quel figlio di puttana di Minos, lui e i suoi giochetti sadici. Solo il secondo bicchiere di Jack Daniel’s lo riscosse dai suoi pensieri. Fissò quello e poi l’uomo che glielo porgeva, con espressione eloquente, ben sapendo che il suo greco palato, abituato ai vini di uve dolci delle colline di Samo, gradiva quella robaccia tanto quanto la tempera delle matite. Rhadamantis gli scoccò uno sguardo giallo che non ammetteva repliche, serissimo e crudele:
“Brindiamo al tuo arrivo.”
Kanon prese il bicchiere con uno sbuffo, e buttò giù, mentre l’altro sorseggiava. Bastardo.
“Bleah” sillabò, senza cura di nascondere il suo disgusto, e l’altro sghignazzava:
“È un gusto per uomini forti.”
“Sì” rispose il greco, guardandolo divertirsi a mescolare con movimenti del polso e a suggere la tempera da matite come fosse ambrosia “è la solita storia che tirano fuori i barbari per dar sfoggio di presunta virilità.” Sciacquarsi in bocca benzina, pensò intanto. Ma non lo disse. Sottolineò, invece, in un momento ispirato, con aria fin troppo artificiosa: “Fatti non foste a viver come bruti…
…ma per seguir virtute e canoscenza.” Completò sereno l’altro. Che per tutta risposta fu strattonato di sorpresa per la cravatta dal ragazzo che si era allungato sulla tavola, scandendo con aria serafica: “Quindi butta via questo schifo e vieni a letto con me.”
La Viverna non si mosse di un millimetro.
Al piano di sotto cominciarono le prove per le musiche natalizie.
E Rhadamantis, con uno scatto fulmineo, affondò un attacco.
Kanon, afferrato brutalmente per i fianchi e per la nuca, si trovò ribaltato con rapidità impressionante sulla poltrona su cui fino ad un secondo prima se non ricordava male era seduto il padrone di casa. Che ora si chinava su di lui, vicino, drammaticamente vicino.
“Hai fretta. Devo dedurre che non ti tratterrai a lungo.”
“Sai com’è. Natale con i tuoi…” scosse le spalle Kanon, divertito.
“Vedremo di utilizzare ogni minuto disponibile.”
Kanon fissò interessato il ginocchio fra le sue gambe. Provò a muovere il bacino, rialzando gli occhi nei suoi, malizioso. Senti cosa ne penso, dell’utilizzo dei minuti. E Rhada sentì bene, o così parve.
“Qui?” domandò intanto il gold saint, con deliziosa ironia. Bianco Natal dava le prime innocenti note, là sotto. E la finestra si era lievemente riaperta, fioccando la pura magia del Natale proprio vicino a loro, con qualche scampanellio. Rhadamantis non parve turbato:
“Qui.”
Un ghignaccio contro un sopracciglio inarcato.
“Qui.”
L’aveva ripetuto per sincerarsene, il santo di Athena, giusto per prendere tempo e poter ritardare lo scoppio di risa che minacciava di rovinare la situazione. Rhadamantis notò il vibrare del labbro, ma, Kanon volente o nolente, lì il Natale era una cosa seria. Prima che il compagno potesse dire qualsiasi cosa, pensò bene di schiudergli le labbra con le proprie, in un bacio appassionato che gli premette la testa sullo schienale morbido. Kanon, giocando con le sue labbra, lo chiamò per nome, divertito, senza trattenere una risata, nel bacio, di cui Rhadamantis avvertì il sapore; tutto quello del ribelle che raggira gli dèi con un sorriso innocente. Ghignò. Gli morse le labbra, per ricondurlo all’ordine, e quello boccheggiò un attimo, ma non poté fare a meno di rovesciare il capo all’indietro in un attacco d’ilarità:
“Rhada!” si stava soffocando. “Rhada, ma questo è Bianco Natal!”
“Lo preferivi nero?” lo artigliò l’altro fra le gambe.
“Ah! No. No.”
Kanon si concentrò, per isolare le musichette lì dove dovevano rimanere. Al piano terra. Sospirò, piegando il capo di lato, e decise: no. Non sarebbe scoppiato a ridere, non in quel momento. Si concentrò sui bottoni della camicia del suo uomo, che alzava ora lo sguardo verso le decorazioni di agrifoglio, rosse e verdi in quel modo così lucido. No, Kanon non avrebbe resistito a lungo.

Un bottone.
Due.
Lento, sensuale.
Kanon sorrise, gli occhi nei suoi, sensuale e consapevole. Tre.
Sapeva sfiorargli il petto statuario con le dita in quella maniera tutta sua, e lo fece, schiudendo le labbra, e scese, implacabile. Quattro.
Quattro bottoni.
E, dietro le spalle di Rhadamantis, scintillio di perline rosse e dorate.
Ci fu un momento di profondo silenzio.
E poi Kanon gli diede le spalle. Lentamente.
Un passo falso e sarebbe scoppiato a ridere in faccia a Rhadamantis della Viverna; la Viverna, animale silenzioso, letale, terribile e in punta, in quel momento, che si mordeva le labbra a sua volta – non doveva in nessun modo fargli capire quanto l’ilarità della situazione lo stesse contagiando – e, duro, lo chiamava, fingendosi oltraggiato:
“Kanon.”
Aspettaspettaspetta.”
“Kanon.”
Una manaccia da specter sul suo sedere.
Kanon si drizzò appena, cercando di ricomporsi, ma aveva le lacrime agli occhi.
“Devo pensare di non interessarti più, Kanon?”
“Ah!” Un po’ più dritto, Kanon rantolò: “No, no.”
Tenendo ad ogni buon conto il fondoschiena ben appoggiato alla sua mano, sospirò, ricomponendosi: “No, ma portami a letto e tira su le lenzuola, Rhada. O avrai vita difficile, dico sul serio.” Terminò, asciugandosi una lacrima dall’angolo dell’occhio.
“È il Natale, Kanon.”
Le parole parevano il preludio a una tortura a suon di White Christmas, e invece mani forti sollevarono il greco dalla poltrona, e lo spinsero verso la camera da letto, dopo un intenso scambio di sguardi. Trattenne un sospiro di sollievo.
“Oh, grazie.” Grazie, aggiunse mentalmente, chiudendo con decisione la porta. Fuori i carols. “Spero che tu non abbia candele a forma di Santa Claus o cose del genere almeno qui.”
Fu la minaccia serissima a cui dovette far fronte lo specter mentre veniva trascinato a letto, cadendovi sopra morbidamente. Serio almeno quanto il suo interlocutore, indicò alle sue spalle:
“Solo una.”
“…non la voglio vedere.”
Rhada approvò, stendendolo sul materasso, e Kanon lo baciò furiosamente per scacciare il pensiero. Baciò un sogghigno maledetto:
“Ti annienterebbe.”
“Smettila!”
Gli cacciò la lingua in bocca, senza troppi indugi, e Rhadamantis la morse, vorace, ridendo sommesso. Poco dopo si staccò, succhiandogli il labbro inferiore:
“Davvero non la vuoi vedere?”
No.” Kanon aveva un tono di voce funereo, forse per il retrogusto di Jack Daniel’s che sentiva ad ogni bacio. Ci mancava Santa che lo fissasse. In quel momento poi! “Non mi schioderò da questa posizione.”
“Ma che bella notizia.”
Lo specter si alzò, le ginocchia strette al suo bacino. Guardandolo dall’alto, si sfilò la camicia, già sbottonata dall’amante, e poi si chinò con le mani sulla sua maglia. La sfilò, salendo sugli addominali scolpiti, per la testa, scompigliandogli i capelli. Poi lo contemplò per bene, ammirato. Si specchiò nei suoi occhi blu, che si socchiudevano assieme ad un inclinarsi del capo, malizioso. Rhadamantis distolse lo sguardo da quella magnifica visione solo un attimo: naturalmente non c’era nessun Babbo Natale alle spalle di Kanon, ma bastò alzare la testa, appena turbato, come se ci fosse. Questo piccolo, semplice gesto, per far sì che il suo amante si aggrappasse con terrore reverenziale a lui, il suo solido punto di riferimento in mezzo a tutta quell’atmosfera dickensiana. Beh. Dopotutto era uno specter.
In quel momento il Gigante Infernale si calò, sfruttando l’irrigidimento, come un avvoltoio, a succhiargli la pelle del collo, non appena l’ebbe sollevato a sé. Kanon gemette, e lui seppe di aver fatto centro.
Attraverso la stoffa dei pantaloni, strusciavano l’uno contro l’altro. E lo specter, da specter quale era, si appoggiò con tutto il peso del corpo sui palmi, tenendogli gli avambracci bloccati al letto. E dal collo passò al petto, divorandoselo con tutta calma, il bacino sul suo.
“Mmh, Rhada.” Gli offrì petto e ventre Kanon, gemendo deliziosamente. Sapeva farlo, quando voleva: “Mi mangi?”
“Ti ho detto che rischiavi, venendo qui.” Affilò lo sguardo l’altro. “Potresti farla davvero, quella fine…”Passò una mano sul suo petto, tra i muscoli: “Se per qualche ragione ti spingessi troppo oltre e io non dovessi essere presente.”
“Tsk.”
“Hai idea, Kanon di Athena, di quanti guerrieri di Hades vorrebbero anche solo incontrarti per i miei corridoi?”
“Non siamo nell’Oltretomba, Rhadamantis. E non sarebbe la prima volta in cui mi c’inoltro. Mi pare di essermela cavata bene, la prima volta…”
“La prima volta hai incontrato me.”
“Non mi hai certo fatto da babysitter.”
“Ah no? Minos ha ancora da dire.”
“Minos deve solo stare zit-hhhhm.”
Una mano si era insinuata nei suoi pantaloni, con una certa decisione.
Quando Kanon cominciò a muoversi, fu certamente per chiedere di più, ma per il momento l’altro si limitava a massaggiarlo come si conviene, saggiando la consistenza di un gold saint.
“Come dici?” sussurrò, piegandosi su di lui.
Kanon si aggrappò alle sue spalle con foga, e gli morse le labbra, rapace. Ecco, quel che ne diceva. Spinse il bacino verso la sua mano, per rimarcare il concetto, mugolando basso sulla sua bocca.
Rhadamantis, compiaciuto, scorse le mani sul suo petto, dalla gola delicata ai muscoli scattanti, facendogli sentire la tensione dei propri attorno alle gambe. Poi, con entrambe le mani, gli strappò i pantaloni.
“…Rha-da.”
Sillabò Kanon. Sentiva che la cosa avrebbe dovuto suscitare un altro tipo di reazione in lui, ma non se ne dette pena, estasiato dalla dimostrazione di forza. E, con un ruggito, gli fu addosso.
Rhadamantis ricadde all’indietro sul materasso, mentre il ragazzo sopra come una furia gli sbottonava i pantaloni. Non si sa se per in grazia del settimo senso o altro, ma in meno di un secondo se li ritrovò dall’altra parte della stanza, e Kanon gli si stava spalmando addosso, petto contro petto, suggendogli il collo con fame.
Lo specter sogghignò da sotto, stranamente docile; ma i muscoli tradivano la tensione di chi è pronto per scattare. Inoltre, il suo sopracciglio non gli conferiva un’aria particolarmente tranquillizzante. Ciononostante, gambe contro gambe, il membro duro contro al suo, Kanon si strusciava su di lui, il respiro sempre più pesante. Gli carezzò le spalle, gliene morse una.
Rhadamantis se lo posizionò meglio addosso, e gli afferrò entrambe le natiche con le mani, impastando i muscoli sodi, la linea eccitante e piena. Kanon ansimò, gustando il momento, e alzandosi sulle ginocchia si godette il massaggio, le mani a lisciare l’ampio petto del suo amante; si offrì, quel petto, saldo, mentre le mani intente nel massaggio scorrevano ora sui fianchi del greco per risalire sul suo, sfiorando nel tragitto una grande cicatrice che gli sfregiava il ventre. Come sempre, Rhadamantis gliela sfiorò in punta di dita, con innaturale delicatezza, come sempre facendolo sorridere; poi, con uno scatto di reni, si alzò su, a sedere, e gliela baciò, strappandogli un moto di tenerezza.
Kanon gli circondò il collo con le braccia, con amore:
“Dai…” sussurrò, dolcemente, per non spezzare il momento, ma aggiungendo man mano carica alla voce: “Prendimi, specteraccio.” Ridacchiò, ma con più garbo, prima di concludere, gli occhi luminosi e brillanti: “Muoio dalla voglia.”
Voglia che traspariva perfino dagli occhiacci gialli della Viverna.
Of course.”
So british, avrebbe commentato ironicamente Kanon, ironizzando sullo scambio di battute di poco prima. In realtà, quello che successe, Kanon non poté dirlo subito, perché gli mancò l’aria: ma si ritrovò rapidamente disteso sul piumino, le spalle incollate al materasso. Un braccio possente gli sollevò il bacino, e in fondo continuava a suonare Bianco Natal. Ma chi se ne accorgeva?
La porta della camera era chiusa e le note attutite, un po’ di cigolio di materasso e tutto sarebbe stato risolto, tentò di ammortizzare Kanon, poi smise di pensarci perché dita calde e ruvide gli stavano scorrendo sulla schiena e fra le sue natiche, a metà fra il tocco leggero e il graffio di un rapace. Trattenne il respiro, un singulto eccitato. Le dita lo allargarono, con la calma che precede la tempesta, e lui si lamentò, sentendola penetrargli nelle ossa assieme ad un languore fuori posto.
E la tempesta giunse, in un lampo potente: il maledetto, sopra di lui, mani salde al materasso, lo prese, con un colpo feroce, spingendosi in lui interamente, un gemito roco, lo sguardo fisso nel suo. Godeva, nel lasciarlo senza scampo. Kanon sentì i suoi occhi accendersi, in uno sfavillare di verde e blu, facendosi feroce a sua volta, e non li abbassò affatto. Stringendo i denti, rilassò i muscoli per farlo entrare. Sospirò, forte, e si tese, dopo un attimo di pausa, contraendoli, per sentirlo bene dentro e stringerlo. E, oh, l’effetto era mozzafiato.
Boccheggiò, eccitato.
Rhadamantis uscì di nuovo, con ferocia, e si respinse in lui, un ghignaccio sul suo volto di specter, mentre avvolgeva Kanon fra le sue braccia muscolose, tirandoselo contro. E lo penetrò una terza volta, i capelli sul viso, cercando quello di lui.
Lo trovò, contratto dal piacere.
Il greco s’inarcava, a più riprese, gemendo.
Stringeva – strinse – tra le cosce il suo amante, possessivo, nella foga, e si morse le labbra, appena. Inumidendosele, le schiuse per ansimare, forte, guardandolo, fra le spinte, imponente e forte su di sé. Poi dovette richiudere gli occhi, un brivido e una scossa.
Si tese.
AH.”
Ancora.
“Ancora, Rhada. Non fermar-ah!”
“Sì…”
Ruggì la viverna, roca e rovente, al suo orecchio.
Non aveva l’aria di uno che si volesse fermare.
“Ah, sì…!”
Anzi.
Lo teneva in posizione, ben saldo, la muscolatura flessa e compatta di una creatura mitologica. Kanon lo divorò con gli occhi, affamato, e Rhadamantis affondava in più riprese, rapido, i piedi ben piantati fra le pieghe del lenzuolo di seta.
E Kanon, Kanon non era un’amante che riusciva a stare fermo facilmente.
Si morse, si leccò le labbra, pur nell’abbandono, scolpendosi negli occhi le forme dei suoi muscoli: I pettorali, fermi, il collo teso; le cosce, forti; le anche, scattanti nelle spinte. Oh, sì, spingevano. Se spingevano! Dovette gemere più volte, inarcandosi ancora per lui, avvolgendolo con forza, facendolo penetrare a fondo, rilassandosi e contraendosi a tempo, per farlo scivolare e poi faticare, e farlo godere di più. Prese un gran respiro, nel delirio di corpi, l’ampio petto che si gonfiava, accaldato, le braccia abbandonate sul cuscino.
Appassionato, Rhadamantis spingeva, la schiena inarcata all’indietro, gli occhi al soffitto, chiusi, nella passione. Ruggì, rifacendosi su di lui. S’immobilizzò, addirittura, nella tensione, spinto al massimo dentro il suo amante – e in quell’attimo di attesa gli sfiorò il viso, lo sguardo fisso come se il Giudice, in quel solo istante, potesse rubargli l’anima.
Kanon fece l’errore di incrociare quello sguardo. Gemette, socchiudendo gli occhi per sfuggirli, ma senza riuscire a serrarli; e improvvisamente dovette arrendersi, anche solo per un istante, ad un’espressione implorante, che gli si dipinse in volto senza che riuscisse a trattenerla in alcun modo, nel languore della passione crescente. Ansimò e scostò il viso per liberarsi di lui.
Rhadamantis spalancò gli occhi nella vittoria, infliggendo colpi più potenti e dolorosi, un sogghigno tremendo a segnargli il volto. Poi si sciolse appena, parve, in un attimo di cedimento.
E come aveva baciato la cicatrice fissa di silenziosi perché, baciò quel viso implorante e bellissimo, e addolcì le spinte in movimenti fluidi, che lo sollevassero, il bacino che s’inarcava, morbidamente.
Kanon gemeva, e gemette una volta di più, più alto.
Voleva dargli del maledetto.
Maledetto, maledetto e ancora maledetto.
Gli stava facendo male. Molto male.
Lo stava facendo godere moltissimo.
E continuava a fargli male.
“Ah…”
Ma prima l’aveva guardato così. Come Giudice nell’anima. E lui gliel’aveva fatta vedere.
“Ah…!”
Maledetto.
“AH!”
Lo amava.
“Io ti…”
E il resto fu sussurrato in un fiato scomposto, inarcandosi, sollevato, boccheggiando dal piacere.
“AH!”
‘sto stronzo, davvero.
La Viverna si bloccò d’istinto, quasi soffiando, come se quella parola fosse acqua santa gettata sul diavolo. L’espressione del volto come se avesse voluto dilaniarlo, gelida e tagliente, nella furia.
Si abbassò su di lui nello stesso momento in cui Kanon scattava verso l’altro, serrandogli il volto fra le mani, fortissimo, una stretta furiosa. Entrambe le mani fra i capelli biondi, scomposti, ormai, gemeva senza freni, più intensamente quando Rhadamantis lo alzò ulteriormente, sfruttando il suo slancio, e se lo calò sopra, afferrato a sua volta nelle ultime, potenti spinte.
“Ah! Ah! Ah! Aah!”
Le lacrime agli occhi, dannazione. Quant’era forte.
E il suo sguardo giallo, nel suo, quando lo incontrava, cupo, senza più ferocia, ma intensissimo. Le labbra sottili da predatore dischiuse, ma senza un suono, nel respiro affannato. Dea, com’era eccitante – Kanon si aggrappò come se stesse affogando, soffocava, la sua presa era terribile. Soffocava. Moriva. Adesso moriva, se lo sentiva, moriva. Adesso, mentre s’irrigidiva allo spasmo, bruciando davanti e dietro. Adesso moriva.

No.
No, non moriva.
Anche se Rhadamantis lo trascinò vicino alla fine, sicuramente, quando venne in lui con un grido rauco, nell’ultima spinta che inarcò entrambi, spezzando loro il fiato. Kanon lo artigliò, le dita fra i capelli, gridando quanto lui, forte e profondamente maschile.
E poi… e poi gli girò forte la testa, quando l’orgasmo si esaurì e Rhadamantis ricadde al suo fianco, dopo essersi teso dentro di lui nell’ultimo spasmo: ricadde trascinandolo sdraiato con lui, non appena ebbe ripreso il respiro, e lo guardò, gli occhi penetranti ancora straordinariamente fissi sulla preda. Kanon ansimava, ripiegando e distendendo le gambe, flash dietro le palpebre chiuse. L’uomo accanto si spinse verso di lui, e lui riaprì debolmente gli occhi, sentendolo avvicinarsi. Rimase fermo a respirare guardandolo: adesso Rhadamantis lo toccava, ma con la grazia pulita di un lord, prendendogli il viso fra le mani. Fresco, nonostante il calore di prima.
E finalmente lo avvolse in un abbraccio rassicurante, e si chinò su di lui che gli circondava il collo con le braccia, ad alzargli il mento e a baciarlo, nella serenità totale di un parco irlandese. Quel maledetto specter. Un bel bacio, e gli diede sottovoce la risposta a quello che il greco gli aveva sussurrato nel famelico calore dell’amplesso, piano, orgoglioso: I love you so…
Kanon arrossì.
Il vecchio Rhada non lo vedeva, perché era rivolto verso il basso, intento a baciarlo, ma lui sì.
Quel germoglio decorato che la servitù aveva usato per decorare anche la stanza da letto del signore. Pendeva, innocente e di buon auspicio. Rhadamantis, non vedendolo, faceva il figo, ma lui dovette trattenerla, la risata.
Ma in fondo non c’era tanto di che ridere; lo strinse alla vita, contento, godendosi il bacio.
Vabbè, và. Il vischio poteva ancora andare.



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